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IL POPOLO DI VANNACCI? PIÙ CONGRESSO UDC CHE UNA CURVA DI SCALMANATI : NON CI SONO NAZISKIN, NÉ PUGILI CON LA CELTICA TATUATA. LA MAGGIOR PARTE DI QUESTI NAZIONALFUTURISTI È IN GIACCA E CRAVATTA, CETO POLITICO MASCHILE DI MEZZA ETÀ, EX LEGHISTI ED EX FRATELLI D’ITALIA IN CERCA DI UNA POLTRONA

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

MA I VANNACCIANI GIÀ SI SPACCANO SULLE ALLEANZE, TRA CHI DICE CHE CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA SONO UGUALI, E CHI RISERVA ALLA MELONI UN PENSIERO AFFETTUOSO: “ È UNA CAMERATA CHE SBAGLIA, ANCORA RECUPERABILE”

Una cosa va detta: non ci sono naziskin, né pugili con la celtica tatuata sul braccio. La gran parte di questi nazionalfuturisti è in giacca e cravatta, ceto politico maschile di mezza età, ex leghisti ed ex fratelli d’Italia, antropologicamente più congresso Udc che una curva di scalmanati.
Certo, qualche mattacchione non manca. Come quel Vincenzo che, in nome dei padri separati, si scaglia dal palco «contro la discriminazione e la demonizzazione degli uomini, perché la violenza non ha sesso. Troppi “capitani” ci hanno tradito sostenendo leggi contro il femminicidio, il codice rosso o il libero consenso».
«Da quando c’è Vannacci – ragiona Massimo Rogora, ex FdI di Busto Arsizio – sia la Lega che Fratelli d’Ucraina, come li chiamo io, hanno ripreso a dire quello che dicevano prima delle elezioni. Bene come inizio. Cosa vogliamo ora? Per me la prima cosa, la più importante, è uscire dall’Europa, il prima possibile».
Alessandro Frisoli, un altro ex FdI, la vede alla stessa maniera, come se Vannacci fosse la calamita che ha riportato al sovranismo i figliol prodighi: «Il generale sta dicendo le stesse cose che diceva Meloni nella campagna elettorale del 2022. Parlava di blocco navale e di rimpatri poi, per avere i soldi del Pnrr, ha firmato il decreto flussi che ha fatto entrare mezzo milioni di immigrati».
Le ambizioni sono alte, altissime. Giulio («niente cognome per favore»), prevede che «se si vota in autunno possiamo arrivare al 15 per cento. Dove prendiamo i voti? Da Lega e FdI, ovviamente. Ma io sono convinto che anche tanti elettori delusi dei Cinquestelle siano attratti dal generale». E a quel punto sognare si può, tutto è possibile. Anche immaginare l’ex parà del Col Moschin al posto di Giorgia Meloni.
La questione delle alleanze resta tuttavia controversa, anche i delegati hanno idee diverse. Emilio Iacopi, già capogruppo della Lega a Sanremo, è tranchant: «Centrodestra e centrosinistra sono due facce della stessa medaglia. Ci vuole una rottura completa».
Alessandro Frisoli è più possibilista: «L’alleanza con il resto del centrodestra va fatta, altrimenti vince la sinistra. Però non si devono superare le nostre linee rosse. Le più importanti sono la remigrazione e la fine del sostegno Ucraina». Questa cosa dell’appeasement con Putin è un chiodo fisso di tutti, mobilita molto e scatena antipatia diffusa contro la resistenza ucraina.
E Giorgia Meloni?
«Lei non ha scheletri nell’armadio, ma per raggiungere il record di longevità deve tenersi dentro Tajani, che vuol dire von der Leyen». In verità, mentre Matteo Salvini raccoglie un coro di commenti pieni di disprezzo, per la premier è diverso. Magari la criticano ma senza l’asprezza riservata al leader della Lega.
È una camerata che sbaglia, ancora recuperabile. Francesco Maresca, consigliere comunale genovese ed ex assessore della giunta Bucci, le dà un suggerimento: «Meloni deve tornare in mezzo alle persone. Daniele Ventimiglia, coordinatore di Futuro nazionale a Sarnemo e consigliere comunale racconta il suo percorso, comune a molti: «Sono fuoriuscito dalla Lega di cui non condividevo più nulla. Salvini è incoerente, dice una cosa e fa l’opposto.Tutto è iniziato quando ha deciso di portare la Lega nel governo Draghi. Però anche Meloni ora deve cambiare tono con noi».
È un avvertimento, per il momento Vannacci e i suoi camerati evitano l’assalto frontale a palazzo Chigi.
(da Repubblica)

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AVEVANO AFFISSO UNO STRISCIONE “L’ITALIA AGLI ITALIANI” A SCUOLA: 6 IN CONDOTTA E TESINA SULLE LEGGI RAZZIALI A DUE STUDENTI. VALDITARA INVECE CHE DIFENDERE GLI INSEGNANTI ESPRIME CRITICHE

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

MA NON DICE CHE I DUE AVEVANO GIA’ ACCUMULATO PIU’ DI DIECI NOTE DISCIPLINARI

È diventato un vero e proprio polverone mediatico e politico il caso dei due studenti del liceo classico Vincenzo Monti di Cesena che hanno ricevuto un sei in condotta dopo aver calato dalla finestra uno striscione con la scritta «L’Italia agli italiani», durante la festa di fine anno scolastico. Un caso che è arrivato anche sul tavolo del ministero dell’Istruzione e del Merito, guidato da Giuseppe Valditara.
Lo scontro politico
Il caso è esploso dopo la presa di posizione dell’assessora alla scuola del Comune di Cesena, che in una lettera aperta aveva definito il gesto degli studenti «un’offesa rivolta all’intera città», definendo le parole dello striscione «deplorevoli» e fuori luogo se pronunciate in un contesto scolastico. In poco tempo, la questione ha assunto una dimensione politica nazionale, con Fratelli d’Italia che ha presentato un’interrogazione alla giunta regionale sollevando dubbi sulla proporzionalità del provvedimento disciplinare e sulla sua finalità, parlando di possibili «criticità interpretative» e di un presunto «percorso riabilitativo ideologico» imposto agli studenti.
Uno dei due studenti coinvolti, Enrico Fiumana, ha respinto l’ipotesi di intenti discriminatori, definendo lo striscione «un messaggio di amore e speranza per la nazione» e spiegando che il gesto sarebbe stato estemporaneo e privo di finalità politiche o razziste.
La tesina riparatoria sulle leggi razziali che fa discutere
I due studenti, avendo ricevuto sei in condotta, dovranno preparare un elaborato di educazione civica da discutere all’esame di Maturità. I docenti hanno deciso che l’elaborato dovrà essere sulle leggi razziali. Ma la decisione fa discutere politicamente. L’ufficio scolastico regionale, l’articolazione territoriale del ministero dell’Istruzione, ha chiesto alla dirigente scolastica un chiarimento sul caso e, si legge, «in merito all’attinenza dell’elaborato critico proposto agli studenti con le motivazioni che hanno condotto il Consiglio di classe all’assegnazione della valutazione del comportamento pari a sei decimi».
I dubbi del ministro Valditara
Sulla questione è intervenuto anche il ministro Valditara che a sua volta ha espresso perplessità sulla coerenza tra la sanzione e il contenuto della tesina riparatoria assegnata ai due studenti. «Occorre chiedersi quale sia la motivazione di questa sanzione. È stato dato un 6 in condotta per aver affisso uno striscione contravvenendo alle regole dell’istituto, oppure per stigmatizzare il contenuto del manifesto?», ha dichiarato il ministro. «Leggo che dovranno riflettere sulle leggi razziali, sulla Giornata del Ricordo, su un bellissimo libro dal titolo “Gli africani siamo noi” scritto da Guido Barbujani che giunge a conclusioni analoghe a quelle di genetisti come Luigi Cavalli Sforza sulla non esistenza di una razza italica e sulla assoluta non scientificità di qualsiasi teoria razziale. Tutto questo lascia però pensare che oggetto della censura sia il contenuto dello striscione. Ma cosa c’entra la sanzione con la scritta esposta?», ha aggiunto. Solo Valditara fa finta di non capire il nesso con uno striscione razzista
Ma gli studenti coinvolti avevano diverse note
Secondo quanto emerge ora, il sei in condotta però non sarebbe stato determinato solo esclusivamente dal gesto dello striscione, ma inserito in un quadro più ampio di valutazioni disciplinari. I due studenti avrebbero, infatti, accumulato nel tempo oltre dieci note sul registro di classe. Lo striscione rappresenterebbe quindi solo uno di tanti casi presi in esame dal consiglio di istituto dei docenti nella decisione finale.
(da agenzie)

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I CONTI IN TASCA A VANNACCI; TRA VENDITA DEI LIBRI, STIPENDIO DA EUROPARLAMENTARE E LA PENSIONE DA GENERALE, ECCO QUANTO GUADAGNA

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

E’ TRA I PARLAMENTARI EUROPEI CON LE MAGGIORI ENTRATE

Roberto Vannacci continua a far parlare di sé, e non solo per la politica. Dopo le ultime apparizioni televisive e la trasformazione del suo movimento Futuro Nazionale in un partito politico vero e proprio, oggi stimato dai sondaggi oltre il 5% dei consensi, l’attenzione si sposta inevitabilmente sui suoi flussi di reddito. Tra la casa di proprietà a Viareggio, i fortunati exploit editoriali e lo stipendio da Europa ed Esercito, il patrimonio del generale si avvia a cifre milionarie.
Le entrate grazie ai libri
Una fetta imponente delle entrate del generale arriva direttamente dalle librerie. Secondo una classifica stilata dall’ong Transparency International, Vannacci si è piazzato al terzo posto assoluto tra i parlamentari europei più ricchi per entrate extra. Davanti a lui ci sono solo il rumeno Gheorge Piperea e il francese Laurent Castillo. Il generale ha registrato ben 200 mila euro di guadagni paralleli, una somma legata quasi interamente al successo dei suoi libri e ai relativi diritti d’autore. Questa cifra si va a sommare, ovviamente, alle competenze previste per il suo ruolo politico.
Lo stipendio da eurodeputato e il futuro vitalizio
L’approdo al Parlamento Europeo garantisce a Vannacci entrate istituzionali di tutto rispetto. La base è uno stipendio di 124 mila euro lordi all’anno, che equivalgono a circa 8.420 euro netti al mese. A questa cifra vanno però aggiunte le varie indennità previste dal regolamento di Bruxelles: un’indennità di spesa annuale di 59.400 euro e un’indennità di presenza che si aggira sui 52.800 euro all’anno. Inoltre, al compimento dei 63 anni, scatterà il diritto al vitalizio europeo, che aggiungerà al suo assegno mensile un’ulteriore quota stimata tra i 2.500 e i 3.000 euro.
La pensione anticipata da general
Ai fitti ingressi legati alla politica e alla scrittura si aggiunge il capitolo previdenziale militare. Otto mesi dopo la sua elezione a Strasburgo, Vannacci è andato ufficialmente in pensione all’età di 56 anni. Il generale ha spiegato di aver maturato interamente il diritto avendo accumulato 44 anni di contributi, calcolati a partire dal suo ingresso nell’esercito a soli 17 anni.
Avendo ricoperto ruoli di vertice assoluto, tra cui la guida della Brigata Folgore e del Reggimento Col Moschin, il suo trattamento pensionistico da generale di divisione si attesta intorno ai 5 mila euro netti al mese.
(da Repubblica)

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QUANTO VALE UN BOSS AMMAZZATO

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

PER LA GENTE SPAVENTATA E SUPERFICIALE VA BENE COSI’

Il boss della mafia? Gli bombardi la tana e lo ammazzi, come ha fatto l’amministrazione Trump in Venezuela con il capo del cartello Tren de Aragua, tale Guerrero. Può darsi che nel blitz ci abbia rimesso la pelle qualche familiare del boss o qualche passante, ma sono i famosi effetti collaterali. Sottigliezze sulle quali soprassedere a obiettivo raggiunto. Questa è la destra: e si deve ammettere che l’estrema brutalità della soluzione ha una sua tangibile efficacia.
La sinistra, invece. Un rosario interminabile di: scrupoli umanitari, diritti dell’imputato, processo giusto, pena come recupero. E se non bastasse: analisi sociale delle cause, lavoro culturale sul territorio, preti antimafia, magistrati integerrimi, sensibilizzazione nelle scuole, cortei, convegni, titolazioni di alberi e monumenti alla memoria. Non se ne viene più fuori. Vuoi mettere una bomba che incenerisce i cattivi?
Mettete a confronto i due metodi, le due mentalità, e capirete perché la destra minaccia di vincere quasi ovunque. Perché è sbrigativa e manesca, prende a sberle la realtà, vuole ammazzare i criminali, metterli in galera e buttare via la chiave, rimpatriare i migranti, piantarla di farsi domande troppo complicate sui perché e i percome. Lo sappiamo tutti che non funziona, e altri boss, altro male rinasceranno in fretta dalle radici frettolosamente recise. Ma non è questo che conta per la gente spaventata, che è tanta, e per la gente superficiale, che è tantissima. Conta la testa del boss infilzata su una picca. Per oggi ci si accontenta e ci si rassicura, per domani sono già pronte altre picche. La sinistra, che pretende di rimpiazzare le picche con i libri, le costituzioni democratiche, gli assistenti sociali, gli psicanalisti, la pedagogia, ha questo problema quasi insormontabile: i suoi rimedi, le sue speranze, i suoi progetti non si toccano con mano. Valgono per un futuro ancora invisibile, non per le prossime elezioni.
(da La Repubblica)

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DIFESA, UN TAGLIO PER ALTRI 5 MILIARDI E CROSETTO MINACCIA LE DIMISSIONI

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

RIUNIONE AD ALTA TENSIONE TRA MELONI, SALVINI, TAJANI, CROSETTO E GIORGETTI… IL MINISTRO DELLA (IN)DIFESA A UN PASSO DALL’ADDIO

A un passo dall’addio. Negli ultimi giorni, si apprende da fonti concordanti di massimo livello, Guido Crosetto si è trovato di fronte a un doloroso bivio: restare alla guida del ministero, rischiando di dover accettare un ridimensionamento delle spese militari su cui l’esecutivo (e lui personalmente) si è impegnato con gli alleati, oppure emulare il collega del Regno Unito, John Healey, che proprio a causa di una riduzione delle risorse ha lasciato il suo posto nel gabinetto di Keir Starmer. Pochi giorni fa, al termine di una serie di complesse riunioni con Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e Antonio Tajani, il titolare della Difesa ha scelto di restare. Ma di farlo solo a determinate condizioni e dopo aver ricevuto dal ministro dell’Economia la promessa di aumentare il budget per le forze armate nella manovra 2026. Se l’impegno non dovesse essere rispettato, il nuovo anno potrebbe aprirsi con clamorose dimissioni.
Partiamo dunque dall’incontro decisivo. Risale alla settimana appena trascorsa. Salvini e Giorgetti frenano su tutto: non solo sul ricorso al programma Purl, ma anche su Safe. Non si accontentano più di un taglio al prestito opzionato con l’Europa, vogliono addirittura cancellarlo. Crosetto non ci sta. La premier, che non può permettersi uno strappo del genere con diverse crisi in corso, media. Alla fine, riferiscono le stesse fonti, è il titolare del Tesoro a trovare un temporaneo compromesso, promettendo di innalzare dello 0,35% del pil il budget della difesa, attualmente fermo all’1,61%. Una percentuale che si compone di uno 0,15% in teoria già programmato per il 2026, di un altro 0,15% per il 2027, più un piccolo ulteriore segnale utile ad avvicinare la soglia del 2%. In tutto, parliamo di circa 7,5 miliardi in più. È un impegno non semplice da rispettare e tutto da verificare. Tanto che proprio il titolare della Difesa avrebbe indicato l’orizzonte entro cui valutare l’attendibilità della promessa: la legge di bilancio di fine 2026, appunto.
Una traccia di quanto accaduto si può scovare in rete, tra le righe di un post su X passato quasi sotto silenzio, eppure dal significato politico rilevante. Risale a giovedì scorso, 11 giugno. Crosetto risponde proprio al britannico Healey, fuori dall’esecutivo per protestare contro la riduzione delle risorse da destinare alle forze armate. «Mi dispiace molto, amico mio — scrive l’italiano — comprendo pienamente le tue riflessioni e le ragioni che ti hanno portato a fare questa scelta. È una decisione che non può lasciare nessuno di noi — tuoi colleghi che lottano con le stesse identiche sfide — indifferenti». E ancora: «Mi trovo d’accordo con quasi tutto ciò che hai scritto, e i pensieri che hai reso pubblici oggi sono stati spesso anche i miei». Come non bastasse, il ministro aggiunge: «Ho scelto di aspettare tempi meno difficili, sperando in un’evoluzione positiva delle circostanze attuali. Non so se la strada che ho preso sia quella giusta per aiutare a suscitare una maggiore consapevolezza all’interno del governo e della nazione, ma i segnali che ho ricevuto mi portano a credere che stia emergendo una comprensione più consapevole, e quindi che uno sviluppo positivo sia possibile».
Sono righe che rilette adesso, alla luce della ricostruzione appena esposta, assumono un significato chiaro. L’ultimo atto di settimane delicate per un governo scosso dalla crisi di Hormuz e sotto pressione per il “fenomeno Vannacci”. Prima la decisione di Palazzo Chigi di non procedere con l’acquisto di armi previste dal programma Purl (si tratta di materiale bellico da destinare all’Ucraina). Poi, alcune settimane fa, la mossa del governo di ridurre la dimensione del prestito europeo garantito da Safe per investimenti militari: dai 14,9 miliardi inizialmente opzionati a soli 5 miliardi. Nell’ultima settimana, però, nuove scelte ancora più drastiche: Roma, questa la novità, potrebbe addirittura rinunciare anche ai residui 5 miliardi.
È questo lo scenario con cui si deve confrontare Crosetto. Con un problema in più: proprio oggi il ministro volerà alla volta di Washington, dove lo attende un bilaterale decisivo con il ministro della Guerra, Pete Hegseth. A lui dovrebbe ribadire impegni di spesa militare che l’esecutivo intende però ridimensionare. E attorno ai quali è in corso una partita politica feroce. Da qui, la decisione di credere alle garanzie di Giorgetti. Almeno fino a fine 2026. Poi arriverà il momento delle scelte.
(da Repubblica)

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LA NUOVA OSSESSIONE DI GIORGIA MELONI: EVITARE IL LOGORAMENTO. LA DUCETTA TREMA ALL’IDEA DI AFFRONTARE UN ANNO DI CAMPAGNA ELETTORALE: ROBERTO VANNACCI ECCITA GLI ELETTORI DI DESTRA DELUSI, LA LEGA BY SALVINI È IN UNO PSICODRAMMA SENZA USCITA, FORZA ITALIA SVOLTA AL CENTRO CON MARINA BERLUSCONI E TRA I FRATELLI D’ITALIA SI MOLTIPLICANO SCAZZI E VELENI

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

CHE FARE? L’UNICA STRADA PER SALVARE LA CADREGA È PORTARE IL PAESE AL VOTO ANTICIPATO, EVITANDO PERÒ L’ELECTION DAY CON LE AMMINISTRATIVE NELLE CITTÀ GOVERNATE DAL CENTROSINISTRA. LA DATA C’È GIÀ: L’11 APRILE (PER PERMETTERE AI PARLAMENTARI DI MATURARE LA PENSIONE). MA LA SORA GIORGIA NON HA FATTO I CONTI CON IL QUIRINALE: È SERGIO MATTARELLA A SCIOGLIERE LE CAMERE. E LE HA GIÀ FATTO SAPERE CHE NON CI PENSA PROPRIO DI SPEZZARE IN DUE IL VOTO: SAREBBE UN COSTO INUTILE E INGIUSTIFICABILE CON I CITTADINI, CHE ARRANCANO TRA BOLLETTE ALLE STELLE E INFLAZIONE

C’è una data che inizia a circolare con insistenza nei conciliaboli della maggioranza: 11 aprile 2027. È quella di un eventuale voto anticipato, evocato in tempi non sospetti da Matteo Salvini e ormai diventato tema di dibattito anche nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi. Da dove, non per caso, è partita la brusca accelerazione sulla nuova legge elettorale, da licenziare a ritmi record entro la pausa estiva. Passaggio che favorirebbe, ragionano nel cerchio magico meloniano,
le grandi manovre per sciogliere le Camere prima della scadenza naturale fissata a ottobre dell’anno prossimo.
Una dead line che tutti, alla luce delle crescenti tensioni — interne ed esterne — cui è sottoposto l’esecutivo, cominciano a considerare troppo lontana, e perciò rischiosa, ai fini dell’auspicato bis. Sul quale incombono come macigni lo sfilacciamento della Lega e l’avanzata di Roberto Vannacci. Meglio allora capitalizzare il consenso di cui ancora sembra godere il centrodestra, anziché aspettare che la pessima congiuntura economica e il logoramento del governo produca effetti peggiori.
È già da un po’ che i fedelissimi della premier si sono messi a sfogliare il calendario per individuare la data migliore per chiudere la legislatura. Cerchiando in rosso, come in una sorta di sentiero minato, tutti gli ostacoli da superare o bypassare per uscirne indenni. Ebbene, è proprio da questa mappa disseminata di divieti, percorsi obbligati e termini di legge, che infine è emersa — oltre a un mese preciso: aprile — pure una domenica (con lunedì annesso) in cui gli italiani potrebbero essere chiamati a rinnovare il Parlamento: l’11 e 12. La prima strategicamente utile a confermare l’attuale maggioranza: in grado cioè di rispettare una serie di requisiti per provare a vincere le politiche.
Indicazione figlia, innanzitutto, dell’impatto sulle tasche di deputati e senatori, in particolare quelli alla prima legislatura: con la riforma del 2012, infatti, il diritto alla pensione matura solo se si è svolto un mandato intero, che scatta dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno. Poiché il calcolo inizia dalla proclamazione, avvenuta l’8 ottobre 2022, ecco che se si votasse prima del 9 aprile quasi metà degli eletti dovrebbe rinunciare all’agognato trattamento. Come minimo si rischierebbe una rivolta, anche fra le fila di FdI.
L’altro elemento che porta all’11 aprile (con possibilità di slittare di una settimana) è più politico, ma altrettanto tattico: attiene alla prevista tornata di amministrative. Tra la prossima primavera e l’estate si apriranno i seggi in cinque grandi città, le più importanti del Paese: Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino. Tutte guidate dal centrosinistra e con ottime chance di riconferma. Perciò Meloni ha già detto ai suoi che i due appuntamenti, locale e nazionale, vanno sganciati l’uno dall’altro.
Come? Intanto si dovrà evitare l’election day, probabilmente non sgradito al Quirinale per una questione di costi, oltre che per incoraggiare l’affluenza. E poi fare in modo che un’eventuale vittoria degli avversari alle comunali non inneschi un effetto domino sulle politiche. Da qui l’ipotesi di anticiparle per provare a blindare Palazzo Chigi e sperare che l’onda favorevole si riverberi poi sulle elezioni successive. Se infatti perdesse le amministrative e poi si votasse per il Parlamento, il rischio sarebbe un cappotto micidiale.
Se questa spinta dovesse prevalere, fatte salve le prerogative del Colle, le Camere andrebbero quindi sciolte al più tardi entro fine febbraio: l’art.61 della Costituzione stabilisce difatti che le elezioni delle nuove debbano tenersi entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. Il gioco a incastri con le comunali e le onorevoli pensioni porta ancora all’11 aprile.
Una scelta sulla quale, fra l’altro, peserebbero pure valutazioni sul precario stato di salute della maggioranza e la sua dialettica interna. La Lega, in grande sofferenza, sta facendo pressing per un ritorno di Salvini al Viminale: scenario a cui Meloni sembra ostile. E perciò da scoraggiare sfoderando l’arma del voto anticipato: se si chiude a febbraio, un trasloco di qualche mese avrebbe poco senso.
Sempre che non prevalga la tentazione — di cui si vocifera in un centrosinistra assai preoccupato — di stringere ancora di più i tempi per portare il Paese alle urne già ad ottobre 2026. Soprattutto per evitare di intestarsi una legge di bilancio lacrime e sangue. Ma questo vorrebbe dire sciogliere il Parlamento fra due mesi, in pieno agosto. Un azzardo. Che forse neppure Meloni può permettersi.
(da Repubblica)

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GIUSTIZIA, LA DISFATTA DI CARLO NORDIO: FLOP SU CARCERI, APP, COSTI E TEMPI

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

LO ATTESTA PURE UN REPORT DEL SUO MINISTERO: PROCESSI CIVILI ANCORA TROPPO LUNGHI, CELLE STRAPIENE E IL DIGITALE E’ AL PALO

Obiettivo mancato sulla riduzione dei tempi della giustizia civile. Sovraffollamento carcerario “intorno al 130%”. Digitalizzazione ancora non raggiunta e bassa protezione dagli attacchi cyber. Ma anche spese per le intercettazioni che, al netto della volontà del ministro della Giustizia Carlo Nordio, stanno crescendo esponenzialmente. A certificare il bilancio dell’operato del ministero della Giustizia non è l’opposizione di centrosinistra ma lo stesso dicastero nella relazione sullo stato della spesa e sull’azione amministrativa riferita al 2025 inviata nei giorni scorsi in Parlamento. Il documento di 1.596 pagine, che Il Fatto ha potuto leggere, è firmato dall’Organismo Indipendente di Valutazione di via Arenula e si unisce alla relazione sulle spese al rendiconto del 2025 e alla relazione sull’amministrazione della Giustizia resa nota all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026.
Non ci sono certo solo criticità, secondo i tecnici di via Arenula e del ministero dell’Economia. Nella premessa viene elencato quello che è stato fatto nel 2025 – con annessi provvedimenti e introduzione, spesso, di nuovi reati – su processo civile, digitalizzazione, riforma Cartabia, l’App per i tribunali, l’edilizia penitenziaria con un piano triennale di 10.671 nuovi posti e la riduzione delle cause civili dell’86%, mentre la riduzione dell’arretrato è pari al 31% per la giustizia penale e al 28% per quella civile.
Ed è proprio questo il primo punto critico. La riduzione dei tempi per la giustizia civile. Il target fissato per il Pnrr sarebbe dovuto essere di una riduzione dei tempi dei processi civili pari al 40%. Obiettivo mancato e non di poco visto che la
riduzione è stata del 28,8%. Se per il penale, la riduzione è stata superiore rispetto al previsto (31 rispetto al 25%), per la giustizia civile, si legge nella premessa della relazione, “permane uno scostamento rispetto al target fissato”.
L’altro grosso problema riguarda le carceri. Nella relazione introduttiva si specifica come il sovraffollamento carcerario si attesti “su un indice medio” del 130%, un’emergenza richiamata spesso anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per cercare di ovviare a questo problema, si spiega, il ministero ha approvato un piano triennale da 10.671 nuovi posti ma, per quanto via Arenula spieghi che c’è “un avanzamento concreto e progressivo” del piano, molti interventi risultano solo avviati (alcuni sono “in fase avanzata”) o in fase ancora di “attivazione secondo la programmazione definita”. Insomma, ci vorranno anni per la costruzione di nuove carceri e nel frattempo i nostri istituti penitenziari resteranno stracolmi.
Anche sulla digitalizzazione, nonostante i passi avanti dopo la riforma Cartabia, restano delle criticità. In primis, sulla creazione del Polo Strategico Nazionale dove conservare digitalmente i dati della Pa, al 31 ottobre 2025 risulta speso il 13,8% delle risorse (5,6 milioni su 40) mentre siamo indietro anche sul Siem, il sistema per proteggere le pubbliche amministrazioni dagli attacchi cyber ancora “in corso di realizzazione”. Anche sull’applicativo App che avrebbe dovuto digitalizzare il processo penale, nonostante gli avanzamenti alcuni tribunali – come Milano – hanno abbandonato l’applicativo per tornare alla carta.
Quello che non piacerà al ministro Nordio, inoltre, è il costo delle intercettazioni. Nel 2024 il costo era stato di 273 milioni e – secondo l’ultimo allegato del ministero alla legge di Bilancio – nel 2025 è stato addirittura di 299, in crescita continua rispetto al 2022.
Nella relazione al Parlamento si specifica che sono aumentati i bersagli intercettati passando da 82 a 90 mila. Se le intercettazioni telefoniche – che rappresentano il 70% del totale – sono cresciute in maniera “moderata”, le intercettazioni informatiche e con Trojan “hanno registrato i tassi di crescita più elevati, rispettivamente +23,9% e +21,7%”. Per i tecnici del ministero l’aumento, nel 2025, delle intercettazioni ambientali e informatiche “indica un rafforzamento delle
attività investigative”. Ma Nordio, invece, nelle ultime settimane ha spesso detto il contrario: insieme a FI ha chiesto di limitare l’uso di Trojan e di ridurre il costo delle intercettazioni.

(da Il Fatto Quotdiano)

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LE BALLE DI VANNACCI SULLA REMIGRAZIONE

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

PROMETTE AI PIRLA ESPULSIONI RAPIDE DEGLI STRANIERI IRREGOLARI, MA NON DICE CHE I RIMPATRI DIPENDONO DAI PAESI DI ORIGINE CHE POSSONO NON RICONOSCERE L’IDENTITA’, NEGARE IL RIMPATRIO O LMITARE LE RIAMMISSIONI… TRA CPR, ACCORDI FRAGILI E COSTI ELEVATO, LA LINEA DURA E’ IL SOLITO SLOGAN DEMENZIALE

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri
irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.
Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.
Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.
Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando
arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.
Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.
Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.
Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento
delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati.
Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi.
Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.
(da Linkiesta)

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VENEZIA, NIPOTE 17ENNE UCCIDE LA ZIA INSEGNANTE: ACCOLTELLATA, TRASPORTATA SU UNA CARRIOLA E GETTATA NEL CANALE PER UNA QUESTIONE DI EREDITA’

Giugno 14th, 2026 Riccardo Fucile

APPLICATO IL MOTTO “PRIMA GLI ITALIANI” IN UNA FAMIGLIA TRADIZIONALE ?… NESSUN POST SOVRANISTA DI ESECRAZIONE, CHE STRANO…

Un dramma familiare dai contorni ancora da chiarire ha sconvolto San Stino di Livenza. Una donna di 53 anni, insegnante elementare, Chiara Guerra, è stata uccisa nella notte di giovedì 11 giugno dal nipote diciassettenne, che durante la notte ha confessato il delitto agli inquirenti.
Secondo quanto emerso, il ragazzo, residente proprio a San Stino di Livenza, è stato interrogato dai carabinieri della compagnia di Portogruaro dopo che i sospetti si erano concentrati su di lui nelle prime fasi dell’indagine. Messo alle strette dagli investigatori e dal pubblico ministero Carmelo Barbaro della procura di Pordenone, ha ammesso di avere accoltellato la zia e poi di avere gettato il suo corpo nel canale Margher, che scorre nelle vicinanze dell’abitazione dove si sarebbe consumato l’omicidio. Per trasportare il corpo ha utilizzato una carriola. Il giovane è appassionato di giardinaggio.
All’origine del litigio ci sarebbe una questione ereditaria tra la vittima e il padre del ragazzo, fratello di Chiara Guerra. I nonni possiedono dei villini e un discreto conto bancario, i diverbi continui erano sulla gestione del patrimonio.
Nonostante le ricerche siano iniziate nella serata di ieri dopo la confessione, il cadavere di Chiara Guerra non è stato ancora ritrovato. L’abitazione, che è confinante con il villino dove abita il fratello di Chiara Guerra, la moglie e il nipote, è stata posta sotto sequestro per consentire gli accertamenti tecnico-scientifici.
Ad allertare le forze dell’ordine le amiche dell’insegnante che non riuscivano a mettersi in contatto con Chiara Guerra: i carabinieri hanno eseguito un sopralluogo nella sua villetta e in un locale hanno trovato macchie di sangue. §
È stato il punto di inizio dell’indagine per omicidio. Gli investigatori stanno cercando di comprendere se il ragazzo ha fatto tutto da solo. In queste ore hanno sentito a lungo anche i genitori del ragazzo che, è doveroso scriverlo, non sono iscritti sul registro degli indagati.
Sul posto stanno operando i carabinieri, coordinati dalla magistratura, insieme al medico legale Antonello Cirnelli. Considerata la minore età dell’indagato, gli atti sono stati trasmessi anche alla procura per i minorenni di Trieste.
Le operazioni di ricerca proseguono senza sosta. Ai vigili del fuoco del distaccamento locale si sono aggiunti i sommozzatori del nucleo specializzato di Venezia. Dopo una sospensione notturna, le attività sono riprese all’alba e si concentrano nell’area di una chiusa situata tra via Canaletta e via Verdi, dove gli investigatori ritengono possa trovarsi il corpo della donna.

(da agenzie)

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