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LEGGI SPECIALI IN MANO A MARONI E BERLUSCONI? NO GRAZIE.

Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO IL TRAGICO TEATRINO DEI GRAVI FATTI DI ROMA, ECCO PUNTUALE LA RICHIESTA DI LEGGI SPECIALI DA PARTE DEL GOVERNO… DI PIETRO RICORDA I “BEI TEMPI” DI QUANDO INTERROGAVA GLI IMPUTATI IN QUESTURA CON LA BOMBA A MANO SULLA SCRIVANIA E SI ASSOCIA A MARONI, UNO DEI POCHI ITALIANI CONDANNATI PER RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE E PERTANTO ADATTO A FARE IL MINISTRO DEGLI INTERNI

Ieri il teatrino della politica ha visto come protagonisti il peggior ministro degli Interni che abbia mai avuto l’Italia repubblicana (capace solo di attribuirsi i meriti di polizia, carabinieri e magistrati nella lotta alla mafia) e un ex questurino, oggi progressista, che non riesce a cancellare le sue origini quando, alla questura di Bergamo, era solito interrogare gli indiziati con una bomba a mano ben in evidenza sulla scrivania.
Questo impareggiabile duo comico, il primo uno dei pochi italiani condannati a sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale, un passato in Democrazia proletaria, poi avvocato della Avon e quindi con le carte in regola per essere nominato ministro degli Interni, il secondo noto per i metodi spicci, per i piedaterre ricevuti gratis e per aver restituito milioni di lire avvolgendo le banconote in carta da giornale, si sono contesi una grande idea: quella di reintrodurre la famigerata Legge Reale in versione bis e aggiornata.
La legge Reale “uno” rappresenta uno dei momenti più controversi della storia della democrazia italiana.
Fu presentata nel 1975, nel pieno degli anni di piombo, da Oronzo Reale, ministro della Giustizia del governo Moro.
I 36 articoli di quel testo ampliavano a dismisura il potere delle forze dell’ordine, sia per quanto riguarda l’uso delle armi che per il fermo preventivo.
La legge affermava il diritto delle forze di polizia di utilizzare armi da fuoco, se strettamente necessario, anche in ordine pubblico.
La custodia preventiva poteva essere applicata anche in assenza di flagranza di reato, sempre che vi fosse il “fondato pericolo di fuga” di persone nei cui confronti vi fossero “sufficienti indizi di delitto concernenti le armi da guerra o tipo guerra”.
La legge Reale vietava inoltre l’uso di di caschi o altro per rendersi irriconoscibili durante le manifestazioni (l’unica cosa giiusta e pertanto mai applicata).
La normativa ha subito negli anni diverse modifiche e ha anche superato indenne un referendum abrogativo nel 1978.
Il cerchio si chiude: la pessima gestione dell’ordine pubblico durante la manifestazione degli indignados da parte del ministero degli Interni ha permesso che 500 persone rovinassero una manifestazione pericolosa per il potere politico-finanziario, tarpando le ali a ogni velleità  degli indignados.
Ha consentito poi che i teppisti creassero panico tra i benpensanti che così possono tornare a votare Pdl e Lega perchè sempre meglio un puttaniere e un rincoglionito che i black bloch secondo il pensiero veicolato dai media amici.
Ha infine dato spazio a certa becerodestra per ergersi come garante della sicurezza dei cittadini, dopo che la stessa aveva posto in essere tutte le condizioni perchè la manifestazione degenerasse.
Per arrivare così tempestivamente a giustificare le leggi speciali il giorno dopo, gia belle pronte e quasi stampate.

Ma invocare leggi che non ci sono più nel nostro paese dimostra in realtà  la debolezza dell’attuale governo.
Senza dimenticare che le leggi speciali sono sempre fallite, non hanno mai aumentato la sicurezza e spesso sono diventate strumenti per restringere le libertà  di tutti.
E poi quale persona di buon senso darebbe un’arma del genere in mano a Maroni e a Berlusconi, col rischio di trovarsi in galera solo per aver manifestato dissenso nei confronti del governo?
La realtà  è un’altra: i disordini sono stati favoriti da una pessima organizzazione delle misure di prevenzione da parte delle forze dell’ordine che a loro volta ne sono rimaste vittime.
Ma l’imput era venuto dal ministro degli Interni che non a caso, mentre Roma bruciava, se ne stava comodo a Varese.
Ben ha fatto il finiano Briguglio, ex membro del Copasir a porre la questione: “Dinanzi a un disegno eversivo che e’ stato organizzato e preparato da estremisti e black bloch, unico caso in Europa, la domanda e’ d’obbligo: ma che hanno fatto i nostri Servizi segreti, quelli alle dipendenze di Gianni Letta?. Dove era la nostra elefantiaca intelligence, quella che cucina per il Copasir rapporti periodici di dubbia utilita’? “.
La nostra tesi è talmente motivata che trova conferma persino tra i sindacati di area di destra (quella vera) della polizia.
I poliziotti del Sindacato indipendente Coisp oggi organizzano un sit-in di protesta davanti a Palazzo Madama, dove alle 16,30 è atteso il ministro dell’Interno Roberto Maroni per riferire sui fatti di Roma.
“Siamo stanchi di assistere alle passerelle e ai bavosi attestati di solidarietà  da parte dei politici. Siamo stufi di ascoltare parole, parole e ancora parole. Non sono le parole a proteggerci dalle violenze dei teppisti, non portiamo con le parole il pane a casa, non sono le parole ad assicurare un futuro ai nostri figli”, afferma Franco Maccari, segretario generale del Coisp, che prosegue: “Cosa può dire Maroni al Senato, se non che i poliziotti sono stati bravi, che hanno dimostrato la solita grande professionalità , che hanno evitato che le violenze sfociassero in episodi ancora più drammatici? Lo sappiamo già , lo sanno tutti i cittadini italiani. Gli unici a ricordarlo soltanto all’indomani delle violenze di piazza sembrano essere i rappresentanti del governo, buoni a incassare meriti che non sono loro. Se l’ordine pubblico viene mantenuto nelle piazze, se vengono inferti colpi alla criminalità , lo si deve soltanto agli uomini ed alle donne delle forze dell’ordine, al loro impegno mai ripagato, alla loro abnegazione, alla loro insostituibile professionalità ”.
Durissime le accuse alla classe politica: “Fosse per la politica, il Paese sarebbe già  nell’anarchia. La politica, infatti, quando interviene, lo fa solo per ostacolare il lavoro delle Forze dell’Ordine: tagliando le risorse in modo insostenibile, inventando leggi criminogene che vanificano anni di lavoro, adottando qualunque possibile strampalato provvedimento che possa contribuire alla disorganizzazione delle strutture e dell’attività  operativa”.
Al ministro Maroni il sindacato chiede due cose: le risorse o le dimissioni.
Un appello viene rivolto anche ai senatori: “Se vogliono davvero dimostrare la loro solidarietà  alle forze dell’ordine, lo facciano in maniera concreta: sfiducino Berlusconi e il suo governo che usa i poliziotti come carne da macello, mandandoli ogni giorno al massacro contro i criminali tradizionali e contro i nuovi delinquenti che la politica stessa contribuisce a creare, lasciando affondare il Paese nella crisi economica e negli scandali”.
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Ora qualche imbecille becerodestro che ci ha accusati, per un nostro precedente articolo, di essere amici dei black boch solo perchè usiamo il cervello nelle nostre analisi, è servito: i poliziotti e l’opinione pubblica più informata ragionano sulla nostra lunghezza d’onda.
Altro che legge Reale bis che inasprisce il conflitto sociale, è il momento di puntare sulla prevenzione e sull’aumento delle risorse per la sicurezza.
Quanto al governo, un solo slogan potrebbe essere calzante: “fuori dai maroni”.

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“STOP ALLA CACCIA DEL LATITANTE ZAGARIA”: CLAMOROSA PROTESTA DEI PM DI CASERTA, SENZA AUTO NE’ SCORTA

Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile

SI INTERROMPE LA RICERCA DELL’ESPONENTE DI PUNTA DEL CLAN DEI CASALESI CON UN PESANTE ALLARME ANTICAMORRA…ESAURITI ANCHE   I FONDI PER GLI STRAORDINARI DEGL AMMINISTRATIVI

La caccia al superlatitante del clan dei Casalesi Michele Zagaria si interrompe ogni pomeriggio alle 18.
Da quel momento i pm dell’anticamorra restano a piedi.
Senza autisti, nè macchine blindate e senza scorta.
Gli uffici invece chiudono tre ore prima, alle 15, quando il personale amministrativo termina l’orario e si allontana.
“Si sono esauriti i fondi per pagare lo straordinario e adesso è tutto bloccato”, spiega il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, che coordina il pool impegnato nelle indagini sulle cosche della provincia di Caserta.
I tagli alle risorse stanno mettendo in ginocchio la Procura.
Ma da Ravello, dove ha preso parte a un convegno, il ministro della Giustizia Nitto Palma minimizza l’allarme sui tagli: “Il problema degli straordinari non esiste solo per Napoli ma anche per altre regioni d’Italia e altri uffici importanti, penso a Reggio Calabria. Non mi pare che altrove vi sia stata un’analoga protesta”.
Al ministro replica indirettamente il procuratore aggiunto Cafiero de Raho. “Per rendersi conto della condizione di pericolo di molti magistrati napoletani non è necessario aspettare l’attuazione di eventi tragici. La situazione è molto grave – avverte – ai magistrati della Dda di Napoli accade ogni giorno di subire minacce o assistere a manifestazioni di forte astio se non addirittura a propositi di vendetta. Ecco perchè auto blindate e tutela servono sempre. Per pagare gli straordinari agli autisti basterebbero 20 mila euro. Invece si obbligano magistrati esposti a muoversi senza protezione dopo le sei del pomeriggio e dunque a fare rientro anticipatamente a casa. Così non solo la ricerca di un latitante del calibro di Zagaria ma l’intera azione di contrasto alla criminalità  viene fortemente penalizzata”.
Nella stessa situazione si trovano gli altri due pool in cui è suddivisa l’anticamorra, quello che indaga sui clan napoletani, coordinato dal procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico, e quello competente per la fascia costiera diretto dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo.
Lo stop allo straordinario del personale amministrativo riguarda invece tutta Procura. Per garantire l’apertura dell’ufficio intercettazioni anche la mattina del sabato si è reso necessario il distacco di personale da un’altra sezione.
“Purtroppo sembra che nessuno sia interessato al problema – dice Cafiero de Raho – registro una pericolosa sottovalutazione di quanto sta accadendo. Anche il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica si è limitato a rinviare la questione al ministro. Ritengo che sia obbligo di tutte le istutizioni intervenire, cooperando fra loro, per scongiurare eventi pericolosi”.

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PDL, LE NUOVE POLTRONE AUMENTANO I MAL DI PANCIA DEGLI ESCLUSI

Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile

AMICIZIA E AFFARI DEI NUOVI “MIRACOLATI” DAL PREMIER…AUMENTANO LE TENSIONI NEL PARTITO TRA CHI ERA IN LISTA DI ATTESA E NON E’ STATO ACCONTENTATO

Il settantaseienne Aurelio Misiti era stato nominato sottosegretario alle Infrastrutture nel maggio scorso, quando Silvio Berlusconi saldò la prima tranche del conto pagato ai Responsabili salva-governo il 14 dicembre 2010.
Misiti però ci rimase molto male.
Voleva un poltrona di seconda fila, da viceministro, non di terza.
Comunista, poi al centro e a destra nella Seconda Repubblica, poi ancora dipietrista e autonomista del movimento di Lombardo, infine repubblicano-azionista, Misiti in cinque mesi non sarebbe mai andato al ministero.
Per ripicca.
Del resto, l’anziano parlamentare è un calabrese aspro, abituato a ben altre battaglie. Professore di ingegneria, Misiti fu perito nell’inchiesta su Ustica e sostenne la tesi della bomba esplosa a bordo dell’aereo DC9, recentemente rilanciata da Giovanardi.
A chi, in questi cinque mesi, gli ha chiesto conto della sua “latitanza” al ministero, Misiti ha sempre risposto: “Comincerò a lavorare quando il premier mi farà  viceministro. Questo è il patto che ho fatto con Berlusconi e lui deve mantenerlo”.
Il Cavaliere, alla fine, lo ha mantenuto, per non perdere altri pezzi della sua maggioranza.
Da venerdì, Misiti è viceministro e funzionari e dipendenti del dicastero delle Infrastrutture, la prossima settimana, finalmente lo vedranno per la prima volta al lavoro.
Miracoli della fiducia.
Un’altra promossa da sottosegretario a viceministro è stata Catia Polidori, ex finiana conosciuta come Miss Cepu, il “preparificio” a pagamento per ogni tipo di studenti.
Lo stesso Misiti ha consegnato ieri a Tommaso Labate del Riformista una dichiarazione sulla Polidori che conferma le manovre dei montezemoliani per smontare il centrodestra, riportate dal Fatto giovedì scorso: “Montezemolo ha contattato Giustina Destro e Fabio Gava, convicendoli a voltare le spalle al Cavaliere. Ha preso contatti con altri parlamentari. Di sicuro con Catia Polidori, che a quando mi risulta gli ha detto ‘no grazie’”.
Il movimento del presidente della Ferrari, Italia Futura, ha smentito questi sospetti, ma dentro il Pdl nessuno crede a Montezemolo.
Anche perchè quella della Polidori è stata una delle assenze decisive che martedì scorso hanno mandato sotto la maggioranza sul fatidico voto per l’assestamento di bilancio, che poi ha portato alla fiducia.
Di qui la rivolta di colonnelli e peones di stretta osservanza pidiellina.
Ministri come Galan e sottosegretari come Crosetto lo avrebbero detto a muso duro al premier: “Presidente qui sono tutti incazzati, furibondi per la Polidori e Misiti. Sono state due nomine inutili e che aumentano i mal di pancia del gruppo. Possiamo correre altri rischi”.
Così, nemmeno il tempo di gustare la festa per lo scampato pericolo di venerdì, che nel centrodestra è di nuovo allarme rosso sulle imboscate alla Camera.
Un pessimismo che va nella direzione dell’editoriale di ieri di Avvenire, il quotidiano dei vescovi: “Tutto a posto e niente in ordine”.
Berlusconi per il momento gode e parla di “golpe burocratico sventato” ma chi saranno la prossima volta gli assenti “strategici”, contando che pure gli ex An non hanno digerito l’ultima infornata di poltrone?
Chi sarà  il nuovo Pisacane, che ha guidato la rivolta dei peones prima della fiducia?
Il deputato di Agerola, oggi con Pid del ministro Romano, ha votato solo all’ultimo.
Eppure, appena un mese fa, aveva ricevuto un dono molto gradito: la nomina della moglie, consigliere regionale in Campania, ad amministratore delegato dell’Istituto di sviluppo agroalimentare.
Una nomina di competenza del “suo” ministro alle Politiche agricole.
Uno degli scontenti è il portavoce degli ex Responsabili Francesco Pionati, che da mesi punta a fare il sottosegretario.
Ma l’elenco dei mancati promossi ha anche altri nomi.
Ci sono, per esempio, due donne: Paola Pelino e Nunzia De Girolamo.
A dire il vero, nemmeno il ritorno di Giuseppe Galati nel governo ha fatto gridare di gioia il Pdl. Insieme con Mario Baccini e l’ultimo arrivato Gerardo Soglia, l’ex presidente del Pescara calcio accusato di bancarotta, il neosottosegretario all’Istruzione forma un altro partitino di ex dc che tiene sotto scacco la maggioranza.
Calabrese come Misiti, Galati è alla sua seconda vita nella Seconda Repubblica.
Nel 2001 era già  sottosegretario dopo le elezioni. In quota con l’Udc di Casini.
Ma due anni dopo il suo nome viene fatto nell’inchiesta “Cleopatra” su un giro di prostituzione e droga a livelli istituzionali, in cui sono coinvolti anche l’attrice Serena Grandi e il senatore a vita Emilio Colombo.
Scrive il gip di Roma: “Galati, soprannominato Pino il politico, si rifornisce stabilmente di cocaina dal pusher Martello. Gli acquisti hanno cadenza almeno settimanale e sono effettuati direttamente o tramite Armando De Bonis, suo uomo di fiducia che ha libero accesso alle Attività  Produttive”.
Nel 2007 si è sposato con la collega deputata Carolina Lussana, leghista.
È lo stesso anno in cui Luigi de Magistris lo ha messo sotto inchiesta per associazione per delinquere.
Ovviamente, anche il quarto premiato di venerdì è un malpancista.
Si chiama Guido Viceconte ed è stato uno dei congiurati di Claudio Scajola.
Sostituito da Galati all’Istruzione, è stato nominato sottosegretario all’Interno. Una poltrona di peso, al Viminale.
Di Viceconte si è parlato nell’inchiesta sulla cricca degli appalti del G8, ma il suo nome è legato alla prima indagine su Gianpaolo Tarantini in Puglia, nel 2002, condotta da Michele Emiliano, attuale sindaco di Bari. Al centro, i soliti appalti nella sanità .
Alla regione il governatore era Raffaele Fitto, oggi ministro.
I carabinieri, in un rapporto, scrivono che la suocera del fratello di Tarantini, Claudio, “sarebbe andata a Roma dove grazie all’appoggio del sottosegretario Guido Viceconte, pare abbia incontrato il ministro alla Sanità , Girolamo Sirchia, per discutere di questioni personali”.
Poi le solite cene elettorali organizzate dall’imprenditore che portò la D’Addario da B. In un’intercettazione del 2004, ecco cosa dice Gianpy Tarantini a un amico primario: “Io sto appoggiando il sindaco di Bari, di Forza Italia, Lo Buono, e domani sera fanno una cena con Fitto e i direttori generali di Forza Italia. Sono tutti di Forza Italia tranne Bari 1 che è di An. Ci saranno Fitto, Viceconte, che è un amico…”.
Nel centrodestra, questo genere di amicizia è un valore importante.
Improbabile che riesca a scalfirlo l’avvertimento lanciato ieri dal segretario Alfano: “Dobbiamo adottare il principio anatomico: un uomo, una sedia. Non si può sedere su due contemporaneamente”.
Nel partito dell’amore, l’anatomia che conta è un’altra.
Chiedere a B.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“IL PSICHIATRA SOCIALE” LAST MINUTE CHE HA SALVATO BERLUSCONI

Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile

MICHELE PISACANE, L’UOMO CHE HA CAMBIATO SEI PARTITI… E’ ENTRATO PROPRIO ALLA FINE DELLA VOTAZIONE, QUANDO IL PREZZO SI ALZA… “ORA SILVIO ME SAPE” HA COMMENTATO COMPIACIUTO

Tutti questi anni trascorsi senza sapere nulla dell’on. Michele Pisacane da Agerola (vicino Amalfi), 52 anni, ex Dc, poi mastelliano, poi casiniano, poi vicino al Pd, poi nel Misto, poi fondatore del Pid (Popolari Italia Domani) col ministro Romano e infine berlusconiano.
Ma soprattutto, dice lui di sè a Fabrizio Roncone del Corriere,“laureato in psichiatria: faccio il psichiatra sociale”.
Ecco, se il 14 dicembre l’eroe della fiducia fu Mimmo Scilipoti, agopuntore da Barcellona Pozzo di Gotto, stavolta la Palma Marron se   l’aggiudica lui, “il psichiatra sociale”.
E c’è un che di evocativo, nel fatto che sia proprio il psichiatra last minute (assente alla prima “chiama”, è andato a votare in extremis alla seconda, quando il borsino dei deputati all’asta fa registrare quotazioni da capogiro) a garantire la sopravvivenza di una maggioranza-manicomio e di un governo-comunità  di recupero.
Il suo spirito-guida è Saverio Romano, il ministro imputato per mafia e indagato per corruzione mafiosa che si fa dettare via fax gli emendamenti dal prestanome di don Vito Ciancimino.
E infatti Romano era fra i pochi a non dubitare di lui: “Michele sa cosa fare”, aveva detto rassicurante.
E aveva ragione: il nostro eroe dal nome risorgimentale a sua insaputa, rimasto inizialmente a casa perchè l’antennista gli stava montando Sky, s’è precipitato in aula giusto in tempo per la fiducia.
Al suo ingresso, Culo flaccido B. l’ha salutato come un vecchio amico senza sapere nemmeno chi fosse: “Pensava che fossi siciliano, Cicchitto non gli aveva mai parlato di me”.
Ma ora lo sa: “Mo’ Berlusco’ me sape”, commenta compiaciuto alla fine.
Ora ha un futuro assicurato, sia pur fugace come l’ultimo scampolo di legislatura.
Se i sottosegretari Misiti e Polidori sono stati promossi sul campo viceministri e il senatore scajoliano Viceconte sottosegretario all’Interno (ma solo perchè un Viceconte viceministro suona male), per il psichiatra sociale si troverà  uno strapuntino degno del suo eloquio.
Di Mussolini, Leo Longanesi diceva: “Di lui non mi spaventano le idee, ma le ghette”. Analogamente, di questa classe digerente di fine regime si può dire a buon diritto che non spaventano le idee (per manifesta assenza delle stesse), ma la cultura.
Prendete l’on. Vincenzo Fontana del Pdl: l’altra sera le Iene gli domandano se è favorevole a vendere il patrimonio artistico per rastrellare un po’ di euro. Lui, tetragono, dice che non se ne parla nemmeno.
Poi però gli leggono una falsa dichiarazione del premier, che naturalmente sembra vera, a favore della cessione della Fontana di Trevi.
Lui allora chiede di cambiare la sua dichiarazione, da contraria a favorevole, perchè per fare cassa questo e altro: se lo dice il Capo, il Fontana vende pure la Fontana.
Poi c’è il grande Antonio Razzi, già  dioscuro di Scilipoti, l’altro ex dipietrista folgorato un anno fa sulla via di Arcore perchè aveva il mutuo da pagare: in un’intervista alla radio riesce a dire “non avrei andato” e “devolgo i soldi a costruire una chiesa distrutta”.
E mentre uno devolge, uno sape e uno ha andato, le truppe del Nuovo che Avanza preparano la grande fuga.
Il psicoterapeuta Luciano Sardelli era dato per certo nel fronte della fiducia: era il capofila dei Responsabili e dieci mesi fa esaltava le magnifiche sorti e progressive del governo Pompetta B. Invece, nel breve volgere di qualche nanosecondo,è passato all’opposizione e ora,intervistato da Antonello Caporale su Repubblica, si sente “liberato, lieve felice”.
Non ne poteva più di “essere fermato da gente che mi diceva ‘vergognati’, ‘venduto’, ‘pensa all’Italia’”.
Così ha votato contro, “trascinato dal senso dello Stato”.
Ma non prima di aver dato a Pompetta B. un consiglio da amico: “Presidente, se lasci il governo trovi la pace”.
L’altro, che se lascia il governo trova la galera, gli “ha risposto piccato”.
Cioè l’ha mandato a fare in culo.
Ecco, basta l’idea di una Terza Repubblica senza Berlusconi ma con i Sardelli, e già  un po’ rimpiangiamo la Seconda.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ROMA DEVASTATA DAI BLACK BLOC, MA A QUALCUNO FACEVA COMODO COSI’: LA BECERODESTRA E GLI ANTAGONISTI FANNO IL GIOCO DELLE PARTI

Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile

LA FOTO DELLA FRANGIA VIOLENTA CHE SI POTEVA SUBITO ISOLARE: PERCHE’ NON SI E’ INTERVENUTI?… PER UNA QUALSIASI   MANIFESTAZIONE A RISCHIO VENGONO SPOSTATI I CASSONETTI LA SERA PRIMA E UN CORDONE DI POLIZIA ACCOMPAGNA IL CORTEO… INTERE ZONE SONO STATE ABBANDONATE DAL CONTROLLO DELLE FORZE DELL’ORDINE PER PRESIDIARE CON CENTINAIA DI UOMINI PALAZZO GRAZIOLI E I PALAZZI DEL POTERE… SE GOVERNASSE LA SINISTRA OGGI I BECERODESTRI AVREBBERO RECLAMATO GIUSTAMENTE LE DIMISSIONI DEL MINISTRO DEGLI INTERNI

Qui a fianco pubblichiamo la foto dei cosiddetti black boc all’inizio del corteo, quando ancora nulla era successo e si sarebbe potuto intervenire per isolarli dal resto della manifestazione.
Sono circa 150 persone, un gruppo esiguo peraltro subito segnalatosi per il tipo di abbigliamento: visi coperti, caschi e attrezzatura al seguito.
Sarebbe peraltro stato sufficiente, come fa qualsiasi “intelligence” di un Paese del Terzo mondo, seguire nei giorni precedenti gli scambi di messaggi in rete e gli appelli di alcuni siti anarco-insurrezionalisti per comprenderne intenzioni, strategia di infiltrazione e appuntamenti.
Chi ha dimestichezza con certi “disordini annunciati” e manifestazioni ben più imponenti e devastanti degli anni di piombo sa perfettamente quali possono essere le contromisure.
In primo luogo fare prevenzione e filtro nella città  di origine dei black bloc, perquisendo i pulmann noleggiati prima che raggiungano la meta di destinazione, bloccandoli a gruppi nelle stazioni per le opportune verifiche, facendo rispettare la legge, ovvero niente caschi e altri oggetti al seguito.
Per chi avesse dubbi, sono stati decine i pulmann noleggiati dai centri sociali provenienti dal nord e perfettamente intercettabili.
In secondo luogo i gruppi più estremi sono sempre stati relegati in fondo ai cortei, in modo da facilitarne il controllo.   Sia ad opera del servizi d’ordine dei manifestanti che su intervento delle forze di polizia.
In terzo luogo qualsiasi Questura di provincia, in caso di corteo a rischio, fa togliere dal percorso della manifestazione tutti i cassonetti dei rifiuti e persino le auto, eliminando quindi la possibilità  di dar loro fuoco.
In quarto luogo il corteo non lo si può abbandonare a se stesso, ma va “scortato” con un cordone di agenti lungo il percorso appoggiati da nuclei fissi di pronto intervento in caso di disordini.
Se ci fosse stato, i black bloc non avrebbero devastato interi quartieri anche per 20 minuti senza che intervenisse nessuno.
Bastava accerchiarli e isolarli quando erano 200, invece che aspettare che diventassero mille
Ma se i duemila uomini a disposizione del ministro Maroni vengono per metà  impiegati a tutelare Palazzo Grazioli e altri obiettivi istituzionali, senza alcuna flessibilità  di intervento, è ovvio che si espongno gli agenti rimasti al tiro al bersaglio e i manifestanti pacifici alle minacce e alla violenza dei facinorosi.
Oggi certi esponenti della becerodestra che sgoverna il Paese, invece che denunciare queste carenze, attaccano anche il popolo degli indignati in un singolare gioco delle parti, uno funzionale all’altro.
Ieri i black bloc hanno fatto fallire una manifestazione ricca di “contenuti”, oggi qualcun altro accusa gli stessi indignados di teppismo: tempistica perfetta per chi ha solo interesse a mantenere lo status quo.
Persino Draghi, reo di aver espresso solidarietà  ai manifestanti non violenti, viene tacciato di collusione coi terroristi, coi comunisti, con gli eversori dell’ordine del lettone di Putin, coi nemici del puttanesimo politico e della corruzione parlamentare.
Altra forma di violenza, non inferiore a quella condannabile dei black bloc.
Il teatrino della politica berlusconiana non prevede le dimissioni del ministro degli Interni: se si fosse trattato di un governo di sinistra qualcuno oggi avrebbe chiesto l’impiccagione sulla pubblica piazza del ministro per manifesta incapacità , in questo caso invece soli encomi per aver permesso che la capitale subisse milioni di euro di danni.
Gli “opposti estremismi” scoprono interessi comuni: far dimenticare agli italiani che sono diventati la barzelletta del mondo.
Sui media internazionali dopo le olgettine, i bunga bunga, i Cosentino, la corruzione, la compravendita di deputati, gli inquisiti collusi con la mafia, lo sfascio economico e morale del nostro Paese, le Tv monopolizzate, ecco un “dissuasore” che deve unire i “borghesi benpensanti”: il ritorno dello yeti comunista per evitare che un nuovo inquilino varchi il portone di San Vittore.

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LA FURIA DEI BLACK BLOC ERA PREVEDIBILE: CONTROLLI SOFT E CORTEO SENZA FILTRI LI HANNO FAVORITI

Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile

LE RESPONSABILITA’ DEL MINISTRO DEGLI INTERNI: IDRANTI SULLA FOLLA E PRIORITA’ ALLA TUTELA DEI PALAZZI DEL POTERE, ECCO I GRAVI ERRORI NELLA GESTIONE DELLA MANIFESTAZIONE… I PRIMI SCONTRI CONSIDERATI UN DIVERSIVO PER ARRIVARE A PALAZZO GRAZIOLI

In un giorno che sembra non debba finire mai, il questore di Roma Francesco Tagliente e il suo dispositivo di ordine pubblico conoscono la loro Caporetto.
Il Viminale si era preparato a difendere la quiete della “città  proibita”, il quadrilatero dei Palazzi della politica, confinando il corteo in un gomito obbligato (piazza della Repubblica-Largo Corrado Ricci-San Giovanni) che, nelle intenzioni, doveva imbrigliarlo nel reticolo del quartiere Esquilino.
Dove un’eventuale devastazione – questo il ragionamento – avrebbe avuto obiettivi meno sensibili.
Qualche bancomat, qualche semaforo, qualche bottega, qualche cassonetto. Il questore, e con lui il prefetto, Giuseppe Pecoraro, avevano riproposto – senza per altro farne mistero alla vigilia – quel format di “dissuasione statica”, che già  aveva dato pessima prova di sè il 14 dicembre dello scorso anno. Reparti (2000 uomini) e mezzi schierati a chiudere i varchi della “zona rossa”. Con tempi di reazione lunghi e farraginosi.
Nessun “filtraggio” significativo e nessun intervento sul corteo e nel corteo. Da accompagnare come un fiume, dalla sorgente alla foce, sorvegliando che non tracimasse.
Ebbene, non ha funzionato.
Tanto che a sera, con i fumi e le rovine urbane della battaglia, restano solo le parole di solidarietà  del Capo dello Stato e del capo della Polizia, Antonio Manganelli, per chi, in divisa, ha combattuto per ore in strada e per quanti hanno avuto la peggio (15 gli agenti feriti).
I “neri” – se li vogliamo chiamare così – hanno avuto gioco facile. Conoscevano il “format”.
E hanno pianificato prima, e fatto poi, esattamente ciò che era in grado di mandarlo in corto-circuito.
Hanno usato il corteo per proteggersi. Non ne hanno mai lasciato l’alveo, trasformandone il percorso in un sentiero di devastazione.
Un sentiero che conoscevano e che avevano “armato” alla vigilia (come dimostra il ritrovamento in via Cavour, ieri sera, di una borsa con una decina di molotov e un cumulo di assi necessarie a costruire una rudimentale ariete). Consapevoli che non avrebbero incontrato resistenza.
Sapevano che l’organizzazione della manifestazione non era in grado, per ragioni anche politiche, di garantire un servizio d’ordine.
Che avrebbero dunque affondato come nel burro, da padroni violenti e minoritari di una piazza indignata ma pacifica.
I “neri” sapevano che il Viminale li attendeva a una prova di forza “frontale”.
A un tentativo di sfondamento verso la “città  proibita”.
Hanno pianificato e fatto l’opposto. Hanno dato alle fiamme quella “libera”, portandosi dietro chi, in piazza san Giovanni, ha incrociato la loro strada e con loro nulla aveva a che fare.
Quando il pomeriggio comincia, i ragazzi con le teste infilate nei caschi non arrivano a trecento.
Tre ore dopo, superano i mille.
Eppure, per almeno due ore, tra le 14 e le 16, tra piazza della Repubblica (dove la manifestazione ha il suo concentramento) e Largo Corrado Ricci, dove via Cavour confluisce nei Fori Imperiali, il pomeriggio ha ancora una possibilità  di girare altrimenti.
Ma in qualche modo è come se la rigidità  del piano di ordine pubblico non contempli fuori programma.
Accade infatti che prima ancora che il corteo si muova nessuno noti – o dia il giusto peso – ad almeno un centinaio di “neri” che, arrivati dalla stazione Termini, portano caschi di ogni foggia legati alla cintola o chiusi al polso. Nessuno li filtra.
O, meglio, il loro filtraggio è affidato a qualche pattuglia della polizia municipale.
Il corteo li accoglie nella loro pancia con diffidenza, ma senza allarme.
Alle 16, quando la prima scia di devastazione ha acceso il corteo in via Cavour, il questore prende la decisione destinata a trasformare le ore che restano in una battaglia che lo lascia sconfitto.
In Largo Corrado Ricci, c’è infatti la possibilità  di tagliare il corteo con i reparti schierati a protezione della “città  proibita”.
“Di andare dentro”, come grida qualche funzionario alla ricetrasmittente per andarsi a prendere quella cinquantina di “neri” che, per altro, il corteo ha isolato e, in qualche caso, anche aggredito a bottigliate.
Ma Tagliente ordina che i reparti non lascino i varchi.
L’idea è che i “neri” possano ritenersi sazi del bottino sin lì raccolto. Ovvero, come in serata spiega una fonte qualificata della Questura, che “quella prima devastazione in via Cavour sia solo una provocazione per spingere a una prima carica e far sguarnire così di uomini e mezzi i varchi che bloccano l’accesso verso Piazza Venezia, palazzo Grazioli, il Corso e dunque il Parlamento”.
Di più. In largo Corrado Ricci, il questore è convinto che “non esistano i margini di sicurezza per intervenire”.
Al contrario, verranno ritenuti tali in via Labicana, prima. E in una piazza San Giovanni trasformata in tonnara, poi.
Ma ormai è troppo tardi.
Il pomeriggio e la sera sono ormai dei “neri”. Della loro furia. Dei loro numeri. Improvvisamente minacciosi quanto le loro mazze e moltov.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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HA VOTATO LA FIDUCIA AL PREMIER E, CASO STRANO, LA MOGLIE HA AVUTO DA POCO UN NUOVO INCARICO: LA FAMIGLIA ACCHIAPPA-POLTRONE PISACANE

Ottobre 15th, 2011 Riccardo Fucile

GIA’ CONSIGLIERE REGIONALE, ANNALISA VESSELLA, MOGLIE DEL DEPUTATO DEI RESPONSABILI, DIVENTA ANCHE AMMINISTRATORE DELL’ISTITUTO DELL’AGRICOLTURA…LEI SI DIFENDE: “HA PAGATO IL MIO CURRICULUM”

Una premiata ditta che cresce.
Anzi, per dirla con la plastica metafora politica già  usata del deputato coniuge Michele Pisacane, “la salumeria” si sta ingrandendo.
Difatti lei, Annalisa Vessella in Pisacane, è ormai folgorata sulla via della politica, e forse anche degli scambi di favore post-fiducia governativa.
Mentre lui, Michele Pisacane, ex controverso sindaco di Agerola che ha abbandonato l’Udc per entrare nel gruppo salva-premier Iniziativa Responsabile, fa finta di niente e continua a esternare la sua fiducia al premier.
Sorprendente, la carriera di lei: da sconosciuta “moglie di” delle colline stabiesi, che viene letteralmente spinta dal marito deputato a gestire una (fittizia) campagna elettorale col cognome di lui e perfino col pancione giunto a nove mesi di gestazione pur di aggiudicarsi un posto di consigliere alle ultime regionali in Campania, ora approda ai vertici di un’importante società  di Stato.
Da poche settimane, infatti, il consigliere regionale Vessella è diventata anche “amministratore delegato con ampi poteri” dell’Istituto per lo sviluppo agricolo Isa, il cui socio unico è il ministero per le Politiche agricole, diretto da Francesco Saverio Romano, il parlamentare ancora sotto inchiesta per collusioni mafiose.
Suo marito intanto, ieri ricompariva in tutte le foto gallerie dei siti internet accanto a Silvio Berlusconi esultante per il voto di fiducia.
Pisacane seduto, il premier e Denis Verdini, Nicola Cosentino e tutti gli altri in piedi accanto a lui.
Inutile chiedere spiegazioni.
La Vessella non si capacita dei dubbi. “Scusate, ma è una bellissima esperienza fare l’amministratore delegato ed essere utili alla propria gente, visto che l’istituto Isa finanzia le imprese degli agricoltori. E poi ci siamo riuniti appena un paio di volte, la nomina è di poche settimane fa. Vogliamo dire che anche questa nomina è frutto del legame con mio marito?”, si ribella lei.
Suo marito non c’entra proprio niente, vero?
“No, sono onesta – ragiona il nuovo ad di Isa – . Mio marito ci poteva entrare con l’elezione di consigliere, lui è da sempre conosciutissimo e amato sul territorio, io ero la moglie e durante la campagna elettorale anche incinta, quindi non potei fare nulla. Ma stavolta no, stavolta è solo il mio curriculum a contare, sono stata dirigente, sono laureata in Giurisprudenza”.
Nessun imbarazzo ad essere passata, in un anno, dal ruolo di estranea alla politica a un seggio di consigliere e a un posto di amministratore di una società  pubblica che dispensa decine di milioni l’anno?
“E perchè? Ci si imbarazza quando uno non sa da dove cominciare, quando sta lì e non sa come agire, invece io ho avuto quel posto in ragione della mia esperienza, e tra l’altro non posso manco dire “ho fatto questo o quello”, perchè è presto. Posso dire che riuscirò a fare insieme le due cose, cioè anche il consigliere regionale, e certo, sacrificando il mio privato, il ruolo di madre e moglie, come purtroppo capita a tante donne… “.
Coraggio, Vessella.
Quindi non c’entrano niente i voti di fiducia di suo marito, e i legami di lui con il ministro Romano?
Val la pena ricordare, infatti, che proprio tra il ministro e il marito della beneficiata, Pisacane, si è instaurata un anno fa quella liason che andò a rafforzare il pacchetto di voti utile al centrodestra per drenare i rischi del crescente dissesto del Pdl.
È infatti il 28 settembre 2010 quando Saverio Francesco Romano, Pisacane, Calogero Mannino, Giuseppe Drago e Giuseppe Ruvolo aderiscono al Gruppo misto, e fondano la componente Pid, ovvero Popolari di Italia Domani.
Anche Pisacane, raggiunto durante il viaggio da Roma ad Agerola, si mostra infastidito: “Mia moglie è brava, le ho fatto i complimenti. Perchè fate sempre le stesse domande? Mamma mia, di mia moglie so solo che sta bene e camperemo tutti e due cento anni”.
Sua moglie, invece, dirà : “Le letture fuorvianti dei fatti non le amo, ovviamente ciascuno è padrone di pensarla come vuole”.
Altra eleganza, rispetto alla prosaicità  di un vecchio volpone della politica come suo marito.
Che, ai tempi della polemica sulla moglie usata come ferma-posto in consiglio regionale, si spazientì e disse: “Se c’è un lavoro da fare e uno fa il salumiere, non credo sia giusto privilegiare la salumeria degli altri, vi pare?”.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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AVANTI CON L’ARMATA BRANCALEONE: UN MANIPOLO DI SBANDATI, IRRIDUCIBILI E MERCENARI CHE CONTINUA A PERDERE PEZZI

Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile

CINQUANTATRE’ VOTI DI FIDUCIA   IN POCO PIU’ DI TRE ANNI E MEZZO: VINCE SOLO LO SPIRITO DI CONSERVAZIONE DELLA POLTRONA E DEI PRIVILEGI DI CASTA

Com’era prevedibile, è fallita anche questa caccia a “Ottobre rosso”.
Con la cinquantatreesima fiducia in tre anni e mezzo, il governo Berlusconi supera anche questa prova d’autunno, che per difficoltà  e incertezza era quasi pari a quella alla prova d’inverno del 14 dicembre di un anno fa, quando i futuristi di Fini uscirono dalla maggioranza e tentarono inutilmente la spallata con una mozione di sfiducia.
È quasi grottesco che, nelle stesse ore in cui un pur rabbioso Cavaliere festeggia lo scampato pericolo, il presidente della Repubblica inviti il governo a “non eccedere” con lo strumento delle fiducie, che producono una “inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”.
Come se quel clamoroso “eccesso” non si fosse già  ampiamente prodotto, e quella “compressione” non fosse già  palesemente avvenuta.
Ma recriminare è ormai inutile.
Il Capo dello Stato ritiene che il “vulnus” della mancata approvazione del Rendiconto generale del bilancio pubblico sia sostanzialmente sanato dall’avvenuta “verifica parlamentare”.
La maggioranza di centrodestra, disperata e dissoluta, continua a perdere i pezzi.
Ma continua ad avere i numeri per sopravvivere.
Nel modo più avventuroso, rocambolesco e improduttivo possibile.
Grazie alla stampella dei radicali, all’indecisione degli scajoliani, alla resistenza degli ex “responsabili”.
Ormai è peggio che un’Armata Brancaleone.
È un manipolo di sbandati, irriducibili e mercenari, che va avanti per pura inerzia, per puro istinto di conservazione. Senza etica, senza politica.
Ma con il conto in banca e gli appannaggi mensili, i benefit e le auto blu, lo scranno parlamentare e la ricca pensione da salvare.
Questo, oggi, è il solo cemento della coalizione berlusconiana.
Altrove avrebbe fatto gridare allo scandalo non solo i cittadini, ma l’intero establishment.
E avrebbe portato inevitabilmente il presidente del Consiglio a rassegnare le sue dimissioni. Non in Italia, dove il dissenso popolare non serve e lo sdegno istituzionale non basta.
Per quanto posticcio, per quanto esecrabile, quel cemento resiste, ed è sufficiente per durare. Fino a quando? E soprattutto a quale prezzo?
Questo, ancora una volta, è il cuore del problema.
Napolitano ha agito con rigore e correttezza: non poteva essere lui a “disarcionare” il Cavaliere.
Ma c’è da chiedersi se questo pur “doveroso passaggio” della fiducia abbia dissipato il dubbio cruciale che il Quirinale aveva puntualmente posto, tre giorni fa: esiste la “costante coesione necessaria” per affrontare l’asprezza di una crisi economico-finanziaria che non accenna a regredire, e per adempiere agli impegni sottoscritti con l’Europa?
La risposta, chiara, è no.
In questa anomala scheggia di centrodestra italiano non esiste alcuna “costante coesione”, strategica e politica, ma solo un’inquietante adesione, opportunistica e totemica.
Non c’è interesse nazionale. Non c’è bene comune che tenga.
C’è solo la tutela del privilegio, e dunque la difesa del Capo che la garantisce.
Il resto è noia, come dimostra la pochezza del discorso del premier in aula.
O è polemica, come dimostra lo scontro mortale tra i ministri sul fantomatico “decreto crescita”, che non vedrà  mai la luce.
O se la vedrà , sarà  l’ennesimo abbaglio.
Come il primo “decreto scossa” varato il 2 febbraio, e il secondo “decreto sviluppo” varato il 5 maggio.
Nello “spot” del premier, avrebbero dovuto far crescere il Pil “di almeno un punto e mezzo, forse due”.
Tocchiamo con mano, sulle nostre tasche, com’è andata a finire.
L’Italia declina, stabilmente, verso crescita zero.
“Il Cavaliere deve finalmente scendere da cavallo”, titola il Financial Times, ricordando che “l’Italia deve salvare se stessa per salvare l’euro”.
Lui non è sceso. L’Italia non è salva.
E l’euro è sempre più a rischio.
Purtroppo, Silvio c’è.

Massimo Giannini
(da Polis)

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FINANCIAL TIMES: “SAGA DISPERATA DI BERLUSCONI: L’ULTIMO EPISODIO SI AVVICINA ALLA FARSA”

Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO DELLA CITY METTE IN PRIMA PAGINA UNA FOTO DEL PREMIER CON LA TESTA TRA LE MANI E RICORDA CHE QUELLO DI OGGI E’ L’ENNESIMO VOTO DI FIDUCIA….SPIEGEL: “IL PDL HA PERSO   FIDUCIA NEL CAVALIERE”

Il Financial Times va giù pesante.
In prima pagina campeggia una foto di Silvio Berlusconi con la testa tra le mani, con accanto Giulio Tremonti dopo il suo intervento alla Camera.
Il titolo è: “Mal di testa: Berlusconi affronta l’ennesimo voto di fiducia”.
Nella didascalia il quotidiano della City ricorda che “quello di oggi è il 51esimo voto di fiducia per l’attuale governo da quanto (il Cavaliere) è tornato al potere nel 2008”. Poi c’è l’analisi impietosa del corrispondente a Roma Guy Dinmore: “L’ultimo episodio della saga disperata di Berlusconi si avvicina alla farsa”.
Dinmore ripercorre le vicende politiche delle ultime due settimane fino al voto di fiducia di oggi, reso necessario dal ‘no’ dell’aula di Montecitorio al primo articolo del rendiconto dello Stato.
Una fiducia che, anche se il presidente del Consiglio dovesse spuntarla per pochi voti, come molti prevedono, “probabilmente confermerebbe che la sua capacità  di controllo durata 18 anni sulle disparate forze del centrodestra sta arrivando alla fine”.
“Il cosa o chi verrà  dopo – si legge ancora sul Financial Times – è la domanda che circola di più a Roma e fa paura ai mercati”, che “hanno punito la conseguente paralisi nelle decisioni aumentando gli interessi sul debito a livelli insostenibili nel lungo termine senza un aiuto sostanziale dell’Ue”.
“Non ci sono alternative” ha detto ieri Berlusconi davanti all’aula semi-deserta (l’opposizione è uscita durante il discorso, ndr), ripetendo uno slogan comune ai tempi di Margaret Thatcher, ricorda il Ft. “Questo almeno è ciò che il miliardario magnate dei media vorrebbe che gli italiani credessero – conclude Dinmore – Gli analisti prevedono elezioni anticipate di un anno, nella primavera del 2012, e i sondaggi non sono favorevoli a Berlusconi”.
Spiegel on line sottolinea le difficoltà  del Cavaliere: anche se oggi supererà  il 51esimo voto di fiducia dal 2008, i suoi più stretti alleati si discostano da lui e la crisi economica è peggiorata a tal punto, che “il Paese di Berlusconi non si può più permettere di non fare niente”.
Nonostante tutto questo, osserva il settimanale tedesco, il premier si è mostrato come al solito: “Fuori dalla Camera dei deputati ha ghignato davanti alle telecamere, ha gridato ai giornalisti di avere ovviamente la maggioranza”.
E dentro, nel suo intervento, ha ribadito che “non c’è alternativa credibile al suo governo”.
Ma questa volta è diverso: “Anche se riuscisse a ricevere la maggioranza, in questi giorni in Italia sta succedendo qualcosa che finora era inimmaginabile: il partito di Berlusconi si allontana dal suo eroe. Il partito di Berlusconi ha perso la fiducia in Berlusconi”, scrive Spiegel che poi ricorda la sconfitta del governo sul rendiconto dello Stato e rimarca che anche alcuni ministri sono arrivati troppo tardi per votare.

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