Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
I 23 MINUTI DI RITARDO DAL MOMENTO DELLO SPARO ALLA CHIAMATA DELL’AMBULANZA, LA PISTOLA SOFT AIR TROVATA ACCANTO AL CORPO DI MANSOURI CHE POTREBBE ESSERE STATA PIAZZATA PER GIUSTIFICARE LA SPARATORIA E LA PRESUNTA LITE TRA IL POLIZIOTTO E IL PUSHER AVVENUTA MESI FA … I COLLEGHI INTERROGATI RIVELANO CHE CINTURRINO AVREBBE MENTITO DICENDO DI AVER CHIAMATO I SOCCORSI: “HA GESTITO TUTTO LUI. ERA UN FANATICO”
Era al telefono Abderrahim Mansouri mentre dalla pistola dell’assistente capo Carmelo Cinturrino partiva il colpo che lo avrebbe ucciso. Uno dei pusher al servizio del clan che domina da anni la piazza di spaccio di Rogoredo lo stava avvertendo del blitz dei poliziotti del commissariato Mecenate al boschetto dei tossici.
E pochi secondi dopo una nuova chiamata per assicurarsi che il 28enne marocchino si fosse effettivamente allontanato dagli agenti in borghese.
Questi ultimi squilli hanno permesso agli investigatori, dopo aver rintracciato e sentito a verbale il prezioso testimone, di cristallizzare il brevissimo lasso di tempo in cui Cinturrino ha sparato e di misurare in 23 minuti il ritardo della chiamata al 112.
È cominciata da qui l’indagine degli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Giovanni Tarzia, che ieri ha interrogato a lungo i quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso presenti sulla scena. La convinzione degli inquirenti — Mansouri non aveva la pistola soft air trovata accanto al suo corpo, piazzata lì sul prato solo in un secondo momento — è stata contestata ai colleghi (un vice ispettore e tre agenti semplici) di Cinturrino.
«Hanno risposto e hanno chiarito ogni punto dimostrando la loro totale estraneità ai fatti», spiega l’avvocato Antonio Buondonno, che con i colleghi Matteo Cherubini e Massimo Pellicciotta assiste i quattro. Ai quali è stata contestata una seconda circostanza emersa dall’analisi delle telecamere di via Impastato e da quelle del commissariato Mecenate: il viaggio dell’agente D.P. verso gli uffici di via Quintiliano, proprio durante quei 23 minuti.
Solo dopo il rientro del poliziotto tra i rovi del boschetto — è la convinzione degli inquirenti — la pistola finta sarebbe spuntata per giustificare la reazione di Cinturrino ad una minaccia di sparo.
La vittima, come hanno argomentato a verbale gli stessi colleghi del 42enne assistente capo indagato per omicidio volontario (e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), negli ultimi mesi sarebbe venuto in diretto contrasto con Cinturrino.
Un elemento che aggrava la posizione del poliziotto. Sul quale pende già un’inchiesta per falso a proposito di un verbale di arresto del 7 maggio 2024 nel quartiere Corvetto, periferia difficile a sud-est della città: una telecamera lo riprendeva mentre estraeva e intascava delle banconote dalla cover del cellulare di un pusher tunisino.
Ma c’è una seconda informativa, arrivata in Procura a fine gennaio, che getta ulteriori ombre sull’operato dell’assistente capo del commissariato Mecenate. Una fonte confidenziale qualificata ha indicato un appartamento affacciato su piazzale Ferrara — sempre al Corvetto — come meta dei tossici di zona: i due spacciatori, due italiani che ricevono indisturbati a domicilio, avrebbero goduto «della protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio».
Quest’ultimo, di cui la fonte avrebbe indicato la foto offrendo agli investigatori il suo profilo social, avrebbe invece chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher marocchino interessato ad inserirsi in quella piazza. Gli inquirenti hanno approfondito la traccia. E trovato già i primi riscontri.
Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, il 26 gennaio, avrebbe mentito ad altri agenti dicendogli che aveva chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa, ma in realtà non l’avrebbe fatto. E la chiamata sarebbe partita più di venti minuti dopo
Lo si apprende in relazione a versioni rese ieri negli interrogatori di quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. In sostanza, i colleghi avrebbero detto di non entrarci nulla con l’omicidio e che avrebbe gestito tutto lui in quelle fasi dopo il colpo sparato. Sarebbe stato definito una sorta di fanatico nel gestire in modo opaco alcune operazioni
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“NON SI È MAI FATTO BASTARE SOLTANTO IL TALENTO DEL GRANDE SBIRRO: MA HA INVECE SEMPRE CERCATO DI AGGIUNGERE AI SUOI INCARICHI ANCHE UN PROFONDO SENSO DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI, CON NON SCONTATE DOSI DI ETICA E DI MORALE, SUPPORTATE DA UN RARO, RICONOSCIUTO CORAGGIO”
Alcune sere fa, ospite di Corrado Formigli, a Piazza Pulita, c’era Franco Gabrielli. Se ve lo
siete perso, potete recuperare la puntata sul sito de La7. Non è stata un’ospitata qualsiasi. Intanto, perché ha demolito, punto dopo punto, il decreto sicurezza progettato dal governo. Ciò che maggiormente colpiva, però, era il metodo utilizzato: Gabrielli parlava con calma, il suo eloquio era elegante e autorevole, del tutto privo di retorica, senza dosi di polemica, senza asti
Mentre lui ci ragionava su, ripassavo mentalmente la sua luminosa carriera: Gabrielli, nel tempo, è stato prefetto di Roma e dell’Aquila, capo della polizia, capo della Protezione civile e capo dei Servizi segreti.
Mario Draghi lo nominò sottosegretario affidandogli proprio la delega ai Servizi. Ho pure pensato a come Gabrielli non si sia mai fatto bastare soltanto il talento del grande sbirro: ma abbia invece sempre cercato di aggiungere ai suoi incarichi anche un profondo senso dello Stato e delle istituzioni, con non scontate dosi di etica e di morale, supportate da un raro, riconosciuto coraggio.
Lo osservavo e lo ascoltavo e ho realizzato che, da qualche tempo, collabora con il sindaco di Milano, Beppe Sala. Gabrielli, non è un mistero, da giovane è stato democristiano. Mentre, adesso, si definisce «un moderato e, al tempo stesso, un progressista, che affonda le sue radici nel mondo cattolico».
Allora ho preso il cellulare e sono andato su Wikipedia, a controllare: ha 66 anni. Età giusta, identikit perfetto. È stato a questo punto che ho capito come e perché numerosi esponenti del Pd, centristi vari, ex Margherita, pensano che un giorno, se Elly Schlein e Giuseppe Conte non dovessero mettersi d’accordo, può essere lui, Gabrielli, l’uomo giusto per Palazzo Chigi.
Fabrizio Roncone
per “Sette – Corriere della Sera”
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
UN’ALTRA ORGANIZZAZIONE HA INTENTATO UNA CAUSA PER EVITARE CHE “THE DONALD” OTTENGA L’APPROVAZIONE DEL CONGRESSO AL PROGETTO
Tre veterani e un esperto di conservazione storica hanno fatto causa all’amministrazione Trump per l’arco trionfale di 76 metri voluto dal presidente Donald Trump, sostenendo che la nuova struttura rovinerà l’esperienza della visita al Cimitero Nazionale di Arlington e interferiraà con la finalità dei monumenti vicini.
Michael Lemmon, Shaun Byrnes e Jon Gundersen, che hanno prestato servizio nella guerra del Vietnam e in seguito hanno lavorato come diplomatici statunitensi, affermano che l’arco ostruirebbe “la vista simbolica e fonte di ispirazione” dal cimitero al Lincoln Memorial.
Calder Loth, storico dell’architettura senior in pensione del Dipartimento delle Risorse Storiche della Virginia, ha affermato che la nuova struttura
comprometterebbe il rapporto storico tra il Cimitero Nazionale di Arlington e altri monumenti, interrompendo linee di vista pianificate da tempo, anche lungo Memorial Avenue.
Public Citizen, un’organizzazione di controllo governativa, ha intentato la causa presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia e sta cercando di bloccare il progetto finché l’amministrazione Trump non otterrà l’approvazione del Congresso e delle commissioni di revisione federali.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
E VISTO CHE NON SI PUÒ FARE, ECCO LA GENIALATA: NELLO STESSO ALBERGO CI HANNO MESSO ANCHE I VIGILI DEL FUOCO, COSÌ SIAMO A POSTO… LA STORIA E’ FINITA SULLA TEDESCA “FAZ”
Questa è una storia troppo “italiana” per passare inosservata agli inviati stranieri alle
Olimpiadi. E quindi la Faz ci si è buttata. La storia è questa: a causa della carenza di posti letto, circa 200 tra poliziotti e carabinieri “a cui normalmente sono riservati alloggi piuttosto spartani – scrive il giornale tedesco – sono ospitati in un
hotel a cinque stelle. Il palazzo, situato a 1224 metri di altitudine, fu costruito all’inizio del XX secolo, con una sala colazioni rivolta a est per iniziare la giornata con i primi raggi di sole, e una sala da tè e aperitivi rivolta a ovest per ammirare il tramonto sullo sfondo delle cime delle montagne”.
Un posto mitico: “La porta girevole all’ingresso è già stata varcata da Clark Gable, dalla famiglia reale di Persia, da Brigitte Bardot e dalla cantante italiana Ornella Vanoni; le camere sono ampie, dotate di lampadari e alcune hanno balconi con vista sulle Dolomiti. Certo, tutto è un po’ decadente, un po’ vecchio”.
Perché la cosa più bella è un’altra: “L’Hotel Miramonti è chiuso da tre anni. Il motivo è la mancata conformità alle norme antincendio. Ma in Italia non sono solo flessibili, ma anche intraprendenti. Polizia e Carabinieri non volevano certo rinunciare a questa sistemazione attraente. Quindi, per la loro sicurezza, è stato semplicemente alloggiato lì anche un plotone di vigili del fuoco”. Geniale.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PIÙ I TONI SI ALZANO, PIÙ GLI ITALIANI SI CONVINCONO A VOTARE “NO”… MELONI SI AFFRETTA A RIBADIRE ALLARMATA CHE “NON È UN REFERENDUM SUL GOVERNO”… “C’È CHI VUOLE LA LOTTA NEL FANGO”. SENTI CHI PARLA: È LEI CHE USA OGNI SCUSA PER PRENDERE A MALE PAROLE I MAGISTRATI, STRUMENTALIZZANDO OGNI SENTENZA
Se si votasse oggi – con un’affluenza stimata al 42% – il 40% degli italiani voterebbe a favore della Riforma, il 41% la boccerebbe. Con quasi un quinto di elettori ancora incerto sulla scelta. Se si ripercentualizzano i dati in assenza dei tanti indecisi, il “No” con il 51% prevarrebbe oggi di misura, per la prima volta, sul “Sì” attestato al 49%.
È la fotografia che emerge dal sondaggio condotto per il programma Otto e Mezzo (LA7) dall’Istituto Demopolis a poco più di un mese dal Referendum costituzionale sulla Giustizia.
“Si tratta di dati in evoluzione – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – destinati ovviamente a modificarsi in base all’eventuale incremento dell’affluenza alle urne nelle prossime settimane. È una partita, quella referendaria, molto incerta e del tutto aperta”.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI JOHN ROBERTS, NEIL GORSUCH E AMY CONEY BARRETT, DUE DEI QUALI NOMINATI PROPRIO DAL TYCOON
Ma poi c’era una seconda domanda legata ai dazi: chi avrebbe voltato le spalle al presidente
tra i sei giudici conservatori sui nove della Corte?
La disposizione è passata con sei voti a favore e tre contrari. Considerato scontato il voto a favore dei tre giudici liberal – Sonia Sotomayor e Elena Kagan, nominate da Barack Obama, Ketanji Brown Jackson, nominata da Joe Biden – a bocciare i dazi del presidente sono stati in tre: John Roberts, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett
Roberts è il giudice capo, nominato da George W. Bush nel 2005, considerato conservatore e a cui Trump fino a oggi era molto grato, perché era colui che aveva firmato l’opinione della Corte Suprema a favore dell’immunità assoluta del presidente per gli “atti ufficiali rientranti nei poteri costituzionali fondamentali”. La decisione, in un momento in cui Trump era stato incriminato per una serie di reati, tra cui aver cercato di falsare i risultati elettorali in Georgia, spianò la strada del tycoon verso la candidatura e la vittoria alle presidenziali del 2024. Trump lo aveva pubblicamente ringraziato, l’anno scorso, e salutato con calore il giorno in cui si era presentato al Congresso per il discorso sullo Stato dell’Unione. Invece il tycoon aveva apertamente snobbato la giudice da lui nominata, Barrett. “I Padri fondatori – ha scritto stavolta Roberts – non hanno conferito alcuna parte del potere di tassazione al ramo esecutivo”.
Gorsuch, nominato da Trump nel 2017, è considerato il giudice testualista, cioè il più fedele ai testi e poco incline alla reinterpretazione filosofica. Per lui contano le parole scritte e non le intenzioni al momento dei legislatori. Barrett, nominata dal tycoon nel 2020, conservatrice, ha più volte votato contro Trump, scatenando la furia della base Maga e la freddezza nei suoi confronti, come abbiamo, detto, da parte del presidente.
La maggioranza della Corte Suprema non si è pronunciata sul fatto che le aziende possano ottenere rimborsi – in ballo ci sono oltre 170 miliardi di dollari – pagati in dazi. Molte aziende si sono rivolte nelle scorse settimane ai tribunali locali per avviare la procedura di rimborso. Kavanaugh ha osservato che il processo potrebbe essere complicato.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
“È UN PASSAGGIO ENORME, UN COLPO DURISSIMO. LA SENTENZA È SIGNIFICATIVA SOPRATTUTTO PERCHÉ ARRIVA DA UNA CORTE CHE IN PASSATO HA MOSTRATO AMPIA DEFERENZA VERSO IL PRESIDENTE” –
«Un passaggio enorme, un colpo durissimo» dice Paul Krugman. Pochi minuti dopo lo stop della Corte Suprema al “70 per cento dei dazi” di Trump, l’economista americano, coscienza liberal d’America, interviene sulla sua pagina Substack per spiegare una decisione che avrà impatti profondi e «ridimensiona profondamente il potere» dell’amministrazione a stelle e strisce.
«Non è una sorpresa — ragiona — che l’utilizzo dell’Emergency Economic Powers Act fosse illegittimo: era piuttosto evidente».
«La legge concede al presidente ampi poteri in caso di emergenza economica internazionale, ma non attribuisce automaticamente il potere di imporre dazi. Trump, peraltro, sosteneva che l’economia fosse “fantastica”, la migliore mai vista. Come si può affermare questo e, allo stesso tempo, dichiarare un’emergenza tale da giustificare l’imposizione delle tariffe?».
Domanda retorica. La decisione dei giudici, spiega Krugman, è significativa “soprattutto” perché assunta “da parte di una Corte che in passato ha mostrato ampia deferenza verso” The Donald. «L’implicazione — prosegue — è chiara: se il Congresso approva dei dazi, allora possono essere applicati. Ma il presidente non può introdurli unilateralmente invocando un’emergenza che, nei fatti, non esisteva»
Resta aperta, secondo Krugman, la questione dei fondi già incassati attraverso quei dazi. «Se sono stati dichiarati illegittimi, è difficile sostenere che il governo possa trattenere centinaia di milioni di dollari riscossi dalle imprese. Costi che, in larga parte, sono stati poi trasferiti sui consumatori».
Sul piano economico, Krugman è più cauto: «l’impatto diretto dei dazi era probabilmente più contenuto di quanto molti temessero. Il vero problema è stata l’incertezza generata dalla loro introduzione. E non è detto che questa decisione basti a dissiparla del tutto».
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
“LE RIPETUTE INIZIATIVE DI PREGHIERA IN ORARIO DI UFFICIO GENERANO UNA SERIE DI INTERROGATIVI”. TRA CUI LA “LAICITÀ DELLO STATO” E IL RISPETTO DI TUTTE LE CONFESSIONI RELIGIOSE. SENZA CONSIDERARE LE QUESTIONI OPERATIVE: CHI SALTA LA MESSA, IL ROSARIO O LE PREGHIERE, È “GIUSTIFICATO” O RISCHIA QUALCOSA?
La messa è finita, andate in pace. Ma la messa non finisce mai. Alla Farnesina, almeno, una
messa non si nega a nessuno. E neanche un rosario, una novena, un pellegrinaggio in Terra Santa. È la rivoluzione spirituale di padre Marco Malizia, il
sacerdote nominato da Antonio Tajani cappellano ufficiale del ministero degli Esteri. A cui ora si contrappone la “rivolta laica” dei diplomatici italiani. In una lettera il SINDMAE, il sindacato unico delle feluche, indirizzata al segretario generale Guariglia, chiede di darci un taglio con la “svolta spirituale” del ministero§Nel mirino c’è padre Malizia, il confessore della Farnesina accomodato in una stanza al primo piano, stimato e rodatissimo cappellano militare.
«Le ripetute iniziative di preghiera nonché le funzioni religiose svolte o annunciate in orario d’ufficio, quali ad esempio, la veglia e la recita del Santo Rosario per la pace dello scorso novembre e, da ultimo, la celebrazione della Santa Messa delle Ceneri, generano presso diversi soci una serie di interrogativi di carattere organizzativo e amministrativo, che confidiamo possano trovare migliore chiarimento a seguito della presente».
La questione è di primaria importanza. Chiama in causa niente meno che «la laicità dello Stato» e il rispetto di «tutte le confessioni religiose presenti tra le funzionarie e i funzionari della Farnesina» nonché «il pluralismo» all’interno del ministero[…]. E insieme chiedono delucidazioni su una serie di questioni operative. Chi salta la messa, il rosario, le preghiere di padre Malizia è «giustificato» o rischia grosso?
Leggete qui: «È stato sollevato il tema delle modalità di contabilizzazione delle eventuali ore di assenza del personale che decidesse di aderire a tali eventi (che si tengono in orario d’ufficio, pur non trattandosi di orario di massima operatività)», prosegue la lettera.
E ancora: come interpretare, si chiedono i diplomatici italiani, quell’avviso sulla piattaforma della Farnesina che invita calorosamente a prendere parte a «compiere un pellegrinaggio in Terra Santa»?
Oltre agli eventuali rischi di un simile viaggio – a quelle latitudini fischiano ancora missili e proiettili – il sindacato chiede spiegazioni sulle modalità di affidamento per l’appalto alla società che organizzerà il viaggio in Medio Oriente.
Insomma non a tutti è andata giù la svolta spirituale portata da padre Malizia, che in un anno di mandato è diventato un vero e proprio punto di riferimento alla Farnesina.
Malizia confessa i diplomatici, li ascolta, celebra messe e organizza perfino convegni sulla salute. A un anno dalla sua missione qualcuno, a quanto pare, ha da ridire. La «laicità dello Stato» scrivono le feluche, «per i nostri iscritti rappresenta
un principio di primaria importanza e che riteniamo debba essere costantemente tutelato, così come delineato dalla Costituzione».
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL BOARD DELLA PACE SI È RIUNITO IERI PRESSO IL “DONALD J. TRUMP U.S. INSTITUTE OF PEACE”, UN THINK TANK FINANZIATO DAL CONGRESSO CHE FINO A DICEMBRE SI CHIAMAVA “US INSTITUTE OF PEACE”
Il Board della Pace si è riunito ieri presso il «Donald J. Trump U.S. Institute of Peace», un think tank finanziato dal Congresso che fino a dicembre si chiamava semplicemente US Institute of Peace. «Marco l’ha intitolato a me» ha detto ieri il presidente americano, affermando che è stata per lui una sorpresa e un’idea del dipartimento di Stato, che ha la custodia dell’istituto (la decisione è ancora contestata in tribunale).
Sempre a dicembre il consiglio direttivo del Kennedy Center scelto dal presidente ha aggiunto il suo nome […] al centro culturale e memoriale ufficiale dell’ex presidente Jfk, tra le proteste del partito democratico. Ed è stato annunciato che una nuova flotta di navi della Marina Usa, descritte come più grandi e più letali mai costruite, verranno chiamate «Corazzate classe Trump».
Adesso la prossima mossa potrebbe essere rinominare l’aeroporto di Palm Beach, in Florida. Secondo il Washington Post , la sua azienda di famiglia sta cercando di avere l’autorizzazione anche per gadget e prodotti che si vendono negli aeroporti.
Ha inoltre lanciato nuovi conti correnti e di investimento per minorenni nominati Trump Accounts e il suo volto appare su manifesti affissi sulle facciate di alcuni edifici pubblici a Washington, come il dipartimento del Lavoro (insieme a Theodore Roosevelt) e sui pass per l’accesso ai parchi naturali, con George Washington.
(da agenzie)
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