Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
COMPAGNA DEL GOVERNATORE DELLA CALABRIA, IL FORZISTA ROBERTO OCCHIUTO, SIRACUSANO È STATA “SPOGLIATA” DALL’IA: INDOSSA UNA GIACCA DOVE SOTTO SI VEDE SOLTANTO IL REGGISENO… NELLA FOTO FARLOCCA RILANCIATA DA VANNACCI CI SONO FABIO ROSCIOLI, CANDIDATO DEL CENTRODESTRA A REGGIO CALABRIA, E CLAUDIO LOTITO
Il post appare su Fb, venerdì 25 settembre, nel pieno della campagna per le elezioni suppletive per la Camera nel collegio di Reggio Calabria: in gioco c’è il seggio lasciato libero da Francesco Cannizzaro (Fi), eletto sindaco.
«Reggini, andate a votare!», scrive Roberto Vannacci in vista del primo test elettorale per pesare i voti di Futuro Nazionale, la sua creatura politica dopo il divorzio dalla Lega. «Le elezioni suppletive del 27 e 28 settembre sono l’ultimo treno per la dignità di questa terra», chiama a raccolta l’ex generale».
Al netto del testo il tema del messaggio politico diventa la foto, che ritrae, da sinistra, Matilde Siracusano, sottosegretaria di Stato ai Rapporti con il Parlamento, il candidato Fabio Roscioli, tesoriere nazionale di Forza Italia, vicinissimo alla famiglia Berlusconi, e poi Claudio Lotito, nuovo patron della Reggina Calcio.
Un’immagine falsificata. Siracusano, nata a Messina nel 1985, ex partecipante di Miss Italia, forzista, dal novembre 2022 sottosegretaria di Stato nel governo Meloni e compagna del governatore della Calabria Roberto Occhiuto, con cui ha un figlio, è ritratta in abiti ricreati artificialmente.
Una scollatura ben più profonda – quella scelta e pubblicata sul profilo ufficiale di Vannacci – rispetto alla foto originale circolata spesso online. Pare, anzi, che la sottosegretaria sia stata spogliata anche del top, e che sotto la giacca sia rimasto solo il reggiseno.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL 66% DEI CITTADINI D’OLTREMANICA GIUDICA NEGATIVAMENTE GLI EFFETTI DELLA BREXIT E BURNHAM POTREBBE PUNTARE ALLE ELEZIONI ANTICIPATE PER RIDIMENDIONALE “MR. BREXIT” NIGEL FARAGE
È bastata una domanda senza risposta a scatenare il panico: davvero Andy Burnham
vuole riportare il Regno Unito nella Ue? Non c’è una risposta chiara, ma la sensazione è che qualcosa si sta muovendo, e, come apprende Repubblica, la tentazione di riavvicinarsi in maniera decisa all’Ue sta crescendo.
L’intreccio è complicato, anche perché i negoziati tra Regno Unito e Ue per il cosiddetto “reset” non stanno andando bene, ma proviamo a spiegarlo. Innanzitutto, il 22 settembre scorso, sul volo verso New York per l’ultima Assemblea Generale dell’Onu, Burnham non ha escluso, oltre ogni ragionevole dubbio, che un giorno lui stesso possa fare campagna per rientrare nella Ue.
Altro indizio: il primo ministro britannico ha iniziato il suo discorso alle Nazioni Unite citando proprio la Brexit: “Dieci anni fa il mio Paese ha votato l’uscita dall’Ue e ha dovuto superare i problemi che ha portato…”.
La linea ufficiale del governo resta la stessa: “Sì a rapporti più profondi con la Ue, no al ritorno nell’Unione, mercato unico o unione doganale”, come da programma nero su bianco con cui l’ex premier Keir Starmer ha vinto le elezioni nel 2024.
Tuttavia, tra i gangli del partito, oramai la linea emergente nel Labour sembra sempre di più quella che sostiene a Repubblica il deputato Karl Turner, vicino a Burnham ed espressione come lui del nord operaio inglese storicamente laburista: “Abbiamo perso il 7% del Pil per la Brexit”, e così non si può andare avanti. “Mi stupirebbe se con Burnham non tornassimo nel mercato unico Ue e nell’unione doganale…”.
Burnham, sposato con l’olandese Marie-France van Heel, è un europeista di ferro ma anche un “nordista”, ossia vicino agli operai laburisti del Nord inglese che nel 2016 votarono in massa per la Brexit contro l’immigrazione di lavoratori stranieri e pure per fare un dispetto all’odiata capitale Londra. […]
Ieri poi ci si è messo pure Tony Blair. L’ex premier e colosso del Labour ha rinunciato alla sua cautela mostrata dei mesi scorsi ed è uscito allo scoperto, scrivendo in un saggio del suo think tank: “Possiamo rientrare in un’Europa di Stati-nazione entro il 2036: intanto, torniamo nel mercato unico ed eliminiamo le linee rosse come quella sulla libertà di movimento”.
Intanto, per gli scandali delle donazioni multimilionarie, Nigel Farage arranca nei sondaggi e la tentazione di Burnham di andare subito al voto (nonostante una maggioranza monstre ereditata da Starmer) è crescente.
A Westminster anonime fonti del Labour concordano: “Andy ci sta pensando perché sembra il momento buono per sbarazzarsi politicamente di Farage, liberarsi della camicia di forza del programma elettorale di Starmer e andare al voto con una promessa di tornare in Europa”, magari non come membro Ue, ma nel suo mercato unico o nell’unione doganale.
Secondo un sondaggio YouGov, una promessa del genere gli darebbe un centinaio di seggi in più alle prossime elezioni e una possibile maggioranza. E studi demoscopici come quello dello European Council on Foreign Relations (Ecfr) raccontano che il 66% dei britannici ritiene che l’uscita dall’Ue abbia avuto un impatto negativo sul Regno Unito, vedi il costo della vita (66% di giudizi negativi), l’economia (65%), le opportunità per i giovani (57%) e il contrasto all’immigrazione illegale (56%).
Rilevazioni comunque da prendere con le molle, visto che nel 2019 il Labour di Corbyn subì una disfatta epocale proprio dopo aver promesso, in campagna elettorale, un secondo referendum sulla Brexit. Ma allora i tempi erano diversi: i britannici erano sfiniti dalle tensioni post referendum, mentre il vecchio leader era ampiamente screditato e soprattutto non giudicato credibile sull’Europa, vista la sua clamorosa riluttanza a fare campagna per l’Ue nel 2016 – dopo aver definito la Nato “Frankenstein”.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
UN ADDIO CHE ARRIVA ALLA VIGILIA DELL’ATTESA RIPRESENTAZIONE DELLA DELIBERA ALLA COMMISSIONE CIPESS, DOPO CHE LA CORTE DEI CONTI NELL’OTTOBRE DEL 2025 HA BOCCIATO LA PRIMA VERSIONE DELL’ATTO SOLLEVANDO DIVERSE ANOMALIE
Proprio nel momento più delicato per il grande “sogno” del Ponte, la società Stretto di Messina perde uno dei dirigenti apicali che più ha seguito l’iter, dalla decisione del governo di rimettere in pista la vecchia spa e i vecchi contratti con Eurolink a oggi. Valerio Mele, Direttore tecnico della Stretto di Messina, lascia dal primo ottobre il ruolo per tornare in Anas con un altro incarico di alto profilo.
LA’addio immediato del direttore tecnico di un’opera da 13 miliardi sarà un problema comunque. Un addio che arriva alla vigilia dell’attesa ripresentazione della delibera al Cipess, dopo che la Corte dei conti nell’ottobre del 2025 ha bocciato la prima versione dell’atto sollevando diverse anomalie.
Il ministero delle Infrastrutture e la Stretto di Messina hanno preso l’impegno di rivedere il documento per ripresentarlo al Comitato interministeriale, e non sono mancati anche qui degli inciampi. Tra le motivazioni della bocciatura della prima delibera, la Corte dei conti segnalava il mancato parere sul progetto definitivo da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Il parere è arrivato in agosto e ha previsto oltre 400 prescrizioni e nuove verifiche da fare anche prima del passaggio al progetto esecutivo che consente l’apertura dei primi cantieri. Non a caso la delibera nuova da portare al Cipess ancora non c’è, anche se fonti ministeriali assicurano che arriverà a breve, entro ottobre probabilmente.
Ma già a palazzo Chigi, in vista della manovra di bilancio che lancerà l’anno elettorale, si ragiona di come utilizzare il tesoretto del Ponte, che impegna al momento solo nei conti dello Stato circa 10 miliardi di euro da qui al 2036.
(da Repubblica)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
FINORA MARINA BERLUSCONI HA SEMPRE RICORDATO AI QUATTRO FRATELLI DI SGANCIARE I 100 MILA EURO CIASCUNO, A CUI SI AGGIUNGONO I 50 MILA EURO DELLA “VEDOVA MORGANATICA”, MARTA FASCINA. MA QUESTA VOLTA LA CAV IN GONNELLA HA PRESO TEMPO, PERCHÉ VUOLE VEDERE COME ANDRANNO LE ELEZIONI SUPPLETIVE A REGGIO CALABRIA, DOVE È CANDIDATO IL SUO FEDELISSIMO FABIO ROSCIOLI, TESORIERE DEL PARTITO
Il bonifico dei Berlusconi, vitale per le casse di FI, arriverà. Ma intanto Antonio Tajani
apra ai giovani. È il senso del messaggio che recapita al segretario azzurro il fratello minore dell’ex Cavaliere, Paolo Berlusconi, durante la cerimonia per l’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa all’ex premier.
Nello scalo meneghino Marina Berlusconi non c’è, ma il pensiero della primogenita è in linea con quello dello zio, assicurano da Cologno Monzese. «Il sostegno a Forza Italia non è in discussione», risponde ai cronisti Paolo Berlusconi, anche se i maxi bonifici da 100mila euro a testa dei famigliari, che negli anni passati sono sempre stati liquidati prima dell’estate, stavolta ancora non sono partiti.
E non saranno versati prima di una riunione dei Berlusconi, prevista nelle prossime settimane, trapela da Arcore
In realtà nella cerchia di Tajani qualche preoccupazione per questo insolito ritardo serpeggia, da settimane. Proprio al vicepremier si rivolge sempre Paolo. Parole tutto sommato benevole, che però non nascondono il pressing per un rinnovamento condiviso da Marina e Pier Silvio: «Antonio ha ricevuto il testimone direttamente da Berlusconi, ora è giusto che condivida il nostro movimento con le forze più giovani».
La cerimonia di Malpensa non era del resto l’occasione per regolare conti o rinfocolare polemiche, che comunque ci sono state, ma sull’intitolazione dello scalo. Matteo Salvini si è detto «dispiaciuto per gli assenti», cioè un assente in particolare, il sindaco Beppe Sala, impegnato nelle stesse ore a inaugurare una piazza dedicata a Piersanti Mattarella. «Ho lottato contro l’intitolazione, sono coerente, dovevo essere lì sorridente a tirare il cordino?», la replica del sindaco dem.
Sono comunque settimane tribolate, nel partito azzurro. Come anticipato ieri da Repubblica, Paolo Zangrillo ha chiesto «rinnovamento» e ha lasciato la segreteria di FI in Piemonte, il secondo ministro a fare un passo indietro dopo Elisabetta Casellati in Basilicata. Licia Ronzulli, proprio da Malpensa, si associa e punge: «FI è ferma nei sondaggi e ha bisogno di una riflessione».
Altri per ora tacciono, ma solo per non complicare ulteriormente la campagna di Reggio Calabria: per le suppletive della Camera si vota domani e lunedì, corre lo storico avvocato di Berlusconi, Fabio Roscioli, ed è il primo test per Futuro nazionale di Vannacci in una città importante.
Tra i forzisti c’è al solito maretta: nel giro di Roberto Occhiuto lamentano lo scarso impegno di Tajani nella contesa, i fedelissimi del vicepremier ribattono che «nessuno ce lo ha chiesto». Nelle chat azzurre c’è una cifra chiave: se l’affluenza fosse scarsa, sotto al 30%, come capita in molte suppletive, per Roscioli la partita sarebbe complicata.
E il vannacciano Domenico Giannetta potrebbe scavallare addirittura il 15%. Tajani e Marina Berlusconi torneranno a parlarsi faccia a faccia solo dopo questo voto. Con un occhio alla manovra e alle liste delle Politiche.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI DOVER ACCELERARE IL VOTO ANTICIPATO
Per il momento è soltanto una pallida tentazione. Che però, già lunedì sera, potrebbe diventare un desiderio tenace. Molto dipenderà dal risultato delle «suppletive» in Calabria.
Ed è per questo che gli «scontenti» del centrodestra, più di altri, punteranno lo sguardo su quello che mesi fa sembrava un banale avvicendamento di fine legislatura e che invece, adesso, rischia di accelerare il voto nazionale.
Forse a gennaio o al massimo in primavera. Le carte sul tavolo sono identiche a quelle che gli italiani, probabilmente, si troveranno di fronte quando torneranno alle urne: il centrodestra, il fronte progressista e la variabile Vannacci, al suo primo test elettorale. È la fotocopia, al contrario, di ciò che accadde nel 2022, quando la sinistra divisa fu sconfitta nonostante avesse ottenuto la maggioranza in voti assoluti.
Ebbene, immaginiamo che la compagine del generale — guidata da Domenico Giannetta (ex capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale), uno che porta in dote un ricco corredo di preferenze — impedisca il successo di Fabio Roscioli (candidato della maggioranza di governo) e, di fatto, assegni la vittoria a Frank Benedetto (alfiere del centrosinistra), pensate davvero che la variegata pattuglia di riottosi insabbiata nella maggioranza di governo si lascerebbe sfuggire l’occasione per sgambettare la nuova legge elettorale, approfittando del voto segreto?
Il pericolo è ben chiaro a Giorgia Meloni che da giorni, infatti, prova a serrare le fila della coalizione, dove in tanti temono che un buon risultato di Vannacci (dall’8 per cento in su) sia il preludio a un’ascesa che, con il passare dei mesi, diventerebbe irrefrenabile.
Ma non basta, perché l’eventuale ingresso in Parlamento di un Futuro Nazionale con percentuali a due cifre metterebbe a repentaglio un bel po’ di seggi oggi considerati sicuri.
Per questo la premier, abituata a fiutare il pericolo, sta martellando sulla necessità di non mollare gli ormeggi e di assicurare l’approvazione del nuovo dispositivo di voto, convinta che un insuccesso (ennesima riforma bocciata o accantonata) sarebbe un pessimo biglietto da visita, destinato irrimediabilmente a incidere sulla sfida decisiva. A conti fatti: se Roscioli conquistasse il seggio, ci sarebbe di che festeggiare. Ma gli occhi resterebbero incollati sulla prova del generale.
La presidente del Consiglio conta ancora su un consenso personale e i sondaggi confermano, di settimana in settimana, le percentuali di Fratelli d’Italia, che ormai è da quattro anni il primo partito italiano. Rimanere a cuocere sulla graticola di Vannacci significherebbe esporsi al pericolo di depauperare un patrimonio politico che oggi è pressoché intatto.
Ma è altrettanto consapevole che presentarsi all’elettorato con un’ulteriore disfatta sulle riforme sarebbe rischioso
Quella che si gioca domani, insomma, è una sfida che rasenta l’azzardo. Per tutti. Dunque, lunedì sera, riflettori accesi sulla Calabria: lì, infatti, potrebbe andare in scena il primo atto del nostro futuro prossimo.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
LO ZERBINO. MARINA, PER UMILIARLO, OGNI TANTO LO CONVOCA IN AZIENDA A COLOGNO MONZESE, PER ORDINAGLI DI CAMBIARE I CAPOGRUPPO DI CAMERA E SENATO, DI SISTEMARLE L’AVVOCATO A REGGIO CALABRIA O DI SALVARE MEDIOLANUM
Non ci crederete, ma tutte le muffe che seguono sono farina del suo sacco: “Sceglietevi
una donna affidabile, poco appariscente, con le gonne lunghe, e che non vi metta i cornetti”; “Se arrivano i droni, non affacciatevi alla finestra”; “Se la discoteca brucia, uscite”; “Il diritto internazionale conta, ma solo fino a un certo punto”; “Basta missili, basta droni, basta bomba atomica”; “Alla guerra preferisco la pace”; “Berlusconi ci sta guardando da lassù, in streaming”; “L’utero non è un forno per le patate arrosto”. Alè!
Transitando dalla banalità solenne all’idiozia conclamata, Tajani Antonio, ministro degli Esteri della Repubblica, si consegna agli storici non come testimone di un’epoca, ma come uno dei suoi migliori passatempo. A cominciare dal volto trasognato con cui quelle banalità pronuncia con gravità di tono e lentezza di dizione, dimostrandosi perfettamente inconsapevole della sciocchezza che ci consegna. Così come quando si esibisce sul palco, credendo di ballare e invece ballonzola, ma il suo occhio socchiuso dalla soddisfazione ci dice che neanche lo sospetta.
La sua carriera politica incredibilmente lunga – quarant’anni passati a nostre spese – costituisce un primato e la sua aggravante. Dove l’abbiamo trovato uno così? E come mai nessuno dei reverendi corpi istituzionali che lo hanno avuto in custodia è mai riuscito a disattivarlo, risparmiando a lui il pubblico ludibrio e a noi le sue fanfaluche? E perché il Tg2 lo intervista ogni giorno? E come mai altrettanto fanno i giornali di carta e di cartone, senza mai scoppiargli a ridere in faccia? È reale Tajani? È un manga?
A onor del vero sappiamo dove e quando nacque: romano, classe 1953, babbo soldato, mamma insegnante, monarchico al liceo Tasso, tanto unico da prendere botte dai rossi e dai neri. Giornalista parlamentare di scarso rendimento. Berlusconiano dall’apparizione di Silvio B. che lo ingaggia come suo personale porta soprabito nei comizi del 1994. Al primo giro lo candida sindaco di Roma. Antonio va così male che Berlusconi lo spedisce a Bruxelles, garantendogli uno stipendio e insieme provando a dimenticarsene. Lì resta per la bellezza di una ventina d’anni, dove cresce nell’ombra, come fanno le piante sui pianerottoli. Ogni tanto s’affaccia nelle cronache, pronunciando frasi che non possono essere contraddette, tipo: “La nostra Europa non è quella dei burocrati”. Oppure: “La nostra Europa non è quella del razzismo”. O ancora: “In Medio Oriente la situazione è complicata” e “con la Russia dobbiamo evitare l’escalation”.
Bene, bravo. Peccato per quelle volte che invece di starsene quieto al banco, ci mette del suo, spiegandoci che l’Europa nasce alle Termopili, “dove i Greci respinsero i Persiani”, ignaro che accadde l’esatto opposto. E si inventa, in pura sollecitazione lisergica, che la bandiera d’Europa è azzurra in omaggio al manto della Madonna, mentre le dodici stelle sono le dodici tribù di Israele. A proposito delle quali, ci informò d’aver incontrato non re Salomone, ma Netanyahu in persona che gli fece fare una scoperta sensazionale: “Ho parlato alcuni minuti con Netanyahu del problema dell’immigrazione e lui mi ha fatto notare che l’Italia è circondata da tre mari”.
Lasciata Bruxelles, torna a fare capolino nella bella politica romana. Combina talmente niente che Berlusconi, nel suo declino finale, lo impone ministro degli Esteri per fare un dispetto alla detestata Giorgia Meloni. L’Underdog abbozza, tanto gli esteri li fa lei. Le iene del corpo diplomatico commentano la nomina: “Da merluzzo è diventato delfino”. Lui fa spallucce, incaricandosi di coadiuvare l’incarico con perle di geopolitica: “In Medio Oriente la situazione è complicata – dice –, ma noi non dobbiamo demordere”. “Noi lavoriamo per la pace”. “Il generale Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”. Qualche ora prima della “Guerra dei dodici giorni”, Antonio prevede calma piatta in Medio Oriente. E aggiunge che l’America di Trump mai avrebbe bombardato i siti nucleari degli ayatollah. Tranquilli, diceva. E Israele? “Non ci risulta che Israele abbia intenzione di attaccare Teheran”.
Dopo la dipartita del Capo, anno 2023, Tajani affida le proprie briglie alle mani smaltate della Marescialla di Arcore che ha ereditato dal babbo la Mondadori prelevata con Previti, l’argenteria di casa e in ultimo il partito che ha proprio Tajani segretario.
Marina lo regge e non lo regge. Per umiliarlo, ogni tanto lo convoca in azienda, a Cologno Monzese, per impartirgli l’ordine di cambiare i capigruppo di Camera e Senato, candidare il sindaco di Reggio Calabria, meglio se uno degli avvocati di famiglia, difendere le banche dalle sovrattasse, specie se le banche si chiamano Mediolanum. Tajani accorre. Obbedisce. Bimbo era, bimbo rimane, anche se oggi ha compiuto 73 anni, abita l’aria rarefatta della Farnesina, frequenta la giostra dei summit in grisaglia e ha persino una scorta d’alti guerrieri che ce lo conserva intatto.
Non sapendo che fare, qualche volta si avventura tra i numeri dell’Economia. Lo scorso luglio ha annunciato che voleva tagliare l’Irpef al ceto medio “dal 35 al 33 per cento”, ignorando che il suo governo lo aveva già fatto a gennaio: “È stato un lapsus”, s’è scusato. Mentre l’anno prima aveva dichiarato che era imminente una manovra correttiva di bilancio, apriti cielo, uno tsunami evocato come fosse un bicchier d’acqua, con Palazzo Chigi per qualche ora nel panico, mentre inondava di smentite le agenzie.
Il mejo finimondo, Antonio lo scatena quando parla di donne. È o non è il peggiore allievo del Figantropo? E dunque davanti ai militanti di Forza Italia, si impanca da patriarca mediterraneo, pronunciando consigli matrimoniali buoni per i tempi dei Savoia: “A mio figlio direi di scegliersi una donna che non abbia avuto molti fidanzati”. “Con le gonne non troppo corte”. “Seria, affidabile”. “Che preserva la famiglia” e “non ti mette i cornetti”. Una prolusione “da cavernicolo”, come direbbe la Marescialla. Che ha fatto imbufalire le donne, vergognare gli uomini, spiazzare gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, che neanche prevedevano di ridere così tanto davanti alla Stupidità Naturale.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
PERSINO “IL FATTO” AMMETTE: “E’ UNA LEADER CHE RIESCE A FIUTARE IL SENTIMENTO POPOLARE E A CONCLUDERE COSE IN UNA MATTINATA CHE AL PD RICHIEDEREBBERO UN MESE DI DISCUSSIONI”
Ci sono voluti i bambini per mettere a nudo il governo. Tutto accade alla scuola Daneo, nota per l’impegno sull’integrazione e i progetti multiculturali nel centro storico di Genova. Alunni e famiglie appendono uno striscione di protesta contro il nuovo decreto del governo, che vorrebbe imporre un tetto nelle classi ai figli delle famiglie di origini non italiane: “Qui nessuno è straniero”.
Rimane appeso poche ore, dal pomeriggio di giovedì alle prime ore della mattina di ieri, quando va in scena uno zelante e muscolare intervento di due poliziotti, che rimuovono e strappano lo striscione. Poliziotti in borghese che reprimono il dissenso di bambini delle elementari, “colpevoli”, se così si può dire, di aver criticato il governo.
Basta poco per capire che l’intervento è destinato a diventare un caso, soprattutto in un quartiere che soffre di ben altri problemi, dal degrado allo spaccio. E la prima a capirlo è la leader più lesta del centrosinistra: a fine mattinata davanti alla scuola compare la sindaca Silvia Salis, accompagnata da tutto lo staff comunicativo.
Silvia Salis porta solidarietà alla scuola e alle famiglie, dice le parole che ogni elettore di centrosinistra vorrebbe sentire. E lo fa a favore di camera, come era già accaduto in occasione del primo giorno di scuola del figlio, diventato uno spot a favore della scuola pubblica. La stories viene rilanciata quasi immediatamente e in poche ore diventa virale: “Ho chiesto chiarimenti, la dinamica dell’intervento non è chiara e difficile da giustificare. Questo gesto ha spaventato i bambini, che ora vogliono scrivere al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica e del Consiglio. Nella loro semplicità vogliono dire che non sono d’accordo sulle misure che sta prendendo il governo. A Roma parlano di un Paese che non esiste, il Paese vero è questo”.
Il sostegno di Silvia Salis dà coraggio alle famiglie, che rimettono lo striscione al suo posto. La storia diventa un boomerang. Altre scuole della città, dal convitto Colombo alla Don Milani, espongono striscioni simili, come messaggio di solidarietà. La questura fa retromarcia e in un comunicato parla di “errore di valutazione”.
La vicenda è però interessante anche in chiave politica e dice più di quanto sembri sui tormenti che attraversano il campo largo. Dopo un’iniziale sovraesposizione, da tempo Silvia Salis si è inabissata, ripetendo voler continuare a fare la sindaca e di non aver alcuna intenzione di candidarsi.
Ma casi come questo la accreditano come una leader che riesce a fiutare il sentimento popolare del suo elettorato e a concludere cose in una mattinata che al Pd richiederebbero un mese di discussioni.
Lo scontro fra Elly Schlein e Giuseppe Conte rischia di favorire le chance di un terzo nome. A inizio ottobre sono pronti il libro autobiografico di Salis e una tournée italiana. Una posizione perfetta, quella della non candidata, per candidarsi. Corsi e ricorsi: la prima volta che Salis cedette a dirsi disponibile a fare l’antiMeloni era stato all’indomani del successo del concerto di Charlotte de Witte, lo scorso aprile. Il 2 ottobre arriverà a Genova Novah, altra star della techno-music, anche lei giovane e belga. Sintonizzarsi e accendere i telefoni.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI CERCANO DI INCANALARE I FIUMI D’ODIO E A SPACCIARE AI POPOLI SPAESATI SCORCIATOIE MENTALI: A QUESTO SERVONO I DECRETI RAZZISTI DI MELONI, LE PENOSE LINEE DEL PIACE DI SALVINI E LE VERGOGNOSE REMIGRAZIONI DI VANNACCI
L’uso politico dello “straniero” è il cardine emotivo intorno al quale ruota la propaganda
elettorale di tutte le destre nazionali e internazionali. Domenica 20 settembre, in Italia e in Europa, abbiamo assistito a un’impennata semantica che rivela un’evidente convergenza ideologica. A Fenix, Meloni ha annunciato il suo editto sulla difesa della razza nelle scuole, urlando «non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza, non si può fare!».
A Pontida, Salvini è salito sul palco sovrastato dal motto «non passa lo straniero», e ha tuonato «il vero pericolo per i nostri figli non è la Russia ma l’Islam» mentre la folla dal pratone strillava di rimando «né sostituzione né sottomissione».
A Orvieto, Vannacci ha rilanciato la «remigrazione come punto cardine del programma di Futuro Nazionale», senza arretrare di un millimetro sulla follia eugenetica delle classi separate per migranti e disabili.
In Meclemburgo-Pomerania, dopo il trionfo di due settimane prima in Sassonia-Anhalt, il partito neonazista ha rotto gli argini con un piano che prevede l’utilizzo dell’esercito e l’uso delle armi per espellere e deportare migranti e richiedenti asilo, mentre a Berlino il cancelliere-fantasma Merz ha scaricato sui migranti le colpe del degrado nelle città tedesche. Ad Amsterdam, il turbo-populista Wilders ha accusato i «nuovi entrati» del dissesto abitativo che assilla le città olandesi.
Volendo, potremmo anche aggiungere che a Mosca, alle elezioni-farsa per il rinnovo della Duma, ha rifatto il pieno il partito di Putin, che fa entrare gli immigrati solo per trasformarli in carne da cannone sul fronte ucraino. E che a Washington la milizia para-militare di Trump ha appena festeggiato il record di 50mila ispanici arrestati in un solo mese. Ma non divaghiamo con le autocrazie globali. Restiamo alle democrazie europee, dove la marea nera dell’etno-nazionalismo e della radicalizzazione xenofoba sta diventando la leva principale per la raccolta del consenso.
Pontida (Bergamo), 20 settembre: Matteo Salvini sul palco al raduno della Lega
E restiamo all’Italia dove Giorgia e Matteo, come topolini al seguito del generale-pifferaio, hanno piazzato il secondo colpo di un’ordalia elettorale che promette di trascinare il Paese nell’abisso morale. Dopo l’abolizione del bollo auto, arriva il tetto del 30% alla presenza di studenti stranieri nelle classi. Un decreto-legge che, al di là dei tecnicismi, riflette un’impronta “valoriale” chiarissima: il razzismo, barattato per un pugno di voti con la vita dei bambini.
A cos’altro serve fissare nella bozza originaria una soglia che riguarda meno di mille classi su 366mila, buttare nello stesso calderone tutti i 600mila figli di migranti ma nati in Italia e quindi italiani più di noi anche se non cittadini come noi, imporre il trasferimento coatto in altri quartieri o Comuni degli studenti fuori-tetto, obbligare i genitori a studiare l’italiano e togliergli addirittura i figli se non adempiono all’obbligo?
Ora si sospira di sollievo, perché gli uffici del Quirinale sono riusciti a ridurre il danno con la solita moral suasion, convincendo gli azzeccagarbugli di palazzo Chigi a introdurre deroghe e ad espungere dal testo le sue parti più odiose. E dunque grazie, presidente Mattarella. Ma che magra consolazione: se la versione finale pare meno ripugnante, il messaggio che passa rimane agghiacciante, perché sa ancora tanto di apartheid.
Nessuno toglierà la potestà genitoriale alla madre filippina che fa la badante 20 ore su 24 o al padre cingalese che si spacca la schiena sui campi o nei cantieri. Ma se non riusciranno a seguire i corsi di italiano, pagheranno comunque una multa fino a 1.000 euro: per loro, lo stipendio di un mese. Così imparano a servire il Belpaese.
La ratio della norma è palese: il cattivismo puro di una coalizione cinica e irresponsabile, che pure sui banchi tratta gli “stranieri” come figli di un dio minore e trasforma in un campo di battaglia la scuola libera e uguale, aperta e inclusiva sancita dalla Costituzione e sognata da Calamandrei e da don Milani, il prete di Barbiana che diceva se per qualsiasi motivo lasciate un bambino senza istruzione buttate in cielo un passerotto senza ali.
Anche i presupposti del decreto-legge sono lapalissiani, peccato solo non abbiano nulla a che vedere col diritto: non conta l’emergenza dell’edilizia scolastica in rovina, dei prof di lingua e di sostegno che mancano e degli stipendi da fame che prendono, ma “la necessità” che vuol dire elezioni e “l’urgenza” che vuol dire Vannacci.
Questo è il nuovo spirito del tempo. Una volta, con Bill Clinton, avremmo detto «it’s the economy, stupid». Oggi, nonostante le bollette, la benzina e il carrello della spesa fuori controllo, l’economia non è più sufficiente a mobilitare i cittadini-elettori.
I sondaggi confermano che l’immigrazione è la priorità, reale o percepita che sia. La livida retorica sciovinista dei patrioti al comando attinge alle paure profonde, persino irrazionali: vellicando il “corpo sociale” sempre più in basso, non parla più alla pancia ma all’intestino del Paese. La testa è ormai lontana, perché possa elaborare le banali evidenze filtrate dalla ragione umana.
Quelle magnificamente riassunte da Stefano Massini nel suo monologo a Piazza pulita, quando il selvaggio «Bingo Bongo» ricorda al suprematista bianco che lo vuole cacciare «se io me ne vado, poi ad asfaltare le strade, a raccogliere i pomodori, a fare il muratore, il facchino, il badante ci vai tu». Lo straniero come minaccia esistenziale, per i confini e per le tradizioni. La “patria-nazione” come naturale «comunità di destino», fondata sul sangue e sul suolo. E dunque la certezza che tutto ciò che le è “estraneo” le è nemico, “nemico opportuno”, anzi necessario per plasmare l’identità perduta.
L’aveva capito già nel 1995 Eric Hobsbawm, quando nel Secolo breve scriveva che gli attriti delle migrazioni «saranno un fattore determinante della politica mondiale dei prossimi decenni». Oggi Anton Jäger, autore di Iperpolitica, osserva giustamente che le politiche contro i migranti sono così attraenti perché colmano il buco nero nel cuore dell’identità dell’Europa, ormai non più capace di capire cos’è e che cosa vuole. Non è più sede di imperi globali, né potenza egemone né guida culturale del pianeta. Semplice spazio economico, con due guerre alle porte di casa e tante crisi dentro, dalla sicurezza al welfare.
Per quanto nobile, l’europeismo civico è un antidoto troppo debole contro questi malanni. Qui invece i sovranismi hanno buon gioco a evocare simboli, appartenenze, promesse, a incanalare i fiumi dell’odio e a spacciare ai popoli spaesati scorciatoie mentali che sembrano dare sbocco a quelle crisi. A questo servono i decreti razzisti di Meloni e le penose linee del Piave di Salvini, le vergognose remigrazioni di Vannacci e le scandalose inchieste sui medici impegnati nei Cpr-lager.
Sospesa sullo sfondo, resta solo un’ultima domanda: di fronte a tanta macelleria etico-politica, cosa oppone oggi il famoso “campo largo”, i cui i leader continuano a lottare nel fango delle primarie e del programma? Se davvero vuole tornare al governo, alla sinistra che persevera nei suoi errori non basta più condannare la destra per i suoi orrori.
(da Repubblica)
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Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESITO DELLE SUPPLETTIVE A REGGIO DARA’ IL POLSO DI QUANTO VANNACCI RUBERA’ AL CENTRODESTRA… I PARTITI MINORI SANNO CHE I RIELETTI SARANNO SOLO I CAPOLISTA E LA CORSA E’ PARTITA
Il fuggi fuggi è già cominciato, sia alla Camera che al Senato. A fare eccezione saranno le prossime, dal 28 settembre all’8 ottobre, in cui a Montecitorio dovrebbe essere discussa e approvata in via definitiva la legge elettorale voluta da Giorgia Meloni: quello sarà il passaggio definitivo, ma il liberi tutti che è già nell’aria.
Il Melonellum ha costretto i parlamentari che aspirano alla rielezione a interrogarsi sul futuro. Due sono le variabili: la prima è la vicinanza ai rispettivi leader. Con una legge elettorale a capilista bloccati, chi li sceglie ha in mano i nomi degli unici con una buona possibilità di essere eletti. L’alternativa è passare per le forche caudine delle preferenze che però faranno scattare seggi solo per i partiti maggiori, dunque per azzurri e leghisti il posto da capolista è l’unica vera garanzia. Il secondo livello è quello territoriale: chi non può contare su un nume tutelare politico, sa di doversi appellare al gradimento del collegio e del ras locale.
Anche in quest’ottica le suppletive di Reggio Calabria di domani e lunedì saranno significative, in test anticipato di ciò che potrà accadere col Melonellum. Il candidato di centrodestra nel collegio uninominale (che sparirà, ma non cambieranno le dinamiche) è il romanissimo Fabio Roscioli di Forza Italia, benedetto dalla vicinanza con i Berlusconi e sotto l’ala protettrice del sindaco della città calabrese, Francesco Cannizzaro.
Basta dare un’occhiata ai suoi social per vedere che il primo cittadino – forte dei suoi sessantamila voti – si è caricato la campagna di Roscioli, tanto da essersi scontrato a distanza con Roberto Vannacci, che ha candidato l’ex azzurro e consigliere regionale, Mimmo Giannetta. L’esito reggino darà agli aspiranti parlamentari di Lega e FI il polso di quanto Futuro nazionale potrà sabotare i loro sogni di elezione, sottraendo voti ai rispettivi partiti.
Sotto il vincolo di anonimato, a parlare sono soprattutto le donne di centrodestra, che rischiano di essere le più penalizzate dalla nuova legge elettorale. Una parlamentare di FI spiega che sarà «lotta senza quartiere» per procurarsi un posto da capolista: il segretario Antonio Tajani avrebbe garantito equi livelli di rappresentanza anche senza quote, ma «quando si tratta di un posto bloccato, nessuno guarda in faccia nessuno» e ora l’interrogativo è capire le ripartizioni.
Quanti posti saranno appannaggio della famiglia Berlusconi e quanti del vicepremier? La lista dei ricandidati è lunga: c’è la ministra Elisabetta Casellati, che vuole un posto nel suo Veneto dopo essersi adattata alla Basilicata; c’è l’interrogativo sui due influenti ex capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, veterani dell’aula ma oggetto di critiche interne.
Per blindarli, Tajani dovrà rinunciare a qualcun altro. E poi c’è il posto considerato certo di Marta Fascina, l’ex compagna del Cavaliere e garante di un gruppo di giovani come Tullio Ferrante e Stefano Benigni.
Nella Lega il panico serpeggia soprattutto tra gli eletti del Sud, dove la presa del partito è sempre più debole e il rischio di venir fagocitati dal tornado Vannacci è altissimo. «Siamo tutti appesi al congresso che stabilità i rapporti di forza e chi farà le liste», è la sintesi. Intanto, meglio prenotare i treni di ritorno nei rispettivi collegi ogni fine settimana e presidiare feste e sagre, in attesa della finanziaria in cui tentare di incassare piccole o grandi elargizioni da rivendicare in campagna elettorale.
(da agenzie)
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