Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
È LA CONCLUSIONE BOMBA RAGGIUNTA DALLA PROCURA DI PAVIA: UN PRIMO ESAME DEL RIS EVIDENZIO’ CHE IL PRESUNTO DNA TROVATO SULLA BICI DI STASI ERA SOVRAPPONIBILE A QUELLO DELLA VITTIMA MA, IL GIORNO SUCCESSIVO A QUEL RISULTATO, QUALCUNO AI RIS DI PARMA EFFETTUÒ IN SEGRETO DUE NUOVE PROVE CHE SFATARONO IL PRIMO RISULTATO. LE TRACCE DI QUEGLI ESAMI NON COMPARVERO MAI NEL FASCICOLO D’INDAGINE E NON VENNERO DATE ALLA PROCURA. COME MAI? IL PRESUNTO DNA DELLA VITTIMA RINVENUTO FU UNA PROVA FONDAMENTALE PER L’ARRESTO DI STASI
Dopo quasi due anni di indagini, la nuova inchiesta dei pm di Pavia sul delitto di Garlasco arriva alla più clamorosa delle ipotesi. Non solo secondo i magistrati diretti da Fabio Napoleone e i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, Alberto Stasi è stato condannato ingiustamente a 16 anni per omicidio, ma la sua innocenza era già evidente nel 2007, prima del fermo, quando due test di controllo sul famoso «materiale altamente cellulato» — che inizialmente si disse fosse sangue — trovato sui pedali nella bicicletta Umberto Dei e diventato uno dei sette elementi su cui si è basata la condanna in Cassazione, erano risultati negativi.
Tuttavia di quegli esiti non ce ne è mai stata traccia negli atti dell’indagine, né gli inquirenti ne hanno mai parlato durante i cinque processi che hanno portato alla condanna definitiva dell’ex fidanzato.
La scoperta è arrivata grazie ai «dati grezzi» e ai documenti recuperati proprio al Ris Parma dalla procura di Pavia. L’analisi di quel materiale compiuta sia dai consulenti genetici dei legali di Stasi, sia in modo autonomo da quello della Procura, ha portato a identici risultati.
Nei giorni scorsi i pm di Pavia e i carabinieri del colonnello Antonio Coppola hanno interrogato alcuni carabinieri della Ris che si occuparono delle analisi. E venerdì è toccato al loro comandante Luciano Garofano.
Tutto ruota intorno al famoso campione di materiale genetico della vittima repertato l’11 settembre 2007 durante le prime indagini dagli uomini dell’allora comandante Garofano, sui pedali della bicicletta da uomo sequestrata a Stasi. Il giorno precedente il mezzo era stato sottoposto a ispezione ed esame luminol e al combur test (per cercare tracce di sangue), entrambi risultati negativi. I Ris hanno poi effettuato due campionamenti sui pedali denominati «bu_p1» e «bu_p2» infine uniti in un unico campione chiamato «bu_p».
I genetisti di Parma avevano poi effettuato l’estrazione e la quantificazione di quel campione. Il primo esame era però stato «inibito» e quindi negativo. Tre giorni dopo, il 19 settembre, i Ris avevano proceduto alla purificazione di quel campione (bu_p) e a un secondo tentativo di quantificazione. Al contrario dei risultati di tre giorni prima, il risultato di quel test era stato però sorprendente: 2,78 nanogrammi. Un quantitativo «enorme» di dna se paragonato al primo esame negativo. Inoltre il campione era risultato «perfetto», ossia senza impurità e «rumore di fondo».
Quel dna era perfettamente sovrapponibile a quello della vittima, Chiara Poggi. Il giorno successivo a quel risultato «decisivo», qualcuno però ai Ris di Parma effettuò in segreto due nuove prove di «verifica». Entrambe furono negative ma le tracce di quegli esami non comparvero mai nel fascicolo d’indagine e mai vennero date alla procura. E mai nessun carabiniere, né il generale Garofano, parlò mai di quelle prove.
Il ritrovamento del dna di Chiara Poggi sui pedali all’epoca fu un elemento decisivo che fece scattare — alle 14.10 del 24 settembre — sulla base della relazione preliminare dei Ris alla pm Rosa Muscio, il fermo di Stasi. Provvedimento che poi non venne convalidato dalla gip di Vigevano Giulia Pravon (il 28 settembre) con scarcerazione di Stasi e senza alcuna misura cautelare. […]
Quanto sostiene oggi la procura di Pavia è clamoroso: il giorno dopo quell’esame, il 20 settembre 2007, nei laboratori dei Ris di Parma qualcuno ripeté per due volte il test senza lasciare la minima traccia negli atti e soprattutto senza dare conto del doppio esito negativo.
Decisivi i «raw data», i dati grezzi, di cui la procura di Pavia è entrata in possesso dai Ris il 6 novembre 2025, ossia i «registri» delle macchine usate in laboratorio per effettuare i test. In quei file, non modificabili, è stata trovata traccia delle due contro-analisi risultate negative ma mai comunicate alle parti (e alla pm di Vigevano) né mai inserite nel fascicolo.
(da il Corriere della Sera)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA, PUBBLICATA DAL “WALL STREET JOURNAL”, TROVA AMPIO RISALTO SULLA STAMPA ISRAELIANA … L’ULTIMO AVVERTIMENTO È ARRIVATO ALL’INIZIO DI OTTOBRE, QUANDO KAMEL HA CHIAMATO DIRETTAMENTE L’UFFICIO DI NETANYAHU: L’EGITTO HA CONTINUATO A LANCIARE AVVERTIMENTI FINO A QUASI 48 ORE PRIMA DELL’ATTACCO
Il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel ha telefonato al primo ministro Benjamin Netanyahu
pochi giorni prima dell’offensiva di Hamas del 7 ottobre 2023 per trasmettere un ulteriore avvertimento e segnalare segnali di un attacco imminente da Gaza, dopo che due precedenti avvisi egiziani erano stati ignorati.
La notizia, che arriva dal Wall Street Journal, trova ampio risalto sulla stampa israeliana. L’ultimo avvertimento è arrivato all’inizio di ottobre, quando Kamel ha chiamato direttamente l’ufficio di Netanyahu. Una fonte ha riferito che l’Egitto ha continuato a lanciare avvertimenti fino a quasi 48 ore prima dell’attacco.
Il rapporto, scrive il Times of Israel, afferma che gli egiziani avevano avvertito Israele già nel giugno 2023 della situazione a Gaza, consigliando allo Stato ebraico di riprendere i negoziati col gruppo palestinese per un accordo sullo scambio di ostaggi. Si tratta dell’ultimo di una serie di resoconti israeliani e internazionali riguardanti segnali sfuggiti al premier e alle autorità di sicurezza prima dell’invasione su larga scala.
A settembre, ricorda la testata israeliana, Kamel si è recato in Israele avvertendo che “la situazione a Gaza era critica e rischiava di esplodere in faccia a tutti”, riferisce l’articolo, citando funzionari anonimi di un governo arabo non specificato. Tuttavia, i funzionari israeliani hanno minimizzato gli avvertimenti, assicurando a Kamel che la situazione era sotto controllo; ciò ha spinto a effettuare la telefonata di ottobre all’ufficio di Netanyahu, aggiunge il rapporto, precisando che “gli egiziani hanno continuato ad avvertire Israele fino a 48 ore prima dell’attacco”.
In precedenza, Netanyahu aveva negato di aver mai parlato con Kamel nei mesi antecedenti l’attacco. Il rapporto ribadisce inoltre le recenti indiscrezioni secondo cui il leader degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, avrebbe chiamato Netanyahu nel settembre 2023 per avvertirlo di segnali relativi a un imminente attacco di Hamas. Nessuno degli avvertimenti conteneva dettagli specifici su tempi o portata dell’assalto pianificato, osserva il rapporto, in linea con quanto emerso da precedenti resoconti sulla vicenda
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPELLO ALLA MOBILITAZIONE DEL PRESIDENTE TRUMP E L’ATTIVISMO DEL SUO VICE JD VANCE, PER RICUCIRE IL LEGAME CON I SOSTENITORI DEL GRAND OLD PARTY SCONTENTI, SEMBRANO NON SORTIRE GLI EFFETTI DESIDERATI AL PUNTO CHE ANCHE I COLLEGI RITENUTI BLINDATI SONO ORA SEMPRE PIÙ A FORTE RISCHIO… AD AVER FATTO INCAZZARE GLI ELETTORI CI SONO I CRESCENTI COSTI DELL’ENERGIA, BENZINA E GASOLIO IN TESTA, E L’AVVERSIONE NEI CONFRONTI DELLA GUERRA IN IRAN
I repubblicani tremano a meno di 40 giorni dal voto di midterm, in programma a novembre. L’appello alla mobilitazione del presidente Donald Trump e l’attivismo del suo vice JD Vance per ricucire il legame con i sostenitori del Grand Old Party scontenti sembrano non sortire gli effetti desiderati, al punto che anche i collegi ritenuti blindati sono ora sempre più a forte rischio.
E’ il caso di Darline Graham, nella Carolina del Sud, accreditata di un vantaggio di appena l’1% sulla sua sfidante democratica Annie Andrews per il seggio senatoriale, secondo un sondaggio pubblicato sabato sera dalla società di rilevazione conservatrice Trafalgar Group. Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, scomparso l’11 luglio pochi giorni dopo essere tornato da Kiev, è in leggero vantaggio, in un sondaggio che stima il margine di errore di poco inferiore a tre punti, a dispetto del sostegno ostentato in tutti i modi da Trump a suo favore.
Sugli elettori pesano i crescenti costi dell’energia, benzina e gasolio in testa, e l’avversione nei confronti della guerra in Iran. Un sondaggio di InsiderAdvantage pubblicato all’inizio del mese dava Graham in vantaggio di due punti, mentre un’indagine di Impact Research di metà agosto, commissionata dal comitato elettorale della rivale Andrews, aveva mostrato una situazione di parità. Graham si candida per un mandato di sei anni al Senato, dopo essere stata scelta dal governatore repubblicano della Carolina del Sud Henry McMaster per occupare il seggio senatoriale rimasto vacante in seguito alla morte del fratello, eletto con ampi margini a doppia cifra.
Intanto, proprio Vance è impegnato una un intenso tour elettorale, dedicandosi a un’inedita spiegazione e reinterpretazione delle posizioni del presidente Trump: sta cercando di smussare i toni più aspri del tycoon nel tentativo di coinvolgere i conservatori scontenti e di spingerli a sostenere i repubblicani a novembre.
Lunedì, interpellato sull’affermazione della settimana precedente di Trump di voler “vietare con orgoglio” l’accesso alla Casa Bianca a Cnn, Politico e MsNow, Vance ha risposto: “Non concordo con la premessa: non sta vietando l’accesso agli organi di stampa”, aggiungendo che negare l’ingresso ad alcune testate è una misura ragionevole. All’inizio del mese, poco dopo che Trump aveva promesso 5.000 dollari a ogni adulto americano in cambio della conferma dei repubblicani al potere con il controllo del Congresso, Vance è intervenuto su Fox News per chiarire la questione.
“Ciò che il presidente intende dire è semplicemente: se ci manterrete al potere e ci permetterete di continuare a realizzare questi progetti, allora parteciperete anche voi ai benefici”, ha affermato. Una esemplificazione rispetto alla preoccupazione degli americani per la guerra impopolare in Iran e l’aumento i prezzi del carburante, con la benzina a 4,50 dollari al gallone (a ridosso di quota 5 toccata durante l’amministrazione Biden) e il diesel oltre i 6,5 dollari al gallone, ai massimi storici.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
E POI LA SUA AMMINISTRAZIONE HA ESPRESSO PREOCCUPAZIONE PER IL SOSTEGNO FORNITO DA PECHINO ALL’IRAN, INCLUSA LA TECNOLOGIA A DUPLICE USO CON APPLICAZIONI MILITARI … LA PRECISAZIONE DEI FUNZIONARI DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP: “GLI STATI UNITI NON HANNO IN PROGRAMMA DI VENDERE ARMI A PECHINO” (MA NON HANNO SMENTITO CHE TRUMP ABBIA EFFETTIVAMENTE PROPOSTO ARMI A PECHINO)
Donald Trump ha chiesto a Xi Jinping, “a un certo punto”, se la Cina fosse interessata ad acquistare
armi americane. Lo ha riferito, in un’intervista a Fox News, l’ambasciatore americano a Pechino, David Perdue. “Il presidente Trump continua a dire: ‘Ehi, noi vendiamo armi ad altri Paesi nel mondo’. Di fatto, a un certo punto ha chiesto al presidente Xi se volesse acquistarne qualcuna”.
La rilevazione è maturata in risposta alle domande sul fatto se Trump avesse ritardato l’approvazione del pacchetto record di vendita di armi a Taiwan, da 14 miliardi di dollari, nel tentativo di compiacere Xi ed evitare di compromettere gli incontri con il leader cinese. Perdue non ha chiarito se Trump abbia avanzato la proposta durante il vertice di questa settimana o in un’altra occasione, come a Pechino lo scorso maggio.
Le dichiarazioni del tycoon sono più sorprendenti considerando che la sua amministrazione ha espresso preoccupazione per il sostegno fornito da Pechino all’Iran, inclusa la tecnologia a duplice uso con applicazioni militari, e considera la Cina il suo principale rivale militare.
Prima del vertice, Taiwan e gli alleati americani temevano che Trump potesse indebolire il sostegno Usa all’isola per ottenere qualcosa in cambio da Xi. The Donald, parlando dell’incontro di maggio, aveva destato preoccupazione affermando che la vendita di armi a Taiwan rappresentava un’utile “merce di scambio” nei negoziati.
Perdue ha respinto i timori sulla posizione di Trump per Taipei, affermando che il presidente è stato “deciso su Taiwan come nessun altro io abbia mai visto”, e ha smentito le voci secondo cui Trump avrebbe ritardato il pacchetto di vendita di armi da 14 miliardi di dollari per compiacere la Cina.
Perdue ha ribadito che la politica Usa nei confronti di Taiwan non è cambiata, inclusa la politica della “Unica Cina”, in base alla quale Washington riconosce Pechino come governo della Cina e prendendo atto, pur senza accettarla, della sua rivendicazione di sovranità su Taiwan. Perdue non ha voluto discutere le tempistiche del pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari, limitandosi a dire che le trattative sono “in corso”.
Funzionari dell’amministrazione Trump hanno affermato che gli Stati Uniti non hanno in programma di vendere armi a Pechino, dopo che l’ambasciatore americano a Pechino David Perdue, in un’intervista a Fox News, ha detto che il presidente Donald Trump, “a un certo punto”, aveva proposto un accordo per trasferire armamenti americani al leader cinese Xi Jinping.
“Il presidente Trump continua a dire: ‘Ehi, vendiamo armi ad altri in tutto il mondo”, aggiungendo poi: “In effetti, a un certo punto ha chiesto al presidente Xi se fosse interessato ad acquistarne qualcuna”.
Successivamente, un funzionario, secondo il Wall Street Journal, ha detto che l’amministrazione non ha intenzione di vendere armi alla Cina. Un secondo funzionario ha fatto notare che la vendita di armi alla Cina è già vietata dalla legge e ha ribadito che non sono stati formulati piani o offerte a Pechino. Perdue non ha fornito dettagli sull’offerta. Mentre la Cina continua a esercitare pressioni militari su Taiwan, Perdue ha affermato che la politica di lunga data della Casa Bianca nei confronti dell’isola non è cambiata: “Non sosteniamo l’indipendenza né la coercizione”.
Perdue non ha fornito ulteriori dettagli sull’offerta né ha specificato se questa sia stata avanzata durante l’incontro tra Trump e Xi della scorsa settimana o in un colloquio precedente. Gli Stati Uniti “sono il nostro principale fornitore di armi. Ci auguriamo di poter ricevere quel pacchetto di armi il prima possibile”, ha detto alla Cbs News, Alexander Yui, l’ambasciatore de facto di Taiwan negli Stati Uniti, in merito alla vendita del pacchetto di armi Usa da 14 miliardi di dollari, congelato da diversi mesi.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI MAGGIORI ENTRATE PER LE CASSE PUBBLICHE: UNA MANNA DAL CIELO PER MELONI E GIORGETTI, ALLE PRESE CON L’ULTIMA LEGGE DI BILANCIO… TRA IL 2022 E IL 2023, IL FISCAL DRAG AVEVA PRODOTTO CIRCA 25 MILIARDI DI MAGGIOR PRELIEVO … IL PARADOSSO DELLA DUCETTA: SI AFFANNA A CERCARE RISORSE PER ALLEGGERIRE L’IRPEF AL CETO MEDIO, CHE VIENE MAZZIATO DAL CARO VITA
Il fiscal drag torna a mordere stipendi e pensioni. E questa volta può valere fino a quasi 13 miliardi in due anni. Nuove simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, aggiornate alle previsioni di giugno della Banca d’Italia, stimano per il 2026-2027 almeno 8 miliardi di drenaggio fiscale: circa 6 a carico dei lavoratori dipendenti e 2 dei pensionati.
Con un’inflazione più alta il conto supera i 9 miliardi. Nello scenario più severo sfiora i 13. Un paradosso che arriva proprio mentre il governo Meloni cerca risorse per alleggerire l’Irpef del ceto medio. […]
I prezzi salgono, i redditi provano a rincorrerli — con i rinnovi dei contratti, gli aumenti o qualche straordinario in più — ma scaglioni e detrazioni restano fermi, perché non indicizzati. Così una parte degli aumenti, invece di compensare il caro vita, viene assorbita dalle tasse.
È il fiscal drag, la vecchia tassa invisibile dell’inflazione. La simulazione di Leonardi e Rizzo parte dalle ultime stime di Bankitalia: inflazione al 3,1% nel 2026 e al 2% nel 2027. Nel biennio significa un aumento cumulato dei prezzi del 5,2% (i due tassi annui si combinano, non si sommano).
È lo scenario centrale e produce già 8,1 miliardi di fiscal drag. Se l’inflazione cumulata sale al 6%, nello scenario avverso di Bankitalia, il drenaggio arriva a 9,35 miliardi. Con l’8,2%, nello scenario più severo, tocca quota 12,74 miliardi: 9 a carico dei lavoratori e quasi 4 dei pensionati.
La grande fiammata del 2022-2023 aveva già prodotto, secondo i due economisti, circa 25 miliardi di maggiore prelievo. Poi la tregua del biennio 2024-2025, con l’inflazione tornata su livelli molto più bassi.
«Quei 25 miliardi con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi, cioè il taglio del cuneo ai redditi più bassi», aveva spiegato Leonardi nei giorni scorsi a Repubblica.
«Ma non agli stessi contribuenti: sopra i 35 mila euro ci hanno perso». Il fiscal drag dunque continua ad agire solo sui lavoratori dipendenti e sui pensionati sottoposti all’Irpef progressiva. Mentre una parte crescente degli altri redditi beneficia di regimi sostitutivi o flat tax.
Ecco perché il nuovo aumento dei prezzi può diventare un alleato involontario proprio alla vigilia di una manovra elettorale. Non significa che il drenaggio da 8-13 miliardi stimato si traduca automaticamente in risorse disponibili da spendere. Significa però che l’inflazione genera maggiore prelievo senza bisogno di aumentare le aliquote. E questo maggiore gettito aiuta i conti pubblici.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTRICE E’ MOLTO APPREZZATA DA GIORGIA MELONI (CHE SU INSTAGRAM SEGUE SOLO 55 PERSONE, TRA CUI LEI) QUALCHE TEMPO FA DISSE: “MELONI MI PIACE”…A PRESIEDERE IL COMITATO IL BALLERINO MVULA SUNGANI, GIÀ BALLERINO DI RAFFAELLA CARRÀ
Una scelta che ha fatto sollevare qualche sopracciglio, anche per le collocazioni politiche. Il nuovo
consiglio superiore dello spettacolo – per cui non è previsto compenso – nominato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli ha incuriosito parecchi osservatori: presidente sarà Mvula Sungani, già ballerino di Raffaella Carrà, poi coreografo d’esperienza.
Per quell’incarico era inizialmente circolato il nome di Nicoletta Brilli, più nota come Nancy, che però ha trovato comunque una collocazione nella compagine culturale, giusto qualche settimana dopo aver avuto la conferma del suo nuovo ruolo su Radio1, a Un giorno da pecora, dove ha sostituito Geppi Cucciari, pur non essendo nota per un graffio politico pari a quello della conduttrice sarda.
Ma l’attrice romana è molto stimata dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, che più volte l’ha proposta per condurre serate alla “sua” Arena di Verona, dove la sua voce conta da sempre parecchio. Brilli in ogni caso è apprezzata anche a palazzo Chigi: di sicuro, il suo profilo è uno dei pochissimi seguiti da Giorgia Meloni su Instagram, in mezzo a capi di stato e compagni di partito.
Nella lista c’è anche Enrico Ruggeri, cantautore caro alla Lega, che nelle ultime stagioni gli aveva trovato anche uno strapuntino in Rai, dove conduceva Gli occhi del musicista, non rinnovato nel 2026. Il suo programma, incentrato sulla storia della musica, anche in linea con l’offerta prevista dal contratto di servizio, è stato chiuso per ascolti bassi. Per lui un premio di consolazione non indifferente.
“Quota” Forza Italia invece Serena Autieri, altra conduttrice ben nota a viale Mazzini, anche per le sue improvvisazioni musicali, e presenza consolidata sui palchi del premio Biagio Agnes e a qualche evento degli azzurri. E ancora l’attore Alessio Vassallo, palermitano come il sottosegretario alla Cultura FdI Giampiero Cannella, a lungo vicesindaco e assessore alla Cultura della sua città.
A scorrere la lista, c’è poi Bruno Sconocchia, presidente di Assoconcerti e vecchia conoscenza di Mazzi: entrambi sono stati agenti di talent musicali, oggi si frequentano nei loro ruoli istituzionali. Altro ritorno, quello di Davide Rondoni: opinionista di Bar Centrale su Rai1, il poeta è un amico stretto di Angelo Mellone, direttore del Day time. Sul piccolo schermo ha dovuto fare posto a Francesco Giubilei, presidente della fondazione An, ma la ricollocazione è arrivata ben presto.
Dalla conferenza unificata di comuni e regioni arriva invece la designazione di Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano – quindi non esattamente un punto di riferimento del centrodestra – mentre colpisce un altro nome, quello di Luciano Argano. Del manager culturale storicamente legato al mondo della sinistra a destra non hanno infatti un buon ricordo, ma il suo nome sarebbe stato scelto personalmente da Giuli a partire da una rosa di tre proposte presentata dalle associazioni di categoria.
Altro habitué del mondo della sinistra e del management culturale targato Franceschini è il compositore Giorgio Battistelli, oggi presidente della Società Aquilana dei Concerti “Bonaventura Barattelli”, che pure compare nella lista. Scelte che non sono passate inosservate da parte degli osservatori meloniani, che non esitano a ricordare come Giuli abbia una certa disinvoltura nel frequentare ambienti anche lontani dalla destra in cui è cresciuto culturalmente.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
GUERRA AL DIRITTO GLOBALE: CI HA PAURA DELL’AJA?
La Corte penale internazionale (Cpi) si occupa solo dei crimini maggiori: crimini contro l’umanità, di guerra e di aggressione, genocidio. Ha sede all’Aja, è permanente e indipendente. È uno dei vertici della giustizia internazionale, ed oggi è sottoposta da parte della Russia e soprattutto degli Stati Uniti, a un tentativo di radicale smantellamento.
I principi fondanti sono quelli fissati dai processi di Norimberga del 1946 : «I crimini internazionali sono commessi da uomini, non da entità astratte». E gli uomini, siano pure potentissimi, ne devono rispondere.
Ma bisogna aspettare lo Statuto di Roma, nel 1998, perché venga fondata davvero. È preceduta dai tribunali internazionali creati ad hoc per i crimini commessi nella ex Jugoslavia e in Ruanda: il primo giudicherà, tra gli altri, il presidente Slobodan Milošević (morto in carcere all’Aja prima della sentenza) e condannerà il boia di Srebrenica Ratko Mladić per genocidio. Il secondo emetterà 20 condanne definitive in capo a vertici militari e politici.
Una nascita travagliata
Nella creazione della Corte penale internazionale fin dal negoziati di Roma, si scontrano tre tendenze: i sovranisti, che vogliono una Corte controllata dal Consiglio di Sicurezza Onu; gli universalisti, che vogliono una giurisdizione senza limiti; e i «pragmatici», un gruppo di Paesi di orientamento simile tra cui l’Italia, che alla fine prevalgono. L’esito è una Corte indipendente e che può esercitare se lo Stato in cui è stato commesso il crimine ha aderito allo Statuto oppure se lo ha commesso un cittadino di un Paese aderente. Una soluzione che gli Usa proveranno a bloccare fin dall’inizio con la proposta di limitare la possibilità della Corte di procedere contro cittadini di Stati non membri: ma l’emendamento viene respinto e lo stesso giorno, il 17 luglio 1998, lo Statuto viene approvato con 120 voti a favore, 7 contrari e 21 astenuti. La Corte diventa operativa nel 2002.
Tanti anni dopo è proprio questo principio della «territorialità» al centro della feroce battaglia contro la Corte. Ma lo Statuto parla chiaro, e per questo è possibile processare Putin, presidente della Russia (Paese non aderente), per crimini commessi in Ucraina (Paese membro). A fronte di un mandato d’arresto, tutti i Paesi che aderiscono alla Cpi hanno l’obbligo di arrestare il ricercato quando è sul loro territorio, e consegnarlo alla Corte affinché venga processato. I Paesi membri della Cpi sono attualmente 125; non ne fanno parte, fra gli altri, Usa, Russia, Cina, India, Israele, Turchia, Iran. Cinque hanno annunciato di recente l’intenzione di uscire, almeno due a seguito di una diretta richiesta di Trump: Ciad e Venezuela.
I casi affrontati
Nei primi anni la Corte si occupa molto di Africa. Il primo mandato di arresto è nel 2005 contro Joseph Kony (Uganda) e altri 4 dirigenti della Lord’s Resistance Army. I casi affrontati a oggi sono 34 e i mandati di cattura emessi 61. Tra questi: nel 2009 Omar al-Bashir, presidente del Sudan, per i crimini commessi in Darfur, nel 2011 Gheddafi. Nel 2023 per la prima volta un mandato di cattura tocca il capo di Stato di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, Vladimir Putin. Nel 2024 Netanyahu e Gallant, ma anche il braccio armato di Hamas Mohammed Deif; nel 2025 l’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Nel 2025 il caso del torturatore libico Al-Masri coinvolge l’Italia: arrestato a Torino, non viene consegnato all’Aja, ma riportato a Tripoli. Per questo, l’Italia viene deferita alla Corte.
L’affaire Putin
Tutto si scardina con l’incriminazione di Vladimir Putin. Le conseguenze geopolitiche saranno come una frusta che colpirà la Corte. Il mandato di cattura viene emesso dopo un anno di guerra in Ucraina: Putin è incriminato per la deportazione e il trasferimento dei bambini ucraini in Russia. Arriveranno poi i mandati contro i vertici dell’esercito russo per gli attacchi alle infrastrutture civili. La reazione di Mosca è furiosa: otto giudici della Corte più l’allora procuratore Karim Khan vengono condannati in contumacia da un tribunale penale fino a 15 anni di carcere. Tra loro c’è l’italiano Rosario Aitala, uno dei tre ad aver emesso il mandato nei confronti di Putin. A firmare la sentenza Andrei Suvorov, lo stesso giudice che ha mandato nella colonia penale siberiana Aleksey Navalny.
Per i giudici colpiti dai mandati russi, è un forte limite alla loro libertà di movimento. Mosca ha una serie di accordi di estradizione bilaterali che riguardano anche molti spazi aerei, vuol dire che se uno di loro dovesse per esempio recarsi in Turchia rischia l’arresto e l’estradizione in Russia.
Lo strangolamento americano
I contrasti tra Stati Uniti e Cpi sono di lunga data. Nell’ambito delle inchieste afghane (dal 2006), la Cpi indaga anche sulle torture dei militari americani e della Cia sui prigionieri. Di recente, il filone è stato «deprioritizzato», ma non chiuso. Il grande scontro però è su Israele. Il mandato d’arresto per il premier Benjamin Netanyahu nel 2024 e il ministro della Difesa Yoav Gallant accentua l’ostilità verso la Corte, che con l’arrivo di Trump diventa una guerra dichiarata. Va precisato che il procuratore della Cpi ha chiesto il mandato di cattura anche per i capi palestinesi di Hamas, Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e Mohammed Deif. Procedimenti poi decaduti, perché tutti i vertici di Hamas sono stati eliminati dagli israeliani.
La ritorsione americana si scaglia direttamente contro i giudici sottoponendoli alle stesse sanzioni Usa e liste nere, come i trafficanti di droga o i terroristi. Colpiti 9 dei 18 giudici della Cpi, i due viceprocuratori, l’ex procuratore e un membro dello staff. Il 18 agosto finisce sotto sanzioni anche la presidente della della Corte, la giapponese Tomoko Akane.
A tutti loro sono stati bloccati account e carte di credito. Il giudice francese Nicolas Guillou ha raccontato per primo le sue condizioni: « Subire le sanzioni Usa significa essere espulsi dall’infrastruttura economica e digitale americana — e quindi, di fatto, niente Gmail e sei fuori dal sistema bancario in buona parte del pianeta». In pratica non sei più in grado di prenotare online un treno, un aereo, un albergo, o di fare un acquisto online. «La mia vita personale — ha detto Guillou — è diventata un laboratorio della perdita di sovranità».
Le intimidazioni alla Corte
Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha annunciato apertamente la nuova strategia Usa: «La Corte è una minaccia alla sicurezza nazionale». E ha definito la Cpi «uno strumento di lawfare (guerra legale, ndr) contro gli Stati Uniti e il nostro stretto alleato Israele». Non solo. A luglio scorso, durante una riunione Nato a Bruxelles, gli Stati Uniti hanno chiesto ai membri dell’Alleanza di disconoscere l’autorità della Corte. Il 22 settembre Donald Trump, nel suo intervento all’Assemblea delle Nazioni Unite, ha usato contro la Corte parole oscene, definendola «una banda di teppisti» e sollecitato tutti i Paesi membri a un ritiro immediato. Secondo il Wall Street Journal e la Reuters, gli Usa sarebbero sul punto di sanzionare la Cpi come istituzione, cioè nel suo complesso.
È la strategia dello strangolamento. Anche della giustizia internazionale. In qualche modo, gli interessi di Russia e Stati Uniti finiscono per convergere. Ad Anchorage, in Alaska, Putin avrebbe chiesto espressamente aiuto a Trump affinché venisse revocato il suo mandato di cattura. Questo però lo può fare solo la Corte: esiste la possibilità di sospendere un’indagine o un procedimento per dodici mesi, rinnovabili — su richiesta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu — e potrebbe essere praticabile nell’ottica di negoziati di pace. Nulla di questo però, attualmente, è in discussione.
Scatta il presidio
All’Aja, per proteggersi dal rischio di interferenze americane, c’è una risposta collettiva: stanno isolando il funzionamento della Corte dall’infrastruttura Usa. Le email sono state migrate da Microsoft – che diventerebbe inutilizzabile nel momento in cui dovessero sanzionare la Corte stessa – a OpenDesk, un software open source finanziato da un’azienda controllata dal ministero dell’Interno tedesco. Sono stati contemporaneamente varati protocolli bancari, assicurazioni e misure gestionali affinché la Corte resti operativa nel caso di un totale blocco informatico Usa. Qualche giorno fa l’Olanda ha chiesto alla Commissione di utilizzare lo «Statuto di blocco» nel caso in cui gli Usa sanzionassero davvero la Corte. Si tratta di uno strumento giuridico che consente di proteggere aziende e cittadini europei dagli effetti illegittimi delle sanzioni imposte da un Paese terzo. Ma ci sono anche reazioni personali. La presidente Akane ha scritto: «Alla fine la domanda che la storia pone sarà: e voi dove eravate in quel momento?». Il giudice italiano Rosario Aitala in una cerimonia pubblica a Milano ha dichiarato: «La Corte risveglia le coscienze. E il motivo per cui ci attaccano è perché capiscono benissimo che i valori di civiltà — sottesi alla giustizia internazionale — sono superiori alla forza brutale».
(da corriere.it)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
CACCIARI: “LE CULTURE POLITICHE CHE LE SOSTENEVANO E MOTIVAVANO SONO SCOMPARSE DA TEMPO, NE RIMANGONO LE MEMORIE E I FANTASMI
(Gran parlare di coalizioni. Temo che le difficoltà che incontrano, da una parte e dall’altra, nel
formarle non derivino da velleità di primato tra questo o quel leader e neppure dalla difficoltà, che pure sussiste, nello stendere qualche paginetta programmatica.
La vera difficoltà consiste nel definire precise linee di demarcazione rispetto all’avversario intorno ai problemi concreti che assillano l’opinione pubblica. Che paradosso, si dirà! Ma se il linguaggio politico attuale è tutto impostato su una logica amico-nemico, sulla demonizzazione dell’avversario! Appunto – le parole mascherano la realtà, e cioè che destra e sinistra, per non dire centro, centro-destra e centro-sinistra sono diventate flatus vocis. Le culture politiche che le sostenevano e motivavano sono scomparse da tempo e ne rimangono le memorie e i fantasmi.
Questa situazione genera fisiologicamente osmosi e contaminazioni di ogni genere, rendendo sempre più arduo definire linee di azione e di governo coerenti e di portata strategica. Cerchiamo di spiegarlo. Le vecchie faglie della scena politica, parlamentare e non, si disegnavano certo anche attraverso categorie ideologiche e antitetiche visioni della storia, ma soprattutto, nell’agire concreto, attraverso impostazioni chiaramente contrapposte in materia istituzionale e economica. Materie allora strettamente complementari.
Da un lato, una linea che considerava fondamentale il ruolo dello Stato come partecipe sì, ma da protagonista, della strategia complessiva economica e industriale del Paese, anche grazie agli asset industriali formidabili che erano a sua disposizione.
Dall’altro lato, una linea che a questa si opponeva con altrettanta chiarezza: ogni intervento pubblico in materia di sviluppo tecnologico e industriale è destinata al fallimento, frena l’iniziativa imprenditoriale, distorce la logica di mercato. Né i primi volevano soluzioni sovietiche, né i secondi le temevano. La contraddizione era precisa e concreta. E così in materia fiscale: progressività rigorosa, da un lato, flat tax di ogni genere dall’altra. Giustizia fiscale, forse astratta, dei primi contro l’idea che pressione fiscale bassa avrebbe generato più investimenti, più occupazione, più benessere. Era un mondo molto più semplice, che permetteva scelte altrettanto lineari. Quel mondo è finito per sempre.
Il ruolo dello Stato nello sviluppo tecnologico, nell’innovazione, nella produzione di ricchezza è stato fatto a pezzi – si riduce, quando funziona, a facilitatore di accordi, al contenimento di disastri annunciati. Ha vinto in tutto Occidente la linea annunciata dai Reagan e dalle Thatcher. Dividersi su questo terreno è oggi pura retorica, poiché la storia a proposito si è pronunciata.
Quale ruolo, allora, dello Stato? Come riformarlo perché possa svolgere un’azione incisiva di fronte alla Tecnica globale? In quale grande spazio lo immaginiamo incluso? Queste sarebbero le vere domande, che destra e sinistra ignorano. Ma anche la “destra” rimane disarmata in questo scenario. Per un verso ha vinto, ma per un altro si trova in mare aperto. Le bandiere della destra di un tempo sono diventate rovine anche per lei; può contrabbandarle un poco soltanto sul terrenofiscale, ma difronte al macigno del debito pubblico con un appeal sempre più basso. La Meloni non ha diminuito di una virgola la pressione fiscale – né lo poteva. Ed ecco che anche la destra si trova costretta a rispolverare certe sue vocazioni “sociali”, che la mettono in competizione sullo stesso terreno con la cosiddetta “sinistra”.
Cosa rimane “di destra”? Rimangono proprio quegli aspetti che erano estranei alla “destra” economico-finanziaria, alla “destra” che ha davvero contato nell’Occidente del dopoguerra, rimane l’appello identitario, nazionalismo e sovranismo. Sembra che i voti possa raccattarli soltanto in questi bacini. Eppure, non può fino in fondo. Pena l’evocare i Vannacci. E emarginarsi dal “giro buono”, quello dell’èlite economico-tecnocratica che detiene le leve di comando dello sviluppo e dell’innovazione e che si è saldamente insediata a Bruxelles, dirigendo ogni azione della Commissione.
Ecco, dunque, che la coalizione di “destra”, da noi e altrove, quando voglia candidarsi a governare, dovrà diventare europeista o travestirsi da “occidentale” tout court, e, tutti lo sanno, Occidente oggi è Occidente americano. E qui l’osmosi con la “sinistra” – con la “sinistra” che non potrebbe più, pena cadere nel patetico-ridicolo, invocare un ruolo programmatore dello Stato, e nutre un “elettorale” terrore per ogni seria proposta di riforma fiscale in senso rigorosamente progressivo (cioè, si mantiene in questa materia così fondamentale su una posizione di “moderazione” rispetto alla “destra”).
La “sinistra” vota la Commissione con cui la “destra” lavora sbandierando di goderne i favori. Sul piano della politica estera – che è da sempre la vera politica! – osmosi, contaminazioni, equivoci la fanno da padroni. Anche qui una volta, negli infelicissimi tempi andati, le cose erano chiare: all’ombra protettiva dei due Titani della guerra fredda la faglia tra destra e sinistra poteva risultare sufficientemente chiara. Ma ora? Di uno non rimane che la deterrenza nucleare e l’immenso patrimonio di materie prime, almeno fino a quando anche la Federazione russa non finisca col disfarsi.
Dell’altro è evidente la crisi, la difficoltà di conservare la propria egemonia su scala globale, difficoltà che può trasformarsi in pessima consigliera. Difronte alla rivoluzione in atto negli equilibri internazionali le posizioni tradizionali di destra e sinistra cessano dall’avere alcun senso. E perciò ecco che i loro vecchi cultori si confondono e sovrappongono.
Da una parte e dall’altra c’è chi invoca la minaccia russa, e così chi invece la trattativa con Putin, chi sposa le vie della seta e chi vorrebbe colpire il nuovo nemico prima che si rafforzi troppo. Nei fatti, ci si barcamena, senza che emerga neppure una seria analisi del mondo nuovo in cui ci agitiamo. Questa è la condizione in cui versano le nostre coalizioni. E per questa ragione sarà molto difficile per loro convincere qualcuno a votarle. Ma dobbiamo disperare di poter disperare.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
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Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INGLESI HANNO LA STESSA LEGGE ELETTORALE DAL 1832, GLI AMERICANI DAL 1845, I TEDESCHI DAL 1956, I FRANCESI DAL 1958
È incostituzionale la nuova legge elettorale, in questa settimana alla Camera in terza lettura? Certamente è scostumata, perché offende i buoni costumi d’una Repubblica. Gli inglesi hanno la stessa legge elettorale dal 1832, gli americani dal 1845, i tedeschi dal 1956, i francesi dal 1958. Noi italiani, viceversa, ne abbiamo cambiate cinque negli ultimi trent’anni, e ci apprestiamo a battezzare la sesta creatura. Una nevrosi, e a curarla non basta la Consulta – serve uno psichiatra.
Non che la Costituzione impedisca di correggere le leggi elettorali: i costituenti evitarono di fissare regole vincolanti, benché avessero in mente il sistema proporzionale puro con cui quei 556 uomini e donne erano stati eletti. Ma la scelta di non scegliere fu una decisione saggia, perché non esiste un sistema elettorale perfetto; dipende dalle stagioni della storia, dalla condizione politica e sociale. Talvolta può essere preferibile un sistema maggioritario, talvolta un proporzionale, talvolta un sistema misto. Esistono, però, i sistemi imperfetti, e noi italiani ne sappiamo qualcosa.
Ma le (molte) imperfezioni dell’ultima trovata la rendono illegittima? Potremmo rispondere usando la vecchia battuta di Boskov, l’allenatore che portò la Sampdoria allo scudetto: «rigore è quando arbitro fischia». E così una legge è incostituzionale quando lo dichiara la Consulta. Giacché il diritto è opinabile, come e più delle altre scienze umane, e d’altronde la giurisprudenza costituzionale non procede sempre in linea retta. Ma è ancora più opinabile quando, come in questo caso, vengano in gioco questioni che non investono tanto la legittimità di una certa decisione normativa, bensì la sua conformità a un canone di ragionevolezza, o meglio di proporzionalità. Quando, cioè, viene in gioco una questione di misura.
È il caso del premio di maggioranza (un balzo dal 42 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi). Ma è anche il caso delle due modifiche introdotte dal Senato: le preferenze e l’innalzamento del numero di sottoscrizioni per le liste non rappresentate in Parlamento. C’è una soglia al di sotto della quale le preferenze sono insufficienti o al di sopra della quale le sottoscrizioni sono troppo alte? E c’è una soglia oltre la quale il premio di maggioranza diventa abnorme? C’è, ma è impossibile determinarla con un numero fisso. Nel diritto, come nella vita, si riflette una carica d’indeterminatezza. Come mostrano i due paradossi del mucchio e del calvo, attribuiti entrambi a Eubulide di Mileto. Certamente due chicchi di grano non fanno un mucchio, e nemmeno tre chicchi; ma continuando ad aggiungerne prima o poi si toccherà un livello che tutti giudicheranno un mucchio, senza che però sia mai possibile concordare sull’istante in cui tale passaggio si verifica. Analogamente, se a un uomo strappano uno per uno i capelli dalla testa, quest’ultimo a un certo punto potrà considerarsi calvo: ma quando esattamente?
Quanto alle preferenze, il punto non è la novità, bensì la sua misura. La legge in vigore dal 2017 estrae dai listini bloccati 245 deputati e 122 senatori, ma assegna il 37 per cento dei seggi con un maggioritario, nei collegi uninominali. Quindi per almeno un terzo della rappresentanza parlamentare l’elettore dispone di un effettivo potere di scelta, anche se le candidature vengono selezionate dai partiti. La nuova legge elimina la quota maggioritaria, risarcendo gli elettori con le preferenze, che tuttavia, a conti fatti, potranno determinare il 5 o al massimo il 10 per cento della rappresentanza, dato che soltanto i partiti maggiori eleggeranno candidati oltre al capolista. E questo è un arretramento sensibile, visibile, come il calvo di Eubulide.
Infine le sottoscrizioni. La nuova legge le quadruplica: da 1500 a 6000. Significa, su base nazionale, l’obbligo impervio di raccogliere 450 mila firme. Sarebbe forse accettabile questa innovazione se fosse ammessa la sottoscrizione online, come avviene per i referendum. Ma in ogni caso quadruplicando le sottoscrizioni s’introduce una norma di sbarramento occulta, che in alcune ragioni supera il 10 per cento. E allora l’uomo di Eubulide diventa doppiamente calvo.
Michele Ainis
(da Repubblica)
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