Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA DUCETTA SA CHE LA CRISI PUÒ TRASFORMARSI RAPIDAMENTE IN DISORDINE SOCIALE. SPOSTARE IL VOTO DI QUALCHE MESI POTREBBE TRASFORMARE UN QUASI PAREGGIO IN UNA SCONFITTA CERTA PER LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE, MELONI DOVREBBE INCOLPARE SOPRATTUTTO SE STESSA: INVECE CHE USARE I 200 MILIARDI DEL PNRR A MODINO, PER INVESTIMENTI STRUTTURALI E RIFORME, LI HA BUTTATI NEL CESSO PER MANCETTE ELETTORALI
Ma quando si vota? Sarà anche una “fissazione”, come ha detto oggi Giorgia Meloni ai giornalisti
che le chiedevano la data delle elezioni, ma tutti vogliono sapere la data delle elezioni. Non solo i cronisti di sinistra, invisi al governo, ma anche e soprattutto i cittadini.
Nonostante le smentite e le dichiarazioni di rito, è probabile, anzi, quasi certo, che si voterà a maggio. Il motivo è semplice: in un Paese con le pezze al culo, con la crisi energetica che morde e l’inflazione che erode i risparmi delle famiglie, è difficile giustificare una spesa, doppia, da qualche centinaio di milioni (ogni elezione costa 400 milioni di euro).
Dunque, visto che a maggio oltre 10 milioni di cittadini dovranno andare a votare per eleggere quasi 2mila sindaci, non potrà che essere “election day”, come pretende, giustamente, Sergio Mattarella.
Giorgia Meloni dovrà farsene una ragione. Come ha scritto oggi Carmelo Caruso sul “Foglio”: “Un’altra confessione che viene fatta è che si sia pentita di non aver ascoltato Fazzolari, che le diceva di andare a votare subito, dopo il referendum, e che ogni volta che lo incontra in corridoio, a Palazzo Chigi, gli sorride dicendo: ‘Hai sempre ragione’”.
La Statista del Colle Oppio ha capito che per lei c’è tutto da guadagnare a non arrivare alla fine della legislatura. Innanzitutto per una questione banalmente politica: le primarie del campo largo, sempre che si tengano, si terranno a fine febbraio. La sanguinosa guerra civile nel centrosinistra lascerà uno strascico penoso, una frattura inevitabile che sarà difficile da ricomporre nel giro di due mesi o poco più. Meglio votare a maggio, e bruciare sul tempo quelle pippe al sugo di Conte e Schlein.
C’è poi una questione di merito: con i chiari di luna economici all’orizzonte, attendere 5-6 mesi può trasformare un pareggio in una sconfitta quasi certa. Con le bollette che continueranno ad aumentare e la crisi del carburante che impoverisce le famiglie, impossibilitate a fare vacanze, meglio votare prima dell’estate, ed evitare di vedersi “punita” per la rabbia delle persone, rimaste a casa senza dinero.
Perché di una cosa è convinta Giorgia Meloni: Crisi economica= disordine sociale. Un voto a settembre, o peggio ancora a ottobre, significherebbe che gli italiani porterebbero alle urne tutta la loro rabbia. La storia lo insegna: è già accaduto a Renzi, Salvini, ai 5 stelle. Passare dall’altare alla polvere, dal 40 al 10%, dalla ribalta ai ribaltoni, è un attimo.
Certo, Giorgia Meloni, i suoi ministri e i suoi colleghi di partito devono incolpare soprattutto se stessi. Basta vedere cosa sta succedendo con la manovra. A pochi mesi dalle elezioni politiche Giorgia Meloni si ritrova con una legge di bilancio che scontenta tutti, anche nella sua stessa maggioranza. Dal taglio delle risorse per la sanità alla riduzione degli organici nella scuola, fino al cetriolone per i pensionati, passando al mini-taglio delle tasse per il ceto medio solo per un anno, a fronte di una soglia della flat tax che sale per gli autonomi. Insomma, sono tutti incazzati neri.
La Ducetta e il suo ragioniere, Giancarlo Giorgetti, se avessero un briciolo di spirito critico, dovrebbero fare mea culpa. Perché in questi anni di governo hanno sprecato un’occasione che difficilmente ricapiterà a un esecutivo: il jackpot del Pnrr da quasi 200 miliardi di euro.
Il Piano di ripresa e resilienza era il bazooka con cui il paese avrebbe dovuto rilanciare la propria crescita e attuare riforme cruciali per lo sviluppo del paese. E invece è stato ridotto a una foglia di fico, con cui l’Armata Branca-Meloni ha faticosamente coperto le difficoltà economiche, il Pil stitico e ha evitato la recessione.
Con quei 200 miliardi di fondi europei, il governo avrebbe dovuto mettere a posto prima di tutto la sanità pubblica, sempre più in difficoltà per la mancanza di medici e infermieri e con liste d’attesa infinite per visite ed esami, e la scuola. E invece il bottino del Recovery è stato utilizzato per finanziamenti a pioggia, nel tentativo di accontentare tutti, per poi ritrovarsi con tutti scontenti.
Alla sora Giorgia sarebbe bastato ascoltare la gran parte degli economisti, che consigliava di puntare la fiche dei 200 per interventi diretti e riforme strutturali.
Oggi la Statista della Sgarbatella si ritrova a dover affrontare la tempesta perfetta, con due guerre in corso, il prezzo dei carburanti e l’inflazione che continuano a salire per colpa dello scellerato conflitto nel Golfo scatenato dall’amico Trump.
E, inevitabilmente, la coperta è sempre più corta, come dimostrano le polemiche di questi giorni nella maggioranza intorno alla manovra, con Matteo Salvini e Antonio Tajani che sbraitano e si agitano. La Lega accusa il suo ministro, Giancarlo Giorgetti, di aver tradito le promesse sulle pensioni. Quel merluzzo bollito di Tajani ha dovuto ingoiare il boccone amaro del contributo da 5 miliardi di euro alle banche per incassare una mini-riduzione dell’Irpef per il “ceto medio”.
Alla fine, i due vicepremier stanno facendo un po’ di teatro e di propaganda, in vista della lunga campagna elettorale. Ma anche stavolta chineranno il capo e voteranno la manovra, zitti e buoni. Fino a maggio. Quando decideranno gli elettori…
Ps. Per trovare un altro segnale che si voterà presto bisogna guardare al Ministero della Giustizia by Carlo Nordio. Francesco Bechis sul “Messaggero” racconta una chicca: “Le elezioni politiche? Sono ‘imminenti’. Parola di Carlo Nordio. Anzi del suo ministero che lo mette nero su bianco in un documento. Un atto apparentemente innocuo: è un ordine di ‘timbri personalizzati’ per lo staff del ministro in una nota cartoleria di Roma. Ma la motivazione apre un gustosissimo giallo: quei timbri servono ‘per le elezioni politiche imminenti’. Non fra sei mesi o un anno: imminenti. Preparate le schede elettorali, si va subito al voto. O forse no”.
Si tratta di una spesa da 3.660 euro. “Spiccioli. Destinatari: il Gabinetto e gli uffici di diretta collaborazione del ministro. Cioè la squadra politica di via Arenula, quella che arriva e se ne va insieme al ministro. La notizia però sta nella motivazione. Le richieste di timbri, scrive il ministero, “nel corso del prossimo esercizio finanziario aumenteranno in modo significativo in coincidenza con le imminenti elezioni politiche”. Imminenti. Non probabili, non eventuali, non “a scadenza naturale”. Imminenti…
(da Dagoreport)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO NEMETH, ORBAN AVEVA DENUNCIATO AL REGIME ALCUNI SUOI COMMILITONI, RIPORTANDO I LORO ORIENTAMENTI RELIGIOSI, SESSUALI E POLITICI … NEGLI ANNI IN CUI ERA AL POTERE IL “VIKTATOR” HA SEMPRE BLOCCATO L’APERTURA DEGLI ARCHIVI DEI SERVIZI SEGRETI
Sui movimentati palchi del 1989 e delle “rivoluzioni pacifiche” che abbatterono la Cortina di ferro, c’era anche uno scapigliato studente liberale: Viktor Orbán. Gridava ai carri armati sovietici di andarsene, e nei convulsi mesi successivi, quando la caduta del Muro di Berlino travolse anche l’Ungheria comunista, il talentuoso ex borsista di George Soros costruì la sua intera carriera intera sull’opposizione al comunismo. Prima da giovane liberale, poi da inventore della “democrazia illiberale”, infine da tiranno, come lo definì Agnes Heller. E mai […] smise di tacciare i suoi avversari di essere dei comunisti.
In queste ore è spuntata una notizia sul sito d’inchiesta VSquare che suona come una nemesi […]. L’ultimo premier dell’era comunista, Miklós Németh – un riformista che contribuì all’implosione del comunismo aprendo le frontiere tra Ungheria e Austria mesi prima della caduta del Muro a Berlino – accusa Orbán di essere stato una spia comunista.
Németh sostiene in una deposizione affidata di recente agli archivi dello Stato, che a marzo del 1990, alla vigilia delle prime elezioni libere, ricevette tre documenti dal ministro della Difesa, Ferenc Kárpáti, tutti firmati da Orbán e risalenti al periodo del suo servizio militare a Zalaegerszeg, all’inizio degli anni ‘80.
Nei tre rapporti, il futuro autocrate denunciava i suoi commilitoni al regime e riportava i loro orientamenti religiosi, sessuali e politici. Un delatore in erba. Dopo averli letti, Németh, però, restituì tutti e tre i rapporti al ministro.
Orbán ha smentito vigorosamente le dichiarazioni di Németh. Ma negli anni in cui era al potere, l’ex autocrate ha sempre bloccato l’apertura degli archivi dei servizi segreti e impedito all’Ungheria di fare i conti con il suo passato comunista.
Il suo successore, Peter Magyar, ha cominciato invece all’inizio di novembre ad aprirli parzialmente. Un’operazione che può rivelarsi dolorosa, come ha dimostrato l’apertura degli archivi della Stasi in Germania est perché rivelò che milioni di insospettabili spiavano “le vite degli altri”, per citare il capolavoro di Florian Henckel von Donnersmarck
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
BOSCHI E CONTE, CHE SI SONO TROVATI D’ACCORDO SUL “NO” ALLA PATRIMONIALE, SI CONOSCONO DA MOLTI ANNI… DOMANI AL TAVOLO PER IL PROGRAMMA CI SARANNO GLI ALTRI CESPUGLI DI CENTRO … LE TANTO TEMUTE PRIMARIE SI FARANNO DAVVERO? BALLA ANCORA L’IPOTESI FEDERATORE
Matteo c’è ma non si vede, mentre si inizia faticosamente a comporre il mosaico della coalizione
di centrosinistra che affronterà il centrodestra di Giorgia Meloni.
La strategia è quella dell’allargamento graduale: dalla famigerata foto di Elly Schlein, Giuseppe Conte e la ditta Bonelli&Fratoianni, si è passati al palco del Teatro Brancaccio dove ieri, convocati da Maurizio Landini, ai tre leader di Pd, M5s e Avs si sono aggiunti Riccardo Magi di Più Europa e Maria Elena Boschi per Italia viva.
Niente Renzi: l’ex rottamatore è stato tenuto alla larga, il personaggio è troppo divisivo, indigesto soprattutto all’elettorato del M5s.
Detto ciò, anche il suo 2% è grasso che cola, arrivati all’ultima curva prima del rettilineo finale della campagna elettorale: la partita si gioca sui decimali, almeno a leggere i sondaggi, e del resto Giorgia Meloni sta raccattando tutto ciò che offre il mercato politico, allargando il centrodestra anche a Cateno De Luca.
L’impressione è che ormai anche le opposizioni si siano allineate al motto “Primum vivere deinde philosophari”, che traduciamo con licenza poetica in “Prima si pensi a vincere, poi a fare filosofia”.
Del resto a Dagospia risulta che pure i famigerati “riformisti” del Pd ridurranno progressivamente gli attacchi al M5s, dedicandosi ai due argomenti che più stanno a cuore ai Dem: assicurarsi la ricandidatura e evitare la vittoria del centrodestra, che porterebbe i meloniani a eleggere alla Presidenza della Repubblica uno di loro.
Per sciogliere il nodo fino ad ora più spinoso, ovvero l’astio di Conte e dei pentastellati nei confronti di Renzi, si è scelta una strategia di contenimento del danno.
Matteo in panchina e la Boschi in campo. Maria Elena, del resto, ha un rapporto solido e antico con Giuseppi, con il quale ieri si è trovata d’accordo sul “no” alla patrimoniale: una quindicina di anni fa entrambi hanno fatto parte della stessa commissione esaminatrice di diritto civile della Scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università di Firenze.
Altra curiosità: come ha raccontato Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, a metà del 2013 la Boschi portò Conte a un pranzo dove c’erano Renzi, ancora sindaco di Firenze ma pronto a candidarsi alle primarie del Pd, e il compianto professore Guido Alpa, mentore di “Giuseppi”.
Lillo racconta anche un altro retroscena divertente: “Giuseppe Conte ha sempre avuto un effetto divisivo tra Matteo e Maria Elena. Dentro Italia Viva si racconta che Renzi avrebbe chiesto più volte alla sua ex ministra i messaggini scambiati con Conte quando era solo un professore di Diritto.
Renzi sperava forse di trovare in quegli sms, oltre ai complimenti per la nomina a ministro delle Riforme, una traccia di sostegno per le riforme stesse o di solidarietà per le polemiche su Banca Etruria. L’uscita sui giornali di qualcosa di simile (ove esistesse) avrebbe potuto incrinare l’immagine di Conte agli occhi del M5S.
Renzi tentò in tutti i modi di convincere Maria Elena Boschi a mollare il suo telefonino anche facendo leva sul comune amico Francesco Bonifazi. Nulla da fare. Chissà cosa c’è di vero. Di certo il sentimento di Renzi verso Conte non migliorò”.
Domani altro passettino: si riuniscono i tavoli del programma, da remoto, e sarà l’occasione per aggregare alla coalizione anche i cespuglietti di centro: Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, Progetto civico di Alessandro Onorato e i Socialisti di Enzo Maraio.
Più liste ci saranno sulla scheda elettorale, più alte possibilità avranno le attuali opposizioni di scalzare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi.
Il problema è che non si sa chi sarà il candidato premier del Campo largo: Elly Schlein o Giuseppe Conte? Le tanto temute primarie si faranno davvero? E quali saranno le regole? Chi potrà partecipare?
E balla ancora l’ipotesi di un “federatore” della coalizione. In questo caso, i leader della coalizione avranno il buon senso di sedersi intorno a un tavolo e trovare un nome gradito a tutti, o almeno alla maggior parte, dei loro elettori?
Giuseppi ha detto di essere disposto a parlarne, ma Elly non ne vuole sapere. C’è ancora tempo per convincerla. Ma sta scadendo…
(da Dagospia)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
DA ANNI QUESTA GANG DI RAZZISTI, OMOFOBI, MISOGINI, È DIVENTATA UNA “POLIZIA DIGITALE” INFORMALE DI MOSCA ED ESEGUE LAVORI SPORCHI, O DI CAOS INFORMATIVO, CHE FANNO IL GIOCO DEL CREMLINO E DELL’FSB, IL SERVIZIO SEGRETO SUCCESSORE DEL KGB
“Stato di maschi”, il gruppo estremista e violento russo che ieri ha provato a seminare il caos con una mail di minaccia – bomba su tre voli diretti in Italia, formalmente fu messo fuorilegge da un tribunale a Nizhny Novgorod, Russia, nel 2021. Un anno prima dell’invasione su larga scala di Putin all’Ucraina.
Invece, miracolosamente, “Stato di maschi” – Muzhskoye gosudarstvo – non solo ha incrementato la sua attività, ma è salito di livello. È diventato para-statuale. Se le minacce di ieri agli aerei europei fossero solo un falso allarme, o il tentativo di usare una operazione fatta da altri, il semplice fatto che a un gruppo di russi sia consentito seminare panico su una materia come la sicurezza aerea europea sarebbe impensabile senza un via libera dagli apparati russi.
Guerra informativa. Perché è come se mettessi una firma: Russia. E se Mosca non gradisse di vedersi appioppata quella firma, “Stato di maschi” verrebbe fatto tacere prima ancora di cominciare a scrivere mail.
«L’esplosione avverrà tra 60 minuti. Oggi il vostro cielo sarà rosso», hanno scritto. «Noi combattenti dello “Stato di maschi” con le nostre azioni di oggi lasceremo un segno nella storia. Il vostro regime femminista se ne ricorderà per sempre».
Da anni questa gang russa estremista di razzisti, omofobi, misogini, ha alzato il tiro. Facendo tutti lavori sporchi, o di caos informativo, che facevano il gioco del Cremlino, e magari l’Fsb, il servizio segreto interno successore del Kgb, non voleva fare: tipo andare a minacciare donne senza neanche la parvenza di un motivo, dissidenti, o cittadini russi che avevano espresso opinioni pro Ucraina, o blogger che avevano un seguito nella sfera digitale e smontavano le ragioni della guerra all’Ucraina. “Stato di maschi” è diventata una delle varie polizie digitali informali pro guerra.
Il gruppo ha decine di migliaia di sostenitori digitali. E fanno infowar in almeno sei canali Telegram, che non li ha vietati affatto, come succede a chi davvero dà fastidio a Putin. Un numero di iscritti che oscilla tra i 60mila e gli 80mila, ovviamente non tutti disposti ad azioni paramilitari, ma un certo numero sì, spiega chi lo ha studiato, il collettivo investigativo di Bellingcat.
Combattono contro tutto ciò che percepiscono come una minaccia per la Russia. Non si professano esplicitamente nazi, ma la sostanza quella è: sono un gruppo neonazi. Nei loro canali è accaduto che venissero pubblicati anche video che mostravano un combattente del gruppo mercenario Rusich – un’unità paramilitare russa neonazista – mentre faceva il saluto nazista.
Il Cremlino, non sarebbe una novità, usa questi gruppi informali, così come si serve degli hooligan più violenti del calcio (la brigata Espanyola), anche al fronte. Vladislav Pozdnyakov fondò “Stato di maschi” nel 2016. Inizialmente su Vkontakte, il social russo. Poi, quando furono formalmente banditi, si spostarono su Telegram, dove hanno continuato a fare il loro lavoro indisturbati: il lavoro della guerra ibrida.
Diffondono fake antisemite contro Zelensky. Sono arrivati a chiedere l’uccisione dei leader di Kyiv e l’esecuzione sommaria dei soldati ucraini. E la cosa, benché illegale anche per gli standard della Russia di Putin, viene tranquillamente lasciata fare. Perché “Stato di maschi” serve al regime, come tante gang di criminali free lance, diciamo così.
Come del resto sono free lance (e non direttamente dei servizi russi) gli hacker di NoName che rivendicano in questi giorni gli attacchi ai frigoriferi in Europa. Attaccare, e poter negare gli attacchi, o intestarsi falsi allarmi, fa parte del manuale russo. Pochi giorni fa Pozdnyakov ha lanciato l’ultima campagna, contro una blogger di Mosca, Asya Shiska, rea di aver pubblicato video su tik tok con musiche ucraine. La ragazza si sta scusando e chiede pietà. Ora rischia fisicamente.
Alcuni dei gestori dei canali di “Stato di maschi” su telegram, per esempio Vladimir Ivanov, un laureato di San Pietroburgo, oltre a operare nel milieu di idee dell’estrema destra russa anti-immigrati, soprattutto lavoravano assieme alle strutture di Evgheny Prigozhin, il fondatore del Gruppo Wagner ma anche della troll factory di San Pietroburgo, o collegate a “Tsargrad”, l’impero mediatico dell’oligarca ortodosso (e putiniano) Konstantin Malofeeev.
(da La Stampa)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AGENTI SI VANTAVANO DELLE VIOLENZE IN UNA CHAT CHIAMATA “QUEI BRAVI RAGAZZI”, DOVE PUBBLICAVANO FOTO DELLE VIOLENZE: IN ALCUNI CASI, I VIGILI AVREBBERO SPENTO LE BODYCAM PER NASCONDERE GLI ABUSI E RUBARE SOLDI AI FERMATI… SILVIA SALIS HA FATTO PIAZZA PULITA E RIPRISTINATO LA LEGALITA’
Pestaggi, insulti e furti, da parte di agenti della polizia locale genovese, ai danni di pusher e
immigrati irregolari fermati. Ma anche il tentativo di chi allora era responsabile del corpo di insabbiare tutto: è il cuore dell’inchiesta avviata nel 2025 dalla procura di Genova e per cui è arrivato l’avviso di conclusione indagini.
A riceverlo 30 vigili urbani, l’ex assessore alla Sicurezza Sergio Gambino e l’ex comandante della polizia locale di Genova Gianluca Giurato, sollevato dall’incarico.
Per gli agenti le accuse vanno dalle lesioni aggravate dall’odio razziale al peculato, mentre l’ex assessore deve rispondere di favoreggiamento e Giurato di ritardata denuncia all’autorità giudiziaria. Gli agenti si vantavano degli abusi su una chat whatsapp chiamata “Quei bravi ragazzi”.
Due giovani colleghe avevano deciso di denunciare e si erano rivolte all’assessore Gambino. Quest’ultimo, per gli inquirenti, avrebbe chiesto al comandante di «non portare niente in procura».
Sulla chat segreta gli agenti pubblicavano foto dei pestaggi e usavano parole in codice. Molti i commenti razzisti nei confronti dei fermati di origine straniera. Nei messaggi si parlava anche della destinazione dei soldi sottratti ad alcuni spacciatori: «pizza, coca e dolcetti». In alcuni casi gli agenti spegnevano le bodycam per nascondere i furti e i pestaggi.
Dall’inchiesta la procura ha fatto nascere un’ulteriore indagine che vede coinvolti ancora Gambino e Giurato su un dossier “anti Salis”.
«Crediamo nel principio di innocenza – commenta la sindaca Salis -, ma quanto sta emergendo conferma la necessità di imprimere una svolta nella gestione della sicurezza urbana, che non può e non deve mai prescindere dalla trasparenza e dal rispetto democratico».
(da La Stampa)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGGE VIETA ESPRESSAMENTE DI NOMINARE AI VERTICI DELL’ANAC CHI ABBIA RICOPERTO CARICHE DI PARTITO NEI TRE ANNI PRECEDENTI. E ALTIERI, FEDELISSIMO DI SALVINI, DUE ANNI FA È STATO SCELTO COME RESPONSABILE NAZIONALE DEL DIPARTIMENTO DIFESA DELLA LEGA (INCARICO CHE ORA NON RICOPRE PIÙ)… NONOSTANTE TUTTO GIORGIA MELONI RIVENDICA LA SCELTA: “ERA NELLE NOSTRE COMPETENZE FARLO”
C’è un gigantesco problema di compatibilità nella scelta del governo Meloni di affidare a Trifone «Nuccio» Altieri la presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione. E non è soltanto una questione politica, come quella sollevata dalle opposizioni che denunciano l’occupazione degli organismi di controllo da parte della maggioranza.
Una norma che vieta espressamente di nominare ai vertici dell’Anac chi abbia ricoperto cariche di partito nei tre anni precedenti. E Altieri, fedelissimo di Matteo Salvini, appena due anni fa veniva nominato responsabile nazionale del dipartimento Difesa della Lega.
Un incarico che risulta aver mantenuto anche successivamente. E che rischia adesso di rendere incompatibile la sua nomina. Il riferimento è al decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009, articolo 13, comma 3.
La disposizione stabilisce che il presidente e i componenti dell’Autorità non possano essere scelti tra persone che rivestono cariche nei partiti politici o che le abbiano ricoperte nei tre anni precedenti la nomina. E aggiunge un altro principio: non devono avere interessi di qualsiasi natura in conflitto con le funzioni dell’Autorità.
Il 18 settembre 2024 la Lega diffonde un comunicato ufficiale per annunciare la riorganizzazione dei suoi 31 dipartimenti nazionali. Matteo Salvini e Armando Siri riuniscono i responsabili negli uffici del partito alla Camera.
Nell’elenco, accanto ai nomi dei dirigenti incaricati di occuparsi di economia, infrastrutture, giustizia e sicurezza, compare anche quello di Nuccio Altieri: responsabile Difesa. Non un semplice simpatizzante, dunque, ma il titolare di un incarico nell’organizzazione nazionale del partito.
Ancora nel settembre diversi articoli giornalistici segnalavano Altieri come responsabile del dipartimento Difesa della Lega, presente nell’organigramma del partito, alla sua nomina nel consiglio di amministrazione di Leonardo, il colosso pubblico degli armamenti. Oggi il suo nome non compare più nell’organigramma, ma il punto è un altro: anche se avesse lasciato l’incarico, il triennio previsto dalla legge non sarebbe comunque trascorso.
Ciò nonostante, dopo una mattinata di lunghi dibattiti all’interno della maggioranza, Giorgia Meloni ha difeso la scelta. Interpellata oggi durante la visita all’Eicma di Milano, la presidente del Consiglio ha risposto alle domande sulla designazione di Altieri con poche parole: «Cosa devo dire? Perché era nelle nostre competenze farlo». Una rivendicazione delle prerogative del governo che però non risolve la questione. […]
La procedura, del resto, non è conclusa. La designazione dovrà passare attraverso le commissioni parlamentari competenti, chiamate a esprimersi con una maggioranza qualificata dei due terzi, prima della nomina definitiva con decreto del presidente della Repubblica. A questo punto tutt’altro che scontata.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA DESIGNAZIONE DEL DEPUTATO ED EX TESORIERE DEL CARROCCIO ARRIVA APPENA 23 GIORNI DOPO LA SUA PRESCRIZIONE NEL PROCESSO SULLO STADIO DELLA ROMA A TOR DI VALLE… UN’ALTRA PRESCRIZIONE PER CENTEMERO ERA SCATTATA NELL’AGOSTO 2024, QUANDO LA CASSAZIONE ANNULLÒ LA CONDANNA PER FINANZIAMENTO ILLECITO PER IL CASO DEU 40MILA EURO INCASSATI DALLA SUA ASSOCIAZIONE “PIÙ VOCI”
Nella partita delle nomine ai vertici delle autorità pubbliche Matteo Salvini pianta due
bandierine: Giulio Centemero tra i commissari Consob e Nuccio Altieri alla presidenza dell’Autorità anticorruzione. Il Consiglio dei ministri ieri ha indicato Centemero, deputato ed ex tesoriere del Carroccio, a commissario dell’Autorità di vigilanza sulla Borsa e i mercati finanziari in sostituzione di Carlo Comporti, nominato a ottobre presidente dell’Esma, l’Autorità europea sui mercati finanziari.
Centemero, commercialista laureato a Bergamo e con studi alla Bocconi, era capogruppo per la Lega in commissione Finanze a Montecitorio.
La designazione di Centemero arriva appena 23 giorni dopo la sua prescrizione sancita dalla III sezione della Corte d’Appello della Capitale nel processo sullo stadio mai costruito per la As Roma a Tor di Valle.
Un’altra prescrizione di Centemero, decisa dalla Cassazione nell’agosto 2024 per finanziamento illecito, è scattata quando i giudici hanno deciso che le indagini su un versamento da 40mila euro del 2016 da Esselunga all’associazione Più Voci di Centemero, ritenuta “mero schermo” del Carroccio, andavano fatte a Bergamo e non a Milano, annullando la condanna a otto mesi inflitta in primo grado e confermata in Appello all’ex tesoriere della Lega Nord.
Il 20 ottobre, in un post su X, Centemero si era espresso con una sorta di profezia: “L’Italia è ricca di risparmio, ma troppo povera di capitali per la crescita. Orsini (il presidente di Confindustria, ndr) pone una questione giusta: mobilitare investimenti di lungo periodo per scuola e sanità”.
Ma la nomina di Centemero non va a genio alle opposizioni. Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa verde, attacca il governo e definisce la designazione dell’ex tesoriere leghista un fatto di gravità inaudita che viola l’indipendenza della Consob.
L’indicazione di Centemero arriva dopo lunghe trattative. Anche la Lega ad agosto ha approvato la nomina di Guido Stazi, in quota Forza Italia, a presidente della Consob, dopo che a maggio Federico Freni, sottosegretario leghista alle Finanze e candidato per mesi alla stessa poltrona, si era ritirato per il veto espresso da Forza Italia.
Insomma, l’indicazione di Centemero conferma la grande fuga dei parlamentari leghisti, alle prese col fortissimo rischio di un tracollo elettorale del partito di Salvini e dunque di mancata riconferma, verso poltrone sicure e ben remunerate per anni nelle autorità pubbliche.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA DAVANTI A LEGA E VANNACCI
Fratelli d’Italia resta il primo partito, ma il centrodestra deve fare i conti con una situazione meno semplice di quanto potrebbe sembrare guardando soltanto il risultato di Giorgia Meloni.
Dall’altra parte, il centrosinistra prova a trovare una strada comune, con Pd e Movimento 5 Stelle che continuano a raccogliere una parte importante dei consensi.
Questo è quanto emerge dalla media dei sondaggi realizzata da BiDiMedia, che contiene tutte le rilevazioni delle ultime due settimane: EMG, Bidimedia, Eumetra, Ipsos, Istituto Piepoli, Lab21, Only Numbers, SWG, Termometro Politico, confrontandole con la media delle due settimane precedenti.
La rilevazione restituisce un quadro piuttosto interessante soprattutto se si guarda alle coalizioni: il Campo largo arriva al 44%, mentre il centrodestra, senza Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, si ferma al 42%. Se si aggiungesse anche il partito dell’ex generale, però, la situazione cambierebbe.
Fratelli d’Italia resta primo, ma Forza Italia recupera terreno e supera Vannacci
Il partito di Giorgia Meloni si attesta al 26,6%, guadagnando un decimo rispetto alla precedente rilevazione del 20 ottobre. Un dato che fa notare come questa coalizione ed i suoi equilibri tra gli alleati siano tutt’altro che definiti. Il partito di Antonio Tajani, invece, sale al 7,2%, con una crescita di mezzo punto, e torna davanti a Futuro Nazionale. Il partito di Roberto Vannacci perde invece cinque decimi e scende al 6,7%, la stessa percentuale raggiunta da Alleanza Verdi e Sinistra.
Dopo settimane, anzi mesi, in cui il generale sembrava poter mettere seriamente in difficoltà gli equilibri della destra, adesso il suo partito mostra qualche segnale di cedimento. Proprio in queste ore Vannacci è tornato a parlare del rapporto con Giorgia Meloni,durante una intervista a Luca De Carolis per Il Fatto quotidiano: “Si affidi a Futuro nazionale, altrimenti perderà come Donald. Serve un radicale cambio di rotta”, sostenendo inoltre che la premier rischierebbe di pagare il prezzo di un mancato accordo con Futuro Nazionale. Una posizione che racconta bene il problema politico che ha difronte, il suo partito raccoglie consensi, ma resta fuori dalla coalizione di governo e non ha ancora un posto definito nello schieramento.
La Lega, intanto, rimane al 5,4%. Il Carroccio di Matteo Salvini è quindi dietro sia a Forza Italia sia a Futuro Nazionale. Un risultato che conferma le difficoltà nel ritagliarsi uno spazio autonomo all’interno della maggioranza. Noi Moderati è all’1%, mentre Sud Chiama Nord di Cateno De Luca si attesta all’1,3%.
Il centrosinistra al 44%, il Pd resta primo partito della coalizione
Dall’altra parte, il Campo largo si presenta con un risultato complessivo del 44%, due punti sopra il centrodestra tradizionale. A trainare lo schieramento è ancora il Partito Democratico di Elly Schlein, che raggiunge il 20,6%, in crescita di un decimo. Il Pd resta il principale punto di riferimento dell’opposizione e mantiene un vantaggio piuttosto consistente sul secondo partito dell’area.
Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte è infatti al 12%, una percentuale che lo conferma come secondo protagonista della possibile alleanza progressista. Il rapporto tra i due leader resta uno dei temi centrali nella costruzione del Campo largo, soprattutto perché nei prossimi mesi bisognerà decidere non soltanto su quali temi presentarsi agli elettori, ma anche chi dovrà guidare la coalizione.
Su questo fronte qualcosa si è mosso proprio negli ultimi giorni. Il 30 ottobre Schlein, Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono confrontati per definire le prossime tappe dell’alleanza. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un programma comune entro novembre e organizzare le primarie entro febbraio. Insomma, il tentativo è quello di passare dalle discussioni sull’unità a un percorso politico concreto.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra si conferma una componente tutt’altro che marginale. La formazione di Bonelli e Fratoianni è al 6,7%, in crescita di un decimo. Più indietro ci sono Casa Riformista-Italia Viva all’1,9%, Avanti-PSI all’1% e + Europa allo 0,8%. Sono percentuali più piccole, ma il loro peso potrebbe diventare importante quando si arriverà a definire il perimetro definitivo dell’alleanza.
Centrodestra e Campo largo, la partita si gioca sulle alleanze
BiDiMedia analizza il confronto tra i due schieramenti. Se si considera il centrodestra nella sua composizione tradizionale, quindi con Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Noi Moderati e le altre forze che ne fanno parte, il risultato è del 42%. Il Campo largo, invece, arriva al 44%.
C’è però un elemento che può cambiare la lettura del confronto, Futuro Nazionale. Se si aggiungesse il partito di Vannacci al centrodestra, la coalizione arriverebbe al 48,7%, con un vantaggio di quasi cinque punti sul Campo largo. Al momento Futuro Nazionale resta fuori dal perimetro della maggioranza e proprio le dichiarazioni di Vannacci degli ultimi giorni mostrano quanto il tema sia ancora aperto. A sinistra bisognerà capire se Pd, M5S e alleati riusciranno davvero a presentarsi insieme, mentre a destra resta da sciogliere il nodo dei rapporti con il generale e del suo eventuale ingresso nella coalizione.
(da Fanpage)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
CANCELLATO L’OBBLIGO DEL CERTIFICATO ASL PRIMA DELL’INGRESSO NEI LAGER DEI CPR… UN DISEGNO POLITICO CHE SANCISCE LA RECLUSIONE SENZA REATO, SOSPENDENDO I PRINCIPI COSTITUZIONALI SUI CORPI DI CHI NON PUO’ DIFENDERSI
I Centri di permanenza per i rimpatri funzionano a una sola condizione: che nessuno possa
guardarci dentro, descriverne le condizioni cliniche o certificarne l’incompatibilità con la vita. È lì che finiscono le persone che lo Stato decide di sottrarre allo sguardo pubblico, spingendole oltre il confine della tutela ordinaria, dove la legge arretra e la custodia si fa sopraffazione.
La privatizzazione del controllo
La direttiva con cui Matteo Piantedosi cancella il certificato delle Asl per l’ingresso nei centri risponde esattamente a questa logica: per compiere un arbitrio senza doverne rispondere basta privatizzarne l’esecuzione. Eliminare il vaglio sanitario pubblico prima della reclusione toglie di mezzo l’unico sguardo indipendente capace di attestare che una patologia psichiatrica, un’infezione o una fragilità pregressa sono incompatibili con la cattività. Il Viminale sposta la diagnosi a cose fatte, ventiquattr’ore dopo l’ingresso, affidandola a medici stipendiati dallo stesso ente privato che gestisce la struttura e trae profitto dall’appalto. Controllore e controllato finiscono così sullo stesso libro paga, e il giudice chiamato a convalidare il trattenimento si troverà a decidere sulla base di perizie firmate da chi ha un interesse economico diretto a non lasciare vuoto quel posto letto.
I lager chimici a porte chiuse
Il lavoro documentale condotto dal collega Antonio Musella nell’ultima inchiesta sui CPR per Fanpage.it squarcia qualsiasi alibi consolatorio. I CPR italiani non somigliano a sale d’attesa per rimpatri che non avvengono quasi mai; somigliano a discariche chimiche di esseri umani. Si entra sani sulla carta per ritrovarsi sedati a forza, storditi da una somministrazione massiccia di psicofarmaci usati come manganello biochimico, unico strumento capace di tenere a bada la disperazione e la claustrofobia. I diciannove morti registrati nell’ultimo decennio, le overdose da metadone prescritto a chi non aveva alcuna dipendenza, i suicidi nelle celle di isolamento raccontano una quotidianità concentrazionaria. Non a caso vengono chiamati lager, e non a caso a chi fa informazione viene sistematicamente sbarrato l’ingresso: le telecamere non possono entrare, i taccuini restano fuori dai cancelli, persino le visite ispettive dei parlamentari vengono ostacolate o ridotte a percorsi guidati, perché l’unica condizione che consente a questo orrore di sopravvivere è rimanere invisibile.
La colpa senza reato
In fondo le parole del ministro non fanno che confermare tutto questo. Quando Piantedosi difende a Napoli le fascette ai polsi per chi finisce sulla nave verso l’Albania, o quando dal palco del Foglio dice apertamente che i CPR servono a “sanzionare l’irregolarità” e “contenere la pericolosità”, sta solo rendendo esplicito il vero intento. Tratta un’infrazione amministrativa come se fosse un delitto, chiudendo le persone in una cella fino a un anno e mezzo senza che abbiano commesso alcun reato. E sì, vale la pena ribadirlo punto per punto a chi fa finta di non capire: la semplice irregolarità sul territorio non prevede alcuna pena detentiva nell’ordinamento italiano. Nei CPR non ci sono condanne da espiare né processi da celebrare; la reclusione è formalmente una misura temporanea per eseguire un rimpatrio, non una pena. Scambiare l’irregolarità burocratica per pericolosità sociale serve solo a far digerire all’opinione pubblica la sospensione dell’articolo 13 della Costituzione per chi non ha i documenti in tasca.
La scenografia del fallimento
I dati, del resto, si incaricano di smentire da soli questa impalcatura: i rimpatri effettivi dai centri continuano a scendere, assestandosi appena attorno al venticinque per cento, a fronte di una spesa pubblica che supera ormai i sedicimila euro per ogni singolo allontanamento. È un congegno che assorbe decine di milioni senza restituire alcuna reale efficacia, logorando chi vi resta rinchiuso e lasciando intatte tutte le questioni di fondo. Finisce così per assomigliare a una pura scenografia della fermezza, un ripiego muscolare di chi, non riuscendo a costruire accordi internazionali e canali governati, sceglie la via più sbrigativa: esercitare il controllo materiale sui corpi che non hanno modo di difendersi.
La scelta di campo
Togliere di mezzo il personale medico del servizio pubblico non risolve alcun problema di ordine pubblico, elimina “semplicemente” gli ultimi testimoni scomodi. Rende il perimetro dei centri impermeabile al controllo democratico e trasforma la tutela della salute da diritto inviolabile della persona a fastidio procedurale da liquidare.
Si può continuare a fingere che sia un mero cavillo burocratico sui protocolli d’ingresso; la verità è che questo Paese sta normalizzando l’esistenza di spazi extraterritoriali in cui la dignità umana viene sospesa per decreto. E questa è chiaramente una scelta di campo: dimostrare che contro certi corpi lo Stato può permettersi qualunque cosa, persino fare a meno dei propri princìpi. Ancora una volta.
(da Fanpage)
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