Destra di Popolo.net

UN AMERICANO A VENEZIA

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE USA FERTITTA E’ UN PERSONAGGIO IMBARAZZANTE

«Venezia è una delle città più belle al mondo» è una frase che anche un libro di testo per le scuole primarie esiterebbe a usare. È come dire «Picasso era un pittore molto bravo», «New York è famosa per i suoi grattacieli», «Beethoven ha scritto delle sinfonie molto conosciute».
Eppure c’è chi lo ha detto, che Venezia è una città molto bella, ed è l’ambasciatore americano Fertitta, ricevendo «gli amici italiani» in una sede insolita: il suo panfilo lungo 117 metri, attraccato a Napoli, arredato come il caravan di Moira Orfei con un elemento peggiorativo: i soffitti a specchio.
Per le sue prerogative politico-culturali (è ricco sfondato), Fertitta è ammesso a far parte dell’entourage di Trump ed è stato nominato ambasciatore a Roma: probabile che abbia vinto un regolare concorso rispondendo “sì” a due domande: «Venezia è una delle città più belle al mondo?»; «è più bella anche di Chattanooga?».
È tutta gente che ha come unica lettura le carte di credito, e dunque non si può pretendere che parlino di ermeneutica o di letteratura. Ma insomma, un minimo sindacale, quando si parla in pubblico, sarebbe richiesto. Invece no.
La frase su Venezia (prossima tappa della crociera di Fertitta) è forse la più vivace e inattesa di quelle riportate dai giornali. Che vanno da «America e Italia sono alleati da molto tempo» — chi lo avrebbe mai detto? — a un festoso elogio riparatore di Giorgia Meloni e dell’intelligenza degli italiani che l’hanno eletta, così da sentirsi in regola con i propri doveri diplomatici.
A bordo del piroscafo di Fertitta c’erano diversi rappresentanti delle nostre istituzioni. Chi dice che la politica non è un lavoro faticoso, si metta nei loro panni. Sono saliti a bordo già sapendo quello che li aspettava: niente. Speriamo che almeno il buffet fosse decente, e che tra i soffitti a specchio non risuonasse, in onore degli amici italiani, O sole mio.
(da Repubblica)

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VI RICORDATE DI “LADY PICKPOCKET”, LA SIGNORA DI VENEZIA DIVENTATA FAMOSA PER LE SUE DENUNCE DEI BORSEGGIATORI? È STATA DENUNCIATA PER DIFFAMAZIONE DA DUE UOMINI CHE AVEVA SEGNALATO COME LADRI

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

MONICA POLI, QUESTO IL NOME DELLA DONNA, GRAZIE ALLE SUE CROCIATE È DIVENTATA CONSIGLIERE COMUNALE IN QUOTA LEGA (POI HA ADERITO AL GRUPPO MISTO)

Monica Poli, nota come Lady Pickpocket, è stata denunciata a Venezia per diffamazione per aver ripreso in video e pubblicato sui social due uomini che non avrebbero nulla a che fare con i borseggiatori. Lo riportano il Gazzettino e la Nuova Venezia.
Nel filmato in questione, infatti, la consigliera comunale famosa per inseguire i ‘pickpocket’ in giro per Venezia, segnalandone la presenza ai turisti e alle forze dell’ordine, inquadra i due uomini a una fermata del tram a Mestre, urlando “ladri”. Un video che, sui suoi profili social è arrovato fino a 30mila interazioni, raggiungendo anche i diretti interessati.
I protagonisti del video, tuttavia, sarebbero un meccanico di Vicenza (incensurato) e un uomo che in passato ha avuto qualche guaio con la giustizia, seppur non per furto, e per questo si sono rivolti all’avvocato Marco Zanchi. Priorità del legale è ottenere la rimozione immediata del video dai social. Poli, interpellata dal
Gazzettino, al momento non ha voluto commentare. “Sto esaminando il filmato con il mio avvocato – ha detto -, decideremo il da farsi e poi parlerò”.
Lady Pickpocket, conosciuta in tutta Italia per la lotta ai borseggiatori, un mese fa è stata eletta consigliera comunale nella lista della Lega con 900 voti, decidendo poi di aderire al gruppo misto.

(da agenzie)

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SI E’ DIMESSO DONNARUMMA” AD DI FERROVIE DELLO STATO, LE OPPOSIZIONI : “IL PRIMO A DIMETTERSI DOVREBBE ESSERE SALVINI PER MANIFESTA INCAPACITA’”

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

TRA DISSERVIZI E CAOS, FERROVIE ALLO SBANDO

Ormai la notizia è di dominio pubblico: l’ad di Fs, Stefano Donnarumma è fuori. La guida operativa di Fs sarà affidata all’attuale amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia Gianpiero Strisciuglio
Nei prossimi giorni Donnarumma, che era stato scelto proprio da Salvini, chiuderà i dossier più importanti prima di consegnare le dimissioni. La notizia è stata divulgata da fonti del Ministero dei Trasporti a seguito di un incontro tra il ministro Salvini e lo stesso Donnarumma. Dopo il faccia a faccia l’ad di Fs ha convocato le prime linee del management del gruppo per annunciare le dimissioni, che dovrebbe avvenire formalmente a luglio, in occasione dell’ultimo cda. Per le opposizioni si tratta dell’ennesimo fallimento collezionato dal vicepremier e ministro dei Trasporti.
I rapporti tra i Salvini e Donnarumma erano ormai ridotti ai minimi termini, anche per l’accumularsi dei disservizi e blocchi sulla rete ferroviaria, ma non solo.
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Come scrive Carlo Di Foggia del Fatto Quotidiano, alla base della conclusione del rapporto di Donnarumma ci sarebbe anche il caos in azienda, con le dimissioni di manager e pezzi del consiglio di amministrazione. Proprio ieri erano arrivate le dimissioni del Chief financial officer Fabio Paris, nominato un anno e mezzo fa, e che a Fs avrebbe preferito Open Fiber, secondo quanto scrive Milano Finanza.
E prima ancora le dimissioni della consigliera in quota Mef Tiziana De Luca, passata in Enel, seguite da quelle di Caterina Belletti, approdata alla presidenza di Fs International, avevano già ridotto i membri da sette a cinque. Un quadro instabile che da tempo preoccupava il ministro Salvini, visti i tanti cantieri aperti in piena stagione estiva. Inoltre erano già emerse divergenze sulla gestione con il Mef, che è azionista di controllo del gruppo, e che non avrebbe apprezzato le operazioni societarie della gestione Donnarumma, come le acquisizioni delle società Firema e del ramo d’azienda dedicato alle infrastrutture ferroviarie di Pizzarotti.
Ora, dopo le dimissioni dei due componenti del consiglio di amministrazione e di un manager di alto profilo come Paris, anche il passo indietro di Donnarumma. Appena due giorni fa Donnarumma e i vertici delle società operative del gruppo Fs avevano avuto un incontro con il ministro dei Trasporti sul tema degli interventi infrastrutturali, dei target del Pnrr, della qualità del servizio e delle soluzioni ai disagi degli ultimi mesi.
Opposizioni contro Salvini, M5s: “Pistola fumante dei suoi fallimenti”
Per il M5s le dimissioni di Donnarumma non sono altro che la “pistola fumante dei fallimenti di Salvini come ministro dei Trasporti: “In questo quadriennio di governo Meloni, il trasporto ferroviario italiano è stato letteralmente devastato e ridotto ai minimi termini tra ritardi biblici, decine di interruzioni di linea ogni giorno, caos nelle stazioni, disagi, disservizi e via dicendo. Ora Salvini spinge alla porta Donnarumma per promuovere Strisciuglio, oggi ad di Trenitalia, altra realtà che in questi anni non ha proprio “brillato” per efficienza. L’unico che avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni in verità è proprio Matteo Salvini, che in questi anni non ne ha azzeccata una, tesi piuttosto consolidata ormai anche tra i parlamentari di Centrodestra”, si legge in una nota dei parlamentari M5s di Senato e Camera delle commissioni Trasporti e Infrastrutture.
“Fallimento nei trasporti di Meloni e Salvini ultimo atto. In attesa di sapere quando arriveranno e quanto costeranno agli italiani le dimissioni dell’amministratore delegato del gruppo FS Donnarumma, pendolari, lavoratori e cittadini continuano a pagare ogni giorno il conto dei ritardi e delle scelte politiche sbagliate del Governo. Le dimissioni che servirebbero davvero sono quelle del peggior Ministro dei trasporti della storia della Repubblica”, dichiarano in una nota Antonio Misiani, responsabile Economia e finanze, imprese e infrastrutture del Pd e Andrea Casu, deputato del Pd e vicepresidente della commissione Trasporti della Camera.
“Matteo Salvini chiede e ottiene le dimissioni dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma – attacca Angelo Bonelli di Avs – ma non se ne va lui, il terminator dei trasporti italiani. Sotto la sua gestione, l’Italia è diventata il Paese dei treni in ritardo, dei guasti continui, dei pendolari abbandonati e dell’alta velocità trasformata in un’odissea quotidiana. Salvini scarica le responsabilità sugli altri, cambia i vertici, cerca capri espiatori, ma il fallimento ha un nome e un cognome: Matteo Salvini”.
“Da ministro ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza. Invece di occuparsi della rete ferroviaria, che accumula disservizi e ritardi record, continua a insistere sul progetto del Ponte sullo Stretto, senza valutare soluzioni più efficaci e prioritarie per il sistema dei trasporti: un’opera sbagliata e opaca, finita nel mezzo di inchieste, polemiche e rilievi della magistratura contabile. Salvini pensa alle poltrone e alla propaganda, non ai trasporti degli italiani. Se davvero ritiene che per i disservizi
qualcuno debba pagare, cominci da sé stesso: lasci il ministero e smetta di far pagare a cittadini, pendolari e lavoratori il prezzo della sua incapacità”.

(da agenzie)

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PERCHE’ MAURO MORETTI VA IN CARCERE PER LA STRAGE DI VIAREGGIO: IL REATO COLPOSO E LA RINUNCIA ALLA PRESCRIZIONE

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX AD DI FS E L’OMICIDIO COLPOSO: COSI’ I MANAGER SARANNO TERRORIZZATI… LA CONDANNA DESTA GIURIDICAMENTE MOLTE PERPLESSITA’

Mauro Moretti, 73 anni a ottobre, andrà in carcere. Dopo la condanna per la strage di Viareggio del 29 giugno 2009 in cui morirono 32 persone e 100 rimasero feriti, l’ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato dal 2006 al 2014 è atteso dalla prigione. «Come sto? Ho raggiunto questo momento in perfetta forma fisica e psichica e ora sono pronto», dice oggi al Corriere della Sera. «Quattro anni di condanna sono il termine oltre il quale si va in carcere e, guarda caso, i quattro anni sono stati inflitti anche a me», aggiunge.
Un reato colposo
Vincenzo Soprano, ex amministratore delegato di Trenitalia, si è costituito nel carcere romano di Rebibbia a Roma, nel 2024, per scontare la sua condanna definitiva a quattro anni e due mesi. Secondo Moretti per un reato colposo in genere viene data la riduzione di un terzo della pena. Ma non a lui. Anche se ha rinunciato alle prescrizioni. Un gesto che avrebbe dovuto essere considerato: «Invece no. La Procura ha chiesto di lasciare tutto così».
Moretti dice anche che per essere assolto dalla responsabilità oggettiva avrebbe dovuto derogare alle leggi in base a un diritto «positivo», a propria volta basato sul principio del «neminem laedere» (non danneggiare nessuno, ndr).
Il carcere
Avrebbe cioè dovuto accorgersi in base alla propria esperienza che le norme in vigore non garantivano la sicurezza. «Quando l’ho spiegato ad altri amministratori delegati si sono messi le mani nei capelli, perché questa sentenza pone un precedente pericolosissimo circa la responsabilità dei manager». Ora gli tocca la galera: «Vado anche se ho 72 anni. E senza accampare scuse di salute, perché ho la schiena dritta e la testa alta, come si sa. Vado, e spero che non sia per troppo tempo».

(da agenzie)

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PONTE SULLO STRETTO, L’INTERCETTAZIONE: “SALVINI DISSE CHE AVREBBE FATTO LA GUERRA AI MAGISTRATI”

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

A RIPORTARE LA FRASE E’ SACCOMANNO, RIFERIMENTO DELLA LEGA IN CALABRIA… LA FRASE DELL’AD CIUCCI: “ABBIAMO VINTO AL TOTOCALCIO”

Matteo ha detto: «Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia». Giacomo Francesco Saccomanno, storico riferimento della Lega in Calabria, racconta così la reazione del suo segretario, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, dopo la bocciatura della delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto da parte della Corte dei Conti. La frase compare nell’informativa dei carabinieri del Ros depositata ieri dalla procura di Roma nell’inchiesta sui presunti tentativi di influenzare il controllo di legittimità sulla delibera relativa all’opera da 13,5 miliardi di euro. Al centro ci sono Saccomanno, l’imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio e l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele. I primi due, secondo l’accusa, avrebbero promesso incarichi e altri vantaggi a Miele per favorire il via libera al provvedimento. Le cose sono andate diversamente: la delibera è stata bocciata e i tre sono oggi indagati, a vario titolo, per corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio.
Per capire, bisogna tornare al 2 ottobre. Mancano ventisette giorni al verdetto della Corte dei Conti. La tensione è alta, ma Saccomanno appare fiducioso. Alle 12.13 parla al telefono con Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina (non indagato). «Ho una buona notizia da darti», gli dice. «Abbiamo vinto al totocalcio», scherza Ciucci. «Ancora no, ma potremmo vincere», replica Saccomanno, insistendo per un incontro riservato.
Per gli investigatori quella «buona notizia» potrebbe riguardare informazioni che avrebbero dovuto restare segrete e che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbero potuto provenire da Miele o da altri componenti della Corte. Un sospetto che si rafforza in un’altra conversazione. Il 10 ottobre Virgiglio si mostra sicuro: «Ho altri due membri… molto importanti, molto importanti», facendo evidentemente riferimento a giudici contabili. Ma il piano non produce i risultati sperati. Il 29 ottobre la Corte dei Conti respinge la delibera, proprio ventiquattro ore prima dell’evento «Un ponte per crescere», organizzato a Roma.
Doveva essere una giornata di celebrazione, con la possibile presenza di Salvini, ma la decisione della Corte cambia tutto. La delusione emerge chiaramente nelle telefonate intercettate. «È stato un provvedimento eversivo, la Corte dei Conti non può entrare nel merito del progetto», dice Saccomanno parlando con un giornalista. Il cronista gli fa notare un dettaglio che gli investigatori evidenziano in maiuscolo nelle informative: «Eh, la cosa strana: non avete avuto il presidente che assisteva sempre al…». «Lì hanno deciso undici presidenti, quindi lo avranno messo in minoranza», risponde Saccomanno. Per gli investigatori il riferimento sarebbe proprio a Miele. La conversazione prosegue. Il leghista dice che all’incontro si sarebbero «accreditati» anche altri due magistrati contabili. Il giornalista chiede se all’evento parteciperà Salvini.
«Non me l’ha comunicato ancora… d’altro canto, con la rabbia che ha addosso, figurati se…però penso che alla fine verrà perché è importante». Poi aggiunge: «Mi ha scritto comunque. Ha detto: “Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia…”. Ti
ho già detto tutto». «La Corte dei Conti – dice Saccomanno – vuol far pagare a questo governo la riforma che si sta facendo sulla Corte dei Conti, che limiterà moltissimo i poteri della Corte. E questa è la risposta».

(da La Repubblica)

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“COME ANIMALI DENTRO LA GABBIA”: LE VOCI DEI RECLUSI DI GJADER CHE NON HANNO COMMESSO ALCUN REATO

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI” HA RACCOLTO LE TESTIMONIANZE INEDITE DEI MIGRANTI RINCHIUSI NEL CENTRO IN ALBANIA… GLI AVVOCATI: “MUORE LA CIVILTA’”… MENO DI CENTO IN UNA STRUTTURA COSTATA MILIONI

«Ho sempre lavorato, in fabbrica, in campagna, ho fatto saldature, ho raccolto l’uva, fagioli, pomodori, poi è scaduto il mio permesso di soggiorno, il mio avvocato non ha fatto ricorso e sono rimasto senza documenti. Io non ho mai fatto reati eppure sono qui». A parlare è Mohamed, nome di fantasia, rinchiuso nel centro di Gjadër, l’infernale struttura voluta dal governo Meloni in Albania con quasi un miliardo speso in cinque anni. È qui che sorge il Cpr, al cui interno è stato ricavato un piccolo carcere quasi sempre vuoto.
Domani ha ascoltato il suo racconto raccolto dagli avvocati, Debora Piazza e Marco Romagnoli, che hanno deciso di entrare nel Cpr e farsi testimoni di un’assenza, il diritto alla difesa.
«Quando le persone non hanno la possibilità di essere difese muore la civiltà giuridica. Costruire questi centri fuori dal nostro paese significa rendere impraticabile il nostro lavoro, noi siamo venuti a trovare i nostri assistiti e non saremo rimborsati. Il rimborso scatta unicamente con le udienze di convalida. Il migrante solitamente è difeso da un avvocato d’ufficio e chi si carica spese e viaggio?», raccontano.
Aereo all’alba, arrivo a Tirana, noleggio dell’auto, viaggio verso il centro, attesa in mezzo al vuoto che circonda il Cpr per attendere l’orario di visita. Le telecamere seguono ogni passo e controllano ogni angolo della struttura.
«Abbiamo deciso di venire qui dopo aver partecipato all’udienza presso la Corte di giustizia dell’Unione europea proprio per discutere in merito alla illegittimità di questi centri. Il mio assistito, che adesso è uscito, aveva fatto ricorso per chiedere l’asilo politico e il giudice di Roma aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale davanti alla Corte europea proprio per vagliare la legittimità di queste strutture, la decisione è attesa nelle prossime settimane».
Zona franca
Nel Cpr ci sono, in questo momento, meno di cento persone. Tra queste c’è Mohamed: «Io ho paura che mi rimandino in Pakistan. Qui è come stare in carcere senza aver fatto niente, sopra c’è una rete. Che faccio tutto il giorno? Io dormo, quando esco cammino, ma poco poco. Altri prendono farmaci, sonniferi e dormono», racconta.
Piazza e Romagnoli si soffermano sul racconto di Mohamed: «Per anni è stato sfruttato dal sistema Italia, ha lavorato ovunque e ora si trova in un vero e proprio
carcere senza motivo. Usati fin quando servono e poi buttati in questi centri che sono veramente raccapriccianti e orribili». Un centro che incrocia sprechi, difesa solo formale e disumanità.
Un altro migrante, loro assistito, è rinchiuso e qualche settimana fa ha tentato di farla finita con una corda. «Lo seguiamo da molto tempo. Oggi siamo rimasti sconvolti quando abbiamo saputo del suo tentativo di ammazzarsi, al telefono non aveva detto nulla. Da qui c’è un problema di comunicazione».
Mentre conversavano con il loro assistito, l’uomo racconta la stanza. «Viviamo in quattro, abbiamo doccia e bagno. I letti sono a castello. Cosa faccio tutto il giorno? Sembriamo i cani, sopra di noi c’è la rete, siamo in gabbia». E il cibo? «Peggio del carcere. Peggio».
Per chi ha i soldi c’è la possibilità di comprare prodotti, quello che in carcere si chiama sopravvitto, con prezzi che restano inaccessibili per le scarse o nulle finanze degli ospiti del centro. «Se ho soldi io posso comprare senza problemi cibo di buona qualità, ma costa e così si accetta quello che ci danno», spiega il migrante.
Ovviamente i racconti si incrociano con le fragilità di chi abita questo centro, di chi avrebbe bisogno di cura e assistenza. «Abbiamo incontrato almeno due migranti con disturbi mentali, difficoltà di ragionamento, persone che non dovrebbe essere rinchiuse qui, ma curate. Anche le comunicazioni sono difficili per l’assenza di interpreti in grado di tradurre tutte le lingue parlate dai reclusi oltre al fatto che i cellulari vengono requisiti e possono conversare con gli avvocati solo con il telefono del centro», concludono i due legali.
Futuro in bilico
Proprio questo è un punto sostanziale per il futuro del progetto targato governo Meloni. Mentre in patria Edi Rama, primo ministro albanese, deve fare i conti con l’oceanica protesta contro il mega resort voluto dai Trump, anche sull’accordo con l’Italia arrivano segni di cedimento.
Per primo era stato il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha a Euractiv a dire: «Non ci sarà alcuna proroga perché saremo membri dell’Ue», prima di una parziale marcia indietro. Ma il futuro dei Cpr è legato in particolare alla decisione della Corte di giustizia dell’Ue, che dovrà chiarire se il trattenimento in un centro
localizzato in uno Stato terzo consenta di rispettare le garanzie procedurali previste dal diritto dell’Unione.
Nicholas Emiliou, avvocato generale presso la Corte, ha spiegato che, in linea di principio, nulla vieta a uno Stato membro di istituire un centro per i rimpatri fuori dal proprio territorio, ma solo a condizione che siano effettivamente assicurate le tutele previste per le persone trattenute. Quali? Informazione comprensibile, assistenza legale e linguistica, accesso al giudice, riesame tempestivo del trattenimento, assistenza sanitaria e contatti con l’esterno. Il viaggio degli avvocati, le testimonianze inedite dei reclusi, così come le denunce di associazioni e parlamentari, raccontano il contrario.

(da EditorialeDomani)

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SERVONO SALARI PIÙ ALTI (E AFFITTI PIÙ BASSI): OGNI ANNO, PER ANDARE A LAVORO I DIPENDENTI SPENDONO UNA MEDIA DI DUE MILA EURO

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

SEMPRE PIÙ PERSONE SONO COSTRETTE A VIVERE IN PERIFERIA PER TROVARE ABITAZIONI A PREZZI SOSTENIBILI. MA IL RISPARMIO SULL’AFFITTO VIENE EROSO DALL’AUMENTO DELLE SPESE NECESSARIE PER RAGGIUNGERE IL POSTO DI LAVORO … L’ESEMPIO DI MILANO: UNA FAMIGLIA RISPARMIA CIRCA 5.400 EURO L’ANNO SCEGLIENDO UN’ABITAZIONE FUORI CITTÀ, MA OLTRE 2.300 EURO VENGONO ASSORBITI DAI COSTI PER RAGGIUNGERE IL POSTO DI LAVORO

Risparmiare 300 euro al mese di affitto può costare oltre 2mila euro l’anno tra carburante, manutenzione e spostamenti. In alcune città il 90% del risparmio viene assorbito dalla mobilità. Sempre più persone sono costrette ad allontanarsi dai grandi centri urbani per trovare abitazioni a prezzi sostenibili, ma il risparmio sull’affitto viene spesso eroso dall’aumento delle spese necessarie per raggiungere il posto di lavoro.
È quanto emerge da una analisi della Cna sul rapporto tra costo della casa, mobilità e mercato del lavoro. Una famiglia che sceglie di trasferirsi fuori città per risparmiare 300 euro al mese sul canone di locazione può arrivare a sostenere oltre 2.000 euro annui aggiuntivi tra carburante, manutenzione del veicolo, pneumatici, parcheggi e altre spese di mobilità.
In questo modo oltre la metà del beneficio ottenuto sull’affitto rischia di essere assorbito dai costi necessari per raggiungere il luogo di lavoro. Il fenomeno assume dimensioni diverse a seconda dei territori. Nelle grandi aree metropolitane il trasferimento nella cintura urbana continua a garantire un vantaggio economico significativo, ma molto inferiore a quello che appare a prima vista.
A Milano, ad esempio, un nucleo familiare può risparmiare mediamente circa 5.400 euro l’anno sul canone di locazione scegliendo un’abitazione fuori città, ma oltre 2.300 euro vengono assorbiti dai maggiori costi di mobilità. Il beneficio reale si riduce così a poco più di 3.000 euro annui. A Roma il risparmio teorico sull’affitto sfiora i 4.800 euro l’anno ma il costo aggiuntivo degli spostamenti supera i 2.200 euro, riducendo il vantaggio effettivo a circa 2.600 euro.
Situazione analoga a Firenze e Bologna, dove oltre la metà del beneficio derivante da un affitto più basso viene erosa dai costi necessari per raggiungere il luogo di lavoro. Nelle città medie il quadro è ancora più critico.
A Bari, Napoli, Perugia e Ancona il risparmio sull’affitto viene assorbito per oltre due terzi dalle spese di mobilità. In alcuni territori del Mezzogiorno il vantaggio economico residuo si riduce a poche centinaia di euro l’anno. A Potenza, Catanzaro, Salerno e Lecce fino all’85-90% del risparmio ottenuto sul canone rischia di essere
cancellato dal costo degli spostamenti quotidiani.
La situazione è ancora più pesante per gli artigiani e le piccole imprese che operano quotidianamente sul territorio. Installatori, impiantisti, manutentori, elettricisti e serramentisti non si limitano a raggiungere il luogo di lavoro: il lavoro stesso si svolge in movimento, tra clienti, cantieri, fornitori e interventi di assistenza.
Secondo le elaborazioni della Cna, un serramentista percorre mediamente circa 20mila chilometri all’anno sostenendo costi di mobilità che possono superare i 4.500 euro per veicolo. Per un elettricista che opera quotidianamente sul territorio la spesa annua sale a circa 5.600 euro, mentre per termoidraulici e manutentori, che percorrono mediamente 30milachilometri l’anno, il conto può raggiungere i 6.700 euro.
La situazione più onerosa riguarda gli installatori di impianti che, tra sopralluoghi, cantieri e assistenza tecnica, arrivano a percorrere fino a 35mila chilometri l’anno. Per queste imprese il costo della mobilità può sfiorare gli 8mila euro annui per ciascun veicolo operativo.
“Casa e lavoro stanno diventando due poli sempre più distanti – sottolinea il presidente Cna Dario Costantini – servono risposte coordinate. Oltre alle politiche abitative sono necessari interventi sul piano delle infrastrutture e per alzare quantità e qualità dell’offerta di trasporto pubblico locale”.

(da Adnkronos)

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L’ITALIA HA DAVVERO CONCESSO L’USO DELLE BASI MILITARI AGLI USA PER LA GUERRA IN IRAN?

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

GLI INTERROGATIVI SUL CONFINE TRA SUPPORTO TECNICO E COINVOLGIMENTO IN UN CONFLITTO

È bastata una frase pronunciata da Mark Rutte per innescare un nuovo scontro tra governo e opposizioni. Intervenendo a Fox News per rivendicare il sostegno fornito dagli alleati europei agli Stati Uniti durante la guerra in Iran, il segretario generale della Nato ha sostenuto che centinaia di aerei americani sarebbero decollati dalle basi presenti in Italia per supportare l’operazione militare statunitense. Parole che sono state immediatamente interpretate dalle opposizioni come una possibile smentita delle rassicurazioni fornite nelle scorse settimane dall’esecutivo. Da qui le richieste di chiarimento rivolte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai ministri competenti, con l’accusa di non aver illustrato fino in fondo quale sia stato il ruolo svolto dall’Italia durante la crisi.
La questione, però, sarebbe più complessa di quanto possa apparire a prima vista. Per capire se le dichiarazioni di Rutte rappresentino davvero una contraddizione rispetto alla linea del governo occorre infatti distinguere tra l’utilizzo ordinario delle basi americane sul territorio italiano e l’autorizzazione a operazioni di carattere offensivo.
Cosa prevedono gli accordi sulle basi Usa
La presenza militare statunitense in Italia è regolata da una serie di accordi bilaterali che disciplinano l’utilizzo delle installazioni e le attività consentite. Secondo la ricostruzione fornita in queste ore dal Ministero della Difesa, le basi possono essere impiegate per attività logistiche, di trasporto, supporto tecnico, sorveglianza o missioni previste nell’ambito della cooperazione militare tra i due Paesi. Diverso sarebbe invece il caso di operazioni direttamente riconducibili ad azioni di combattimento. Sarebbe proprio questa distinzione a rappresentare il punto centrale della controversia. Il governo sostiene infatti che nessuna autorizzazione sia stata concessa per missioni offensive legate all’attacco contro l’Iran e che tutte le attività svolte abbiano rispettato il quadro previsto dagli accordi esistenti. Una posizione che il Ministero della Difesa ha ribadito con forza, sottolineando come siano state autorizzate “esclusivamente attività di natura tecnica e logistica” e non operazioni definite “cinetiche”, cioè direttamente connesse all’impiego della forza militare.
Quali velivoli sarebbero partiti dalle basi italiane
Nelle ultime ore sono poi emersi dettagli sui mezzi che avrebbero operato dalle installazioni statunitensi presenti in Italia durante la crisi. Tra questi ci sarebbero aerei da pattugliamento e sorveglianza, velivoli destinati al trasporto di uomini e materiali, aerei radar, droni per attività di ricognizione e raccolta informazioni e aerocisterne utilizzate per il rifornimento in volo. Si tratta di assetti che, almeno secondo la versione fornita dalle autorità italiane e successivamente precisata anche da fonti Nato, avrebbero svolto funzioni di supporto e non missioni di attacco diretto contro obiettivi iraniani. Un elemento che il governo italiano considera “decisivo” per escludere appunto qualsiasi coinvolgimento diretto dell’Italia nelle operazioni militari statunitensi.
Il precedente di Sigonella
È in questo contesto che si inserisce il precedente sollevato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, utilizzato dal governo come scudo politico e prova di coerenza.
Nei mesi scorsi, nel picco della crisi, gli Stati Uniti avevano chiesto l’autorizzazione per far scalo nella base siciliana di Sigonella con bombardieri pesanti d’attacco. L’Italia ha detto di no, ricordano dall’esecutivo. L’Aeronautica militare ha bloccato la richiesta perché quel tipo di velivoli e la natura della missione “superavano i limiti del trattato del 1954”, configurando un coinvolgimento bellico diretto. Per la maggioranza, questo diniego è la dimostrazione empirica della propria fermezza: se il governo avesse voluto co-partecipare in segreto alla guerra degli Stati Uniti, non avrebbe avuto alcun motivo di opporsi a Washington su Sigonella, rischiando una frizione diplomatica con l’alleato più importante.
Dove passa il confine tra supporto e coinvolgimento
La precisazione arrivata successivamente dalla Nato sembra in parte ridimensionare la portata politica delle dichiarazioni iniziali di Rutte. Fonti dell’Alleanza hanno infatti spiegato che il riferimento del segretario generale riguardava il supporto logistico e l’assistenza tecnica garantiti dagli alleati nel rispetto degli accordi esistenti sulle basi e sui sorvoli. Ma è proprio questo chiarimento ad alimentare il vero interrogativo politico della vicenda. Per il governo, supporto logistico e partecipazione a una guerra sono due piani distinti. Per le opposizioni, invece, il
fatto che basi e infrastrutture presenti sul territorio italiano abbiano contribuito al funzionamento dell’apparato militare americano impone una discussione politica ben più ampia e una piena informazione del Parlamento.
La questione resta aperta
Alla domanda se l’Italia abbia concesso l’uso delle proprie basi per la guerra contro l’Iran, la risposta dipende insomma in larga misura dal significato attribuito a quella concessione. Se per utilizzo delle basi si intende il decollo o il transito di velivoli impiegati in attività di supporto, sorveglianza, trasporto o rifornimento, il governo non nega che tali operazioni siano avvenute nell’ambito degli accordi esistenti. Se invece si parla di autorizzazione a missioni offensive direttamente collegate agli attacchi contro l’Iran, l’esecutivo sostiene che ciò non sia mai avvenuto.
È proprio su questo confine, più giuridico e politico che militare, che nelle prossime settimane potrebbe concentrarsi il confronto tra maggioranza e opposizioni. Perché al di là delle parole di Rutte, il vero tema riguarda il grado di coinvolgimento che un Paese alleato può avere in un conflitto senza considerarsi parte della guerra.

(da Fanpage)

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“PUTIN NON RINVIERÀ LE ELEZIONI DI SETTEMBRE PER LA DUMA, CERCHERA’ LA LEGITTIMAZIONE POPOLARE”: LA POLITOLOGA RUSSA TATIANA STANOVAYA PARLA DELLA SITUAZIONE DEL CREMLINO ALLE PRESE CON UN MALCONTENTO CRESCENTE PER LA GUERRA A KIEV, PER LE DIFFICOLTÀ ECONOMICHE E LE RESTRIZIONI ALL’ACCESSO A INTERNET

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

“NELL’ELITE C’È CHI CHIEDE DI CONTINUARE IN UCRAINA FINO ALLA VITTORIA TOTALE E CHI PREFERIREBBE FERMARSI QUI, MA NESSUNO SI OPPONE DAVVERO ALLA GUERRA” – “I SENTIMENTI ANTI-OCCIDENTALI SONO CRESCIUTI E NELL’AMBIENTE DI PUTIN LE VALUTAZIONI TROPPO PESSIMISTICHE VENGONO CONSIDERATE DISFATTISTE E QUINDI SOTTOVALUTATE”

Le elezioni per la Duma di Stato, in programma a settembre, rappresentano una sfida difficile per il regime di Vladimir Putin, alle prese con un malcontento crescente dovuto a una guerra che sembra non avere fine, difficoltà economiche e restrizioni all’accesso a internet.
Secondo alcune fonti citate dalla testata indipendente russa Meduza, all’interno del sistema ci sarebbero persino pressioni per rinviare il voto. Uno scenario poco probabile secondo la politologa russa Tatiana Stanovaya, fondatrice del centro di analisi R.Politik: per Putin le elezioni restano una fondamentale fonte di legittimazione.
Perché le elezioni di settembre alla Duma sono così importanti per Vladimir Putin?
Per Putin tutte le elezioni sono importanti in quanto fonte essenziale di legittimazione del suo potere. È sempre orgoglioso di mostrare all’Occidente di avere alle spalle un ampio sostegno popolare e considera il sistema russo fondato su regole democratiche. Naturalmente questa è la sua personale visione della realtà. Per questo l’ipotesi di un rinvio sembra poco probabile. Nel 2022 Putin non cancellò le elezioni regionali nonostante la ritirata da Kherson, l’avanzata ucraina a Kharkiv e la mobilitazione. Oggi la situazione è difficile, ma meno critica rispetto a quella fase della guerra.
Si parla spesso di una divisione all’interno dell’élite russa tra i fautori della guerra a oltranza e coloro che ritengono necessario trovare una via d’uscita dal conflitto. Si tratta di una spaccatura reale?
Nell’élite esiste un consenso generale secondo cui la Russia non può perdere ed è circondata da Paesi ostili che combattono contro di essa attraverso l’Ucraina. I sentimenti antioccidentali sono cresciuti, insieme alla convinzione che qualsiasi segno di debolezza porterebbe soltanto a maggiori pressioni da parte dell’Occidente.
Tuttavia esistono differenze importanti. Una corrente sostiene che la guerra debba continuare fino alla vittoria totale, cioè il controllo dell’Ucraina e la sua trasformazione in un Paese amico della Russia.
Un’altra ritiene che Mosca non possa più permettersi un conflitto prolungato e che abbia già ottenuto risultati sufficienti: l’Ucraina non entrerà nella NATO, gran parte del Donbass è sotto controllo russo, mentre ulteriori sforzi rischierebbero di
compromettere la stabilità interna.
Questa seconda posizione non è necessariamente anti-guerra, ma pragmatica. Gli autentici oppositori della guerra, invece, restano esclusi dal dibattito pubblico e privi di reale influenza politica.
Secondo lei Putin ha una percezione irrealistica della situazione interna del Paese e di ciò che accade al fronte?
Non credo che Putin sia privato di informazioni o manipolato, ma nell’ambiente in cui si trova le valutazioni troppo pessimistiche tendono a essere considerate disfattiste e quindi sottovalutate, mentre i successi sono presentati in modo più evidente rispetto alle difficoltà. Per questo Putin ha probabilmente una visione leggermente più rosea della realtà.
Mosca continua a sperare di attirare Donald Trump dalla propria parte?
All’interno della leadership russa esistono due approcci. Il primo ritiene impossibile un accordo con gli Stati Uniti e considera Trump inaffidabile. Questa posizione è diffusa soprattutto tra i diplomatici, che conoscono i limiti del sistema americano. Il secondo approccio riconosce l’imprevedibilità di Trump ma ritiene che la Russia debba sfruttare ogni opportunità di dialogo. Putin appartiene chiaramente a questa corrente: per questo continua a mantenere aperto il dialogo con Washington, pur essendo consapevole che potrebbe non portare a nulla. Nel peggiore dei casi, pensa, la Russia continuerà la guerra aspettando che l’Ucraina ceda alle sue condizioni.

(da agenzie)

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