Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’EPISODIO NEL VICENTINO, IL 56ENNE RITROVATO IN UNA POZZA DI SANGUE
Lavorava per loro in nero ma dopo una caduta da 3 metri, invece che portarlo in
ospedale l’hanno abbandonato in mezzo alla strada in una pozza di sangue. È l’accusa scattata nei confronti di una coppia di imprenditori di 56 e 48 anni di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, che sono stati denunciati dai Carabinieri.
Secondo la ricostruzione dei militari, l’uomo, un 56enne di origini indiane, lavorava da alcuni giorni per la coppia in un maneggio della zona, senza un regolare contratto di lavoro.
Nella giornata di giovedì il lavoratore sarebbe precipitato da un’altezza di tre metri, per cause ancora da accertare, e i due, invece di chiamare un’ambulanza, l’hanno lasciato gravemente ferito in via Cà Dolfin, a poca distanza dall’ospedale.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO L’ITALIA RECEPISCE UNA DIRETTIVA EUROPEA CI AGGIUNGE TROPPI VINCOLI CHE NEL TESTO ORIGINALE NON ESISTONO
All’assemblea Confindustria 2026 alla Nuvola dell’Eur, governo e industriali hanno recitato lo stesso copione: l’Europa è un gigante burocratico che frena la crescita, l’ETS va sospeso, il nucleare ci salverà, nel frattempo andiamo a “tutto gas”.. Il messaggio di fondo di Meloni e Orsini è in gran parte sovrapponibile.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha detto anche cose vere: il costo dell’energia è “una vera e propria minaccia esistenziale” per la manifattura, ci sono 131 GW di rinnovabili bloccati dalle Regioni e su questo ha chiesto correttamente un intervento bipartisan dello Stato. Ha invocato mercato unico dell’energia, mercato dei capitali e debito comune europeo per investimenti strategici: proposte non prive di senso. Ma poi è arrivato il salto logico: il sistema ETS è “una vera pazzia” che ha trasformato la decarbonizzazione in “speculazione finanziaria” e va sospeso subito. Il gas è “fondamentale per mantenere la stabilità energetica del Paese” e pensare di farne a meno è “miopia”. Sul nucleare, chi sostiene che i 10-15 anni necessari per costruire un reattore siano un problema dice una cosa “falsa”. Europa e decarbonizzazione: i nemici delle imprese italiane.
Meloni ha fatto lo stesso dal podio, con maggiore enfasi retorica. L’UE è un “gigante burocratico” che ha sacrificato competitività e crescita sull'”altare di approcci ideologici e tecnocratici”. Il Green Deal era un “orpello ideologico” spazzato via dalla storia. La “giungla normativa” europea va disboscata. E poi, quasi di passaggio, la proposta concreta agli industriali in sala: avviare subito “un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia”. In Italia. Meloni stessa individua il vero problema, lo dice alla platea giusta, poi torna ad attaccare l’Europa. A questa contraddizione se ne aggiunge un’altra più strutturale: chiede velocità nelle decisioni europee, ma difende l’unanimità al Consiglio dove basta il veto di uno Stato membro, anche il suo, per bloccare tutto. Paolo Gentiloni ha sintetizzato bene: dire che il problema dell’Italia è la burocrazia
di Bruxelles “ricorda quello che diceva che il problema di Palermo è il traffico”. E l’Italia è ultima per crescita e prima per debito in Europa, nonostante abbia ricevuto negli ultimi anni circa 200 miliardi di fondi europei: più di qualsiasi altro Paese nella storia dell’Unione.
Anche sull’ETS, governo e Confindustria combattono la stessa battaglia: sospensione immediata, riforma radicale, basta speculazione. Ma si sbaglia nemico. Il prezzo dell’elettricità in Italia è formato per l’89% delle ore dal gas: il costo del carbonio pesa al massimo il 10% sulla bolletta finale, meno dell’IVA. L’Autorità europea sui mercati finanziari ESMA ha indagato due volte sulla presunta speculazione e ha concluso ogni volta che non esiste. Esistono invece molte risorse mal utilizzate: dal 2012 al 2024 le aste ETS hanno generato 18,2 miliardi di euro per l’Italia, di cui solo il 9% è stato investito in politiche di accompagnamento alla transizione, contro il 100% previsto dalla normativa UE. Il dibattito sulla revisione dell’ETS è legittimo, ma la domanda seria è: chi ha usato male quei miliardi?
La vera burocrazia che strangola le imprese non viene da Bruxelles. Il corpus normativo UE conta circa 20.000 atti; quello italiano supera i 150.000. Nel solo 2024, tra Gazzette Ufficiali e supplementi, sono state pubblicate 35.140 pagine di norme italiane. Il problema si chiama goldplating: quando l’Italia recepisce una direttiva europea, ci aggiunge strati di vincoli che nel testo originale non esistono: è così, ad esempio, che i 131 GW di rinnovabili approvati restano bloccati per anni, per scelte di Roma e delle Regioni. Le barriere alla concorrenza nei servizi sono prodotto di scelte tutte italiane: concessioni prorogate a vita, iter autorizzativi che duplicano quanto richiesto dall’UE. E non basta: con 75 procedure di infrazione aperte, l’Italia ha pagato oltre 1,1 miliardi in sanzioni europee dal 2011, più del 70% per danni ambientali con effetti diretti sui cittadini; tutte risorse tornate a Bruxelles. Inoltre, l’Italia continua a non volere ratificare il MES, bloccando di fatto proprio quel mercato unico dei capitali che Orsini stesso chiede come priorità assoluta.
Sul nucleare, nessuno nei piani alti di Confindustria o del governo crede davvero che possa abbassare le bollette italiane in tempi utili. Mettiamo in fila un po’ di numeri e fatti: il PNIEC prevede 0,4 GW di SMR al 2035, che corrisponderebbe all’incirca all’1,1% del consumo nazionale: irrilevante.
Bankitalia scrive senza ambiguità che il nucleare non avrebbe impatti significativi sui prezzi. Gli SMR non esistono ancora commercialmente in Occidente: NuScale non ha cantieri aperti, Newcleo e Naarea sono in crisi finanziaria. Secondo Lazard 2025, il nucleare di nuova costruzione costa tra 141 e 220 dollari per MWh; il solare tra 38 e 78, l’eolico tra 37 e 86. La Corte dei Conti francese ha rivisto al rialzo il programma EPR2 da 51,7 a oltre 67 miliardi, con la possibilità concreta di superare i 100, e la prima coppia di reattori non entrerà in funzione prima del 2039-2044. Per l’Italia, che riparte da zero, si parla realisticamente di 25-30 anni. Nel frattempo, un parco fotovoltaico industriale si costruisce in 18-36 mesi.
C’è poi un problema tecnico che il dibattito italiano ignora: il nucleare è una fonte che produce 24 ore su 24 e si modula con difficoltà. Aggiungere nucleare a un sistema che cresce in rinnovabili non risolve l’intermittenza: la peggiora. In Francia, nel 2025, si sono registrate 436 ore di prezzi negativi proprio perché il nucleare non riesce a modulare con le rinnovabili in eccesso.
Lo stesso vale per il gas, presentato come “fonte di transizione”, ma di fatto blindato come scelta strutturale: investire in nuovi rigassificatori e contratti pluridecennali mentre si annuncia un nucleare lontano vent’anni significa rendere il gas permanente fino al 2045 almeno. E poi: chi obietta “compriamo elettricità nucleare dalla Francia, è ipocrita esserne contro” ci vede come borghetti chiusi da mura e non come un libero mercato: l’Italia importa il 16% del fabbisogno, un terzo dalla Francia, non perché siamo vulnerabili ma perché il mercato europeo è progettato per scambiare energia. La Francia esporta non per generosità ma perché deve: il suo nucleare è troppo rigido per assorbire la produzione rinnovabile in eccesso. È un problema francese, non un modello da imitare. La vera vulnerabilità italiana non è dove compriamo elettricità: è quanto la paghiamo. E paghiamo cara perché nel 70% delle ore il prezzo è fissato dal gas.
La sicurezza energetica non si compra con una promessa al 2050: si costruisce nei prossimi cinque anni, riducendo la dipendenza dal gas. Come? Sbloccando le 4.000 concessioni rinnovabili ferme. Investendo seriamente in accumuli: il MACSE di Terna, già attivo, va potenziato. Lanciando un piano nazionale per ridurre la povertà energetica di 2,4 milioni di famiglie, usando fondi europei in gran parte no
utilizzati. Recependo finalmente la Direttiva Efficienza Energetica, scaduta lo scorso 11 ottobre, e applicando tempestivamente la direttiva Case Green. Tutte cose che si fanno in due-cinque anni, non in venticinque. Ogni gigawatt di rinnovabili installato oggi abbassa il prezzo dell’elettricità in Italia oggi, non nel 2050.
Invece, in 40 giorni il governo ha approvato un decreto bollette da circa 5 miliardi di euro fatto di bonus una tantum, sconti volontari e contributi a pioggia che non cambiano la struttura del prezzo dell’elettricità italiana. Misure effimere e costosissime. Quel miliardo e mezzo destinato alle famiglie, se investito in efficienza energetica delle abitazioni, avrebbe potuto contribuire ad abbassare le bollette per i prossimi vent’anni e creato lavoro qualificato. Questa è la differenza fra una politica energetica strutturale e una politica di rincorsa permanente, che rifiuta di pensare che si può fare a meno di gas, petrolio, carbone.
Il giacimento di sicurezza energetica che abbiamo già in casa si chiama efficienza, e si nutre di sole, vento e accumuli. Continuare a inseguire una promessa lunga un quarto di secolo, mentre famiglie e imprese chiedono risposte adesso, non è scelta strategica. È una scelta di campo: contro politiche climatiche sempre più urgenti, a favore di chi guadagna e specula oggi, a discapito di famiglie e imprese. E in Europa, dove la Spagna abbatte i prezzi con le rinnovabili, la Germania accumula gigawatt di batterie, e la Francia stessa fatica a far quadrare i conti del nucleare, l’Italia si distingue per una cosa sola: per la caparbia con cui sceglie la strada più cara e più lunga. Non è la fatalità del mercato né l’inevitabilità della tecnologia: è una decisione politica precisa, che si può rovesciare. Ma per farlo bisogna cominciare a fare ciò che serve adesso: sbloccare i progetti rinnovabili, finanziare l’efficienza, ridurre la dipendenza dal gas.
(da Fanpage)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
I LAVORATORI ARRIVAVANO IN ITALIA DALL’INDIA PAGANDO UN “PIZZO” DI 5/6.000 EURO ALL’AGENZIA INTERMEDIARIA “DYNAMIC HOUSE”. UNA VOLTA ARRIVATI, VENIVANO MESSI A LAVORARE IN CANTIERE DALLE 10 ALLE 12 ORE AL GIORNO, PER 2 EURO L’ORA, POI I CAPORALI DETRAEVANO 500 EURO PER L’ALLOGGIO IN HOTEL E 300 PER LA PAUSA PRANZO
Un meccanismo «criminale» in più fasi. La prima: l’operaio indiano s’indebita e paga
cinquemila euro — un «pizzo», secondo chi indaga — per arrivare a Milano e poter lavorare. La seconda: cominciano i turni massacranti in cantiere, dalle dieci alle dodici ore al giorno, per due euro l’ora, tra insulti, botte e il divieto di ammalarsi. La terza: dallo stipendio che non supera i 1.500 euro, i caporali detraggono 500 euro per l’alloggio in hotel e 300 per la pausa pranzo. Nelle tasche degli schiavi rimangono pochi spiccioli
Una condizione di «para schiavitù», la definiscono i pm di Milano Paolo Storari e Mauro Clerici, che con i carabinieri del lavoro commissariano il colosso americano Caddel e la sua articolazione italiana, impegnata a Milano in un progetto da 200 milioni di dollari: la costruzione del nuovo consolato Usa.
Dove ieri, alla notifica dell’atto che dispone l’amministrazione giudiziaria, ci sono anche momenti di tensione con i responsabili dell’area, considerata territorio statunitense. Sono indagati la Caddell per la responsabilità amministrativa degli enti e un responsabile dell’impresa per caporalato, il turco Ulas Demir
Centinaia i muratori e manovali che la Caddel recluta in India attraverso una società che fa da intermediaria, la Dynamic House. […] Una trentina gli operai che scelgono di raccontare il loro inferno quotidiano, i turni dalle sei del mattino alle sei di sera, tutti i giorni tranne la domenica.
Uno di loro dice: «Guadagnavo 1.400-1.500 euro al mese, ma da quelli pagavo 510 euro per l’albergo e 350 euro per mangiare».
Soldi detratti dai capi senza possibilità di protestare. Significa che in tasca restano 640 euro. Di questi, spesso, più della metà viene spedita a casa. C’è chi rimane a Milano anche con 150 euro in tasca. Sulla base dei contratti, si scoprono «retribuzioni orarie estremamente ridotte, comprese tra 1,31 euro e 1,91 euro»Un testimone racconta: «Gli insulti erano quotidiani e anche la minaccia che se non accettavo quelle condizioni mi avrebbero rimandato in India. Ci sono stati anche gesti di violenza fisica. «Una volta Aji (capoturno, ndr), dopo che mi ero lamentato per i soldi, mi ha rinchiuso nell’ufficio». Un altro schiavo racconta: «L’episodio che ricordo è di un operaio indiano che era caduto dalle scale mentre portava con sé del materiale. Si era fatto molto male ma non era stata chiamata l’ambulanza. Dopo due giorni è stato rimandato in India. In molti si facevano male ma si cercava sempre di risolvere il problema con medicazioni veloci».
(da La Repubblica)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
I SONDAGGI BY PAGNONCELLI: FDI AL 27,6%, LEGA AL 5,7% (LIVELLO PIU’ BASSO. DAL 2022), FORZA ITALIA 8,2% – IL PD E’ AL 20,1%, M5S 14,5%, AVS 6,8% – ITALIA VIVA 2,0%, +EUROPA 1,5%, AZIONE AL 3,1% – IL PARTITO DI VANNACCI E’ AL 4,8%
La politica interna ha visto innanzitutto il tema della crisi energetica, con costi sempre più pesanti per imprese e famiglie. Dopo la mancata uscita dalla procedura di infrazione europea per eccesso di deficit, altri elementi hanno segnalato difficoltà consistenti per il governo sotto il profilo economico: il rapporto Istat segnala un Paese in difficoltà, poco dinamico, invecchiato; si prevede che quest’anno il debito sarà il più alto d’Europa, superando anche la Grecia; da ultimo, la crescita prevista per l’Italia è molto bassa, di nuovo agli ultimi posti in Europa.
Un insieme di dati preoccupanti per le forze di governo che hanno anche manifestato su diversi temi, come sempre più spesso succede, posizioni distanti e a volte confliggenti.
Una boccata di ossigeno, per la compagine di governo, è però arrivata dai risultati delle recenti elezioni amministrative, che tutto sommato segnalano una buona tenuta del centrodestra, con qualche vittoria di rilievo come a Venezia e Reggio Calabria.
E le intenzioni di voto segnalano con evidenza come l’ipotizzata onda lunga a favore del centrosinistra dopo la vittoria referendaria non ci sia stata. Anzi: Fratelli d’Italia si rafforza rispetto al mese scorso, collocandosi al 27,6% con una crescita
dell’1,4%; crescita che compensa le perdite in particolare di Forza Italia (oggi all’8,2%, in calo dello 0,8%), mentre la Lega si colloca al 5,7%, sostanzialmente stabile al livello più basso dalle Politiche. Cresce dello 0,7%, invece, Futuro nazionale di Vannacci, oggi stimato al 4,8%. Tra le forze di opposizione il Pd perde il 2,2% e viene stimato al 20,1%, il dato più basso degli ultimi anni.
Sembra pagare la «non vittoria» delle amministrative (ma il conto di vincitori e perdenti si dovrà fare dopo i ballottaggi), in particolare a Venezia, su cui aveva molto investito. Stabili le altre forze, dai pentastellati stimati al 14,5% su cui non sembrano pesare i risultati non entusiasmanti delle elezioni locali, fino ad Avs (6,8%), Italia viva (2,0%) e +Europa (1,5%). Altrettanto stabile Azione, forza stimata al 3,1%.
Oggi incerti e astensionisti sono al 39,8%, due punti in meno rispetto ad aprile. Che l’onda del referendum non abbia avuto effetti si evidenzia non solo dai dati appena illustrati ma anche dai flussi di voto: tra gli elettori del No quasi un quarto è tornato ad astenersi, dato che invece scende al 16% tra chi votò Sì.
I risultati variano in funzione della presenza o meno di Futuro nazionale nella coalizione di centrodestra. Senza Vannacci (che, come vediamo dai flussi, ottiene voti principalmente dalla Lega, quindi da Fratelli d’Italia e in misura minore ma apprezzabile anche da chi alle Europee si è astenuto), il campo progressista otterrebbe il 44,9% contro il 42,3% del centrodestra e si aggiudicherebbe il premio di maggioranza con 220 deputati, il centrodestra ne avrebbe 148, Futuro nazionale 17, Azione 11, le altre forze 4.
Se invece Futuro nazionale fosse organico al centrodestra, questa coalizione otterrebbe il premio di maggioranza di 220 seggi, il centrosinistra ne avrebbe 165, Azione 11, gli altri 4. Naturalmente si tratta di stime che ipotizzano che, nelle diverse alleanze, tutti gli elettori dei singoli partiti convergano sulle coalizioni di riferimento.
Sappiamo però che non sempre la somma fa il totale: la presenza di Vannacci è esclusa da Forza Italia, mentre nel centrosinistra abbiamo visto gli elettori pentastellati scegliere in misura rilevante il candidato del centrodestra a Venezia. Insomma, non è detto che questa convergenza sia assicurata.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO “YOUTREND” IN OCCASIONE DEGLI 80 ANNI DEL REFERENDUM DEL 2 GIUGNO 1946: TRA CHI VOTA PARTITI DEL CAMPO LARGO, IL 65% E’ CONTRARIO A UNA NUOVA ASSEMBLEA COSTITUENTE – INCREDIBILMENTE C’E’ UN 14.6% DI ITALIANI CHE IN ITALIA VORREBBE LA MONARCHIA
In vista dell’80° anniversario della Repubblica, nel sondaggio Youtrend per Sky TG24
diffuso oggi è stato chiesto agli italiani cosa avrebbero votato al referendum del 2 giugno 1946, se avessero potuto partecipare. L’85,4% indica la Repubblica, mentre il 14,6% sceglierebbe la Monarchia: un divario molto più ampio rispetto al risultato reale di 80 anni fa, quando la Repubblica vinse con il 54,3% contro il 45,7% della Monarchia.
Dal sondaggio emerge inoltre come l’antifascismo venga considerato l’elemento che ha maggiormente unito gli italiani in questi 80 anni dal 59% degli elettori del campo largo, quota che scende al 18% tra chi vota il centrodestra.
Per quanto riguarda la Costituzione, il 69% degli italiani la considera ancora attuale – percentuale che sale al 92% tra gli elettori del campo largo – mentre il 22% la ritiene superata, dato che raggiunge il 32% nell’elettorato di centrodestra.
Nonostante ciò, il 45% degli italiani – e il dato sale al 64% tra chi vota per il centrodestra – si dice favorevole all’elezione di una nuova Assemblea Costituente, composta dai partiti attuali e incaricata di scrivere una nuova Costituzione. Di opinione opposta il 42% degli intervistati, contrari a una nuova Costituente – e tra gli elettori del campo largo sono il 65%.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
ARIA DI ELEZIONI PER EVITARE CHE VANNACCI AUMENTI I CONSENSI, NELLA LEGA SI PREPARANO ALTRE USCITE
La differenza: Meloni prepara le elezioni e il Pd i gettoni (per le primarie). O si va in guerra contro la Russia, che lancia droni in Romania, o alle urne. Ascoltate Angelo Bonelli: “Ho questa idea: Meloni vuole andare al voto ora, presto, a
novembre”. Si sta deteriorando lo scenario. Si ragiona al nord, all’interno della Lega, di dare un “segnale potente”, che può essere la richiesta di istituzionalizzare la doppia Lega, fino all’impensabile: un congresso straordinario per una svolta. Vannacci fa organizzare cene a Roma e continua il suo ratto Lega. All’ultima ha partecipato Angelo Bof mentre Domenico Furgiuele, altro leghista, dice ora al Foglio: “Io non voglio morire né da partigiano, né da democristiano. Tra Calenda e Vannacci sceglierò sempre Vannacci. Matteotti? La Camera è diventata un museo, si scoperchiano solo targhe”.
Questo è Furgiuele, il Ferragamo della Lega, il deputato che ha portato la Remigrazione alla Camera, un altro puntato da Vannacci: “Io non voglio morire da partigiano. A me tutte queste targhe che si scoperchiano, come quella di Matteotti, non piacciono. A me scoperchiare targhe non appassiona. Sento che a Vigevano è stato nominato Centinaio come commissario Lega, ebbene, perché questa nomina di Centinaio?”. Vannacci ha promesso che prima della sua San Sepolcro, a Roma, la prima assemblea nazionale di Futuro Nazionale, il numero dei parlamentari raddoppierà. Edoardo Ziello, il vice generale, sta dicendo che dopo il 2 giugno ci “sarà il botto e altri leghisti faranno il loro ingresso in FN”. Sono attesi per questa settimana almeno tre nuovi ingressi: Bof e i due ex leghisti passati in Forza Italia, Pierro e Bergamini. Sono deputati agganciati da Ziello. Li invita a cena, a via dei Coronari, e i leghisti camminano rasente i muri per non farsi vedere. Quando gli viene chiesto, rispondono come Pietro: “Tradire, io? Mai farei questo a Matteo”. Salvini è consapevole che serve accelerare prima che Vannacci eroda consenso. I leghisti hanno delle proiezioni da brividi. Se passa la nuova legge elettorale, si potrebbero avere venti deputati Lega alla Camera. C’è qualcosa di strano anche nella richiesta di Vannacci, uno che è digiuno di legge elettorale (a una riunione avrebbe chiesto come funzionasse con il premio). Sta dicendo di concentrarsi solo sulla Camera e di lasciare perdere il Senato perché il Btp di Vannacci è il tempo. La sua scommessa è che fra un anno il consenso non potrà che aumentare. Strappare senatori potrebbe mettere a rischio il governo e Vannacci non lo vuole: è il primo ad augurare lunga salute al governo Meloni. Dice Bonelli: “Sono arcisicuro che la Corte costituzionale boccerà la nuova legge elettorale, ma Meloni sta accelerando
per aggirare la bocciatura. Mi sto convincendo, lo ripeto, che Meloni voglia portarci al voto, ora”. Bonelli pensa addirittura novembre, in maggioranza ritengono aprile, maggio. E’ la destra che fa l’agenda della sinistra. Il Pd si augura che la Lega possa alla fine provocare l’incidente sulle preferenze e mandare a monte tutto mentre Salvini vuole, e lo chiede, che la legge passi senza scherzi. Perché? Il partito di Salvini è vulnerabile. Tra Milano, Venezia, Trieste corre l’idea che è necessario intervenire subito, pensare a un’operazione decorosa per contenere questo declino, un’operazione che permetta a Salvini di restare il nome nobile del partito ma con una formula nuova. Da anni si discute di questi tentativi, ma ora c’è Vannacci fuori dalla Lega che fa campagna contro la Lega. Sia Zaia, Fedriga sia Attilio Fontana sono convinti che Vannacci sia “un fenomeno” e difficilmente si esaurirà. Nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare la parola anche perché sembra aberrante, ma si sussurra: si teme il “sorpasso” di Vannacci sulla Lega. Se restasse la vecchia legge elettorale, la Lega potrebbe ottenere un numero maggiore di parlamentari ma sembra quasi che Salvini si accontenti di un reparto scelto di leali. Bonelli, ancora: “Meloni avrà il problema della legge di Bilancio, del Safe. Se la legge verrà approvata una cosa è certa: la sinistra sarà pronta”. Le priamrie le chiede ufficialmente Giuseppe Conte, che ora dichiara: “Ormai da tempo si parla di primarie, a questo punto possono essere una soluzione”. Sono necessarie anche per Elly Schlein che teme il tavolo fra leader, la trappola. La contesa riguarda il numero dei candidati alle primarie, il voto online, il doppio turno e, attenzione, l’obolo, il gettone. Le primarie vengono costruite dalla macchina organizzativa del Pd. C’è un aspetto di cui si è parlato pochissimo ma che non è gradito a Conte. Alle ultime primarie chi ha votato, ha versato due euro. E’ più facile che versi un elettore del Pd che uno del M5s. E’ un’idea avvalorata dal M5s, che fa sapere di “non gradire elementi che ostacolano la partecipazione”. L’obolo è un ostacolo. Il doppio turno dipende invece dal numero dei candidati. Secondo Calenda, i candidati, alla fine, saranno quattro (occhio a Gori e Renzi), e Calenda, che usa malizia, si chiede: il candidato di Renzi appoggerà al secondo turno Schlein o Conte? Calenda propende per il secondo. La Russia minaccia i nostri sonni, quelli della destra li minaccia Vannacci. Furgiuele è contro le targhe ma i vannacciani sono per le lapidi. A
Modena, il suo Futuro Nazionale ha fatto un post con la tomba della Lega e la frase: “Lega Modena, 1991-2026. Si è spenta oggi dopo aver scelto la moderazione, la distanza dalla sua gente e l’irrilevanza politica”. Salvini lo chiamava “generale”, ma era il cassamortaro.
(da ilfoglio.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER LEI LA COLPA E’SEMPRE DI BRUXELLES, DEI GIUDICI, DEL DESTINO, MAI DI CHI GOVERNA DA 4 ANNI
Alla Nuvola di Roma, il 26 maggio, Giorgia Meloni ha chiamato l’Unione
europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.
I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.
Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.
L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.
I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.
Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.
I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.
La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.
Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.
(da lanotiziagiornale.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA BIPOLARISMO MELONI PERDEREBBE LA LEADERSHIP DEL CENTRODESTRA E IL RITORNO A PALAZZO CHIGI
Giorgia Meloni boccia il proporzionale e difende il bipolarismo. Ma dietro la battaglia contro il “partito del pareggio” si nasconde una partita di potere che riguarda il suo futuro politico.
A leggere le dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni combatte il “partito del pareggio” per una nobile causa: garantire stabilità, evitare governi deboli, impedire il ritorno delle larghe intese e delle maggioranze assemblate nei corridoi del Palazzo. Ma dietro la versione ufficiale, nei palazzi romani circola una lettura molto meno istituzionale e molto più politica.
La premier sa perfettamente che il bipolarismo è stato il motore della sua ascesa e continua a essere la migliore assicurazione sul suo futuro. Per questo a Palazzo Chigi il dibattito sulla legge elettorale viene osservato con estrema attenzione. Perché dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione molto più concreta: chi governerà l’Italia nei prossimi anni e soprattutto chi avrà ancora la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.
Le cronache raccontano di una Meloni impegnata a bloccare sul nascere qualsiasi tentazione di riaprire il dossier elettorale. Una linea che ha una spiegazione molto semplice. Il bipolarismo conviene alla leader di Fratelli d’Italia molto più di quanto convenga al sistema. Finché esiste una competizione tra due schieramenti contrapposti, Meloni resta il punto di riferimento inevitabile del centrodestra. Nessuno degli alleati può davvero insidiarne la leadership. Nessuno può presentarsi come alternativa credibile alla guida della coalizione. Senza il bipolarismo, invece, cambierebbe tutto.
In uno scenario del genere Fratelli d’Italia potrebbe persino restare il primo partito italiano senza avere la certezza di esprimere il presidente del Consiglio. Ed è qui che si trova il vero nodo politico. Per anni la leader di Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso presentandosi come alternativa ai giochi di Palazzo. Ma il paradosso è che proprio il ritorno della politica parlamentare potrebbe ridimensionarne il peso.
Forza Italia potrebbe trattare autonomamente. La Lega potrebbe tornare a giocare una partita propria. Potrebbero nascere aggregazioni centriste capaci di diventare decisive. Potrebbero emergere figure considerate più rassicuranti per Bruxelles, per il Quirinale o per determinati ambienti economici. In altre parole, Meloni smetterebbe di essere indispensabile. Ecco perché da via della Scrofa leggono la
battaglia contro il “partito del pareggio” come qualcosa di molto diverso da una semplice disputa istituzionale.
Nei corridoi parlamentari la sintesi viene affidata a una battuta tanto brutale quanto efficace. Per Meloni è “bipolarismo o morte“. Morte politica, naturalmente. Perché il sistema che l’ha portata a Palazzo Chigi è lo stesso che potrebbe consentirle di restarci o di tornarci domani. Per questo la premier non vuole sentire parlare di “pareggio”. Non perché tema l’instabilità del Paese. Ma perché senza bipolarismo perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a Palazzo Chigi. Dietro la crociata contro il “pareggio”, dunque, c’è una domanda che a Palazzo Chigi preferiscono non pronunciare ad alta voce: senza il bipolarismo, Giorgia Meloni avrebbe ancora la strada spianata verso Palazzo Chigi oppure diventerebbe una leader come tante?
(da lespresso.it)
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Maggio 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO 4 ANNI FA ATTACCO’ DRAGHI AFFERMANDO CHE L’UCRAINA NON POTEVA ENTRARE NELLA UE
È empiricamente provato: non esiste materia dello scibile politico su
cuiCalenda non si sia contraddetto. Il suo problema però è che è sempre molto severo con chi non la pensa come lui, esponendosi agli sberleffi di chi gli ricorda le sue posizioni passate (o future). L’ultimo caso è l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Calenda ha preso a dare dei putiniani a tutti, soprattutto Lega e M5S (Conte è “l’avvocato del popolo russo”), annunciando senza timore di smentita che “l’Ucraina deve entrare nella Ue con corsia preferenziale perché ha difeso l’Europa”.
Peccato che 4 anni fa, a guerra già scoppiata, Calenda fosse pure lui putiniano, arrivando persino a contraddire Mario Draghi: “Ha sbagliato, l’Ucraina non ha nessuna delle condizioni che le consentono di entrare nel processo di ammissione nell’Ue. E poi se continuiamo ad allargare non costruiremo mai un’Europa forte, l’abbiamo visto col clamoroso errore dell’allargamento a Est”. Diceva Roberto Ruffilli: ormai siamo tutti troppo vecchi per essere coerenti. Ma in questo Calenda è un enfant prodige.
(da Il Fatto Quotidiano)
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