Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
I DECRETI ATTUATIVI DELLA RIFORMA GIA’ SCRITTI…OBIETTIVO RIDURRE IL POTERE DEI MAGISTRATI
Mentre il clima da campagna elettorale per il referendum sulla magistratura è sempre più avvelenato, c’è chi continua a lavorare in silenzio nelle stanze del ministero della Giustizia. Scommettendo sulla vittoria del Sì, sono pronti i testi che daranno davvero le gambe alla riforma: secondo fonti autorevoli di Domani, infatti, decreti attuativi sono sostanzialmente chiusi e riposano nei cassetti dei sottosegretari Andrea Delmastro e Andrea Ostellari, del viceministro Francesco Paolo Sisto, della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi e ovviamente del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Sentita da Domani, da via Arenula arriva la conferma: i vertici ministeriali ci lavorano da tempo e «lo scheletro» e «una traccia» dei decreti attuativi sono fatti. Bozze insomma, secondo il ministero, con la spiegazione che con una riforma costituzionale sempre si comincia in anticipo a lavorare ai decreti attuativi. Poi, viene confermato, se il referendum passerà, su queste bozze partirà il confronto
Anm e opposizioni, come Nordio ha detto anche durante l’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione.
In realtà, in quella sede, il ministro era stato ancora più sfumato: se arriverà la conferma al referendum, «inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione»
In realtà, appunto, Domani è in grado di rivelare che le norme attuative sono già state abbondantemente elaborate in gran segreto dai vertici ministeriali – in particolare Delmastro, Sisto, Bartolozzi e Nordio – e con una logica ben precisa.
Cosa prevedono
L’attenzione si è concentrata in particolare sulla futura composizione del Csm. Anzitutto, viene fatta valere la dicitura dell’articolo 104 della Costituzione che prevede che la componente laica sia di «un terzo» e quella togata di «due terzi». La Costituzione non ha mai previsto il numero dei consiglieri, ma solo le proporzioni (la riforma ordinaria di Marta Cartabia li ha aumentati da 24 a 30). Così, le bozze dei decreti attuativi prevedono di ridimensionare – e di molto – il numero dei consiglieri del Csm requirente. La logica è quella della proporzionalità: il Csm giudicante sovrintenderà le carriere di circa 7mila giudici; quello della magistratura requirente di 2.200 pubblici ministeri. Quindi, nelle intenzioni del ministero, il numero dei sorteggiati nel Csm dei pm dovrà essere proporzionale. Ovvero: molto più piccolo rispetto a quello dei giudici, con un numero totale di consiglieri forse perfino inferiore ai dieci membri, cui si aggiungono di diritto il procuratore generale presso la Cassazione e il capo dello Stato come presidente.
Altra previsione: ridimensionare in modo significativo la struttura amministrativa e l’ufficio studi. Oggi il Csm ha disposizione per il suo funzionamento una segreteria generale composta di 14 magistrati e un ufficio studi di altre 12 toghe, tutti fuori ruolo. Tutta questa struttura, che teoricamente andrebbe duplicata per i due Csm, verrà invece smontata.
Una riduzione dei costi, ma soprattutto con l’obiettivo di ridurre il peso degli interventi dei due futuri Csm. Ora, infatti, centro studi e segreteria sono strutture tecniche a disposizione dei consiglieri per approfondimenti e per la redazione di atti e delibere. Eliminarli farà ricadere quest’onere su consiglieri sorteggiati, quindi potenzialmente anche neofiti della complessa materia amministrativa di cui si occupa il consiglio.
Infine, il sorteggio sarà temperato. I togati dovranno avere almeno la terza valutazione di professionalità, dunque un’anzianità di servizio compresa tra i 12 e i 16 anni, inoltre saranno esclusi dal sorteggio i magistrati fuori ruolo (circa 220). Questa previsione – particolarmente cara a Bartolozzi – sarebbe il modo per escludere le toghe che oggi lavorano nei ministeri e che dunque hanno una esperienza di matrice indirettamente politica (la maggioranza dei quali ritenuti con simpatie progressiste perché indicati nei governi precedenti rispetto a quello di Giorgia Meloni).
L’obiettivo
Dietro questa solerzia ministeriale si legge il disegno politico. Nella maggior parte dei casi, infatti, i decreti attuativi arrivano molto dopo le leggi anche solo ordinarie, si pensi a quelli per il nuovo Codice della strada, approvata a fine 2024 e ancora in parte inattuata proprio perché mancano i decreti.
In questo caso si farà una corsa contro il tempo: se vincesse il Sì a una riforma pensata per smantellare l’attuale Csm, sarebbe il colmo doverlo prorogare. I consiglieri togati, infatti, si sono insediati con le elezioni del 18-19 settembre 2022, i laici invece sono stati eletti nel gennaio 2023, e dunque il Consiglio cesserà nel gennaio 2027. Ecco la ragione della fretta: la riforma deve subito entrare in funzione, per azzerare quello che oggi è ritenuto l’esondante potere del Csm.
La strategia, però, rischia di avere un determinante errore di fondo: la vittoria del referendum è molto incerta e lo diventa sempre di più con la politicizzazione del quesito da parte di tutte le forze politiche. Al ministero si oscilla tra l’ansia per la sconfitta e la convinzione – secondo un report interno – di avere ancora 4-5 punti in più del No. Intanto, la formula per polverizzare l’attuale Csm è già stata studiata.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’AVV. LUCA MASERA, LEGALE DI ASGI
Qualche giorno fa il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo pacchetto immigrazione, che
contiene anche la norma sul cosiddetto ‘blocco navale’, una misura bandiera per il governo e soprattutto per Giorgia Meloni, che lo aveva proposto più volte in passato.
Non si tratta di fermare fisicamente le navi ong in mare, ma stiamo parlando di una stretta che dovrebbe disincentivare e impedire, secondo i piani del governo, l’arrivo di imbarcazioni umanitarie cariche di migranti all’interno delle acque territoriali italiane. La novità si trova all’articolo 2 del testo del disegno di legge, ‘Interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali della frontiera marittima per minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale’.
Quando scatta il blocco navale e perché è problematico capire cosa è una “minaccia grave”
La prima parte dell’articolo dice che il ‘blocco navale’ scatta “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Per disporre il blocco, temporaneo, serve una delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del titolare del Viminale. Nella delibera bisognerà specificare i motivi dell’interdizione; la tipologia di imbarcazioni nei cui confronti l’interdizione opera; la durata del blocco. Il divieto di attraversamento delle acque territoriali dovrebbe avere una durata non superiore a trenta giorni, “prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi”
Per minaccia “grave” si intende:
il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale;
la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini;
le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale;
gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza.
Questa è la prima parte della norma, che presenta alcune criticità, come messo in evidenza da Asgi. Il professor Luca Masera, avvocato e membro del direttivo di Resq People Saving People, contattato da Fanpage.it, spiega infatti che quando si fa riferimento alla “minaccia grave” per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, il perimetro è troppo incerto e non ben definito. Ci sarebbe insomma un certo grado di approssimazione nella norma, che non renderebbe la sua applicazione semplice. “Questi elementi potrebbero essere oggetto di controllo da parte dell’autorità giudiziaria, in caso di ricorso. Quando menzionerà il ‘rischio terrorismo’ o la ‘pressione migratoria eccezionale’, il governo dovrà fondarsi su fatti concreti, con dovranno avere una base empirica verificabile, non potranno essere delle mere affermazioni da parte dell’esecutivo”.
“A proposito poi della ‘pressione migratoria eccezionale’, questo tema è regolato in modo analitico da un regolamento dell’Ue, approvato nel 2024 nell’ambito del nuovo Patto Migrazione e Asilo in vigore da giugno. C’è una procedura specifica per i casi di eccezionale afflusso: lo Stato deve notificare la situazione alla Commissione, quest’ultima valuta se ci sono gli estremi per dichiarare l’emergenza, e si così attiva un meccanismo di solidarietà da parte degli altri Stati nei confronti del Paese sottoposto alla pressione migratoria eccezionale. Si prevede inoltre una deroga su alcuni diritti dei migranti in relazione alla valutazione delle domande d’asilo. Ma non si parla affatto in quel regolamento di chiusura delle frontiere e delle acque territoriali, come vorrebbe il governo Meloni”. Insomma, Masera ricorda che dovrebbe essere previsto un passaggio con la Commissione europea, prima di dichiarare la ‘pressione migratoria eccezionale’. “Introdurre queste nuove norme diventa molto problematico, perché il regolamento europeo si propone come obiettivo quello di disciplinare la reazione degli Stati nei casi di particolare afflusso migratorio. Il nuovo dl non tiene minimante conto di quello schema”.
Come si comporteranno le navi Ong davanti a questo nuovo divieto?
Un altro punto debole della nuova norma inserita nel pacchetto immigrazione riguarda la seconda parte dell’articolo 2 del provvedimento, ovvero quella che recita così:
“I migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese che ne prevedono l’assistenza, l’accoglienza o il trattenimento in strutture dedicate, ove operano organizzazioni internazionali specializzate nei settori della migrazione e dell’asilo, anche ai fini del rimpatrio nel Paese di appartenenza”.
Le navi umanitarie che salvano migranti in mare subiranno un rallentamento o uno stop alle loro missioni in mare? Se una nave viaggia con migranti a bordo non potrebbe essere interdetta in assenza di un Place Of Safety vicino e accessibile. “Non sarebbe possibile negare l’accesso alle navi Ong, anche se ci fosse un afflusso di migranti eccessivo. Non è possibile non soccorrere le persone in mare, come ha stabilito il diritto internazionale del mare in decine di procedimenti in cui sono state coinvolte le Ong”, sottolinea Masera a Fanpage.it.
Chi non rispetta il blocco rischia, secondo il dl, rischia la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da 10mila a 50mila euro. “La responsabilità solidale di cui all’articolo 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, si estende all’utilizzatore o all’armatore e al proprietario della nave”, si legge ancora nel testo, che aggiunge: “In caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima imbarcazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell’imbarcazione e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare”.
Masera ricorda che al momento non c’è nessun accordo stretto tra il governo italiano e i Paese terzi: “L’accordo con Tirana prevede espressamente che i migranti che accedono alle strutture albanesi debbano essere recuperati in mare solo da navi delle autorità italiane. Non vengono menzionate in quell’accordo le imbarcazioni delle Ong. Quindi andrebbe rinegoziato anche il patto con l’Albania. Inoltre, se anche venissero stipulati questi accordi, è evidente che non ci sarebbe alcun rischio di multe o confisca per le Ong che decideranno di non portare i migranti verso luoghi ritenuti non sicuri”.
L’elenco dei Paesi sicuri è stato da poco aggiornato dall’Ue: sono inclusi Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. “Al netto di questo elenco aggiornato, è da escludere che le organizzazioni umanitarie, come
Resq People Saving People, possano portare le persone salvate in mare in luoghi che secondo gli standard internazionali non sono sicuri, anche se il Parlamento europeo dovesse certificare che un Paese come la Tunisia è sicuro. Oggi non lo è affatto”, dice ancora Masera a Fanpage.it. “Proprio in questi giorni come Asgi stiamo depositando un ricorso alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli contro la Tunisia per il trattamento dei migranti e le violenze perpetuate nei loro confronti”.
Quindi, se anche venissero applicate le sanzioni alle Ong, previste dal dl, queste verrebbero contestate in sede giudiziaria. “Nel caso della Tunisia, difficilmente un giudice italiano confermerebbe una sanzione di questo tipo a una nave che si rifiutasse di riportare i migranti verso quel Paese”, sottolinea il professore di Asgi a Fanpage.it.
(da Fanpage)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
PARODI: “DOVREBBERO SAPERE CHE I DATI DEI CITTADINI SONO COPERTI DALLA PRIVACY,,, IL PD CHIEDE LE DIMISSIONI DI NORDIO: “MENTE, NON PUO’ RESTARE AL SUI POSTO”
È il wrestling, più che sci o biathlon, lo sport che sembra ispirare il governo in queste settimane di Olimpiadi invernali.
Colpi plateali, prese spettacolari, sfide muscolari. Sul ring c’è sempre lui: Carlo Nordio, guardasigilli, ex magistrato che senza nascondere una certa soddisfazione, porta avanti una campagna referendaria sulla riforma della giustizia con toni durissimi rivolti sia al Csm sia a singoli magistrati, su tutti il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri.
Di fronte al No in piena rimonta nei sondaggi, le toghe vengono accusate di alimentare un sistema «paramafioso» attraverso le correnti. Il Consiglio superiore della magistratura descritto come un «verminaio correntizio». Fino all’ultima mossa che incendia lo scontro. Dieci righe firmate da Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministro e indirizzate all’Associazione nazionale dei magistrati per chiedere, «nell’ottica di una piena trasparenza», tutti i nomi di coloro che avrebbero finanziato il comitato del No.
La lista nera
La lettera, protocollata venerdì a seguito di una interrogazione del parlamentare di Forza Italia Enrico Costa, arriva lunedì è viene bollata da giudici e pm come una «schedatura». Mentre di «atto molto grave che sa tanto di liste di prescrizione» parla il Partito democratico, tramite la deputata Debora Serracchiani.
Nella missiva al presidente dell’Anm Cesare Parodi si legge: «Il parlamentare interrogante riferisce che il segretario generale dell’Anm avrebbe dichiarato che il “Comitato Giusto dire No” promosso dall’Anm ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente con una donazione volontaria».
Da ciò l’interrogante assume un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm. «Sottopongo alle Vostre valutazioni, pertanto,
l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato “Giusto dire No” da parte di privati cittadini».
Passano alcune ore e la risposta dell’associazione magistrati arriva con toni cortesi ma inequivocabili: «Gentilissima Dottoressa, nel ringraziarla per avermi interpellato» scrive Parodi «devo purtroppo annotare che non sono nelle condizioni di rispondere in quanto, come Lei ben riporta, il Comitato in questione è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto – anche giuridico – assolutamente autonomo».
Una precisazione che ribadisce l’autonomia del comitato referendario rispetto al “sindacato” delle toghe e che, di fatto, sottrae all’Anm la disponibilità dei dati richiesti. Il presidente dell’associazione aggiunge poi un chiarimento sul funzionamento del comitato: «Come socio costituente, però non posso confermarle che al Comitato è possibile fare piccole donazioni, come privati cittadini (…) Posso confermarglielo come può fare chiunque acceda al sito del Comitato, dove è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo Statuto».
E c’è anche una stoccata al forzista Costa, autore dell’interrogazione: «Posso consigliarle di informarne anche il parlamentare interrogante, che ha pensato di disturbarla per questione che poteva invero rivedere da solo navigando sul sito». Ma il passaggio politicamente più delicato: «Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contrario alle salvaguardia della loro privacy».
Una plateale smentita che arriva a pochissime ore dopo quella del magistrato Antonino Di Matteo che tirato in ballo dal ministro Nordio sui metodi paramafiosi del Csm, parla di strumentalizzazione e aggiunge: «Questa riforma invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura».
Nordio non si scompone, fedele alla promessa di non voler allentare la presa: «Ne ho altre. Anche peggiori. Ogni giorno ne tirerò fuori una. Possiamo andare avanti fino al referendum».
«Dimissioni»
A dare manforte al ministero e a Costa arriva anche Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere Penali per il Sì: «Siamo certi che l’Anm e il Comitato che la rappresenta sapranno dare conto in modo pieno e trasparente non solo delle risorse raccolte, ma anche di chi le ha versate e in quale misura».
Ma è l’opposizione a incalzare il ministro Nordio, al quale chiede senza mezzi termini di dimettersi. È il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, a sottolineare la necessità di un passo indietro: «Non siamo di fronte a uno scivolone, ma a una sequenza gravissima di comportamenti incompatibili con il ruolo di ministro della Giustizia».
Ricordando il caso Almasri e le ultime uscite del ministro, Boccia non usa mezzi termini: «Se mente alle Camere, delegittima i magistrati e alimenta uno scontro istituzionale permanente, non è più in grado di rappresentare la giustizia italiana. La presidente del Consiglio non può continuare a tacere».
A difendere il Guardasigilli è il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro già condannato a 8 mesi per rivelazione di segreto nell’ambito del caso Cospito: «Il ministro non è che sia tanto distante dal merito, al di là dei toni».
Ma dentro Fratelli d’Italia, chiusi in un silenzio fatto di imbarazzo e ostilità, si compulsano i sondaggi che danno il No in rimonta. Sempre più certi che solo il cambio all’ultimo round con Giorgia Meloni come testimonial potrebbe ribaltare il match.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
SE NORDIO TACESSE SAREBBE MEGLIO PER IL GOVERNO
Ci si avvia al referendum sulla riforma della magistratura in un clima pessimo (per altro: c’è
qualche passaggio politico degli ultimi tempi che abbia potuto giovarsi di un clima ottimo?). Me perfino in un clima pessimo, funestato da parole grevi e polemiche fuori misura su entrambi i fronti, fa spicco la goffaggine e l’assurdità della richiesta del Ministero – dunque di Nordio – di conoscere l’elenco dei finanziatori del Comitato del No, per ragioni di “pubblica trasparenza” e perché si tratterebbe di una “forma di finanziamento indiretto all’Associazione Nazionale Magistrati”.
Qualcuno ha mai pensato, specularmente, che ogni finanziamento al Comitato del Sì sia una “forma di finanziamento indiretto” al governo, o al Ministero di Grazia e Giustizia, bizzarramente contrapposto, in questa fase storica, alla magistratura?
Lo avesse mai pensato, ha avuto il buon gusto di non dirlo: perché dubitare dei
propri pregiudizi è una forma di intelligenza, e passare per poco intelligenti non è nelle ambizioni di alcuno.
E dunque: perché il ministro Nordio si espone al sospetto di non pensare abbastanza a quello che dice, e nemmeno a quello che fa?
O chiede che sia reso pubblico, insieme all’elenco dei finanziatori del “no”, anche quello dei finanziatori del “sì”, rendendo un poco più equa una palese violazione della privacy; oppure, perché non si trincera, fino al 22 marzo, non dico in una elegante neutralità (è parte in causa come latore della contestata riforma); ma almeno in una cortese cautela?
Suvvia, ministro: lei, dopotutto, è un ministro.
(da Repubblica)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA “ZARINA” HA PRESO IL COMANDO DEL PALAZZO, IL GUARDASIGILLI RICEVE ORDINI E IL SOTTOSEGRETARIO FA IL GUASTAFESTE
Al tempo dei Papi i romani a via Arenula ci andavano a fare il bagno, vista l’abbondanza di sabbia (la renula, appunto) portata dal fiume, e forse era meglio così. Perché da quando al ministero si è insediata la coppia Nordio-Bartolozzi — con il sottosegretario Delmastro di rinforzo — il palazzo di Piacentini è diventato la Lubjanka della giustizia, il triangolo delle Bermude dove scompaiono le speranze di un’amministrazione non faziosa degli affari penali.
Se la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi fa e disfa, accentra e scavalca, il titolare Carlo Nordio sembra il suo portavoce. Lei opera in silenzio, lui parla, lei decide, lui bullizza i magistrati ogni volta che si trova un microfono davanti. Lei si comporta come un vero “ministro ombra” e lascia volentieri il titolare a crogiolarsi nelle polemiche quotidiane, per le quali ha una vera passione.
Ci sarebbe, appunto, anche il terzo incomodo, il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove, che in teoria dovrebbe giocare nella stessa squadra, ma in realtà è apprezzato dalla coppia al vertice del ministero come una spina di riccio infilata sotto il piede. Il problema è che Delmastro ha una carta che gli altri due non possono giocare: Giorgia Meloni lo considera uno dei suoi, è un camerata, uno che non viene dalla carriera giudiziaria come gli altri due. E se ne fida. Ma nemmeno l’alta protezione delle sorelle Meloni ha potuto proteggerlo dalla sua stessa lingua. Non bastava la condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito. L’anno scorso Delmastro, aprendosi con un giornalista del Foglio, si era lasciato sfuggire cosa pensava veramente della riforma Nordio della giustizia. Il giudizio, come quello di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin, era di una brutale sincerità: «Dare ai pm un proprio Csm è un errore strategico che ci si rivolterà contro. I pm andranno a divorare i giudici. O si va a fondo, e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini». Apriti cielo, Bartolozzi chiamò infuriata Nordio: «Ora ti devi far sentire!». Nordio pigolò con Meloni e alla fine il povero Delmastro finì in punizione. A nulla servì smentire, perché il giornalista aveva registrato tutto. Da allora, sulla riforma e sul referendum, Delmastro si è defilato. Lo fanno giocare con le carceri, gli fanno credere di avere la sua Ice penitenziaria, per la quale nutre una vera passione. Quando presentò un nuovo blindato per trasportare i detenuti gli scappò la frizione: «Per il sottoscritto è un’intima gioia l’idea di non lasciare respirare chi sta dietro quel vetro». A parte questa gaffe, Delmastro è ritornato nel suo, lasciando campo libero alla “zarina” e al suo ministro.
Che pacchia per Bartolozzi, senza più Delmastro tra i piedi, finalmente libera di governare a piacimento, nonostante sia ancora indagata per false informazioni al pm sulla liberazione di Almasri. I primi a subire la sua pressione sono i funzionari, tanto che l’esodo è impressionante: chiedono il trasferimento l’ex capo di gabinetto Rizzo, la direttrice dell’ispettorato generale, il capo del Dap Russo, il capo del dipartimento affari di giustizia Birritteri. Stava per prendere il cappotto anche il capo ufficio stampa Francesco Specchia, un professionista arrivato da Libero, perché la ministra-ombra pretendeva di leggere i suoi comunicati prima che venissero inviati.
Beati i dimissionari, loro almeno potevano andarsene, lo stipendio non glielo toglieva nessuno. Chi invece non può scappare è il povero viceministro di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, persona mite che subisce il mobbing continuo della zarina. Gliene fa di tutto i colori, ha persino diramato una circolare per non farlo parcheggiare nel cortile del ministero, ma le hanno dovuto spiegare che per ragioni di sicurezza Sisto aveva diritto a entrare con l’auto di servizio. Bartolozzi si è subito vendicata e, per far capire chi comanda, a ottobre scorso è andata a un convegno a Capri (insieme al marito Gaetano Armao, consulente del siciliano Schifani) con una motovedetta della Guardia di finanza. Al convegno era previsto anche l’intervento di Sisto che, mollato da Bartolozzi sulla banchina di Napoli, ha dovuto aspettare l’aliscavo Snav. Nella repubblica della burocrazia, anche gli uffici contano, misurano la potenza di chi li occupa. L’ultima della Bartolozzi è stata aumentarsi lo staff di venti persone, impiegati di alto livello sottratti all’ispettorato generale, una mossa che ha provocato imbarazzi nella sua stessa maggioranza. Adesso Nordio e la sua musa ispiratrice aspettano il referendum, convinti che nessuno riuscirà a fermarli.
(da repubblica.it)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
ALTRO CHE NUOVO COLONIALISMO OCCIDENTALE: TRA SATELLITI, MONARCHIE E POTENZE EMERGENTI, IL RISIKO GLOBALE SI FA AFFARE, ANCHE SULLA PELLE DEI PALESTINESI
Ma scusate il Board of Peace di Trump non doveva essere il baluardo del nuovo colonialismo
occidentale? E invece pare piuttosto il colonialismo delle ex colonie. Capeggiato dagli Stati Uniti al Board of Peace aderiscono una serie di ex colonie e stati satelliti davvero notevoli. Attori internazionali che dall’essere stati gli schiavi ciascuno di un differente impero, adesso anche loro vogliono una fetta della torta. Davanti a tutti la Bielorussia, che tutto si può dire fuorché che non si tratti di un paese satellite della Russia. Quella Bielorussia che è il gemello diverso dell’Ucraina, stesso sangue ruteno dei cosacchi che oggi combattono contro l’ex Unione Sovietica governata da Putin. D’altronde coinvolgere direttamente Mosca nel Board avrebbe sbilanciato il primato testosteronico di Trump, che da quando è stato eletto si sta comportando come il peggiore dei palazzinari di Tor Bella Monaca. Il limite di questo suo approccio è che quando ti trovi muso a muso con uno più palazzinaro di te, una fra i tanti, Putin, allora come ne “Il bidone di Fellini”, diciamo che “abbiamo scherzato” e tanti saluti con la coda fra le gambe.
Lukashenko, dopo tutto ha dimostrato di essere un animalista oltre che un despota dal cuore d’oro. Poi aderisce il Marocco, che è un paese libero dal giogo europeo, francese e spagnolo, dal 1956 e da fine anni novanta considerata la monarchia più costituzionale d’Africa e il suo capo è un re, Mohammed VI. Il Marocco è importantissimo a livello diplomatico ed è sempre più influente in Europa anche nei confronti dei suoi amici nemici, come ad esempio, la Spagna di Sanchez che al Board of Peace, naturalmente non aderisce. Poi abbiamo l’Egitto, che nonostante i pregiudizi degli arroganti europei non è più uno di quei paesi da democratizzare, ma un colosso da 112 milioni di abitanti con mezzo milione di militari attivi e altrettanti riservisti. Roba per cui l’Italia dovrebbe impallidire ulteriormente rispetto a quanto già non lo sia. Poi ovviamente, subito accanto abbiamo Israele, di cui è inutile parlare. Poi non potevano mancare i migliori amici di Trump e del suo ex-impero immobiliare (almeno formalmente, dato che è comunque gestito dai suoi famigliari), dunque Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Poi abbiamo il centro diplomatico (almeno finché Israele non lo ha bombardato così per darci un po’ più di speranza) e finanziario del medioriente, accanto alla cassaforte petrolifera del Kuwait e alla svizzera delle petromonarchie locali, il Bahrein. Naturalmente all’abbuffata non poteva non esserci Rece Tayipp Erdogan, il raffinatissimo diplomatico, equilibrista, mediatore ed illusionista sempre in bilico tra l’Oriente e l’Occidente e a cavallo del più vasto esercito dopo gli Stati Uniti all’interno della Nato. La Turchia, da sempre nemica dell’Armenia (protettorato russo) e garante dell’Azerbaigian (anche se da un po’ ha smesso di esserle così vicino come un tempo) siederà accanto a loro due, nonostante l’aspra contesa latente per il Nagorno Karabach.
L’elenco degli Euroasiatici poi, si apre con altri satelliti dell’ex Urss, tra cui Kazakistan, Uzbekistan e Mongolia. Paesi di cui si sa ben poco da questa parte del mondo, a parte che sono pieni di musulmani e di uranio. Ah, poi c’è il Pakistan, la
potenza nucleare filo-cinese che tanto sta sulle palle all’India, uno dei più importanti alleati della Nato, ma che non figura in questo incontro di mero business. Ci sono pure l’Indonesia, la Cambogia e dulcis in fundo l’Argentina e il Paraguay. L’Italia, poi, qualora ne prendesse parte lo farebbe solo in qualità di paese osservatore e in tal caso siederebbe accanto alla Bulgaria, alla Romania, all’Ungheria e alla paradisiaca Cipro. E l’Albania? Tirana aderisce a tutti gli effetti insieme al Kosovo. Insomma, mentre Trump in casa sua getta benzina sul fuoco della questione razziale, più che mai sotto gli occhi del mondo intero con la controversa gestione dell’Ice, a livello internazionale fa affari sulla pelle dei palestinesi insieme a quelli che i suoi elettori fascisti definirebbero banalmente un ammasso di islamisti, zingari e negroidi inferiori alla suprema razza ariana americana.
(da mowmag.com)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INDECISI SONO IL 24%…. AFFLUENZA PREVISTA TRA IL 46% E IL 50%
Il conto alla rovescia è iniziato: il 22 e 23 marzo si voterà al referendum sulla riforma della giustizia. Il confronto politico tra i sostenitori del Sì e quelli del No è già entrato nel vivo. Ma più ancora degli equilibri tra i due schieramenti, sarà decisiva la partecipazione al voto.
Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Swg per TgLa7, l’affluenza dovrebbe collocarsi in una forbice compresa tra il 46% e il 50%. Ma è il dato sulle intenzioni di voto il più sorprendente, perché i sostenitori delle due fazioni appaiono sostanzialmente in equilibrio: entrambi si attestano intorno al 38% dei consensi, mentre resta significativa la quota di indecisi.
I movimenti tra i partiti
La rilevazione fotografa anche l’andamento delle principali forze politiche. Tra i partiti maggiori si registra una lieve flessione per Fratelli d’Italia (-0,3%), Partito Democratico (-0,2%) e Lega (-0,2%). Crescono invece Movimento 5 Stelle (+0,1%) e Verdi e Sinistra (+0,2%), mentre Forza Italia resta stabile. Tra le forze minori si segnala l’avanzata di Futuro Nazionale, la nuova formazione guidata da Roberto Vannacci, che guadagna lo 0,3%, rubando di fatto voti sia alla Lega che a Fratelli d’Italia. In crescita anche Azione (+0,2%) e Italia Viva (+0,1%). In lieve calo +Europa e Noi Moderati (-0,1% ciascuno), mentre restano invariati il dato delle altre liste e quello degli indecisi.
Da dove arrivano i voti di Futuro Nazionale
L’analisi di Swg si concentra anche sulla provenienza dei consensi del nuovo partito di Vannacci. Secondo le stime, l’1,24% degli elettori arriverebbe dalla Lega, l’1,2% da Fratelli d’Italia, lo 0,2% da Forza Italia, lo 0,3% da CasaPound e lo 0,5% da altre forze politiche o dall’area dell’astensione. Un quadro che evidenzia come il
nuovo soggetto politico stia intercettando soprattutto voti provenienti dall’area del centrodestra, con una componente non trascurabile di ex astenuti.
(da Open)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
COSA DICE L’ULTIMO SONDAGGIO SWG: LA META’ DEGLI ELETTORI DI CENTRODESTRA E’ FAVOREVOLE ALL’INGRESSO IN COALIZIONE
Il sondaggio di Swg conferma al rialzo la valutazione positiva delle scorse settimane. Se una
settimana fa Futuro nazionale veniva dato poco sotto il 3%, ora dice l’agenzia con sede a Trieste, la valutazione si è spostata verso l’alto, al 3,6%. Un andamento in costante crescita che non sembra essere intaccato, anzi, dalle prime uscite pubbliche del partito che alla Camera vanta una componente (all’interno del misto) di tre parlamentari e che la scorsa settimana, dopo aver dato battaglia sul decreto Ucraina, ha deciso comunque di non far mancare il proprio voto di fiducia al governo sul testo che invia armi e aiuti militari a Kiev (pur votando no al contenuto del provvedimento).
L’identikit del vannacciano§
Ma chi sono i possibili elettori di Vannacci e chi, pur non volendo per il momento spostarsi, osserva il nuovo movimento con curiosità e sarebbe disposto, magari in futuro a votarli? L’agenzia Swg ha scelto di sondare le possibili ragioni della nascita e dell’iniziale consenso verso Futuro nazionale. Secondo il campione sondato questo consenso nasce perché «esiste una parte del paese che non si sente rappresentata dai partiti attuali», per quasi la metà degli ascoltati, il 54%. Interessante che a pensarla così sia una solida maggioranza della Generazione Z, il 59%
A pensare che il motivo sia «l’avanzata dell’estrema destra in Italia” è invece il 45% del campione, di cui il 63% degli elettori di opposizione, sondati. Altro elemento considerato importante è che «i temi identitari stanno diventando centrali», cosa che pensa il 39% del campione, con una significativa componente, 47% di quelli che sostengono la maggioranza.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA GERMANIA DI FRIEDRICH MERZ NON ANDRÀ A WASHINGTON, NÉ COME PARTECIPANTE, NÉ COME OSSERVATORE… LA DUCETTA HA TENTATO FINO ALL’ULTIMO DI ORGANIZZARE UN BILATERALE CON TRUMP, CHE GIUSTIFICASSE UN SUO VIAGGIO NELLA CAPITALE USA. NON ESSENDOCI RIUSCITA, MANDERÀ ANTONIO TAJANI, CHE OGGI SI PRESENTERÀ IN PARLAMENTO A PRENDERSI GLI IMPROPERI DELL’OPPOSIZIONE
Il cancelliere Friedrich Merz non andrà a Washington per il Board of Peace. Sono state le domande dei giornalisti italiani a fonti del governo tedesco a confermarlo in modo esplicito: «Il cancelliere ha continui contatti con Meloni. Ma indipendentemente da questo, è chiaro che non andrà a Washington, né come partecipante né come osservatore».
In Germania in realtà la domanda non si pone da tempo. Era stato lo stesso Merz, a Villa Pamphilj il 23 gennaio, a chiudere il tema, quando precisò che, com’è attualmente strutturato il Board of Peace, «non possiamo accettarne le strutture di leadership in Germania per motivi di diritto costituzionale».
La questione non è più stata riaperta, a differenza di quanto successo in Italia. I motivi sono molteplici: ma tanto più dopo i discorsi di Monaco è chiaro che Berlino ritiene di non poter partecipare a un organismo speciale che vorrebbe sostituirsi all’Onu, che è inoltre lontano dall’impostazione iniziale di implementare la fase 2 del cessate il fuoco a Gaza.
Merz coltiva il rapporto con Trump, ma ha tracciato dei distinguo: sì a una linea pragmatica comune, senza aderire a ogni iniziativa, senz’altro non a quelle Maga. Tant’è che prepara il prossimo viaggio a Washington, dal 2 al 4 marzo.
Oggi Antonio Tajani si presenterà in Parlamento per comunicare l’adesione dell’Italia al Board of Peace per Gaza nel ruolo di Paese osservatore, subito dopo ci sarà un voto sulla risoluzione di maggioranza, e poi un altro su una risoluzione comune delle opposizioni.
Al termine del dibattito parlamentare il ministro degli Esteri dovrebbe annunciare che sarà lui a volare a Washington, giovedì, alla celebrazione che Donald Trump ha preparato per se stesso e per l’avvio del Consiglio che si occuperà della “fase due” della ricostruzione nella Striscia. Se le ultime indiscrezioni sono confermate, Tajani andrà al posto di Giorgia Meloni.
La questione della partecipazione al Board si è complicata per la premier, anche se lei, va precisato, fino alla fine non ha escluso di andare personalmente e avrebbe provato in tutti i modi a trovare una buona ragione per salire sull’aereo e raggiungere l’amico Donald.
Ha sperato che ci fosse un leader di peso, almeno un altro oltre a lei (e a Trump) che siede nel G7. Ha tentato con Friedrich Merz, ma inutilmente, perché il cancelliere ha fatto trapelare […] che non ha la minima intenzione di sedere assieme a caudilli, monarchi assoluti del Golfo, dittatori o autocrati.
Cosa che invece, a quanto pare, non sarebbe dispiaciuta a Meloni, per la quale l’unico limite all’ingresso dell’Italia nel Board è rappresentato dalla Costituzione che
vieta l’adesione in organismi internazionali dove qualcuno – nel caso specifico sempre Trump – conta più degli altri.
Da quanto è possibile ricostruire delle trattative che hanno impegnato la diplomazia tra Roma e Washington nelle ultime ore, la premier ha provato anche a sondare la possibilità di un bilaterale con il presidente americano, occasione che a suo avviso avrebbe potuto giustificare il suo viaggio verso la Casa Bianca. Nulla da fare. E così Meloni ha ceduto a Tajani l’impegno di rappresentare l’Italia nella riunione inaugurale e la scelta di «esserci come Paese osservatore».
Le opposizioni presenteranno un testo per dare un mandato opposto e chiedere che l’Italia non abbia a che fare con il Board in nessun modo. Il documento ha compattato Pd, M5S, Avs, Più Europa, Italia Viva e in questo caso Azione. Poche altre volte Carlo Calenda ha preso parte a testi unitari delle opposizioni, ma sul punto resta durissimo nelle critiche a Meloni: definisce il Board, «una congrega di dittatori, affaristi, approfittatori guidato a vita da Trump» che ha presentato «un progetto delirante di sviluppo immobiliare stile Palm Beach, sulle macerie di Gaza» in cui «i palestinesi non sono neppure contemplati. Trascinarci – aggiunge – in questo obbrobrio offende la dignità dell’Italia e degli italiani»
Sono accuse a cui Meloni si troverà a rispondere di persona. Nel frattempo, il suo pensiero viene codificato e trasmesso ai parlamentari di Fratelli d’Italia dallo staff del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, con il solito dossier. Si difende il principio che «l’Italia possa giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati».
A differenza di quanto sostenuto da una parte dell’opposizione – è scritto – «lo status di osservatore permetterebbe di evitare la violazione del dettato costituzionale». Meloni e i suoi uomini si fanno scudo con la presenza a Washington di rappresentanti della Grecia, dell’Unione europea, e «non sono esclusi emissari di Francia, Germania e Regno Unito». Nessuno però a livello di leader, se non il presidente di Cipro, anche in qualità di presidente di turno del semestre europeo.
Sulla partecipazione dell’Ue e in quale formula avverrà, c’è stato un equivoco tra Roma e Bruxelles. Tajani in mattinata aveva assicurato che anche la Commissione avrebbe aderito come l’Italia, nel ruolo di «osservatore», una definizione che invece fonti ufficiali dell’esecutivo Ue hanno preferito sfumare, confermando comunque la presenza a Washington della commissaria al Mediterraneo Dubravka Suica.
(da Repubblica)
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