IL DIVORZIO TRA BEATRICE VENEZI E LA FENICE FINISCE A CARTE BOLLATE: LA “BACCHETTA NERA” MELONIANA CHE DA BUONA PATRIOTA HA LA RESIDENZA FISCALE IN SVIZZERA , “PRONTA METTERE IN CAMPO UN POOL DI LEGALI PER GESTIRE LA ROTTURA CON IL TEATRO “
DALLA FENICE FANNO SAPERE CHE AGLI ATTI “C’È SOLO UN PRECONTRATTO FIRMATO DA VENEZI CHE NON È VALIDO PERCHÉ MANCANTE DELLA CONTROFIRMA DEL SOVRINTENDENTE”
Fiato alle carte bollate. Il divorzio tra Beatrice Venezi e La Fenice rischia di finire in
tribunale. Il «direttore d’orchestra» si è rivolto a un pool di avvocati composto da esperti di diritto del lavoro per gestire la rottura con il teatro.
La vertenza è all’orizzonte. Da Los Angeles, Venezi fa sapere che il suo licenziamento «andrà comunque chiarito nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno».
Il 23 aprile l’artista ha ricevuto a Lugano, dove ha la residenza fiscale, la lettera formale di risoluzione della nomina.
Dalla Fenice fanno sapere che agli atti «c’è solo un precontratto firmato da Venezi che non è valido perché mancante della controfirma del sovrintendente». L’accordo economico prevedeva un fisso di 40 mila euro all’anno, più 8 mila euro circa a spettacolo diretto
Intanto, in un volteggiare di bacchetta, cambia la linea del governo e di Fratelli d’Italia: l’allontanamento di Venezi dalla Fenice è stata una scelta «autonoma e insindacabile» del sovrintendente Nicola Colabianchi. Giorgia Meloni tiene a smentire i retroscena sul suo via libera all’operazione defenestramento; FdI con Augusta Montaruli difende «l’autonomia» della Fondazione veneziana; il ministro della Cultura Alessandro Giuli fa un passetto di lato. E in una nota dice: ha deciso tutto il sovrintendente, anche se ha condiviso la mossa con me.
La virata avviene dopo la ricostruzione del Corriere perché in contemporanea a destra succede una cosa interessante: l’opinione pubblica, a partire da diversi giornalisti d’area molto seguiti sui social, difende Venezi e critica l’esecutivo guidato da Meloni. Hoara Borselli, per esempio, dice che «le fa orrore che il nostro governo non l’abbia in nessun modo difesa né tutelata: è un precedente gravissimo».
In tarda mattinata prima che esca una nota di Palazzo Chigi — nella quale si ribadisce che «il presidente del Consiglio non è stato coinvolto in alcun modo» — a via della Scrofa iniziano a suonare mille campanelli all’impazzata. È il fantasma dell’opera chiamato consenso. «Il nostro popolo non la capisce questa storia: rischiamo di dar ragione alla sinistra che ha fatto la guerra a Beatrice perché è di destra».§I veleni continuano però a schizzare la Serenissima, e non c’è Mose che tenga. C’è chi fa notare che Venezi avrebbe pagato «anche» la solidarietà e la vicinanza nei confronti di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, in rotta con il ministro Giuli e con Palazzo Chigi per la storia del padiglione russo
Tiri destri e maldestri? Colabianchi, da sempre vicino a FdI e prima ad An, è accusato di favorire la moglie Alessandra Di Giorgio, un soprano di fama internazionale. Sovrintendente è così? «Falso, non ha mai lavorato con la Fenice». Ma quanta politica c’è in questa storia di Venezi? «Io non parlo con la politica». Sipario.
(da Corriere della Sera)
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