Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile
QUESTIONE DI LIBERISMO O DI COPIE VENDUTE?… LA MANOVRA DI TREMONTI APRE UN NUOVO CAPITOLO DELLA FAIDA INFINITA TRA “LIBERO” E “IL GIORNALE”
Questione di liberalismo o più banalmente di copie?
La manovra “socialista” o “comunista” del governo regala un nuovo e inedito capitolo della faida infinita tra “Libero” e “Giornale”, i due quotidiani più letti dai berlusconiani.
Il primo, fondato da Vittorio Feltri, è di proprietà della famiglia romana degli Angelucci.
Il secondo è controllato da Paolo Berlusconi, il fratello del premier.
Ma stavolta Feltri, protagonista di un incredibile andirivieni tra le due redazioni (oggi è al “Giornale”), non c’entra nulla.
A darsele di brutto sul ring della pancia di destra, incazzata per la tassa di solidarietà in nome della rivoluzione liberale, sono i due ex “secondi” del Diretùr.
Da un lato Maurizio Belpietro, numero uno di “Libero”.
Dall’altro Alessandro Sallusti, direttore responsabile del “Giornale”.
Lo scontro è andato in diretta su La 7 qualche sera fa, al programma “In Onda” di Luisella Costamagna e Luca Telese.
Ed è stato Sallusti a dare addosso a Belpietro, colpevole di fare titoli e articoli contro la manovra, guidando la fronda del Pdl: “Io trovo un’analogia tra le posizioni espresse da Belpietro e quelle di Bersani e Di Pietro. Anzi Di Pietro mi sembra più moderato di Belpietro”.
Il direttore di “Libero” non ha tirato la gamba indietro e si è buttato nella rissa, rinfacciando a Sallusti che Nicola Porro, vicedirettore del “Giornale” per l’economia, scrive le stesse cose sul blog ma non sul quotidiano, per la serie “Cavaliere non ci sono parole”.
Osserva Belpietro col suo ghigno da mastino: “Anche Porro è come Bersani e Di Pietro?”.
La lite continua e affronta un’altra questione cruciale.
Belpietro: “Qualcuno non vuole raccontare la verità a Berlusconi. Ecco, caro Cavaliere, te la diciamo noi che ti conosciamo da più anni di chi ti parla adesso. Io non voglio assistere al suicidio del centrodestra. Così il premier perde 500mila voti”.
Ribatte Sallusti: “Significa che tu consideri dei deficienti gli elettori di centrodestra, una manica di egoisti irresponsabili che non comprendono quando è il momento di fare sacrifici”.
Uno spettacolo vero, che aumenta il caos e le lacerazioni nella maggioranza, ormai ridotta a una guerra per bande.
Anche giornalistiche.
E quando si tratta di “Libero” e “Giornale” la guerra è soprattutto di copie.
Il conflitto va avanti da undici anni, da quando Feltri portò in edicola “Libero” il 18 luglio del 2000.
Oggi la differenza reale tra i due giornali cugini che si odiano è di circa 50mila copie: 105mila per Belpietro, 155mila per Sallusti.
Entrambi in calo costante, hanno ripreso un po’ di fiato in questa convulsa estate politico-economica ma è il “Giornale” ad avere i nervi più fragili, come dimostra il paragone di Sallusti su Belpietro come Bersani.
Il primo motivo è che l’ultimo ritorno di Feltri da “Libero” non avrebbe portato copie (si sperava almeno in 20-30mila).
Il secondo è legato all’attualità : Belpietro cavalca l’onda della destra anti-manovra mentre il “Giornale” non può farlo.
Lo dimostra anche la schizofrenia di Sallusti e Feltri su Giulio Tremonti: prima la minaccia di un metodo Boffo, poi la difesa del ministro dell’Economia, infine di nuovo gli avvertimenti: “Non è più tempo di primedonne”.
E ieri, per la cronaca, Feltri ha ricordato che l’unico regime italiano a non aver accumulato debito è stato quello di Benito Mussolini.
Per una volta è stato costretto a scrivere la verità .
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Agosto 9th, 2011 Riccardo Fucile
LE VICENDE DEGLI ULTIMI GIORNI DIMOSTRANO CHE IL “PAROLAIO BLU” NON SA PASSARE DALLE CHIACCHIERE AI FATTI CONCRETI… CHE ALLA FINE CI VENGONO IMPOSTI DA ALTRI GOVERNI
Voglio dirlo fuori dai denti: di Silvio Berlusconi non mi fido più.
Qualche anno fa, per indicare il vetero comunista Fausto Bertinotti, avevo inventato il personaggio del Parolaio rosso.
Era un’etichetta beffarda che, purtroppo, oggi si adatta anche al nostro premier. Lui sta dimostrando, ogni giorno di più, di essere un altro parolaio, sia pure di colore diverso: il Parolaio Blu.
Mercoledì 3 agosto, nel discorso alla Camera e al Senato, il Cavaliere aveva garantito al paese che tutto andava per il meglio.
La crisi finanziaria globale non cancellava i fondamentali dell’economia italiana. Inutile darsi da fare.
Bastava restare fermi ad aspettare che la bufera passasse.
Il giorno successivo, giovedì 4 agosto, nell’incontro con le parti sociali, Berlusconi ha intonato la medesima tiritera. Con un corredo di battute surreali: «Le borse? Sono un orologio rotto», «La crisi non si aggraverà , credete a me. Partito da zero, ho 56 mila dipendenti e non sono rincoglionito di colpo», «Se avete dei titoli azionari, non vendeteli, teneteli al sicuro nel cassetto del comò», «Siamo in stallo perchè il governo non ha poteri».
Poi, di colpo, dopo appena ventiquattro ore, la sera di venerdì 5 agosto ecco l’improvvisa conferenza stampa del Cav, di Giulio Tremonti e di Gianni Letta.
Qui viene annunciata una svolta mai accennata prima.
A cominciare dall’anticipo della manovra al 2013 e dall’inserimento nella Costituzione dell’obbligo di tenere in pareggio il bilancio statale.
Nel giro di tre giorni, il Parolaio Blu ha cambiato tutte le carte in tavola.
Informandoci che siamo davvero sul Titanic, come ci aveva avvisato Tremonti nel dibattito sulla finanziaria. E che se non vogliamo affondare, è indispensabile stringere la cinghia.
Per raggiungere il pareggio nel 2013, dovremo prepararci a sopportare nel 2012 una quantità impressionante di tagli e di tasse.
Naturalmente il Cavaliere non ha usato queste parole crude. Berlusconi, ormai lo sappiamo, non ama il dramma.
Predilige un genere teatrale più allegro e giocondo.
Ma nel comportarsi così, fa un torto a se stesso e, soprattutto, agli italiani.
Chi è anziano ricorda che cosa disse agli inglesi Winston Churchill, all’inizio della guerra contro Hitler: «Vi prometto soltanto lacrime e sangue».
I figli di Mamma Italia sono di stomaco più debole dei sudditi di Sua Maestà britannica? Penso di no.
Se la verità che ci aspetta è brutta, perchè il nostro premier insiste a nasconderla?
Sappiamo tutti che la svolta del 5 agosto è arrivata sotto l’urto di richieste perentorie. Venute dalla Banca centrale europea, dalla Germania, dalla Francia e, forse, dagli Stati Uniti. È chiaro che anche loro non si fidano più del governo italiano.
E gli hanno imposto di anticipare la manovra di un anno.
Con tutto quello che ne consegue.
Già , ma che cosa comporterà l’anticipo?
Anche su questo, il Parolaio Blu, invece di spiegare, ha fatto scena muta.
Avrebbe dovuto passare dalle chiacchiere alle previsioni dure. Ma non è stato capace di farlo. Alla fine della conferenza stampa rideva. Ha persino annunciato che lui e Tremonti si sfideranno a duello: «Domani mattina all’alba, dobbiamo soltanto scegliere l’arma».
Nonostante le battute del Parolaio, da oggi in poi qualcuno ci spiegherà che cosa può avvenire nel nostro orribile 2012.
Prima di tutto, ci troveremo di fronte a molti miliardi di nuove tasse, si dice venti o giù di lì.
È facile prevedere che verrà varata un’imposta patrimoniale, sulla quale però c’è ancora il buio più totale.
Riguarderà soltanto i nostri conti correnti, con un prelievo più forte di quello che fece il governo Amato?
Sarà una bastonata secca, commisurata al reddito dichiarato? Investirà anche il patrimonio edilizio dei privati, ossia la casa o le case possedute?
Anche se navighiamo nell’oscurità , su questa probabile imposta una certezza c’è già . Colpirà soprattutto i contribuenti più fedeli, quelli che hanno sempre dichiarato il loro reddito vero, sino all’ultimo euro.
È una tradizione tutta italiana stangare gli onesti e lisciare il pelo ai disonesti. Un sistema balordo che sta per essere messo in atto per il pagamento dei nuovi ticket sanitari.
Volete un esempio? Ecco che cosa hanno deciso i governi di tre regioni rosse, la Toscana, l’Umbria e l’Emilia-Romagna.
A partire da lunedì 8 agosto, la misura del ticket verrà calcolata in base al reddito denunciato nel 740. Sono previste quattro fasce. Per chi sta nella prima, da zero a 36 mila euro all’anno, non è previsto il pagamento di alcun ticket.
Chi si trova nelle successive tre fasce (da 36 a 70 mila euro, da 70 a 100 mila, oltre i 100 mila) dovrà sopportare un ticket via via più alto.
Il governatore toscano, Enrico Rossi, ha dichiarato a Repubblica: «Ci siamo opposti all’ingiustizia del ticket, poi siamo stati obbligati a introdurlo. Ma almeno lo faremo a modo nostro, facendo pagare di più chi ha di più».
Mi sembra un principio sacrosanto, uno dei pilastri della democrazia economica. Che tuttavia presenta una falla assai grande: sono certi, in Toscana e nelle altre due regioni rosse, di sapere con sicurezza chi ha di più?
La domanda è inevitabile data la spaventosa evasione fiscale che affligge l’Italia, anche nelle tre regioni guidate dalla sinistra.
Chi ci garantisce che le categorie fissate a proposito dei ticket corrispondano alla ricchezza reale?
Basta sfogliare le tabelle pubblicate dall’Agenzia delle entrate per rendersi conto che moltissimi commercianti, ristoratori e artigiani dichiarano redditi ben al di sotto dei 36 mila euro lordi all’anno
L’evasore verrà esentato, il contribuente fedele sarà tartassato.
Pazienza, l’asino onesto continuerà a tirare il carro per conto di tutti. E non è improbabile che altre regioni seguano questo esempio.
Sempre sull’accomodante Repubblica del 5 agosto, Vasco Errani, presidente dell’Emilia-Romagna ci ha offerto la seguente rivelazione: «Noi non siamo regioni rosse. Questo è un modo vecchio di leggere la situazione. Noi siamo regioni europee!».
Avanti con i carri, dunque, lungo la strada decisa dall’Europa per noi. La scelta di accelerare la manovra è stata subito approvata dal Terzo Polo, ossia da Casini, Fini e Rutelli. Inoltre, Pier Ferdinando Casini ha rivolto a Bersani, a Di Pietro e a Vendola un saggio ammonimento: «Basta con le inutili litanie sulle dimissioni di Berlusconi».
Il leader dell’Udc ha ragione. Sappiamo tutti che il Cavaliere non lascerà mai Palazzo Chigi di sua volontà .
In fondo è giusto così. Berlusconi è stato eletto dal popolo e soltanto il popolo potrà mandarlo a casa. È un principio di democrazia elementare.
Che tuttavia non obbliga un cittadino ad avere fiducia in lui.
Il sottoscritto, per il poco che vale, non si fida più del Parolaio Blu.
Spero soltanto che Berlusconi si renda conto di stare sull’orlo di un abisso, come tutti noi del resto.
E la smetta di raccontarci la favola di Cappuccetto rosso.
Siamo adulti e vaccinati. La storia ci ha insegnato che il lupo cattivo può vincere, talvolta.
Dio non voglia che accada all’Italia.
Gianpaolo Pansa
(da libero-news)
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Agosto 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO “RESPONSABILE” GUIDA IL FORUM CHE DOVREBBE COMBATTERE GLI ABUSI SUI PRESTITI…MA SI CIRCONDA DI PERSONAGGI CHE HANNO GUAI CON LA LEGGE: CHI E’ ACCUSATO DI SPACCIARSI PER DENTISTA E CHI E’ RITENUTO VICINO AL CLAN DEI CASALESI
Il 29 aprile dello scorso anno, in una sala della Camera dei deputati traboccante di folla, alla presenza di un notaio, nacque il “Forum Antiusura Bancaria”.
Artefice dell’impresa di mettere assieme i dannati del credito e le associazioni che se ne occupavano, fu un onorevole dell’Idv, ancora non noto alle cronache parlamentari: Domenico Scilipoti.
A lui guardano ancora coloro che hanno rapporti di “schiavitù” con gli istituti di credito, sperando che l’unico parlamentare che fino ad oggi ha issato con convinzione la bandiera della “guerra alle banche”, possa riuscire nel difficile compito di creare almeno quello che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annunciò il 5 febbraio scorso, nella prima convention nazionale del Forum.
Vale a dire un dipartimento interministeriale (tra Interno ed Economia) in grado di fornire risposte a piccole e medie imprese o famiglie che siano entrate in pericolosi (e lunghissimi) contenziosi con le banche.
Ci crede ad esempio Emidio Orsini, consigliere del Forum, che è un po’ il simbolo di questo mondo essendo il primo imprenditore in Italia ad essere stato riconosciuto vittima di usura bancaria: “Scilipoti è l’unico che ci aiuta — afferma, ma subito chiarisce — Il sistema del Forum è troppo permeabile e le persone che hanno problemi con il credito sono vittime fin troppo facili per chi voglia approfittarne”.
Pare infatti che sia proprio quello che è successo.
Un anno dopo alcuni tra i 76 fondatori, e gli altri che si sono frattanto aggregati, hanno problemi con la giustizia.
Lorena Sacchi di problemi con la legge ne ebbe nel 2007, quando fu fermata perchè esercitava abusivamente l’attività di dentista.
Si è avvicinata al Forum da subito, con l’associazione Antiracket Antiusura Contro tutte le Mafie.
Nelle scorse settimane vantava di aver peritato attraverso studi a lei vicini oltre mille conti in sei mesi.
Al prezzo di 1500-2000 euro a perizia, parliamo di un giro di oltre un milione e mezzo di euro.
Giuseppe Catapano non c’era all’epoca della nascita dell’associazione, ma per il Forum è stato tra gli organizzatori di convegni in mezza Italia.
à‰ stato arrestato a giugno perchè ritenuto il perno di un’associazione considerata vicina al clan dei Casalesi: in cambio del 15% contante dei debiti accumulati dalle imprese, il gruppo — affermano gli inquirenti — acquisiva aziende decotte nel padovano, le spogliava e le faceva fallire attraverso prestanome (il giro di affari stimato era attorno ai 50 milioni di euro). Catapano al Forum si presentava come il Rettore dell’Università Popolare degli studi di Milano e come presidente dell’Ope, l’Osservatorio Parlamentare Europeo (che nelle istituzioni europee nessuno sa cosa sia).
Come legale dell’Ope si presentava anche Antonello Secchi, “commissario del dipartimento per la giustizia, affari interni e libertà civile dell’Ope”.
Nel marzo di quest’anno, a nome dell’Ope e del Forum presenta ricorso al Tribunale di Verona contro un decreto ingiuntivo di sequestro.
Il tribunale gli rigetta l’istanza perchè “non è procuratore di nessuna delle parti”.
Qualche giorno dopo, ottenuta la procura, ripropone il medesimo appello.
Il giudice anche questa volta chiude le porte alla richiesta: “Non trova alcun fondamento normativo ed è giustificata su elementi di opportunità anzichè su motivazioni giuridiche”.
Ancora.
C’è una querela in corso tra uno dei primi di coloro che si associarono al Forum, Virgilio Mira, e Giuseppe Candotti, che risulta nell’esecutivo dell’associazione. Candotti si sarebbe fatto pagare da un’azienda una parcella di duemila euro per una consulenza fatta dal Mira.
Spiega quest’ultimo: “Quando mandai la fattura me la rispedirono indietro dicendo: ‘Abbiamo già pagato Candotti’”.
Che girino soldi a vagoni attorno al Forum è questione fuori discussione.
Che qualcuno ne abbia approfittato appare evidente dalle cronache.
Ma esistono anche questioni di opportunità quando il rappresentante del Forum è anche avvocato o commercialista (e quindi può avere una pubblicità dall’adesione alla onlus).
E’ il caso di Francesco e Sergio Petrino, padre e figlio, consulenti, spiega Scilipoti, “a titolo gratuito”.
Ma anche di Gennaro Baccile che con la moglie anima l’associazione Sos Utenti. Sul loro sito si legge che “L’istituto creditizio Fineco Prestiti (…) ha selezionato un campione di 40.000 nomi fra i suoi clienti” e li ha iscritti per due anni a Sos Utenti.
L’associazione conta poco più di 40mila iscritti.
Se 40mila sono gli iscritti di una banca (Fineco è Unicredit) come si fa a fare la guerra alla banca?
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
MENTRE DAL PDL ARRIVANO INVITI AD ABBANDONARE FINI PER RITORNARE NELLA CASAMATTA, BOCCHINO NON TROVA DI MEGLIO CHE FARE UN’APERTURA DI CREDITO AL PDL… MA CHE RICOMPOSIZIONE DEL CENTRODESTRA, AFFONDINO NEL LERCIUME IN CUI HANNO RIDOTTO IL CENTRODESTRA ITALIANO
‘Noi di Fli su Berlusconi abbiamo gia’ espresso il nostro giudizio, auspicando un suo
passo indietro. Ma visto che non ha alcuna intenzione di procedere in tale direzione, e considerato pero’ che la nazione vive ore drammatiche, francamente non ci sembra il caso di continuare a litigare’.
A dirlo è il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, in un’ intervista al Corriere della Sera.
‘Dal centrodestra non mi sono mai allontanato. Se intuisco che sull’orizzonte politico di questo paese puo’ esserci una ricomposizione del centrodestra, e’ chiaro che sono interessato’, afferma Bocchino.
Parole che fino a un mese fa, leggendole, avremmo attribuito a Urso o Ronchi, ora vengono pronunciate da un Italo Bocchino che ci auguriamo parli a titolo personale. Comprendiamo il gioco delle parti, ma qua siamo davanti a prese di posizione da bassa cucina politica.
Qualcuno non si rende neanche conto dell’effetto destabilizzante che certe affrettate dichiarazioni possono generare sulla base.
I militanti e gli elettori, se avessero voluto votare o rimanere nel Pdl, non avrebbero indirizzato le proprie simpatie verso Fli: già era insopportabile leggere che “con un passo indietro di Berlusconi” sarebbe stato fattibile un appoggio a un governo Maroni (soggetto che rappresenta l’antitesi delle tesi politiche di Fli), ora che “anche se non si dimettesse il premier” una ricomposizione sarebbe quasi auspicabile.
Ma qua siamo fuori dal seminato, si parla senza interpretare nemmeno il sentimento della base che mai e poi mai accetterebbe un pateracchio vergognoso di questo genere. Allearsi di nuovo con soggetti che hanno passato mesi a costruire dossier taroccati contro esponenti di Fli, che hanno usato la macchina del fango per screditare chiunque si opponesse al regime berlusconiano, individui firmatari di legge devastanti, difensori di deliquenti e condannati, corrotti e corruttori.
Un partito-azienda dove o si obbedisce e si fa carriera o si dissente e si è cacciati fuori (purtroppo come sta accadendo ora anche in Fli, vedi caso genovese).
E’ questo regime che piace a Bocchino?
Il tutto poi nel momento più sbagliato, quando il Pdl è ormai crollato ai minimi storici (il 26%) e tanti cercano una scialuppa per salvarsi dalla nave che affonda.
Si è mai visto gente così cretina che cerca di salire a bordo di un piroscavo che imbarca acqua da tutte le parti e che è destinato a scomparire tra le onde?
Secondo Bocchino “in questo momento cosi’ delicato per il paese credo sia opportuno sederci al tavolo del governo e ragionare insieme. Ci confronteremo in Parlamento, nelle commissioni, gia’ da giovedi’ prossimo”.
Bocchino bolla come ‘fantasie’ l’ipotesi che il suo partito si sia pentito della rottura con Berlusconi.
“Rompemmo per tre motivi. Uno: chiedevamo un coordinatore unico, e con Alfano ci siamo arrivati, sia pure in ritardo. Due: chiedevamo che in politica economica non fosse dispensato un ottuso ottimismo ma si raccontasse la verita’, come alla fine – osserva – sta accadendo. Tre: segnalavamo un appiattimento sulla Lega, problema che anche nel Pdl comincia ad emergere’.
In conclusione, spiega Bocchino, ‘Fini chiedeva tre cose, e tre cose, mi sembra, sono politicamente accadute”.
Ovvero dovremmo fare salti di gioia perchè Angelino Jolie, ovvero il nulla, è diventato segretario di un (altro) partito.
Dovremmo gioire che sui conti pubblici il Pdl ha trascinato il Paese nella bratta, ma dato che ora lo riconosce (e non è vero nemmeno questo, tra l’altro), il problema sarebbe risolto.
Il Pdl era appiattito sulla Lega e solo ora il concetto emerge?
Ma se ancora pochi giorni fa hanno permesso ai cialtroni padani persino di farsi le sedi ministeriali patacca a Monza, se hanno fatto passare una norma della Lega sui rimpatri che grida vergogna e sarà bocciata dalla Ue, se ogni giorno continuano a subire i ricatti di Bossi: semmai è evidente che sta emergendo il contrario di quanto sostenuto da Bocchino.
Ma che film sta vedendo?
Dove è finita la costruzione di un Terzo polo alternativo al Pdl che ridia credibilità al centrodestra italiano?
O qualcuno vorrebbe forse ripercorrere la penosa strada della tanto criticata Santanchè che quando stava con Storace parlava del premier in termini spregiativi e poi è tornata nel Pdl con il suono delle fanfare?
E ancora: come si fa a ridurre il progetto politico di Fini illustrato nel programma all’ottenimento di quei “tre grandi risultati” indicati da Bocchino?
Ma esiste in Fli qualcuno, politicamente e ideologicamente fermo sui principi, in grado di andare avanti per la strada indicata senza sbandare ogni momento per scopi non chiari a nessuno?
Altro che salire a bordo del Titanic, sparategli tre cannonate per allargare le falle: solo così potrà rinascere la destra italiana.
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Agosto 6th, 2011 Riccardo Fucile
I GENERALI CONTRO IL MINISTRO DELLA DIFESA: “LA CAMICIA AZZURRINA E IL MAGLIONE NON SONO IDONEI”
Appena il tempo di difendersi dal missile libico che subito dopo Ignazio La Russa ha dovuto subire l’attacco dei «suoi» militari.
Per una questione puramente formale.
Ma per l’Aeronautica militare in questo caso la forma diventa sostanza, tanto da strigliare il ministro della Difesa per il suo abbigliamento «inadeguato alle circostanze», esibito in occasione di importanti cerimonie militari.
La lettera inviata da un’associazione di ufficiali al titolare del dicastero suona come una vera e propria bacchettata.
«Ill.mo Sig. Ministro», inizia così il severo messaggio vergato dal Consigliere nazionale «Associazione nazionale ufficiali Aeronautica militare», generale Giuseppe Lenzi, e inviata al ministro della Difesa La Russa e, per conoscenza, ai generali comandanti di Brigata Julia e Folgore, con la quale si stigmatizza l’abbigliamento «inidoneo» usato dal ministro in occasione di cerimonie militari dall’alto valore simbolico.
«La Sua camicia azzurrina – si legge nella lettera pubblicata sul sito GrNet.it- , sportivamente slacciata, ed il Suo scuro maglioncino a “V” (oltre ai pantaloni troppo abbondantemente ricadenti sui talloni), certamente appropriati per presenziare ad una cerimonia di scambio di gagliardetti fra bocciofile, non hanno conferito, all’evento in fieri, quell’importanza ch’esso si proponeva di raffigurare».
«Lo sventolio del nostro amato Tricolore, ai venti delle terre straniere, lontano dagli affetti e dal caldo tepore della Madre Patria, costituisce profondo motivo per indurre gli animi di “noi” militari a patire ogni contingente asprezza e tener alto il senso del dovere e dell’onore. Ed è per onorare quel vessillo che il Caporal. Magg. Capo Gaetano Tuccillo, da Lei accolto oggi al suo rientro in Patria avvolto in un identico Tricolore, ha donato la sua vita all’Italia».
«Ed è per onorare quel vessillo (che, purtroppo, elevati ed inqualificabili esponenti di fede politica contigua alla Sua userebbero per nettarsi…) – prosegue la lettera – che La prego di voler conferire, alle cerimonie militari cui parteciperà , quell’austerità , anche formale, che, nelle polveri afghane, Ella ha involontariamente offuscato».
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Agosto 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL PDL PERDE L’ENNESIMO PEZZO, QUELLO SARDO: IL PRESIDENTE DELLA REGIONE, D’INTESA CON BEPPE PISANU, RICONSEGNA LA TESSERA AD ALFANO
Come in una mischia dove l’obiettivo è dimostrare chi ringhia più forte e l’unica regola
è quella che non ci sono regole, il Popolo delle libertà perde l’ennesimo pezzo di casa Berlusconi, quello della Sardegna, ghiotta porzione elettorale che il premier, già dieci anni fa, aveva ribattezzato “il laboratorio del centrodestra” e che oggi amplifica quello che avviene in tutte le sedi con toni sussurrati e che si traduce col verbo ricollocarsi prima che frani la montagna.
I protagonisti della casa del ricollocamento si chiamano Beppe Pisanu e Ugo Cappellacci, governatore della Regione, prodotto cresciuto dal nulla nelle mani del premier, meritevole, soprattutto, di essere figlio di uno dei tanti commercialisti della galassia Berlusconi.
Due protagonisti e una guerriglia che si chiama Tirrenia, l’ultima compagnia di navigazione battente bandiera statale e privatizzata da Altero Matteoli che, escludendo dal tavolo proprio la Sardegna, ha provocato — e sapeva bene che sarebbe accaduto o comunque è difficile ipotizzare il contrario — un terremoto senza precedenti.
Risultato finale è stato che Cappellacci, seguito da una ventina di consiglieri regionali, ha restituito ieri nelle mani di Angelino Alfano la tessera del Pdl (virtualmente, il partito di Berlusconi non ha mai stampato tessere) e cerca, assieme a Pisanu, di mettere in piedi qualcosa che dovrebbe portare il nome di partito dei sardi, o giù di lì, lasciando a piedi Berlusconi che della Sardegna aveva fatto la sede di un governo balneare.
Parola d’ordine: ricollocarsi.
Non è un mistero che Matteoli, orgogliosamente ex missino, in questo governo ci stia stretto da un pezzo.
Più di una volta, nei corridoi, ha sussurrato la necessità di ripartire senza più contare su Berlusconi e il berlusconismo.
E il suo rinnovamento non passava, e non passa certo, per il partito in mano ad Angelino Alfano.
Così, alla prima occasione, Matteoli ha fatto capire di che pasta è fatto.
Un piano neppure troppo macchinoso: escludere, con un colpo di mano, la Regione Sardegna dalla cordata che si è impossessata della Tirrenia, e affidarla a un trio di armatori che si chiamano Gianluigi Aponte, Manuel Grimaldi e Vincenzo Onorato, che di sardo non hanno nulla se non già le navi che portano su e giù i turisti dall’isola.
Lasciando spazi aperti a una battaglia, dal punto di vista legale, che si preannuncia infinita e rischia di mettere a rischio una delle ultime grandi privatizzazioni.
La Sardegna, intesa come Regione, secondo l’interpretazione della flotta di avvocati già al lavoro, aveva pieno diritto di entrare nell’azionariato; secondo Matteoli, che a fare la guerra ha inviato l’amministratore straordinario della compagnia Giancarlo D’Andrea, assolutamente no.
Se la vedranno in tribunale e all’Antitrust dell’Ue.
Per ora la mossa ha avuto l’effetto di sgretolare il centrodestra nel laboratorio Sardegna. Cappellacci è riuscito a portare dalla sua parte un gruppo consistente di ex berlusconiani sardi, ma soprattutto si è coperto le spalle grazie a Pisanu, vecchio navigante democristiano che non ha bisogno di nessun bollettino meteorologico per capire da che parte soffierà il vento.
“Non possiamo permettere che una parte del governo remi contro la Sardegna”, ha detto al termine di una lunga riunione col giovane Alfano il grande manovratore e alleato inaspettato di Cappellacci.
La partita Tirrenia e il tracollo del turismo sardo. Le trattative andavano avanti da mesi.
E Cappellacci, il governatore sardo, a quel tavolo c’era stato sempre a pieno titolo, anche e soprattutto in virtù delle leggi che tutelano l’autonomia e lo statuto speciale della Sardegna. La Regione aveva tutti gli interessi per entrare nell’azionariato e far sentire il suo peso. Un’esigenza dovuta alla sopravvivenza: l’unica industria rimasta è quella del turismo e quest’anno, grazie agli aumenti dei signori Grimaldi e Onorato, giustificati, la stagione chiuderà con un meno 30 per cento.
L’obiettivo di Cappellacci (già alle prese con l’azzeramento della giunta stabilito dal Tar per il mancato rispetto delle quote rosa) è rimanere dov’è, sulla poltrona di governatore e giocarsi la prossima partita elettorale.
Matteoli, con la mossa Tirrenia (ma ci sono altre partite aperte in Sardegna come quella delle entrate e dei fondi per le grandi opere, come l’arteria Sassari-Olbia) lo ha messo con le spalle al muro e l’unica via d’uscita era quella di mettersi contro il governo.
“Una scelta meditata e lucida”, ha detto Cappellacci nel riconsegnare (sempre virtualmente) la tessera del partito ad Alfano. “Abbiamo ricevuto rassicurazioni da lui e da Matteoli”, ha detto, ma è determinato a ottenere quello che chiede e dei tavoli, visto che la Tirrenia è ormai in mani private, se ne fa di poco.
In un’intervista due giorni fa alla Nuova Sardegna se l’è presa anche col suo diretto superiore, Berlusconi: “Se è così legato alla Sardegna come dice è arrivato il momento di dimostrarlo coi fatti. A partire da una nuova convenzione con la Tirrenia”.
Vincenzo Onorato, presidente della Moby Lines, pezzo forte della cordata che ha rilevato Tirrenia e denominata Compagnia italiana di navigazione, non è tipo da preoccuparsi di fronte a scogli difficili: “Cappellacci ha sbagliato tutto”, dice, “ma soprattutto non ha capito una cosa e cioè che la convenzione tra Stato e Cin è blindatissima, soprattutto su tariffe, rotte e frequenze. L’acquirente non può toccare nulla. Per otto anni ci sono limiti che non devono preoccupare. Abbiamo contro tutti, emigrati, camionisti, industriali, amministratori e sindacati? E’ il frutto di una campagna demagogica. Se le tariffe dei traghetti sono aumentate è perchè il prezzo dei carburanti è aumentato”.
Renato Soru: il grande assente è tornato a fare capolino.
Il predecessore di Cappellacci, proprietario di Tiscali ed editore dell’Unità , l’uomo che dovrebbe essere sulla carta il principale oppositore del governo sardo, si è rivisto adesso. Giusto in questi giorni, perchè nei mesi scorsi non ha fatto un’opposizione memorabile.
La prima cosa che ha fatto in fretta e furia e in vista delle elezioni, è stata quella di mettere in piedi un altro quotidiano regionale (sfida difficile quella al duopolio Nuova Sardegna e Unione Sarda) e affidarlo nelle mani di un solido professionista come Giovanni Maria Bellu, ex condirettore dell’Unità firmata Concita De Gregorio.
Una manovra, quella dell’apertura di Sardegna 24, che secondo i detrattori di uno degli uomini più ricchi dell’isola, avrebbe uno scopo elettorale.
Ma soprattutto, dopo due anni di assenza, si è deciso a ristabilire buoni rapporti col Pd della Sardegna e aspettare le elezioni.
Cappellacci, nel 2009, ha vinto perchè Berlusconi gli ha tirato la volata.
Oggi, col Pdl a pezzi e il suo leader sul viale del tramonto, ha capito che, se dovesse essere lui il candidato, forse può rimediare alla batosta presa due anni e mezzo fa.
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Agosto 5th, 2011 Riccardo Fucile
FRANCESCO PUGLIANO COINVOLTO NELL’INDAGINE SULLO SMALTIMENTO PER LA DISCARICA DI CATANZARO CHE HA PORTATO AL SEQUESTRO DI 90 MILIONI DI EURO
L’assessore regionale calabrese all’ambiente, Francesco Pugliano, è indagato nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di finanza che ha portato al sequestro di 90 milioni di euro nei confronti di imprenditori e dei vertici dell’ufficio del commissario per l’emergenza ambientale.
Nell’inchiesta oltre a Pugliano, che è indagato in qualità di ex sub commissario delegato per l’emergenza ambientale, è coinvolto anche l’attuale commissario per l’emergenza ambientale in Calabria, Graziano Melandri
In particolare l’accusa contesta a Pugliano di aver emesso una serie di ordinanze con le quali ha liquidato alla società Enertech, che gestisce la discarica di Alli di Catanzaro, la somma complessiva di 1 milione e 642 mila euro.
La società avrebbe incassato i fondi pur non avendo alcuna competenza per la gestione della discarica.
La Enertech, secondo l’accusa, era una delle società costituite per consentire evadere le imposte.
Al commissario per l’emergenza ambientale della Calabria, Graziano Melandri, viene contestato di aver emesso quattro ordinanze con le quali ha liquidato sempre alla società Enertech la somma complessiva di 1 milione e 335 mila euro.
Nell’inchiesta è coinvolto anche un funzionario dell’Ufficio del commissario per l’emergenza ambientale, Domenico Richichi.
A quest’ultimo la procura contesta, nella qualità di responsabile unico del procedimento della gestione della discarica di Alli (Catanzaro), di aver proposto l’adozione delle ordinanze firmate da Pugliano e Melandri.
I tre imprenditori coinvolti nelle indagini sono Stefano Gavioli, 64 anni, di Treviso; Loris Zerbin 50 anni, di Campolongo Maggiore (Venezia) e Giovanni Faggiano, 52 anni, di Brindisi.
L’accusa sostiene che i tre imprenditori hanno costituito una serie di società attraverso le quali evadevano il pagamento delle imposte.
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Agosto 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA CAMERA NEGA L’AUTORIZZAZIONE A POTER UTILIZZARE LE CONVERSAZIONI TRA VERDINI E IL COSTRUTTORE FUSI, INTERCETTATE DAGLI INQUIRENTI…IL COORDINATORE DEL PDL CON LA SOLITA MODESTIA: “NON MI DISTRUGGE NESSUNO”… CONCESSA QUELLA PER MILANESE SU SUA RICHIESTA
Via libera della Camera all’autorizzazione all’apertura delle cassette di sicurezza e ai tabulati telefonici del deputato Pdl Marco Milanese.
Disco rosso, con il voto del centrodestra, per il coordinatore del Pdl Denis Verdini chiamato in causa nell’inchiesta per il G8. I pm non potranno utilizzare le conversazioni (una del 26 maggio 2009 e due del 17 giugno 2009), tra il coordinatore del Pdl e l’imprenditore Carlo Fusi.
Milanese.
Per l’ex consigliere politico del ministro Giulio Tremonti erano arrivate due richieste dai pm napoletani nell’ambito dell’indagine sulla P4 per la quale è stato chiesto anche l’arresto del parlamentare.
A favore dell’autorizzazione all’uso dei tabulati si sono espressi 538 deputati mentre in 28 si sono opposti.
A favore dell’apertura delle cassette, invece, i sì sono stati 545 e i no 23.
Milanese, presente in Aula, si difende: “Sono schiacciato dal vento della calunnia, io sono innocente e nessuno di questi fatti è vero e ho un solo modo per dimostrarlo al più presto, di liberami dall’onta che mi sovrasta: che le indagini proseguano e vadano a compimento nel più breve tempo possibile”.
Semivuoti i banchi del governo, occupati solo dalle ministre Pdl (Carfagna, Prestigiacomo, Meloni) e dai ministri Romani e Rotondi.
Verdini.
Poco dopo la Camera ha respinto, con il voto dei deputati della maggioranza di centrodestra, la richiesta dei magistrati che indagano sugli appalti per la ricostruzione post terremoto in Abruzzo di poter utilizzare le intercettazioni nei confronti del coordinatore del Pdl Denis Verdini.
I voti a favore sono stati 301 e 278 quelli contrari (Verdini non ha votato), vanificando la mobilitazione dell’opposizione e in particolare del Pd, presente in Aula quasi al completo.
“Io sono abbastanza forte e non mi distrugge nessuno – dice Verdini – ma bisogna preoccuparsi del futuro, perchè è da tempo che con questo sistema di intercettazioni viene sputtanata troppa gente…”.
Secco Antonio Di Pietro: “Votare ‘no’ significa far passare un principio assolutamente aberrante: chiunque parlerà con un parlamentare non potrà mai essere ‘controllato'”.
Da segnalare il ritorno all’ovile della Lega che è passata dalla linea dell’arresto per Papa allo scodinzolare di nuovo al Pdl, impedendo ai magistrati che indagano sulla P4, di poter utiizzare le intercettazioni che riportano le affermazioni di Verdini.
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Agosto 2nd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI RISPONDERA’ IN PARLAMENTO SULLA CRISI DEI MERCATI….TREMONTI E BOSSI FURIBONDI: “UN SUICIDIO POLITICO”… SACCONI POSSIBILE SOSTITUTO PER L’ECONOMIA
Alla fine, obtorto collo, il Cavaliere si è convinto a tornare in Parlamento prima delle
ferie. “Perchè Tremonti è talmente debole – ha spiegato motivando il suo cambio di linea – che sono costretto a prendere io stesso la situazione in mano”.
Sono stati i “giovani turchi” del Pdl – Alfano, Romani, Fitto, Sacconi, Frattini – a prevalere, a convincerlo che non era nemmeno pensabile che il governo stesse zitto mentre l’Italia è vittima di una gigantesca ondata di sfiducia.
Un immobilismo che avrebbe dato ulteriori motivazioni a chi lavora per un governo tecnico che scalzi il centrodestra.
Alfano & Co. si sono imposti anche contro il parere di quanti, come Letta e Bonaiuti, temevano (temono) un terribile “effetto boomerang” contro il premier se, nonostante l’intervento di Berlusconi, la Borsa continuerà a scendere e lo spread con i Bund tedeschi frantumerà nuovi record dopo quello di ieri (354 punti, mai successo prima d’ora).
“A quel punto – ragiona sconsolato uno che ha lavorato fino all’ultimo perchè il premier restasse ad Arcore – sarà come se Berlusconi si fosse disegnato da solo un bersaglio sulla schiena”.
Ma il più contrario di tutti al dibattito parlamentare era proprio Giulio Tremonti. All’ora di colazione ieri a via Bellerio il ministro dell’Economia è in riunione con Umberto Bossi e Roberto Calderoli.
Quello stesso Calderoli che, un paio d’ore prima, ha dichiarato in tv che “Berlusconi alle Camere adesso sarebbe poco credibile”.
Quando le agenzie battono la notizia che il premier ha deciso di intervenire, i tre si guardano increduli.
Nessuno li ha avvisati, nessuno si è soprattutto premurato di avvertire Tremonti.
Berlusconi, come dice un suo collaboratore, sta scrivendo addirittura un “discorso sullo stato dell’Unione” e non ne informa prima il titolare dell’Economia.
Partono immediate le telefonate ad Arcore. Bossi è lapidario: “Silvio, stai facendo una cazzata”.
Tremonti è gelido: “Così diventa un suicidio politico, ti stai mettendo da solo la testa nel cappio. E se le cose vanno male sui mercati a chi daranno la colpa? Indovina un po’?”.
Niente da fare, la decisione è presa.
Compresa quella di sbloccare investimenti al Cipe per sette miliardi di euro.
Un’altra scelta che Tremonti non avrebbe condiviso.
Così nel governo, in questa tempesta finanziaria, si va affacciando un nuovo equilibrio. La debolezza di Tremonti ha ieri incoraggiato Berlusconi a seguire la strada del “ci metto la faccia io”, anche se non sono previsti annunci clamorosi o nuovi tagli.
Di fatto si tratta di un commissariamento “soft” del ministro dell’Economia, preparato e incoraggiato da tutti i ministri del Pdl, che mandano avanti il premier a sostenere l’impatto mediatico dell’operazione.
E già s’intravede il possibile sostituto, l’uomo che in queste ore sta emergendo come protagonista sia con le parti sociali che sui giornali: Maurizio Sacconi.
Forte dei suoi rapporti con il Vaticano e della rete costruita con Cisl, Uil e Confindustria, il ministro del Lavoro è il vero regista dell’operazione.
Non si tratta di cacciare Tremonti, ma di operare come se non ci fosse più. “Se poi vorrà andarsene – spiega uno dei “congiurati” – sarà stata una scelta sua, nessuno glielo chiederà . Ma si è visto che non è lui il garante della stabilità , visto che la sua presenza al governo non scongiura affatto l’attacco speculativo contro l’Italia”.
Il discorso del premier in Parlamento.
Ci stanno lavorando in molti, ma il premier ha già anticipato in via riservata che “non c’è da aspettarsi grandi annunci”.
Anche perchè il capo del governo continua a non dirsi “preoccupato”, nonostante quello che sta accadendo in Borsa.
Dirà quindi che “i fondamentali del paese – dall’export agli ordinativi industriali, dalla patrimonializzazione delle banche all’occupazione giovanile – sono tutti positivi.
E comunque migliori rispetto a molti altri paesi europei”.
Quanto al famoso taglio delle province, invocato da più parti, per Berlusconi si tratta di un falso problema: “I servizi li dovremmo comunque spostare alle regioni e i risparmi sarebbero insignificanti”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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