NON SI PUO’ CONTINUARE A RIMANDARE IL PROBLEMA: I CONTINUI RICATTI DI ORBAN RICHIEDONO UNA RISPOSTA FERMA
NECESSITANO MECCANISMI LEGALI CE SOSTENGANO SIA I VALORI EUROPEI CHE COLORO CHE SOFFRONO SOTTO IL REGIME
David Koranyi è presidente di Action for Democracy, un
movimento globale senza scopo di lucro a favore della democrazia. In precedenza è stato sottosegretario di Stato e capo per la politica estera e consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro della Repubblica d’Ungheria, Gordon Bajnai, e consigliere senior per la diplomazia cittadina di Gergely Karácsony, il sindaco di Budapest.
Il primo ministro ungherese da tempo mette alla prova i limiti dell’UE e della NATO. La sua tattica nei vari Consigli Europei e il deliberato ritardo dell’approvazione di un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di euro all’Ucraina hanno frustrato i leader dell’UE e lo hanno lasciato isolato. La sua inspiegabile ostinazione contro l’adesione della Svezia alla NATO non ha alcun senso e l’Ungheria è l’ultimo Stato membro che deve ancora ratificare la richiesta di Stoccolma, nonostante innumerevoli rassicurazioni che vanno nel senso opposto.
Il suo comportamento su ogni dossier è stato meschino nella migliore delle ipotesi, sinistro nella peggiore e lascia intendere una notevole influenza da parte del Cremlino. E non è il primo caso di intransigenza a favore degli interessi russi che Orbán adotta sulla scena internazionale. Negli ultimi due anni, infatti, il premier ungherese è rimasto a bordocampo e ha minacciato di bloccare le sanzioni europee contro la Russia e i principali alleati di Putin.
Ha messo alla prova più volte la pazienza dei suoi alleati europei e, peggio ancora, si è disallineato dal blocco UE, legando direttamente l’Ungheria all’energia russa e dando voce alla propaganda del Cremlino. In ogni fase, le sue mosse hanno violato il consenso europeo e quello transatlantico, manipolando il processo decisionale del blocco e minando gli interessi di sicurezza collettivi dell’Occidente.
Alcuni hanno suggerito che l’autoproclamato “combattente di strada” sia ubriaco di potere, avendo ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni parlamentari del Paese nel 2022. In un contesto di un’opposizione politica fratturata e di riforme interne che favoriscono il partito Fidesz di Orbán, è corretto affermare che ora il primo Ministro può fare come vuole, senza ripercussioni. Con un ego esagerato, Orbán ha affrontato gli impegni con l’UE con una visione smisurata della propria importanza: l’attacco a Bruxelles è ormai una routine, e la politica dell’UE viene abitualmente etichettata come una “parodia”. Eppure è Orbán ad essere solo in Europa, non gli altri Paesi membri.
Per più di un decennio, l’UE si è distinta nel ritardare l’azione contro il comportamento sempre più autocratico di Orbán. Ma, in tempo di guerra, la minaccia posta da Orbán sta diventando insostenibile e pericolosa per la sopravvivenza stessa dell’UE. L’Europa non dovrebbe più cedere al ricatto di Orbán, ha gli strumenti per farlo. È ora di smettere di far andare il mondo alla rovescia.
Questa settimana, in un altro confronto, Orbán ha finalmente ceduto nella sua opposizione al pacchetto finanziario per l’Ucraina. Nonostante la sua grandiosità, ha dovuto rinunciare praticamente a tutte le sue richieste: alla sua futura richiesta di diritto di veto, optando per una relazione annuale più sensata e un dibattito tra i leader sull’attuazione del pacchetto di aiuti.
Il leader ungherese ha ottenuto una revisione, inizialmente preoccupante, delle conclusioni del 2020 della Commissione Europea sulla conformità degli Stati membri allo stato di diritto dell’UE. Questa nuova “garanzia”, su come lo Stato di diritto dovrebbe essere valutato dalla Commissione Europea, afferma ora che tutto il lavoro dovrebbe essere svolto in “maniera equa e obiettiva”, e lascia aperta l’accusa che, fino ad oggi, la Commissione non abbia agito in buona fede.
Dobbiamo sperare che si tratti solo di un altro esempio di creatività verbale da parte dell’UE, e non di un ammorbidimento delle regole precedentemente accettate. Dovrebbe essere spiegato a Orbán che con la sua tattica ricattatoria non può ottenere ulteriori concessioni né compromessi machiavellici, ma solo maggiori punizioni. Il meccanismo di condizionalità dovrebbe essere applicato rigorosamente, subordinando qualsiasi erogazione di fondi UE non solo agli impegni sulla carta, ma soprattutto alle riforme effettive.
Aspettare di vedere se le riforme giudiziarie formalmente adottate, che Orbán ha accettato con riluttanza per sbloccare i fondi UE congelati, saranno implementate, sarebbe un buon inizio. Queste misure mirano a rafforzare l’indipendenza dei giudici, aumentando i poteri del National Judicial Council e riformando il funzionamento della Corte suprema, al fine di limitare i rischi di influenza politica.
La revoca della Sovereignty Protection Law, recentemente adottata e ispirata da Putin, dovrebbe essere un’altra richiesta fondamentale. Nel frattempo, i fondi dell’UE dovrebbero essere convogliati direttamente al popolo, alle imprese e alle amministrazioni comunali ungheresi. Aggirare il governo di Orbán potrebbe privarlo della sua capacità di dipingere sé stesso e l’Ungheria come vittime. Infine, dovrebbe essere concretamente presa in considerazione la possibilità del ricorso all’articolo 7, che priverebbe Orbán dei suoi diritti di voto.
Il continuo comportamento divisivo di Orbán e il totale disprezzo dei valori dell’UE devono essere affrontati con un’azione ferma, sia a beneficio dell’Europa che dei Comuni ungheresi, che stanno assistendo al crollo della democrazia e delle alleanze internazionali. Non si può continuare a rimandare il problema: il ricatto di Orbán richiede una risposta ferma, attraverso meccanismi legali che sostengano i valori dell’UE e coloro che soffrono sotto il regime di Orbán. Tutto questo è nell’interesse sia europeo che nazionale ungherese.
(da agenzie)
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