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L’AFFETTATRICE ESIBITA A “OTTO E MEZZO” DA ALESSANDRO SALLUSTI, OVVERO DIMMI CHE AFFETTATRICE HAI E TI DIRÒ CHI SEI, : “È PER DEFINIZIONE UN SIMBOLO DI STATUS, CREDO SIA UNA BERKEL, LA ROLLS ROYCE DELLE AFFETTATRICI”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“CHIUNQUE AMBISCA A SEGNALARE LA PROPRIA IRRESISTIBILE EVIDENZA SOCIO-PROFESSIONALE HA L’OBBLIGO QUASI SUPREMATISTICO DI POSSEDERNE UN MODELLO, MAGARI PLURIACCESSORIATO”

Come ben sanno le persone di mondo, l’affettatrice che Alessandro Sallusti, portavoce meloniano per l’imminente referendum, mostra pervicamente alle sue spalle durante, metti, i collegamenti con Lilli Gruber su La7, è per definizione un simbolo di status, credo, se vogliamo entrare nel dettaglio e nei listini, sia una Berkel, la Rolls Royce delle affettatrici.
Dubito quindi si tratti di una presenza accidentale, un semplice oggetto di sfondo, casualmente domestico. Si sappia infatti che chiunque ambisca a segnalare la propria irresistibile evidenza socio-professionale, al di là del mestiere svolto, ha l’obbligo quasi suprematistico di possederne – tra cucina, tinello, tavernetta o grottino – un modello, magari pluriaccessoriato, totemicamente lì, nella propria dimora, poco importa se cittadina, collinare, lacustre o direttamente a bordo mare.
Irrilevante perfino quanto venga usata, se abbia mai sfiorato un prosciutto. La sua presenza, volendo, come tu hai rimarcato, agli occhi di alcuni potrebbe anche
figurare come metafora e suggestione “pizzicarola”, in realtà è già simbolo informale del fronte del Sì al referendum sulla separazione delle carriere togate. Detto questo, come direbbe la “Settimana Enigmistica”, aguzzando la vista, sono quasi certo che la ritroveremo presente fino al giorno delle urne in forma di monito elettorale.
(da Dagospia)

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“QUANDO LA SMETTERÀ ELLY SCHLEIN DI CHIEDERE A GIORGIA MELONI DI DISSOCIARSI DAI SUOI FEDELI ESECUTORI?”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

PINO CORRIAS SULLE PAROLE DI NORDIO E LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA CHE SI MUOVONO IN “MODALITÀ PARAMAFIOSA”: “INVECE DI CRITICARE LA SCEMPIAGGINE DEL MINISTRO, ELLY INVOCA LA SOLITA RICHIESTA INFANTILE: ‘GIORGIA DISSOCIATI!’, LASCIANDO INTENDERE CHE ESISTA UNA MELONI MIGLIORE DI QUELLA CHE IN QUATTRO ANNI DI GOVERNO HA IDEATO LA RIFORMA, L’HA IMPOSTA CON IL VOTO DI FIDUCIA, E OGGI NE PRETENDE LA RATIFICA REFERENDARIA”

Ma quando la smetterà Elly Schlein di chiedere a Giorgia Meloni di dissociarsi dai suoi fedeli esecutori? Davvero crede che Carlo Nordio, ministro giustiziere della Giustizia, parli per sé e non a nome della sua mandante, la signora-in-capo del governo, nonché ponte dei sospiri tra la bella nazione che fu l’Italietta delle trame e i furori trumpiani della peggiore America di sempre?
Disse l’altro giorno Nordio, con ghiaccio o senza, che i magistrati navigatori di correnti si muovono in “modalità paramafiosa”, enormità che ha provato a ridimensionare attribuendo il sanguinoso giudizio a un pubblico ministero – Nino Di Matteo, palermitano – che in tutt’altro contesto e con altri intenti, disse nel 2020.
Invece di criticare la scempiaggine del ministro, sventatamente offensiva per il ruolo istituzionale che ricopre e per i molti magistrati che in modalità assai mafiosa furono fucilati sulle strade della nostra storia, Elly invoca la solita richiesta infantile: “Giorgia dissociati!”, attribuendole una superiorità ideologica, una distanza morale, che le consentirebbe di correggere l’insulto e ripulire il latte versato
Di più: lasciando intendere che esista una Meloni migliore di quella che in quattro anni di governo ha ideato la riforma, l’ha fatta correre a testa bassa, l’ha imposta con il voto di fiducia, e oggi ne pretende la ratifica referendaria: una Meloni timida, moderata, pronta a dire: no, non era questo il senso.
Ma Nordio non è l’errore della frase. È l’esecutore della frase. Non è un lapsus del potere, ma la sua grammatica. Chiederne la dissociazione è patetico. Peggio ancora: ingenuo. Come se il potere fosse un malinteso linguistico da aggiustare. E non invece un progetto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IN UN MONDO DI TRUMP, ANCHE GEORGE W. BUSH SEMBRA UN GIGANTE. L’EX PRESIDENTE REPUBBLICANO IN UN SAGGIO ELOGIA GEORGE WASHINGTON E ATTACCA INDIRETTAMENTE IL TYCOON: “AVREBBE POTUTO MANTENERE UN POTERE ASSOLUTO, MA PER DUE VOLTE SCELSE DI NON FARLO. RINUNCIANDO AL POTERE, HA GARANTITO CHE L’AMERICA NON DIVENTASSE UNA MONARCHIA O PEGGIO. FISSÒ UNO STANDARD A CUI TUTTI I PRESIDENTI DOVREBBERO ATTENERSI”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

GEORGE W. ELOGIA L’AUTOCONTROLLO, LA CORTESIA, LA MODESTIA E LA DIPLOMAZIA DEL PRIMO PRESIDENTE USA. CIOÈ CARATTERISTICHE OPPOSTE AL BULLISMO DAZISTA E AUTOCRATICO DELL’ATTUALE COMMANDER-IN-CHIEF

L’ex presidente George W. Bush non intende infrangere il “codice del silenzio” che impedisce agli ex leader statunitensi di criticare pubblicamente i propri successori, ma a quanto pare non è contrario a lanciare qualche frecciata velata.
In un saggio per il Presidents’ Day pubblicato lunedì dall’istituzione pro-democrazia More Perfect, lo sguardo ammirato di Bush rivolto alle qualità del primo presidente d’America è servito soprattutto a sottolineare quanto l’attuale amministrazione sia diventata poco presidenziale.
Bush ha tessuto le lodi di diverse qualità di George Washington, soffermandosi in particolare su quelle che oggi sembrano scarseggiare. Tra queste, “l’umiltà”, una profonda considerazione per la storia, il rispetto per un sapere superiore al proprio e la riluttanza a mantenere il potere “per il potere in sé”.
«Il nostro primo presidente avrebbe potuto mantenere un potere assoluto, ma per due volte scelse di non farlo», ha scritto Bush. «Così facendo, fissò uno standard a cui tutti i presidenti dovrebbero attenersi».
Bush ha inoltre analizzato l’impegno di Washington verso un codice di condotta che all’epoca era considerato parte delle “arti da gentiluomo”. Washington, secondo le ricerche di Bush, “si educò da solo” copiando “le 110 massime tratte dalle Rules of Civility and Decent Behavior in Company and Conversation”, un testo redatto dai gesuiti francesi alla fine del XVI secolo.
«Molte delle qualità poi associate alla leadership di Washington, dall’autocontrollo e la cortesia alla modestia e alla diplomazia, possono essere ricondotte a quel breve manuale di buone maniere», ha scritto Bush.
Le ripetute decisioni di Washington di rinunciare al potere furono lezioni cruciali per la nazione, secondo Bush, che ha sostenuto come la scelta di Washington di dimettersi dal comando dell’esercito statunitense dopo la Rivoluzione, e successiva decisione di concludere la propria presidenza dopo due mandati, “abbiano garantito che l’America non diventasse una monarchia, o peggio”.
Il messaggio assume un peso particolare considerando che Donald Trump ha continuato a contestare i risultati elettorali in tentativi infruttuosi di mantenere il potere, compreso il tentativo di rovesciare l’elezione presidenziale del 2020 e le minacce di candidarsi per un terzo mandato, in violazione dei limiti di legge.
Ma la condotta di Washington — e il suo impegno nel costruire fondamenta istituzionali durature — fu determinante non solo per il suo successo personale, ma anche per il futuro dello Studio Ovale e del Paese, secondo il quarantatreesimo presidente.
«Il nostro primo leader contribuì a definire non solo il carattere della presidenza, ma il carattere stesso della nazione», ha scritto Bush. «Washington mostrò cosa significhi anteporre il bene del Paese all’interesse personale e all’ambizione egoistica. Incarna l’integrità e dimostrò perché valga la pena aspirarvi. E si comportò con dignità e autocontrollo, onorando la carica senza permettere che venisse investita di poteri quasi mitici».
(da agenzie)

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PIERO GRASSO: “SE VINCE IL SI’ AL REFERENDUM, LA MAGISTRATURA SARA’ PIÙ ESPOSTA ALLE PRESSIONI POLITICHE”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DEL SENATO, E GIA’ PROCURATORE ANTIMAFIA: “SI TENGANO PRESENTI CINQUE COSE. PRIMO: L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA NON È UN PRIVILEGIO DEI GIUDICI, MA UNA GARANZIA PER I CITTADINI. SECONDO: RIDURRE I CONTROLLI E DIVIDERE LE CARRIERE VA NELLA DIREZIONE DI INDEBOLIRE L’ARGINE AGLI ABUSI DI POTERE E NON RISOLVE IL PROBLEMA DELL’IMPARZIALITÀ DEL GIUDICE. TERZO: L’EQUILIBRIO TRA I POTERI È IL CUORE DELLA REPUBBLICA, E NON DOBBIAMO ACCETTARE UNA DERIVA UNGHERESE O TRUMPISTA. QUARTO: IL SORTEGGIO COME CRITERIO ELETTIVO È RIDICOLO PER QUALSIASI ORGANO COSTITUZIONALE. QUINTO: SI AUMENTANO I COSTI DI DECINE DI MILIONI DI EURO E NON SI RIDUCE NEMMENO DI UN GIORNO LA DURATA DEI PROCESSI”

Molti elettori si sentono disorientati da un dibattito tecnico e spesso opaco. Se dovesse spiegare in modo chiaro e diretto le ragioni della sua posizione, quali sarebbero i punti essenziali che i cittadini dovrebbero conoscere prima di andare a votare?
«Cinque cose semplici. Primo: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini. Secondo: ridurre i controlli e dividere le carriere va nella direzione di indebolire l’argine agli abusi di potere e non risolve il problema dell’imparzialità del giudice in alcun modo. Terzo: l’equilibrio tra i poteri è il cuore della nostra Repubblica, e non dobbiamo accettare nessuna crepa verso derive ungheresi o trumpiste. Quarto: il sorteggio come criterio elettivo è ridicolo per qualsiasi organo costituzionale. Quinto: si aumentano i costi di decine di milioni di euro e non si riduce nemmeno di un giorno la durata dei processi».
Se il referendum dovesse confermare la riforma, quale scenario si aprirebbe per il sistema giudiziario italiano nei prossimi anni?
«Si aprirebbe una fase di transizione lunga e complessa, con il rischio di una magistratura più esposta alle pressioni politiche. Mi preoccupano le riforme che a partire da questa potranno seguire per limitare i poteri del pm, come si è lasciato sfuggire chi ha ipotizzato di sottrargli la direzione della polizia giudiziaria».
Infine, senatore, questa battaglia sulla giustizia sembra destinata a segnare la legislatura. Crede che il voto referendario possa diventare anche un giudizio politico sull’idea di Stato e di legalità proposta da questo governo?
«Chi andrà al voto, mi sembra evidente, lo farà con tre motivazioni diverse. Ci saranno quelli che daranno un voto politico a favore o contro il governo. Quelli che hanno voglia di bastonare o difendere la magistratura, per ragioni personali o di gruppo. Infine, e spero siano molti, quelli che avranno la pazienza e l’attenzione di capire la riforma e scegliere nel merito. Dei primi due gruppi non parlo. Nel merito mi auguro che la scelta sia un netto no».
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI FA SEMPRE PIÙ FATICA A FARE L’EQUILIBRISTA. DA UN LATO TENTA (INUTILMENTE) UN ASSE CON IL TEDESCO MERZ, CHE CONTINUA A PREFERIRLE MACRON, DALL’ALTRO FLIRTA CON TRUMP E GLI SVALVOLATI “MAGA”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

FOLLI: “LA SCELTA DI PARTECIPARE COME OSSERVATORE AL ‘BOARD’ PER GAZA È IL MASSIMO DELL’ESPOSIZIONE PRO-USA SENZA COMPIERE SCELTE IMPEGNATIVE E DEFINITIVE. E SENZA SPEZZARE, GRAZIE A MERZ, IL FILO CON L’UNIONE EUROPEA”

L’Italia della Meloni si muove sul filo. Con Merz cerca di ripercorrere, adattandola ai tempi, una strada tradizionale dei governi della Prima Repubblica. Ma vorrebbe al tempo stesso tenere in piedi la relazione bilaterale con Washington, contenta di essere elogiata dalla Casa Bianca e persino dagli ambienti Maga che fanno riferimento a Vance. Ma non all’estremista Bannon da cui la premier ha preso le distanze e che la ricambia con antipatia.
In definitiva, la parziale intesa con il cancelliere tedesco le consente di dare forma a una sorta di “europeismo di destra”, abbastanza disincantato e tuttavia fermo sul punto di non approfondire la frattura con Trump.
Impresa non semplice, forse velleitaria data la scarsa prevedibilità del presidente americano. Ma questa è la via intrapresa da Giorgia Meloni, come si vede anche con la scelta di partecipare come osservatore al “board” per Gaza.
Vale a dire, il massimo dell’esposizione pro-Usa in questa fase senza compiere scelte impegnative e definitive. E soprattutto senza spezzare, grazie a Merz, il filo con l’Unione europea.
Del resto, un passo ulteriore verso l’euro-scetticismo vorrebbe dire fare il gioco del variegato fronte filo-russo, presente in Italia come in Germania. E questo non è davvero nell’interesse di Giorgia Meloni.
Oggi il ministro Tajani riferirà in Parlamento riguardo al “board” e ad altri temi di attualità. È facile prevedere una seduta incandescente. I tempi in cui si poteva sperare che la politica estera fosse in grado di avvicinare maggioranza e
opposizione sono finiti forse per sempre. Non hanno resistito alla rivoluzione dei rapporti internazionali di cui i nostri politici sono stati ovviamente semplici spettatori. Con Merz cerca una strada tradizionale. Ma vorrebbe tenere in piedi il rapporto con gli Usa
(da Repubblica)

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IL MINISTRO NORDIO STA FACENDO CAMPAGNA PER IL NO AL REFERENDUM, NON C’E’ ALTRA SPIEGAZIONE

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

PRIMA LA GAFFE SUL “METODO PARAMAFIOSO” PER L’ELEZIONE DEI MEMBRI DEL CSM, POI LA RICHIESTA DI SCHEDARE CHI FINANZIA I COMITATI PER IL NO AL REFERENDUM (E QUELLI DEL SI’ ?)… OGNI VOLTA CHE PARLA FA PERDERE CONSENSI AI SOVRANISTI

Qualcuno dica al ministro Nordio che sta esagerando. Rivolgiamo questo appello a chi è convinto, legittimamente, della bontà della riforma della giustizia, a chi crede che renderà i magistrati più indipendenti dalla politica. Perché le parole e gli atti del ministro, in questi giorni, stanno in realtà confermando il contrario.
Passiamo oltre, per un attimo, alla gaffe sul “metodo paramafioso” con cui i magistrati eleggono i membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Una doppia gaffe carpiata con coefficiente di difficoltà che nemmeno Ilia Malinin sul ghiaccio, visto che attribuisce questa frase al magistrato antimafia Nino Di Matteo, che si affretta a smentirlo e a dire che lui sostiene il No alla riforma.
E visto che proprio la mafia, quella vera, ha ucciso il fratello del presidente del Csm, cioè il presidente della repubblica Sergio Mattarella.
Passiamo oltre, dicevamo, perché Nordio, nel giro di nemmeno ventiquattro ore, piazza un secondo colpo da maestro, chiedendo all’Associazione Nazionale Magistrati, i nomi di privati cittadini che, legittimamente, finanziano i Comitati per il No. Il motivo di questa schedatura? Se finissero alla sbarra, questi cittadini, potrebbero ricevere favori dai magistrati contro la riforma.
È una mossa, questa di Nordio, che in nome di una supposta trasparenza e di un supposto conflitto d’interesse, finisce per suonare intimidatoria verso chi, legittimamente, sostiene la campagna per il No, che si ritroverebbe schedato tra i nemici del governo e vedrebbe macchiato dall’ombra del sospetto qualunque sentenza a lui favorevole si verificasse nei prossimi anni.
Una mossa grave – indotta, va detto, dall’interrogazione di un parlamentare di Forza Italia – che è ancora più grave se si guardano i sondaggi di questi giorni, che danno il fronte del No in forte rimonta nei confronti del Sì al referendum del 22 e 23 marzo.
Una rimonta che è figlia, soprattutto, della paura che il governo, con questa riforma, voglia minare l’indipendenza della magistratura, metterla sotto la propria tutela, ingerire nelle sue attività d’indagine, metterne in discussione l’autonomia di giudizio.
Con le sue parole e i suoi atti, Nordio non fa altro che confermare questa paura, dando ulteriori argomenti a una campagna per il No che, ormai, già ne ha parecchi.
Fossimo tra i sostenitori del No, lo assolderemmo come testimonial.
Fossimo tra i sostenitori del Sì, faremmo sparire l’agenda dei suoi appuntamenti pubblici.
(da Fanpage)

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I TRE POLIZIOTTI ARRESTATI PER TRAFFICO DI DROGA “HANNO DETENUTO E SPACCIATO INGENTI QUANTITATIVI DI SOSTANZE STUPEFACENTI E RIVELATO NOTIZIE D’UFFICIO A UN PREGIUDICATO”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

SALVINI, QUELLO DEL “STO SEMPRE DALLA PARTE DEGLI AGENTI” GIUSTIFICA PURE LORO O E’ MEGLIO SAPER DISTINGUERE?

Associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. È il reato contestato dal gip di Roma, dopo una indagine della Direzione Investigativa Antimafia a sette indagati. Tre di loro fanno parte della Polizia di Stato. I tre, nella ricostruzione degli inquirenti, in numerose occasioni, hanno detenuto o spacciato ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, hanno compiuto accessi illegali al sistema di consultazione SDI delle forze dell’ordine e rivelato notizie d’ufficio e informazioni a P.G., un uomo che risiede nel quartiere romano del Tufello.
L’inchiesta, nel 2024 e affidata dalla Dda capitolina al Centro operativo Dia di Roma, ha messo in luce come un gruppo di trafficanti di droga si serviva di poliziotti per rifornirsi di stupefacente. Fornendo loro informazioni su corrieri, anche di altri gruppi criminali, per farli perquisire e arrestare. Solo parte della ‘merce’ veniva sequestrata, mentre il resto veniva consegnato a componenti del gruppo in cambio di denaro. Nell’esecuzione delle misure restrittive, la Dia si è avvalsa del supporto della Questura di Roma e dei competenti reparti dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
(da agenzie)

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UN ALTRO MIGRANTE RISARCITO CON 18.000 EURO, CONDANNATO IL VIMINALE PER “TRATTAMENTI INUMANI E VIOLAZIONE DEL DIRITTO DI ASILO”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

BASTA FAR PAGARE AGLI ITALIANI LE CAZZATE DEL VIMINALE, PAGHINO I RESPONSABILI DI TASCA LORO

Il Viminale dovrà risarcire con 18 mila euro un migrante pakistano respinto dall’Italia in Slovenia e poi in Bosnia. La decisione della 18esima sezione civile del tribunale di Roma è della giudice Damiana Colla. Il tribunale aveva già deciso il risarcimento di 700 euro per un migrante trattenuto nel Cpr in Albania. La condanna risale al 2023: secondo la sentenza, si trattava di «trattamenti inumani» e violazioni del diritto d’asilo.
La sentenza
L’uomo era arrivato in Italia nel 2018. In Slovenia aveva firmato i documenti per l’asilo ma poi era stato rispedito in Bosnia. Il Viminale aveva affermato «la legittimità della pratica della riammissione informale dei cittadini stranieri verso lo stato membro dal quale hanno fatto ingresso, quando essi siano individuati nell’immediata prossimità spaziale e temporale dell’attraversamento irregolare della frontiera e quando ciò sia previsto da un accordo tra gli stati interessati».
Il cittadino pakistano ha fatto rientro in Italia nel 2021 e ha ricevuto lo status di rifugiato. Ovvero «La più elevata forma di protezione internazionale», aveva detto Colla che aveva quindi ottenuto il risarcimento per il ritardo nell’accesso alla procedura d’asilo.
(da agenzie)

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CORSA A CHI LA SPARA PIU’ GROSSA. PER ALEMANNO “VANNACCI E’ PIU’ SOVRANISTA DI MELONI E SALVINI”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX SINDACO DI ROMA OGGI IN CARCERE SI DEFINISCE “SOVRANISTA SOCIALE”… NOI NON DIMENTICHIAMO “I VALORI IDENTITARI E SOCIALI” DI QUANDO APPOGGIAVI BERLUSCONI E LA LEGA… PS, O SEI SOVRANISTA O SEI SOCIALE,NON ESISTE UN SOVRANISMO CHE NON SIA AL SERVIZIO DEL PEGGIORE CAPITALISMO

Gianni Alemanno dice che Roberto Vannacci è più sovranista di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Mentre i sondaggi dicono che il partito del generale in pensione ruba voti proprio a Fratelli d’Italia e alla Lega, il sindaco di Roma dal 2008 al 2013 oggi in carcere si definisce «sovranista sociale». «Questo governo conservatore cerca di garantire la difesa dei valori identitari del nostro popolo e questo miB rappresenta. Le politiche economiche e sociali però mi sembrano continuazione di quelle di Mario Draghi. Mi auguro che ci sia un ripensamento complessivo perché l’esecutivo non sta rispondendo alle aspettative di chi lo ha votato», esordisce in un’intervista a La Stampa.
Vannacci e Alemanno
Secondo Alemanno Vannacci ce la farà «se saprà costruire un’aggregazione politica ampia e partecipata. Tra l’altro ha un background di vita, cultura e patriottismo molto superiore a quello di Meloni e Salvini». La rottura con Salvini non è però paragonabile a quella di Gianfranco Fini con Silvio Berlusconi: «Fini ruppe con il Popolo delle Libertà per andare verso il centro moderato e poi verso un accordo con la sinistra, mentre Vannacci ha rotto con la Lega per andare più a destra». Non si tratta di tradimenti: «Sono scelte politiche che possono essere apprezzate o meno, ma non posso essere demonizzate». Anche se in Italia il sovranismo rischia di diventare uno slogan vuoto «perché i partiti che hanno raccolto voti d’ispirazione sovranista non fanno politiche conseguenti. In realtà, però, in tutta Europa il vento sovranista sta spirando sempre più forte, come sintomo di un’insofferenza verso un’Unione europea troppo oppressiva».
Alemanno e Trump
Sul presidente degli Stati Uniti, sostiene Alemanno, «credo che Trump, pur tra mille stranezze, stia cambiando gli equilibri mondiali in senso positivo e possa essere per noi una sponda per essere più sovrani in Europa». Infine, sulla sua detenzione dal 13 dicembre 2024 per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo. «Nelle carceri italiane c’è un sovraffollamento assurdo che aumenta di mese in mese e che rende impossibile la rieducazione dei detenuti, mentre è sempre più facile commettere reati dentro istituti di pena che non si riesce a controllare. Nessuna riforma è possibile, se non si riduce questa emergenza, consentendo la liberazione anticipata speciale di coloro che hanno mantenuto una buona condotta».
(da agenzie)

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