Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL FUNAMBOLO SALVINI CI PROVA CON IL METODO DEL PATCHWORK: ULTRADESTRA, TRUMPUTINISMO, CONCORRENZA A FDI, E ADESSO PERFINO L’APERTURA SUI DIRITTI (CHE ERANO “ROBA DA COMUNISTI”)
Tra l’incudine e il martello. Anzi fra il Generale e la Pascale. Proprio una vita
spericolata. È quella di Matteo Salvini segretario della Lega
§Nella sua carriera politica ha compiuto una parabola – con triplo salto carpiato – che lo ha condotto dagli esordi giovanili da “comunista padano” e un po’ “leoncavallaro” (all’interno del Carroccio bossiano) all’intesa con Casa Pound. Sino al “patriottismo” nazionalpopulista di questi anni, slalomista compiaciuto di un fronte antieuropista che annovera tra i camerati di viaggio Marine Le Pen, l’Afd e Orban (con abbondanti strizzate d’occhio al padrone del Cremlino).
Un campione della destra-destra che, per risollevare le sorti zoppicanti del suo partito cesarista, aveva estratto una folgore dal cilindro, il Roberto Vannacci recordman di preferenze alle ultime europee, incrementando esponenzialmente i mal di pancia dell’ala pragmatica.
Un accordo di reciproco interesse, perché Salvini aveva bisogno dei suoi voti e Vannacci di un “partito-omnibus” (come avrebbero detto i padri tardo-ottocenteschi delle scienze politiche), un veicolo per fare un pezzo di strada dentro il sistema politico italiano data l’impossibilità della corsa solitaria. L'”entente cordiale” tra il Capitano e il Generale sembrava (tendenzialmente) solida, poi con la Caporetto del secondo in Toscana – dove il vicesegretario dalla lealtà a geometrie molto variabili era assurto a plenipotenziario del primo – gli scricchiolii hanno cominciato a farsi sentire.
E da qualche giorno spira il venticello della possibile scissione, che ha trovato anche lo spiffero pronto a convertirsi in tornado. Ovvero, l’intervento alla convention leghista di Francesca Pascale, posizionata quale vessillifera dei diritti
civili e delle istanze Lgbtq+ in un destracentro che lei preferirebbe trasmutato in centrodestra più liberal e “inclusivo”.
L’ex fidanzata di Silvio Berlusconi si era dichiarata stupita per l’invito, e (comprensibilmente) molti con lei. Difatti, che c’azzecca con un happening della Lega celodurista questa battitrice libera made in Forza Italia (ma sintonica sotto vari profili con Luca Zaia)?
La kermesse “Idee in movimento” (e Salvini in mezzo…), apparecchiata da Armando Siri e Claudio Durigon, è naturalmente l’ennesima tappa della campagna elettorale permanente di un partito in moto perpetuo alla incessante ricerca di segmenti di consenso. A cui riuscì di acchiappare, nel 2018, la finestra di opportunità di diventare il “partito della nazione” votato da un terzo degli italiani.
Un passato fattosi assai remoto, i cui fasti non sono neppure lontanamente riproducibili nel presente. E, allora, il funambolo e ipercinetico Salvini ci prova con il metodo del patchwork: ultradestra, trumputinismo, concorrenza a FdI, “corrente bavarese” dei governatori e adesso perfino l’apertura sui diritti (che erano “roba da comunisti”). Guerra di posizion(amento) elettorale, giustappunto.
E un potenziale casus belli per il generalissimo Vannacci che, fallito il Blitzkrieg di annettersi la Lega, potrebbe optare per la secessione di qui a poco. Veni, vidi, non vici tra i celti padani: ergo, me ne vado.
(da La Stampa)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
“VUOLE ESSERE IMPERATORE DEL MONDO. NIENTE A CHE FARE CON UNA DOTTRINA, UN PENSIERO STRATEGICO COERENTE. C’È UN’IDEOLOGIA CHE SI REGGE SULL’OSTILITÀ AL LIBERALISMO. PERCHÉ LIBERALISMO SIGNIFICA DIRITTI INDIVIDUALI, EGUAGLIANZA, LIBERAL DEMOCRAZIA E SFORTUNATAMENTE, L’EUROPA INCARNA QUESTE COSE E PER QUESTO È IL NEMICO NUMERO UNO”
È quando il lungo colloquio con Robert Kagan, politologo e storico fra i più letti d’America e senior fellow alla Brookings Institution, finisce sul Venezuela che l’intellettuale – cui un tempo si affibbiava l’etichetta di neoconservatore, peraltro da lui mai rinnegata o smentita – estrae dal cilindro una constatazione che non ti aspetti, ma che poi diventa, alla luce della nuova tragedia di Minneapolis, limpida e chiara.
Dice Kagan: «Ti sei mai chiesto perché Stephen Miller è stato così attento e sostenitore dell’operazione in Venezuela?».
Stephen Miller è uno degli ideologi del trumpismo 2.0. Cultore del nazionalismo bianco e di un’America allergica agli immigrati – illegali, ma non solo – ricopre il posto di vicecapo dello staff della Casa Bianca per le questioni interne.
«La ragione per cui Miller è così coinvolto nelle vicende venezuelane è perché vuole poter dire che gli Stati Uniti sono in uno stato di guerra, anche se non c’è nessuna dichiarazione».
Cosa significa?
«È sufficiente leggere gli ultimi documenti del Dipartimento di Giustizia nei quali si evoca la questione venezuelana come base legale per le deportazioni».
Qual è il legame?
«La più grande spiegazione risiede in quanto è accaduto a Minneapolis e in quello che ancora ieri è successo con i continui raid dell’Ice e l’uccisione di un uomo. Quanto succede là, e questo è il messaggio che Miller e l’Amministrazione vogliono far passare, è che si tratta di un grande addestramento per una messinscena che possono fare ovunque, in qualsiasi Stato dell’Unione.
L’Amministrazione ha il personale, ha gli agenti necessari per fare questo, per dare la caccia agli illegali, per muoversi come se fossimo in un clima emergenziale, di guerra.
Donald Trump prima o poi invocherà l’Insurrection Act in uno di questi Stati dove agisce l’Ice e dove ci sono proteste. Trump sta deliberatamente militarizzando la politica estera, ecco qui il legame con il Venezuela e quanto accaduto, per sostenere le azioni militari in casa. Trump ha glorificato le forze militari e le vorrebbe usare anche sul suolo domestico».
Lei che idea si è fatto dell’approccio degli europei?
«Il mio messaggio agli europei è: it’s over, è finita. Non si ripara un matrimonio, non c’è un consulente matrimoniale in questo caso».
Perché la rottura è irreversibile?
«Non sono convinto che nel 2026, Midterm, e nel 2028, presidenziali, avremo elezioni libere e trasparenti. In secondo luogo Trump ha appena iniziato ad affilare il coltello e vuole portare il suo confronto con il Vecchio Continente all’estremo, al limite del conflitto».
Nemmeno se alla Casa Bianca tornasse un democratico?
«No, l’idea che l’America sia stata penalizzata nel sostenere l’ordine mondiale non è un’invenzione di Donald Trump. C’è un afflato bipartisan in questo.
Lo stesso Biden quando parlava di una “politica estera per la classe media” diceva che l’ordine mondiale non era funzionale agli interessi statunitensi, della middle class. Il partito democratico è storicamente meno pro trade e prima di Trump è stato Biden a inseguire politiche protezionistiche.
La differenza sta che per Trump le tariffe sono un’arma da brandire per obbligare i Paesi a fare quello che lui vuole; l’approccio di Biden era in questo diverso. Ma non tanto il fine».
Scorge l’esistenza di un pensiero, di una “Dottrina Trump” a livello di politica estera e quindi con riverberi anche sul fronte interno?
«Niente accade in America che Trump non voglia. Molte persone spendono tempo per capire come rendere felice Trump, soddisfarne capricci e ossessioni. Il suo desiderio sono la gloria e i soldi. E benché abbia diffuso una National Security Strategy all’insegna dell’America First, quel che vuole Trump è essere imperatore del mondo. Vuole poter dire: risolveremo questo, chiuderemo la guerra a Gaza, faremo questo in Iran; metterò le tariffe per la Groenlandia; siccome non gli piace il leader svizzero mette i dazi. Quindi niente a che fare con una dottrina, un pensiero strategico coerente. Detto questo, c’è un’ideologia ed è quella, e così torniamo all’inizio, di Stephen Miller e del popolo di America First. Si regge sull’ostilità al liberalismo. Perché liberalismo significa diritti individuali, eguaglianza, liberal democrazia e sfortunatamente, l’Europa incarna queste cose e per questo è il nemico numero uno fuori dai confini. E i liberal lo sono dentro casa”.
(da La Stampa)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
I VOTI SCIPPATI AL CENTRODESTRA POTREBBERO ESSERE DECISIVI PER LE ELEZIONI DEL 2027. PER QUESTO NELLA MAGGIORANZA SI IPOTIZZA DI ALZARE AL 4% LA SOGLIA DI SBARRAMENTO NELLA LEGGE ELETTORALE… LA VARIABILE CALENDA, OGGI ACCREDITATO INTORNO AL 3%, CHE IN CASO DI SOGLIA PIÙ ALTA POTREBBE ESSERE SPINTO VERSO IL CAMPO LARGO
E se il generale Roberto Vannacci, eurodeputato della Lega nonché gratificato da
Matteo Salvini con la nomina a vicesegretario, decidesse davvero di lasciare la casa madre e fondare un partito tutto suo?
L’ipotesi è scacciata in Fratelli d’Italia, e soprattutto dalla Lega, con un’alzata di spalle e con la citazione di sondaggi che darebbero un partito vannacciano ultrasovranista di destra tra l’1 e il 2%. Ma il timore c’è. Gonfiato da quello che dice da giorni a tutti i suoi interlocutori in Senato Matteo Renzi
«Guardate che Vannacci il suo partito se lo fa e può prendere il 3, anche il 4%. Se appianiamo le divergenze e restiamo uniti vinciamo noi con qualsiasi legge elettorale, anche con quella con premio del 55% per la coalizione che supera il 40% che vogliono approvare a maggioranza», è il refrain dell’ex premier
Il quale fa anche notare come la corsa terzopolista del suo ex compagno di partito Carlo Calenda non cambia troppo il quadro: «Azione prende voti sia dal centrosinistra sia dal centrodestra». I conti sono presto fatti.
Se con l’attuale Rosatellum il risultato più probabile sarebbe un simil pareggio per via dei collegi uninominali (il centrosinistra unito, a differenza del 2022, ne
conquisterebbe molti al Sud), il simil Porcellum con premio di maggioranza a chi arriva primo è pensato proprio per dare un risultato certo.
L’ultima supermedia dei sondaggi You Trend/Agi fotografa un centrodestra nel complesso al 47,9% (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati di Maurizio Lupi), un centrosinistra in versione campo largo al 44,9% (Pd, M5s, Avs, Italia Viva e Più Europa) e Azione di Calenda al 3,2%. Una differenza di soli tre punti, appunto.
Da qui la tentazione che sta correndo sottotraccia tra i leader del centrodestra e i loro sherpa impegnati a mettere a punto la riforma elettorale per il dopo referendum sulla giustizia: e se invece di una soglia di sbarramento al 3% se ne mettesse una al 4% così da scoraggiare tentazioni di scissione da parte di Vannacci o in caso bloccarlo alla prima prova?
Sembra facile. Eppure la soglia del 3% è stata concordata direttamente con Calenda per assicurarsi la sua corsa solitaria nella logica del “se non puoi essere mio amico non devi essere mio nemico”.
Alzando la soglia al 4% il centrodestra corre il rischio che, magari non ora ma più in là, Azione rientri nell’orbita del campo largo facendo assottigliare fin quasi allo zero l’attuale forchetta di vantaggio.
Intanto riguardo al più importante nodo politico da sciogliere, ossia l’indicazione del nome del premier sulla scheda elettorale tanto cara alla premier Giorgia Meloni quanto osteggiata dagli alleati, è già da tempo pronto un piano B che metterebbe comunque in difficoltà gli avversari: obbligo di indicare il capo della coalizione al momento del deposito del programma come avveniva con il vecchio Porcellum.
Elly Schlein e Giuseppe Conte dovrebbero insomma decidere chi fa il capo, magari tramite primarie di coalizione.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
NON VOGLIAMO CRIMINALI A FAR DA GUARDIASPALLE AGLI ATLETI USA, SOLO PIANTEDOSI “NON VEDE IL PROBLEMA”
Mentre negli Stati Uniti l’agenzia federale per l’immigrazione è travolta da accuse di violenze e abusi nelle operazioni di polizia, in Italia si è aperta la possibilità che alcuni agenti dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement statunitense, possano arrivare nel Paese in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Per fare chiarezza sulla vicenda, Fanpage.it ha fatto una ricostruzione del caso: dalle indiscrezioni giornalistiche e l’interrogazione parlamentare del Pd, fino alla risposta del Governo e la smentita della Questura.
L’indiscrezione
A sollevare il tema è stato oggi, sabato 24 gennaio, Il Fatto Quotidiano che ha riportato l’ipotesi di una collaborazione tra apparati di sicurezza italiani e l’agenzia americana.
Un’ipotesi che ha immediatamente acceso l’attenzione dell’opinione pubblica, anche per il contesto internazionale: negli ultimi giorni l’ICE è, infatti, finita al centro di durissime polemiche per le violenze e gli abusi contestati nelle operazioni di controllo sul territorio americano.
L’interrogazione parlamentare del Pd
Su questo sfondo, il deputato del Partito democratico Matteo Mauri, responsabile nazionale Sicurezza del Pd, ha depositato un’interrogazione rivolta al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In particolare, Mauri ha chiesto al Governo di fare chiarezza su eventuali presenze di agenti stranieri durante un evento di portata globale come le Olimpiadi, sottolineando che la gestione della sicurezza debba avvenire “nel rispetto delle competenze nazionali, delle regole e dei principi costituzionali”.
Secondo il deputato dem, eventuali cooperazioni non possono emergere solo attraverso la stampa, né restare prive di un quadro normativo chiaro, soprattutto alla luce delle accuse che hanno colpito l’agenzia federale negli Stati Uniti.
La risposta del Governo
La risposta del ministro Piantedosi non si è fatta attendere ed è arrivata qualche ora più tardi, a margine di un evento pubblico. Il ministro ha dichiarato che, allo stato attuale, “non risulta la presenza dell’ICE in Italia”.
Tuttavia, Piantedosi ha poi aggiunto che, “anche se fosse, le delegazioni straniere all’interno del loro ordinamento scelgono loro a chi rivolgersi per assicurare la sicurezza alle delegazioni stesse”, ma “non vedo quale problema ci sia”, ha concluso, sottolineando che anche qualora delegazioni straniere decidessero di avvalersi di propri apparati di sicurezza, il coordinamento resterebbe comunque in capo alle autorità italiane.
Le verifiche di Fanpage.it
Per fare ulteriore chiarezza sulla vicenda, Fanpage.it ha contattato la Questura di Milano – l’autorità che, in questi casi, ha la responsabilità operativa e il coordinamento di tutte le questioni di sicurezza sul territorio cittadino – la quale ha riferito di non essere a conoscenza di alcun arrivo di agenti dell’ICE sul territorio italiano.
Un dettaglio che contribuisce a smorzare le indiscrezioni, ma che non chiude del tutto la questione politica. Il tema, infatti, resta aperto in Parlamento, dove Mauri ha annunciato che tornerà a sollevarlo anche in commissione Affari costituzionali. Questo perché, per l’opposizione, la sicurezza di Milano-Cortina 2026 “non può mai
essere disgiunta dalla tutela rigorosa dei diritti e dall’immagine internazionale del nostro Paese”.
(da Fanpage)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
“LUI FA IL SUO, NOI FACCIAMO IL NOSTRO”… EH NO, TROPPO FACILE FARE I LIBERALI ALLEANDOSI CON UN SOGGETTO CHE FA LA FOTO RICORDO CON UN AVANZO DI GALERA RAZZISTA, TRUFFATORE E COCAINOMANE
Tommy Robinson, l’esponente dell’estrema destra britannica ospitato al ministero da
Matteo Salvini «è incompatibile con i miei valori. Io non lo incontro». Lo ha detto il ministro degli esteri e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, a Milano per un evento del suo partito al Teatro Manzoni. «Salvini vede chi vuole, io non lo incontrerò. Lui fa il suo, noi facciamo il nostro», ha concluso.
Le polemiche
Il leader leghista ha incontrato il suprematista inglese al ministero. E la stretta di mano, diffusa su X da Robinson stesso, ha scatenato critiche e polemiche.
«La nostra Costituzione é fieramente antifascista -aveva dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Pd -: lo ricordo al ministro Salvini, che forse se n’è dimenticato quando ha invitato in un luogo istituzionale un personaggio neonazista inglese che va contro a tutti i principi democratici contenuti nella Carta e che va ben oltre il razzismo anticostituzionale»
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
UNA IGNOBILE MESSA IN SCENA POSTUMA PER GIUSTIFICARE LA BANDA DI CRIMINALI IN DIVISA… L’INFERMIERE UCCISO STAVA SOLO AIUTANDO UNA DONNA SPINTA A TERRA
In una dichiarazione giurata, un testimone oculare anonimo che ha registrato il video della sparatoria afferma di non aver visto Alex Pretti con una pistola prima che venisse colpito dagli agenti Ice. Lo riporta il Guardian, citando un documento, pubblicato dall’American Immigration Council, ong per la difesa dei diritti dei migranti. La testimone afferma che l’uomo ucciso ieri dagli agenti ha cercato di aiutare una donna che era stata spinta a terra quando è stato afferrato da altri dell’ICE. Non sembrava opporre resistenza, racconta: «Non l’ho visto con una pistola. L’hanno buttato a terra e hanno iniziato a sparargli».
La pistola in dotazione anche all’Ice
Il tipo di arma che il Dipartimento per la Sicurezza Interna afferma che il 37enne portasse con sé quando è stato ucciso è una Sig Sauer P320 calibro 9 mm, una «pistola popolare e frequentemente portata dalle forze armate e dalle forze dell’ordine statunitensi».
Lo riporta il Minnesota Star Tribune, sottolineando che sebbene Pretti avesse il porto d’armi, non è ancora stato dimostrato che l’arma mostrata in un’immagine pubblicata sui social dal Dipartimento fosse effettivamente sua. Il quotidiano: «Anche gli agenti federali, tra cui l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), portano P320, così come molti agenti delle forze dell’ordine statali e locali».
Chi era Alex Pretti
Infermiere di terapia intensiva all’ospedale VA di Minneapolis, si prendeva cura dei veterani americani. Alex Pretti era preoccupato come molti suoi concittadini per le azioni spericolate condotte dalle squadre federali anti-migranti. Aveva anche preso parte alle proteste di strada seguite all’uccisione di Renee Nicole Good lo scorso 7 gennaio.
I genitori di Alex: «Bugie disgustose da Trump»
I genitori del 37enne ucciso hanno condannato le «bugie disgustose» dell’amministrazione Trump sul figlio. Negano la versione fornita dal governo. «Alex chiaramente non aveva in mano una pistola quando e’ stato attaccato dai teppisti assassini e codardi dell’ICE di Trump. Aveva il telefono nella mano destra e la mano sinistra vuota era alzata sopra la testa mentre cercava di proteggere la donna che l’ICE aveva appena spinto a terra, mentre veniva spruzzato con spray al peperoncino», hanno dichiarato Michael e Susan Pretti alla CNN.
Il comandante della pattuglia di frontiera Gregory Bovino Pretti stava cercando di «massacrare le forze dell’ordine». «Le menzogne disgustose raccontate dall’amministrazione su nostro figlio sono riprovevoli e ripugnanti», hanno i genitori della vittima, rivelandosi affranti e arrabbiati. «Alex era un’anima gentile che teneva profondamente alla sua famiglia e ai suoi amici, ma anche ai veterani americani di cui si prendeva cura come infermiere di terapia intensiva all’ospedale VA di Minneapolis», hanno detto. «Alex voleva fare la differenza in questo mondo. Purtroppo non sarà con noi per vedere il suo impatto. Non usiamo il termine ‘eroe’ alla leggera. Tuttavia, il suo ultimo pensiero e la sua ultima azione sono stati quelli di proteggere una donna».
Le manifestazioni negli Usa
L’omicidio di Pretti ha scatenato diverse manifestazioni di protesta nelle città, da New York a Los Angeles. Mentre sul piano politico i democratici hanno espresso la loro indignazione, minacciando di bloccare i finanziamenti federali che rischiano una nuova paralisi alla fine del mese. Il governatore democratico del Minnesota, Tim Walz, ha chiesto che siano le autorità locali, e non quelle federali, a condurre le indagini.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPELLO ALLA RISCOSSA DEL PREMIER CANADESE E’ UN MANIFESTO PER UN NUOVO LIBERALISMO
A giudicare dalle entusiastiche citazioni che appaiono da giorni sui media occidentali,
l’intervento a Davos del premier canadese Mark Carney sarà ricordato come uno di quei discorsi storici che squarciano il buio del loro tempo, indicano la luce che appare in fondo alla notte e chiamano alla riscossa gli smarriti.
D’un tratto appaiono insensati tutti i ninna-nanna in cui ci cullavamo da lustri – la nostra civiltà, l’Occidente, l’eterno alleato americano – e ci risvegliamo in un mondo brutale di grandi predatori, un Jurassic park in cui gli europei, e in generale le potenze ‘minori’ come il Canada, sembrano destinati a diventare il pasto. A meno che – e qui il discorso di Carney diventa un incitamento al contrattacco – quelle medie potenze non facciano squadra e inventino un nuovo ordine che protegga i loro interessi e i loro valori.
Pochi giorni dopo, ecco la visione di Carney trovare conferma nei negoziati che coinvolgono tre angoli del Jurassic park contemporaneo: l’Ucraina, Gaza e la Groenlandia. Dove i tirannosauri sembrano onnipotenti eppure ancora non riescono a spuntarla, in qualche modo arginati da alcune medie potenze con una resistenza certo flebile e scoordinata, ma sufficiente per dimostrare quel che fino a ieri pareva impossibile: ribellarsi è possibile.
I fronti aperti
Gaza, per cominciare: invitati da Washington ad entrare nel Board of Peace presieduto a vita da Trump, molti europei declinano; e con la loro assenza (alcuni potrebbero entrare nel Board, nessuno però pagando il miliardo di dollari richiesto da Washington) denudano le velleità imperiali del progetto, la contraddittorietà dell’architettura, le ambiguità che lo porteranno a fallire.
Poi la Groenlandia: qualunque cosa abbiano pattuito Trump e l’ossequioso segretario generale della Nato Mark Rutte, ora è chiaro che saranno la Danimarca e i nativi a decidere, sostenuti da quei rari europei che cominciano ad accettare i rischi del gioco duro con Washington.
Infine l’Ucraina. Gli europei non partecipano al negoziato russo-americano-ucraino, e Zelensky li ha scudisciati con ragione per i ritardi e per l’inconsistenza politica. Ma Kiev riesce ancora a resistere al forcing di Mosca e di Washington: se non avesse alle spalle quei Volenterosi che contrastano l’entente cordiale anti-Ucraina, probabilmente sarebbe stata da tempo costretta a riconoscere la sovranità russa sui territori occupati dalle armate di Putin.
La novità dei segnali emessi dall’Europa è dimostrata dalla stizza e dal nervosismo di Washington, cui non è estranea la consapevolezza che uno scontro aperto con gli ex alleati potrebbe avere un costo elevato anche per gli Usa (elevatissimo se si riflettesse sul costo dell’immenso debito americano, 38 trilioni).
Il protagonismo canadese
A Davos due ministri statunitensi hanno dato in escandescenza davanti ad una platea ostile. Trump ha insultato nel solito modo greve (tra gli altri) il Canada, che a suo dire sarebbe in vita solo grazie agli Stati Uniti, e preso di petto Carney, cui ha revocato l’invito nel Board of peace. Ma queste sfuriate non hanno avuto alcun effetto, se non corrobare la risolutezza canadese.
A Ottawa lo stato maggiore adesso prepara i piani per organizzare la guerra di liberazione nel caso il Canada fosse invaso (dagli Stati Uniti, ma questo è implicito). D’un tratto all’interno della Nato gli Usa di Trump sono immaginati nel ruolo di Nemico, pensiero che sarebbe apparso stupefacente ancora un anno fa. E d’un tratto viene abbozzata la possibilità di opporre all’imperialismo trumpiano «un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati», per citare il discorso del liberale Carney.
Quell’appello alla riscossa suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente (termine che Carney non usa) ma occidentale nelle radici. Dopotutto oggi Minneapolis è Europa. Ma è Europa, pienamente Europa, questa Italia? Carney non può che risultare un alieno alla gran parte della politica nostrana, non solo alla maggioranza.
Il premier canadese siede nel club dei Volenterosi, è detestato dal governo israeliano non solo perché ha riconosciuto lo stato palestinese, considera suicida l’accondiscendenza verso Trump, e non si attribuirebbe mai la missione di ricomporre «l’unità dell’Occidente» con la moderazione e l’ossequio, la mission che rivendica il governo Meloni mentre contribuisce a scomporre l’Europa frenandone l’unificazione.
(da Domani)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAPO DEL PENTAGONO SI ISPIRA AI VIDEOGAME DI STRATEGIA AMERICANA: UNO NORMALE NON C’E’
Da giovane ho giocato molto a Risiko, eppure non mi è mai venuto in mente di arruolarmi in qualche esercito per conquistare la Jacuzia. Avevo ben chiara la differenza tra giocarsi il mondo a dadi e bombardarlo per davvero. Umberto Eco scrisse che da bambino giocava molto alla guerra, con spade di legno e fionde, ma crescendo non ha fatto il mercenario e ha sempre detestato la violenza fisica.
La simulazione dell’aggressività (nel gioco, nello sport) e la sua codificazione in forme incruente dovrebbero servire a far sfogare senza danni, soprattutto senza danni per gli altri, l’istinto di prevaricazione, o anche soltanto di autoaffermazione: entrambi molto presenti nei maschi giovani per un mix di ragioni ormonali e culturali.
Pare invece che i videogame di strategia militare abbiano avuto una enorme influenza nella formazione culturale e politica della nuova destra americana. Per esempio l’attuale capo del Pentagono, Hegseth, è pieno di tatuaggi ispirati a Crusader Kings 2.
Da guerriero da divano è dunque poi diventato, nel più istituzionale dei modi, il capo dei guerrieri americani, con una preoccupante continuità tra gioco e realtà. In particolare i videogiochi che esaltano le crociate e la sottomissione degli altri popoli da parte degli europei avrebbero avuto un ruolo decisivo nell’educazione politica, chiamiamola così, del nuovo suprematismo bianco americano.
È un ottimo tema per gli psichiatri. Possiamo limitarci, da non addetti ai lavori, o meglio alle terapie, ad avanzare un’ipotesi: se affiancato da qualche buon libro e buon film, anche Crusader Kings avrebbe avuto effetti meno rilevanti sulla psiche
dei suoi fan. In aggiunta, aiuta molto anche avere in famiglia qualcuno che ti dice: «Non importa se non sottometti gli Ottomani. Io ti voglio bene lo stesso».
(da repubblica.it)
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Gennaio 25th, 2026 Riccardo Fucile
I BIMBI ARRESTATI? SONO SEQUESTRI DI MINORE , NON E’ SICUREZZA E’ TERRORISMO GOLPISTA
Hanno la stessa età, li separa meno di un secolo. Sono solo due bambini, le due
fotografie che li ritraggono fanno la storia. Maggio 1943, Varsavia: un piccolino in calzoncini corti mai identificato con certezza (Levi Zelinwerger o Artur Dab Siemiatek) alza le mani in segno di resa nel ghetto di Varsavia. Gennaio 2026, Minneapolis: Liam Conejo Ramos, 5 anni, berretto blu da coniglio e zainetto di Spiderman, viene perquisito e scortato dagli agenti dell’Ice.
La prima immagine è diventata il simbolo di tutto l’Olocausto, la seconda lampeggia nel presente a testimonianza dei rastrellamenti e delle violenze da parte della milizia privata di Donald Trump, paragonata alla gestapo del nostro tempo. È insensato cercare analogie, legittimo provare lo smarrimento della storica ebrea Anna Foa: “Siamo alla confusione sentimentale e politica totale, come allora. Il bambino nel ghetto di Varsavia è la distruzione dell’infanzia, gli arresti dei bambini nella nostra America del mito e del sogno riconfermano la stessa follia”.
Che nome dà a questa follia?
“Odio di Stato nascosto dietro un velo di legittimità. La retorica della sicurezza assume in maniera sempre più chiara i contorni della punizione collettiva: arresto il figlio per mettere in scacco il padre. Si è persa la distinzione fra bene e male, giustizia e libero arbitrio. Soprattutto fra adulto e bambino, una cosa inconcepibile. Come fu inconcepibile allora la mattanza dei piccoli morti per fame, malattia o nelle camere a gas”.
È successo così in fretta: non li hanno visti arrivare?
“Negli Stati Uniti è in atto un colpo di Stato, ecco il vero nome di questa follia. E la cosa più inquietante è la mancanza di una reazione energica da parte dei cittadini americani. Eppure avrebbero dovuto sentire odore di golpe già il 6 gennaio del 2021, dopo il discorso di Trump ai suoi sostenitori al Campidoglio. Non siamo di fronte a una serie di arresti paradossali ma a veri sequestri di persona di parte di un gruppo di terroristi, non saprei come definirli altrimenti. Le scuole si stanno svuotando per paura che i bambini vengano portati via, certi libri vengono proibiti. È un punto di non ritorno e non è insensato cercare analogie con l’altro buco nero della storia”.
Anna Frank, una bambina, diceva: “Credo ancora che la gente abbia un cuore”.
“Ho visto la grande umanità dei senatori democratici che sono andati a trovare in carcere i minori arrestati. Certo l’America è quel cuore grande, ma non basta. Al comando c’è un uomo che sogna i resort sui cadaveri dei bambini di Gaza. Temo andrà a finire molto male, per loro e per il resto del mondo. La polizia entra nelle case della gente, un paradosso nel Paese che ha fatto della libertà individuale la sua ossessione”.
Anche un libro negato è una violenza fatta ai più piccoli.
“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale veder le cose divorate, vederle annerite, diverse”. È l’incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. La furia di Trump e dei suoi nel cancellare i materiali didattici che affrontano temi legati all’ideologia dell’equità pare quella. Basta titoli su empowerment delle donne, persone di colore, migranti, transgender, parità, sessualità. Censurato Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini e Freckleface Strawberry, il libro dell’attrice Julianne Moore su una bambina che si sente diversa perché ha le lentiggini ma impara ad accettarsi. Come nella peggiore delle distopie”.
(da (quotidiano.net)
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