Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
MA LO SPAZIO DI LIBERTÀ DEGLI INDIVIDUI SI RESTRINGE PURE NEGLI STATI DI DEMOCRAZIA CLASSICA. SECONDO L’INDICE DELL’”ECONOMIST”, NEL 2024 SOLTANTO IL 6,6 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVEVA IN PAESI CONSIDERATI COME “DEMOCRAZIE COMPLETE”
Estratto da “Fascismo bianco”, di Michele Ainis (ed. Garzanti)
La democrazia arretra dappertutto, s’affievoliscono le ragioni del diritto, troneggia unicamente il primato della forza. Potere senza contropoteri. E senza libertà, o con un patrimonio di diritti individuali dimezzato, eroso nei suoi stessi fondamenti.
È un processo in corso da una ventina d’anni (dal 2006, secondo Freedom House; ma già nel 2002 le Nazioni Unite denunziavano la regressione verso regimi autoritari o neo-autori-tari). Però adesso sta subendo un’accelerazione poderosa, come rivelano tutti gli indicatori elaborati dai centri di ricerca internazionali.
Sicché facciamo parlare i numeri, le cifre. Il 71 per cento della popolazione mondiale – 5,7 miliardi di persone – vive sotto il tacco di un’autocrazia. Senza libere elezioni né garanzie giuridiche che ne difendano la libertà. Le vecchie democrazie liberali sopravvivono in un’area residuale, benché il mondo si divida equamente fra 88 autocrazie e 91 democrazie.
Ma queste ultime offrono un tetto a una minoranza della popolazione mondiale (2,3 miliardi di persone). E quel tetto ormai vacilla.
Sta di fatto che lo spazio di libertà degli individui si restringe pure negli Stati di democrazia classica, s’affievoliscono le loro garanzie, i diritti diventano di carta, forma senza sostanza.
Di conseguenza nel 2023 il tasso di democrazia del quale fruisce in media ogni persona al mondo è sceso ai livelli del 1985: così dichiara il Democracy Report 2024 di V-Dem, insieme alla World Bank, a Bertelsmann Stiftung, al World Justice Project, all’Economist Intelligence Unit.
Anzi: secondo l’indice dell’«Economist», nel 2024 soltanto il 6,6 per cento della popolazione mondiale viveva in Paesi considerati come «democrazie complete». Mentre nel 2025 il report di Civil Liberties Union for Europe segnala l’aggravarsi della recessione democratica in Europa: ne sono responsabili Bulgaria, Croazia, Romania, Slovacchia, e ahimè pure l’Italia.
C’è insomma, in circolo, una disaffezione generale per la democrazia, che cresce in tutto il mondo. C’è un sentimento di disillusione verso le istituzioni democratiche, reputate dai più corrotte e inefficienti. E la prima vittima è la libertà d’espressione – «pietra angolare della democrazia», come la definì a suo tempo la Corte costituzionale italiana.
Nel 2022 il World Trends Report dell’UNESCO dichiarava che nell’ultimo quinquennio circa 1’85 per cento della popolazione mondiale avesse subito un calo della libertà di stampa nel proprio Paese.
Sicché il giornalismo indipendente è sempre più in pericolo, assediato dagli interessi economici delle piattaforme online e dagli appetiti dei politici. E questo fenomeno perverso viene puntualmente registrato dai rapporti annuali di Reporters sans frontières.
Nel 2022 si è consumato un triste record: 86 giornalisti uccisi, e a migliaia feriti, aggrediti, minacciati. Nel 2023 si contavano 31 Stati ritenuti in una «situazione molto grave». Nel 2024 l’indice è crollato ulteriormente, specie in Europa orientale e nell’Asia centrale. Ma neanche l’Italia se la passa bene, scivolando al 46° posto nel ranking internazionale, sotto Paesi come Capo Verde, il regno di Tonga, le isole Fiji. E peggiorando il dato nel 2025 (49° posto).
Questa china – dalla pienezza delle libertà costituzionali alla loro negazione – si è guadagnata un nome negli studi di politologi e giuristi: constitutional retrogression. O in alternativa democratic recession, democratic degradation, democratic erosion.
Altri parlano di «democratura», un neologismo frutto della crasi di democrazia e dittatura. Ma è un ossimoro, una contraddizione fra due opposti, come le false verità che i nuovi poteri politici dispensano ai propri cittadini.
Serve a designare, tuttavia, la zona grigia che intercorre fra democrazia e autoritarismo, occupata in questo torno d’anni da regimi ibridi, che non rinunziano a definirsi democratici pur oscurando i fondamenti stessi della democrazia. E costruendo perciò altrettante illiberal democracies – un altro ossimoro, un’altra acrobazia semantica per mascherare la realtà dei fatti.
Ma la realtà registra, viceversa, un’inedita concentrazione dei poteri nelle mani del governo, nutre il culto dell’uomo (o della donna) forte e in solitudine al comando, s’intesse di una retorica nazionalista e protezionistica, soffoca ogni voce dissenziente con la propaganda di regime.
Senza colpi di Stato o golpe militari, senza usare gli stadi per rinchiudervi gli oppositori, come fece Pinochet. Piuttosto svuotando l’autorità dei Parlamenti, minando l’indipendenza del potere giudiziario, occupando con uomini fidati le Corti costituzionali e gli altri organi di garanzia, controllando i media, riducendo le autonomie locali.
In apparenza le garanzie costituzionali sopravvivono; ma il sistema di checks and balances, di pesi e contrappesi, che dalle prime Costituzioni scritte di fine Settecento rappresenta il nucleo del costituzionalismo, quel sistema viene progressivamente eroso, neutralizzato.
A quale prezzo? La trasformazione dei cittadini in sudditi, tenuti alla catena da un padrone. «Che il potere arresti il potere», scriveva il vecchio Montesquieu (De l’esprit des lois, 1748, libro XI, cap. 4); occorre dividerlo, separarlo, dislocarlo in organi distinti e reciprocamente indipendenti, per impedirgli abusi, per proteggere le nostre libertà. Viceversa il potere si presenta adesso con una sola faccia, assiso su un unico trono, come ai tempi di Luigi XVI.
Perché il leader è il megafono del popolo, e il popolo è un’entità indifferenziata, che parla attraverso la sua voce. Da qui il germe del populismo, che ha ormai infettato le democrazie rappresentative.
Promettendo un rivolgimento esistenziale («una vita più ricca, più felice, più piacevole e sicura per ogni cittadino», secondo lo slogan coniato dal People’s Party nel 1894), e facendo pulizia dei troppi congegni garantistici che ingombrano i sistemi democratici. Sicché l’uomo su cui cade la scelta popolare è depositario d’un potere sacro, e per sua natura incomprimibile.
Lui è «l’unto del Signore», come affermava in anni non troppo lontani Silvio Berlusconi.
Questo messaggio riflette una concezione arcaica della democrazia, che fa perno sul messaggio originario della sovranità popolare, ma lo legge senza contrappesi, negando tutta l’esperienza dello Stato di diritto.
«Voi avete giuridicamente torto perché siete politicamente una minoranza», disse nel 1981 il deputato socialista André Laignel, rivolgendosi ai banchi dell’opposizione. E invece ogni Costituzione pone un argine all’arbitrio della maggioranza, taglia le unghie del potere per evitare che ci faccia troppo male.
Il «dispotismo elettivo» – così lo definiva nel 1781 Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione d’indipendenza americana – è infatti un pericolo in agguato, oggi più di ieri.
Si può anzi aggiungere che le democrazie costituzionali traggono alimento dal popolo, ma ne diffidano: altrimenti non farebbero spazio al controllo di costituzionalità delle leggi, che assegna a un giudice il potere d’annullare ciò che il popolo ha deliberato per mezzo dei suoi rappresentanti.
Ma il paesaggio istituzionale che si va disegnando in questi ultimi anni è ancora più allarmante: una plutocrazia, un governo detenuto dai più ricchi. La doppia elezione di Donald Trump (un magnate immobiliare con un patrimonio stimato in miliardi di dollari), nonché l’attribuzione d’un ruolo centrale nel suo secondo esecutivo a Elon Musk (l’uomo più ricco del pianeta), ne offrono l’esempio più eloquente.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IN LOMBARDIA IL MERCATO DEGLI STUPEFACENTI VALE ALMENO 2,5 MILIARDI DI EURO
«Una volta chiesi a un alto funzionario che conoscevo come mai a Milano non fossero mai scoppiati conflitti tra organizzazioni criminali e lui mi rispose che il motivo era che nessuna organizzazione criminale, da sola, è in grado di saturare un mercato così grande».
È da questa riflessione sul traffico degli stupefacenti che Nando Dalla Chiesa ha aperto il primo appuntamento del convegno «Tre giorni sui mercati internazionali della droga», organizzato nella sede di via del Conservatorio dell’Università statale.
Invitato all’incontro, il sindaco Giuseppe Sala ha sottolineato come «si ritiene che in Italia il mercato della droga valga 17 miliardi e che 2,5 di questi si concentrino a Milano e in Lombardia».
Nel suo intervento, Sala ha sottolineato come quello degli stupefacenti sia un problema che attanaglia soprattutto le grandi città e che a Milano «sono circa 14mila le persone in cura per dipendenze, a cui però andrebbero ad aggiungersi cifre sommerse difficili da quantificare. Qualcuno pensa che ci siano 100mila consumatori e le analisi dell’Istituto Negri delle acque del depuratore di Nosedo dicono che l’uso delle droghe è in grande aumento ».
«Il sistema – ha aggiunto Sala – è larghissimo, i costi delle droghe sono bassi e il reperimento è più facile. Noi non abbiamo ancora visto come dei fenomeni distruggano parte della comunità, ma dobbiamo stare molto attenti».
Per quanto riguarda l’approccio del Comune al problema, il sindaco ha elencato una serie di iniziative di prevenzione messe in atto in questi anni, come l’Adesione a Elide – cioè la Rete nazionale degli enti locali per l’Innovazione sulle droghe – e al Progetto Rogoredo «che è stato l’occasione per lavorare insieme a Prefettura, Regione e Ats».
Presente al convegno, il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia ha voluto sottolineare l’impatto delle nuove droghe sintetiche come il Fentanyl, chiamato anche per i suoi effetti “la droga degli zombie”, che vengono messe in commercio soprattutto dalla rotta cinese orientale.
Il presidente ha aggiunto come anche la giustizia debba fare la sua parte nelle aule di tribunale, garantendo processi giusti ma anche veloci.
Un aspetto particolarmente importante alla luce dell’inchiesta Hydra, che ha evidenziato l’esistenza di un consorzio criminale che riunisce elementi della ’ndrangheta, di Cosa Nostra e della Camorra.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’INFLAZIONE È CRESCIUTA A CAUSA DELLA GUERRA DI TRUMP IN IRAN, DEL CARO CARBURANTI E DELL’ENERGIA. COSÌ SONO STATI VANIFICATI I MODESTI AUMENTI DEI SALARI CHE COMUNQUE NON HANNO RECUPERATO L’INFLAZIONE, CUMULATA DALL’INIZIO DELLA GUERRA IN UCRAINA… TRA GLI ITALIANI CRESCE LA PERCEZIONE DEL RISCHIO POVERTÀ, LO DICE UN’INDAGINE BAROMETRO 2026 IPSOS-SECOURS POPULAIRE
Negli ultimi cinque anni, dal 2021 a oggi ci sono stati 1,6 milioni di occupati in più, ma il lavoro è povero ed è trainato dagli uomini over 50, non dai giovani né dalle donne, sostiene l’Istat. L’inflazione è cresciuta a causa della guerra di Trump in Iran, il caro carburanti e dell’energia.
Così sono stati vanificati i modesti aumenti dei salari che, in più, non hanno recuperato l’inflazione cumulata dall’inizio della guerra russa in Ucraina. E in Italia cresce la percezione del rischio povertà, dice un’indagine Barometro 2026 Ipsos-Secours populaire presentata ieri a Bruxelles.
In una cornice di crescita consolidata allo 0,8% del Pil per quest’anno va inserito l’aumento dei tassi di interesse di un quarto di punto deciso ieri dalla Banca Centrale Europea peggiorerà gli effetti dell’aumento dell’inflazione – che è dovuto all’energia e ai profitti, non ai salari. Ciò non permetterà la ripresa dei salari e in più peggiorerà lievemente il costo degli interessi sul maxi-debito pubblico che l’Italia deve pagare ogni anno.
Sono tutti segnali di un’economia in difficoltà ieri non sono stati colti, come di consueto, dai partiti della maggioranza e da diversi ministri che hanno trovato nell’aumento quantitativo dell’occupazione una prova del successo dei quattro anni di Meloni al governo. […]
L’incremento dell’occupazione «stabile» ha premiato in misura prevalente le fasce anagrafiche più avanzate, spinto da due precisi fattori strutturali. Da un lato agiscono le politiche previdenziali, la cui progressiva stretta sull’età pensionabile ha allungato la permanenza dei lavoratori senior e ritardato l’uscita per raggiungere i minimi contributivi, unita alla precarizzazione che ha posticipatola permanenza continuativa nel mercato del lavoro.
Dall’altro lato, pesa l’invecchiamento della forza lavoro. Il calo della partecipazione dei giovani bilanciato dall’aumento degli ultracinquantenni. Questa trasformazione è in atto da tempo ed è uno degli effetti della precarietà sistemica introdotta da destra e sinistra dalla metà degli anni Novanta.
Anche la ripresa in corso del lavoro autonomo, cresciuto del 7,1% nel quinquennio con un balzo di 200 mila unità nel 2026, va considerata rispetto alla scelta strategica sulla quale hanno convenuto le classi dominanti. La scelta della partita Iva è spesso usata dalle imprese per esternalizzare a basso costo. E chi la sceglie volontariamente, e non è un imprenditore, fa la fame.
Così si arriva al record vantato dai meloniani di 24,37 milioni di occupati totali e al calo del tasso di disoccupazione generale (5,8%). Ma il tasso di occupazione resta tra i più bassi d’Europa (63.2%), mentre la disoccupazione giovanile sale al 18,9% e nel lavoro femminile cresce la precarietà. Sono dati coerenti con la storia italiana degli ultimi decenni. I quattro anni di Meloni a palazzo Chigi sono una goccia in questo mare.
I rinnovi contrattuali rivendicati dai meloniani non hanno coperto l’inflazione cumulata dal 2022 e oggi nemmeno il nuovo aumento dei prezzi.
Una conferma dell’impoverimento emerge dal Barometro 2026 Ipsos/Secours Populaire: su 10 mila europei: il 29% vive in precarietà e il 43% teme il declino sociale, quota che in Italia sale al 63%. Il 73% degli italiani ritiene il proprio reddito insufficiente contro i rincari e l’83% si sente precario. Si tagliano i consumi per le bollette, si privano i figli del necessario e si arriva a saltare i pasti.
(da “il manifesto”)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
MATTEONZO RINFACCIA ALLA DUCETTA ANCHE LE DICHIARAZIONI ALLA CAMERA DELL’11 MARZO 2014 IN CUI DIFENDEVA “LE PREFERENZE CONTRO LE LISTE BLOCCATE DELL’ITALICUM” … CASINI: “LA PRESENZA OCCULTA DI VANNACCI DOMINA IL SENATO. AVETE PRESENTE QUELLE SETTE, CHE SI AVVIANO AL SUICIDIO DI MASSA?” … POI SCOMODA IL VANGELO PER PUNGERE ANCORA IL DUPLEX MELONI-VANNACCI: “PUÒ UN CIECO GUIDARE UN ALTRO CIECO, O NON FINIRANNO TUTTI E DUE NEL BURRONE?”
Gli antichi orologi di Palazzo Madama segnano le 14, gli sherpa di maggioranza sono chiusi ai piani alti in collegamento con Palazzo Chigi nel tentativo di uscire (vivi) dallo psicodramma delle preferenze. E così l’assemblea del Senato, che si era concessa una pausa di riflessioni e tormenti, slitta di mezz’ora. È in quel momento che, fra il busto di Mazzini e quello di Garibaldi, Pier Ferdinando Casini finge di cercare risposte nel Vangelo: «Può un cieco guidare un altro cieco, o non finiranno tutti e due nel burrone?».
Risate. Ma la gag dell’ex presidente della Camera non è finita: «La presenza occulta di Vannacci domina il Senato… Avete presente quelle sette, che si avviano al suicidio di massa?».
Il burrone è scongiurato e il sollievo è nei fogli A4 con su scritto «con noi le preferenze», «con loro zero preferenze», issati in Aula dai senatori meloniani per convincere gli elettori a casa che davvero, stavolta, potranno scegliersi i parlamentari. E dire che le opposizioni quasi ce l’avevano fatta, con quel subemendamento tentatore che Giorgia Meloni avrebbe volentieri votato. L’ex generale futurista aveva anche lui spintonato la premier, provocandola sul tema sensibile della coerenza: no alle «preferenze meticce», FdI voti le «preferenze pure».
Quelle appunto proposte dal Pd, con uno stratagemma che per poco non spaccava il terzetto Meloni-Tajani-Salvini e che ha avuto il potere di squadernare le sofferenze che la sindrome del nemico a destra sta infliggendo al centrodestra.
«Avete provato a cambiare la legge elettorale a ogni cambio di sondaggio», infila il dito nella piaga Francesco Boccia, il capogruppo del Pd che per 24 ore, a sentire un azzurro, ha «cincischiato» col presidentissimo Ignazio La Russa (e viceversa). «È lui il vero sottosegretario a Palazzo Chigi», insinuano i dem e azzardano letture.
Il numero uno di Palazzo Madama voleva far saltare la legge? O forse vendicarsi del no di Salvini al ballottaggio? Macché, tutte illazioni, La Russa ha aperto alla proposta correttiva «perché c’è stata la richiesta ed era giusto farlo».
Dall’alto della tribuna, la stampa cerca risposte negli schizzi di Filippo Sensi. C’è Meloni che impreca con un sorriso «li vannacci vostri» e c’è la ministra Casellati: «Il governo lascia all’Aula la libertà di voto». Eh già, la libertà di voto. La trovata con cui il fronte meloniano è infine uscito dall’angolo, non imponendo alla maggioranza un doloroso no alle preferenze (vere) e portando a casa le altre. Quelle che per la premier «mancavano dal 1993», ma che le opposizioni giudicano «farlocche». «Il teatrino più sfacciato», sferza Giuseppe Conte via social.
Alle 11 Matteo Renzi è già al suo scranno, col dito puntato verso Palazzo Chigi: «Rivolgo un appello alla premier Meloni, sarebbe l’unico essere vivente a farsi impaurire da Salvini e Tajani, voti per le preferenze pure e se loro col ruggito del coniglio hanno il coraggio di votare contro, ci porti alle elezioni». Nessuno voterà contro, come dirà sollevato Donzelli «il governo non salta».
Da sinistra gridano al golpe, accusano Meloni di essere «lei la palude», le chiedono di scusarsi con il Paese. Ma ancora una volta il centrodestra si ricompatta, lo spauracchio del voto anticipato si allontana e Renzi fa il suo show nel mezzo del Salone Garibaldi: «Lei era tentata davvero di votare le nostre preferenze, ma poi se l’è fatta sulle scarpe e scusate se l’immagine non è elegante».
Non è elegante affatto, però Conte e Schlein sono di casa alla Camera per cui è il senatore Renzi, fra i leader dell’alleanza che ha presentato il subemendamento Parrini, quello che si prende la scena. Eccolo di nuovo, l’ex premier. Alla presidenza è appena arrivato La Russa, Renzi si alza per la dichiarazione di voto e legge un testo: «Vi prego, coraggio colleghi, il coraggio di riconoscere agli italiani qualcosa che è loro e che non è nostro, il coraggio di riconoscergli un diritto…».
Chi lo ha detto? «Giorgia Meloni alla Camera l’11 marzo 2014, difendendo le preferenze contro le liste bloccate dell’Italicum».
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX ASSISTENTE A BRUXELLES DEL GENERALE: “NON ASCOLTA NESSUNO, SI CIRCONDA SOLI DI YES MAN E SA BENE DI FARE SOLO SLOGAN E PROPAGANDA”
«Lo chiamai il 25 febbraio 2022, l’attacco a Kiev era appena partito, lui era di stanza a Mosca e gli chiesi come stavano così le cose. Mi rispose: “No no, qui tutto a posto….”». A raccontare l’aneddoto su Roberto Vannacci è Tiziano Ciocchetti, analista militare e collaboratore fino al 2024 del Fatto Quotidiano.
E le sue parole riecheggiano quelle di John Foreman ex attaché militare britannico nel paese di Putin. Il generale, allora di stanza a Mosca, non si è accorto della preparazione dell’attacco da parte dei russi e minimizzò nel giorno in cui l’Europa cambiava per sempre. Ciocchetti è un ex collaboratore di Vannacci. Per lui ha scritto la pagina Wikipedia. Quando quasi nessuno lo conosceva.
Chi è Tiziano Ciocchetti
Ciocchetti racconta che a incaricarlo di mettere la biografia del generale sul sito è stato lui stesso. A trovarlo è stata il sito di fact checking Facta. «È stata tutta un’operazione progettata a tavolino, non c’è dubbio», racconta invece a Repubblica uno degli editor di Wikipedia che si occuparono della voce del generale. Sei mesi prima dell’agosto 2023. Ovvero del periodo di pubblicazione de Il Mondo al contrario. La storia comincia a febbraio quando qualcuno apre l’account di Hockler73. Poi carica una foto di Vannacci del 2013, all’epoca in cui comandava il Col Moschin. Comincia poi a costruire la voce. La comunità di Wikipedia gli chiede se sta lavorando in conflitto d’interessi. Hocker73 dichiara di scrivere quella voce «per incarico del diretto interessato». Ovvero Vannacci.
Vannacci e Wikipedia
«Come altri generali, anche Vannacci voleva una sua pagina di biografia, lo andai a conoscere, il nostro tramite era Fabio Filomeni», spiega Ciocchetti. «C’era il libro in lavorazione, il successo che poi ha avuto non era preventivato», aggiunge. Ricordando che poi sarà a Lamezia Terme, alla fine dell’agosto 2023, quando viene lanciato il movimento “Il mondo al contrario”. Con l’elezione del generale al Parlamento europeo diventa suo assistente a Bruxelles. Nel gennaio scorso lascia: «Non siamo mai andati d’accordo, era pesante stargli accanto: non ascolta nessuno, si circonda solo di yes man e sa benissimo di fare solo slogan e propaganda. Non è stato quello che mi aspettavo».
Vannacci e la Russia
Ciocchetti aveva conosciuto Vannacci tramite Fabio Filomeni, anche lui vicino a Vannacci e poi in lite. «Su Vannacci e la Russia posso dire solo questo: lo chiamai il 25 febbraio 2022, l’attacco a Kiev era appena partito, lui era di stanza a Mosca e gli chiesi come stavano così le cose. Mi rispose: “no no, qui tutto a posto….”. Da ex incursore, sa davvero poco di strategia, mentre in politica mutua un po’ le tecniche di guerra psicologica definite PsyOps», spiega. Ovvero quelle fatte di disinformazione e manipolazione.
Il precedente
L’aneddoto non può non ricordare quello di Foreman, che nei giorni scorsi aveva parlato proprio con Repubblica: «Verso ottobre 2021, la situazione cominciò a delinearsi. E le nostre strade si divisero. Lui ripeteva che la Russia non avrebbe mai invaso, nonostante le prove dell’intelligence si accumulassero, mese dopo mese. Poi siamo andati al Balzi Rossi, il miglior ristorante italiano di Mosca, con lui, i francesi e altri europei. Cibo delizioso, ed era Vannacci a offrire, a spese dei contribuenti italiani (ride, ndr)», prosegue l’ex capitano della Royal Navy di stanza pure in Italia, diplomatico in Usa, Nato e Ue, prima di essere decorato nel 2023 con l’Order of the British Empire. Foreman prosegue il racconto: «Era la fine di gennaio 2022. Stavamo bevendo un aperitivo prima di cena, discutendo dell’ammassamento di truppe russe al confine, e lui mi disse: “John, dai, Mosca non invaderà l’Ucraina”».
La risposta di Foreman è stata: «Gli dissi: “Purtroppo, Roberto, scoprirai troppo tardi che non è così“. Ma lui non voleva davvero ascoltare. Almeno i francesi sono poi venuti a dirmi: “Avevi ragione”. Vannacci mai. Viveva quasi in un mondo parallelo, come quello del suo ristorante italiano, fino all’ultimo momento prima dell’invasione. Secondo me per una scarsa comprensione della situazione e per la sua ammirazione della “Russia forte”. Eppure, all’interno dell’ambasciata italiana stavano discutendo di ciò che stava accadendo, e me lo hanno confermato alte fonti. Ma Vannacci sostenne con forza, davanti all’ambasciatore, che l’invasione non sarebbe avvenuta. Ciò ebbe conseguenze gravi: l’Italia per esempio dovette evacuare il personale in fretta e furia da Kiev sotto attacco, perché non lo aveva fatto per tempo».
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA FRAGILITA’ DELLE SCUOLE NEL RAPPORTO CITTADINANZATTIVA
Caduta di calcinacci e intonaco, distacchi di pannelli e di controsoffitti nelle biblioteche, crolli di tetti, caduta di finestre, porte, vetrate e lavagne fissate agli infissi. Sono in tutto 68 i crolli avvenuti nelle scuole da settembre 2025 ad agosto 2026. Le persone ferite sono 12, di cui 8 studenti e 4 operai. A fotografare le condizioni degli istituti è il XXIV Rapporto dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola di Cittadinanzattiva. Aumentano anche gli infortuni tra studenti e studentesse dichiarati all’Inail, che sono saliti a 80.871 nel corso del 2025, con un incremento del 3,8% rispetto al 2024.
Gli infortuni a scuola
Un infortunio su dieci denunciati nel 2025 riguarda gli studenti, parti al 13,5% del totale nazionale e tre infortuni su quattro riguardano minori under 15, segno che, osserva Cittadinanzattiva, «il rischio non è circoscritto alle attività lavorative, ma attraversa la quotidianità scolastica». Quasi 48mila giovani hanno avuto bisogno di assistenza per incidenti tra gennaio e maggio, dato che rappresenta il 18% del totale delle denunce per infortunio e la quasi totalità dei casi si verifica durante lo svolgimento delle normali attività scolastiche. Solo il 3% riguarda invece il tragitto casa-scuola, gli infortuni cosiddetti “in itinere”. Diminuiscono, invece, le denunce di infortunio nei percorsi di alternanza scuola-lavoro che, nei primi cinque mesi del 2026, sono stati in tutto 463, contro i 1.006 dello stesso periodo del 2025. Il calo è stato, quindi, del 54%, probabilmente in parte dovuto alle misure di sicurezza adottate negli ultimi anni o a una diversa organizzazione di questi percorsi formativi.
Scuole nelle zone a rischio
Ma a preoccupare non sono soltanto gli incidenti che avvengono tra i banchi. Una parte consistente degli edifici scolastici si trova, infatti, in territori esposti a rischi naturali. Il 44% è in zone a elevata sismicità, mentre il 19% ricade in aree a pericolosità idraulica. Sono 5.113, invece, gli edifici situati in aree a rischio frana.
Solo il 7% delle scuole ha sistemi di climatizzazione
Sul fronte del clima, la situazione resta altrettanto critica. Soltanto il 7,4% delle scuole dispone di sistemi di climatizzazione o ventilazione. Un dato che, secondo Cittadinanzattiva, rende ancora più urgente intervenire sull’adattamento degli edifici alle temperature estreme. «I dati di quest’anno evidenziano una situazione critica che non possiamo più ignorare», afferma Adriana Bizzarri, responsabile scuola dell’associazione. «Agli storici problemi di assenza o carenza di certificazioni, di interventi di manutenzione, di analisi e interventi su soffitti e controsoffitti che tanti crolli provocano, si aggiunge l’urgenza di affrontare le conseguenze della crisi climatica e del dissesto del territorio con una pianificazione strategica, non con interventi spot dell’ultimo minuto», aggiunge. «Solo 1 scuola su 13 è dotata di impianti di climatizzazione e oltre un milione di studenti frequenta istituti in zone a rischio idraulico», sottolinea Bizzarri. Tra le proposte dell’associazione anche l’aggiornamento dei piani di emergenza e l’introduzione obbligatoria delle prove di evacuazione per affrontare non soltanto gli incendi, ma anche eventi come alluvioni e terremoti.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
POI SI ANDRA’ ALLE URNE PER ABROGARE LA LEGGE VALDITARA
Sono state superate le 500mila firme, tra quelle raccolte online e quelle su carta, per il referendum «Sì educazione affettiva nelle scuole», promosso per abrogare le nuove disposizioni sull’educazione sessuo-affettiva introdotte dalla legge Valditara. Le firme, annunciano i promotori Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, saranno depositate alla Corte di Cassazione alla fine del mese.
«Un traguardo partito dal basso»
«È un traguardo raggiunto in poco più di un mese da una campagna partita dal basso», rivendicano i promotori. La soglia delle 500mila sottoscrizioni è quella necessaria per chiedere il referendum, ma il comitato invita a continuare la raccolta. « È un risultato straordinario, ma bisogna continuare a firmare, perché ogni firma in più darà maggiore forza alla nostra richiesta politica», chiosano Marrazzo e Zela.
Cosa prevede la legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva
Entrata in vigore il 7 luglio, la legge 104 distingue le regole a seconda dell’età degli studenti. Per le scuole dell’infanzia e primarie vieta attività didattiche che abbiano per oggetto «temi attinenti all’ambito della sessualità». Per medie e superiori, invece, introduce il consenso «informato preventivo» dei genitori, o dello studente se maggiorenne, per le attività che riguardano l’educazione sessuo-affettiva. L’autorizzazione deve essere scritta e richiesta almeno una settimana prima, indicando contenuti, obiettivi del percorso ed esperti presenti. Le famiglie possono chiedere di visionare in anticipo i materiali didattici che verranno utilizzati.
Per i corsi extracurricolari, chi non ottiene il consenso non partecipa alle attività. Nel caso invece di iniziative di ampliamento dell’offerta formativa, la scuola deve predisporre un’attività alternativa. Prima della legge non esisteva una disciplina nazionale denominata «educazione sessuale» o «educazione affettiva», ma gli istituti potevano inserire progetti dedicati a questi temi nel Piano triennale dell’offerta formativa, nell’ambito della propria autonomia scolastica.
Cosa succede adesso
Il quesito referendario punta a cancellare integralmente la legge di Valditara sull’educazione sessuo-affettiva. Dopo la consegna delle firme, la richiesta dovrà essere verificata dalla Corte di Cassazione e successivamente dalla Corte costituzionale. Se il quesito supererà entrambi i controlli, si potrà arrivare al voto. In caso di vittoria del sì, non verrebbero introdotte nuove norme sull’educazione sessuo-affettiva, ma verrebbe meno la legge e si tornerebbe al quadro precedente alla sua approvazione.
La prevenzione alla violenza di genere
Per i promotori, il tema è legato anche alla prevenzione della violenza di genere. «L’educazione sessuo-affettiva non è naturalmente l’unico strumento per contrastare la violenza contro le donne e da sola non può impedire un femminicidio», spiegano. «Ma se vogliamo intervenire sulle radici culturali del possesso, della sopraffazione, dell’incapacità di accettare un no e della violenza nelle relazioni, la scuola è uno dei luoghi dai quali bisogna necessariamente partire», concludono.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO SU CAMBIAMENTO ABITUDINI E PRIORITA’
Il mondo appare sempre più difficile da decifrare, tra tensioni geopolitiche, un’economia che fatica a ripartire e una quotidianità in cui il tempo libero si riduce sempre di più. A pesare sono anche gli stipendi considerati insufficienti e la sensazione di essere continuamente sommersi da notizie negative. Sono alcune delle principali preoccupazioni degli italiani fotografate dall’ultimo Rapporto Coop 2026, che analizza i cambiamenti nelle abitudini e nelle priorità dei cittadini.
Troppo lavoro, stipendi bassi e poco tempo per sé
Gli italiani lavorano di più, ma senza vedere crescere allo stesso modo i propri guadagni. Rispetto al 2019 gli occupati sono aumentati di un milione e, tra il 2019 e il 2025, sono cresciute anche le ore lavorate, in media 35 in più all’anno. Il 56% dei lavoratori, però, si dice insoddisfatto della propria retribuzione. Il 35% lamenta ritmi e carichi di lavoro eccessivi. Alla base resta un problema strutturale, ovvero che gli italiani guadagnano meno rispetto a vent’anni fa. Di conseguenza, è cresciuta anche la ricerca di tempo per sé. Per il 58% degli italiani il tempo libero è una componente indispensabile del proprio benessere e il 30% dice di sentirsi vicino al burnout. Una tendenza che si riflette anche nel rapporto con i social. In due anni gli utenti sono diminuiti di un milione e, tra chi ha scelto di allontanarsi dalle piattaforme, il 21% lo ha fatto proprio per recuperare tempo.
Gli italiani evitano sempre più le news
Anche il rapporto con l’informazione sta cambiando. Nella dieta informativa degli italiani diminuisce la fruizione di televisione, radio e quotidiani. L’unico dato in crescita riguarda i social. Il 53% del campione indica YouTube come la piattaforma più utile per ottenere notizie, seguito da X, TikTok, Facebook e Instagram. A preoccupare è anche la difficoltà crescente nel distinguere le informazioni vere da quelle false. Il 68% degli italiani ritiene che la diffusione dell’intelligenza artificiale porterà a un aumento delle notizie non verificabili. Il 56% lamenta, inoltre, un sovraccarico informativo sui canali online. Il 74% afferma di non fidarsi spesso di ciò che legge sul web e il 69% percepisce con frequenza le informazioni online come contraddittorie.
La famiglia resta il principale punto di riferimento
Nonostante i cambiamenti nelle priorità, la famiglia continua a rappresentare il principale punto di riferimento. Per il 64% degli italiani è un elemento importante della propria identità. Accanto alla famiglia acquisiscono, però, sempre più peso le esperienze personali e il percorso formativo e professionale. Al secondo posto tra le priorità legate alla salute c’è il benessere psicologico. Le esigenze cambiano anche in base all’età. Per la Gen Z al centro ci sono soprattutto il benessere psicologico e la qualità del sonno; tra i millennial pesano la gestione dello stress e dell’ansia e, ancora, la qualità del sonno. Per la Gen X la priorità è, invece, la gestione del peso, invece tra i baby boomer assumono maggiore importanza le capacità cognitive, la prevenzione e la salute cardiovascolare.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’IMMOBILE E’ NELLA LISTA DI QUELLI DA SGOMBERARE DA ANNI, PER ANNI CI HANNO ABITATO I DIRIGENTI DELL’ORGANIZZAZIONE… PIANTEDOSI SARA’ AL QUARTO ANNUNCIO MA TRANQUILLI CHE, CON LE ELEZIONI IN VISTA, NESSUNO SI MUOVERA’… PS NOI SIAMO SEMRE STATI CONTRO OGNI SGOMBERO DI CENTRI SOCIALI, DI QUALSIASI ORIENTAMENTO, SE RISPETTANO LEGALITA’ E ACCETTANO UNA SOLUZIONE ALTERNATIVA
Casapound chiede al Demanio di pagare l’affitto per la palazzina occupata in via Napoleone III. Mentre il ministro Matteo Piantedosi annuncia che l’immobile è nell’elenco di quelli da sgomberare. Già ad agosto l’associazione che gestisce l’immobile ha inviato all’Agenzia del Demanio una richiesta di concordare un canone in affitto. «Abbiamo chiesto la regolarizzazione, esattamente come è stato fatto per il Porto Fluviale o per altri centri sociali della sinistra», fa sapere a Repubblica Roma il portavoce del movimento, Luca Marsella. «Per il momento abbiamo chiesto al Demanio la possibilità di essere regolarizzati, demandando a loro di formulare una prima ipotesi per un canone congruo, in maniera tale da poter avviare un’interlocuzione e discuterne nel corso di tavoli successivi».
Casapound e l’immobile da sgomberare
Proprio ieri Piantedosi aveva detto a La Stampa: «L’immobile di via Napoleone III è inserito nel piano degli interventi della Prefettura di Roma, assieme ad altre occupazioni. Peraltro fui proprio io, da prefetto di Roma, a stabilirlo. Come è già accaduto per altre occupazioni storiche, anche quello stabile sarà restituito alla proprietà». Marsella ha detto che l’immobile accoglie 20 nuclei familiari. Un’indagine anagrafica del 2018 ne individuava 17. Tra gli abitanti anche dipendenti del Comune, della Regione Lazio e del ministero del Tesoro.
Le sentenze
Per l’occupazione in sei hanno patteggiato pene tra gli otto mesi e un anno (tra questi c’è anche il fondatore e presidente di Cpi Gianluca Iannone). Pene più alte per chi è stato giudicato con il rito ordinario: due anni e due mesi per Simone Di Stefano, due anni per il fratello Davide Di Stefano e un anno per un altro imputato. L’occupazione avrebbe causato un danno di 4 milioni di euro secondo la Corte dei Conti.
(da agenzie)
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