Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LARIJANI NON POTRÀ DIVENTARE GUIDA SUPREMA (È LAICO) MA GESTIRÀ LA TRANSIZIONE … RESPONSABILE DEL MASSACRO DI MIGLIAIA DI MANIFESTANTI (È STATO LUI A DECIDERE LE STRATEGIE DI REPRESSIONE), LARIJANI VIENE DA UNA RISPETTATA FAMIGLIA CLERICALE… È L’UNICO SOPRAVVISSUTO, NELLA PRIMA LINEA DI COMANDO IRANIANA, ALLE BOMBE DI SABATO, INSIEME A PEZESHKIAN E AL MINISTRO DEGLI ESTERI ABBAS ARAGHCI
A giugno, dal bunker, l’ayatollah Khamenei nomina tre candidati che dovrebbero succedergli. Scrive il New York Times: non sono mai stati identificati pubblicamente, ma Ali Larijani non è tra loro in quanto non alto esponente del clero sciita, requisito fondamentale per qualsiasi successore. Nonostante ciò, Khamenei – che lo considera un fedelissimo – lo incarica con altri stretti collaboratori di preservare la Repubblica Islamica dalle guerre israelo-americane e dal suo assassinio.
Ora, nel vuoto lasciato da 37 anni di potere del dittatore religioso ucciso nei raid a Teheran, in questo confuso interregno, il 67enne a capo del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale si assume la leadership dell’Iran, e alcuni lo vedono come un possibile successore politico dell’ayatollah, almeno temporaneamente.
Nel momento di fragilità massima del regime, Larijani sembra essere l’unico ad avere le redini del Paese, e con le sue dichiarazioni e interviste spesso mette in ombra il presidente riformista Massoud Pezeshkian. Larijani prende la parola e si espone più degli altri, ed è il primo alto funzionario a parlare pubblicamente dopo gli attacchi di sabato
E, sempre lui, smentisce il presidente Donald Trump sulle intenzioni negoziali del regime. Il New York Times scrive: «Praticamente governando il Paese».
Larijani è capo del Consiglio dallo scorso agosto. Questa struttura coordina le risposte alle crisi interne ed esterne al Paese. Da allora, le sue responsabilità sono cresciute, insieme alla visibilità.
È lui che decide le strategie di repressione contro i manifestanti che a dicembre e gennaio invadono le strade del Paese chiedendo la fine della Repubblica islamica, esegue gli ordini di Khamenei che chiede la massima punizione per chi dissente: alla fine ne uccidono a migliaia.
Larijani è un ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ma negli anni riesce a svincolarsi dal profilo solo militare e amplia quello politico. Porta avanti i negoziati con la Cina, negozia anche per il nucleare, incontra gli alleati regionali come
Bashar al-Assad e i leader di Hezbollah in Libano. Ma anche Vladimir Putin, i leader di Qatar e Oman.
Khamenei ammira Larijani anche per la sua provenienza. Non è un mullah, ma discende da una delle più influenti famiglie clericali iraniane. Suo padre, Hashem Amoli, è un grande ayatollah dello sciismo duodecimano, come lo è il nonno materno, Mohsen Ashrafi. Il fratello Sadeq, a sua volta ayatollah, ha occupato posti di vertice
Negli anni Trenta, con il clero in rotta di collisione con la dinastia Pahlavi, il padre lascia l’Iran e si rifugia a Najaf, in Iraq, il cuore teologico dell’islam sciita lontano da Teheran. Larijani nasce lì. La famiglia rientra in Iran solo negli anni Sessanta Larijani incarna la disciplina, imparata con la divisa, e la fedeltà fanatica imparata in casa.
Il sistema cerca di colmare il vuoto di potere che si è aperto dopo la morte di Khamenei, ma deve farlo sotto il fuoco. L’assemblea degli esperti che dovrà scegliere la nuova Guida suprema non può riunirsi di persona, come prevede la costituzione: le strade sono interrotte e rischiose, le comunicazioni esposte a intercettazioni, gli 88 chierici nel mirino degli israeliani
Prime consultazioni si starebbero tenendo in forma scritta, da remoto. La tensione è altissima intorno alle carceri dove sono detenuti anche migliaia di prigionieri politici, e nel nord curdo. «La situazione di Evin è pessima, ora è nelle mani delle forze del Nopo. Hanno chiuso completamente i cancelli e tutti i funzionari carcerari se ne sono andati. Ottenere cibo è diventato molto difficile e non c’è più un negozio in carcere», scrive nel pomeriggio di ieri la moglie dell’attivista Mostafa Mohammadhasan.
Del Nopo fanno parte le unità antiterrorismo, forze speciali. In serata, l’esercito israeliano avverte i residenti nel quartiere del famigerato penitenziario di evacuare, in particolare l’area della sede della tv di Stato: «Nelle prossime ore, opereremo contro infrastrutture militari appartenenti al regime».
Il Centro per i diritti umani in Iran, con base a New York, lancia un appello ai governi e alle organizzazioni internazionali affinché utilizzino tutti canali diplomatici «per fare pressione sulle autorità iraniane e ottenere il rilascio di tutti i prigionieri politici e detenuti che sono i più vulnerabili durante una guerra».
Nel nord ovest curdo, al confine con l’Iraq dove sono posizionati gruppi armati di opposizione, gli attacchi israeliani contro le basi dei Pasdaran sono particolarmente intensi. A Marivan, due ore di macchina dalla città irachena di Sulaymaniyah, aerei da combattimento hanno bombardato tutte le strutture militari e di intelligence. Anche a Sanandaj i raid sono su larga scala. A Piranshahr, al confine, roccaforte dell’opposizione, il comando di polizia è stato raso al suolo. La possibilità che Usa e Israele vogliano aprire un varco verso Teheran alle minoranze etniche armate è un quarto fronte per un regime sotto assedio da tutti i lati, e solo.
(da agenzie
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MATTEO RENZI ASFALTA IL GOVERNO MELONI: “SIAMO DI FRONTE ALLA RISCRITTURA DELL’ORDINE MONDIALE E CHE DICE TAJANI? CHE NON SAPEVA NULLA. IL GOVERNO CONTROLLA I SERVIZI A CUI È STATO TRIPLICATO IL BUDGET, STANNO FACENDO ASSUNZIONI A GOGÒ, INTERCETTANO ANCHE LE MOSCHE MA NON SANNO CHE SUCCEDE?
«Provo imbarazzo per quel che ho sentito oggi». 
Matteo Renzi, immagino si riferisca al dibattito in commissione Esteri e Difesa.
«Siamo di fronte alla riscrittura dell’ordine mondiale e che dice Tajani? Che non sapeva nulla. E che, per fortuna, nessun italiano è coinvolto. Tutto qui? Il fatto è che il primo a non essere coinvolto è il governo italiano».
Francia, Germania e Gran Bretagna sono disponibili ad aiutare i Paesi del Golfo. Ha capito cosa farà l’Italia?
«Io no ma non l’hanno capito nemmeno loro. Senza risalire ai tempi di Moro, Andreotti e Craxi, anche dieci anni fa era impensabile che i Paesi europei del G7 si coordinassero senza l’Italia. Il formato è sempre stato a quattro. Ora siamo fuori, neanche chiamati. Ma ci rendiamo conto che non contiamo nulla? Le sembra normale che a Dubai ci fossero, ignari di tutto, ministro della Difesa e questore di Roma?».
Sta tirando in causa solo il governo o allude ai servizi?
«Il governo controlla i servizi. Ai servizi è stato triplicato il budget, stanno facendo assunzioni a gogò, intercettano anche le mosche ma non sanno che succede
Ho una proposta per Meloni e Mantovano: anziché comprare dagli israeliani trojan per intercettare giornalisti, perché non si fanno dire quando bombardano l’Iran? È sconcertante. L’insignificanza sulla politica estera nasconde l’incapacità sulla politica economica. Se non ci fosse la guerra, oggi la notizia sarebbe il fallimento sull’economia».
Si riferisce ai dati dell’Istat.
«Già. Abbiamo sforato il deficit, stando sopra il 3%: quindi Giorgetti ha fallito.
E abbiamo il record di pressione fiscale, che ha raggiunto 43,1 per cento. Il governo Meloni è il vero governo Dracula».
Stiamo però sul fronte estero. È il giorno in cui il conflitto si è regionalizzato col Libano e andato oltre coi droni a Cipro.
«Nonostante tutto, continuo a essere ottimista. Qui c’è la concreta opportunità di chiudere la stagione degli ayatollah iniziata 47 anni fa, anche nel tripudio di parte della sinistra europea che odiava lo Scià e strizzava l’occhio a Khomeini. Come dimenticare le miopi frasi di Sartre di allora?».
Decapitare il regime non significa automaticamente cambiare il regime. «Decapitare la sua leadership è un fatto epocale ed è un gigantesco passo in avanti.
Hanno massacrato, torturato e fucilato generazioni intere di ragazzi ma oggi gli Ayatollah sono finalmente in crisi.
E allora il pensiero va a chi in Iran ci ha mostrato che cosa è la dignità, che cosa è il coraggio. Ci saranno problemi, anche da noi, a cominciare dall’energia, dalla sicurezza, dalla difesa. E mi preoccupa questa Europa afona e acefala, quest’Italia priva di visione. Ma io faccio festa con i ragazzi di Teheran, non piango la morte del feroce dittatore».
La fa facile. Davanti a una sfida esistenziale, l’Iran dà due segnali: colpisce i Paesi del Golfo e nominerà la nuova guida. Il processo di cui parla può anche essere un’imprevedibile escalation.
«Il regime vede la sua fine e la dimostrazione sono gli attacchi ai Paesi vicini. Da oltre dieci anni è in corso una guerra fratricida dentro l’Islam tra riformisti e estremisti. L’attacco iraniano ai Paesi del Golfo è il colpo di coda di un regime in dissoluzione».
E la reazione delle forze dei Paesi del Golfo appare debole e mal concertata.
«Questo porterà nei prossimi anni a una Nato dei Paesi arabi e a investimenti in difesa, di cui gli italiani beneficeranno. Quel che sta accadendo è la tappa finale di uno scontro tra Islam radicale e moderato in corso da anni, sin dalla battaglia di Mosul del 2014 e dalla lotta all’Isis che faceva attentati in Europa. La politica estera è complessa: si fa con la visione, non con i viaggetti da influencer».
Infiammando il Medioriente, c’è il rischio di anche di alimentare il terrorismo in Occidente.
«Per me no. Il fondamentalismo è messo KO dalle leadership riformista islamiche: Hamas, Hezbollah, Houthi sono alle corde e non hanno più la protezione iraniana. Mi pare che i riformisti siano messi meglio degli estremisti e godo per questo».
Lei è molto ottimista sul regime change. Crede in una rivolta popolare in Iran?
«Difficile, ma non sottovaluto il popolo iraniano in un paese in cui 40 mila ragazzi si sono fatti ammazzare per una idea di libertà. L’Iran è un Paese con grande cultura, storia, orgoglio.
Può fare il regime change dal basso. O può aspettare un sostanziale cambio dall’alto, dopo la morte della Guida suprema. Quello che è certo è che anche io stanotte grido come tanti: donne, vita, libertà».
Cioè, per lei quello di Trump non è un azzardo dettato dalla logica imperiale, che non contempla il diritto internazionale, eccetera. Anzi, ha fatto bene.
«Io contesto il Trump dei dazi, dell’Ice, delle fake news, dell’insider trading e della bullizzazione dell’Europa. E spero che i democratici diano un segnale contro la Casa Bianca al Mid Term. Ma se mi parlano di diritto internazionale per difendere un massacratore di ragazzi per bene, mi indigno. il Trump che fa fuori Maduro e Khamenei per me va ringraziato».
Trump dice di non escludere l’invio di truppe. Non pensa possa rimanere impantanato in Iran e pagare l’azzardo in casa?
«Non credo che lo farà. Gli serve qualche show per depistare da Epstein ma non invierà truppe di terra».
Cosa dovrebbe fare l’Europa?
«Svegliarsi! Ma serve la politica e la visione, oltre che il coraggio. Altrimenti lasciamo campo a Tajani e al suo cappellino MAGA imbarazzante».
Sul Medioriente questa intervista non piacerà ai suoi futuri alleati del campo largo.
«E perché? Non piacerà al centrodestra, alla Meloni, a Tajani, a tutti loro».
Sulla bontà dell’intervento di Trump non credo molti condivideranno a sinistra.
«Abbiamo idee, anche diverse, ma ci sono significativi punti di unione. Lo sforzo è far capire che la politica estera è una cosa seria.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
OSSERVATORIO TG CORIS: SPESSO PROTAGONISTA NORDIO
La campagna referendaria è ormai entrata da tempo nel vivo e, come accade sempre quando si avvicina un appuntamento con le urne, non è soltanto il confronto politico a intensificarsi, ma anche il modo in cui quel confronto viene raccontato. La televisione, ancora oggi principale fonte di informazione per una larga parte dell’elettorato, diventa così uno specchio da osservare con attenzione: quanto spazio viene riservato al referendum? E soprattutto, come viene distribuito tra le posizioni in campo?
A fornire una risposta è l’Osservatorio Tg Coris/Fondazione Murialdi, che ha analizzato l’informazione dei principali telegiornali nazionali, Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto e TgLa7, nel periodo compreso tra il 23 e il 25 febbraio 2026, quindi a meno di un mese dal voto fissato per il 22 e 23 marzo. Quello che ne emerge è molto chiaro:in tre giorni sono stati dedicati al tema 1.812 secondi
complessivi, cioè poco più di trenta minuti di copertura distribuiti tra notizie e interventi diretti dei protagonisti politici. E il Sì ha avuto una maggiore visibilità televisiva.
La distribuzione tra emittenti
La maggior parte del tempo televisivo dedicato al referendum proviene dai telegiornali del servizio pubblico: i Tg Rai, infatti, raggiungono 1.083 secondi, mentre Mediaset ne dedica 411 e La7 318. Non è però solo la quantità di spazio a fare la differenza: ciò che conta davvero è come questo tempo viene suddiviso tra le due posizioni in campo. Nei Tg Rai, ad esempio, la copertura tende a essere più equilibrata tra Sì e No, mentre nelle reti commerciali l’attenzione è più concentrata sul Sì. Questo significa che, oltre ai numeri complessivi, è la distribuzione interna dello spazio a influenzare la percezione del pubblico su chi “domini” il dibattito televisivo.
Il Sì ottiene più spazio
Sommando poi il cosiddetto “tempo di notizia”, cioè lo spazio in cui il tema viene raccontato dai giornalisti, e il “tempo di parola”, vale a dire i secondi in cui parlano direttamente gli esponenti politici, il fronte del Sì raggiunge 777 secondi complessivi, pari al 56% dello spazio attribuito ai due schieramenti. Il No si ferma a 619 secondi, il 44%. Una differenza significativa che fotografa, in questa fase della campagna, una maggiore esposizione della posizione favorevole alla riforma.
Maggiore attenzione al Sì nelle reti commerciali
L’Osservatorio rileva però che il dato aggregato nasconde una distinzione importante: nei telegiornali del servizio pubblico la distribuzione tra Sì e No tende a mantenere un equilibrio più vicino alla parità, mentre nelle reti commerciali, in particolare nei Tg Mediaset e nel TgLa7, l’attenzione verso il Sì risulta più marcata. In altre parole, la maggiore esposizione complessiva del fronte favorevole è compensata, almeno in parte, da una gestione più bilanciata degli spazi nei Tg Rai.
Il protagonismo di Carlo Nordio
Se si passa dall’analisi degli schieramenti a quella dei singoli protagonisti, il quadro diventa ancora più netto: nel campo del Sì domina la figura del ministro della Giustizia, Carlo Nordio che, da solo, concentra 476 secondi tra tempo di notizia e tempo di parola. È un dato che lo rende il protagonista assoluto della copertura televisiva sul referendum in quei tre giorni. Tutti gli altri esponenti della
maggioranza restano molto distanziati: Matteo Salvini, ad esempio, totalizza 39 secondi, mentre altri interventi risultano ancora più contenuti.
L’Osservatorio evidenzia poi come lo squilibrio nel tempo di parola non sia solo dovuto a una maggiore copertura del Sì, ma soprattutto alla forte concentrazione su una singola figura, il ministro Nordio. Nelle reti Mediaset, il suo protagonismo domina profondamente il racconto televisivo: la riforma viene raccontata soprattutto attraverso le sue parole e i suoi interventi, mentre altri esponenti del Sì rimangono in secondo piano. Questo fa sì che la percezione del pubblico non rifletta soltanto il fronte favorevole in generale, ma sia fortemente condizionata dalla centralità di un singolo protagonista.
Il fronte del No
Sul fronte del No, l’attenzione televisiva si è concentrata invece principalmente su una sola figura: il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che totalizza 276 secondi di presenza tra interviste e interventi. Gli altri esponenti contrari alla riforma compaiono molto meno: spazi ridotti riguardano, ad esempio, Elly Schlein e altri membri dell’opposizione, che restano in secondo piano rispetto alla centralità di Conte nella copertura mediatica.
(da Fanpage)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“GRANDI POTENZE OSTAGGIO DI ISRAELE”… “SIAMO UNA POTENZA PRONTA A DIFENDERSI”
«Il sionismo sarà visto come la forza trainante dietro ogni conflitto su larga scala che
scoppierà nel mondo musulmano». Lo ha scritto su X il ministro della Difesa del Pakistan, Khawaja Asif, che ha affidato a un lungo post una dichiarazione incendiaria destinata a far discutere le cancellerie internazionali. Per Asif, il sionismo non è solo un’ideologia politica, ma una «minaccia per l’umanità» che agirebbe come forza motrice dietro ogni conflitto nel mondo islamico sin dalla nascita dello Stato di Israele.
L’accusa di Asif: «Grandi potenze in ostaggio»
Il ministro pakistano ha rincarato la dose sostenendo che le principali potenze globali siano oggi «ostaggi» dell’influenza sionista, che a suo dire controllerebbe il sistema economico mondiale da oltre un secolo. «Il sionismo sarà visto come la forza trainante dietro ogni conflitto su larga scala che scoppierà nel mondo musulmano», ha scritto. Secondo Asif, l’instabilità regionale, compreso il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto, farebbe parte di un piano deliberato per estendere l’influenza israeliana fino ai confini del Pakistan. Una tesi che il ministro correda con un appello alla liberazione della Palestina: «Che la Palestina sia libera».
Ma il passaggio più delicato riguarda la difesa nazionale. Asif ha ribadito con forza lo status del Pakistan come potenza nucleare, lodando le forze armate per la salvaguardia della sovranità. Ha reso omaggio ai veterani e all’ex primo ministro Nawaz Sharif per il ruolo avuto nei test nucleari che hanno ufficializzato la capacità atomica del Paese: «Possa Allah benedire tutti coloro che hanno avuto un ruolo nel renderci una potenza nucleare. La nostra forza difensiva è riconosciuta a livello globale». Il timore espresso dal ministro è quello di un isolamento strategico. Asif ha ipotizzato l’esistenza di un’agenda congiunta che coinvolgerebbe Afghanistan, Iran e India con l’obiettivo di rendere insicuri i confini pakistani e circondare il Paese di avversari.
L’appello all’unità del mondo islamico
In un momento di estrema tensione, il ministro ha esortato i 250 milioni di cittadini pakistani a restare uniti contro quelle che definisce «cospirazioni esterne», superando le differenze politiche e religiose. Il messaggio finale è un appello alla Umma, la comunità dei fedeli musulmani: «I Paesi a maggioranza musulmana devono riconoscere le sfide comuni e agire collettivamente».
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL BRACCIO DESTRO DI MUSK AVVERTE: “L’ITALIA OGGI NON E’ AL SICURO, IL GOVERNO DOVREBBE SEGUIRE IL MODELLO TEDESCO E IMPARARE DAGLI UCRAINI”
A chi si interroga se l’Italia sia al sicuro, in caso di attacchi dall’Iran come sta accadendo ai paesi del Golfo, la risposta ce l’ha il braccio destro di Elon Musk in Italia. E la risposta, manco a dirlo, è che siamo del tutto inpreparati. Andrea Stroppa ovviamente su X illustra con dovizia di particolare che cosa accadrebbe all’intero paese in caso di attacco. «Attacchi simili, in Italia – scrive Stroppa – metterebbero fuori uso aeroporti, stazioni ferroviarie, infrastrutture energetiche e ospedali già nelle prime 48 ore». Lui però vuole evitare polemiche e si interroga: «Cosa si può fare?».
I suggerimenti ignorati dal governo da parte di Stropp
Il governo italiano dovrebbe seguire il «modello tedesco», per quanto in passato i suggerimenti di Stroppa siano stati ignorati, come rivela amaramente lui stesso. «La Germania sta lavorando rapidamente su due binari – scrive l’informatico – Il primo è una difesa di alto livello, basata su sistemi molto costosi contro minacce sofisticate, facendo leva sul proprio colosso Rheinmetall, che ha stretto un accordo con l’americana Anduril». Proprio con Anduril Stroppa ricorda che «Tre anni fa avevo proposto alle istituzioni italiane di avviare un dialogo con Anduril tramite un canale privilegiato; nel frattempo Anduril ha chiuso accordi con i governi di Germania, Polonia e Regno Unito».
Il secondo binario: imparare dagli ucraini
Secondo Stroppa, l’Italia dovrebbe «acquisire subito know-how ucraino per costruire, in tempi brevissimi, una capacità di difesa basata sui droni». Per farlo servirebbe un po’ di denaro. E Stroppa indica anche dove andarlo a recuperare: «Palazzo Chigi e Giorgia Meloni dovrebbe coinvolgere attori come Leonardo per la componente più avanzata e una rete di PMI per la produzione e l’integrazione dei droni, in collaborazione con aziende ucraine. A finanziare l’operazione dovrebbero essere Cassa Depositi e Prestiti, insieme alle due principali banche italiane». L’obiettivo sarebbe insomma: «difendersi, assimilare tecnologia e, soprattutto, creare posti di lavoro nel Paese». Ma Stroppa già sente che anche stavolta non sarà ascoltato e augura «buon lavoro a maggioranza e opposizione!».
Îl pericolo non è solo l’Iran
Che Roma sia esposta a un pericolo concreto e non abbia difese adeguate, secondo Stroppa è fin troppo evidente. Al punto che, spiega sempre su X, non è necessario che l’attacco parta necessariamente dall’Iran per mettere in difficoltà le difese italiane. «Per farvi capire meglio – ci illumina Stroppa – non serve che l’attacco parta dall’Iran. Basta un peschereccio al largo di Ostia che lanci cinque droni di medie dimensioni carichi di esplosivo e, in mezz’ora, possono colpire sia Palazzo Chigi sia il Quirinale. E se vi state chiedendo se quei fucili anti-drone dell’Esercito funzionino contro questo tipo di minacce, la risposta è: no».
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA FURIA DEGLI UCRAINI: SIETE DEI BUROCRATI”
Non è ancora iniziata la competizione, ma il clima attorno alle Paralimpiadi di Milano-
Cortina 2026 è già rovente. Al centro della tempesta c’è l’uniforme ufficiale della nazionale ucraina, “bocciata” senza appello dal Comitato Paralimpico Internazionale (IPC). Il motivo? Una mappa stampata sulla divisa che include i confini della Crimea e del Donbass, territori attualmente occupati dalla Russia.
La divisa della discordia
Il Comitato paralimpico di Kiev ha mostrato sui social il design originale delle divise: una mappa completa dell’Ucraina, comprese tutte le unità amministrative e territoriali riconosciute dai trattati internazionali ma contese sul campo dal Cremlino. Per l’IPC, però, quel disegno non è solo geografia, ma una violazione del regolamento sulla neutralità sportiva. Secondo i vertici internazionali, infatti: «Sono vietati testi di inni nazionali, parole motivazionali, messaggi pubblici/politici o slogan legati all’identità nazionale. Una mappa di un paese rientra in questa categoria». In altre parole: mostrare i propri confini, in questo contesto bellico, viene considerato dall’ente sportivo come un messaggio politico non autorizzato.
La replica di Kiev: «Siete dei burocrati»
La reazione ucraina non si è fatta attendere. Il presidente del Comitato paralimpico nazionale, Valeriy Sushkevych, ha usato parole durissime contro i vertici dell’IPC, accusandoli di fare il gioco dell’aggressore dietro il paravento dei regolamenti: «Ci sono soggetti della burocrazia dell’IPC seduti lì, che stanno osservando per impedire all’Ucraina di dichiararsi un paese senza occupazione e che combatterà in questa forma contro il paese aggressore».
(da Open)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
UN VASTO GIRONE DEGLI INFERI E’ GIA’ PRONTO
Occorre parlarne? Proprio ora, mentre l’industria della distruzione distribuisce senza risparmio i suoi gadget apocalittici nel Vicino Oriente allargato, ahimè, allargatissimo? Sì. perché un più vasto girone degli Inferi è già pronto: cosa direste se scopriste che esiste già un altro possibile Iran, non con materiale inerte, perennemente sulla catena di montaggio, temibile soltanto in potenza, ma con atomiche vere, e i missili per portarle al bersaglio? È il Pakistan. Immaginate: al potere a Islamabad un mullah Omar, un talebano con il bottone dell’apocalisse… Possibile. Il prossimo micidiale capitolo di questo Nuovo Disordine mondiale ispirato da un diffuso stato d’animo da repulisti, da facciamola finita.
La geografia di avventurieri omicidi si globalizza purtroppo secondo un inesorabile pavlovismo. Lavora come un rullo compressore, senza distinguere. Non si tien conto che le nostre guerre “preventive’’possono far esplodere per l’ennesima volta la forza d’urto del jihad nelle terre dove non c’è per le masse separazione tra cielo e terra e si passa santamente dall’esecuzione dell’apostata all’assassinio del miscredente. Dove la demarcazione tra angeli e diavoli non corrisponde alla nostra e non si vede altro da una parte che il nostro imperialismo e dall’altra la sacrosanta
causa dei martiri. Il mondo dell’islam, sciita e sunnita, è teologia che si risolve in una metastoria, in millenarismo che può essere via via nazionalista, teologico e combattente, affascinato dal culto del paradiso qui ed ora o del ritorno dell’imam occulto. In ogni caso è tutta benzina per rivolte che assomigliano a resurrezioni. Materiale incandescente su cui noi siamo ostinatamente letargici.
Dunque, medusizzati dall’apocalypse now imbastita da Netanyahu – Trump contro l’Iran, pedata dissuasiva sul formicaio degli ayatollah, abbiamo riservato uno sguardo distratto a quanto accadeva un po’ più in là ad est, in Pakistan. Dove plebi furibonde di migliaia di persone, tutt’altro che convinte delle buone ragioni del presidente americano nel regalare a furia di bombe e intimazioni la democrazia ai fratelli iraniani, sfilano inneggiando al martire Kamenei. A Karachi ispirati da catechisti incattiviti hanno incendiato il consolato americano scontrandosi con la polizia: guerriglia urbana, morti.
La tentazione è archiviar tutto come passeggeri squassamenti di primitivo fanatismo. Ma ahimè, il Pakistan è un caso a parte: qui dove Ben Laden è stato protetto e nascosto (fino a quando è stato utile) potrebbe realizzarsi il suo sogno del primo stato jihadista con le bombe atomiche con cui ricattare, invulnerabili, grandi e piccoli satana.
Il Pakistan, martirizzato dal terrorismo, rischia di essere travolto da talebani che puntano a imporre la sharia e dare vita a una replica di Kabul. È la istruttiva storia di una nemesi. Perché il Pakistan ha inventato i talebani, li ha portati al potere nel 2006 e non li mai abbandonati neppure dopo l’unici settembre, ingannando gli americani.
Il generale Faiz Hameed, nel 2021 capo degli onnipotenti servizi di sicurezza, salutò con soddisfazione il ritorno a Kabul degli studenti-guerrieri. Disse: nessuna paura, tutto andrà per il meglio. Ora si combatte ferocemente al Khiber pass, lungo la linea Durand, ennesima sciagurata eredità dell’impero britannico, aerei bombardano Kabul.
La causa sono i talebani pachistani, che, con il sostegno dei fratelli pashtun di oltrefrontiera, hanno siglato nel 2025 più di millecinquecento attentati che sono costati la vita a un migliaio di persone. Comanda questa pullulazione talebana un jjhadista di 46 anni, Noor Wali Mehsud, uno stratega che si è alleato utilmente con
al Qaida e con gli indipendentisti beluci. Da Kabul riceve denaro e armi prelevate dagli arsenali abbandonati dagli americani in fuga.
Il vero padrone del Pakistan, il nostro caro alleato per garantire la stabilità, è l’Isi, Inter Service Intelligence: furfanti in uniforme impegnati per mestiere a intessere ogni forma di legami cospirativi, congiure, delitti infestanti, doppi e tripli giochi, alleanze con politici senza morale, criminali comuni e esaltati di tutti i fanatismi.
Fanno e disfano governi e dittature, Zia, la smagliante antigone pachistana Benazir Musharraf, controllano economia e corruzione di un paese dove, sotto gli occhi sempre più nauseati dei pachistani accasciati nella miseria, polizia e bande criminali si dedicano a autentiche battaglie, eserciti privati provvedono al regolare andamento del più grande mercato di narcotici del mondo e nelle madrase più radicali dell’islam i piccoli allievi sillabano l’abc della guerra santa. L’Isi ha sacrificato tutto all’ossessione di controllare l’Afghanistan per garantirsi la “profondità strategica’’ contro l’arcinemico, l’India. Per questo ne ha fatto un paese di zeloti che ora sfilano con i ritratti di Khamenei. E hanno l’atomica.
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“PRIMARIE? NON E’ L’UNICA VIA”… “VA ABROGATO O RIDOTTO IL PREMIO E VOGLIAMO LE PREFERENZE”
«La prima menzogna è già nel nome Stabilicum», dice Stefano Patuanelli, senatore e neo
vicepresidente del M5S: «La stabilità di un governo la fa il consenso nel Paese, non la legge elettorale».
E allora qual è l’obiettivo?
«Vogliono solo garantirsi più possibilità di vincere. E per farlo hanno messo a punto un sistema di voto che crea una distorsione pericolosa della rappresentatività».
Cosa vi preoccupa di più?
«Il cosiddetto “premio di governabilità”: per come l’hanno costruito, porterà chi vince le elezioni ad avere maggioranze vicine al quorum necessario per eleggere in autonomia il capo dello Stato, i membri del Csm e i giudici della Consulta scelti dalle Camere».
Il centrodestra replica: potreste avere voi questa possibilità.
«È il principio che è pericoloso, quale che sia lo schieramento. Sono figure che non possono essere appannaggio di una sola parte politica. Il rischio democratico è reale».
La presidente del Consiglio punta al Colle?
«Di certo non le manca l’ambizione. E l’ambizione è un motore positivo solo se non diventa il fine ultimo di quello che si fa».
La maggioranza si dice pronta al dialogo su questa legge elettorale. Voi lo siete?
«Hanno trovato l’accordo sul testo con un’accelerazione nel cuore della notte. Alla luce di questa e tante altre forzature non credo affatto alla loro volontà di dialogo».
Quali sarebbero le modifiche più urgenti?
«Abrogare o limitare fortemente il premio. Pensiamo da sempre che un impianto proporzionale sia ciò che serve al Paese».
E poi?
«La soglia di sbarramento è troppo bassa. La frammentazione minaccia la stabilità a cui dicono di ambire. Ma soprattutto: vanno previste le preferenze, una nostra storica battaglia, ne discuteremo con le altre forze politiche».
FdI ha già annunciato un emendamento per reintrodurle. Potreste votarlo insieme?
«Se avessero davvero voluto le preferenze le avrebbero già messe nella prima versione che hanno depositato. Non si possono sempre dissociare a posteriori dalle scelte che fanno».
Come spiega lo sprint per presentare questo Melonellum prima del referendum?
«Facile, rispondo con una battuta: stiamo facendo un’intervista sul sistema di voto e non sul referendum. Ecco la spiegazione. È un diversivo per coprire la paura, sempre più forte, di perdere il 22 e 23 marzo».
E il 24 marzo, se dovesse vincere il no, ci saranno conseguenze per il governo?
«Mi interessa più l’effetto per il Paese: si sarebbe sventata una riforma sbagliata e dannosa. Penso che a quel punto la premier tirerebbe a campare ancora per qualche mese fino alle elezioni anticipate, la prossima primavera».
E le forze progressiste? L’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio della coalizione è un’opportunità o un problema?
«Né l’uno né l’altro, ne prendiamo atto. Io credo che intanto ogni partito di opposizione debba fare un percorso al proprio interno. Noi lo faremo con Nova 2.0 per definire il nostro campo da gioco e gli obiettivi inderogabili da sottoporre a chi vuole stare con noi».
Ma non è tardi? Manca poco più di un anno alle prossime Politiche.
«Un anno in politica è un’era geologica».
Definiti i punti programmatici, come si sceglie chi guida l’alleanza? Primarie?
«Le primarie sono uno dei modi possibili, ma non l’unico».
Quali sono gli altri, se il candidato premier va indicato prima del voto?
«Si può arrivare anche a un accordo politico complessivo tra i partiti, a prescindere dalle primarie».
Lei ce li vede Conte o Schlein cedere il passo all’altro in ragione di un accordo politico?
«Ripeto, vedremo al momento opportuno quale sarà il modo migliore».
Il senatore Pd Franceschini a Repubblica ha detto che le primarie, nel caso, sarebbe bene farle entro dicembre. Voi che tempi vi date?
«Ci interessa costruire un progetto credibile e alternativo alla destra, per il bene del Paese. Difficile determinare i tempi di un percorso che non dipende solo da noi».
Insisto: troppo a ridosso delle elezioni non rischia di sembrare un’alleanza di convenienza?
«L’ipotesi peggiore è fare presto ma fare male. Noi dobbiamo avere l’ambizione di fare bene e nei tempi compatibili con la tornata elettorale».
(da repubblica.it)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SE IL VIAGGIO ERA ISTITUZIONALE, PERCHÉ NON È STATA ATTIVATA LA SCORTA? CROSETTO SAREBBE GIÀ STATO A DUBAI ALL’INIZIO DELLA SCORSA SETTIMANA, MA NELLA SUA AGENDA NON RISULTANO INCONTRI UFFICIALI… È POSSIBILE CHE TAJANI NON SAPESSE NIENTE? QUANDO SI MUOVE UN MINISTRO, LE AMBASCIATE SI MOBILITANO SUBITO …IL “GIALLO” DELLO STATO WHATSAPP PUBBLICATO PER ERRORE: È COMPARSA LA MAPPA DI DUBAI CON LA LOCALIZZAZIONE DI UNA TALE “ANNA”
Nel caso Crosetto c’è un mistero nel mistero. Secondo quanto riporta Valerio Valentini sul “Post”, infatti, il ministro della Difesa sarebbe già stato a Dubai nei giorni precedenti, “molto probabilmente per accompagnare la famiglia”, e che “abbia poi fatto altri viaggi all’estero, e che sia infine tornato a Dubai venerdì”
Crosetto avrebbe quindi trascorso quasi tutta la scorsa settimana in viaggio, con una breve sosta tra mercoledì e giovedì. Nella sua agenda pubblica, però, non risultano incontri ufficiali o missioni istituzionali all’estero
Il caso imbarazza anche quel pasticcione di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha detto di non sapere del viaggio di Crosetto a Dubai. Fatto curioso: quando un ministro vola in un certo paese, si mobilitano subito le ambasciate e il corpo diplomatico.
Sarebbe piuttosto strano che Crosetto, rimasto alcuni giorni a Dubai, non abbia avuto alcun contatto con il personale della Farnesina. Secondo Valentini, però, “risulta che Crosetto abbia avuto vari contatti con l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, con cui ha anche mangiato in almeno un’occasione, la sera di venerdì. Gli ambasciatori dipendono dal ministero degli Esteri: come mai, dunque, Tajani non sapeva?”
Il viaggio a Dubai di Guido Crosetto più passano le ore e più diventa un caso politico. E non soltanto per l’immagine che è stata data: il ministro della Difesa bloccato nel cuore di uno scenario di guerra internazionale.
Il punto è diventato la coerenza delle versioni sul perché Crosetto si trovasse a Dubai. All’inizio la spiegazione è una: viaggio privato per «assicurarsi che la sua famiglia tornasse in sicurezza». Da qui il volo civile. Poi, nell’intervista esclusiva concessa a Repubblica, compare un elemento diverso: un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi» che avrebbe inciso perfino sull’orario della partenza.
Le domande sono lineari. Perché è andato a Dubai? Per ragioni familiari o per un impegno istituzionale? Se è andato per mettere in sicurezza la famiglia, significa che un rischio era stato percepito. E allora: perché non era stata valutata la minaccia di far muovere un ministro della Difesa in un territorio a rischio?
Da giorni diversi report internazionali avevano individuato il quadrante mediorientale come fortemente a rischio con un possibile attacco americano sull’Iran. E se, come sembra dall’intervista a Repubblica, lo scenario si è aggravato mentre era a Dubai perché nessuno allora ha condiviso le preoccupazioni e le informazioni con la nostra intelligence per capire quale fosse la cosa migliore da fare?
Se invece dietro il viaggio del ministro c’era un impegno istituzionale – “per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio” – perché viaggiare senza scorta? E di nuovo, perché non informare formalmente i Servizi?
Perché nel Governo nessuno, o forse in pochissimi, sapevano del fatto che il ministro della Difesa avesse un appuntamento a Dubai, una circostanza non esattamente neutra?
Non lo sapeva per esempio il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, con cui invece probabilmente avrebbe dovuto esserci una interlocuzione. Di più: di questo impegno si è saputo soltanto ora, nel pieno della tempesta, con il ministro della Difesa emiratino, Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, che ha twittato 48 ore dopo dell’incontro con Crosetto.
Ma davvero non sapeva nulla nessuno del viaggio del ministro? Crosetto in aula ieri ha spiegato di aver valutato “e neanche da solo” l’opportunità di quel viaggio. Qualcuno quindi sapeva ma non risultano protocolli di sicurezza attivati.
Di più: Crosetto è partito su un volo civile insieme ad altre 400 persone. Arrivato a Dubai ha parlato più volte con l’ambasciatore e l’addetto alla sicurezza dell’ambasciata sapeva della sua presenza.
“Era un viaggio familiare con parte istituzionale ma non segreto” fanno sapere a Repubblica, spiegando anche che il ministro aveva scelto la forma della trasferta privata perché voleva avere la libertà di stare con i suoi figli, circostanza che visto “il suo modo di agire” non avrebbe potuto fare in un viaggio istituzionale.
Secondo punto: perché la famiglia era a Dubai. A Repubblica risulta che gli Emirati non siano una destinazione occasionale. Dubai è un luogo che il ministro e il suo entourage frequentano spesso. Come ha scritto Domani, solo due mesi fa Crosetto era stato negli Emirati per una serata al 61esimo piano dell’hotel che ospita il Billionaire di Flavio Briatore. Dal ministero spiegano che si tratta di «un luogo sicurissimo», dove la famiglia — che in Italia vive sotto scorta — «si sente più protetta che in Europa».
A Dubai fanno base spesso anche amici della famiglia Crosetto. In quei giorni, secondo quanto risulta, sarebbe stato presente anche Giancarlo Innocenzi Botti, ex manager Mediaset ed ex deputato di Forza Italia, già in affari nella società Entheos Worldwide e oggi in rapporti professionali con la moglie del ministro. Anche Innocenzi è molto spesso a Dubai dove ha spostato un pezzo dei suoi affari.
C’è poi un ulteriore, piccolo, giallo. Lunedì scorso, per errore, il ministro ha pubblicato sul suo stato Whatsapp per qualche minuto una mappa di Dubai con la localizzazione di una persona: Anna. Si trattava – fanno sapere fonti a Repubblica – della mamma di un compagno di scuola del figlio del ministro che la moglie, che era già negli Emirati, doveva raggiungere in quel posto.
Infine: Crosetto ha annunciato di essere tornato con un volo, pagando tre volte la tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato, «in modo tale da togliere anche la possibilità di attaccarmi». Ma quella non è la tariffa del volo che è costato, secondo fonti di Repubblica, almeno quindici volte in più del biglietto pagato da Crosetto.
(da Dagoreport)
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