GENERALE DIETRO LA COLLINA! DA VANNACCI A CARMELO BURGIO, CANDIDATO SINDACO A MILANO, GLI ITALIANI TORNANO AD AMARE LE STELLETTE, IL MODELLO “LAW AND ORDER” E L’UOMO FORTE, MA LA STORIA È LASTRICATA DI DELUSIONI.DA LA MARMORA A BADOGLIO, IL MILITARE IN POLITICA NON HA MAI SCALDATO I CUORI, ANZI IL RISULTATO E’ STATO SPESSO UNA…CAPORETTO
ALBERTO MATTIOLI: “DICEVA CLEMENCEAU CHE LA GUERRA È UNA COSA TROPPO SERIA PER LASCIARLA FARE AI GENERALI. FIGURIAMOCI LA POLITICA…”
I generali piacciono. A parte il generalissimo che va fortissimo, piccoli vannacci crescono
ovunque, al netto delle indagini della magistratura militare. Quindi è già annunciato un altro generale, ma almeno in pensione, Carmelo Burgio, come candidato a sindaco di Milano, anche con annunci di “rastrellamenti”, prassi cui si credeva di avere già dato a sufficienza nel 1944.
L’aspetto curioso è che nella pubblica opinione, almeno una parte e forse non la più smaliziata, sembra passata l’idea che affidare la gestione della cosa pubblica ai soldati sia una garanzia di efficienza.
Sarà la sempre latente nostalgia dell’uomo e delle maniere forti, la disciplina delle caserme come modello di ‘law and order’ nelle strade, pare scontato che per risolvere i nostri problemi di criminalità micro e macro, spaccio, maranzaggine e altre sventure la cosa migliore sia mettere tutto nelle mani i generali (ci sarebbero poi da governare anche l’economia, la cultura, la politica estera e così via, ma sono quisquilie e pinzillacchere, come diceva Totò).
E tuttavia basta una conoscenza anche superficiale della storia patria per sapere che non è così, e che il Paese è abbonato alle brutte figure belliche.
Per carità, non è vero che gli italiani non si battono, ma è verissimo che spesso i nostri siano stati eserciti di leoni comandati da asini. Qui soccorre una vecchia battuta: per forza che i generali sono così scarsi, li scelgono fra i colonnelli. Ma anche gli ammiragli non sono andati molto meglio.
Breve recap, allora. Dopo l’Unità, la prima guerra che facciamo è la Terza d’indipendenza (1866): esercito sconfitto a Custoza, marina a Lissa. Nel ’70, la presa di Roma è una passeggiata. Nel ’96, Adua.
Nel 1911, Libia: abbastanza bene la marina, male l’esercito, con considerazioni di Giovanni Giolitti molto simili a quelle che state leggendo. Nel ’15-18, l’unica guerra effettivamente vinta dall’Italia, i soldati combattono con valore e spesso con eroismo, ma non è che i comandi, da Cadorna in giù, brillino per perspicacia.
Sempre meglio la Prima che la Seconda guerra mondiale, comunque: disastri a getto continuo, in Africa, in Grecia, nei Balcani, in Russia, in Sicilia, per terra, cielo e mare. Poi per fortuna sono seguiti ottant’anni abbondanti di pace che si devono principalmente a quelle istituzioni, come la Nato e l’Europa, che i sovranisti fai-da-te, con stellette o senza, schifano. Ma, si dirà, Vannacci and friends non devono fare la guerra (speriamo, almeno), ma la politica.
Non è però che ogni volta che è stata appaltata ai militari siano stati capolavori. Nel 1866, Lamarmora non fu un disastro soltanto come generalissimo, ma anche come primo ministro negoziatore, costringendo l’Italia a fare una guerra e delle figuracce che avrebbe potuto benissimo evitare.
A proposito di ordine pubblico e di Milano, i cannoneggiatori di fine Ottocento tipo Fiorenzo Bava Beccaris non hanno lasciato un buon ricordo. Quando a Badoglio, non contento del disastro di Caporetto, replicò con quell’altro capolavoro al contrario dell’8 settembre 1943, quando tutta la vicenda dell’armistizio fu condotta come peggio non si sarebbe potuto. Morale: diceva Clemenceau che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali. Figuriamoci la politica.
(da quotidiano.net)
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