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L’OCCASIONE PERSA DA DUE COALIZIONI FRAGILI

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

VINCE LA TATTICA FINO ALL’ULTIMO MIGLIO

Sta diventando davvero stucchevole il dibattito sullo stato di salute dei due poli e sulle divergenze tra i partner che aumentano ogni giorno anziché scemare, come sarebbe logico nell’imminenza del voto. In tutta evidenza, destra e sinistra hanno rinunciato a portare a sintesi l’inconciliabile, non si pongono più il problema e hanno deciso piuttosto di scommettere sulla tattica dell’ultimo miglio: arrivare a ridosso delle elezioni, invocare lo stato di necessità, fare cartello in virtù del “se no vincono gli altri”, chiedere agli elettori di turarsi il naso anche se scettici o renitenti.
A sinistra, il continuo slittamento in avanti del confronto sul perimetro dell’alleanza segnala una resa a divaricazioni politiche sempre più estese e irreparabili. Lo scontro sull’Ucraina è allo stesso punto di quattro anni fa, anzi peggio perché al giustificazionismo Cinque Stelle per l’aggressione russa si sono aggiunte le divergenze sulla difesa europea, sull’uso del Safe, e persino la perdita di un punto di vista comune sulle missioni italiane all’estero (cinque mozioni diverse nell’ultimo dibattito parlamentare!).
Pd e M5S perdono tempo per impotenza, per il terrore di deludere i loro elettorati, ma soprattutto perché il modello ultimo miglio sembra la sola soluzione possibile, la più facile: tirarla per le lunghe fino all’imminenza voto per poi stipulare un accordo qual che sia, in nome del dovere ineludibile di salvare la democrazia da un bis della destra e dall’inquietante ondata del vannaccismo.
A destra ormai si vive di posticipi su tutto: la legge elettorale, le nuove norme su mafia e intercettazioni chieste da FdI, la proposta di Forza Italia per ostacolare il sequestro dei telefonini da parte dei pm, le spese militari, la scelta di chiedere o meno i soldi del Safe. A ottobre, a dicembre, l’anno prossimo, ed è evidente l’intento di avvicinarsi il più possibile alla scadenza elettorale, all’ultimo miglio, quando tutti dovranno disarmarsi perché “se no vincono gli altri”.
In quella fase, tra lo scioglimento del Parlamento e la convocazione delle urne, sarà risolto anche l’enigma della possibile alleanza con Roberto Vannacci. In teoria è esclusa, in pratica chissà? Dice tutt’altro la renitenza della destra a criticare il generale sui temi forti del filo-putinismo, dell’ostilità all’Europa, della follia della remigrazione, e persino sull’ultimo video in cui Giorgia Meloni è rappresentata come una fan adorante del generale, che ride mentre lui licenzia Ursula von der Leyen. All’ultimo miglio, in nome dell’emergenza, dei sondaggi, di quel fatidico “se no vincono gli altri”, sarà più facile superare le ostilità di Forza Italia, della Lega, e lo stesso smarrimento degli elettori moderati.
Giunti al giro di boa finale della legislatura, emerge una constatazione deprimente. La lunga fase di stabilità garantita dal governo di Giorgia Meloni poteva davvero consentire una ristrutturazione dell’offerta politica italiana, ma l’occasione è stata persa. I progressisti non sono riusciti a imbastire il racconto comune indispensabile a sostenere una proposta di governo, i conservatori hanno mancato l’obbiettivo di consolidare e attualizzare sotto una diversa leadership lo schema costruito all’inizio degli anni Novanta da Silvio Berlusconi. Tutto nelle coalizioni appare più fragile, più estemporaneo, più disinteressato a definire posizioni comuni e compromessi solidi, in balia della casualità degli eventi e dunque consegnato alla tattica dell’ultimo miglio. Quando nessuno potrà permettersi di fare lo schizzinoso, ne’ a destra ne’ a sinistra. Quando ai dubbiosi di sinistra si potrà dire: cosa volete, gli amici di Afd al governo? E a quelli di destra: cosa volete, gli immigrazionisti e i comunisti a Palazzo Chigi?

(da La Stampa)

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LA MAPPA DEI DIRITTI: COSI’ LA DEMOCRAZIA SI RESTRINGE NEL MONDO

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

DALLE INTERFERENZE RUSSE NELLE ELEZIONI EUROPEE FINO A TRUMP E ALLE TECNO-OLIGARCHIE DI MUSK E THIEL… L’ITALIA CALA NELLA CLASSIFICA

La diamo per scontata, questa nostra, imperfetta, democrazia. Dopo la Guerra Fredda ci siamo convinti che sia lo stato naturale delle cose, il sistema politico a cui tutti i popoli tendono e tenderebbero, se solo fossero liberi di votare. Non è così. Il mondo non sta andando, per inerzia, verso un livello di democrazia crescente, anzi, il contrario: si rafforza l’autoritarismo, perciò il baricentro demografico ed economico si sposta in direzione delle autocrazie.
Persino in Occidente. Lo pensavamo immune e immutabile, ma non avevamo fatto i conti con Trump, i sovranisti europei, le tecno-oligarchie di Musk e Thiel, i riverberi delle guerre e le interferenze di Russia e Cina. Per cui, nel cuore del Vecchio Continente, l’Italia oggi rappresenta l’incipit di un processo di lenta autocratizzazione. Ad affermarlo sono i più accreditati organismi che misurano quantità e qualità della democrazia: i report 2026 del V-Dem Institute, di Freedom House e di Idea International concordano nella diagnosi, pur differendo sui sintomi.
Assedio alla democrazia occidentale
Osservate la mappa elaborata da V-Dem, il centro di ricerca dell’Università di Göteborg, il più severo tra i misuratori di democrazia perché confronta oltre 600 indicatori ed è sensibile a ogni minima oscillazione, infatti fa scivolare l’Ucraina nelle autocrazie (108 esima posizione) non perché paragonata alla Russia (162 esimo posto) ma per il venir meno, sotto la legge marziale, del requisito elettorale, e non salva neppure Gran Bretagna e Canada. Il suo Liberal Democracy Index (Ldi) assomma parametri che non tutti i politologi ritengono necessari a definire una democrazia, tipo l’accesso alla giustizia, la compravendita di voti, la libertà accademica. Notate però i colori. Gli arancioni e i rossi predominano, per spazi e umanità coinvolta, sugli azzurri degli Stati democratici.
V-Dem calcola che il 74 per cento della popolazione mondiale (6 miliardi di persone) viva dentro a regimi con elezioni farsa, mono-partitiche o non libere, conta 92 autocrazie su 179 Paesi analizzati («per il secondo anno consecutivo sono più numerose delle democrazie»), aggiunge che, per il cittadino medio, «siamo tornati ai livelli del 1978», e arriva a declassare gli Stati Uniti a democrazia elettorale: un sistema con elezioni libere, ma contrappesi e diritti indeboliti.
Freedom House, la storica ong fondata da Eleanor Roosevelt, più genericamente parla di «ventesimo anno consecutivo di declino», individuando 54 nazioni dove degenerano diritti politici e libertà civili e solo 35 dove migliorano. L’Economist intelligence unit, in controtendenza, segnala una stabilizzazione. Tutti, però, registrano un fatto nuovo e clamoroso.
Il presidente che si sente re
Per la prima volta peggiora in modo sensibile il Paese che illuminò la via agli altri. Gli Stati Uniti, primi in epoca moderna a darsi un regime democratico e primi a declinarlo in una Costituzione, subiscono le torsioni dei check and balances impresse dal presidente tycoon che ha posto se stesso al di sopra dello Stato di diritto, dilatando il potere esecutivo e tradendo, così, l’idea di un governo «del popolo, dal popolo, per il popolo» che fu la promessa di Lincoln a Gettysburg.
«L’uso arbitrario che Trump fa del potere si concretizza nelle retate dell’Ice, nell’aver attaccato l’Iran senza l’approvazione del Congresso, nella costruzione alla Casa Bianca di un gigantesco monumento a se stesso», spiega Kim Lane Scheppele, costituzionalista di Princeton. «Il metodo è emanare ordini esecutivi che violano le leggi, compresa la Costituzione, ben sapendo che saranno impugnati ma confidando nella Corte Suprema, piena di giudici a lui favorevoli».
Effetto Trump
Nella classifica di V-Dem, gli Stati Uniti scendono dal 20 esimo al 51 esimo posto rispetto al 2024, quando alla Casa Bianca c’era Biden. Anche Freedom House riduce il punteggio da 84 a 81 su 100, maggior calo annuale insieme alla Bulgaria. Pesano l’uso esteso di ordini esecutivi anche per la spesa federale, la paralisi del Congresso, il ridimensionamento delle strutture investigative anti-corruzione, le cause milionarie intentate contro i giornali, la minaccia di tagliare fondi federali per condizionare le università.
«Nelle strade di Washington è folta la presenza della National Guard, fino a poco tempo fa non si vedeva», ragiona Giovanni Capoccia, ordinario di Politica comparata a Oxford. «Trump sta anche piegando il Dipartimento di Giustizia per perseguitare gli avversari. Sarei cauto, però, nel definire gli Usa democrazia elettorale, ancora non lo sono». L’infarto democratico del 6 gennaio 2021, in effetti, non ha ucciso l’esito elettorale e non ha ribaltato l’ordine, come invece si aspettava Trump che ha graziato gli assaltatori di Capitol Hill. I contrappesi resistono.
La deriva sudamericana e le ombre europee
Il progetto autoritar-trumpiano raccoglie consensi in America Latina, nel Cile di José Antonio Kast, sincero ammiratore di Pinochet, nella Colombia di Abelardo de la Espriella, nel governo peruviano della figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, in Brasile, dove il primogenito di Bolsonaro è in corsa per le presidenziali.
In Europa l’effetto Trump è meno palpabile. Prima della sua rielezione era già avvenuto l’incontro col populismo liberticida nell’Ungheria di Orbán, coniatore dell’ossimoro «democrazia illiberale», e nella Polonia di Kaczyński. Di recente le urne hanno portato aria nuova, incarnando quel che Popper riteneva essere il grande merito della democrazia: consentire di liberarsi di un governo «senza spargimenti di sangue». Ungheria e Polonia rappresentano le uniche buone notizie a fronte di un gruppo di membri Ue in fase di autocratizzazione: tra essi, Croazia, Grecia, Slovacchia e Italia.
Il caso Italia
Il nostro Paese rimane una democrazia liberale ma è posizionato in una zona grigia. Durante il mandato di Giorgia Meloni, tra il 2024 e il 2025, l’indice di V-Dem scende per colpa del «crescente squilibrio dell’informazione a favore del governo e della maggioranza». Per Freedom House perdiamo due punti (da 89 a 87) a causa dell’erosione dei presidi anti-corruzione e della politica aggressiva nei confronti delle ong che salvano i migranti in mare. «Meloni e soprattutto Salvini si sentono parte del movimento internazionale che, come Orbán in Ungheria, aspira a comprimere gli aspetti liberali», commenta il professor Capoccia. «La premier adesso non è abbastanza forte da riproporre quel modello, è più impegnata a occupare il parastato e la cultura».
Nondimeno, incombono le riforme costituzionali e le mire sul Quirinale. «Se il premierato venisse attuato senza adeguare i controlli e i contrappesi, altererebbe l’equilibrio dei poteri trascinando l’Italia verso un scenario simil-turco», riflette Luca Tomini, politologo e professore all’Université libre de Bruxelles. «La Turchia col referendum fece l’errore di passare al sistema presidenziale senza prevedere misure a tutela di Parlamento e potere giudiziario». Consegnandosi, così, a Erdogan.
Si capisce perché Tomini sia preoccupato per la Francia, pur in presenza di indicatori stabili. «Il loro sistema è accentratore, mi domando cosa potrà accadere se il Rassemblement National dovesse vincere nel 2027». E cosa accadrebbe in Germania col successo dell’ultradestra di Afd?
Il vento d’Oriente
Quel che non traspare dai grafici sono le interferenze della Russia, negli Stati Uniti e nel fianco orientale dell’Europa. «Evidenti già nel 2012», spiega Luca Alagna, ex advisor dell’Europarlamento, «quando la dottrina Gerasimov sulla guerra ibrida pianificò a tavolino la distruzione della credibilità dell’informazione occidentale».
Provocare il caos per tornare a stringere nel pugno quel pezzo di mondo che fu Unione Sovietica, stavolta non in nome del socialismo ma del Russkij mir, la comunità globale dei russofoni uniti dalla tradizione ortodossa: il sogno di Putin che corre sul doppio binario interventi militari diretti, come in Georgia e Ucraina, e ingerenze nelle elezioni come in Moldavia e Romania.
«I russi stanno tentando di alterare i dati di addestramento dell’intelligenza artificiale», sostiene Alagna, esperto di integrità dell’informazione e minaccia ibrida, «saturando la Rete con migliaia di articoli per ingannare il sistema statistico dell’AI e fornire, all’utente, risposte manipolate. È risaputo che gli algoritmi delle piattaforme inducano determinati stati d’animo. La nascita di TikTok può essere stata un’operazione della leadership cinese per influenzare le comunità degli adolescenti occidentali». Dove il fastidio di Pechino verso le democrazie nasce da un preciso disegno di egemonia economica in Asia e nel Pacifico.
La democrazia non è il più perfetto dei regimi. Norberto Bobbio ne ha individuato limiti e promesse non mantenute, pur consapevole che la superiorità, rispetto ad altre forme di governo, risiede non nell’eliminare i conflitti e gli interessi, ma nel regolarli, nel consentire al cittadino di non sentirsi mai suddito. Un bene prezioso, che non possiamo più permetterci di sottovalutare.

(da La Repubblica)

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MATTARELLA, ALLA CERIMONIA DEL VENTAGLIO, SPEDISCE FENDENTI AL GOVERNO: “SUI MIGRANTI È NECESSARIO ACCANTONARE LA LOGICA DELL’EMERGENZA E IMPEGNARSI IN INTERVENTI DI STRATEGIA DI GOVERNO” , METTE IN CHIARO LA SUA POSIZIONE SUL CASO ROGGERO (SENZA MAI CITARLO) E SULLA LEGITTIMA DIFESA: “ADATTARE LEGGI A COMPORTAMENTI INDIVIDUALI È L’ABDICAZIONE DELLO STATO”

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

LE PAROLE DURE SUI TERRORISTI NO TAV: “QUANTO AVVENUTO IN VAL DI SUSA È INAMMISSIBILE, LA VIOLENZA È UN VIRUS LETALE” – L’INSOFFERENZA SULLA RAI : “SI PONGA RIPARO ALLA PARALISI DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA” – IL “PIZZINO” A SALVINI E VANNACCI: “CRITICA L’UE CHI OSTACOLA LA POSSIBILITÀ DI DECISIONI PIÙ EFFICACI”

“Riguardo all’epocale fenomeno delle migrazioni, Leone XIV ha richiamato le coscienze di chi, nel mondo, riveste responsabilità istituzionali. Personalmente ritengo indiscutibile – e condivido appieno – la considerazione del Pontefice della insuperabile necessità di accantonare la logica dell’emergenza – del tutto improduttiva, come risulta ormai senza ombra di dubbio – e di impegnarsi in interventi di strategia di governo del fenomeno”.
Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della cerimonia del Ventaglio al Quirinale, rispondendo alla sollecitazione del presidente dell’Associazione stampa parlamentare Alfonso Raimo.
Per il capo dello Stato è una “strategia possibile e sostenibile” ed è “l’unica in grado di evitare l’altrimenti un inevitabile destino alternativo: quello di subirne conseguenze disordinate e di cercare – vanamente – di tacitare le coscienze di fronte a quanto avviene”.
Agli ultimi episodi di violenza, “vi si affianca un fenomeno più volte denunziato sulle pagine di diversi giornali e che richiede maggiore responsabile attenzione da parte di tutti, nella società e nella vita politica.
Il fenomeno di una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza”
“Nelle Camere i rispettivi Presidenti sono organi di garanzia, ricoperti comunque da esponenti politici. Diversa è la posizione del Presidente della Repubblica, estraneo alla dialettica tra le forze politiche: diverso è quindi il carattere di questo incontro, nato, a suo tempo, con i quirinalisti come occasione di scambio di auguri per la pausa estiva e sostituito, ventiquattro anni fa, dalla cortese consegna del Ventaglio”.
MATTARELLA, ‘LA VIOLENZA È UN VIRUS LETALE PER LA DEMOCRAZIA’ “Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza, che aggrediscono le libere volontà democratiche del popolo italiano espresse attraverso le istituzioni previste dalla Costituzione. Una sorta di fai da te, di liberi tutti rispetto all’azione dei poteri pubblici, cioè comuni”.
“Quanto avvenuto – da ultimo – sabato in Val di Susa è inammissibile: sono chiamate in causa le basi stesse della convivenza democratica e non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi. La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica”, ha sottolineato.
“Conosco bene l’esercizio di critiche rivolte all’Unione per insufficiente incisività dalla sua azione, critiche avanzate con accanimento soprattutto da chi ne ostacola, in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci”.
“In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato”.
“Il regolamento europeo sulla libertà dei media è entrato in vigore l’8 agosto del 2025” e “il ritardo, anche in Italia, per il pieno recepimento di indicazioni cui hanno contribuito gli stessi governi dell’Unione e i deputati al Parlamento europeo, espressi dai diversi Paesi membri, appare difficilmente comprensibile”.
“Il ruolo essenziale dell’informazione nei sistemi democratici, in particolare dei servizi pubblici, non può incontrare ambiguità. E’ auspicabile che, nell’attesa, si ponga finalmente riparo alla paralisi del sistema radio tv pubblico determinato dal blocco nel funzionamento della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia della del Ventaglio, al Quirinale.
“Non nascondo, doverosamente, la preoccupazione – tante volte manifestata – per il crescente fenomeno della mancata partecipazione al voto. Fenomeno che, affrontando il tema elettorale, dovrebbe essere il punto di attenzione principale per tutte le parti politiche, al di sopra di qualsiasi altro aspetto”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della cerimonia del Ventaglio al Quirinale.
La realizzazione di “un’efficace difesa comune europea” “non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace”.

(da agenzie)

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“COSI’ SI SPIANA LA STRADA VERSO UN DISTOPICO STATO-GRANDE FRATELLO”: LE OPPOSIZIONI VANNO ALL’ATTACCO DEL DECRETO LEGISLATIVO DEL GOVERNO (SU INPUT DI MANTOVANO) CHE AMPLIA I POTERI DI POLIZIA SUL RICONOSCIMENTO FACCIALE BASATO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: “CHE SI UTILIZZI L’IA PER UNA PROFILAZIONE DI MASSA DEI CITTADINI CHE PARTECIPANO A EVENTI POLITICI È INACCETTABILE”

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

LA NORMA AMPLIA LE POSSIBILITÀ DI SORVEGLIANZA IN PIAZZE E STRADE PER RAGIONI DI ORDINE PUBBLICO. I DATI RACCOLTI POTRANNO ESSERE CONSERVATI PER 7 GIORNI – L’UE SI SVEGLIA E A SETTEMBRE LA COMMISSIONE DOVRÀ VALUTARE LA NORMA ITALIANA: TUTTO SI BASA SUL REGOLAMENTO EUROPEO DENOMINATO “AI ACT”, CHE DISCIPLINA L’USO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

In gioco c’è il confine sottile tra sicurezza e diritti. All’ombra della legge elettorale e degli screzi sulle intercettazioni, un decreto legislativo del governo Meloni si prepara ad ampliare i poteri di polizia sul riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale. In maniera significativa. Per effetto di due norme che non coincidono con il regolamento europeo – l’AI act – che il documento è chiamato a recepire. Si spingono oltre.
Fino a sfiorare le vite di qualsiasi cittadino che si trovi ad attraversare un luogo interessato da esigenze di ordine pubblico. Una piazza predisposta per una manifestazione. Una strada dalla quale passerà un corteo. Uno stadio, una stazione.
È il punto più controverso, previsto all’articolo 10 del testo. Bersaglio delle critiche di giuristi e opposizioni insieme all’articolo 8, in base al quale, per le urgenze – minacce imminenti di terrorismo o la ricerca di persone scomparse – gli agenti potranno farsi autorizzare l’uso dei dati biometrici raccolti in tempo reale con l’intelligenza artificiale tramite «comunicazione, anche in forma orale» al pubblico ministero. Senza il via libera del gip. In barba all’Ue che richiede un’autorità giudiziaria terza.
Questi gli appunti di merito. Poi c’è il metodo. Lo strumento normativo: «Il decreto legislativo priva il parlamento di un controllo effettivo», ragiona Andrea Giorgis, giurista e capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali al Senato. «Su un tema così delicato si sarebbe dovuto scegliere la strada della legge ordinaria per permettere alle Camere una discussione su ogni singolo passaggio e la possibilità di presentare emendamenti». Invece il governo ha scelto un atto che interpella le commissioni parlamentari solo per i pareri non vincolanti. Che ora Palazzo Chigi vuole al più presto.
L’input politico – concordano fonti di maggioranza e opposizione – verrebbe dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Del resto già a giugno, il provvedimento approvato dal Cdm veniva trasmesso ai due rami del parlamento segnalando – con una lettera del ministro Luca Ciriani – «l’urgenza dell’esame». Ieri il primo blitz in commissione Politiche europee a Palazzo Madama: la maggioranza ha dato l’ok, le opposizioni sono insorte chiedendo un rinvio. Invano.
Alla Camera i dem hanno depositato nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali – chiamate ad esprimersi oggi – un “parere favorevole condizionato”. È il tentativo di chiedere dei correttivi, spiega Debora Serracchiani, responsabile Pd sui temi giudiziari: «Alla magistratura e alle forze dell’ordine devono essere forniti tutti gli strumenti che consentano loro di svolgere al meglio le indagini, ma con questo provvedimento si eccede nell’uso di strumenti estremamente invasivi».
Osservazioni condivise dal M5S, per voce del senatore Pietro Lorefice: «Una deriva pericolosa, il Parlamento non può essere degradato a mera formalità». Perché, concorda il collega di Azione Marco Lombardo, «il rischio è fondare l’attività investigativa su algoritmi privi di trasparenza». Intaccando la libertà di manifestazione, aggiunge il co-leader di Avs Angelo Bonelli: «Che si utilizzi l’IA per una profilazione di massa dei cittadini che partecipano a eventi politici è inaccettabile». Se non si corregge, rimarca la deputata di Iv Marianna Madia, «si spiana la strada verso un distopico Stato-Grande Fratello».
L’UE ACCENDE UN FARO
Il faro è già stato acceso. Al momento solo informalmente, ma a Bruxelles il decreto legislativo del governo italiano sul riconoscimento facciale sta facendo storcere più di un naso. E difficilmente passerà inosservato.
Tutto si basa sul Regolamento europeo entrato in vigore circa due anni fa e denominato Ai Act, che disciplina l’uso dell’Intelligenza artificiale. Il cuore del problema si concentra sull’articolo 5 di questo provvedimento che appare in chiara contraddizione con diversi punti del testo all’esame del Senato. Peraltro trattandosi di decreto legislativo, il Parlamento deve solo esprimere un parere e non un voto. La procedura è rapidissima. Se davvero le norme diventeranno operative nei prossimi giorni, palazzo Chigi dovrà comunque darne comunicazione alla Commissione europea. Su questa base — non prima di settembre — l’esecutivo comunitario inevitabilmente interverrà.
Si deve dunque partire da un presupposto: l’articolo 5 del Regolamento europeo vieta esplicitamente «l’uso di sistemi di identificazione biometrica remota “in tempo reale” in spazi accessibili al pubblico». Con delle eccezioni.
In ogni caso le norme comunitarie stabiliscono che tutte queste circostanze, soprattutto nei luoghi accessibili al pubblico, siano sottoposte a delle condizioni: la localizzazione o l’identificazione, ad esempio, è mirata a «una persona sospettata di aver commesso un reato, ai fini dello svolgimento di un’indagine penale, o dell’esercizio di un’azione penale o dell’esecuzione di una sanzione penale per i reati» puniti con la detenzione di almeno quattro anni.
Quindi una ricerca per un reato già commesso e non in via preventiva. Ma i veri problemi di compatibilità emergono con il cosiddetto riconoscimento facciale «in tempo reale». Si tratta di una modalità in cui tutti possono essere “ripresi” da un sistema di sorveglianza in un luogo aperto al pubblico: una piazza, uno stadio, un teatro o una manifestazione.
Dovrebbe essere un’attività «subordinata a un’autorizzazione preventiva rilasciata da un’autorità giudiziaria o da un’autorità amministrativa indipendente, la cui decisione è vincolante». Il decreto governativo invece prevede anche una semplice «comunicazione in forma orale» al Pubblico ministero entro dodici ore. E quindi potrebbe pure trattarsi di un permesso non «preventivo» ma successivo. Anche il Regolamento prevede «situazione d’urgenza» da autorizzare in un secondo momento ma sempre da autorità “terze” e non da un Pubblico ministero. In sostanza la norma europea fa riferimento alla decisione di un giudice.
C’è un ultimo aspetto: la conservazione delle registrazioni per sette giorni. Anche questa procedura potrebbe essere esaminata dalla Commissione in riferimento alla tutela della privacy.
Tutte contraddizioni che sono già in corso di segnalazione e che poi potranno essere rilevate quanto il decreto entrerà effettivamente in vigore. Tenendo presente che, sempre secondo l’AI Act, «gli Stati membri notificano tali regole alla Commissione al più tardi 30 giorni dopo la loro adozione». Significa che a settembre, in un modo o nell’altro, l’esecutivo Ue dovrà valutare la legge italiana e verificarne la compatibilità con il diritto comunitario. Dai primi segnali l’esame risulta già in salita.

(da agenzie)

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ALTRO CHE INTERCETTAZIONI E PREFERENZE: MELONI SOGNA LO “STATO DI POLIZIA”. IL GOVERNO VUOLE AMPLIARE I POTERI DELLE FORZE DELL’ORDINE SUL RICONOSCIMENTO FACCIALE CON L’AIUTO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE-

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

IN SENATO L’ARMATA BRANCA-MELONI ACCELERA L’ITER DI UN DECRETO LEGISLATIVO CHE CONSENTIRA’ LA RACCOLTA PREVENTIVA E LA MEMORIZZAZIONE PER SETTE GIORNI DEI DATI BIOMETRICI DI TUTTE LE PERSONE CHE ACCEDONO AI LUOGHI PUBBLICI (COME AD ESEMPIO LE PIAZZE) … L’ALLARME DELLE OPPOSIZIONI: “SI AMMETTE LA COSTITUZIONE DI UN ARCHIVIO DI VOLTI, ORARI E LUOGHI SU UNA PLATEA INDIFFERENZIATA DI CITTADINI CHE NON SONO SOSPETTATI DI ALCUNCHÉ”

All’ombra della legge elettorale e degli screzi sulle intercettazioni, c’è un decreto legislativo del governo Meloni che amplierà i poteri di polizia sul riconoscimento facciale, grazie all’intelligenza artificiale. In maniera significativa.
Riconoscimento facciale polizia italiana
Grazie a due norme che non coincidono con il regolamento europeo che il documento dovrebbe recepire. Si spingono oltre. La prima: in casi urgenti – minacce imminenti di terrorismo o persone scomparse – gli agenti potranno farsi autorizzare l’uso dei dati biometrici raccolti con l’intelligenza artificiale tramite “comunicazione, anche in forma orale” al pubblico ministero. Senza via libera del gip, nonostante l’Ue chieda un’autorità giudiziaria indipendente.
L’articolo 10 prevede che i sistemi di videosorveglianza possano essere integrati con tecnologie di riconoscimento facciale a posteriori. Dopo un reato, per indagare su un soggetto indiziato, le forze di polizia potranno attivare il meccanismo solo con l’autorizzazione di un “un’autorità giudiziaria designata dal questore”. Il testo europeo vorrebbe, anche qui, una figura terza.
Poi c’è la previsione più controversa: sarà permessa la raccolta preventiva e la memorizzazione per sette giorni dei dati biometrici (tratti del viso e scansione dell’iride, per esempio) di tutte le persone che accedono a luoghi rispetto ai quali si identifichi un’esigenza di ordine pubblico. […]
In un dossier, gli uffici legislativi dell’opposizione al Senato evidenziano la problematicità del testo: “La raccolta preventiva di dati biometrici è incompatibile con il regolamento europeo” che non permette l’uso del riconoscimento facciale a posteriori “in modo non mirato, senza alcun collegamento con un reato”.
Il decreto legislativo del governo Meloni, invece, “ammette che la raccolta e la memorizzazione dei dati biometrici avvenga prima che un reato sia commesso, prima che esista un’indagine, prima che vi sia un sospettato”. E dunque: “Chiunque acceda a luoghi o eventi in relazione ai quali si registrano esigenze di ordine pubblico, come stadi, stazioni, piazze durante manifestazioni o concerti, vede i propri tratti biometrici acquisiti, elaborati e conservati per sette giorni in un archivio locale”.
La sintesi, in tutta la sua gravità: “Si ammette la costituzione di un archivio di volti, orari e luoghi costruito in via anticipatoria su una platea indifferenziata di cittadini che non sono sospettati di alcunché”. […]
Il primo blitz c’è stato in mattinata in commissione Affari europei a Palazzo Madama. La maggioranza ha dato il via libera tra le proteste indignate dell’opposizione. Secondo il senatore Pd Filippo Sensi, quello presentato dal centrodestra è “un parere elusivo per un tema enorme come il controllo con l’intelligenza artificiale della nostra sicurezza”.
Grave nel merito e nel metodo: “Criticità enormi taciute, approfondimento soffocato, la commissione usata come una clava sulle libertà dei cittadini”, rimarca il dem. “Un altro mattoncino per lo Stato di Polizia che verrà”.

(da Repubblica)

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LUCA CARLEO, IMPRENDITORE MILANESE CLASSE 1981, APPENA NOMINATO RESPONSABILE VICARIO PER LA LOMBARDIA DI FUTURO NAZIONALE, SI È DIMESSO DOPO ESSERE STATO INDAGATO PER FRODE FINANZIARIA DA OLTRE 30 MILIONI DI EURO. L’INDAGINE SI CONCENTRA SU OPERAZIONI FINANZIARIE ILLECITE NEI CONFRONTI DI DIVERSE SOCIETÀ QUOTATE IN BORSA

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

PER GLI INQUIRENTI CI SAREBBERO STATE “STRATEGIE DELINQUENZIALI PER OTTENERE PROFITTI PERSONALI AI DANNI DEGLI INVESTITORI E DEL MERCATO” – IN UNA INTERCETTAZIONE, CARLEO AVREBBE PARLATO DI FAR CONFLUIRE IN UNA BAD COMPANY GLI ASSET IN CRISI. E DICEVA: “A QUEL PUNTO BUTTIAMO DENTRO TUTTO…”

Luca Carleo, imprenditore milanese classe 1981, era appena stato nominato responsabile vicario per la Lombardia di Futuro Nazionale. Ma si è dimesso. Perché come direttore generale di Ops Italia è accusato di essere coinvolto in una presunta frode finanziaria da oltre 30 milioni di euro.
L’indagine, condotta dai pm di Milano e dal nucleo Valutario della GdF, si concentra su operazioni finanziarie illecite nei confronti di diverse società quotate in borsa. Per gli inquirenti ci sarebbero state «strategie delinquenziali» per «ottenere profitti personali ai danni degli investitori e del mercato».
Carleo era anche il responsabile dell’area metropolitana di Milano per il partito di Roberto Vannacci. Poi nel giro di 48 ore sono arrivate le dimissioni.
I futuristi speravano (almeno fino a quanto accaduto ieri) di annunciare a stretto giro il loro candidato per la corsa a Palazzo Marino nel 2027. A Di Meglio e Carleo sono ascrivibili, scrivono i pm, le “decisioni operative e la gestione delle risorse finanziarie” finite al centro dell’indagine aperta per una serie di ipotesi di reato, tra cui la manipolazione del mercato. Agli atti figura anche un’intercettazione del 30 gennaio scorso tra i due, in cui Di Meglio, in particolare, attribuisce a se stesso la gestione delle casse societarie. Poi, ancora un’altra intercettazione in cui Carleo avrebbe parlato di far confluire in una bad company gli asset in crisi. E diceva: «A quel punto buttiamo dentro tutto».

(da agenzie)

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A PARIGI NON TENTENNANO COME A ROMA: I TROMBETTIERI DI PUTIN SONO CACCIATI A CALCI IN CULO! IL GOVERNO FRANCESE HA EMESSO UN DECRETO DI ESPULSIONE PER LA GIORNALISTA RUSSA, XENIA FEDOROVA, ACCUSATA DI FARE DA MEGAFONO ALLE CAMPAGNE DI DISINFORMAZIONE DEL CREMLINO

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO IL MINISTERO DELL’INTERNO, LA SUA PRESENZA SUL TERRITORIO FRANCESE RAPPRESENTA UNA MINACCIA “PARTICOLARMENTE GRAVE E ATTUALE” PER L’ORDINE PUBBLICO … EX RESPONSABILE DI RT FRANCE, CANALE UFFICIALE RUSSO VIETATO NELL’UE DOPO L’INVASIONE DELL’UCRAINA, FEDOROVA È DIVENTATA OPINIONISTA NELLE TESTATE DI DESTRA DEL GRUPPO BOLLORÉ E OSPITE IN VARIE TRASMISSIONI DI CNEWS E EUROPE 1

Accusata dal governo francese di fare da megafono alle campagne di disinformazione pilotate dalle autorità di Mosca, la giornalista russa Xenia Fedorova si è vista notificare un decreto di espulsione. Secondo il ministero dell’Interno, la presenza di Fedorova sul territorio francese rappresenta una minaccia «particolarmente grave e attuale» per l’ordine pubblico.
Ex responsabile di Rt France, canale ufficiale russo vietato nell’Ue dopo l’invasione dell’Ucraina, Fedorova è diventata opinionista nelle testate del gruppo Bolloré, ospite in varie trasmissioni di CNews e Europe 1, firmando anche una rubrica sul settimanale JDNews.
La cronista, prosegue il decreto, diffondendo le sue narrazioni agirebbe come «un appoggio per le campagne di disinformazione pilotate dalle autorità russe» con l’obiettivo di «destabilizzare l’ordine pubblico» e «manipolare l’opinione pubblica».
Nei suoi vari interventi, Fedorova ha sostenuto che è stato l’Occidente a decidere di «prolungare» il conflitto in Ucraina, mentre l’Europa sarebbe tentata di «andare in guerra contro la Russia».
Dopo la notifica del provvedimento, Fedorova è stata assegnata a residenza, con l’obbligo di presentarsi ogni giorno in commissariato. Il suo avvocato, Emmanuel Piwnica, ha già annunciato ricorso. In una nota, le società che hanno fatto lavorare Fedorova in questi mesi denunciano un «oltraggio particolarmente grave alla libertà di espressione».
Il manager di Canal+, Maxime Saada, aveva già respinto l’idea che Fedorova potesse essere definita «agente russa». «Giornalista sì, agente no», aveva spiegato durante l’assemblea generale del gruppo.
Il caso era esploso a maggio, dopo la rivelazione del rinnovo del titolo di soggiorno alla giornalista per dieci anni nel momento in cui un’inchiesta di Le Monde rivelava una sua influenza crescente nell’universo mediatico di Bolloré.
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez aveva allora assicurato che non c’era stato alcun intervento politico nel rinnovo del permesso. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot aveva però definito Fedorova una «propagandista patentata» del Cremlino, definizione poi ripresa anche da Emmanuel Macron.

(da agenzie)

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DELMASTRO, IL VOTO SULLE CHAT SALTA ALL’ULTIMO. FORZA ITALIA CONTRO IL RINVIO: “ANOMALO LO STOP DOPO LA LETTERA DI LO VOI”

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

LA VICENDA TORNA IN GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI

Il voto era pronto, l’Aula convocata e la maggioranza si preparava a confermare il no all’utilizzo delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia sul caso della «Bisteccheria d’Italia». Poi, a ridosso dell’esame previsto questa mattina alla Camera, è arrivato lo stop. La lettera inviata dal procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana ha rimandato l’intera vicenda alla Giunta per le autorizzazioni, rinviando a data da destinarsi la decisione dell’Assemblea.
La decisione è stata presa dalla conferenza dei capigruppo. «Alla luce della lettera pervenuta questa mattina dal procuratore Lo Voi si affidano alla Giunta per le autorizzazioni le iniziative di competenza, all’esito delle quali sarà calendarizzata la discussione in Aula», è la formula concordata. Il presidente della Giunta, Devis Dori, ha quindi convocato immediatamente l’ufficio di presidenza per esaminare la missiva.
l dubbi di Forza Italia
Il rinvio, però, non convince tutta la maggioranza. A contestare apertamente la decisione è Forza Italia, che attraverso il capogruppo Enrico Costa denuncia una procedura «anomala» e il rischio di creare un precedente nei rapporti tra magistratura e Parlamento.
«Stamattina eravamo pronti a votare» in Aula «sulla proposta della Giunta per le autorizzazioni sul sequestro delle chat», ha spiegato Costa al termine della capigruppo. «Il presidente della Camera ha detto di aver ricevuto un’ora prima della capigruppo la lettera del procuratore di Roma, peraltro annunciata dalle agenzie già ieri sera. È una procedura anomala, non è possibile riaprire l’istruttoria solo perché la Procura pensa di mandare ulteriori documenti». Le perplessità degli azzurri riguardano soprattutto il metodo. «Se noi apriamo un precedente» per cui «un’ora prima della votazione si manda un documento e si blocca l’Aula…», ha avvertito Costa.
La nuova lettera di Lo Voi
La Giunta per le autorizzazioni si era già espressa la scorsa settimana, approvando a maggioranza una relazione contraria alla richiesta di acquisire la corrispondenza tra l’ex sottosegretario alla Giustizia e deputato di Fratelli d’Italia e Caroccia, il ristoratore accusato di essere un prestanome del clan Senese. Oggi l’Aula avrebbe dovuto pronunciarsi, con voto segreto, sulla proposta dell’organismo parlamentare.
La lettera di Lo Voi, però, introduce un elemento ulteriore. Il legale di Caroccia ha depositato una memoria alla quale sono allegati alcuni scambi con Delmastro. La tesi della difesa è che quelle conversazioni possano ridimensionare l’accusa: il ristoratore avrebbe operato non per conto del clan Senese, ma nell’interesse dell’allora sottosegretario di Fratelli d’Italia.
Per la Procura, il contenuto del telefono potrebbe dunque assumere rilievo non soltanto sul piano investigativo, ma anche a favore degli indagati. Senza il via libera della Camera, tuttavia, gli inquirenti non possono acquisire il dispositivo e svolgere le verifiche sull’origine, sulla completezza e sull’integrità dei messaggi. Non è quindi possibile accertare se il materiale prodotto dalla difesa corrisponda effettivamente alle conversazioni conservate sul cellulare.
È proprio questo aspetto che le opposizioni chiedono ora alla Giunta di valutare, anche riconsiderando il precedente orientamento. «Si rafforzano ulteriormente gli elementi per acquisire le conversazioni dell’onorevole Delmastro», rilancia la capogruppo del Pd Chiara Braga. «Credo che la Giunta debba valutare questi ulteriori elementi, anche nel caso per riconsiderare un orientamento negativo all’acquisizione delle conversazioni della maggioranza».
Le opposizioni chiedono un nuovo voto
Il Movimento 5 Stelle alza invece le barricate sui tempi. «Per noi è imprescindibile che si voti al più presto su questa vicenda», sottolinea il capogruppo Riccardo Ricciardi. Dalla lettera, aggiunge, emerge la richiesta di autorizzare, «anche per il diritto della difesa, la visione di queste chat». «Non si capisce perché ancora queste chat non siano state rese pubbliche e quanto ci vorrà alla Giunta per prendere una decisione che interessa a tutti, tranne forse a questa classe politica che vuole continuamente nascondere le cose», attacca Ricciardi.
Sulla stessa linea Avs. «Qualcuno avrebbe voluto che la Giunta non leggesse neanche la lettera e invece è giusto approfondire», afferma Marco Grimaldi, che si rivolge alla maggioranza: «Che cosa avete da nascondere?». Per oggi, dunque, nessun voto sulla vicenda. L’esame della domanda di autorizzazione tornerà all’ordine del giorno soltanto dopo le nuove valutazioni della Giunta. Da capire se l’organismo riaprirà formalmente l’istruttoria, se si limiterà a prendere atto della lettera o se arriverà a modificare la relazione già approvata.

(da agenzie)

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IL PROCURATORE LO VOI SCRIVE ALLA CAMERA: “LE CHAT DI DELMASTRO E CAROCCIA SONO FONDAMENTALI PER L’INDAGINE”

Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile

LA LETTERA A FONTANA SPIEGANDO I MOTIVI DI NECESSITA’

A poche ore dal voto in Aula a Montecitorio, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha scritto al presidente della Camera Lorenzo Fontana sulla vicenda delle chat tra il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Carroccia, il ristoratore condannato in via definitiva a febbraio scorso per essere stato il prestanome del clan Senese.
Nella missiva, secondo quanto trapela, il procuratore illustra i motivi per i quali ritiene fondamentale per l’indagine sulla “Bisteccheria d’Italia” potere acquisire quelle conversazioni di WhatsApp contenute nel telefono sequestrato a Caroccia. Come riporta Repubblica, Lo Voi spiega che l’accesso al contenuto del dispositivo non è solo utile per esigenze investigative, ma anche per finalità di garanzia, consentendo di verificare integralmente il materiale presente nel telefono e di confrontarlo con quanto già prodotto dalla difesa.
Come noto – due giorni dopo il no in giunta per le autorizzazioni di Montecitorio alla richiesta della procura di poter avere accesso alle conversazioni – il legale del ristoratore ha inviato alla procura di Roma una memoria con le chat. Per l’avvocato Fabrizio Gallo da quelle conversazioni “si capisce chiaramente chi è il proprietario del locale” e questo è fondamentale per chiarire la posizione del suo assistito. E aggiunge: “Il Parlamento, negando l’acquisizione, fa un grosso danno a un cittadino che non può difendersi, visto che Delmastro non è indagato“. Non è chiaro se l’avvocato di Caroccia invierà tutte le chat necessarie ai fini dell’inchiesta. Tra l’altro la procura ha subito dopo comunicato che non prenderà in considerazione, almeno per il momento, la memoria depositata dal difensore di Mauro e Miriam Caroccia: gli inquirenti ritengono infatti di dover attendere l’eventuale autorizzazione della Camera dei deputati prima di poter acquisire e valutare il contenuto delle conversazioni nell’ambito dell’inchiesta.

(da agenzie)

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