Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
SUSLOV: MOSCA ARCHIVIA “DENAZIFICAZIONE” MA NIENTE UE PER L’UCRAINA
“C’è stato un cambiamento fondamentale in Russia”, rivela il consigliere del
Cremlino Dmitry Suslov: “La maggior parte della leadership si è resa conto che non siamo in grado di infliggere all’Ucraina una vera disfatta, e quindi di imporre le condizioni massimaliste che avevamo messo in conto”.
Mosca ha accantonato la pretesa di avere un governo filo-russo a Kyiv: niente “denazificazione”, per usare il gergo di una propaganda che definisce “nazista” chiunque resista o si opponga al suo volere. E niente “demilitarizzazione”, spiega
Suslov in questa intervista a Fanpage.it: l’Ucraina continuerà ad avere forze armate degne di questo nome. Il regime di Vladimir Putin se ne farà una ragione.
Sono affermazioni che vanno anche oltre quanto sostenuto da un altro pezzo grosso dell’establishment politico-accademico di regime, Vasily Kashin, in un recente articolo. Seguono l’aumento degli attacchi sul suolo russo, la riconquista di alcuni villaggi e territori da parte dell’Ucraina e un rapido deteriorarsi della situazione economica e dei conti pubblici. Potrebbero corrispondere alla disponibilità a compromessi per una pace “giusta”, o almeno sostenibile. Per ora, la prospettiva è però quella di bombardamenti sempre più intensi sulle città e le infrastrutture del Paese invaso. Un’escalation per arrivare all’eventuale trattativa in posizione di relativa forza. E potersi assicurare il Donbass. Così Putin potrebbe fingere la vittoria.
È significativo che Suslov ci consegni queste osservazioni subito dopo che il suo presidente, dal palco del forum economico di San Pietroburgo aveva sminuito la crisi economica e militare. E liquidato la lettera con cui Volodymyr Zelensky gli offriva un faccia a faccia, il cessate il fuoco e la trattativa. Tattica della voce grossa per cercare almeno di limitare compromessi inevitabili? O davvero Putin vive in una realtà parallela?
Dmitry Suslov è dirigente e docente presso l’Alta scuola di economia di Mosca e membro del Consiglio russo per gli affari internazionali. L’intervista è stata rivista per ragioni di sintesi e chiarezza. È integrale nei contenuti.
Professor Suslov, nella lettera aperta di Zelensky che Putin ha più o meno snobbato non c’era proprio alcun appiglio che la Russia potesse afferrare per arrivare finalmente alla pace?
Assolutamente no, la lettera non contiene niente di nuovo. È solo offensiva. Alza il livello dell’insulto. Non è in alcun modo un passo diplomatico. Proprio perché è una lettera aperta. La diplomazia non funziona così. Niente vietava a Zelensky di scrivere a Putin privatamente, se davvero avesse voluto negoziare. La lettera ha come destinatari, in realtà, i Paesi europei, l’America e i cittadini ucraini. Non il nostro presidente.
Ecco, a proposito di Europa: è cambiato qualcosa nelle vostre posizioni riguardo alla partecipazione europea a future trattative di pace?
Zelensky insiste su questo punto e Putin ha risposto in modo chiaro: siamo pronti a parlare con quegli europei disposti a un impegno costruttivo. Ma solo su questioni che vanno oltre l’Ucraina. Sulla cooperazione energetica, su alcune questioni di sicurezza, sul controllo degli armamenti. Ma la Russia non può accettare l’Unione Europea ai negoziati sull’Ucraina. Perché la consideriamo parte in guerra.
Un motivo in più per averla al tavolo, no? E sull’integrazione dell’Ucraina nell’UE, qual è oggi la vostra posizione? Fino a qualche tempo fa eravate aperti all’ipotesi di un’integrazione solo “parziale”, economica. Con il veto alla dimensione militare prevista dai trattati dell’Unione. È cambiato qualcosa?
Il dibattito interno in Russia è ancora in corso. D’altra parte, la questione riguarda un eventuale accordo finale. Ne siamo ancora lontani.
La posizione del nostro Ministero degli Esteri è rigida. Parte dall’osservazione che l’Unione Europea è fortemente anti-russa. E che sta approfondendo l’integrazione nel settore della difesa, diventando di fatto un blocco militare.
Di conseguenza, sarebbe praticamente impossibile separare gli aspetti economici da quelli militari di tale integrazione. Gli europei insistono che l’integrazione nella difesa debba precedere quella economica. Il cancelliere Merz vuole le forze armate ucraine nella difesa UE.
Eh, certo: hanno l’esercito migliore del continente. Di gran lunga. Dovreste saperlo.
Proprio per questo l’ipotesi è assolutamente inaccettabile per la Russia. Se in teoria non siamo contrari all’integrazione economica, restiamo fortemente contrari alla componente militare. Ma siccome oggi è impossibile separare queste due dimensioni, la Russia si oppone all’integrazione tout court.
Quindi, non se ne parla proprio…
Esattamente.
Una chance in meno per la pace. Ma non è che la Russia cominci ad avere una certa urgenza di porre fine a questa carneficina? La guerra ormai l’avete in casa, con gli attacchi dei droni ucraini a lunga gittata. L’economia si è contratta. Sul fronte perdete decine di migliaia di soldati e qualche posizione. Il suo collega Kashin ha
scritto su Russia in Global Affairs che urge un cessate il fuoco. Come discusso ad Anchorage. Sulle attuali linee, quindi. Poi, si potrebbe parlare del resto…
Non vedo la possibilità di un congelamento del fronte, almeno nel futuro immediato. Ma un cambiamento fondamentale è avvenuto recentemente in Russia, e l’articolo di Kashin lo rispecchia: nella maggioranza della leadership e dell’establishment è ormai emersa la conclusione che non saremo in grado di schiacciare completamente l’Ucraina, e quindi di poter imporre condizioni massimaliste per un accordo. A causa della massiccia produzione di droni da parte dell’Ucraina col supporto dei suoi partner europei.
Questa è una notizia. A quali condizioni rinunciate?
“Denazificazione e demilitarizzazione”, per esempio. Erano obiettivi di guerra fondamentali. Abbiamo capito che non abbiamo la capacità di raggiungerli. Nemmeno abbiamo davvero bisogno di raggiungerli, ora. E questa è la realtà.
Fantastico. E quindi? Facciamo questa benedetta pace?
Ma abbiamo bisogno di qualcosa che compensi il mancato raggiungimento degli obiettivi. La contropartita potrebbe essere il Donbass. Un simbolo di vittoria, per noi. O almeno potremmo presentarlo come una vittoria, seppur molto più limitata.
Cessate il fuoco e poi discussioni sul Donbass, allora? A Kyiv molti, anche vicino a Zelensky, lasciano intendere che la cessione di territori non è più un tabù…
Porre fine alla guerra semplicemente congelando la situazione attuale, come continua a proporre Zelensky, lascerebbe la Russia senza alcuna vittoria, né sostanziale né simbolica. Per questo viene considerato impossibile.
Ancora guerra? Ancora bombe sull’Ucraina?
Nonostante la consapevolezza di non poter raggiungere gli obiettivi fondamentali, prevale ancora l’idea che si possano ottenere obiettivi minimi. Il principale strumento per ottenerli è l’intensificazione degli attacchi in profondità, inclusi quelli contro Kyiv, sfruttando l’attuale carenza di difese aeree di cui soffre l’Ucraina.
(da Fanpage)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN: “SEQUESTRO PREVENTIVO PER LE AZIENDE CHE SFRUTTANO”
Migliaia di persone hanno invaso le strade di Amendolara per gridare «Mai più». Il corteo, organizzato dalla Cgil dopo il brutale omicidio di quattro braccianti avvenuto lunedì scorso, vede in prima fila il segretario generale Maurizio Landini e il leader della Flai Cgil Giovanni Mininni. Accanto a loro, anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schelin, e le delegazioni di lavoratori e braccianti stranieri giunti da ogni angolo d’Italia.
La rabbia di Landini e il terrore nei campi
Prima dell’inizio della manifestazione, Landini ha espresso parole durissime contro l’attuale modello economico: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa, fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema. Il governo applichi le leggi che ci sono. Se si vuole intervenire bisogna rafforzare i controlli, fare le assunzioni, mettere nelle condizioni gli ispettorati e tutti i soggetti di fare quello che fanno o quello che dovrebbero fare».
La testimonianza di un bracciante indiano
Il Corriere della Sera riporta poi la testimonianza drammatica di chi vive questa realtà ogni giorno. Un bracciante di origine indiana confessa il clima di terrore che si respira nelle campagne: «Abbiamo molta paura che succeda anche a noi». Spiega che l’impiego è gestito interamente dai caporali e, alla domanda sul perché le vittime non scelgano la via della denuncia, risponde netto: «Perché abbiamo paura soprattutto per le nostre famiglie in India e poi ci serve la sicurezza del lavoro. Altrimenti poi ti chi prende?».
La politica in corteo
Al corteo partecipano numerose sigle della politica e della società civile. Tra i manifestanti si incrociano i simboli del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle, di Rifondazione Comunista e di Alleanza Verdi e Sinistra, affiancati dai rappresentanti di Libera, Anpi e Legambiente. La folla intona slogan incentrati sulla
sicurezza e sulla legalità, ripetendo: «Basta morti e clandestinità». Per Landini serve una svolta immediata che coinvolga ogni livello istituzionale: «Questo sistema mette in discussione la dignità, l’umanità, la vita stessa delle persone. C’è bisogno che ci sia una reazione da parte di tutti i soggetti politici e istituzionali, imprenditoriali, perché ci sono tutti gli strumenti legislativi, e non solo, per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone»
L’affondo di Schlein: «Non è solo caporalato, è padronato»
Presente alla manifestazione anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, che lancia una proposta netta sul piano normativo e giudiziario. Secondo la leader dem «bisognerebbe rafforzare la legge sul caporalato non soltanto mettendo più risorse e assicurando che sia attuata fino in fondo ma anche prevedendo il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato». Schlein alza poi il tiro contro le responsabilità della filiera: «Quattro braccianti uccisi brutalmente, con violenza inaudita, non è accettabile. Non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare del padronato. Parlare di padronato vuol dire guardare anche alle responsabilità delle connivenze delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato».
Ricordando che lo sfruttamento nei campi «è una piaga strutturale, non sono fenomeni episodici, questo ce lo siamo detti davanti ad ogni tragedia, anche quella della morte di Satnam Singh», la segretaria del Pd ha indicato la necessità di intervenire sulla legislazione nazionale. Occorre infatti «rivedere le norme sbagliate che favoriscono l’illegalità è quindi la ricattabilità, come la legge Bossi-Fini che va superata con canali regolari e regolati per l’ingresso».
Le opposizioni contro il governo
Anche il Movimento 5 Stelle è presente in prima linea ad Amendolara con una delegazione parlamentare composta da Dario Carotenuto, capogruppo in commissione Lavoro alla Camera, Anna Laura Orrico e Vittoria Baldino. In una nota congiunta, i deputati attaccano duramente l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni: «Il M5S ha voluto essere qui ad Amendolara per rendere omaggio alle vittime di una strage orrenda che è solo la punta dell’iceberg di un sistema di
sfruttamento disumano, intollerabile in un Paese civile nel 2026. Il Governo Meloni non ha fatto nulla per combattere concretamente il caporalato, anzi».
I parlamentari bocciano inoltre le ultime dichiarazioni ministeriali: «Suona ipocrita l’annuncio della ministra Calderone di una intensificazione dei controlli. Noi crediamo che servano ben altre azioni, a cominciare dall’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e dalla revisione della legge Bossi-Fini. In una Repubblica democratica fondata sul lavoro la schiavitù va sradicata una volta per tutte».
Fratoianni: «In questo Paese chi lavora è considerato pietra di scarto»
A chiudere il fronte delle critiche è il leader di AVS, Nicola Fratoianni, che punta il dito contro l’indifferenza delle istituzioni e la svalutazione della manodopera: «La sensazione che abbiamo provato è che viviamo in un Paese in cui l’ipocrisia la fa da padrona, viviamo in un Paese dove chi lavora è sempre più considerato una pietra di scarto, un oggetto da un umiliare». Poi conclude esprimendo forte scetticismo sull’operato della maggioranza: «Spero che questo Governo cambi marcia ma temo che sia difficile aspettarselo. Siamo qui per dire basta e per dire che il lavoro deve essere al centro dei temi della classe dirigente».
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
NEL VILLAGGIO DI HUWARA LE TELECAMERE HANNO RIPRESO ANCHE UN SOLDATO DELLO STATO EBRAICO PICCHIARE DUE PALESTINESI INERMI, INSIEME AI COLONI MASCHERATI …A HEBRON L’ESERCITO ISRAELIANO HA UCCISO UN BAMBINO DI SETTE MESI
Arrivano a bordo di pick-up bianchi, vestiti di nero, il volto nascosto sotto
ipassamontagna. Sono una decina. Danneggiano cose, lanciano pietre, rubano bestiame. Inizia così l’aggressione di ieri da parte degli estremisti israeliani ai danni dei palestinesi di Huwara, piccolo villaggio
Poi da Huwara la scintilla di violenza appicca incendi nei vicini villaggi della Cisgiordania, almeno quattro. Le telecamere dei circuiti di sicurezza riprendono gli aggressori mascherati e almeno un soldato dell’esercito israeliano mentre picchiano due palestinesi. «Una volta identificato il soldato, sarà sottoposto a procedimento disciplinare», promette l’esercito, che ha avviato un’inchiesta
Secondo fonti militari, l’assalto è iniziato dopo che i coloni israeliani hanno segnalato il furto di un loro gregge di pecore. Ma le testimonianze dei residenti palestinesi raccontano un’altra versione della storia, e cioè un lasso di tempo prolungato – almeno due ore – di anarchia e assenza d’intervento delle forze di sicurezza durante il quale gli estremisti hanno compiuto abusi e nefandezze.
La Mezzaluna Rossa soccorre otto palestinesi feriti dopo l’arrivo di Tsahal: chi per inalazione di gas lacrimogeno, altri da proiettili di gomma. Un altro è stato ferito alla testa, secondo l’agenzia di stampa palestinese, Wafa.
Il primo politico israeliano a commentare i fatti, all’uscita di Shabbat – il riposo settimanale ebraico – è l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, candidato premier indipendente alle prossime elezioni che, in un recente sondaggio di Canale
12, avrebbe superato, in gradimento, il pluri-primo-ministro Benjamin Netanyahu: un primato, nella combattuta campagna elettorale in corso
È quindi lui a postare sui social che «la violenza delle milizie ebraiche estremiste in Giudea e Samaria (come gli israeliani chiamano la Cisgiordania, Ndr) è un atto terroristico criminale e una sfida grave alla sovranità dello Stato».
Condanna l’aggressione che è «in contrasto con i valori ebraici, indebolisce la società israeliana, macchia il nome di Israele nel mondo e sabota attivamente la missione operativa delle forze di sicurezza nella guerra al terrorismo palestinese e nella difesa dei civili»
Nell’elenco quotidiano delle vittime dei raid israeliani su Gaza e sulla Cisgiordania, c’è una morte – avvenuta nella tarda serata di venerdì – che ha continuato ieri a fare rumore: quella di un neonato di sette mesi colpito dal fuoco dell’Idf mentre era in macchina con i genitori nei pressi di Hebron, in Cisgiordania.
Il padre del bambino ha dichiarato al quotidiano israeliano Haaretz che l’auto della famiglia palestinese si era fermata completamente prima che il militare, che si trovava a circa 10 metri di distanza, aprisse il fuoco.
Il soldato – sostiene l’uomo – «ha visto me, ha visto mia moglie e i bambini. Non si può dire che non si sia accorto che eravamo una famiglia». Venerdì l’esercito israeliano ha dichiarato invece che le truppe avevano aperto il fuoco contro l’auto dopo che aveva accelerato verso di loro.
Un’indagine preliminare ha stabilito che le persone ferite erano «civili non coinvolti», ha affermato l’Idf, aggiungendo di «esprimere profondo rammarico» e di aver sottoposto l’incidente alle autorità competenti per una revisione.
All’ospedale Al-Ahly di Hebron, il padre del bambino ha raccontato ai giornalisti dell’Associated Press che un proiettile ha centrato il parabrezza dell’auto prima di perforargli la mano e colpire suo figlio e sua moglie, che ora sarebbe in condizioni critiche.
(da Repubblica)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
PER GLI “UNDER 30”, IL SALARIO RESTA COMUNQUE IMPORTANTE, MA CONTANO ANCHE BENESSERE PSICOLOGICO, RELAZIONI, IL GIUSTO EQUILIBRIO CON LA VITA PRIVATA
Per molti giovani non si tratta più soltanto di guadagnare uno stipendio. Attorno al lavoro passa ormai anche la possibilità di tenere insieme vita, tempo, relazioni, equilibrio personale. È la fotografia di una generazione che continua a cercare stabilità, ma che allo stesso tempo sembra meno disposta ad accettare che la dimensione professionale occupi tutto lo spazio della vita adulta.
La seconda fase della ricerca internazionale “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs”, presentata ieri a Roma alla Pontificia Università della Santa Croce e realizzata insieme all’istituto di sondaggi Gad3, ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti – Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti – mettendo in relazione lavoro, partecipazione civica, spiritualità e qualità della vita
Il dato che più colpisce è forse questo: quasi un giovane su due dice che rinuncerebbe anche a un lavoro stabile e ben retribuito di fronte a un ambiente percepito come tossico. Il salario resta importante – quasi un terzo degli intervistati lo considera ancora la priorità principale, soprattutto in Argentina e Messico – ma non basta più a trattenere il talento.
Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati. «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», sintetizza Narciso Michavila, presidente di Gad3.
Non è il rifiuto del lavoro. Semmai il rifiuto di un modello nel quale il lavoro finisce per occupare tutto lo spazio della vita. Le parole che i giovani associano più spesso all’idea di lavoro raccontano bene questo cambio di prospettiva: «passione», «carriera», «responsabilità», «necessità». Più in basso restano «sacrificio», «dovere», «servizio».
Su questa trasformazione pesa anche la precarietà. Oltre la metà degli intervistati indica nella mancanza di opportunità il principale ostacolo all’ingresso nel mercato occupazionale. Eppure la formazione continua a essere percepita come decisiva: l’87% considera l’università uno strumento importante soprattutto per accedere a lavori migliori.
Ma le competenze ritenute davvero decisive non sono soltanto quelle tecniche. Contano soprattutto lavoro di squadra, capacità comunicative, relazioni umane. E continua a pesare molto anche la famiglia, indicata dal 62% dei giovani come il principale punto di riferimento nella costruzione della propria idea di futuro
C’è poi la fatica di dover restare continuamente performanti, anche quando le energie sembrano finite. Il 90% considera il riposo essenziale per una vita equilibrata, ma oltre il 60% racconta di sentirsi spinto a restare produttivo anche quando è stanco. Il 71% ha esperienza di lavoro o studio da remoto: la flessibilità viene percepita come un vantaggio, ma il 40% denuncia isolamento sociale e un peggioramento della comunicazione nei gruppi di lavoro. È una generazione cresciuta nella connessione permanente, ma che sembra chiedere soprattutto margini di respiro.
(da Repubblica)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI TEME CHE IL “TRADITORE” VANNACCI ANNUNCI UN SUO NOME PER PRIMO, E PUNTA SULL’EX NUMERO UNO DI ASSOLOMBARDA, ALESSANDRO SPADA… AFFONDATO IL CANDIDATO DELLE MELONI, CARLO FIDANZA, IL DEUS DELLA LOMBARDIA, IGNAZIO LA RUSSA, HA LANCIATO IL CIELLINO MAURIZIO LUPI, CHE PERÒ NON TROVA ANCORA L’APPOGGIO DI FORZA ITALIA BY MARINA
Il tentativo della Lega di accelerare, e dare le carte in vista della scelta del 2027,
agita le acque (già movimentate) del centrodestra cittadino. «Chi frena sulla scelta del candidato sindaco, forse, non vuole vincere a Milano: la Lega vuole mantenere gli impegni presi con i milanesi e avere un nome forte e spendibile prima della pausa estiva», ribadisce così il segretario cittadino del Carroccio Samuele Piscina, per rispondere a chi, soprattutto tra le fila di FdI, ha subito frenato dopo la proposta di due giorni fa di Matteo Salvini.
Ovvero, organizzare per sabato 20 e domenica 21 delle primarie in salsa lumbard. Lasciando campo libero, a chi vuole, di esprimere una propria preferenza, presentandosi ai banchetti che il Carroccio sta organizzando in città e votando chiunque voglia.
Obiettivo, identificare un possibile candidato, facendosi anche forti del fatto che un profilo, il Capitano Salvini, già lo avrebbe individuato, l’ex numero uno di Assolombarda Alessandro Spada.
Non è un segreto, infatti, che il partito stia vivendo un momento di difficoltà, tra tentativi di rilancio che guardano al federale previsto a Roma per mercoledì con la possibile nomina di Luca Zaia come vicesegretario, e lo spauracchio dell’ex vicesegretario che rischia di rubargli voti a destra e a manca, quel Roberto Vannacci che Salvini volle a tutti i costi a Bruxelles.
E che adesso, con il suo Futuro Nazionale, in Lombardia ha già sfondato quota 10 mila iscrizioni, e ha annunciato di voler presentare un proprio volto per le prossime urne milanesi (e romane): se questo nome, allora, fosse fatto prima di quello del candidato leghista, per il Capitano si tratterebbe dell’ennesima gatta da pelare
Di qui, allora, la spinta degli ultimi due giorni. A cui gli alleati guardano però con scetticismo, «è comprensibile la voglia di entrare nel vivo della campagna elettorale, ma il nostro compito a Palazzo Marino non è finito, 12 mesi sono tanti», ripete così il capogruppo di FdI Riccardo Truppo.
Ancora più netta Mariangela Padalino, che a Milano guida Noi Moderati, il cui leader Maurizio Lupi da mesi scalda i motori (con l’appoggio del presidente del Senato Ignazio La Russa): «Le primarie non appartengono alla cultura politica del centrodestra, sono potenzialmente divisive: sarebbero un assist al Pd»
Certo è, però, che un accordo è ben distante dall’essere trovato. Tra la querelle tra il profilo politico e quello civico che continua a non risolversi, e nomi che circolano dentro (e fuori) i partiti: oltre allora a Spada e Lupi, prosegue la corsa (finora in solitaria) del patron del Panino Giusto Antonio Civita, mentre non è da escludersi che dalle primarie “salviniane” possano emergere nomi di leghisti doc, la vicesegretaria Silvia Sardone o il sottosegretario Alessandro Morelli.
Stesso discorso in casa Fi, dove da mesi si punta sull’ipotesi del civico, ma non mancano anche possibili carte politiche, come quelle del consigliere al Pirellone Giulio Gallera o dell’assessore regionale Gianluca Comazzi.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA RUSSA “HA CHIESTO AI QUESTORI DI PROCEDERE AGLI ACCERTAMENTI NECESSARI PER LE SUCCESSIVE VALUTAZIONI DI COMPETENZA DEL CONSIGLIO DI PRESIDENZA” – LA DONNA SOSTIENE DI ESSERE STATA “IMMOBILIZZATA” DA SILVESTRO E COSTRETTA A UN RAPPORTO SESSUALE “SENZA ALCUN CONSENSO”
Il presidente del Senato Ignazio La Russa “ha appreso dalla stampa alcune circostanze riferite al senatore Francesco Silvestro. Ai sensi del combinato disposto dell’articolo 67 del Regolamento e degli articoli 2 e 8 del codice di condotta, ha chiesto ai Senatori Questori di procedere agli accertamenti necessari per le successive valutazioni di competenza del Consiglio di Presidenza.
A tal fine, il Presidente e i Questori si incontreranno martedì prossimo”. Lo riferiscono fonti della Presidenza del Senato. L’articolo 67 del regolamento del Senato a cui si fa riferimento prevede, tra l’altro, che “per fatti di particolare gravità che si svolgano nel recinto del palazzo del Senato, ma fuori dell’Aula” il presidente può “investire del caso il Consiglio di Presidenza il quale, sentiti i Senatori interessati, può deliberare le sanzioni”, previste anche per i comportamenti vietati in Aula, che vanno dalla censura all’interdizione di partecipare ai lavori del Senato per un periodo non superiore a dieci giorni di seduta
Le deliberazioni adottate dal Consiglio di Presidenza sono comunicate all’Assemblea e in nessun caso possono essere oggetto di discussione. Per quanto riguarda invece il codice di condotta, tra gli articoli richiamati, il numero 2 riguarda gli obblighi generali di condotta ez prevede, tra l’altro, che i senatori agiscano “con disciplina ed onore, nel rispetto dei principi di trasparenza, integrità e responsabilità, al fine di prevenire qualsiasi azione o comportamento che possa compromettere il prestigio del Senato della Repubblica”.
E “in nessun modo la carica di Senatore può essere utilizzata per ottenere vantaggi finanziari diretti o indiretti o altri benefici la cui accettazione potrebbe determinare una alterazione del principio della libertà di mandato di cui all’art. 67 della Costituzione”.
Secondo l’altro articolo, il numero 8, il Consiglio di Presidenza vigila sull’osservanza del Codice. E su richiesta del presidente del Senato, i presunti casi di violazione del Codice sono sottoposti all’esame del Consiglio di Presidenza che può delegare ai Senatori Questori il compito di procedere agli accertamenti istruttori necessari, in contraddittorio con il senatore interessato.
Se negli accertamenti si rilevano “fatti di particolare gravità che rischiano di determinare una alterazione del principio della libertà di mandato ovvero possano compromettere il prestigio del Senato, il Presidente può investire del caso il Consiglio di Presidenza il quale, sentiti i Senatori interessati, può deliberare le sanzioni” previste dall’articolo 67 del regolamento del Senato. E contro le decisioni il senatore può fare ricorso alla Commissione Contenziosa.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINDACA LIDYA COLANGELO ACCUSA L’EX ASSESSORE AI LAVORI PUBBLICI PIERLUIGI MARINO DI AVERLA CHIUSA DENTRO LA SUA STANZA IN COMUNE. LUI RISPONDE CON UNA DENUNCIA …NON SOLO: LA PRIMA CITTADINA DENUNCIA DI AVER RICEVUTO RICHIESTE CHE RIGUARDANO LA SUA “SFERA FEMMINILE E SESSUALE”
Dopo lo scandalo le dimissioni: finisce a causa del passo indietro di tredici
consiglieri comunali, l’esperienza amministrativa della sindaca di centrodestra Lidya Colangelo. Le firme dei dimissionari – tra cui la presidente del Consiglio Rosa Caposiena di Forza Italia – sono state depositate davanti a un notaio, per cui nelle prossime ore lo scioglimento sarà decretato dal prefetto di Foggia, che nominerà un commissario.
Il terremoto arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Colangelo durante l’assise civica, con le quali aveva denunciato pubblicamente di avere subito pressioni che riguardavano la sua sfera “femminile e sessuale”.
La sindaca aveva anche attaccato duramente l’ex assessore ai Lavori pubblici Pierluigi Marino, accusandolo di averla chiusa dentro la sua stanza in Comune. Marino, per tutta risposta, ha presentato denuncia contro Colangelo.
Tale bomba era arrivata in un momento in cui la situazione politica a San Severo risultava già compromessa, dopo l’azzeramento della giunta disposto dalla prima cittadina il 27 maggio e il progressivo sfaldamento della maggioranza.
A districare la vicenda sul piano non politico sarà la Procura di Foggia e forse anche la Prefettura, vista la gravità delle frasi dette da Colangelo e la possibilità che siano stati commessi reati contro pubblici ufficiali.
Il giorno successivo era andata oltre, denunciando nell’assise «richieste che nulla hanno a che vedere con la politica ma che riguardano la mia sfera femminile e sessuale». Il riferimento era a qualcuno – di cui non è stato fatto il nome – che avrebbe paventato la possibilità di rendere pubbliche notizie personali che la riguardano
A seguire, Colangelo aveva fatto riferimento ad un altro episodio, che a suo dire avrebbe avuto come protagonista l’ex assessore Marino, accusato di un «tentativo di sequestro nella mia stanza, che avrei potuto denunciare». Una ricostruzione che Marino ha respinto prontamente al mittente, con una querela depositata ai carabinieri e alla Procura dall’avvocato Guerino Infante.
«La sindaca mi accusa solo perché ormai sono un avversario politico, prima delle mie dimissioni non ha mai messo in discussione la mia buona fede – ha detto Marino – Nell’episodio che lei ha riferito, ho chiuso la porta solo per garantire riservatezza alla nostra conversazione, nella quale le ho chiesto di revocarmi le deleghe ma lei non l’ha fatto e quindi mi sono dimesso dopo la festa del Soccorso»
Sul nome dell’autore la cittadina si interroga ormai da cinque giorni. Qualcuno pensa di saperlo, altri dicono di non riuscire proprio a immaginarlo. Colangelo, per il momento, non avrebbe sporto denuncia alle forze di polizia.
(da La Repubblica)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA CERCHIA RISTRETTA DI RICCHI RUSSI VICINI A PUTIN CONTINUA A CONDURRE UNA VITA LUSSUOSA NONOSTANTE LE SANZIONI OCCIDENTALI
La cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.
Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.
Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno.
Come lui tanti altri miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian.
Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Oltre a Chemezov, Arkady Rotenberg (storico collaboratore di Putin) e Igor Kesaev, un oligarca attivo nel settore della produzione di armamenti.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISCHIO CHE SUPERI LA LEGA. IL DILEMMA SE FARLO ENTRARE O MENO NELLA COALIZIONE, LA REAZIONE DI FORZA ITALIA
Festa del 2 giugno al Quirinale. Un importante politico di Fratelli d’Italia dice una
frase assurda che mi rimane in testa. “Dovevamo schiacciare Vannacci come un pinolo. Ora è tardi”. Metafora bucolicamente cruenta, ovviamente paradossale, che però svela un mondo. Un dialogo informale, che illumina il disagio profondo della destra di governo. Panico Generale. L’ex addetto militare dell’ambasciata italiana a Mosca, filo-putiniano per tabulas, reimigrazionista, pignolo sulla pigmentazione e sui lineamenti non caucasici abbinati al sacro tricolore, cattolico oltranzista, machista novecentesco, arcitaliano con moglie rumena, amato dall’alt-right targata Steve Bannon, orripilato dal politicamente corretto (cioè dal banale passo indietro che andrebbe istintivamente fatto di fronte alla sensibilità altrui), inquieta Giorgia Meloni, innervosisce Matteo Salvini e infastidisce Antonio Tajani.
Ma, dettaglio non irrilevante, secondo sondaggi sempre più accreditati e chissà quanto attendibili, ad un anno dal voto vale il 3.5% dell’elettorato. Con una spintarella di Peter Thiel, spiegano fonti vaticane, potrebbe guadagnare altri tre punti secchi, scavalcare la Lega e decidere le sorti dell’esecutivo.
Fantapolitica? Forse. Ma la paura dei suoi – nuovi, ex, possibili? – alleati è reale. Dunque, lo si tiene a bordo o lo si emargina, uno come il Generale? Si insiste con il farisaico e autocelebrativo racconto di una destra moderata che aspira a diventare la colonna conservatrice del Ppe in Europa o si sbraca verso la barricata ultraconservatrice di Futuro Nazionale e del suo mondo al contrario (che poi è il mondo come è sempre stato, con il dominio del più forte sul più debole)?
Oggi, sul Generale tutti zitti, ma tre anni fa, quando uscì il suo libro, autorevoli esponenti di governo, come il ministro Guido Crosetto, presero le distanze dalla velenosa propaganda di questo militare aggressivo e poco decifrabile. Poi Salvini lo invitò incautamente a fargli da vicesegretario, senza contare che il Maschio Belligerante non ha mai l’indole del numero due. Ama il comando. Possibilmente
su truppe docili. Caratteristiche che dovrebbero mettere tutti noi in allarme, perché, diceva Hannah Arendt: “Il male non è mai radicale, è soltanto estremo, e non possiede né profondità, né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero perché si espande come un fungo sulla superficie”. Va da sé che Vannacci non è il Male. Ma i suoi messaggi, spalmati sull’epidermide micotico dello Spirito del Tempo, non inducono all’ottimismo.
Il partito antisistema, vero dominatore delle ultime tre tornate elettorali (prima con Grillo, poi con Salvini e infine con Meloni), oggi indossa le sue stellette. E viene il dubbio che avesse ragione Nenni. «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Se vi sembrano solo suggestioni, chiedetevi qual è il vero motivo per cui la presidente del consiglio rinuncia a partecipare al vertice sui Balcani con Francia, Germania e Gran Bretagna, preferendo il lancio di un nuovo francobollo. Infelice quel Paese che ha bisogno di comici vaffanculisti ormai estinti e di generali suprematisti in ascesa per costruire il senso di sé. E a che cosa serve la tanto sbandierata stabilità, se basta l’ultimo Capopopolo in mimetica per sbilanciare le scelte di Palazzo Chigi?
Dopo quattro anni di rivendicato appoggio euro-atlantista all’Ucraina, perché questa freddezza nel momento di massima difficoltà del Cremlino? L’incompatibilità con Macron, i dubbi su Merz, il tentativo impossibile di recuperare il rapporto con Trump, il fastidio per la retrocessione dell’Albania nelle gerarchie d’ingresso nell’Unione. Tutti elementi veri, che si appoggiano però su un problema di fondo: lo stato confusionale fatto esplodere da Vannacci. Come se, all’improvviso, la premier non fosse più capace di una linea politica autonoma e consegnasse il senso del proprio futuro prossimo non tanto ad una visione, quanto ad un antico e spesso inutile istinto politicista, l’improbabile ciambella di salvataggio di ogni furberia di Palazzo: la revisione rapida della legge elettorale. Che, così com’è, oggi azzererebbe i candidati di Fratelli d’Italia nei collegi uninominali del Sud Italia.
Vannacci aprirà il suo Congresso la prossima settimana. Di fronte al Vaticano. A Roma. Esattamente come Thiel. Ribadirà le proprie parole d’ordine. E una destra moderna, senza bisogno di essere coraggiosa, dovrebbe avere la forza semplice di
dire che cosa ne pensa. Di prendere le distanze. Non succederà. Perché parte della base elettorale meloniana è francamente filo-russa. La Premier li ha tenuti a bada per quattro anni, adesso teme di perderli se non cede al ricatto di questa ennesima minoranza ultra-populista che si colloca nuovamente fuori dal racconto democratico.
Meloni, dopo il vistoso errore del vertice ignorato, è di fronte all’alternativa del Diavolo. Inglobare Vannacci, lasciando che le succhi la ruota e la schiacci sugli umori più estremi di quella parte di Paese affascinata da un’idea orbaniana del potere, oppure dimostrare la sua leadership e rivendicando la sua differenza, anche correndo il rischio di essere tradita dal pallottoliere.
Se Palazzo Chigi piange, la Lega non ride. Difficile immaginare che Luca Zaia accetti di fare la ruota di scorta del Generale in libera uscita. Di prenderne il posto alla destra del suo pericolante leader. Quale vantaggio avrebbe? Se la Lega tornasse a crescere (ipotesi non semplice), il merito sarebbe di Salvini. Se precipitasse a percentuali irrisorie, schiacciata tra Vannacci e Meloni, la carriera del governatore veneto sarebbe al capolinea. Non ha un solo motivo per esporsi.
Il Generale Roberto Vannacci da La Spezia, già comandante della Folgore, è motivo di imbarazzo per la coalizione se resta dentro, ma si trasforma in devastante fuoco amico se resta fuori. Un paradosso capace di ridare fiato persino all’agonizzante campo largo della sinistra, che con tempi di latenza piuttosto preoccupanti, ha finalmente deciso di scendere in Calabria per dire basta alla schiavitù del caporalato.
Resta da capire perché, in una Repubblica fondata sul lavoro, non siano stati la Presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno a precipitarsi ad Amendolara dopo la strage di lunedì scorso. Forse perché a morire bruciati sono stati tre afghani e un pakistano. Forse perché gli assassini vengono da Islamabad, forse perché così si eliminano tra di loro, o forse, più francamente, perché abbiamo perso qualunque senso di umanità e non ce ne frega niente se pezzi di Paese sono zona franca, se alla base di quella filiera del cibo di cui ci facciamo giustamente vanto nel mondo, ci sono gli ultimi degli ultimi, con la loro pelle scura, la loro civiltà opaca, la loro lingua incomprensibile. Quelli che non piacciono ai suprematisti, salvo l’attimo in
cui mettono i pomodori in tavola. “La pazzia è rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola”, sosteneva Friedrich Wilhelm Nietzsche centoventi anni fa. La regola non è cambiata. Fingiamo di andare avanti, scommettendo sui puri più puri, senza renderci conto che continuiamo ad appoggiare un piede malfermo sul limite di un pericoloso tempo già vissuto.
(da La Stampa)
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