Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
ALLE SUPPLETIVE IN CALABRIA PER UN SEGGIO ALLA CAMERA CORRERA’ IL TESORIERE FABIO ROSCIOLI, VICINO A MARINA BERLUSCONI. PESA LO “SCIPPO” DI VANNACCI, CHE SI E’ PORTATO VIA L’EX CAPOGRUPPO IN REGIONE DOMENICO GIANNETTA – NON VA MEGLIO AL NORD, DOPO L’AFFONDO DEL MINISTRO ZANGRILLO AI DANNI DEL SEGRETARIO
Punzecchia gli alleati per cercare di spostare l’attenzione al di fuori del suo partito. Conscio che se si deve fare polemica è meglio farla con la Lega che non con i colleghi di Forza Italia.
Anche così si spiega l’insistenza con cui Antonio Tajani ieri, dal Meeting di Rimini, ha ricominciato a scagliarsi contro l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti delle società petrolifere: “Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto all’extra-profitto.
C’è un sovrappiù di motivazioni, però, per Tajani nel parlare di tutto fuorché degli azzurri: soprattutto al Sud (ma non solo), infatti, s’avvertono un bel po’ di scricchiolii che destabilizzano.
La situazione più periclitante riguarda la Campania, dove ben quattro parlamentari (Pino Bicchielli, Annarita Patriarca, Francesco Silvestro e Raffaele De Rosa) hanno firmato un documento denunciando un partito regionale allo sbando, chiedendo il “ripristino della democrazia interna”.
Il casus belli è sempre il congresso regionale che si dovrebbe tenere il 9 settembre, un mercoledì, nei giorni del voto sulla nuova legge elettorale. E in cui l’unico candidato è il coordinatore uscente, il capo delegazione di FI al Parlamento europeo Fulvio Martusciello. Questo perché ad Alessandro Carrazza, che si era candidato al congresso, è stato impedito di correre. […]
Ma anche in Calabria gli animi non sono troppo tranquilli, dopo che l’ex capogruppo di Forza Italia in regione Domenico Giannetta ha deciso di candidarsi con Futuro nazionale alle prossime suppletive (sfiderà Fabio Roscioli, vicino ai Berlusconi, sostenuto da tutto il centrodestra).
Tajani ha provato a sdrammatizzare dicendo che “alle suppletive vinceremo”, ma l’aiuto avanzato dai tajanei al presidente Occhiuto è stato rispedito al mittente con stizza.
In Basilicata, intanto, l’ha scritto Il Fatto, i ras locali sono riusciti a far decadere come coordinatrice la ministra Casellati e anche qui ci si avvia al congresso con l’investitura-formalità del presidente Bardi, altro fedelissimo di Tajani. In Sicilia, invece, prosegue il lavoro del commissario regionale Nino Minardo che allontana l’assise (che a quel punto potrebbe tenersi dopo le prossime amministrative).
(da Il Foglio)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL COLLETTIVO DI ATTIVISMO DIGITALE INSERITO NELLA LISTA USA DELLE SIGLE DEL TERRORISMO GLOBALE… LA REPLICA: “ACCUSE RIDICOLE E FALSE, TRUMP DISPERATO”
Gli Stati Uniti hanno inserito Autistici/Inventati (A/I) tra i gruppi che il governo americano
considera organizzazioni terroristiche. L’annuncio è arrivato dal segretario di Stato Marco Rubio, nell’ambito di un provvedimento che colpisce tre realtà internazionali accusate da Washington di sostenere reti violente dell’estrema sinistra. Secondo il governo americano, Autistici/Inventati avrebbe fornito infrastrutture e strumenti digitali a cellule Antifa e ad altri gruppi radicali, permettendo loro di comunicare, organizzarsi e mantenere l’anonimato. Per il collettivo scattano le sanzioni americane e il blocco di eventuali beni presenti negli Stati Uniti.
Che cos’è Autistici/Inventati
Autistici/Inventati nasce nel 2001, dall’incontro tra persone e collettivi dell’area antagonista e anticapitalista interessati alla tecnologia e ai diritti digitali. Le sue origini sono legate anche a Indymedia Italia, la rete di informazione indipendente che durante il G8 di Genova raccontò le proteste e gli eventi di quei giorni attraverso una rete di giornalisti e attivisti. Da quell’esperienza prende forma un collettivo che decide di costruire strumenti per permettere ad altri gruppi di comunicare senza affidarsi alle piattaforme commerciali. A/I offre posta elettronica, spazio web, blog, mailing list e altri servizi online ad attivisti e collettivi. Il progetto si basa sul software libero, sulle licenze aperte e sull’autogestione: il collettivo non ha sponsor e sostiene le proprie attività attraverso contributi volontari. Non esiste un coordinatore né un portavoce e le decisioni vengono prese collettivamente.
Da Gazaweb alle accuse di Washington
Per Washington, A/I fornisce un supporto tecnologico a reti violente dell’estrema sinistra; il collettivo si presenta invece come un progetto di attivismo digitale nato per garantire strumenti di comunicazione liberi e indipendenti. Negli ultimi anni alcuni componenti del collettivo hanno collaborato anche con Acs Italia al progetto Gazaweb, che ha realizzato gli «Alberi della rete», sistemi utilizzati per riportare la connessione internet in alcune zone della Striscia di Gaza. È proprio la natura dell’infrastruttura di A/I a essere ora al centro delle accuse americane: secondo Washington, gli strumenti del collettivo sarebbero stati utilizzati anche da organizzazioni che gli Stati Uniti considerano terroristiche. La decisione degli Stati Uniti è una misura adottata dal governo americano e non una condanna pronunciata da un tribunale italiano. La decisione americana, comunque, non equivale a una condanna da parte di un tribunale italiano, ma produce effetti concreti nei rapporti con soggetti e beni sottoposti alla giurisdizione degli Stati Uniti.
Cos’ha risposto il collettivo alla misura Usa
«Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso», scrive il collettivo sul sito in risposta alla decisione Usa. «Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità».
(da Open)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI BLOCCANO LA COSTRUZIONE DELLA MOSCHEA CON IL PRETESTO DEL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO, NONOSTANTE TERRENO E COSTRUZIONE SIA INTERAMENTE PAGATO DALLA COMUNITA’ BENGALESE… LA RIDICOLA GIUSTIFICAZIONE DEL SINDACO: “SERVE PIU’ INTEGRAZIONE, NON CI SONO LE CONDIZIONI”… SI LEGGA LA COSTITUZIONE, C’E’ LIBERTA’ DI CULTO IN ITALIA E NON DECIDE UN SINDACO DOVE E QUANDO SI PUO’ PREGARE… E SI CHIEDA PERCHE’ FINCANTIERI E IL TURISMO HA BISOGNO DELLA MANODOPERA BENGALESE, VISTO CHE I FIGHETTI VENETI NON VOGLIONO SPORCARSI LE MANI
La moschea non si farà, almeno per ora. Dopo anni di interlocuzioni con il Comune di Venezia e dopo aver acquistato per circa un milione e mezzo di euro l’area dell’ex segheria di via Giustizia, a Mestre, la comunità bengalese si trova davanti allo stop dell’amministrazione. Il sindaco Simone Venturini ha chiuso la porta perché ritiene che «non ci siano le condizioni» per realizzare un grande centro di culto islamico nel cuore della città. Per il primo cittadino di centro-destra, i tempi non sono maturi sul fronte dell’integrazione.
La reazione dei bengalesi: «Blocchiamo Fincantieri»
La decisione suona come un gelido dietrofront per la comunità bengalese del territorio, ormai radicata e fondamentale per l’economia della città, impiegata in modo massiccio dagli appalti di Fincantieri fino all’intero settore turistico.
E la replica del presidente dell’associazione «Giovani per l’umanità», Prince Howlader, apre infatti uno scontro aperto. Senza un luogo di preghiera la comunità si dichiara pronta a scendere in piazza e a bloccare l’intera città con uno sciopero generale che rischierebbe di paralizzare la cantieristica, gli alberghi e la ristorazione.
«Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea, siamo pronti a scendere in piazza. E se scioperiamo noi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti e alberghi. Volete vedere?», avverte Howlader.
Il terreno è stato comprato, ma il progetto è fermo
L’area comprata nelle scorse settimane dalla comunità bengalese misura quasi 8mila metri quadrati, è circondata dai binari della ferrovia e si trova in una strada senza uscita di Mestre. Era un’ex segheria, da tempo abbandonata e diventata luogo di degrado. La comunità bengalese l’ha bonificata già prima dell’ultimo Ramadan e continua tuttora a ripulire gli edifici presenti nell’area, che altrimenti continuerebbero a versare nello sfacelo.
Nelle scorse settimane l’associazione «Giovani per l’umanità» ha formalizzato l’acquisto del terreno, che verrà pagato a rate fino al 2028.
Moschea, bar, scuola e biblioteca: cosa prevede davvero il progetto della comunità bengalese
Il progetto, però, non riguarda soltanto una moschea. L’idea è quella di realizzare un grande centro aggregativo con spazi per l’accoglienza dei fedeli, uffici, alloggi per custodi e personale, un ristorante e un bar. Sul retro dovrebbero sorgere una scuola, una biblioteca e un auditorium ed è previsto anche un parcheggio sotterraneo da circa 250 posti. Il costo complessivo stimato del maxi progetto supera i 20 milioni di euro.
Perché non possono (ancora) farci una moschea
Ma l’acquisto dell’area non basta per far partire i lavori. L’ostacolo principale è la destinazione d’uso. Il terreno è attualmente classificato a uso agricolo e produttivo e per realizzare la moschea è necessario destinarlo a luogo di culto. Per farlo serve un passaggio amministrativo da parte del Comune. Ed è proprio su questo che si è aperto lo scontro.
«Da tre anni dialoghiamo con il Comune»
Per la comunità bengalese, la decisione dell’amministrazione è arrivata dopo un percorso molto più lungo e dialogante di quello che viene raccontato dalle mura di Ca’ Farsetti. Il portavoce Howlader sostiene che fu l’ex sindaco Luigi Brugnaro a indicare anni fa proprio quell’area come possibile sede della moschea, mettendo l’associazione in contatto con i precedenti proprietari. «È da tre anni che dialoghiamo con l’amministrazione per portare a casa questo progetto, che non è della nostra associazione o “dei bengalesi”, ma di tutta la comunità musulmana», racconta il portavoce dei bengalesi.
La linea della comunità bengalese
La ricostruzione della comunità bengalese è che il confronto fosse proseguito anche con l’attuale amministrazione. Prima delle elezioni, l’associazione aveva lavorato sul progetto insieme agli uffici e agli amministratori. Il 29 aprile 2025 il segretario dei «Giovani per l’umanità», Nazmul Haque, aveva poi inviato al Comune una Pec con la richiesta di variante urbanistica accompagnata da una relazione. Una risposta formale, spiega, non è mai arrivata, ma sarebbero seguiti diversi incontri ai quali partecipava anche lo stesso Venturini, all’epoca assessore alla Coesione sociale. Non solo. Durante quei confronti l’associazione avrebbe anche modificato il progetto seguendo le indicazioni dell’amministrazione. I cinque piani inizialmente previsti, infatti, sono stati ridotti a tre. «Questo è un progetto del Comune, non un progetto “nostro”. Cosa c’è adesso che non va più bene?», chiede il segretario dell’associazione bengalese.
La posizione del Comune: «Non ci sono le condizioni»
Il braccio di ferro resta congelato sulle riserve dell’amministrazione. Il sindaco Venturini ribadisce lo stop e condiziona l’ipotesi dell’apertura di un dialogo concreto solo a passi avanti sul fronte dell’integrazione della comunità bengalese sul territorio veneziano. Dalla giunta, in realtà, filtra scetticismo fin dai primi incontri dell’era Brugnaro, soprattutto per le dimensioni imponenti dell’opera. E la mail Pec sventolata dalla comunità bengalese viene liquidata come una semplice comunicazione formale «tra le tante», ben lontana dal far approdare la delibera in Consiglio comunale.
Sul caso si è alzata intanto la tensione politica da più fronti. Forza Nuova ha già promesso «barricate» per impedire il progetto, la Lega è passata all’offensiva chiedendo verifiche a 360 gradi. Il Carroccio pretende, infatti, chiarezza sulla provenienza del milione e mezzo di euro usato per comprare l’area, oltre a controlli rigorosi su compatibilità urbanistica, rispetto dei vincoli di legge e profili di sicurezza pubblica.
«Passeremo per vie legali»
La comunità bengalese, nel frattempo, promette di non fermarsi. Howlader parla di uno sciopero per rivendicare il diritto ad avere un luogo in cui pregare e non esclude il ricorso alle vie legali né un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Pregheremo in strada, o davanti al Comune», chiosa. La minaccia di mobilitazione assume un peso particolare in una città in cui la presenza bengalese è strettamente legata al mondo del lavoro. La comunità conta, secondo le stime fornite dall’associazione, circa 40mila musulmani tra Venezia e la terraferma, circa la metà dei quali di origine bangladese. Molti lavorano nel turismo, nella ristorazione e negli alberghi. Altri sono impiegati nelle attività agricole della terraferma veneziana. E poi c’è Fincantieri, il grande polo industriale di Porto Marghera.
Nel mezzo dello scontro è intervenuta anche la Cgil di Venezia. Il segretario Daniele Giordano ha invitato tutte le parti a riaprire il dialogo, prendendo posizione sia sulle parole del Comune sia sulla minaccia di sciopero della comunità. «Nessuno scambio tra fede e diritti. Il rispetto delle regole vale per tutti, a prescindere dal credo. Si riapra il dialogo e si evitino scioperi che possono dividere i lavoratori», dichiara il sindacalista.
«Lo scambio che si sta tentando di veicolare in queste ore è indegno di una città e di uno Stato che sancisce nella propria Costituzione la libertà religiosa come diritto inviolabile. Mentre alla comunità bengalese si chiede il pieno rispetto della legalità lo stesso rigore non viene mai richiesto alle aziende che quella stessa comunità sfruttano. Il sindaco forse dimentica che è in corso un processo sullo sfruttamento dei lavoratori negli appalti Fincantieri, e sembra non vedere lo sfruttamento e il lavoro nero che attraversano il settore turistico cittadino. Il richiamo alle regole deve valere per tutti», afferma. «Allo stesso modo un appello va rivolto anche alla comunità bengalese. Prima di annunciare scioperi e blocchi della città, serve che tutte le parti lavorino per il dialogo», conclude.
Una comunità che vive e lavora a Venezia
Sullo sfondo dello scontro, intanto, resta una comunità che da decenni fa parte del tessuto sociale ed economico veneziano. Alcuni bengalesi sono arrivati in Italia già nei primi anni Novanta. Sono diventati proprietari di casa, hanno costruito relazioni e famiglie e oggi hanno figli che parlano fluentemente italiano. Altri sono arrivati più di recente, alcuni anche dopo viaggi attraverso la Libia e il Mediterraneo. Il loro lavoro è ormai presente in molti degli ingranaggi dell’economia veneziana, nei ristoranti come camerieri, lavapiatti e cuochi, negli alberghi come receptionist e addetti alle pulizie, nelle campagne della terraferma come braccianti stagionali. E, soprattutto, negli appalti della cantieristica.
«La moschea? Può diventare simbolo di integrazione»
«La comunità bengalese lavora, fa piccola impresa», ricorda Howlader. L’associazione rivendica anche il lavoro svolto sull’area di via Giustizia, che prima dell’acquisto era diventata un luogo di degrado. «Noi abbiamo già ripulito questo spazio che era diventato il regno del degrado e il “quartier generale” degli spacciatori». Per la comunità, inoltre, lo stesso progetto della moschea dovrebbe essere un’operazione di integrazione. Howlader assicura che sono previsti sermoni multilingue con traduzioni simultanee in italiano, francese e inglese. «Mi chiedo – conclude – se questa non è “integrazione”, se non è una prova che vogliamo realizzare questo progetto rispettando e seguendo le leggi. Altrimenti vuol dire che ce l’hanno solo con i bengalesi…».
(da Open)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ATTIVERA’ I PRESTITI SAFE PER 8,9 MILIARDI… LA LISTA DELLA SPESA COPRIRA’ SOLO INVESTIMENTI GIA’ PIANIFICATI
La lista della spesa (militare) dell’Italia con i fondi Safe è pronta. Dopo mesi di dubbi e
contorsioni, alla fine il governo Meloni ha deciso di avvalersi dei prestiti Ue a tasso vantaggioso per finanziare investimenti in difesa. Non tutto l’ammontare a disposizione per Roma (14,9 miliardi di euro), ma una parte, valutata in circa 8,9 miliardi di euro. Se Giorgia Meloni tiene un profilo bassissimo sulla questione, per ragioni di calcolo elettorale, ad annunciarlo nelle scorse settimane era stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Ora trapelano sui giornali indiscrezioni su quali investimenti saranno finanziati con quel denaro. La certezza è una: non si produrrà spesa aggiuntiva per la Difesa, come chiedeva a gran voce Guido Crosetto, si copriranno solo spese pluriennali già pianificate, generando risparmi utili per altre voci del bilancio pubblico (al netto del costo da spalmare su decenni per la restituzione del prestito).
Le spese militari finanziate con Safe
Secondo il Corriere, in particolare, nella «lista Safe» rientrerebbero sistemi di difesa aerea Samp-T e fregate Fremm Evo, unità navali Vulcano, carri armati e mezzi blindati di varia tipologia, elicotteri d’attacco, aerei da addestramento militare transonico e sistemi antidrone. E ancora, scrive Simone Canetteri, l’impianto missilistico antinave Teseo e quello di difesa antiaerea a corto raggio Skynex. Tutti «gioielli» prodotti da Fincantieri e Leonardo, si prevede. Il Fatto Quotidiano parla anche di una nuova commessa da 24 Eurofighter a valere sui fondi Safe, così come di una possibile per nuovi caccia F-35: circostanza questa smentita dal Corriere, che esclude quei fondi servano anche per acquistare sommergibili.
Il passaggio in Parlamento da evitare
Quel che è certo è che, proprio per via della scelta di utilizzare quei fondi per coprire spese pluriennali già programmate dalla Difesa, l’attivazione dei prestiti Safe non dovrà essere votata in Parlamento, che ha già approvato nei mesi scorsi il fabbisogno miliare italiano. D’altronde il Safe è un meccanismo di finanziamento azionabile dal governo, non un nuovo programma internazionale/militare cui aderire. Con buona pace del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si era impegnato a un passaggio parlamentare, Giorgia Meloni dovrebbe così evitare una tappa politicamente insidiosissima al rientro dalle vacanze degli italiani, con Roberto Vannacci da destra e Giuseppe Conte nel campo largo scatenati contro il riarmo e gli aiuti militari all’Ucraina. A Bruxelles probabilmente si sperava in un utilizzo diverso e più ambizioso di quei fondi, e pure in un dibattito sul loro uso per le necessità future dell’Italia più chiaro e sano. Ma il clima pre-elettorale ha portato il dossier in ben altra direzione.
(da Open)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
NESSUNO VUOLE FARE UN PASSO INDIETRO E TROVARE UN TERZO NOME? TRANQUILLI, VE LO FARANNO FARE GLI ELETTORI CHE SI SONO ROTTI I COGLIONI DI MESI DI DISCUSSIONI DEMENZIALI E AMBIZIONI PERSONALI
Elly Schlein non arretra sulle primarie. Mentre nel Pd cresce chi teme che un corpo a corpo diretto con Giuseppe Conte lasci «più macerie che voti», dal Nazareno la linea resta netta: «O si fanno le primarie o va avanti chi prende più voti».
Anche negli ambienti vicini a Romano Prodi si starebbe lavorando per un passo indietro di entrambi i leader, ma la posizione della segreteria dem non cambia. Sul fronte opposto, il M5s esclude comunque che la leadership possa andare in automatico al partito con un voto in più, e nel cerchio di Conte la linea sulle primarie resta altrettanto granitica.
Le altre proposte
Le proposte per aggirare lo scontro diretto non mancano, ma restano deboli. Roberto Speranza ha suggerito di puntare su una figura simbolica, «un neo diciottenne o un anziano partigiano», raccogliendo più ironie che consensi; dietro la battuta si muove il “correntone” legato a Dario Franceschini e Andrea Orlando. Di segno opposto Lia Quartapelle, che difende i gazebo e definisce “dannosissima” l’idea di evitarli, rilanciando la formula del doppio turno.
Il programma
È soprattutto Stefano Bonaccini a spostare l’attenzione sul metodo, indicando la strada che porterà a settembre: prima va scritto il programma, poi eventualmente si andrà ai gazebo, «o, come in tutte le democrazie del mondo, il primo partito esprime la leadership».
Un passaggio che, secondo l’ex governatore, è urgente perché «se non uniamo le forze, Meloni può andare in vacanza e dopo le elezioni tornare a Palazzo Chigi». Sui nomi terzi circolano comunque ipotesi come Giorgio Gori, Nicola Zingaretti, Silvia Salis, Gaetano Manfredi, Antonio Decaro e Pier Luigi Bersani, ma nessuno chiude la partita.
Il confronto nel campo largo
Prima del voto tra gli iscritti, va costruito il terreno del confronto. Riccardo Magi chiede di aprire rapidamente un tavolo sui punti programmatici essenziali, a partire dalla politica estera, per evitare che le primarie diventino «dilanianti e divisive». Una prima finestra utile potrebbe aprirsi dopo Nova, l’appuntamento nazionale del M5s del 19 e 20 settembre: fino a inizio ottobre, con tutta probabilità, le carte resteranno coperte.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE CHE GOVERNA ISTRAELE USA IL LINGUAGGIO DEL COLONIALISMO, UNA RAPPRESENTAZIONE DELL’ODIO E DEL DISPREZZO PER CHI NON E’ DELLA SUA TRIBU’
Definendo «quei selvaggi» gli iraniani, eredi di una civiltà perfino più antica della Bibbia,
Netanyahu rinverdisce ideologia e lessico del colonialismo più classico: laddove non siamo ancora arrivati “noi” a sistemare le cose, ecco che ci sono i selvaggi.
Nel caso della Israele odierna la classica convinzione di superiorità culturale dei colonizzatori è rinforzata e se possibile peggiorata dall’orribile razzismo religioso dei vari Ben-Gvir, così bene incarnata dal tribalismo sopraffattore dei coloni in Cisgiordania. Ma il ceppo sul quale si innescano le varie ramificazioni del colonialismo è sempre lo stesso: ci sono popoli inferiori e popoli superiori, ed è diritto naturale dei secondi imporre il proprio dominio e le proprie leggi.
Nei secoli è toccato ai nativi americani, agli africani (per la doppia sopraffazione degli europei e degli arabi) e ai popoli nativi di mezzo pianeta; oggi tocca, tra i tanti, a Gaza, Cisgiordania, Libano.
Come sia possibile che qualunque leader di qualunque nazione, ancora oggi, osi definire «selvaggi» altri popoli, è un mistero che lasciamo alla sua psiche e al nostro imbarazzo (ci si imbarazza sempre più spesso per chi non è in grado di farlo da sé). Resta il fatto che ancora lì siamo: quando non si sa che altro dire, si dà del selvaggio a questo o a quello e ci si sente di avere raddrizzato le cose.
L’idea che la sola cosa “selvaggia” con la quale tutti, a qualunque latitudine, siamo alle prese, sia l’istinto di sopraffazione, sia la violenza, sia la guerra, stenta a prendere piede. Ci abbiamo creduto per una breve stagione, che potesse esistere una universalità del diritto, e uguaglianza tra diversi. Purtroppo non è così.
L’ayatollah e il capo di Israele, il capo dei russi e il capo degli americani sono la stessa identica rappresentazione dell’odio e del disprezzo per chi non è della tua tribù.
(da Repubblica)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
COME NEI REGIMI DELL’EST PRIMA DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO: A BARI MISURE ANTI-FISCHI
Il discorso non è ancora pronto. I collaboratori di Giorgia Meloni ci inizieranno a lavorare nel fine settimana. Anche confrontandosi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per capire quale sarà lo spazio di manovra e i fondi a disposizione. Perché venerdì 4 settembre, per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, la presidente del Consiglio non intende limitarsi a fare l’elenco delle cose fatte nei suoi quattro anni di governo. Vuole andare oltre: l’idea è quella di fare un annuncio elettorale in vista dell’ultima legge di Bilancio a tema economico e nello specifico sul taglio delle tasse, dicono due fonti di primo piano a conoscenza della questione. Nessun dettaglio trapela ma niente che non si potrà mantenere, è la linea.
L’evento, al porto di Bari sarà preceduto da un saluto dei ministri, dei due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (che non hanno ancora confermato ma ci saranno) e probabilmente del vicepresidente della Commissione europea, leccese doc, Raffaele Fitto. Ieri si è tenuto un comitato dell’ordine pubblico: sono previste 10 mila persone, di cui 5 mila da Bari e oltre 60 pullman da tutta Italia.
Si temono contestazioni organizzate come a Taranto e per questo la Questura si è già attivata con una lista di possibili contestatori. Poi parlerà Meloni (al tramonto) che ricorderà cosa ha fatto il governo per il Sud, il G7 in Puglia e l’Italia come ponte del Mediterraneo e poi farà anche capire che la legge di Bilancio sarà l’ultimo grosso traguardo politico della legislatura facendo un riferimento alle elezioni anticipate: una volta raggiunto l’obiettivo del record di longevità, la presidente del Consiglio farà capire che su quello che è stato fatto nei quattro anni e mezzo di governo è pronta a chiedere la “conferma degli italiani”.
Un modo per dire che dopo la legge di Bilancio (e l’approvazione della legge elettorale, con passaggio decisivo tra Camera e Senato a settembre e ottobre) Meloni è pronta ad andare al voto in primavera. Il percorso studiato dai consiglieri della premier è segnato: dimissioni a inizio anno e voto a fine marzo, al più tardi ad aprile.
La prima data utile su cui sono state fatte riflessioni a Palazzo Chigi sarebbe quella del 24 marzo ma si sta studiando se nel frattempo i parlamentari avranno o meno maturato i vitalizi e probabilmente così non sarà. Al più tardi l’ipotesi è quella del voto l’11 aprile. In questo modo, si andrebbe a votare prima del voto amministrativo nelle grandi città – Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli – previsto per fine maggio in modo da evitare l’effetto traino della vittoria del centrosinistra, storicamente avvantaggiata nei grandi centri.
L’ostacolo principale a questo disegno è rappresentato dal fatto che Meloni si dovrebbe dimettere a inizio 2027 senza un’apparente motivazione e con una maggioranza ancora solida. Il Quirinale inoltre è pronto a vigilare sulla data del voto: secondo fonti parlamentari, non ha competenze per decidere e lascerà al governo la scelta ma non troverebbe niente di male che si tornasse a votare a giugno – con l’election day – per non fare la campagna elettorale d’estate. A ogni modo, il Colle potrà solo vigilare sulle tempistiche e non ci sarebbero state interlocuzioni con il governo, secondo le stesse fonti. Inoltre con due voti separati si rischierebbe di chiudere le scuole due volte in poche settimane, oltre al mancato risparmio dei costi.
Scenario, quello dell’election day, che Meloni però vuole evitare tanto che preferirebbe, a quel punto, votare a scadenza naturale in autunno sperando che passi la “buriana” del voto nelle città. Tant’è che ieri il vicepremier Matteo Salvini ha messo le mani avanti: “Penso che si voterà tra più di un anno, ad autunno 2027”, ha detto dal Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.
Qualche dubbio circola anche dentro Fratelli d’Italia e all’interno dei partiti della maggioranza: il leader della Lega Salvini vorrebbe evitare il voto anticipato in primavera, mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa non sta spingendo per nessuna opzione specifica, ma non è contrario né all’election day né al voto a scadenza naturale.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
“CON 30-40 TRENI IN PIU’ LA RETE FERROVIARIA NON SARA’ IN GRADO DI REGGERLI”
È partita da Siracusa alle 10.25 diretta a Roma Termini, ma il suo viaggio è stato bloccato
per un guasto e, una volta ripartito, il treno aveva accumulato 170 minuti di ritardo. Letteria, 65 anni, siciliana di origine ma residente da 25 anni a Basiglio, nel Milanese, era a bordo dell’Intercity 724 quando il convoglio si è fermato a Lentini. “È stato detto che un treno da Catania verso Siracusa aveva divelto la linea elettrica aerea e che una squadra di operai era al lavoro per ripristinare il danno”, racconta a Fanpage.it.
I passeggeri, spiega, sono rimasti a bordo durante l’attesa e, secondo quanto riferisce, non sarebbe stata fornita assistenza. Il guasto è stato poi risolto, ma il ritardo accumulato ha avuto conseguenze sull’intero viaggio. “Ho perso il Frecciarossa in partenza da Villa San Giovanni alle 16.19 e perderò anche l’Intercity da Salerno per Milano”, ci racconta direttamente dal treno.
La capotreno le avrebbe assicurato che il viaggio sarebbe stato “riprotetto” fino alla destinazione finale. “Però non ho ricevuto nessuna informazione da Trenitalia, nessuna mail”, precisa.
Per la 65enne, però, l’episodio di oggi, martedì 26 agosto, non è la ragione della sua critica al Ponte sullo Stretto. La sua posizione, precisa, nasce da una riflessione più ampia sulla rete dei trasporti siciliani e sulla capacità delle infrastrutture dell’Isola di sostenere un eventuale aumento del traffico ferroviario.
“Salvini dice che con il Ponte il traffico sarebbe intensificato e avremmo decine di treni in più al giorno sia in entrata che in uscita. La domanda è: una volta che sono passati 30 o 40 treni a Messina, dove vanno?”, si chiede. E aggiunge: “L’altra domanda è da dove dovrebbero arrivare i 30 o 40 treni in transito da Messina a Villa San Giovanni?”.
La 65enne, nata e cresciuta a Messina, sostiene che il problema non riguardi soltanto il collegamento attraverso lo Stretto. “È tutta la rete infrastrutturale siciliana ad essere arretrata”, afferma. Nella sua analisi cita le difficoltà dei collegamenti ferroviari interni e stradali dell’Isola, sostenendo che prima di aumentare il numero dei treni da e verso la Sicilia sarebbe necessario intervenire sulle infrastrutture esistenti.
La sua esperienza personale, del resto, con i collegamenti nello Stretto risale agli anni universitari. Dal 1979 al 1985 ha studiato a Reggio Calabria, attraversando ogni giorno il braccio di mare tra Sicilia e Calabria. “Sono nata e cresciuta a Messina e ho studiato a Reggio Calabria dal 1979 al 1985, viaggiando ogni giorno con navi e aliscafi. Anche nelle giornate di tempesta non ho mai avuto problemi: 20 o 25 minuti per la traversata”, racconta. “Solo una volta, in cinque anni, la nave ci ha messo due ore e quaranta per le condizioni del mare”.
La sua critica, dunque, non nasce dal ritardo dell’Intercity di oggi, né da una singola esperienza negativa. “Assolutamente no”, risponde quando le viene chiesto se la riflessione sul Ponte sia stata provocata dal guasto di martedì.
Che la rete ferroviaria non è sufficiente ad assorbire un traffico più intenso è un dato di fatto”.
È proprio qui che, secondo Letteria, si concentra la questione. L’aumento del traffico ferroviario previsto con la realizzazione del Ponte, a suo giudizio, dovrebbe essere accompagnato da una rete interna capace di accogliere e distribuire quei collegamenti.
Dopo una giornata trascorsa a inseguire coincidenze saltate per 170 minuti di ritardo, la sua conclusione resta la stessa: prima di chiedersi come attraversare più velocemente lo Stretto, bisogna capire come far viaggiare i treni una volta arrivati in Sicilia.
(da Fanpage)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL PICCOLO COMUNE DELLA GARFAGNANA OSPITA AL SUO INTERNO IL “PARCO DELL’ONORE E DEL DISONORE”, CHE VANTA PURE UNA STATUA DEDICATA A ‘MAD VLAD’
“Enclave” russa e “santuario” per i turisti moscoviti, all’ombra della guerra in Ucraina. E’ Vagli Sotto, comune di appena 759 anime nel polmone verde della Garfagnana. Famoso per l’esperienza adrenalinica sul ponte sospeso e il trekking ad anello sullo spettacolare Lago di Vagli.
Oggi ospita nel Parco dell’Onore un sito monumentale ai caduti russi che attira comitive che raggiungono appositamente questo luogo con omaggi di bottiglie di vodka e mazzi di fiori: nella roccia su cui posa il soldato della divisione Spetsnaz delle Forze armate russe Alexander Prokhorenko, morto per combattere l’Isis, a distanza di nove anni e nel pieno della Guerra in Ucraina, è stata inaugurata la targa commemorativa dedicata alla giornalista russa Darya Dugina, figlia dell’ideologo del presidente Vladimir Putin.
A fare gli onori di casa il sindaco di Vagli di Sotto Mario Puglia, nell’occhio del ciclone per questa cerimonia. Che alla vigilia non è stata esente da polemiche. Dugina è morta il 20 agosto 2022 nell’esplosione di un’autobomba vicino a Mosca, un attentato che fu attribuito dai servizi russi all’Ucraina, che invece smentì qualsiasi coinvolgimento.
Superato il ponte sospeso – a completare l’opera – ci sono le statue a dimensione d’uomo dei presidenti Putin e Trump. Quest’ultima iniziativa alla memoria di Dugina è stata organizzata dall’associazione “Cuore Russo”. Per l’occasione, hanno raggiunto il borgo montano l’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Alexej Paramonov, e il console generale, Kirill Ignatov. […]
Sotto lo sguardo vigile della Digos, la manifestazione si è svolta senza contestazioni, preceduta dall’inno russo, seguito da quello italiano, sotto i vessilli nazionali che sventolavano sopra le teste. Il sindaco Puglia non è nuovo a certe provocazioni: è giusto di alcuni giorni fa la polemica insorta dopo l’apparizione di un’iscrizione anti comunista sulla statua di Don Milani.
(da agenzie)
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