Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
UNA PROTESTA SENZA PRECEDENTI: UNICO CASO SIMILE NEL 2008, QUANDO IL CENTRODESTRA DECISE DI ELEGGERE UN PRESIDENTE DEM, RICCARDO VILLARI, CON IL SUO CONSENSO MA SENZA QUELLO DEL PD. PER FARLO SLOGGIARE, I COMMISSARI D’OPPOSIZIONE SI DIMISERO IN BLOCCO
Dimissioni in blocco. Tutti e 16 i parlamentari delle opposizioni che siedono in Vigilanza hanno
deciso di rimettere il mandato e lasciare la commissione di controllo sulla Rai. Una protesta clamorosa, anticipata da Repubblica, messa in atto per denunciare le manovre della maggioranza che da quasi due anni diserta i lavori della bicamerale, impedendone il funzionamento.
Una situazione che, per modalità e dimensioni, non ha precedenti. A fare un passo indietro sono infatti la presidente della vigilanza, Barbara Floridia del M5S, la vice Maria Elena Boschi di IV, e il resto dei componenti di Pd e Avs.
Per rintracciare un precedente simile, ancorché per cause diverse, bisogna andare indietro di quasi 20 anni, al novembre 2008, quando la maggioranza di centrodestra decise di eleggere un presidente della Vigilanza pescato fra i senatori dem, d’accordo con lui ma senza il consenso del suo partito. Il risultato fu che il prescelto, Riccardo Villari, si incollò alla poltrona, venne espulso dal Pd e però per sloggiarlo i commissari d’opposizione dovettero dimettersi in blocco.
Stavolta al centro della diatriba c’è la presidenza Rai, dove da quasi due anni i partiti di governo provano a insediare la consigliera forzista Simona Agnes, senza però avere il quorum dei due terzi necessario a ratificare la sua nomina in Parlamento.
Soglia richiesta dalla legge per far sì che la designazione di questa figura avvenga d’intesa con la minoranza. Oggi come allora, da destra stessa risposta: forzare.
È da fine ottobre 2024 che i commissari di FdI, Lega e FI disertano i lavori della commissione, facendo mancare il numero legale per impedirne il funzionamento. Uno stallo aggravato, nonostante i richiami del Quirinale, dal mancato intervento dei presidenti delle Camere, a cui le opposizioni si erano rivolte per denunciare una «paralisi istituzionale» che rischia di compromettere il pluralismo della principale azienda culturale del Paese.
Nel frattempo, il cda a trazione meloniana continua a operare indisturbato: approva delibere e nomine, vara programmi, licenzia piani industriali e immobiliari.
A essere sospeso è soltanto il controllo. Mentre le denunce cadono inesorabilmente nel vuoto. «I palinsesti della prossima stagione sono il manifesto definitivo di TeleMeloni», sono tornati ad accusare ieri i 5s in Vigilanza, mettendo nel mirino l’ex Iena Antonino Monteleone, autore di un osceno post su Gaza:
«Come si fa a affidare la prima serata del martedì, in cui il confronto è con Floris e Berlinguer, a uno che su Rai2 non ha raggiunto l’1% di share? Come si fanno a confermare i comizi di Tommaso Cerno?». La risposta è sempre la stessa: con la Vigilanza in stasi possono fare tutto. E anche di più.
(da Repubblica)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UNA DIFFERENZA TRA LA MAGGIORANZA E IL CAMPO LARGO: NOI SIAMO UN’ALLEANZA DI PROPOSTE E PRINCIPI CONDIVISI, LORO SONO UN CARTELLO ELETTORALE. ECCO: SE ANCHE NOI VOGLIAMO DIVENTARE COME LORO, CIOÈ UN CARTELLO ELETTORALE, PRENDIAMOCI VANNACCI”… “QUANTO INCIDERÀ MARINA BERLUSCONI NELLE PROSSIME CANDIDATURE? SE CI VORRÀ DARE QUALCHE SUGGERIMENTO SU PERSONE CHE MERITANO DI ESSERE PRESE IN CONSIDERAZIONE, IO LO SEGUIRÒ CON PIACERE – LE PREFERENZE? NON ASSICURANO LA QUALITÀ DELLA CLASSE POLITICA”
Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, dirigente forzista e habitué di riunioni a casa di Marina Berlusconi, «l’enfasi sulle preferenze» dice di non capirla proprio: «Non mi sembra che siano la garanzia di un sistema davvero democratico».
FdI insiste per introdurle nel Melonellum, nonostante i dubbi vostri e della Lega. Ritiene debba rinunciare all’emendamento?
«Dobbiamo avere il buon senso di trovare una soluzione nella quale tutti si riconoscano. Chi farà un passo indietro, uno o l’altro, non lo so. Se prevale la spinta alle preferenze, ci adegueremo. Io di certo non sarò contento».
Perché è così contrario?
«Non assicurano la qualità della classe politica. Se un candidato raccoglie tanti voti a proprio nome, non significa automaticamente che sia all’altezza dei compiti da svolgere come deputato o senatore».
Secondo i favorevoli, poter scrivere il nome sulla scheda riavvicina gli elettori alle urne.
«Peccato non sia così. Alle amministrative e alle Europee ci sono le preferenze ma l’affluenza è sempre più bassa rispetto alle Politiche, che pure non le prevedono da anni».
L’obiezione: con le liste bloccate però si compone un Parlamento di soli nominati.
«È responsabilità della buona politica mettere a disposizione persone che abbiano abilità adeguate alle cariche che devono ricoprire».
Non c’è il rischio che i candidati vengano scelti dai leader più per fedeltà che per competenza?
«Un partito che ragionasse così, verrebbe punito alle elezioni successive. Chi preferisce mandare in Parlamento gli amici – anziché eccellere e realizzare il programma – è meglio che cambi mestiere».
A proposito di candidature, nelle prossime liste di FI quanto inciderà Marina Berlusconi?
«Marina ci segue con grande affetto e attenzione. Se ci vorrà dare qualche suggerimento su persone che meritano di essere prese in considerazione, io lo seguirò con piacere».
Ogni tanto circola la voce di “casting” dentro Fininvest per dare volti nuovi al partito.
«Più che parlare di casting conta un principio: anche le forze politiche devono avere la capacità di rinnovarsi”.
Il nuovo in queste settimane ha un volto: Roberto Vannacci. Finirà con voi in coalizione?
«Su questo ho le idee molto chiare. C’è una differenza tra la maggioranza e il cosiddetto campo largo: noi siamo un’alleanza di proposte e principi condivisi, loro sono un cartello elettorale. Ecco: se anche noi vogliamo diventare come loro, cioè un cartello elettorale, prendiamoci Vannacci che non c’entra niente con i valori del centrodestra. Io ragionerei con grande attenzione».
Se continua a crescere, rischia di diventare l’ago della bilancia, no?
«Noi dobbiamo vincere portando avanti i nostri valori e i nostri principi, non barattandoli con qualche voto in più».
Respinge il sospetto che in fondo a FI un “pareggio” da larghe intese non dispiaccia?
«Noi vogliamo vincere. Anzi, tengo a specificare: vogliamo essere determinanti per la vittoria».
(da Repubblica)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
NON SOLO HA INVESTITO IN AZIONI DI SOCIETÀ CHE DIPENDONO DALLE SUE DECISIONI ALLA CASA BIANCA, MA A RENDERLO RICCHISSIMO È STATA LA DEREGOLAMENTAZIONE DELLE CRIPTOVALUTE: LA SOLA PARTECIPAZIONE IN “WORLD LIBERTY FINANCIAL” HA GENERATO 700 MILIONI DI DOLLARI DI PROFITTI
Che Donald Trump abbia gli occhi sempre puntati sull’economia e, soprattutto, sui mercati, è
cosa nota. Ma la cosa più clamorosa e straordinaria alla quale gli americani stanno assistendo increduli e incapaci di reagire, è l’enorme, ostentato, arricchimento del clan Trump nell’ultimo anno e mezzo.
Profitti ottenuti sfruttando proprio la presidenza di The Donald: dall’immagine presidenziale usata per emettere criptovalute col volto del leader repubblicano allo sviluppo del nuovo business degli stablecoin avviato dal clan Trump poco prima della decisione della Casa Bianca di togliere ogni vincolo a questo settore.
Perfino i perdoni presidenziali: sono stati gestiti, a volte, in una logica legata a criptoguadagni. Come nel caso del perdono concesso a ottobre a Chanpeng Zhao, fondatore e padrone di Binance, il più grande mercato di criptovalute. Condanne penali cancellate dopo che Zhao aveva dato un contributo essenziale allo sviluppo del business della famiglia Trump nelle criptovalute.
Ora abbiamo anche una cifra, sia pure basata su una stima riduttiva, per definire il fenomeno. Da documenti ufficiali appena pubblicati risulta evidente che la famiglia Trump ha guadagnato quasi un miliardo e mezzo di dollari in più nel 2025, il primo
anno della presidenza Trump. I suoi introiti, che nel 2024 erano stati di 622 milioni di dollari, l’anno scorso sono schizzati oltre quota 2,2 miliardi.
Extraprofitti che non comprendono quelli degli investimenti dei figli di Trump nel business dei minerali rari, fortemente sovvenzionato con denaro pubblico, in quello degli appalti militari e nel nuovo, discutibile, affare dei mercati predittivi, con imprese delle quali il primogenito, Donald Jr, è consigliere e socio.
La sola partecipazione in World Liberty Financial, la società di cripto cofondata da Donald Trump, ha generato, in base a documenti ufficiali resi pubblici ieri, 699 milioni di dollari di profitti di competenza del presidente. Il New York Times sottolinea che buona parte di questi guadagni viene dagli Emirati Arabi Uniti che hanno investito massicciamente in questo business.
Per oltre due secoli gli Usa hanno rispettato la regola aurea che vuole i presidenti impegnati a fare solo il bene della nazione, senza alcun tornaconto personale. Chi arrivava alla Casa Bianca avendo – lui o familiari – un patrimonio consistente, lo metteva in un blind trust gestito da professionisti esterni.
Trump, invece, si limita a dire di non avere nulla a che fare coi suoi business perché sono i suoi figli a gestirli. Ma anche del trust gestito da Eric e Donald Jr, il beneficiario rimane lui.
E se in passato hanno fatto scandalo casi limitati di finanziamenti esteri ricevuti da parenti di leader politici o da ex leader (come i compensi ucraini di Hunter Biden quando il padre era vicepresidente o i sussidi alla Fondazione filantropica creata da Bill Clinton dopo aver lasciato la Casa Bianca) ora la famiglia Trump non solo non si fa problema di rompere tutti gli argini, ma se ne vanta.
Forte dell’impunità del padre per tutto quello che fa da presidente, sancita due anni fa dalla Corte Suprema, Eric Trump si esprime su tutto questo con grande trasparenza: «Nel primo mandato abbiamo seguito le regole che ci avevano imposto e abbiamo perso soldi. Ora basta, non ci poniamo più di questi problemi».
(da Corriere della Sera)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E LEGA RESPINGONO ANCHE L’IPOTESI DI UN SISTEMA “MISTO” (CAPOLISTA BLOCCATO E CROCETTE SUI NOMI IN ELENCO). PRESO ATTO DELLO STALLO SUL MELONELLUM, LA MAGGIORANZA HA FATTO SLITTARE DI UN’ALTRA SETTIMANA IL VOTO SUGLI EMENDAMENTI ALLA CAMERA… CON LA “VARIABILE” VANNACCI A SCOMBINARE I PIANI, TRA I FRATELLINI D’ITALIA AVANZA LA CONVINZIONE CHE SIA MEGLIO TENERSI IL ROSATELLUM
In transatlantico, al termine del question time, il ministro della Difesa Guido Crosetto si concede una battuta: «Io con le preferenze non ho mai avuto problemi». E quindi i parlamentari non hanno ragione di temerle? «Mah, alcuni sì».
È lo psicodramma dell’estate. La possibilità di scegliere i candidati sulla scheda rimane la mina più pericolosa sulla via del Melonellum: dopo il vertice di maggioranza di lunedì – fumata nera – le posizioni rimangono distanti.
FdI, ripete il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, ritiene ancora che «le preferenze siano un elemento che possa arricchire la qualità dello strumento elettorale per gli italiani».
FI e Lega, per ora, non si fanno convincere nemmeno da un sistema misto (capolista bloccato e crocette sui nomi in elenco).
Il Carroccio, anzi, per voce del capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari, ricorda ai meloniani che il loro pegno a «questa legge elettorale chiesta in primis da FdI e Meloni» è già stato pagato: «Noi che siamo radicati sul territorio, soprattutto al Nord – dice a SkyTg24 – riteniamo che il modello migliore fosse con i collegi».
Basta flessibilità: «Il testo nasce da un compromesso, fare sempre il più uno crea delle difficoltà».
Matteo Salvini commenta solo le polemiche sul voto ai fuorisede: «Io sono assolutamente a favore», dice con una nota serale. Il segretario forzista Antonio Tajani scansa le domande: «Stanno lavorando tutti i tecnici». Ovvero gli sherpa che gestiscono il dossier.
Il confronto è congelato, una nuova riunione potrebbe tenersi in questi giorni o direttamente la prossima settimana. Del resto, ironia della sorte, ci hanno pensato i treni a togliere il centrodestra dagli impicci più immediati: ieri la riunione dei capigruppo di Montecitorio ha formalizzato il rinvio delle votazioni in aula dalla settimana prossima al 14 luglio.
La segretaria Elly Schlein, con tanti parlamentari Pd, insiste sulla fotografia di un centrodestra distratto dai problemi reali: «Anche oggi, come ormai da settimane, i partiti di maggioranza sono concentrati unicamente a litigare sulla legge elettorale. La paralisi del governo è evidente» (replica Ciriani: «Si informi meglio»).
La scena dice di uno scontro appena iniziato, ma dalle conseguenze imprevedibili. Eccola, dunque: Antonio Tajani è in Aula alla Camera, attorno ad ascoltarlo un gruppo di deputati azzurri che in seguito confideranno questo ragionamento del leader: «Noi teniamo il punto sulla nostra contrarietà alle preferenze, siamo sempre stati coerenti».
E, subito dopo, a testimoniare che tutto potrebbe sfuggire di mano: «Fratelli d’Italia non può permettersi di esagerare perché se penalizza noi e la Lega non può certo vincere da sola le elezioni»
Conseguenza diretta del vertice di lunedì sera, quando gli sherpa di maggioranza a un certo punto hanno alzato le mani, sconsolati, dopo aver litigato per due ore e aver ascoltato un durissimo intervento del salviniano Andrea Paganella, ostile ad ogni ipotesi di mediazione.
«Prendiamo tempo. E affidiamo la pratica ai leader, noi così non possiamo uscirne». Il voto sugli emendamenti in Aula è slittato di un’altra settimana. E i tre big di maggioranza sono stati costretti a sentirsi, anche se la circostanza non è stata comunicata pubblicamente.
Il più duro è stato appunto Matteo Salvini. Per lui, perdere anche la battaglia sulle preferenze equivale a una resa incondizionata, in un quadro già devastante sul piano interno. Sarebbe il colpo definitivo alla sua leadership già traballante. Ma a preoccupare chi spinge davvero per la riforma, dunque soprattutto a Palazzo Chigi, sono una volta di più le notizie che arrivano da Forza Italia.
l più pragmatico è stato l’ex capogruppo Paolo Barelli, riferiscono. Ha guardato i presenti e ha detto: «C’è una sola strada per vincere: turarsi il naso e allearsi con Vannacci». Certo, se invece si considera impraticabile l’intesa con l’ex generale, il quadro cambia drasticamente.
Lo “Stabilicum” porta a una probabilissima sconfitta, mentre il sistema di voto attuale rischia di colpire il centrodestra sul fronte dei collegi uninominali, ma di non affossarlo definitivamente.
Soprattutto se davvero Alessandro Di Battista lanciasse qualcosa di antipolitico e competitivo per far concorrenza a Giuseppe Conte, questa è stata la riflessione di alcuni presenti, allora il Rosatellum potrebbe convenire: nessun vincitore – o centrosinistra maggioranza, ma di strettissima misura – e Forza Italia comunque al centro dei giochi per gli equilibri dell’esecutivo e per il Capo dello Stato nel 2029.
Esercizi ancora teorici, ma fondati sui numeri. E che tengono conto di una posizione che va affinandosi nelle ultime ore, destinata a cambiare il corso di questa partita: quella di Marina Berlusconi. Fonti riferiscono quanto sarebbe stato confidato dalla primogenita del Cavaliere.
Questo ragionamento, sintetizzando al massimo: «Non sono a favore di un accordo con Vannacci. Non vedo su quali basi costruire un patto. Non sono d’accordo su uno scenario del genere prima e dopo le elezioni». Di questa contrarietà, stando alle stesse fonti, avrebbe informato anche Giorgia Meloni.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
NON VA MEGLIO PER LE IMPRESE: SECONDO L’ARERA, L’AUTORITA’ DI REGOLAMENTAZIONE DEL SETTORE, PER LE AZIENDE IL PREZZO FINALE DELL’ENERGIA ELETTRICA E’ SUPERIORE DEL 24,1% RISPETTO AGLI ALTRI PAESI DEL VECCHIO CONTINENTE … MA I RINCARI NON FINISCONO QUI: IL GAS DOMESTICO COSTA IL 7% IN PIU’
Una piccola flessione del prezzo della bolletta c’è stata nel 2025, ma per le famiglie e le imprese
italiane l’elettricità costa più che della media d’Europa. Lo certifica anche l’Arera, l’Autorità di regolamentazione del settore, guidata da Nicola Dell’Acqua, diventato presidente a gennaio.
Vero che il prezzo dell’elettricità per le famiglie è calato dell’1,6%, ma resta comunque del 13% sopra la media dell’area euro. Per le imprese il divario è ancora più pesante: il prezzo finale dell’energia elettrica è superiore del 24,1% rispetto alla media del Vecchio continente. Anche il gas domestico costa di più: +7%.
Nel 2025 i mercati internazionali hanno continuato a risentire delle guerre e delle tensioni geopolitiche. Così sarà nel 2026. Il prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso in Italia, il PUN, è arrivato a 115,9 euro/MWh, il più alto tra le principali borse europee, lontano dai valori di Francia e Spagna. La ragione è strutturale: l’Italia dipende ancora molto dal gas.
«Il sistema energetico italiano ha attraversato nel 2025 una fase di consolidamento dopo gli anni della crisi dei prezzi», osserva Dell’Acqua, «la vulnerabilità strutturale del sistema agli shock esterni non è superata». E il punto, sottolinea, è anche industriale: «Ridurre questo divario non è solo un obiettivo regolatorio: è una condizione di equità sociale e di tenuta del sistema produttivo nazionale».
Nel mix elettrico le rinnovabili coprono il 48% della produzione, ma nel 2025 sono diminuite dell’1,5%. Primo calo dopo anni di crescita. È tornato invece ad aumentare il termoelettrico, +5,2%, mentre il fotovoltaico avanza del 25% e l’idroelettrico crolla del 21%. I consumi di metano cresciuti del 2%, l’import di Gnl è salito del 44%. soprattutto dagli Usa.
Dell’Acqua si concentra anche sul mercato libero dell’elettricità che continua a essere più caro dei servizi tutelati pur rappresentando ormai l’83% dei clienti domestici. Le famiglie tra i 769 venditori scelgono sulla base del nome dell’operatore, non sulla base dell’offerta migliore. «I differenziali tra le offerte scelte e quelle più efficienti disponibili restano elevati», dice il presidente.
Inoltre «ci sono ancora troppe persone che fanno trading in maniera poco professionale», tanto che Arera sta studiando «una certificazione del venditore di energia». La relazione tocca anche gli altri servizi. Nell’idrico la spesa media per una famiglia tipo è di 388 euro l’anno, ma il vero nodo sono le perdite: 42,5% a livello nazionale, oltre il 50% al sud e nelle isole.
(da Repubblica)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA “STATISTA DELLA SGARBATELLA” NON PUÒ PERMETTERSI IL TRACOLLO DEL CARROCCIO, GIÀ RAGGIUNTO E SUPERATO NEI SONDAGGI DA FUTURO NAZIONALE … CON IL RITORNO DI SALVINI AL MINISTERO DELL’INTERNO, PIANTEDOSI SAREBBE DESTINATO A QUALCHE INCARICO IN EUROPA (L’EUROPOL?). E LA POLTRONA AI TRASPORTI ANDREBBE A EDOARDO RIXI
Riportarlo al passato per dargli futuro. Guardate che l’operazione per riportare Salvini al Viminale è seria, è una necessità e la prima ad avvertirla adesso è Meloni. È seria perché Vannacci va contrastato sulla sicurezza. È seria perché se crolla la Lega si rompe l’equilibrio del centrodestra.
Meloni sta riflettendo di spostare Salvini al Viminale dopo il primo settembre, dopo aver raggiunto il record di longevità del suo governo. Potrebbe farlo consegnandogli l’interim, promuovendo Edoardo Rixi ai Trasporti e destinando Piantedosi, uomo di stato e amico leale di Salvini, a un incarico prestigioso, magari in Europa.
Martedì sera si è registrato uno scontro durissimo fra Meloni, Tajani e Salvini, videocollegati, che riguarda la legge elettorale, l’emendamento sulle preferenze: Meloni intende inserirlo ma gli alleati si rifiutano di votarlo.
Viene riportata una frase di Meloni rivolta a Tajani e Salvini: “Voglio vedere se votate contro i miei emendamenti”. Le preferenze emancipano campioni del voto come Fedriga, Zaia, Attilio Fontana, Durigon e tolgono a un leader fragile come Salvini quel che resta del suo potere da segretario.
Meloni sa che il solo modo per avere armonia nella coalizione, sfidare sulla propaganda Vannacci, è spostare Salvini al posto di Piantedosi, un servitore che ha sempre dichiarato: “Io prendo atto se i tempi cambiano”.
Il primo che ha proposto il ritorno di Salvini al Viminale è stato Giorgetti ed è impensabile che l’abbia fatto senza concordarlo con Meloni.
La Viminale-Pontida esiste e ha come destinazione Salvini al ministero dell’Interno. Si è mosso Giorgetti che in un Federale di partito ha dichiarato: “Chiediamo il Viminale per Salvini”. C’è un altro indizio.
Tutte le volte che il Quirinale è stato usato contro Salvini, “il Colle non vuole Salvini ministro dell’Interno”, gli amici di Mattarella si sono premurati di spiegare che non esiste un veto. Salvini è stato assolto dalla pesante accusa di sequestro di persona e sta attraversando il momento più difficile da segretario.
Mettere in sicurezza Salvini, oggi presente a Villa Taverna, all’ambasciata americana, è una priorità di Meloni e di FdI. Servirebbe un rimpasto e si dovrebbe naturalmente passare dal Quirinale ma c’è un altro percorso. Sono ipotesi di studio, ma c’è sempre della verità.
Dare l’interim a Salvini e destinare Piantedosi a un grande incarico. In Europa bisogna nominare il direttore esecutivo di Europol e ci sono tre candidati: un tedesco, una spagnola e un lituano. Chi lo dice che non possa riaprirsi la partita e candidare un italiano?
Piantedosi viene ritenuto in Europa uno dei massimi esperti, un tecnico, in tema di rimpatri e immigrazione. Se l’Europa volesse potenziare Frontex, (l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera) ci sarebbe Piantedosi.
A settembre Salvini deve portare una novità a Pontida, il suo pratone. Ci arriverà con il partito ammaccato, con l’estate drammatica dei trasporti.
Dice alla Camera, Francesco Bonifazi di Italia Viva: “Vedrete, potrebbero chiamarlo il ministero della remigrazione”. E’ chiaramente l’inizio della sfida a destra con Vannacci.
Edoardo Ziello, il vicegenerale di Futuro Nazionale pensa che “avere Salvini al Viminale ci aiuterebbe. Avremmo finalmente un partito da attaccare, la Lega. Piantedosi è un tecnico e si fa fatica ad attaccarlo”.
(da Il Foglio)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
AL PARTY DEL 4 LUGLIO LA PREMIER TENTATA AD ANDARCI, MANDA IN OGNI SALVINI, LA RUSSA E TAJANI AD INGOZZARSI DI HOT DOG… ASSENTI CONTE E SCHLEIN, CI SARANNO RENZI E GUERINI
Il chi-c’è-chi-non-c’è è sempre stato uno dei giochi di società preferiti della Roma politica quando
si parla del 4 luglio. In anni passati era una notizia l’arrivo nei giardini di Villa Taverna di esponenti provenienti dalla vecchia famiglia comunista, come Massimo D’Alema (senza contare le visite segrete di Sergio Segre e Gian Carlo Pajetta ai tempi del Pci).
Oppure l’aggirarsi nei saloni del vecchio seminario dei Gesuiti dei “barbari” di Bossi, poi dei “grillini” antisistema. Insomma, la cartolina di invito firmata dall’ambasciatore a stelle a strisce è sempre stata un metro per giudicare non solo le relazioni tra i due Paesi, ma anche la politica italiana. Per capire chi fosse arrivato in area di governo, chi ambisse a entrarci, dato che il viatico Usa è stato indispensabile, ben oltre gli anni della Guerra Fredda, per entrare a palazzo Chigi.
Ma ora? Senza contare Carlo Calenda che, non invitato, definisce l’appuntamento solo «una gran rottura di scatole» e anche una cosa «che sa un po’ di vassallaggio», non c’è dubbio che il ciclone Donald Trump abbia cambiato tutto nei rapporti Italia-Usa, compreso quel rito un po’ kitsch della festa dell’Indipendenza Usa, con le nuvole di fumo degli hamburger cotti sui barbecue, le tinozze piene di budweiser, l’orchestrina dell’esercito, i fuochi d’artificio.
Stavolta rispondere sì all’invito dell’ambasciatore Tilman Fertitta è diventato impegnativo, per la prima volta la corsa è stata a disertare più che a farsi vedere, con l’intero governo italiano – offeso per l’intervento a gamba tesa di Trump contro Meloni – arrivato a un passo da un clamoroso incidente diplomatico.
Alla fine è stata Meloni a imporre una linea più conciliante e in Consiglio dei ministri ha invitato i presenti a esserci per abbassare la tensione con la Casa Bianca. Dunque saranno presenti i due vice premier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il sottosegretario Alfredo Mantovano, ma anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa (che prenderà la parola dal palco) e la responsabile della segreteria di Fratelli d’Italia e sorella della premier, Arianna Meloni. Il ministro degli Esteri sembrava
Galeazzo Ciano dopo la sentenza del tribunale di Verona più che un invitato a una festa: «Andremo a Villa Taverna a testa alta e a schiena dritta», ma comunque andrà. Mistero sulla premier. Dopo la smentita a Dagospia circa una visita di Meloni a Fertitta sul mega-yacht del miliardario texano, in teoria la presidente del Consiglio non dovrebbe andare. Va bene dare il via libera ai suoi ministri, ma esserci forse sarebbe troppo. Però chissà? L’agenda in teoria lo consentirebbe. In ogni caso a mangiare gli hot dog di Fertitta «sempre buonissimi», ci sarà Guido Crosetto, con mezzo governo, da Giorgetti a Lollobrigida, da Nordio a Valditara.
E l’opposizione? Di Calenda s’è detto, Bonelli&Fratoianni nemmeno a parlarne, Riccardo Magi niet, Benedetto Della Vedova invece sì. Matteo Renzi ci sarà e non mancherà Maria Elena Boschi, che a Villa Taverna, nel 2017, incontrò a quattr’occhi Ivanka, la figlia di Trump. Il Pd è stato a lungo combattuto. Nel momento più basso delle relazioni Italia-Usa, che fare? Essere più realisti del re e presentarsi in massa? Giammai. Tenere il punto e disertare tutti? Troppa grazia. Così la linea è andare, ma senza dare enfasi al gesto. «Non è quel ricevimento – argomenta il responsabile esteri Peppe Provenzano – il luogo dove esprimere una posizione politica». Lui comunque ha già fatto sapere di avere un impegno personale, così come Pier Ferdinando Casini, che si è scusato personalmente con una lettera all’ambasciatore. Elly Schlein non andrà, ma non c’era nemmeno lo scorso anno (a differenza di Meloni). Il Pd manderà in rappresentanza il capogruppo al Senato Francesco Boccia, Lorenzo Guerini ci andrà come presidente del Copasir. E i Cinque stelle? Nell’intervista a Repubblica, Giuseppe Conte aveva lasciato intendere che sarebbe andato. Invece no, sarà a Napoli a presentare il suo libro. A differenza dello scorso anno, quando arrivò alla festa insieme a Rocco Casalino e Roberto Fico. Ma erano altri tempi, prima di Gaza Riviera, dell’Iran…
(da Il Foglio)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DALLA CAMERA DEI “DETENUTI” IN PARLAMENTO A “IL FU MATTIA PASQUALE”
Dalla «Camera dei Detenuti» in Parlamento al Pantheon traslocato ad Atene, passando per Luigi Pirandello autore de Il fu Mattia Pasquale e Sergio Mattarella promosso a Re. Anche la Maturità 2026 consegna il suo campionario di svarioni destinati a entrare nella tradizione non scritta della maturità. A raccoglierli è stato l’Osservatorio di Skuola.net, che ogni anno documenta i clamorosi errori emersi tra prove scritte e colloqui orali. Dopo la raccolta degli scivoloni migliori degli ultimi anni, tocca a quella della maturità di quest’anno.
Da Vitangelo Mostarda alla poesia «Ics Agosto» di Pascoli
La sezione più ricca riguarda ancora una volta la letteratura italiana. I grandi classici escono dagli esami con identità spesso irriconoscibili. Mattia Pascal diventa «Mattia Pasquale», «Mattia Bazar» o addirittura «Pedro Pascal», mentre Vitangelo Moscarda viene trasformato in «Vitangelo Mostarda». Giovanni Pascoli perde il suo «Fanciullino», sostituito da una generica «fanciullaggine», e la poesia X Agosto viene letta come «Ics Agosto» Non mancano gli scambi di autore. Verga viene indicato come l’autore della Coscienza di Zeno, Italo Svevo si ritrova attribuite opere di Leopardi e Foscolo, mentre Giuseppe Ungaretti cambia luogo di nascita, lasciando Alessandria d’Egitto per trasferirsi, a seconda dei casi, a Bologna o a Recanati. Nel caos finiscono anche Manzoni e i suoi personaggi. C’è chi lo ricorda come Alberto Manzoni e chi descrive don Rodrigo come un sacerdote interessato a Lucia, a sua volta catapultata tra i protagonisti della Divina Commedia.
Gli scivoloni in storia
Non meno sorprendente il capitolo dedicato alla storia e all’educazione civica. Le Leggi Siccardi diventano «Leggi Siffredi», la Guerra dei Sette Anni diventa la «Guerra dei Sette Nani» e il generale Badoglio lascia il posto a un improbabile generale «Campidoglio». Sul fronte istituzionale, alcuni maturandi riscrivono addirittura l’architettura della Repubblica. Per qualcuno l’Italia sarebbe una
monarchia e Sergio Mattarella ne sarebbe il re, per altri la Repubblica sarebbe «fondata sulla Costituzione» anziché sul lavoro.
I 10 comandamenti nella Costituzione
Tra gli strafalcioni più memorabili figurano poi l’inserimento dei Dieci Comandamenti nella Carta costituzionale, la «Camera dei Detenuti» al posto della Camera dei Deputati e la convinzione che la sigla PD significhi «Partito Destro».
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
MATURANDI ALLO STATO BRADO, MA CONSOLIAMOCI: UN ADULTO SU TRE NON CAPISCE QUELLO CHE LEGGE E GLI ALTRI DUE NON LEGGONO
Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente: lo diceva il compagno Miao, nello
scritto di un maturando di trent’anni fa. Da allora la confusione sotto il cielo è diventata ancora più grande e quindi la situazione ancora più eccellente, come ci informa la piattaforma Skuola.net che ha raccolto le migliori intuizioni dell’ultima tornata degli esami di Maturità.
Don Rodrigo è un prete che molesta Lucia, fidanzata con un poeta di Recanati: Dante Alighieri. Pirandello scrisse «Il Fu Mattia Bazar», forse già presagendo i dissidi tra i fondatori del noto gruppo musicale. Il Pantheon si trova ad Atene (ma questa gliel’avrà passata Sangiuliano), la Terra è a forma di rombo (panico tra i terrapiattisti), PD significa Partito Destro, e qui si vede lo zampino dei Cinquestelle, mentre il generale Badoglio diventa Campidoglio (Vannacci non si faccia illusioni: alla Maturità del 2076 verrà ricordato come generale Mortacci) e una studentessa geo-creativa ha fatto nascere Leonardo a Vicenza, poi abbreviata in Vinci «per comodità».
Non si può non riconoscere un innalzamento del livello, anche solo rispetto agli esami di qualche anno fa, quando lo stesso sito riportò che un maturando aveva definito D’Annunzio «un estetista» (quanto gli sarebbe piaciuto) e che un altro si era presentato alla versione di greco con il vocabolario di latino.
Consoliamoci: gli adulti sono messi peggio. Uno su tre non capisce quello che legge. E gli altri due non leggono.
(da Corriere della Sera)
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