Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AGENTI WAGNER HANNO RICEVUTO INCARICHI DI OGNI TIPO, DAGLI INCENDI DOLOSI CONTRO LE AUTO DEI POLITICI E I MAGAZZINI CONTENENTI AIUTI PER L’UCRAINA, AL FINGERSI PROPAGANDISTI NAZISTI … L’EX CAPO DELLA WAGNER, YEVGENY PRIGOZHIN, ERA ANCHE RESPONSABILE DELLA GESTIONE DELL’INTERNET RESEARCH AGENCY CON SEDE A SAN PIETROBURGO, OVVERO LA PIÙ NOTA “TROLL FARM” RUSSA, CHE HA INIZIATO A PRENDERE DI MIRA IL PUBBLICO OCCIDENTALE CON LA DISINFORMAZIONE OLTRE UN DECENNIO FA
Secondo funzionari dell’intelligence occidentale, reclutatori e propagandisti che in precedenza
lavoravano per il Gruppo Wagner russo sono emersi come il principale canale per gli attacchi di sabotaggio organizzati dal Cremlino in Europa. Lo scrive il Financial Times.
Lo status del gruppo di combattenti è incerto da quando una fallita ribellione contro i vertici dell’esercito russo nel giugno 2023 ha provocato una repressione e la morte del suo fondatore, Yevgeny Prigozhin. Ma ai reclutatori del Wagner, specializzati nel persuadere giovani dell’entroterra russo a combattere in Ucraina, è stato assegnato un nuovo incarico: reclutare europei economicamente vulnerabili per compiere atti di violenza sul suolo Nato, hanno affermato i funzionari.
L’agenzia di intelligence militare russa (Gru) “sta utilizzando i talenti di cui dispone”, ha affermato un funzionario dell’intelligence occidentale, riferendosi alla rete Wagner. Per il Gru, la rete Wagner si è dimostrata uno strumento particolarmente efficace, seppur rudimentale, per raggiungere questo obiettivo, hanno dichiarato al Financial Times alti funzionari dell’intelligence europea.
Gli agenti Wagner hanno ricevuto incarichi di ogni tipo, dagli incendi dolosi contro le auto dei politici e i magazzini contenenti aiuti per l’Ucraina, al fingersi propagandisti nazisti. In genere, chi viene reclutato lo fa per denaro e sono spesso individui emarginati, a volte privi di uno scopo o di una direzione.
Prigozhin era anche responsabile della gestione dell’Internet Research Agency con sede a San Pietroburgo – la più nota ‘troll farm’ russa – che ha iniziato a prendere di mira il pubblico occidentale con la disinformazione ben oltre un decennio fa. Ad esempio, gli account social media gestiti da Wagner sono stati responsabili del reclutamento di un gruppo di britannici alla fine del 2023. Sulla scia di quell’attacco, le agenzie europee hanno lentamente delineato il quadro di una rete molto più estesa di ‘agenti usa e getta’ di Wagner in tutta Europa.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
COME LA PENSI IL PRESIDENTE, È NOTO: HA PIÙ VOLTE DIFESO PUBBLICAMENTE L’ONU E IL MULTILATERALISMO, CONTRO LE BORDATE DI TRUMP
Non era stato il Quirinale a stoppare l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel Board per la ricostruzione di Gaza. E non sarà il Quirinale a impedire che Meloni accetti l’invito di Trump a partecipare come «osservatore».
Il presidente Mattarella, cui non compete la regia della politica estera, si tiene a distanza dallo scontro tra maggioranza e opposizione. E non lascia trapelare giudizi o sentimenti riguardo alla determinazione della premier ad avere una sedia […] nella discussa organizzazione a pagamento dell’inquilino della Casa Bianca.
Nei giorni di Davos, in cui Trump ha tenuto a battesimo la sua Onu privata, i meloniani avevano anticipato le possibili obiezioni di Mattarella. Il Quirinale aveva preteso chiarezza, i due presidenti si erano confrontati al telefono e i rispettivi staff avevano concordato la formula diplomatica della «massima consonanza di vedute» tra capo dello Stato e capo del governo.
Si è poi capito che la consonanza riguardava solo lo scoglio dell’articolo 11 della Costituzione, che non consente al nostro Paese di far parte di organismi internazionali quando non ci siano «condizioni di parità» con gli altri Stati.
Per il Pd di Schlein il ruolo di osservatore in un organismo sovranazionale di cui Trump è dominus assoluto è un tentativo di «aggirare» la Carta, ma non è detto che al Quirinale la pensino allo stesso modo.
Per ora il presidente tace, eppure di certo segue il dossier con la massima attenzione. Se ci saranno passi formali da parte del governo li valuterà, alla luce del dettato costituzionale.
Nelle settimane scorse Mattarella ha più volte e con forza difeso l’Onu e il multilateralismo anche dalle bordate di Trump, ma al Colle fanno notare che accogliere un invito di cortesia è cosa diversa da una adesione formale al Board, che innescherebbe un contrasto insanabile con l’articolo 11.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA 20 ANNI DI VERSAMENTI UN LAVORATORE PERDE TUTTO QUELLO CHE HA ACCUMULATO FINO A QUEL MOMENTO: SECONDO UNA STIMA DEL 2014, NELLE CASSE DELL’INPS C’ERANO 10 MILIARDI DI CAPITALI SILENTI
Versare contributi per la pensione senza maturarla e perdere tutto. Un rischio che riguarda
sempre più lavoratori in Italia. Stando all’Osservatorio previdenza della Cgil, oggi quasi un dipendente su tre del settore privato non riesce a maturare dodici mesi interi di anzianità contributiva.
Si tratta, secondo le stime, di oltre cinque milioni di lavoratori. A causare questo effetto, sempre secondo l’analisi, è il mix fra salari troppo bassi (al di sotto di 15 mila euro) e i minimali contributivi.
In pratica, se l’adeguamento all’inflazione aumenta il livello retributivo minimo per riconoscere valido un anno ai fini pensionistici ma lo stipendio resta fermo sotto questa soglia, non si ottiene l’accredito di tutte le 52 settimane.
Da parte sua, l’Osservatorio statistico Inps sui dipendenti del settore privato, per l’ultimo anno disponibile, certifica in circa un milione i lavoratori che hanno lavorato un anno intero con una retribuzione annua inferiore ai 15mila euro (di più, se si considerano contratti di durata inferiore).
L’Istituto previdenziale ha appena aggiornato a 611,85 euro il “nuovo” minimale di retribuzione mensile per il 2026. Questo significa che il livello minimo annuo sale a 12.726 euro: sotto questo, non si ha il riconoscimento di un anno pieno di contributi.
L’indagine della Cgil calcola che i lavoratori con un salario annuo sotto gli 11 mila euro quest’anno vedranno sfumare sette settimane ai fini contributivi. Ma il conto delle perdite, negli ultimi cinque anni, è più salato: 22 settimane in meno, ben cinque mesi e mezzo di futura pensione non maturata.
Questo non si traduce automaticamente nella perdita della pensione ma, certo, la mette più in pericolo. E il meccanismo penalizza di più giovani, donne spesso costrette a part-time involontari, contratti con salari bassi, di durata breve o discontinui.
Va peggio agli iscritti della gestione separata: il nuovo minimale, per il 2026, lievita a 18.808 euro annui (al di sotto, non si ottiene l’accredito dei dodici mesi ai fini pensionistici). Qui, il bilancio è più pesante perché si stima che meno del 10% di collaboratori esclusivi riesca a maturare un anno pieno ai fini contributivi.
§Per maturare il diritto alla pensione servono, in generale, venti anni di contributi. Altrimenti, si entra in quell’area definita “contributi silenti”. Quanti sono? Non esiste un numero ufficiale. L’ultimo attendibile risale a più di dieci anni fa quando i Radicali imbracciarono una battaglia per la restituzione dei contributi previdenziali, se insufficienti a maturare un trattamento pensionistico.
Si parlò di otto miliardi di euro versati “a fondo perduto” nelle casse previdenziali.
Ma, nel 2014, la stima della direzione generale Inps quantificò in 10 miliardi di euro l’ammontare dei contributi silenti e in «diversi milioni» la platea degli assicurati coinvolti. Non pochi.
«Facemmo una lunga battaglia con Marco Pannella e i suoi parlamentari a suon di 52 sit-in davanti altrettante sedi Inps per il rimborso», racconta Arvedo Marinelli, al tempo presidente dell’Associazione nazionale consulenti tributari e oggi a capo di Confiti.
La riforma Fornero ha risolto una parte del problema consentendo di riunire i contributi di diverse gestioni. I contributi silenti finiscono nel calderone Inps a discapito di chi li ha versati ormai siamo in un regime di contributivo puro
Basterebbe ritoccare il sistema e calcolare l’assegno su quanto versato, indipendentemente dagli anni di contributi. Lo Stato ci guadagnerebbe evitando
l’evasione in itinere di tanti lavoratori. E chi versa non rischierebbe di perdere quanto accantonato, mentre chi non ha mai versato magari prende la pensione sociale».
(da La Stampa)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI TRATTA DI NUOVI POSTI (CHI PERDE IL LAVORO IN ETÀ AVANZATA RESTA IN DIFFICOLTÀ), MA DI UNA DOPPIA CONGIUNTURA: È AUMENTATA L’ETÀ PENSIONABILE E C’È STATO UN BALZO DI FASCIA TRA CHI, FINO A IERI, OCCUPAVA QUELLA TRA I 36 E I 49 ANNI. E INFATTI CALA IL LAVORO TRA GLI UNDER 49
Tre anni di governo Meloni e il lavoro cresce. Ma non nel modo in cui viene raccontato. Gli occupati aumentano di 851mila tra dicembre 2022 e dicembre 2025. Il tasso di occupazione sale di poco al 62,5%, ancora tredici punti sotto la media Ue. La disoccupazione scende dal 7,9 al 5,6%, meglio dell’Ue (5,9). Ma basta guardare dentro i numeri Istat per vedere che il “milione di posti” non c’è, se non in una sola classe d’età. E si tratta di occupati, non di posti, over 50 che si impennano di 1,1 milioni.
Sorpresa: 881mila tra 50 e 64 anni e addirittura 237mila tra gli over 65. Nel frattempo, calano gli occupati giovani: di 136mila fino a 24 anni e di 254mila nella fascia 36-49. Un mercato che invecchia, con una dinamica che non si spiega solo con la congiuntura.
Andrea Garnero, economista Ocse, ridimensiona i trionfalismi: «Non è successo solo in Italia. Il calo del tasso di disoccupazione si è visto in molti Paesi, soprattutto nel Sud Europa: i vecchi Pigs si sono avvicinati al Nord». Ma ammette una specificità: «La parte over 50 è più forte in Italia: ogni mese la quantità di occupati che “si muovono di fascia” è maggiore che altrove e trascina i dati».
E qui entra il fattore pensioni: «Incide la stretta normativa di questi anni che ha tenuto molte persone incollate al lavoro: uno specifico italiano. In ogni caso, un dato positivo. Non era scontato che le aziende non se ne liberassero».
Maurizio Del Conte, giuslavorista e docente alla Bocconi, spinge la lettura oltre: «Non sono nuovi posti di lavoro, le imprese non assumono i cinquantenni che rimangono una categoria fragile se restano disoccupati: aumentano perché chi aveva 49 anni ora si sposta di coorte».
Insomma per spiegare cosa succede nel mercato del lavoro italiano ci sono almeno tre componenti: «Il governo incassa l’onda lunga post Covid, lo smottamento demografico che si somma ai 15 anni della legge Fornero resa ancora più rigida dalle norme recenti» Forse l’unica politica del lavoro messa in campo dal governo di destra: meno pensioni.
Il vero buco nero italiano sono gli inattivi che restano 12,5 milioni al 33,7%. Quasi un terzo della forza lavoro italiana. Contro il 25% di media Ue, il 19 della Germania, il 25 di Francia e Spagna. Nei tre anni di Meloni salgono gli inattivi under 24 (oggi 4,6 milioni), come pure fino a 34 anni (1,6 milioni). Calano sopra.
Segno che l’Italia fatica a recuperare il bacino che servirebbe per compensare la piramide demografica.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IN COLOMBIA, IL PRESIDENTE GUSTAVO PETRO HA INVITATO LA POPOLAZIONE A SCENDERE IN PIAZZA PER DIFENDERE L’AUMENTO DELLE RETRIBUZIONI: LA CHIAMATA ALLA MOBILITAZIONE ARRIVA IN RISPOSTA ALLA DECISIONE DEL CONSIGLIO DI STATO, CHE HA SOSPESO IL DECRETO CHE FISSAVA L’INCREMENTO DEL SALARIO MINIMO DEL 23,7% PER IL 2026
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha promulgato una nuova legge che garantisce
ricariche gratuite di bombole di gas da 13 chili alle famiglie più povere. Il programma, denominato ‘Gas del Popolo’, mira a sostenere circa 15 milioni di nuclei familiari, coprendo una platea potenziale di 50 milioni di persone registrate nei sistemi di assistenza sociale.
L’iniziativa, coordinata dai ministeri dell’Energia e dello Sviluppo Sociale insieme alla banca pubblica Caixa, intende combattere la “povertà energetica” facilitando l’accesso al gas da cucina. Per accedere al beneficio, la presidenza ha specificato che i richiedenti dovranno dimostrare un “reddito per persona fino alla metà del salario minimo”.
Dal Palazzo del Planalto sottolineano il successo dell’adesione dei distributori: “Con il traguardo di 10.000 punti vendita accreditati in meno di due mesi, un rivenditore su sei nel Paese è stato collegato all’iniziativa”. Il piano sarà pienamente operativo da marzo per chi è già beneficiario del sussidio ‘Bolsa Família’.
Il presidente della Colombia Gustavo Petro ha invitato la popolazione a scendere in strada il prossimo giovedì per difendere l’aumento delle retribuzioni. La chiamata alla mobilitazione arriva in risposta alla decisione del Consiglio di Stato, che venerdì scorso ha sospeso provvisoriamente il decreto che fissava l’incremento del salario minimo del 23,7% per il 2026.
Attraverso i suoi canali digitali, il capo di Stato ha dichiarato: “Oggi alle 19 parlo in televisione del salario vitale. Giovedì alle 16 ci vediamo in tutte le piazze pubbliche della Colombia”. Petro sostiene che la decisione giudiziaria colpisca le fasce più deboli e ha affermato che “sospendere un decreto di salario minimo vitale mette a rischio la Costituzione che non permette di deteriorare il potere d’acquisto”.
Il tribunale amministrativo ha ordinato al governo di emettere una norma transitoria mentre si esamina il caso, sostenendo che l’aumento decretato mancava di una giustificazione tecnica sufficiente rispetto all’inflazione. Il governo dovrà ora presentare nuovi argomenti economici per sostenere la misura durante una riunione di concertazione prevista per lunedì.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“SCUSARMI? IO VADO AVANTI”
«Vogliono continuare a strumentalizzare ancora per settimane le mie parole? Facciano pure. Penso che in tanti abbiano capito». È una domenica in cui Nicola Gratteri vorrebbe staccare da tutto.
Ma il fuoco acceso sulle parole del procuratore di Napoli, nonché magistrato simbolo della lotta alle mafie, non accenna a diminuire mentre esplode, sul fronte contrario, il caso Nordio. «Se in Csm un magistrato non ha un “padrino” è finito, morto. Il sorteggio rompe questo meccanismo ‘para-mafioso’», le parole choc del Guardasigilli. Un affondo a cui Gratteri, sotto scorta da 37 anni per le minacce della ‘ndrangheta, fa fatica a replicare.
Procuratore Nicola Gratteri, il ministro che parla di sistema “para-mafioso” riferendosi al Csm, la colpisce?
«Per me, queste parole non si commentano per nulla. O si commentano da sole. In ogni modo, inaccettabili».
Andiamo alla sua intervista. Se tornasse indietro, comunicherebbe quei concetti allo stesso modo?
«Io ho chiarito subito. E ho specificato il contesto: si trattava di un frammento estrapolato, di pochi secondi, da un ampio dialogo. Un ragionamento inserito nell’ambito delle attività di contrasto alle zone grigie e al crimine organizzato. Chi ha seguito tutto non credo sia stato colto da dubbi».
Eppure il ministro Salvini, e tanti a destra, continuano a chiedere che lei “si scusi con milioni di italiani”.
«Ma scusare di cosa? Esprimendo la mia opinione in un paese democratico dove c’è la libertà di pensiero, ho detto che voteranno sì certamente le persone a cui il sistema, voluto dalla riforma, conviene. Un sistema che conviene a chi non vuole essere controllato dalla magistratura. Mentre non conviene a chi non teme la magistratura, e anzi vuole – chiede – il controllo di legalità sulle azioni di tanti che possono avere rilievi di carattere penale. Quindi, ripeto definitivamente: non ho detto, come strumentalmente vogliono fare credere, che quelli che votano sì sono tutti appartenenti a centri di potere oppure persone non perbene».
Lei era un po’ un’icona per molti della maggioranza. Come ci si sente a passare, perfino nelle parole di alcuni laici di destra nel Csm, da “magistrato capace e virtuoso” a toga da mettere sotto processo?
«Problema non mio. Va chiesto a loro, non a me».
Cosa cambia, ora? Continuerà a fare campagna per il no?
«Sì, fino all’ultimo giorno: con le mie forze, dicendo no a tanti inviti, andando anche da solo. Con la mia faccia e le mie idee, rispondendo a ogni domanda, parlando del merito della riforma. Di quello che cambia, di ciò che è messo in pericolo».
A destra obiettano: non sarà l’Armageddon, o la fine del mondo, è solo la separazione delle carriere. Per lei, invece, inciderà nella vita dei cittadini e del Paese?
«Assolutamente sì. Per i cittadini, per questo Paese, cambierà il rapporto di equilibrio tra i poteri. Stiamo parlando dello stato di diritto per il quale in tanti hanno combattuto. E questo, a dirla tutta, è il peggiore dei danni che si possa immaginare».
Ha pensato di tutelarsi dagli attacchi?
«Sì. Nello stesso modo in cui mi tutelo dal 1989. Lavorando. Tra l’altro, ogni volta che accadono cose del genere, noto che le manifestazioni di solidarietà aumentano. E questo dovrebbe far comprendere tante cose: come fa capire, a me, che la strada è giusta.
(da La Repubblica)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“LA SUA VISIONE DELL’ORDINE MONDIALE STA GUADAGNANDO TERRENO PERCHÉ L’AMERICA, INVECE DI OFFRIRE UN’ALTERNATIVA FONDATA SU PRINCIPI E ATTRATTIVA, COMINCIA AD ASSOMIGLIARE SEMPRE PIÙ ALLA CINA”
La Cina sta vincendo la partita geopolitica? Gli Stati Uniti appaiono isolati mentre il presidente
Donald Trump attacca non solo i rivali ma anche alleati di lunga data. Il comportamento rozzo di Trump nei confronti degli altri Paesi consente ai leader cinesi di presentarsi come gli adulti responsabili nella stanza. La Cina vuole chiaramente assumere il ruolo di difensore del multilateralismo e del libero scambio, nonché perno di un ordine mondiale stabile.
La realtà è più complessa. Il resto del mondo guarda con diffidenza all’abbraccio di Pechino. La Cina ha beneficiato delle regole alla base del sistema multilaterale, piegandolo a proprio vantaggio. Per esempio, pur ottenendo accesso ai mercati globali per le sue esportazioni, ha mantenuto i propri mercati in gran parte chiusi.
Tuttavia, sotto due aspetti importanti, la Cina sta vincendo la partita geopolitica. Primo: Trump sta allontanando l’America dagli ideali e dai principi che un tempo difendeva. Secondo: con la Cina, almeno gli altri Paesi sanno esattamente dove si trovano, a differenza dei continui cambi di rotta dovuti agli imprevedibili capricci del presidente americano.
Commercio e territorio contano in geopolitica, ma l’attuale competizione tra le due superpotenze riguarda qualcosa di più fondamentale: visioni del mondo contrastanti e modi diversi di organizzare le istituzioni di un Paese, nonché i suoi sistemi economici, politici e giuridici.
Il paradigma statunitense di una democrazia liberale orientata al mercato, con una magistratura indipendente, si contrapponeva nettamente al modello cinese di economia pianificata, con il Partito Comunista che controlla direttamente tutti i rami del governo e il sistema legale.
Ora però Trump sta avvicinando l’America alla visione del mondo di Pechino. È intervenuto direttamente nei mercati, favorendo aziende e settori che cercano il favore suo e della sua famiglia, e ha persino tentato di microgestire decisioni finanziarie come i tassi d’interesse delle carte di credito.
Ha attaccato i dati ufficiali definendoli inaffidabili invece di riconoscere la realtà economica che descrivono. Ha manifestato il desiderio di controllare le decisioni sui tassi della banca centrale, come fa il Partito Comunista in Cina. Ha licenziato funzionari che non dimostravano fedeltà a lui e alle sue politiche. E ha utilizzato il sistema giudiziario per colpire rivali politici.
Inoltre, la sua amministrazione ha mostrato disprezzo per una concezione più ampia dello stato di diritto, secondo cui anche il governo è subordinato alle leggi che crea. Finora ha attaccato i giudici che emettono sentenze sfavorevoli accusandoli di partigianeria, senza però ignorarne formalmente le decisioni. Tuttavia, alcuni membri dell’amministrazione sarebbero ben lieti di scavalcare del tutto i tribunali. Questo richiama il modo in cui il Partito Comunista Cinese si pone al di sopra del sistema giudiziario, che si limita a dirimere controversie su proprietà e contratti senza mettere in discussione le azioni e le politiche del governo.
La visione trumpiana di una stampa libera è quella di una stampa che celebri i suoi successi e attenui le critiche. Sotto l’attacco della sua amministrazione, il ruolo dei media come strumento di controllo dell’operato dei pubblici ufficiali si sta erodendo, mentre Trump sembra aspirare a qualcosa di simile alla stampa ufficiale cinese — che è l’unica esistente — limitata a esaltare le virtù del leader.
In breve, Trump sta svuotando proprio quelle istituzioni che distinguono Washington da Pechino.
I repentini cambiamenti della politica estera americana hanno lasciato disorientati i leader di altri Paesi. Trump ha indebolito la Nato e ha minacciato di trasformare il Canada nel 51° Stato.
Questi Paesi sono stati al fianco dell’America per decenni, anche se Trump non ha
torto nel sostenere che il resto della Nato debba contribuire maggiormente al bilancio della difesa dell’alleanza.
Alleati stretti come il Regno Unito e la Corea del Sud non sono stati risparmiati dalla sua offensiva tariffaria. Non sono solo le politiche muscolari degli Stati Uniti, ma anche i cambi di linea imprevedibili — che colpiscono tanto gli alleati che condividono i valori americani quanto i rivali che non li condividono — a spingere i Paesi lontano da Washington. La Cina, da parte sua, è dura con i suoi avversari, ma i suoi alleati possono generalmente contare su un sostegno affidabile.
Nonostante tutto questo tumulto, sarebbe eccessivo sostenere che i Paesi stiano abbracciando volontariamente la Cina come alternativa agli Stati Uniti: Pechino è ancora percepita come un partner rapace e inaffidabile. Ma la Cina potrebbe trionfare per inerzia. Anche se non sta conquistando i cuori degli altri Paesi, la sua visione dell’ordine mondiale sta guadagnando terreno perché l’America, invece di offrire un’alternativa fondata su principi e attrattiva, comincia ad assomigliare sempre più alla Cina.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
AVRÀ L’INCARICO DI COORDINATRICE DEL GRUPPO DI FDI ALLA CAMERA, GUIDATO DA GALEAZZO BIGNAMI, CHE IN GIOVENTÙ SI TRAVESTIVA DA NAZISTA PER CARNEVALE (TUTTO TORNA)
New entry in Fratelli d’Italia alla Camera. Al gruppo arriva Roberta Nelly Spada, ex capa della segreteria del ministro dell’Ambiente, Pichetto Fratin.
Spada è balzata alle cronache, nel 2022, dopo un articolo di Repubblica. I fatti: nel 2019, come foto copertina di Facebook, aveva pubblicato un’immagine di un brano inneggiante al fascismo.
«Sei bella come le aquile di marmo sulle colonne antiche», era il verso della canzone “Roma LXXVIII Era fascista”, scritta dal gruppo 270bis, noto per posizioni di estrema destra. Le parole si riferiscono ai “combattenti eroi del fascismo”.
Spada avrà l’incarico di coordinatrice del gruppo FdI. La nomina è stata voluta dal capogruppo a Montecitorio, Galeazzo Bignami: con Spada ha condiviso la militanza nei gruppi giovanili di destra. Al suo posto al Mase, va Alessio Serafia, già segretario particolare del ministro.
(da Dagoreport)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“ORA FACCIO DEL BENE PER RIPAGARE IL MALE CHE HO FATTO”
“Tanti anni fa sono finito in carcere e mi sono fatto una lunga detenzione. Ero stato condannato
a 10 anni, ne ho fatti 8, più due di buona condotta. Quando sono uscito, ho provato a reinserirmi nella società, ma mi sono ritrovato senza niente. I miei genitori erano morti, le mie sorelle e i nipoti si vergognavano di me, sono rimasto solo”.
A parlare a Fanpage.it è Roberto Mirco, ex detenuto che una volta uscito dal carcere si è trovato solo, a vivere per la strada. In questa situazione però ha avuto la fortuna di incontrare Alfonso Di Nicola, fondatore del progetto ‘Sempre Persona’ che segue e aiuta detenuti, ex detenuti e le loro famiglie.
Oggi Roberto è un volontario dell’associazione che gli ha dato una seconda possibilità e cerca di restituire ciò che ha ricevuto. L’ingresso in carcere Roberto Mirco lo definisce “un colpo duro”. Prima della condanna, arrivata quando aveva circa 40 anni, era un cuoco apprezzato. Dopo un primo periodo nel carcere di Regina Coeli, è stato chiamato alla Gorgona.
“Quando sono uscito dal carcere, sono rimasto solo e vivevo per strada”
“Lì mi hanno messo a lavorare nella mensa, sapendo che ero un cuoco. – ci racconta – Mi guadagnavo da vivere, stavo con le persone e stavo bene, il momento più brutto è stato quando sono uscito. Ricordo di aver bussato a tante porte, ma
erano tutte chiuse. Per la gente ero un poco di buono, ero inaffidabile. Così mi sono trovato a vivere per strada, da senzatetto”.
Un giorno però un amico di Roberto gli parla di Alfonso e dice: ‘Se vuoi posso chiamarlo’. “Così ci siamo incontrati. – ricorda l’ex detenuto – E le parole di Alfonso sono state: ‘Se vuoi ricominciare, vediamoci domani, anche se non ti prometto niente'”.
Sono passati 12 anni da allora e Roberto è fiero di dire che la sua vita è cambiata: “Ho avuto di nuovo quella dignità che si perde stando in strada e sono riuscito a dare un senso alla mia vita facendo del bene per poter ripagare un po’ del male che ho fatto”.
“Non mi sarei mai aspettato che quel senzatetto che veniva allontanato, umiliato, insultato, potesse ricominciare”, aggiunge. Nel 2016 al Villaggio per la Terra, organizzato a Roma da Earth Day Italia e dal Movimento dei Focolari, di cui Alfonso fa parte, Roberto ha anche avuto la possibilità di incontrare e abbracciare Papa Francesco.
“Il Santo Padre mi ha detto: ‘Coraggio figliolo, Dio ti ama, voi siete quelli che possono trasformare il deserto in foresta’. È stato un colpo al cuore”. E aggiungo: “Non mi vergogno di dire quello che ero, oggi sono orgoglioso di quello che sono grazie a tutte le persone che mi hanno aiutato. Noi abbiamo sbagliato, ma possiamo non farlo più e ricominciare”.
Il fondatore del progetto: “Sono sempre persone, anche se hanno sbagliato”
“Io non volevo fondare niente, dico la verità. ‘Sempre Persona’ è nato grazie a un mio amico magistrato che anni fa mi ha chiesto di aiutare alcuni detenuti che avevano bisogno, ma per cui non poteva esporsi in prima persona. Così sono entrato in carcere”, ricorda invece Alfonso, 81 anni, che oggi come allora, con la stessa grinta, porta avanti il suo messaggio.
“Tanti mi parlavano delle famiglie, mi dicevano che loro non avevano colpa e mi chiedevano di fare qualcosa per aiutarle. Ho iniziato così. A un certo punto mi sono accorto che non ce la facevo da solo e in questi 30 anni tante persone mi hanno dato una mano”, aggiunge.
Alfonso ricorda una signora, mamma di un detenuto, alla quale il figlio gli chiese di portare un bacio: “Quando le ho detto questa cosa, ha pianto, mi ha detto che suo
figlio non era cattivo, ma che era cresciuto in strada, visto che lei doveva lavorare. Mi chiese di stargli vicino e di non abbandonarlo”.
L’idea alla base della sua iniziativa è proprio nel nome del progetto: “Per noi sono sempre persone, anche se hanno sbagliato. In tanti dicono che vanno chiusi in carcere e che va buttata la chiave, ma non è vero. Quando facevo i colloqui con i detenuti, e ne ho fatti tanti, piangevo con loro perché forse nelle loro stesse condizioni avrei fatto peggio”.
In questi anni alcuni di loro gli hanno anche chiesto cosa fare per ‘essere come lui’: “Devi fare il bene, gli rispondevo. Se sei qui, in carcere, è perché hai fatto qualcosa che non va, ma se fai il bene, vedrai che starai bene tu e farai stare bene anche gli altri. Alcuni hanno capito, altri no”.
Ma per un detenuto sapere di poter contare su qualcuno è importantissimo, ci dice ancora Di Nicola: “Mi chiedevano: ‘Quando esco, ci sei?‘, e io gli rispondevo: ‘Certo che ci sono, basta che mi telefoni e ci sentiamo’, e gli parlavo dell’associazione. Sono contento di lavorare in questo campo e di poter raccontare quello che abbiamo fatto e facciamo”.
Il presidente di ‘Sempre Persona’: “Bisogna entrare nelle vite delle persone, sospendere il giudizio”
A raccogliere il testimone di Alfonso è Emanuele Fortuzzi, 30 anni, oggi presidente di ‘Sempre Persona’, che ha scoperto l’associazione anni fa. Ci racconta che con molte delle persone che ha incontrato grazie a quest’esperienza ha stretto amicizie vere, capaci di trasformare la sua vita.
Insieme a Emanuele parliamo dello stigma e del pregiudizio che spesso impedisce agli ex detenuti di reinserirsi nella società, come accaduto a Roberto Mirco. “Penso che l’unico modo per superare efficacemente lo stigma nei confronti di queste persone è entrare nelle loro vite, toccare con mano, stare loro vicino, ascoltarle”.
“Solo così ci si può allontanare dalle proprie convinzioni, entrando in empatia e comprendendo la loro situazione. Non c’è nessun tipo di giustificazione per quello che hanno fatto queste persone, ma bisogna sospendere il giudizio per fare questo servizio”, aggiunge.
Emanuele sottolinea ancora l’importanza di non far sentire sole queste persone, di dare loro una speranza dentro e fuori dal carcere: “Non si può pretendere che una persona ami, in senso generale, se prima non è stata amata. Bisogna fare un passo verso di loro”.
“Capisco che può essere difficile, – aggiunge – ma se non si silenziano tante voci che arrivano dall’esterno e non si entra con delicatezza nella storia di queste persone, le cose continueranno ad andare avanti nello stesso modo”.
(da Fanpage)
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