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BASTA POLITICA DEL “MA ANCHE”. PER CONQUISTARE I GIOVANI L’OPPOSIZIONE DEVE SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISULTATO REFERENDARIO CONTIENE MESSAGGI CHIARI

Meloni e la destra estrema che governa il Paese nel breve volgere di un lunedì di marzo si sono trovati ad affrontare una condizione che rappresenta il loro peggiore incubo. Finire come Matteo Renzi che, dopo la batosta referendaria si ritrovò con un partito che precipitò dal 30 al 18 per cento. Meloni sa perfettamente cosa rischia e per questo è palesemente nel panico e il panico, si sa, è sempre un pessimo consigliere. Ha tentato di correre ai ripari tagliando tre teste.
I giornali d’apparato stamattina puntano tutti sul repulisti, a sottolineare la purezza della leader che caccia i mercanti dal Tempio, riproponendo l’adagio del Ventennio che, di fronte alle nefandezze e le incapacità del regime rantolava: “se lo sapesse il Duce”. Meloni si è ritrovata al centro di una tempesta perfetta: la sconfitta pesante al referendum arriva dopo tre anni di promesse totalmente non mantenute, che hanno piano piano fatto infuriare il suo elettorato e si pianta come un chiodo in una congiuntura drammatica acuita dalla guerra in Medio Oriente, scatenata dai due leader nei confronti dei quali Meloni ha mostrato ben di più che semplice acquiescenza. Una crisi economica ogni giorno più pesante per le famiglie e per le imprese. Meloni sa che può scivolare – come fu per Renzi, e ancor prima (per chi ne avesse memoria) per Bettino Craxi – in una slavina inarrestabile. Sconfitta al referendum rischia di diventare un Re Mida rovesciato.
Ho fatto questa premessa per arrivare ad un punto che è a mio avviso assolutamente centrale. Di fronte ad una destra che, mai come adesso, è vulnerabile, il centro sinistra e in particolare il cuore di quello che dovrebbe essere il Campo Largo, ovvero PD, M5S e AVS, è in grado di schierarsi in battaglia ed essere vincente, liberando il Paese dalla morsa di una destra pericolosa e soprattutto incapace? La risposta è: forse, ma a determinate condizioni.
Il referendum ha dato un risultato che sarebbe irresponsabile pensare possa essere traslato alle elezioni politiche. Ma non si può assolutamente prescindere da quel risultato, perché contiene dei messaggi politici chiari. In primo luogo il referendum, per sua natura è divisivo, indica infatti solo due strade – il Si o il No – pone alternative chiare. Questo ha avuto un impatto importantissimo sull’affluenza. Gli elettori sapevano per cosa stavano votando, potevano identificarsi in una scelta. Leggevo su La Repubblica una delle tante interviste fatte ai giovani che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vittoria del No. La nostra generazione – questo era il senso del ragionamento del giovane elettore – non è apatica, disinteressata, è che non ci sentiamo rappresentati. Parole che ci portano nel cuore del problema della rappresentanza.
Chi e cosa vuole rappresentare il Centro sinistra? La generazione Z, ma anche i diciottenni hanno mostrato di aver voglia di protagonismo e non solo votando al referendum anche a costo di sobbarcarsi sacrifici e disagi. Lo hanno dimostrato
prima del 22 e del 23 marzo. Sono stati protagonisti di mobilitazioni che, nel giro di pochi mesi, sembrano dimenticate, ma che hanno indicato precisi temi programmatici. La più recente è quella contro il genocidio perpetrato dal governo Israeliano a Gaza. Una mobilitazione che ha portato un fiume sterminato di popolo composto in una parte importante da giovani e giovanissimi, molti alla loro prima manifestazione. Abbiamo di fronte ragazzi che se hanno una buona causa non esitano a mobilitarsi. Giovani che hanno subito insulti e provocazioni e in alcuni casi – vi ricordate di Pisa – violenze inaccettabili, eppure non si sono arresi, non hanno abbassato la testa.
Ci sono stati e ci sono. Ma non solo.
Molti sembrano aver scordato le grandi mobilitazioni per la difesa dell’ambiente per chiedere misure vere contro il riscaldamento globale e quelle per il diritto allo studio. Diritto costituzionalmente garantito. Ed ecco che torna sempre lei, la Costituzione. La stessa Carta che hanno difeso col No al referendum. Molti di quei ragazzi, e non solo loro, però alle politiche e alle europee sono rimasti a casa, non hanno votato, non per sciatto disinteresse, ma perché nessuno a sinistra è riuscito a capire i loro bisogni, le loro istanze.
Credo che se si vuole cacciare questa destra bisogna partire dalla politica, eliminando le fumisterie da convegni e avanzare proposte semplici, precise. Cose da fare che si possano spiegare anche nello spazio limitato dei social che questa generazione usa in vario modo, ma anche per veicolare messaggi e contenuti politici. Bisogna ascoltare di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, cosa li fa indignare, che visione hanno della realtà del futuro. Lo ha fatto Zohran Mamdani e ha vinto. Le loro mobilitazioni spiegano che non si pò essere per la difesa del popolo palestinese e contemporaneamente avere in casa la cosiddetta Sinistra per Israele che sostiene un criminale ricercato dalla CPI come Netanyahu o sentire dire che uno stato criminale e aggressore va comunque supportato.
Bisogna scegliere da che parte stare e bisogna avere coerenza, quindi se è giusto affermare che se uno Stato aggredisce si sta dalla parte dell’aggredito e contro l’aggressore, questo deve valere sempre, per l’Ucraina e per l’Iran, non può funzionare solo in alcuni casi. Non è una posizione da centri sociali, ma è la posizione del Primo Ministro della Spagna. Il centro sinistra sarà capace di mettere nel programma parole semplici come quelle del Presidente Sanchez?
E questo non vale solo in politica estera. Bisogna pensare ad una serie di misure per sostenere realmente il diritto allo studio. Alcune sono misure semplici: garantire uno sgravio fiscale alle famiglie che pagano affitti per i figli fuori sede (il che farebbe emergere gran parte dei contratti in nero), investire nella realizzazioni di alloggi per gli studenti a prezzi calmierati, imporre una scontistica sui trasporti; ridisegnare il prelievo fiscale che non può essere quasi totalmente a carico del lavoro dipendente e dei pensionati e non si può più prescindere da una patrimoniale sui redditi elevatissimi. Tassare le banche e i super ricchi per garantire servizi a chi sta peggio. Sono misure essenziali e chiare soprattutto di fronte ad uno scenario nel quale l’Inflazione morderà sempre più ferocemente il potere di acquisto di salati e pensioni.
I giovani dalla destra hanno ricevuto leggi liberticide, nessun aiuto per il loro futuro, un’organizzazione dell’università demenziale, molto spesso un biglietto di sola andata per l’estero. La destra ha fatto questo ed anche peggio. La domanda che pongo è cosa propone il centro sinistra, come li vuole rappresentare?
Ho fatto alcuni esempi per dire che se il centro sinistra vuole vincere deve trovare il coraggio di essere divisivo. Deve scegliere da che parte stare. Non si possono mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, non si può essere dalla parte dei lavoratori e contemporaneamente dalla parte di una borghesia stracciona che ha saputo solo drenare soldi pubblici e ha sempre puntato a ridurre il lavoro e i diritti. Al referendum un elettore su due non aveva votato alle politiche e alle europee. Sono in larga parte loro, non il centro astratto di un Calenda in cerca di se stesso, Riportarli a votare è la vera sfida. Gli elettori per tornare a votare a sinistra chiedono che la sinistra faccia la sinistra. Che si archivi definitivamente la politica del “ma anche…”. Se Calenda o la signora Picierno storceranno il naso potranno sempre spostarsi nel centro destra. Non credo che saranno in molti a versare lacrime per la loro assenza.
(da agenzie)

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I SOLITI RAZZISTISTELLI CHE CRITICANO IL SINDACO DI LECCO PER AVER PARTECIPATO ALLA FESTA PER LA FINE DEL RAMADAN

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

“RAPPRESENTANO IL 10% DELLA POPOLAZIONE, SONO VITALI PER LE NOSTRE AZIENDE”… “SONO CITTADINI ITALIANI, INTEGRATI, LAVORANO E CONTRIBUISCONO AL PIL ITALIANI”… “A NATALE CONTRACCAMBIANO LA VISITA”

Quando si parla di Lecco è facile associarla all’immagine placida delle calme sponde del lago di Como, o fantasticare sui luoghi in cui era ambientato uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana: I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Eppure, in queste settimane la cittadina, che conta circa 47.000 abitanti, è diventata teatro di dissapori e destinataria di attenzioni, non sempre lusinghiere. Al centro della questione, l’agenda delsindaco di Lecco, Mauro Gattinoni, in carica dall’ottobre 2020 ed esponente del centrosinistra.
Le sue due partecipazioni delle ultime settimane, prima a un iftar comunitario e poi a un momento di preghiera al Centro Islamico Culturale “La Città” di via – neanche a farlo apposta – Promessi Sposi, non sono passate inosservate in Consiglio Comunale. Alcuni esponenti dell’opposizione hanno infatti commentato che, vista la vicinanza delle elezioni amministrative (previste per il 24 e 25 maggio), si trattasse di visite poco opportune. Open ne ha parlato direttamente con il primo cittadino, che ci ha voluto raccontare la realtà multietnica della sua cittadina e le reti di rapporti interculturali che la abitano.
Sindaco, come è iniziato questo rapporto con la comunità islamica nel Comune di Lecco?
«Anzitutto a Lecco, già dalla fine degli anni ’90 e principio anni 2000, abbiamo vissuto fenomeni di immigrazione piuttosto consistenti, provenienti soprattutto dal Nord Africa, che sono stati per noi e per le nostre aziende assolutamente vitali. Consideri che la quota di immigrazione a Lecco è circa del 10-11%. In un contesto di economia reale, le nostre aziende, le nostre fabbriche, in costante ricerca di manodopera, hanno molto beneficiato dell’apporto di personale migratorio per far fronte al fabbisogno di professionalità. Questo ha permesso, di conseguenza, di avere un’integrazione efficace».
In che modo avviene questa convivenza efficace?
«Se le persone immigrate trovano lavoro e quindi una casa e quindi una stabilità, anche la convivenza sociale risulta sempre armonica. Sulla scia di questo, le comunità locali islamiche, che nello specifico contano membri di origini nordafricane, marocchine, ma anche provenienti dall’Africa Centrale, hanno dato vita a un’associazione culturale, che tuttora esiste e che è molto attiva in azioni di assistenza comunitaria all’interno della loro stessa comunità. Assistono quindi le famiglie in maggior difficoltà e organizzano corsi di lingua in collaborazione anche con altre associazioni lecchesi di volontariato. Questo permette di avviare un processo di integrazione reale molto efficace. Inoltre, questa associazione (il Centro Islamico Culturale “La Città”, ndr) ha stretto un patto di collaborazione con il Comune di Lecco per la cura dei beni comuni, nello specifico, di un tratto di fiume, degli spazi pubblici e di parcheggi, prossimi peraltro alla moschea, quindi mantenuti e curati da loro stessi. È un esempio di partecipazione civica che, come Comune di Lecco, sviluppiamo anche con altre associazioni e privati, ma in questo caso è stato molto efficace anche con la comunità islamica».
In quest’ottica si inscrivono anche alcuni punti contenuti nel Piano di Governo del Territorio votato dalla giunta lo scorso gennaio.
«Esattamente. Stando nell’ambito di attuazione del PGT (Piano di Governo del Territorio), e quindi nell’obbligo – peraltro previsto costituzionalmente – di garantire degli spazi di culto a tutte le confessioni, abbiamo deciso di scrivere nelle regole urbanistiche che lo spazio del Centro Islamico Culturale “La Città” è riconosciuto ufficialmente come moschea. Ma non solo: abbiamo fatto una modifica al piano regolatore cimiteriale per ospitare anche le salme dei defunti di religioni diverse rispetto a quella cattolica. Spazi che non esistevano fino a due mesi fa, e che verranno implementati nei prossimi mesi per accogliere anche i defunti di professione islamica».
Lei è stato criticato per aver preso parte all’iftar, la cerimonia di interruzione del digiuno serale che si celebra durante le notti di Ramadan, e a un momento di preghiera proprio nel Centro Islamico Culturale “La Città”…
«Sì, siamo stati invitati per l’Iftar e una sera, quando è stata celebrata la rottura del digiuno, eravamo presenti anche noi. In realtà è una cosa che facciamo già da diversi anni, quindi forse la novità è che quest’anno siamo in campagna elettorale, quindi fa tutto brodo. Trovo si tratti di un’ottima consuetudine quella di essere invitati da parte della comunità islamica. In queste occasioni vengono sempre coinvolti il sindaco, gli assessori, e quest’anno anche il Prevosto di Lecco, Don Bortolo Uberti, ma erano presenti anche altri sacerdoti o lo sono stati in passato in diverse occasioni. Sono comunque invitati anche esponenti di associazioni di volontariato locale con cui collaborano stabilmente nel campo educativo e assistenziale durante l’anno. È quindi anche un gesto di apertura, di gratitudine e di festa, nonché di buona e sana integrazione. Ovviamente a Natale succede la stessa cosa, ma al contrario. Ci si scambia gli auguri e si reciproca il gesto gradito di ospitalità. Quando noi facciamo iniziative natalizie invitiamo sempre tutti, e in ogni caso ci scambiamo auguri o piccoli omaggi, dei dolci, insomma cose molto semplici».
Perché quest’anno quindi la sua visita ha fatto così scalpore?
«Le posso dire che la mia prima visita era stata nel 2020, in occasione della mia campagna elettorale. A quel tempo ricordo bene che la stessa visita fosse stata fatta dal candidato alle elezioni comunali di centrodestra, che si chiamava Giuseppe Ciresa. Questa cosa non aveva al tempo destato nessuno scandalo, anzi: probabilmente le persone, mi permetto di dire, che oggi mi criticano, erano le stesse che all’epoca accompagnavano l’allora candidato sindaco di centrodestra. Credo che se fosse stato al posto mio, oggi, avrebbe fatto quello che ho fatto io, o almeno me lo auguro. La cittadinanza lecchese ormai è consapevole di far parte di un tessuto multietnico, multiculturale, pur avendo ciascuno la propria identità».
Cosa si sentirebbe di dire a quella parte di stampa e politica che attribuisce ai voti della comunità islamica la vittoria del NO al recente referendum sulla Giustizia?
«Il 17 di marzo è stato il giorno che lo Stato italiano riconosce per l’Unità Nazionale, l’Inno e la Bandiera. In quell’occasione, insieme al Prefetto, abbiamo conferito alcune cittadinanze italiane: è stata l’occasione per verificare che negli ultimi cinque anni sono stati 1067 gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, provenienti da 68 Paesi diversi. Questi sono cittadini italiani, punto. Quindi ogni cittadino italiano in un referendum, in elezioni, in un qualsiasi contesto di
democrazia partecipativa ha il diritto e il dovere di esprimersi. Così è stato e così auspico sarà per tutti quanti i cittadini italiani, da quelli da più o meno tempo e da più o meno generazioni».
La sua amministrazione si sta occupando di altri temi di integrazione o aiuto alle comunità straniere al momento
«In generale, posso dire che poniamo sempre attenzione ai temi della mondialità. Non più tardi di ieri sera abbiamo tenuto un incontro con la comunità iraniana che sta vivendo, come si può immaginare, momenti molto critici. A Lecco si trova infatti la sede staccata del Politecnico di Milano e sono presenti circa 200 studenti iraniani: 200 giovani che da mesi o anni non possono nemmeno ritornare nel proprio Paese. Con loro si è creata una comunità e ieri sera ci siamo trovati in una sala civica per raccogliere le loro testimonianze, i loro punti di vista. Su loro richiesta, il 9 aprile insieme al Prevosto di Lecco, Don Bortolo Uberti, terremo un momento di riflessione in una chiesa, per ricordare anche i loro congiunti scomparsi, che non hanno potuto salutare e che sono magari scomparsi o talvolta sono stati anche massacrati nel loro Paese. Da sindaco non posso affermare che c’è qualcosa che non ci riguarda. Credo che se noi vogliamo la pace, dobbiamo iniziare da noi stessi e da quel metro che ci separa dagli altri».
(da Open)

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TUTTI A TAVOLA CON IL “BISTECCHIERE” DELMASTRO: IL 3 GIUGNO 2025 IL CAPO DEL DIPARTIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA, STEFANO CARMINE DE MICHELE, HA FESTEGGIATO LA SUA NOMINA ALLA “BISTECCHERIA D’ITALIA”, IL RISTORANTE GESTITO DI FATTO DAL PRESTANOME DELLA CAMORRA, MAURO CAROCCIA, E DI CUI ERA SOCIO L’EX SOTTOSEGRETARIO MELONIANO, ANDREA DELMASTRO

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI” HA RACCOLTO DIVERSI TESTIMONIANZE: “QUELLA SERA CAROCCIA ERA IN SALA, VISTO CHE ERA ANCORA LIBERO”, “IO C’ERO E PAGÒ TUTTO DE MICHELE, CI HANNO TRASCINATI IN UNA STORIACCIA”… MA È NORMALE CHE IL CAPO DEL DAP, RUOLO EQUIPARATO PER LEGGE AL CAPO DELLA POLIZIA DI STATO, SI RITROVI ATTOVAGLIATO MENTRE TRA I TAVOLI GIRAVA L’UOMO CHE RICICLAVA I SOLDI PER IL CLAN SENESE?

C’è un nome che è rimasto fuori dalle cronache sulle cene di dirigenti apicali del ministero della Giustizia nel ristorante Bisteccheria d’Italia dell’uomo del clan Senese, nella cui società c’era Andrea Delmastro Delle Vedove, ex sottosegretario alla Giustizia.
Un nome pesante visto il ruolo, la legge lo equipara al capo della polizia di Stato (anche economicamente), di recente ricevuto al Quirianle per i 209 anni del corpo che guida. Si tratta di Stefano Carmine De Michele, il numero uno del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Più fonti raccontano a Domani, messaggi e riscontri alla mano, la presenza di De Michele tra i commensali alla cena del tre giugno 2025. «Quella è la cena per festeggiare la sua nomina. Io c’ero e pagò tutto il capo del Dap, ci hanno trascinati in una storiaccia, ma non c’entriamo niente».
A parlare è uno dei presenti quella sera, la cui ricostruzione è confermata anche da un altro testimone. Il capo del Dap non è ben visibile, ma chi partecipava si ricorda chiaramente la sua presenza vista l’importanza dell’occasione.
Chiaramente tutti erano attovagliati immaginando di stare in un luogo sicuro, la garanzia era Delmastro Delle Vedove, titolare della società 5 Forchette che controllava il ristorante gestito da Mauro Caroccia.
«Quella sera era presente anche il prestanome del clan, era in sala visto che era ancora libero», raccontano a Domani
Caroccia è stato condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver favorito la camorra dei Senese e, lo scorso febbraio, è tornato nuovamente in carcere. In quel periodo, giugno 2025, era già stato condannato dai giudici di merito, ma i commensali immortalati da una foto, pubblicata dal Fatto,
erano in una botte di ferro visto che quello era il locale sponsorizzato da Andrea Delmastro Delle Vedove.
Fino a questo momento, però, il nome di De Michele non era mai uscito perché nascosto nei dettagli, i suoi capelli e l’angolo del suo volto nascosti dietro un altro peso massimo del dipartimento, Augusto Zaccariello, primo dirigente generale del Corpo di polizia penitenziaria, nominato di recente dal consiglio dei Ministri.
Torniamo al capo del Dap, alle cui dipendenze lavorano 37 mila genti penitenziari, 6 mila altre figure professionali e il destino di 64 mila detenuti. Tra questi anche Caroccia, in carcere a Viterbo.
La nomina di De Michele
Domani aveva svelato l’irritazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il pasticcio del governo sulla nomina del capo del Dap. Era il febbraio dello scorso anno. L’esecutivo non aveva ancora selezionato il capo della polizia penitenziaria, ma la possibile prescelta era stata annunciata urbi et orbi senza avvisare, come da prassi consolidata, il capo dello Stato.
Una dimenticanza grave e senza precedenti che ha provocato uno stallo di alcuni mesi visto che spetta proprio al presidente della Repubblica, che è il capo delle forze armate, firmare il decreto di nomina. Il nome di Lina Di Domenico, per alcuni mesi facente funzioni, era arrivato alla sua attenzione in prima istanza dai giornali dove era filtrata la notizia.
Alla fine dopo l’irritazione del Quirinale, a fine maggio la scelta di Stefano Carmine De Michele, nominato con decreto del presidente della Repubblica, firmato il 27 maggio 2025.
Passano pochi giorni e scatta la cena con il sottosegretario alla Giustizia, Delmastro Delle Vedove, Massimo Parisi, numero due del Dap, Rita Russo, a capo della direzione generale del personale e Lina Di Domenico, per mesi a capo del Dap come facente funzioni.
C’era anche Ernesto Napolillo, capo della direzione generale dei detenuti e Carlo Berdini, Ovviamente tutti religiosamente silenti quando Domani ha chiesto un commento sulla serata, ma c’è chi ha rotto il muro di omertà. «Non tutti sopportano questo andazzo, ma quando ti invita il sottosegretario pensi che sia tutto assolutamente privo di ostacoli e invece», racconta chi era presente.
«L’intero Dap è sfiduciato, lo stesso capo del dipartimento ha la gestione di 41 bis, alta sicurezza, media sicurezza, reparti, trasferimenti, sanzioni. Come può garantire equilibrio in una situazione del genere dopo aver mangiato e pagato un soggetto ora in carcere e legato a una delle famiglie criminali più potenti d’Italia?», si chiede un alto dirigente del dipartimento.
La maggioranza, intanto, riflette sul possibile sostituto di Delmastro al ministero della Giustizia. Le cronache hanno riferito di un vertice in via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia, alla presenza dell’ex sottosegretario e anche di Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia.
A breve dovrebbero rivedersi perché Delmastro dovrebbe chiarire proprio nella bicamerale ogni aspetto di questa incredibile storia che odora di carne e puzza di mala.
(da Domani)

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ASIA, DA GIORNALISTA A VOLONTARIA DI “HOSPITALLERS” IN UCRAINA: “LA NOSTRA FREDDEZZA SALVA VITE”

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

E’ INFERMIERA VOLONTARIA NELLA ONG: “LA PAURA C’E’, MA SO COSA DEVO FARE”… FERITA, E’ TORNATA AL FRONTE: “NON SONO UN’EROE, SONO EROI I RAGAZZI UCRAINI CHE COMBATTONO IN PRIMA LINEA CONTRO L’INVASORE PER LA LIBERTA’ DI TUTTI GLI EUROPEI”

Poi succede quel che non poteva non succedere. L’esplosione. schegge che volano. Solo dopo, il clamore. Seguito da un silenzio sordo. Detriti che cadono. Un uomo è a terra. Intorno, la foresta di Kreminna, oblast di Lugansk. Ucraina.
“Era appena uscito dal blindato, sotto il fuoco, per andare a soccorrere un soldato ferito”, racconta Asia. “Non ci ha pensato un attimo. Anche se il bombardamento di artiglieria era terrificante. Il peggiore che abbia mai visto in quattro anni di guerra”.
Anastasiia Prokaieva, Asia per gli amici, ha 26 anni. Fa parte dell’organizzazione medica volontaria Hospitallers. Nome di battaglia “Uno”. Ne ha viste tante, dal 2022. Ma il ferimento del suo “fratello” — così si chiamano tra di loro gli ucraini al fronte — sotto il fuoco dell’artiglieria russa a Kreminna rimane un punto di svolta. Per inciso: colpito dall’obice se l’è cavata. Oggi sta bene.
Distacco professionale e umanità
“Non so quanti soldati ho soccorso. Tanti. Uno che ricordo in particolare? Tutti”. Sorride, finalmente. Dura solo un attimo.“E nessuno. L’emotività al fronte è sotto controllo stretto. Siamo addestrati a una concentrazione assoluta. Rapidità. Efficacia. Sicurezza. La freddezza aiuta. La nostra freddezza e la nostra sicurezza è la condizione per salvare vite”.
La combat medic rievoca un episodio in cui il distacco professionale è stato messo alla prova. Soccorso al fronte. Un ragazzo in pieno shock traumatico. Frequente, nelle ferite da arma da fuoco o da esplosione. La pelle diventa fredda, pallida, sudata. Battito cardiaco accelerato. Respirazione rapida. Confusione. Pressione giù.
Non basta intervenire sulla ferita e comprimere. Per stabilizzare il ferito devi anche mantenerlo cosciente. Parlarci. Metterlo in una posizione di sicurezza. Coprirlo.
L’interazione tra ferito e soccorritore diventa fitta. Le emozioni da controllare aumentano. “Se ne stava andando. E parlava con la sua mamma. Ma c’ero solo io. Parlava come se accanto avesse sua madre, a casa. Ma parlava a me. Un combat medic sul campo di battaglia”. Il ragazzo, poi ce l’ha fatta. Asia prima faceva la giornalista. Ha raggiunto l’organizzazione subito dopo l’invasione del ’22. “Volevo aiutare il mio Paese in un momento terribile”, spiega a Fanpage.it. “Aiutare chi deve combattere per difenderlo”. Nel 2024, Asia è rimasta ferita. Ospedale. Riabilitazione. E di nuovo al fronte.
Paure diverse per situazioni diverse
“Se questi anni mi hanno cambiato? Oh sì. Sono diventata più resistente. Anche più flessibile. In guerra devi abituarti alla svelta. Qualsiasi condizione si presenti. Sono sempre condizioni dure”.
E la paura? “Tutti abbiamo paura. Ci sono paure diverse per situazioni diverse. Certo che ho paura. Ma sono una combat medic. So qual è il mio compito: dare una mano. Penso a quello. Me lo tengo bene in testa. Mi concentro. Aiuta”.
Asia non si ritiene un’eroina. Neanche un po’. Se glielo dite, si indispettisce. “No, no. Gli eroi sono i nostri ragazzi in prima linea. Sono loro che combattono e muoiono per fermare l’invasore. Sono loro gli eroi. I miei eroi. Noi combat medic li aiutiamo. Cerchiamo di salvargli la vita. È pensando ai ragazzi in linea che trovo la forza di fare questo lavoro. Sono la mia motivazione”.
È una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei europei, la vita di Asia. Non ce l’ha certo con loro. Anche se non hanno idea di cosa sia la guerra e nemmeno ci pensano, all’Ucraina. “È giusto che sia così. E che abbiano una vita spensierata, senza le preoccupazioni che abbiamo noi qui”.
I messaggi di Asia
Un messaggio per i giovani d’Europa? “Vorrei dir loro che la libertà è preziosa. Forse non lo sanno, quanto. E che devono proteggerla, la libertà. Anche combattendo, se necessario. Spero che noi ucraini possiamo essere un esempio, in questo senso. Nient’altro, davvero. Ah, sì: mai stata in Italia. Mi piacerebbe farci una vacanza, quando tutto questo sarà finito”.
Questa guerra finirà. Tutte le guerre finiscono. Quando finirà, Asia non tornerà a fare la giornalista. “No, no. Lavorerò con i veterani. È più importante”. Ha deciso
parlando con gli psicologi dopo che l’auto su cui viaggiava insieme ad altri infermieri al fronte è stata bersagliata da droni russi. Danni più psicologici che fisici.
“Ho capito che voglio aiutare gli ex-soldati a superare le conseguenze delle ferite e dei traumi. A tornare a vivere pienamente nonostante le amputazioni. È una parte di questa guerra. Strascichi che continueranno ad agire in tempo di pace, a lungo”.
Chissà perché delle guerre si contano morti e non meglio qualificati “feriti” ma quasi mai gli amputati. Eppure, le disabilità create dai conflitti sono un uragano sociale. Distruggono vite, impoveriscono famiglie, riducono la forza lavoro, aumentano disoccupazione e povertà, richiedono politiche pubbliche su lavoro, sanità e inclusione. Gli effetti durano decenni. Senza contare i nuovi amputati da mine inesplose, frutto velenoso di ogni dopoguerra.
Si calcola che tra le 50mila e le 100mila persone abbiano perso un arto in guerra, in Ucraina. Oggi è quasi impossibile non incontrare ragazzi con arti amputati, facendo una passeggiata nel centro di qualsiasi città grande o piccola.
Dignità sotto il fuoco
L’organizzazione volontari Hospitallers è composto per la maggior parte da giovani donne. Asia è un’erede quasi diretta di Florence Nightingale, Edith Cavell, Clara Burton, per nominare le tre crocerossine di guerra più famose nella Storia.
Motto della ONG: “Per ogni vita, non importa di chi”. Ha attualmente circa 300 medici e paramedici impegnati in turni al fronte. Forniscono il primo soccorso medico e evacuano i feriti verso l’ospedale. Offrono anche supporto post-ospedaliero e riabilitazione. Ad oggi, le squadre di combat medic hanno già effettuato più di 43000 evacuazioni.
Ma il lavoro va oltre le persone. Se “ogni vita è importante”, lo sono anche quelle degli animali lasciati indietro in condizioni difficili. I combat medic salvano anche loro, durante le missioni di evacuazione. L’organizzazione ha avuto in passato legami con movimenti politici ucraini. Da tempo recisi, secondo quanto ha potuto appurare Fanpage.it.
“Non scegliamo né il paese in cui nasciamo, né il tempo in cui nasciamo, ma scegliamo sempre se essere persone oneste o meno”, commenta Oleksandra Matviichuck, Nobel per la pace con il suo Centro per le libertà civili. “Alcuni
considereranno il lavoro di queste donne-paramediche un sacrificio. Secondo me, la parola più appropriata è dignità”.
Matviichuck parlerà di diritti umani, volontariato femminile e Ucraina la sera del 25 marzo a Milano, presso la Fondazione Collegio delle Università Milanesi, in occasione di una mostra fotografica sull’attività delle Hospitallers.
(da Fanpage)

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PERCHE’ IL TEMPISMO DELLE TRE PURGHE DI GOVERNO RACCONTA UNA STORIA DI IPOCRISIA E MALAFEDE

Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile

SE MELONI HA PRETESO QUESTE TESTE PER UNA QUESTIONE DI ONORABILITA’ E’ FUORI TEMPO MASSIMO… SE INVECE RIGUARDA IL FALLIMENTO DELLA RIFORMA LA LOGICA IMPONE CHE A DIMETTERSI FOSSERO LEI E NORDIO

Il primo pensiero, guardando le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè pretese da Giorgia Meloni, non è di sollievo, ma di irritazione per l’ennesima recita. Perché il tempismo di queste tre purghe di governo racconta una storia che nulla ha a che fare con la morale e che smentisce nei fatti la narrazione della premier ‘non ricattabile’. Per anni ci hanno spiegato che la coerenza e il garantismo erano i pilastri di questo governo, una scusa buona per tenere in sella personaggi che in qualunque altro Paese civile sarebbero stati accompagnati alla porta dopo cinque minuti.
Si sono tenuti Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con una condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Si sono tenuti Giusi Bartolozzi, indagata sul caso Almasri. Per non parlare di Daniela Santanchè, ancorata alla poltrona tra una presunta truffa all’Inps e crac societari, come se il decoro delle istituzioni fosse un optional.
Il metodo Meloni, in una cosa, è davvero coerente: nella sua indecenza. Si vedano anche gli incarichi all’abbaiante pregiudicata Montaruli e a Chiara Colosimo, all’Antimafia nonostante le frequentazioni stragiste.
Umberto Galimberti lo ha spiegato bene: questo non è un partito, è un “clan”. Nel clan non valgono le regole della democrazia, ma quelle della protezione reciproca: tutto si tiene, perché ognuno sa qualcosa dell’altro.
Ora la premier prova a fare disinfestazione tardiva, ma è come fare un ritocchino estetico su un corpo in cancrena. Se fosse una leader “non ricattabile”, come disse a un Berlusconi sul viale del tramonto, avrebbe cacciato questa gente mesi fa (anni, nel caso di Santanchè). A pensar male, si potrebbe dire che non lo ha mai fatto perché, per qualche ragione, non poteva
Oggi invece può: ha il pretesto per andare dai suoi fedelissimi inguaiati e dire “ragazzi, avete visto che il popolo ci sta voltando le spalle… non vorrei mai, vi ho difesi finché ho potuto ma ora qualche testa deve saltare”. La sconfitta al referendum è l’alibi perfetto per scaricarli senza passare da “traditrice” agli occhi del clan: non possono prendersela con lei, se dipende dal voto dei cittadini. Ed ecco che arriva la purga ai danni dei tre facilissimi capri espiatori, lontani anni luce dall’essere immacolati, ma “dimessi” con un tempismo che insulta l’intelligenza.
In definitiva, qual è il vero motivo per cui Meloni ha preteso queste teste? Se fosse una questione di onorabilità, ci troveremmo enormemente fuori tempo massimo. Se si trattasse invece del fallimento della riforma, la logica vorrebbe che a dimettersi fossero la premier, che ci ha messo la faccia e la propaganda quotidiana, e il ministro Nordio, che quella riforma l’ha materialmente scritta.
La verità è che l’etica di questo governo è una variabile che non dipende dai princìpi, ma dall’umore dell’elettorato. Prima del voto, gli indagati erano intoccabili; perché preoccuparsene? In fondo, il costante favore nei sondaggi ci dice che la base di questo governo non ha problemi nel vedere pregiudicati di ogni sorta che ricoprono alti incarichi istituzionali. La conferma della malafede sta tutta nella nota ufficiale di Palazzo Chigi: Meloni non ha parlato di rigore morale, ma di “sensibilità istituzionale”. Una dicitura ipocrita che serve a nascondere la realtà: quella sensibilità si è miracolosamente palesata solo ora che gli elettori hanno detto “No”. Fine della sceneggiata.
(da Il fatto Quotidiano)

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GIORGIA MELONI PAGHERA’ LE DIMISSIONI DI SANTANCHE’ E GLI ALTRI PIU’ DELLA SCONFITTA AL REFERENDUM

Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA LETTERA DELLA EX MINISTRA E’ LA VERA ATTESTAZIONE DELLA SCONFITTA… UNA LEADER CHE PUR DI SALVARE SE STESSA E’ DISPOSTA A SACRIFICARE I SUOI COLLABORATORI NON E’ UNA LEADER

Certo che ce ne vuole, a farsi dare lezioni di dignità politica e umana da Daniela Santanché. Ebbene, Giorgia Meloni è riuscita anche in questo piccolo capolavoro. Perché la purga con cui ha defenestrato Delmastro e Bartolozzi, oltre alla ministra del turismo, rappresenta esattamente quel che un leader non deve fare, di fronte a una sconfitta: scaricare responsabilità e abbandonare i suoi al loro destino, per preservare il mito della propria infallibilità e invincibilità.
E nella sua lettera di dimissioni alla presidente del consiglio, Daniela Santanché lo dice con una chiarezza che rasenta la brutalità.
Perché prima del referendum ero innocente fino a prova contraria, dice in sostanza la ministra, e ora non lo sono più
Perché una sconfitta politica rende inopportuna la mia presenza al governo?
Perché proprio io, che non c’entro niente coi disastri politici e comunicativi di chi ha gestito la partita del referendum della giustizia?
“Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”, chissa Santanché nella sua lettera. Ed è proprio qui il peccato capitale di Giorgia Meloni, che forse le costerà più della sconfitta alle urne.
Una leader non va nel panico alla prima sconfitta, ma tiene il timone fermo anche in mezzo alla tempesta
Una leader si prende le responsabilità per gli altri, non gliele scarica addosso.
Una leader si fa scudo per i suoi fedelissimi, non li offre come capri espiatori al posto suo.
Nel voler mandare un messaggio di discontinuità al suo elettorato Giorgia Meloni ha invece restituito l’immagine di una guida debole, disorientata dalla sconfitta, disposta a tutto pur di preservare il proprio potere.
La verità che fa più male di tutte, quella che Meloni sta cercando di negare a se stessa e agli altri in tutti i modi è una sola: che lei è scesa in campo e che ha perso. Che la sua presenza nella scena ha rafforzato il fronte del No, anziché indebolirlo. Che se deve cercare un colpevole per la sconfitta, deve cercare uno specchio.
Quello che oggi sembra l’unico modo per salvare il salvabile, domani rischia di essere ricordato come il più grave tra gli errori di Giorgia Meloni: perché se non sai prenderti le tue responsabilità, se sei l’unica che non deve pagare mai, smetti di essere prima tra pari, parte di una comunità di destino, scavi un solco incolmabile tra te e gli altri.
Questo è il messaggio di Daniela Santanché, e Giorgia Meloni farebbe bene a prenderne atto, per la sua sopravvivenza politica: se tra fare la Storia e tirare a campare, scegli di tirare a campare sulla pelle degli altri, l’incantesimo si spezza, finisce la magia. E, presto o tardi, nessuno si fiderà più di te.
(da Fanpage)

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SUPERMEDIA YOUTREND: SORPASSO DEL CAMPO LARGO SUL CENTRODESTRA

Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile

IN CALO FDI, AVS SOPRA LA LEGA… SALGONO PD E M5S

Prima Supermedia Agi/Youtrend dopo il referendum costituzionale. La vittoria del no ha scatenato un terremoto politico dentro il governo. Tensioni nella maggioranza, dimissioni di Andrea Delmastro, sottosegretario alla giustizia, e Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto al ministero della Giustizia e di Daniela Santanchè al Turismo, cambi di incarichi dentro Forza Italia. Nonostante il numero di rilevazioni sia ancora limitato (durante le due settimane che hanno preceduto il referendum, quasi nessun istituto ha pubblicato dati sulle intenzioni di voto ai partiti) si intravedono già delle tendenze interessanti: su tutte, il calo di FdI al 28,2% (il dato peggiore dalle Europee 2024) e la crescita di M5S (+1,3% rispetto a un mese fa). Ma soprattutto, in termini aggregati, il sorpasso del campo largo (Pd-M5S-Avs-Iv/+Ee) rispetto al centrodestra.
La Supermedia liste
FdI 28,2 (-0,6)
Pd 21,8 (+0,2)
M5S 13,2 (+0,8)
Forza Italia 8,9 (+0,2)
Verdi/Sinistra 6,7 (=)
Lega 6,3 (-0,2)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,4)
Azione 3,0 (-0,3)
Italia Viva 2,2 (=)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1)* non rilevato da Youtrend
La Supermedia coalizioni 2022
Centrodestra 44,6 (-0,5)
Centrosinistra 30,0 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,8)
Terzo Polo 5,2 (-0,3)
Altri 7,0 (-0,1)
Supermedia Coalizioni 2026
Campo largo 45,4 (+0,9)
Centrodestra 44,6 (-0,5)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,4)
Azione 3,0 (-0,3)
Altri 3,4 (-0,5)
(da agenzie)

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“NO ALLE PRIMARIE, IN QUESTO CASO SONO DIVISIVE. DAREBBERO ALLA DESTRA ARGOMENTI PER ATTACCARCI SULLE NOSTRE DIFFERENZE”: LA SINDACA DI GENOVA SILVIA SALIS LANCIA UN GIUSTO MONITO AL DUPLEX SCHLEIN-CONTE LANCIATO A BOMBA SUI GAZEBO

Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile

“DAVANTI AL CAOS DEL GOVERNO IL CAMPO LARGO PARLI DI PROGRAMMI”. E SE LE PRIMARIE SALTASSERO E DA UNA RIUNIONE DI LEADER VENISSE FUORI IL MIO NOME? È UNA EVENTUALITÀ CHE AL MOMENTO NON ESISTE. SE ESISTESSE CI RIFLETTEREI”

Il referendum che non doveva avere conseguenze sul governo, stando alle dichiarazioni della vigilia, ha già prodotto tre dimissioni. «Non doveva averne finché la presidente del consiglio ha provato a proporre la riforma come tecnica, quasi apolitica
Ma poi, capita la mobilitazione degli elettori progressisti in difesa della Costituzione e dell’assetto della Repubblica, è lei che ha politicizzato al massimo attivando gli scontenti», sottolinea la sindaca di Genova, Silvia Salis.
Il voto però ha avuto conseguenze anche nel suo campo progressista, con la chiamata alle primarie che considera sbagliata: «Quei 14 milioni e mezzo che hanno votato No non chiedono come scegliamo il leader, ma una proposta su lavoro, sanità, sicurezza, pressione fiscale», predica.
Partiamo dal governo: prima le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, ieri di Santanché.
«È comprensibile che Giorgia Meloni abbia provato a correre ai ripari nel modo meno doloroso possibile. Far dimettere il ministro Nordio sarebbe stato pericoloso: prima di tutti ha sacrificato Delmastro e Bartolozzi che sono stati punti di debolezza in campagna elettorale e fonte di grande imbarazzo».
Perché ritiene pericoloso un passo indietro di Nordio?
«La premier ha sostenuto la riforma: non è che, se perdi, cambi il ministro competente per quell’argomento. Sarebbe un principio che non va bene: non è una partita di calcio in cui cambi il giocatore che non segna».
La premier dovrebbe riflettere anche sulle sue dimissioni?
«No, non amo il populismo, la premier non ha mai messo la sua testa in palio. Quello che sta succedendo dimostra però che la destra non è infrangibile e la premier non è fortissima».
Tanto che ha dovuto attendere quasi tutta la giornata la resa di Santanché. Che, dice, paga anche i conti degli altri.
«Lungi da me difenderla, ma se mi metto nei panni della ministra capisco che si sia chiesta: perché mi chiedete le dimissioni oggi quando non l’avete fatto quando era il momento? Cosa è cambiato?».
C’è stata la débâcle del referendum.
«Che sta dimostrando come il centrodestra ostenta una compattezza che non ha. Arrivare a chiedere pubblicamente le dimissioni per mettere la ministra all’angolo dà l’idea della debolezza della presidente del consiglio».
Una debolezza che sembra arrivata da un giorno all’altro.
«Quando un governo sta insieme per questioni di interesse è come un domino: levi una tessera e cadono anche le altre».
Quei 14 milioni e mezzo di No sono del centrosinistra?
«C’è sicuramente anche una parte di centrodestra che non ha condiviso i toni della campagna elettorale, ma la maggior parte sono voti progressisti».
Si può trasferire il risultato del referendum sulle elezioni politiche?
«No, sarebbe un errore letale crederlo. Pensi ai giovani: non ci voteranno alle Politiche perché hanno votato al referendum. Non bisogna stupirsi della loro mobilitazione: non partecipano alla vita politica come intendiamo noi adulti, ma sono impegnati in forme di attivismo. Ora la politica di partito deve capire come intercettarli».
Prima idea che è stata lanciata: le primarie di coalizione per individuare il leader. Perché lei è contraria?
«Le primarie in sé sono uno strumento di partecipazione popolare, ma in questo caso le ritengo divisive. Darebbero alla destra argomenti per attaccarci sulle nostre differenze».
Quale dovrebbe essere secondo lei il percorso più utile?
«Ci può essere un percorso interno di scelta del leader, o ognuno va alle elezioni col proprio leader e poi si decide chi meglio può rappresentare l’alleanza. Ma le primarie credo abbiano senso quando servono a celebrare un percorso politico».
Ribadisce quindi che lei non sarà della partita?
«Sono la sindaca di Genova e non parteciperò a una gara per andare via dalla mia città. Né farò campagna per le primarie».
Non sosterrà nessuno?
«No, per lealtà alla coalizione che mi sostiene, che va da Azione fino ad Avs. Non sarebbe opportuno né elegante da parte mia schierarmi. Ma io penso davvero che, davanti alla confusione del governo, dovremmo parlare di progetti e obiettivi».
Difficile però superare differenze come quelle sulla politica estera.
«Ma nel momento in cui sei al governo, il tuo Dna cambia. Devi uniformarti al diritto internazionale, prendere decisioni nell’interesse del Paese, il tuo posizionamento muta automaticamente».
Ma devi dirlo già in campagna elettorale.
«Bisogna trovare una linea di principio sui conflitti internazionali. Trovata quella, al governo cambia il modo in cui si guardano le cose».
Lei non partecipa alle primarie. Ma se saltassero e da una riunione di leader venisse fuori il suo nome, come risponderebbe alla chiamata?
«È una eventualità che al momento non esiste. Se esistesse ci rifletterei».
Chi sarebbe il suo premier ideale?
«Quello che vince».
O quella…
«Diciamo quella per solidarietà femminile».
(da La Stampa)

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CACCIARI AVVERTE IL CENTROSINISTRA: “SE OGGI FATE LE PRIMARIE, VI SCANNATE”

Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile

LE INDICAZIONI DEL FILOSOFO PER BATTERE MELONI

“La vittoria del No è un segnale. La Meloni farebbe bene a capire il significato di questo voto, che va ben al di là del referendum. E speriamo che lo capisca anche la cosiddetta opposizione“. Con queste parole, pronunciate a Otto e mezzo, su La7, il filosofo Massimo Cacciari commenta il risultato del referendum sulla giustizia, dove il No ha prevalso con una percentuale intorno al 54% e un’affluenza significativa. Un monito severo, rivolto non solo alla maggioranza di centrodestra
ma soprattutto al centrosinistra, che secondo Cacciari rischia di sprecare un’occasione preziosa se non sa leggere con intelligenza strategica il messaggio arrivato dalle urne.
Il filosofo riconosce che a destra esiste una leadership consolidata, a differenza del centrosinistra. Alla domanda di Lilli Gruber sulle primarie come possibile soluzione, Cacciari smonta l’idea con realismo tagliente. L’unica volta in cui le primarie hanno funzionato davvero come mobilitazione reale, ricorda, è stata con Romano Prodi: “Si sapeva perfettamente il vincitore, e quindi fu un fatto di mobilitazione collettiva”. Oggi, invece, “se fanno le primarie si scannano e si fanno male”.
E allora come si costruisce un’alternativa credibile? “Si devono mettere d’accordo”, risponde secco Cacciari. Prima di inseguire nomi o facce, l’opposizione deve affrontare i punti di debolezza che il referendum ha messo in luce nella proposta della maggioranza di Giorgia Meloni.
Il primo è la questione meridionale e le disuguaglianze crescenti: “Non è possibile andare avanti moltiplicando le disuguaglianze – avverte il filosofo – non è possibile continuare ad andare avanti con i tabù, che sono anche delle opposizioni, sul fatto che i ricchi non si tassano o che la patrimoniale non si può fare. Devono dire qualcosa di preciso in base alle politiche sociali e fiscali”.
Il secondo punto dirimente riguarda la guerra e la politica estera: “Tre quarti dei giovani sono andati a votare perché non ne possono più di queste politiche di guerra, dove non si esprime nessuna strategia per arrivare a una prospettiva di accordo, né per l’Ucraina, né per l’Iran. Ma neanche per la Palestina e Israele hanno detto una parola che si sia capita“.
E aggiunge: “Cosa me ne frega delle primarie! Ma che organizzino un programma serio politico su queste questioni. Solo allora i giovani andranno a votare e forse si potrà vincere la Meloni“.
Il filosofo invita a una lettura strategica dei dati del referendum, che indicano con chiarezza il terreno su cui l’opposizione dovrebbe costruire il proprio progetto: “Le forze politiche devono formare questo programma e poi potranno presentare qualcuno come candidato alla presidenza del Consiglio”. Senza perdere tempo in discussioni premature su leader o primarie
Alla domanda se abbia in mente un nome preciso, Cacciari risponde con onestà: “No, ma penso che, dopo il referendum, il partito di maggioranza dell’opposizione è il Pd e quindi il candidato alla presidenza del Consiglio potrebbe essere Elly Schlein. Mi sembra logico, sic stantibus rebus“.
Precisa però che nei prossimi mesi le cose potrebbero evolversi, e che la vera priorità resta un accordo preventivo su un programma condiviso piuttosto che “la faccia” del candidato premier.
Infine, Cacciari lancia un altro avvertimento al centrosinistra: “È importante che il centrosinistra si presenti con una squadra di governo. In questi anni non hanno capito che per fare l’opposizione occorre fare il governo ombra. Agli elettori interessa anche questo”.
(da Il Fatto Qutidiano)

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