Luglio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“O CAMBIATE REGISTRO OPPURE TENETEVI GHEDINI”: L’AUT AUT DEL FAMOSO LEGALE… CICCHITTO PLAUDE: “FORZA ITALIA DOVRA’ ESSERE UN PARTITO MODERATO, NON UN GRUPPUSCOLO CHE URLA, SBRAITA, INSULTA E MINACCIA AZIONI DA NO TAV”
Parole di miele per Enrico Letta, promesse di sostegno duraturo al governo, ma soprattutto un caldo, caldo invito ai falchi del suo partito a smettere di giocare ai rapaci con le penne degli altri: «Certe volte quelli che vorrebbero agire come miei sostenitori accaniti, quelli più schierati e magari anche affettuosi, prendono posizioni esterne ed estreme che poi vengono attribuite a me. E questo certe volte mi fa venire i brividi». Silvio Berlusconi dixit, intervistato ieri a tutta pagina dal suo Giornale.
Lo stesso quotidiano, per intenderci, che titolava il giorno prima «Banditi di Stato» rivolto agli ermellini della Corte di Cassazione.
A dar credito ai brusii di radio Pdl questa secca smentita della linea dura, questo tentativo estremo di conciliazione e di dialogo, sarebbe dovuto al netto intervento dell’avvocato Franco Coppi.
Raccontano che il principe del foro ne avrebbe avuto abbastanza delle sparate sempre più grosse, fino alla minaccia dell’Aventino parlamentare, delle manifestazioni intorno ai palazzi di giustizia.
Per chi sta provando a impostare da settimane una strategia difensiva «nel» processo questa canea rischiava di far saltare tutto.
Così Coppi avrebbe messo il Cavaliere di fronte a una scelta secca: o cambiate registro oppure tenetevi Ghedini e tanti saluti.
Sarebbe stato il timore di perdere il celebre penalista insomma la ragione dei «brividi» denunciati dal leader Pdl.
Ma insomma, quale che sia il motivo, la bacchettata ai falchi c’è stata.
Tanto che qualcuno di loro – le colombe sono strasicure nell’indicare Daniela Santanchè – ieri ha telefonato a Berlusconi in Russia per chiedergli almeno di mitigare la rampogna.
Ecco dunque arrivare puntuale nel pomeriggio una piccola marcia indietro, una precisazione dell’interessato: «Nel colloquio con Paolo Guzzanti sul Giornale rilevo un’inesattezza che potrebbe dar luogo a spiacevoli equivoci. Quandosi parla di danni provocati da “tutto ciò che è urlato”, è evidente che mi stavo riferendo a quanto proviene dall’esterno del nostro movimento e non certamente a voci interne al Pdl».
Il Cavaliere prova a definirlo un «equivoco» ma il senso di tutta l’intervista era invece moltochiaro.
Tanto che Fabrizio Cicchitto, principale avversario interno della Santanchè e dei falchi, di primo mattino, letto il Giornale, si godeva la vittoria: «In tutta l’intervista di Berlusconi e nello spirito che la anima c’è un richiamo di fondo a quello che dovrà essere nel futuro la natura di Forza Italia, un grande partito moderato e riformista, non un gruppuscolo estremista e autolesionista che urla, sbraita, insulta e minaccia cosiddette azioni esemplari prese a prestito dal repertorio dei No-Tav».
Da notare l’ultima frase, richiamo implicito all’occupazione delle autostrade che sarebbe stata suggerita, durante una riunione dell’ufficio di presidenza, dall’ala dei falchi. Maurizio Gasparri, un’altra colomba (è così, almeno sul piano interno) plaude alla nouvelle vague berlusconiana «più volte comunicataci nelle numerose riunioni di vertice, sempre improntata alla trasparenza, alla lealtà ed alla moderazione».
Sarà così per altri quindici giorni, fino alla sentenza della Cassazione.
Poi si vedrà se lo “Statista” si trasformerà in “Caimano”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI HA CHIESTO CHIARIMENTI IN ORDINE AI RIMBORSI “PER SPESE ESTRANEE AL MANDATO CONSILIARE E ATTINENTI INTERESSI PERSONALI”
Danni erariali per 500mila euro sono stati contestati nei confronti di un secondo gruppo di
consiglieri della Regione Lombardia, già appartenenti ai gruppi consiliari di Pdl e Lega, in ordine ai rimborsi ottenuti tramite i gruppi, nel periodo 2008-2011 e nella prima parte del 2012, per spese “del tutto estranee al mandato consiliare e spesso palesemente attinenti interessi personali del singolo consigliere”.
Lo si legge in una nota della guardia di finanza in cui si spiega che sono stati emessi vari inviti a dedurre da parte della Procura della Corte dei conti.
I consiglieri nel mirino della magistratura contabile sono Giulio Boscagli, Paolo Valentini, Antonella Maiolo, Giovanni Bordoni, Enio Moretti, Massimiliano Orsatti e Angelo Ciocca.
Nel maggio scorso gli inviti a dedurre erano stati recapitati a Gianluca Rinaldin, Alessandro Colucci, Stefano Galli, Fabrizio Cecchetti, Luciana Ruffinelli, Pierluigi Toscani e Nicole Minetti.
Le attività investigative, coordinate e dirette dal procuratore regionale Antonio Caruso e dal sostituto procuratore Adriano Gribaudo e condotte dalla guardia di finanza di Milano, hanno consentito l’accertamento di un danno erariale.
Fra i destinatari delle contestazioni vi sono, oltre ai singoli consiglieri regionali beneficiari dei rimborsi, anche i presidenti dei gruppi consiliari interessati, cui è affidato il compito e la responsabilità di gestire i fondi attribuiti ai gruppi stessi.
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LUNGA RIUNIONE NOTTURNA DELLO STATO MAGGIORE, DIVISO TRA CHI VUOLE ANDARE ALLO SCONTRO E CHI VUOLE SALVARE IL GOVERNO… NEL MEZZO IL PERICOLO PEONES, PRONTI A TRADIRE PER CONSERVARE POLTRONE E INCARICHI
Stavolta non sanno davvero che pesci prendere.
Perchè il primo a non avere in tasca alcuna soluzione politica è proprio lui, Silvio Berlusconi.
La sensazione, si sostiene a palazzo Grazioli, è che si stia per consumare la fine ingloriosa di un’epoca, “il tentativo di travisare la nostra storia — per dirla con Angelino Alfano — perchè qui è in gioco anche la storia personale di ognuno di noi; una sentenza penale non è solo un atto giuridico”.
Così, almeno, ieri sera, durante un lungo incontro accanto al Cavaliere, apparso anche ai suoi in evidente difficoltà .
La sensazione di impotenza, nel Pdl, ora è molto forte, unita alla paura che si sia davvero vicino ad un punto di non ritorno; la fiammata di ieri, che ha scosso il Parlamento con quella richiesta di fermare i lavori delle aule per protesta contro il partito dei giudici che vuole “giustiziare” il Cavaliere è stata, in realtà , più un diversivo che altro.
Dietro l’alzata di toni non c’è alcuna strategia sulla lunga distanza.
Anzi, dietro non c’è proprio nulla.
E il partito va in pezzi, non più diviso solo tra falchi e colombe, ma sminuzzato anche in una copiosa componente di peones che ora temono lo showdown, pur non avendo alcuna intenzione di votare la sfiducia al governo.
Troppo forte il rischio di tornare alle urne e perdere la poltrona.
Senza Silvio, è il ragionamento, non si va da nessuna parte, ma anche con lui, visto l’andazzo, la remissione è certa.
Una sensazione di blocco di cui si è fatta portavoce Beatrice Lorenzin.
La ministra della Salute ha dato addosso a Daniela Santanchè (“Chi continua a soffiare sul fuoco dell’accanimento antiberlusconiano è contro la pacificazione”), ma anche lasciato aperta ogni possibilità sul futuro (“nell’emergenza possono succedere cose straordinarie”). Chissà quali.
Di sicuro non quella di dimettersi in blocco in caso di condanna del Cavaliere, perchè lì la spaccatura interna diventerebbe conclamata.
Si naviga a vista, dunque, nel Pdl.
Come spesso è accaduto, anche ieri Berlusconi — che in serata ha visto anche i suoi avvocati — ha ‘mandato avanti’ i suoi falchi, lasciando che si sfogasse tutto il malumore e la rabbia del ventre molle del partito, dove di ora in ora cresce questo timore di ritrovarsi senza leader nel giro di una ventina di giorni.
Anzi, viene spiegato, lo stesso Cavaliere, dopo la decisione della Cassazione, avrebbe esortato il partito ad alzare la voce, a mettere in atto una reazione forte.
Dando così più ascolto ai ‘falchi’ che all’ala moderata del partito, che invitava invece l’ex premier alla cautela.
Poi, dopo i contatti tra palazzo Grazioli e Palazzo Chigi, che si sarebbero poi allargati anche al Quirinale, la decisione di non far precipitare le cose.
Del resto, viene riferito da più fonti pidielline, lo stesso gruppo alla Camera, il più compatto, era diviso sul da farsi.
Ad alcune colombe, infatti, non sono piaciuti i toni ultimativi di Daniela Santanchè, che esplicitamente ha messo in dubbio la vita del governo, legandone le sorti alla sospensione dei lavori parlamentari.
Ad altri, hanno invece dato fastidio le dichiarazioni di Renato Schifani, che ha parlato di “una strategia contro Berlusconi e anche contro il governo, un attacco articolato, basato su regolamenti interni, perchè c’è qualcuno che lavora perchè cada questo governo e non si consolidi la figura di Enrico Letta”, parole che hanno fatto pensare addirittura a una sorta di “golpe interno” contro il leader.
E la temperatura, se possibile, si è alzata ancora di più.
Tanto che sono dovuti intervenire prima Cicchitto e poi Lupi a sedare gli animi e a spiegare che il governo non deve essere attaccato e che — parole dell’ex capogruppo — non bisogna cadere nelle provocazioni.
Del resto, spiegano ancora le stesse fonti, già nella tarda serata di ieri, mentre i deputati erano riuniti alla Camera, il Cavaliere avrebbe frenato sulle diverse ipotesi di protesta di cui si stava discutendo: nessun Aventino, sarebbe stato l’input fatto pervenire da palazzo Grazioli, no dimissioni di massa, ma un momento di necessaria riflessione.
Insomma, non è questo il momento di tirare le somme e prendere in considerazione l’eventualità di una crisi di governo: il popolo pidiellino, ora di nuovo in crescita nei sondaggi, non capirebbe.
E poi è considerato da non sottovalutare l’atteggiamento del Colle in caso di crisi e il timore che Pd e grillini assieme a Sel possano dar vita a maggioranze alternative. Lasciando con il cerino in mano l’intero partito, falchi, colombe e pure chi si sta già guardando intorno con interesse in cerca di una via di fuga senza perdere la poltrona.
Se si andasse ad un voto di fiducia a Letta, è questa la riflessione interna, ci sarebbe il rischio che un discreto numero di pidiellini possa votare, nel segreto dell’urna, a favore del governo.
Polverizzando quel che resta del Pdl meglio di qualsiasi magistrato o sentenza penale. Non ultima, la questione processuale: non aiuterebbe l’esito dei procedimenti giudiziari a carico del Cavaliere, è la convinzione di molti in via dell’Umiltà e dello stesso Berlusconi, se il Pdl fosse l’artefice della caduta del governo.
Ciò non vuol dire, viene sottolineato, che l’ex premier intenda ritirarsi a vita privata per attendere passivamente di essere condannato: “Non farò certo la fine di Craxi”, ha ripetuto ancora, ma c’è chi ormai, dentro il Pdl, lo guarda più come un peso che come un’opportunità per la sopravvivenza della poltrona per tutta la legislatura.
Sara Nicoli
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
DAL BLOCCO DELLA CIRCOLAZIONE ALLE DIMISSIONI… POI PREVALE LA LINEA SOFT
«Altro che manifestazione di piazza. Qua dobbiamo bloccare il Paese. Abbiamo il dovere di
rispondere al golpe contro la democrazia. Io propongo di chiamare a raccolta la nostra gente per iniziare a bloccare le autostrade».
Quando Daniela Santanchè teorizza il superamento delle forme di protesta «classiche» dei berluscones, e siamo a metà pomeriggio di ieri, qualche decina di parlamentari del Pdl strabuzza gli occhi.
Ed è quello l’esatto momento in cui tra le truppe di Silvio Berlusconi tutto, a cominciare dalla distinzione tra «falchi» e «colombe», si trasforma in qualcosa di nuovo. Di inedito.
Il conto alla rovescia verso l’ora X del 30 luglio, giorno in cui la Cassazione si riunirà per decidere i destini del Cavaliere, è cominciato.
Le riunioni dei gruppi parlamentari del Pdl si sono trasformate in vere e proprie assemblee permanenti.
E tutto, nel chiuso delle stanze in cui i berluscones si riuniscono, assume i tempi e i toni di un gabinetto di guerra.
E così ieri sera, quando il gruppo di Montecitorio scioglie la sua ultima riunione della giornata, nelle mani di Angelino Alfano ci sono tre carte da sottoporre a Berlusconi.
Il «blocco delle autostrade», caldeggiata da Santanchè.
Una «manifestazione di fronte al Quirinale» e le «dimissioni in massa dal Parlamento», che ritornano come un mantra in moltissimi interventi dei falchi.
Più un’idea rilanciata da Daniele Capezzone. «Dobbiamo muoverci con la non violenza. Berlusconi dovrebbe reagire come fece Gandhi con la marcia del sale», scandisce il portavoce pidiellino evocando la grande manifestazione pacifica con cui nel 1930 il «Mahatma» contrastò la tassa sul sale imposta all’India dal governo britannico.
Una soluzione che, nel ragionamento di Capezzone, impone una sola strada: «Tutti noi, a cominciare da Berlusconi, dobbiamo firmare i referendum sulla giustizia promossi da Marco Pannella e dai Radicali. E farlo subito».
Ma le tecniche di «lotta» sono una cosa.
Il punto centrale, quello su cui lo scontro sottotraccia nel Pdl è sul punto di esplodere, riguarda il sostegno al governo.
Blindare le larghe intese o staccare la spina al governo Letta prima del 30 luglio?
«Dobbiamo proteggere il governo», è l’argomentazione di Fabrizio Cicchitto aveva sviscerato in piena notte, nell’assemblea che si era svolta fino alle 2 di ieri mattina.
«Perchè vedete», aveva aggiunto l’ex capogruppo rivolgendosi ai suoi colleghi, «l’attacco finale a Berlusconi nasce da una serie di poteri forti a cui l’intuizione del presidente di sostenere le larghe intese non va bene. Con noi dentro questo governo ha una sua grande forza politica. E questo, a qualcuno, non sta bene…».
Apriti cielo. Cicchitto non aveva fatto neanche a tempo a finire la frase che Denis Verdini, il vero capo dei «falchi», aveva reagito opponendogli una teoria uguale e contraria: «Ma che cosa dici, Fabrizio? L’attacco a Berlusconi nasce nel 1994, mica oggi. E Fini? E Tremonti? E Monti? Sono robe di queste ultime settimane?».
Nelle stanza in cui il gruppo è raccolto l’atmosfera si surriscalda fino a diventare rovente quando proprio Verdini, sempre nella riunione notturna, aveva suggerito una linea che va molto più in là del showdown parlamentare: «L’unica risposta possibile a quest’aggressione nei nostri confronti è provocare uno stato di crisi permanente. Dobbiamo spaccare – sillaba Verdini – il Paese in due».
«Dimettiamoci in massa, facciamo cadere il governo, andiamo alle elezioni e vinciamole», aveva suonato la carica Giancarlo Galan.
Il tutto a contorno di una scena in cui Renato Brunetta, nel tenere la relazione introduttiva sul «golpe contro Berlusconi», era improvvisamente scoppiato a piangere.
E dire che poco prima Angelino Alfano aveva tentato una sintesi: «Poniamoci delle domande per il Paese. Chiediamoci perchè la giustizia va veloce solo se c’è di mezzo Berlusconi. Raccogliamo idee…». «Angelino – era stata la replica stizzita dalla Santanchè – se t’interessa la mia idea, sappi che vorrei che il partito avesse la mani libere di agire indipendentemente dal governo».
Tema che sarebbe ritornato al vertice notturno di ieri sera a Palazzo Grazioli, lo stesso in cui Silvio Berlusconi avrebbe scongiurato, almeno per adesso, tanto la crisi di governo quanto le proposte dei falchi, in omaggio a una line soft caldeggiata anche dall’avvocato Coppi. Nell’ottica del Cavaliere, e queste sono le regole di ingaggio, affidate al segretario del Pdl, la strada maestra è quella di mantenere la barra dritta sui provvedimenti economici cari al Pdl, a cominciare dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa fino ad arrivare allo stop sull’Iva.
Tutto questo mentre le lancette dell’orologio girano sempre più veloce.
E mentre il 30 luglio si avvicina.
Inesorabilmente.
Tommaso Labate
(Da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
SE UNO LANCIA UN FISCHIO A UN CANDIDATO MENTRE FA UN COMIZIO RISCHIA UNA CONDANNA SUPERIORE A QUELLA DI CHI HA CORROTTO O CONCUSSO
Da uno a tre anni di carcere e fino a 2.500 euro di multa per chi “impedisce o turba” una manifestazione o riunione politica.
E’ quanto prevede una proposta di legge presentata alla Camera dal deputato del Pdl Ignazio Abrignani.
Una norma anti-contestatori concepita dopo lo scontro di piazza della manifestazione di Berlusconi a Brescia.
“Chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione politica, sia pubblica che privata, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da 1.000 a 2.500 euro; se la riunione è di propaganda elettorale la multa è raddoppiata”.
Un solo articolo compone la proposta di legge del pidiellino Ignazio Abrignani per introdurre nel codice penale, all’articolo 294-bis, il reato di “impedimento o turbativa di riunioni politiche e di propaganda elettorale”.
Che prevede un’aggravante, con la “reclusione da due a cinque anni”, se il ‘contestatore’ è un pubblico ufficiale.
L’iniziativa era già stata annunciata nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione di Brescia dell’11 maggio ed è stata depositata da Abrignani alla Camera il 10 giugno.
L’intenzione è scoraggiare aspiranti contestatori o disturbatori delle future iniziative di piazza del Pdl e di Silvio Berlusconi, così come di ogni altra forza politica.
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
“DOVE SONO I VARI LUPI, GELMINI, FORMIGONI, COSI’ SOLERTI NEL CORRERE IN SOCCORSO DEL LORO LEADER-PADRONE, MA IN VERGOGNOSO SILENZIO DI FRONTE ALLE CRITICHE DI CICCHITTO E GASPARRI AL PONTEFICE?”
Con un duro editoriale, Famiglia Cristiana torna sulla visita di Papa Francesco a Lampedusa, lunedì scorso, per non far passare sotto silenzio l’imbarazzante mutismo dei cattolici di area Pdl di fronte alle bordate scaricate sul Pontefice dagli esponenti del partito rappresentativi della destra.
Il titolo dell’articolo, apparso sul sito di Famiglia Cristiana, non usa giri di parole: “Il vergognoso silenzio dei politici italiani”.
Prima di entrare nel merito delle accuse portate dal settimanale, è il caso di riassumere l’accaduto.
Lunedì scorso a Lampedusa, in una omelia di straordinaria umanità e di altrettanto straordinaria durezza, Papa Francesco ha invitato tutti a chiedere scusa: “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”.
Il dramma a cui ha fatto riferimento il Pontefice è quello dell’immigrazione visto da Occidente, dove il dovere dell’umana solidarietà si scontra con leggi a difesa della “cultura del benessere, che ci rende insensibili alle grida degli altri”.
Parole a cui hanno fatto seguito diverse dichiarazioni di dissenso dalla destra Pdl, riassumibili nella scontatissima scorciatoia dettata ai taccuini da Fabrizio Cicchitto: “Un conto è la predicazione religiosa, altro conto però è la gestione da parte dello Stato di un fenomeno così difficile qual è l’immigrazione irregolare che proprio a Lampedusa ha, per ciò che riguarda l’Italia, uno snodo fondamentale”.
Ma ciò che ha sorpreso Famiglia Cristiana non è Cicchitto, definito “trombettiere del pensiero berlusconiano” che “ha perso un’altra buona occasione per tacere e ha bacchettato il Papa”.
Nè chi gli ha dato “manforte in questa presuntuosa lezioncina”, ovvero “i soliti corifei Maurizio Gasparri (che, a forza di dover sempre dichiarare per apparire, non sa più quel che dice), e l’amazzone Daniela Santanchè”.
“Quel che più preoccupa – continua Famiglia Cristiana, entrando nel vivo del suo j’accuse – a testimonianza della loro insignificanza e sudditanza, è il silenzio dei politici cattolici della destra (dove sono i vari Lupi, Mauro, Gelmini, Formigoni?…), così solerti nel correre in soccorso del loro leader-padrone Berlusconi, ma in vergognoso e imbarazzante silenzio di fronte agli attacchi della destra a Papa Francesco”.
“Evidentemente – conclude il settimanale -, la disciplina di partito e l’attaccamento alle poltrone del potere valgono più del Vangelo… Eppure, per chi crede, il giudizio del Signore verterà non sulle ripetute e ostentate affermazioni della propria identità cattolica, ma su atti ben concreti”.
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
PEGGIO DELLA REPUBBLICA DELLE BANANE DOVE I DITTATORI VOGLIONO L’IMMUNITA’ PERPETUA… SOSPESI I LAVORI ALLA CAMERA E AL SENATO, IL PD CACASOTTO ACCONSENTE… SE IN ITALIA ESISTESSE UNA DESTRA CIVILE E ISTITUZIONALE AVREBBE RINCORSO I DEPUTATI PDL NEL TRANSATLANTICO A CALCI NEL CULO
Sospensione dei lavori per un giorno alla Camera e al Senato. Ecco il primo
bombardamento al governo delle larghe intese dopo che la Corte di Cassazione ha fissato l’udienza del processo Mediaset al 30 luglio.
I lavori di Montecitorio e di Palazzo Madama slittano a domani.
“Dobbiamo discutere di cosa sta accadendo”, ha chiesto il Pdl. “O si sospendono i lavori o cade il governo”, ha minacciato Daniela Santanchè.
Una decisione che ha preso di sorpresa il resto della maggioranza e che ha spinto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini a recarsi subito dal presidente del Consiglio Enrico Letta, per una valutazione della situazione.
Alla fine il punto d’equilibrio.
Al primo no del Pd, la controproposta dei berlusconiani di sospensione dei lavori per un giorno per proseguire le proprie assemblee dei parlamentari che riprenderanno già nel pomeriggio.
Il Pd a quel punto ha fatto dietrofront votando, in Aula alla Camera, il sì alla sospensione dei lavori per 24 ore.
Il Partito democratico è stato chiaro con gli alleati di governo: l’ennesimo voto obtorto collo è l’ultimo segnale di disponibilità .
E’ un modo per dire che i democratici tengono alla stabilità del governo, ma che c’è un limite.
Da qui il no alla sospensione per tre giorni come chiesto in un primo momento dai berlusconiani.
Se il Popolo delle Libertà continuerà a far tremare maggioranza ed esecutivo, potrebbe aprirsi davvero una crisi. Ma resta la cicatrice.
Tanto che, oltre ai lavori parlamentari, è stata annullata anche la riunione di maggioranza che aveva all’ordine del giorno i temi economici, i più cari al partito di Berlusconi.
Tuttavia le idee dentro al Pd — e non è una notizia — non sono chiarissime.
Perchè da una parte il segretario Guglielmo Epifani ha definito “inaccettabile e irresponsabile” la richiesta del Pdl di sospendere i lavori.
Ma dall’altra si è cercato di minimizzare e di scaricare la responsabilità . Il vicecapogruppo di Montecitorio Andrea Martella dice: “Non abbiamo detto sì al blocco dei lavori d’Aula: nessuno provi a rivoltare la frittata. Non saremmo mai stati disponibili a sospendere l’iter dei provvedimenti che stiamo esaminando, molto importanti e attesi da molti cittadini. Abbiamo solo accolto la richiesta del Gruppo del Pdl di concedergli alcune ore di tempo per il loro dibattito interno”.
La franceschiniana Paola De Micheli conferma: “Il Partito democratico non ha votato nessuna sospensione dei lavori dell’Aula ma ha soltanto permesso, nel pieno rispetto della prassi istituzionale, il rinvio della seduta pomeridiana per garantire a un gruppo parlamentare di tenere un’assemblea, come peraltro è stato concesso nei giorni scorsi al Pd”.
La decisione di votare a favore della richiesta Pdl di una sospensione dei lavori sta provocando malumori diffusi e trasversali nel gruppo Pd.
Off the records molti parlano di “faccenda gestita male”.
Ma i renziani hanno un diavolo per capello. Francesco Bonifazi: “Ho accettato di votare per disciplina di gruppo, ma così stanno suicidando il Pd e ledendo le istituzioni”.
E ancora Ivan Scalfarotto: “Ho votato sì e mi chiedo quanto io sia ancora in grado di gestire questa cosiddetta disciplina di gruppo”, scrive su Twitter.
Ma i malumori attraversano anche altre aree del Pd.
Dice un deputato dalemiano: “Non possiamo calarci le braghe, ogni volta che Berlusconi si alza storto. Non possiamo cedere ogni volta davanti ai loro ricatti. E cosa ancora più grave, qui non si tratta di una faccenda politica, ma istituzionale”. Matteo Orfinise la prende con chi si è astenuto durante il voto. “Ho contato almeno una ventina di astenuti. Sono sciacalli che lucrano uno 0,5 per cento in vista del congresso. Perchè non hanno chiesto che si riunisse il gruppo per discutere? Sapevamo tutti cosa stava maturando, non siamo nati ieri. Se non erano d’accordo, potevano chiedere un confronto in assemblea”.
Ma c’è chi non ce la fa più: “Non ho votato la sospensione dei lavori proposta dal Pdl — dice il renziano Davide Faraone — Magari fra un po’ ci chiederanno di andare a manifestare a Palazzo di Giustizia”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile
SENZA BERLUSCONI NEL PARTITO NON SI VEDE FUTURO… OVAZIONE PER CICCHITTO: “SONO STANCO DI CONOSCERE LE STRATEGIE DEL PDL DA “IL GIORNALE”
Ritratto schizofrenico di partito in un interno. 
Sala intitolata a Lucio Colletti buonanima, filosofo marxista poi berlusconiano. A Montecitorio.
Colto dall’ennesimo raptus laicista e modernista, il gigante Giancarlo Galan si lancia in un’invettiva a favore degli Ogm, dei matrimoni omosessuali e delle adozioni alle coppie gay. Silenzio.
Il velo dell’imbarazzo è squarciato dall’urlo di un giovane deputato siciliano, cattolico del Pdl: “Ma vattene con Pannella, vai via. Tu e Capezzone iscrivetevi al Partito Radicale”.
Una deputata accanto a Galan commenta: “Questi sono drogati”.
Entrambi: Galan e il suo oppositore di Santa Madre Chiesa.
Quest’ultimo continua: “Quello di Galan è un partito che non arriva nemmeno al 2 per cento”.
Le 13 di ieri alla Camera.
L’assemblea dei deputati del Pdl, un centinaio scarso, è l’appuntamento del giorno. Un ex ministro di B., che si mantiene defilato e preferisce non intervenire nella riunione, confida subito dopo: “Quest’assemblea è un ulteriore passo verso il disordine, il caos assoluto”.
Tradotto: gli enormi guai giudiziari del Cavaliere, i falchi che vogliono le urne, le colombe governative che frenano, la Pitonessa Santanchè che sogna la vicepresidenza della Camera, il ritorno a Forza Italia, persino le ambizioni di Raffaele Fitto, democristiano pugliese del Pdl che rivendica uno strapuntino tra Alfano (colomba) e la Santanchè .
Ma il mattatore indiscusso è un signore coi ricci imbiancati e l’ossessione perenne del giustizialismo. Un ex socialista. Al secolo Fabrizio Cicchitto.
Quanto finisce di parlare la sala Colletti di Montecitorio è scossa da un boato. Più di un’ovazione.
Tutti a battere le mani.
Cicchitto, e non è la prima volta, fustiga con pignoleria da Prima Repubblica la linea dei falchi Santanchè, Brunetta, Capezzone e Verdini.
Quelli che vogliono sfasciare tutto, dal Pdl al governo Letta.
L’ex capogruppo del Pdl nella scorsa legislatura dipinge la Pitonessa come il vero direttore del Giornale di Sallusti, compagno della Pitonessa medesima: “Sono stanco di sapere strategie, organigrammi e cambi di nome dal Giornale. Io vengo da Forza Italia e nessuno può darmi lezioni“.
Al tavolo della presidenza, Angelino Alfano ride e scherza con la Santanchè: “Daniela è sempre colpa tua”.
A Cicchitto non piace nemmeno il ritorno a Forza Italia calato dall’alto e la retorica del partito leggero, da cedere in franchising sul territorio a manager danarosi.
Per non parlare del flop delle piccole piazze in difesa del Cavaliere perseguitato: piazza Farnese a Roma (Giuliano Ferrara e Daniela Santanchè) e Arcore (sempre la Pitonessa): “Berlusconi va protetto con almeno 300 mila persone in piazza”.
Altra ovazione, che prosegue quanto l’ex socialista del Pdl avverte: “C’è un emendamento sulla mafiosità delle promesse di voto in campagna elettorale. Se passa, ci arresteranno tutti da Roma in giù”.
Tripudio per la soffiata, non per l’autocritica.
Il boato va dritto in faccia a Renato Brunetta, capogruppo attuale del Pdl alla Camera, contro cui era già in corso una raccolta di firme dei deputati berlusconiani.
Raccolta che poi si è fermata per quieto vivere.
Stefania Prestigiacomo tenta una difesa di Brunetta: “Fabrizio non te la prendere ma con Renato va molto meglio”.
Un autorevole berlusconiano chiosa sottovoce: “Ma guarda questa. Io, la Prestigiacomo nella scorsa legislatura non riesco a ricordarmela. Non è mai venuta in aula. Anzi sì. Quando le interessava una nomina in commissione”.
Veleni, invidie, gelosie.
Il berlusconismo è sempre uguale a se stesso.
Dalle tredici alle due del pomeriggio gli interventi sono poco più di dieci. Copione scontato.
Brunetta che attacca il governo con la solita solfa (“raccordo tra ministri e Parlamento”, eccetera eccetera). Alfano che difende il governo, il minaccioso Fitto che diventa grigiamente doroteo (idem la Gelmini), la difesa d’ufficio della Santanchè bloccata dai veti del Pd per la vicepresidenza della Camera.
Il ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello, si lamenta per gli attacchi ricevuti sul Porcellum. Lui, su ordine del Colle, vuole cambiarlo. B. e il Pdl no.
Impossibile dare forma a questo caos.
L’ultima impennata è del redivivo Daniele Capezzone, che ha il coraggio di sviscerare il problema dei problemi. Altro che la Pitonessa.
Dice Capezzone: “A novembre Berlusconi rischia di andare in carcere per la sentenza Mediaset in Cassazione. Noi che facciamo?”.
Una questione politica ed esistenziale. Senza B., interdetto o galeotto secondo Capezzone, che fine fa il centrodestra, con annesse carriere da Porcellum dei nominati?
In un angolo, Michaela Biancofiore è l’unica con la spilletta tricolore di Forza Italia: “Se arrestano Berlusconi succede la rivoluzione”.
Questo sì, un problema serio. Il resto è caos e schizofrenia.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
SANTANCHE’, LA DELUSIONE E LO SFOGO DOPO LA SCONFITTA: “SONO ABITUATA A DARE PIUTTOSTO CHE RICEVERE”
Alta, in bilico su quel tacco che oggi sarà stato pure 14, un capolavoro d’equilibrio attraversarci i
marmi lucidi del Transatlantico, con i capelli biondi e sciolti sulle spalle, per poi andarsene, sparire.
La «pitonessa», a metà pomeriggio, è introvabile
L’ultimo soprannome, Daniela Santanchè, e se l’è dato da sola, l’altro giorno. Quando ha cercato di spiegare che nel gran circo politico del Pdl non è nè falco nè colomba, ma piuttosto un rettile, capace di stritolarti e però anche di lasciarsi accarezzare.
«Sì, mi sento una pitonessa» (furbissima, avrà naturalmente calcolato ogni possibile interpretazione di questa metafora)
Comunque adesso bisogna capire dove sia finita.
Fuori, sul piazzale di Montecitorio, solo il sole a picco e i sampietrini bollenti, l’unica frase che sono riusciti a strapparle è stata una specie di sospiro: «Sono abituata a dare, piuttosto che a ricevere».
Il sorriso solito, ma stavolta un po’ più plastico, immobile, forzato. E anche la voce: non squillante, ma come liscia, incerta.
Su Twitter, quando aveva capito che neppure stavolta sarebbe riuscita a prendersi l’incarico di vicepresidente della Camera, l’unico graffio: «Con questa maggioranza, tutto si rinvia, nulla si decide».
Belle parole: ma dove s’è nascosta?
L’aspetto divertente della politica, qui a Roma, è che nessuno può pensare di fare una cosa, un incontro, una telefonata, in totale segretezza.
Dopo un po’, c’è sempre qualcuno, un’anima pia, un’anima nera, che intuisce, immagina, sa, e avverte. È così anche adesso. Arriva un sms.
Testo: «La “pitonessa” è seduta davanti alla scrivania di Angelino Alfano, al ministero».
Proprio così. Daniela Santanchè è andata a chiedere spiegazioni ad Alfano.
E ci è andata fisicamente.
Colloquio, come si dice in questi casi, riservato. Sui toni, e i contenuti, si può fantasticare in libertà .
Il dato certo è che cinque minuti dopo l’uscita dal ministero della «pitonessa», Alfano si mette a cinguettare con Twitter: «Su Daniela Santanchè, nessun passo indietro. Anzi, si va avanti».
(Ora 17.45, sede del Pdl, via dell’Umiltà , quinto piano ).
Segretaria premurosa: «L’onorevole Santanchè è impegnata ancora per qualche minutino… Posso offrirle un caffè?»
Nessuna particolare agitazione in vista del prossimo trasloco. Aria condizionata bassissima, la stanza del Presidente Berlusconi (alla parete una sua gigantografia, un tristissimo salottino beige, uno spray deodorante accanto a un ficus benjamin secco) trasformata in sala d’attesa.
L’attesa dura mezz’ora.
Poi dal corridoio arriva il rumore secco d’un passo di carica ed entra la Santanchè, che nel frattempo ha rimesso su lo sguardo raggiante d’ordinanza, la caratteristica smorfia che è un miscuglio di spavalderia e ironia, ecco di nuovo la vera Santanchè che siete abituati a vedere a «Porta a porta», da Santoro, o quando alza il dito medio per salutare i manifestanti, quando fa jogging con la fidanzata del capo, quando per il capo presidia il palazzo di Giustizia di Milano, quando scende dal Suv ed entra al Billionaire del suo amico e socio Flavio Briatore.
«Telefonate, telefonate e ancora telefonate. Mi spiace averla fatta aspettare» (mano tra i capelli, tailleur sobrio, girocollo in verità molto chic).
Sembra di ottimo umore…
«Cosa dovrei fare? Arrendermi? Non ci penso proprio. Io vado avanti e non arretro di un centimetro. E poi, dico: lo ha visto il fiume di dichiarazioni, no?».
Tutto il partito è con lei, da Alfano alla Calabria.
«E Brunetta? C’è pure Brunetta, eh? …E la Gelmini… Lo so, lo so… certo, non c’erano dubbi, tutto il partito è schierato. A questo punto il problema devono sbrogliarselo quelli lì».
Quelli del Pd?
«Loro, e anche gli altri… Compresi Sel e il Movimento 5 Stelle».
Possibile che su questa storia, su questa fibrillazione lunga e imprevista, il governo possa addirittura rischiare qualcosa?
«Eh…».
Sapete quando la Santanchè fa gli occhioni e allarga le braccia, e sembra che stia per dirti qualcosa che però non può proprio dire. Intanto siamo arrivati all’ascensore.
«Mi cercano tutti, mi vogliono tutti. I giornali e i tigì vogliono sapere, vogliono capire. Prima, quando sono arrivata, giù al portone, mi sono addirittura trovata uno con una telecamera che, senza darmi tempo di fiatare, me l’ha subito puntata addosso… No, dico: calma, eh?».
Ad osservarla mentre fa graziosamente ciao e le porte dell’ascensore si chiudono, s’intuisce perfettamente l’uso quasi scientifico che fa della celebrità .
La capacità di esserci e non esserci, di scomparire e riapparire, di rivelarsi cinica e diplomatica, ruvida e poi anche improvvisamente simpatica (un sabato mattina, l’anno scorso, nei giorni più cupi del Pdl, rispose al cellulare ansimando: «No, aspetti, non pensi male… non pensi che la Santanchè è operativa anche quando… è che sono a Cortina e sto facendo sci di fondo»).
Due settimane fa, insieme a Verdini e Capezzone, tre giorni chiusa ad Arcore con Berlusconi per mettere a punto nuove strategie, ragionare sul filo dell’orizzonte, immaginare un ritorno a Forza Italia, passare in rassegna le truppe parlamentari e stabilire di chi potersi fidare, e di chi no.
Negli equilibri di potere d’un partito particolare come il Pdl, quel weekend fu un segnale preciso. Alle 19, ne arriva un altro.
La «pitonessa» esce dalla sede del partito e sale in macchina. Va all’aeroporto, torna ad Arcore.
C’è Berlusconi che l’aspetta a cena (superfluo, o forse no, ricordare di quando, nel 2008, candidata con La Destra, lo accusò: «Silvio vuole le donne solo orizzontali»).
Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: PdL | Commenta »