Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI POSSONO CELEBRARE GLI IMMIGRATI ITALIANI IN BELGIO E AL CONTEMPO SOSTENERE POLITICHE RAZZISTE DEGLI IMMIGRATI STRANIERI IN ITALIA
L’8 agosto 1956 si consumava a Marcinelle, in provincia di Liegi, la più grande tragedia delle miniere di carbone in Belgio: 262 minatori, di cui 136 italiani, scomparvero nell’incidente. Le immagini del cattolico re Baldovino I in ginocchio furono un commovente risveglio per la società belga, che nella regione dell’industria carbonifera aveva visto la mentalità razzista lievitare contro gli immigrati italiani a cui era persino vietato di entrare nelle panetterie con appositi cartelli di tragica memoria. La disgrazia del Bois du Cazier influì grandemente sul mutamento della società belga, oggi cosmopolita e in grado di onorare il contributo dei 300mila italiani iscritti all’anagrafe e dei tanti di origine, ormai integrati. Il primo ministro belga nel 2011-14, Elio di Rupo, di origine italiana e figlio di un minatore, è l’esempio emblematico delle tante storie di successo della comunità italiana in Belgio.
Durante gli anni in cui ho servito come ambasciatrice in Belgio, l’8 agosto assistevo, con la delegazione italiana venuta appositamente dall’Italia, a una cerimonia che nulla ha perduto della sua solennità. I rintocchi delle campane che marcano ogni perdita umana sono seguiti dai discorsi dei politici italiani e belgi e dalla lettura da parte dell’ambasciatore del discorso del presidente della Repubblica. È una giornata di memoria del lavoro e dell’immigrazione. Leggo che quest’anno i rappresentanti del governo sono stati fischiati a Marcinelle. A prescindere dalle inevitabili strumentalizzazioni politiche, credo la rivolta abbia un innegabile fondamento. Non si possono celebrare gli immigrati italiani in Belgio e sostenere nel contempo politiche razziste di esclusione degli immigrati stranieri in Italia.
Del resto, mal comune mezzo gaudio. In questi giorni di torrido caldo le commemorazioni del Bois du Cazier sono state accompagnate sulla stampa da cronache atroci, l’assalto di migranti, probabilmente pilotato dai servizi israeliani e marocchini, contro le enclave spagnole di Ceuta e Melilla. Giovani marocchini disoccupati o pagati con salari di fame rispetto al costo della vita, si sono giocati tutto per inseguire il sogno antico, comune agli immigrati italiani degli anni 50, di poter trovare nei paesi più ricchi un destino differente. Centinaia di morti accertate e migliaia di dispersi. Ci sono differenze nell’immigrazione. Gli italiani arrivavano in Belgio in virtù del famigerato accordo “braccia contro carbone”. L’emigrazione dei marocchini è anarchica. Eppure il dolore e la speranza sono uguali. La triste realtà della miniera simile ai campi di detenzione in Europa. Il fallimento dei governi europei e la mancanza di umanità dei nostri politici è stata riconfermata.
L’avventurismo politico della Meloni, pronta a inseguire Vannacci, sullo stesso terreno, ha fatto cilecca. La sospensione di Schengen ha avuto come risposta la remigrazione in Italia di quei migranti che in base all’accordo di Dublino, firmato anche dal governo Renzi, devono essere scrutinati nel Paese di primo ingresso. Che macerie umane! Dove è finita l’Europa umanistica che avevamo pur sognato? Dal vertice di Tampere nel 1992, la politica dell’immigrazione europea non è stata realizzata, l’integrazione di 2 milioni di immigrati l’anno in una comunità di 500 milioni non è stata possibile. Le destre razziste ne hanno tratto beneficio. La falsa sinistra, in cerca di voti, ha inseguito la fermezza basata sull’esclusione. Le nostre società si sono imbarbarite. L’Europa delle patrie benedetta dalla maggioranza Ursula ha perseguito il tradimento dei diritti umani di cui la classe dirigente si riempie la bocca nella retorica liberal, in un nuovo colonialismo contro le cosiddette autocrazie. La politica di integrazione è fallita nelle socialdemocrazie nordiche come nei Paesi della periferia. Il nuovo fascismo sta per andare al potere in Europa. Non vedo un Re in ginocchio, ma politicanti pronti a cercare voti con i loro opportunismi e immoralità.
Intanto l’Europa globalista, liberal e russofoba, prepara leggi anticostituzionali per sanzionare il dissenso e stigmatizzare i cosiddetti filo-putiniani. In Lituania è stato presentato un progetto di legge che richiede fedeltà ai dogmi della Nato per poter servire nella sfera pubblica. Il politologo svizzero J. Baud è stato sanzionato pesantemente dalla Commissione, non da un organo giudiziario. Su input di politici del campo largo Calenda e Picierno, il professor d’Orsi, insieme ad altri tra cui la sottoscritta, ha subito linciaggi pubblici. Ugualmente coloro che ricordano il genocidio palestinese sono perseguiti con sanzioni statunitensi a cui l’Europa si allinea. Il caso di Francesca Albanese è eclatante. L’intellighentia, l’accademia, il giornalismo, restano passivi. L’autocensura tipica degli Stati totalitari si impone.
Elena Basile
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
“SENZA UNITA’ POLITICA, IN UE SI STA FACENDO UN GIOCO AL MASSACRO DELINQUENZIALE”
“È un gioco al massacro in un continente che si sta depauperando”. Lo storico Franco Cardini
osserva con un certo sconforto il balletto sull’immigrazione che da Ceuta porta allo scontro tra Italia e Germania, sulle spalle di alcuni migranti che Berlino vuole rispedire a Roma. Nel teatrino della politica resta però un dato non certo confortante per Giorgia Meloni, che col resto della destra tanto aveva investito sulla propaganda anti-immigrazione: “Solo slogan – dice Cardini – soprattutto quando si avvicinano le elezioni”.
Professor Cardini, ogni Paese ha il suo Vannacci e ci si rimpalla di nuovo i migranti. Che ne pensa?
È controproducente: un delinquenziale gioco al massacro in un continente che invecchia. Si gioca controcorrente rispetto all’inevitabile prospettiva di unità politica continentale, almeno su questo tema.
Il governo diceva di aver trovato la soluzione: porti chiusi e nuovo Patto Ue sull’immigrazione.
Solo slogan. Non pretendo di avere il Capitale o i grandi testi del liberismo, ma almeno un ragionamento indietro. Ora la parola d’ordine è ‘remigrazione’. Ma che vuol dire? Si remigra qualcuno che è uscito da una terra impoverita dal colonialismo europeo? Quei tempi sono passati, ma il colonialismo è stato sostituito attraverso un maquillage, al suo posto c’è una spartizione basata sugli interessi economici.
I centri in Albania la convincono?
Per il momento non vedo quali risultati positivi abbiano portato.
Le difficoltà a gestire l’immigrazione sono note, ma come mai la destra non abbandona i toni roboanti nelle sue promesse?
Sono più facili, in un tempo in cui la cultura e la storia sono ridotte non al monitor di un computer, che almeno a 2500 caratteri ci arriva, ma allo schermo di un telefono. E poi questo atteggiamento è figlio della politica dei leader.
In Italia abbiamo detto di Vannacci, ma altri Paesi sembrano subire l’influenza dell’estrema destra nella gestione delle politiche migratorie. È inevitabile?
Quando ci sono problemi irrisolti, l’estremismo emerge. E l’immigrazione è senz’altro un problema, nel senso che le società non sono in grado di assorbire al meglio nel proprio tessuto tutti coloro che arrivano. Perciò sbattere i pugni sul tavolo funziona. Dopodiché stare al governo è un’altra cosa, tanto è vero che se Meloni non avesse dovuto fare qualche marcia indietro non sarebbe nato il fenomeno Vannacci.
C’entra l’avvicinarsi delle elezioni in Italia?
Sotto elezioni non si può andare tanto per il sottile, i partiti non vanno al problema, ma a quello che la gente pensa sia la causa del problema. In questo caso, per esempio, i reati dei migranti sono molto più visibili di tutti quei casi di integrazione riuscita. Le società si impauriscono e la politica agisce di conseguenza.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
DAL CASO DELMASTRO ALLA RIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI, DAL CSM AGLI ATTACCHI PERSONALI AI GIUDICI: LA VIA ORBANIANA DELLE AUTOCRAZIE
Il caso Delmastro non è che l’ultimo episodio. Il penultimo è la riforma della Corte dei conti. Il terzultimo è il nuovo Csm, bocciato poi dal referendum. E via via, gli episodi si contano come i grani d’un rosario. Che cosa li collega? Una norma costituzionale, iscritta nell’articolo 104: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Ecco, l’indipendenza. Fa rima con insofferenza, che ormai descrive il sentimento prevalente nella maggioranza di governo verso i giudici italiani. Sarà effetto d’una cultura populista, per cui l’eletto è «l’unto del Signore», come diceva Berlusconi — e nessuno può intralciarne il passo. O forse sarà che la magistratura viene percepita come l’opposizione più agguerrita, ben più insidiosa dell’opposizione politica, con tutti i suoi contorcimenti. Sia come sia, se è vero che «I giudici sono soggetti soltanto alla legge» (articolo 101 della Costituzione), la nuova legge è questa: la legge del bastone.
Delmastro, quindi. Ex sottosegretario alla Giustizia nei guai con la giustizia. Prima per rivelazione di segreto d’ufficio, a proposito di informazioni riservate sul caso giudiziario dell’anarchico Alfredo Cospito. Poi per i suoi rapporti con Mauro Caroccia, in carcere per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Sicché la procura di Roma chiede alla Camera l’autorizzazione all’uso delle chat fra Delmastro e Caroccia. La Camera, con 206 voti contro 133, rifiuta. Usando l’articolo 68 della Costituzione, che protegge i parlamentari dal potere giudiziario quando sussista un fumus persecutionis, ossia il sospetto che l’azione dei magistrati sia mossa da intenti politici o persecutori. Ma in questa vicenda viene perseguitato il giudice, non il deputato.
Giorno più giorno meno, si chiude la tagliola sulla Corte dei conti. Predisposta nel dicembre 2023 con un disegno di legge firmato da Tommaso Foti, all’epoca capogruppo di Fratelli d’Italia. Perfezionata nel gennaio 2026, con la pubblicazione della legge sulla Gazzetta ufficiale. E stretta al collo della vittima in questo agosto torrido, dopo un decreto approvato dal Consiglio dei ministri. Risultato? Il commissariamento della Corte dei conti, anche attraverso la nomina senza concorso di 40 consiglieri da parte del governo. Nonché la compressione dei suoi poteri di controllo sull’uso del denaro pubblico. Per dirne una, dopo la riforma i politici rispondono soltanto in caso di dolo, non più per colpa grave. E si salvano dal danno erariale se la Corte rimane in silenzio per un mese. «Non vogliamo credere che si stia consumando una vendetta per la decisione che ha bocciato il ponte sullo Stretto», ha dichiarato l’associazione dei giudici contabili. Credeteci invece.
Ma aveva un sapore punitivo anche la riforma della giustizia, timbrata dal Parlamento nell’ottobre 2025. Perché separava le carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma soprattutto separava il Consiglio superiore della magistratura da se stesso. Dividendolo in due, anzi in tre, con un’Alta Corte competente per le sanzioni disciplinari. E privando i magistrati del diritto di eleggere i propri rappresentanti, giacché tutti i componenti dei tre organi sarebbero stati sorteggiati. Con quali effetti? La disarticolazione del Csm, che ne avrebbe depotenziato il ruolo. E un deficit di legittimazione, a scapito del suo prestigio, della sua auctoritas. Ma gli italiani, almeno in questo caso, sono stati interpellati con un referendum. E hanno detto no.
Tuttavia, una riforma dopo l’altra, il potere giudiziario viene prosciugato, isolato, disarmato. Ne è prova anche la politica penale di questo esecutivo, che divide ogni reato in tre, costruendo fattispecie normative sempre più pignole, per togliere spazio alla discrezionalità interpretativa dei giudici. Sicché non basta più la norma che punisce, in via generale, l’omicidio: via via si è aggiunto l’omicidio stradale, l’omicidio nautico, l’omicidio sul lavoro (in corso di approvazione), il femminicidio, domani magari il nonnicidio. Così i reati si moltiplicano, con la conseguenza di rendere più infido e più incerto l’ambiente normativo. E se un giudice prende una decisione opinabile o sgradita, diventa lui stesso l’imputato.
Qui s’apre la pagina più odiosa: gli attacchi personali. Ne sanno qualcosa i giudici dei tre tribunali che hanno condannato il gioielliere Roggero. Contestati dalla premier, insultati sui social, tanto che l’Associazione nazionale magistrati ha lanciato un grido d’allarme. Ne sa qualcosa il giudice Gratteri, bersagliato a giorni alterni dalla stampa di destra. O Giorgia Righi, pm nel processo Open Arms contro Salvini: denigrata e minacciata, al punto di chiedere la scorta. Ne sa qualcosa, più di tutti, una giudice catanese: Iolanda Apostolico. Accusata a sua volta dalla premier per il rifiuto d’applicare il decreto Cutro sull’espulsione dei migranti, crocifissa per un vecchio video in cui la si vede partecipare a un sit-in di protesta, non ne ha potuto più; e il 15 dicembre 2024 si è dimessa dalla magistratura, senza aver nemmeno maturato la pensione. «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», diceva Bertolt Brecht.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
UNA FORZA COMPOSTA DA FIGURI IMPROPONIBILI MA GIORGIA, PUR DI RESTARE ATTACCATA ALLA POLTRONA, SI ALLEEREBBE ANCHE CON UN PALO DELLA LUCE
Il cosiddetto partito di Vannacci ha il vento in poppa. Se non ne parli lo sottovaluti e fai il suo
gioco, se ne parli (e ovviamente lo critichi) fai ancora di più il suo gioco perché lo demonizzi. La tempesta perfetta. Sforzandosi di prendere per un attimo sul serio questo imbarazzante e pallosissimo accrocchio politico, viene da dire che forse il Generale Irrisolto sta esagerando un po’ con l’idea della “feccia”. Allo stato attuale, Trapassato Remoto (di “futuro” questa forza non ha nulla, quindi chiamatela con il nome giusto) è una forza politica piena di trasformisti e voltagabbana. E questo tutto sommato è abbastanza normale per qualsiasi forza di destra. Ma è pure una forza largamente composta da figuri ora improponibili, ora con inciampi giudiziari tremebondi e ora con un livello politico praticamente rasoterra (quando non tutte e tre le cose insieme). E anche questi aspetti, a pensarci bene, sono assai tipici dei partiti di destra italiani. Quindi, sotto ogni punto di vista,
Trapassato Remoto non ha nulla di nuovo e tutto di bolso. Prendiamo ora in esame alcuni soggetti raccattati dal generale irrisolto. Laura Ravetto. Ex Forza Italia, ex Lega. Già macchietta 15 anni fa quando andava in televisione con il Blackberry. Sempre a un passo dallo sbrocco, tipo molti anni fa con Aldo Busi e peggio ancora di recente con una povera giornalista di RaiNews. La Ravetto era divenuta la riserva della riserva della riserva del centrodestra. Ora con Vannacci torna titolare. Son soddisfazioni! Emanuele Pozzolo. Qui si toccano vette leggendarie. Pozzolo è quello dello sparo di Capodanno, è quello che – stando ai racconti di Fini – fu scartato da Alleanza Nazionale perché ritenuto davvero improponibile, è quello dell’incidente automobilistico con annesso alcol test appena appena fuori regola. Un genio. In qualsiasi altro paese, uno come Pozzolo non farebbe mai politica, o comunque non lo voterebbe nessuno. Da noi invece è stato eletto in Parlamento e verrà pure gloriosamente rieletto l’anno prossimo. Viva l’Italia! Domenico Furgiuele. Altro genio contemporaneo, ex Lega, orgogliosamente nostalgico del Duce, convinto che Gramsci nel carcere di Turi facesse una dorata villeggiatura. Lambito in Calabria da una vicenda giudiziaria non proprio edificante, più volte al centro di inchieste giornalistiche vagamente impietose da parte di Report, Repubblica e Il Domani. Insomma: ha tutte le carte in regola per stare dove sta.
Gianni Alemanno. Non ha fatto in tempo a uscire dal carcere che subito è stato accolto, celebrato e sdoganato da Vannacci. Nel partito del Generale Irrisolto non solo la questione morale non esiste, ma viene pure rovesciata: se sei stato indagato, meglio ancora condannato, e se sei pure orgogliosamente fascista, hai le porte spalancate per fare carriera: il mondo (veramente) al contrario. Accanto a un consesso così sontuoso di statisti illuminati e garbati, non sfigurerebbero Mario Adinolfi, Scaramacai, Mario Roggero, Jimmy il Fenomeno, Er Canaro e altri casi più o meno politici (e/o più o meno umani). I più speranzosi tra voi potrebbero a questo punto pensare che un simile partito, in virtù della sua pochezza, non avrà alcuna possibilità di successo. Macché! Proprio poiché forti di quelli che a noi paiono “difetti” non meno che vomitevoli, Trapassato Remoto farà il botto. Probabilmente andrà in doppia cifra. E risulterà decisiva nella vittoria della destra meloniana, che ovviamente (al di là dei litigi per finta) non vede l’ora di allearsi con Vannacci. Sia perché il Generale Irrisolto dice le stesse cose di Meloni e Salvini, sia perché Donna Giorgia – pur di confermarsi al potere – si alleerebbe con qualsiasi cosa. Persino con un palo della luce, un cedro del Libano o addirittura Pina Picierno. In Italia, si sa, più sei incapace, improponibile e vagamente antidemocratico, più hai possibilità di essere eletto. Funziona così. Buona catastrofe!
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROPAGANDA DI MELONI SBATTE SULLE NOTE IN CALCE
“Mercoledì 19 agosto lei sarà trasferita in Italia. La polizia la verrà a prendere”. Sta scritto tutto su carta intestata del ministero dell’Interno tedesco, 25 giugno, centro di accoglienza in Baviera, destinataria una somala di ventidue anni, colpevole di essere passata da qui. Berlino non tratta: i dublinanti tornano al mittente.
Ieri mattina, intanto, Giorgia Meloni era su Instagram con la premier danese Mette Frederiksen, sorriso e “messaggio congiunto all’Europa”. Le uniche due donne a capo di un governo dell’Unione, ci tengono a precisare, unite contro “un’immigrazione incontrollata”. Cartolina e didascalia, con solo un mese e mezzo di ritardo sulla lettera bavarese.
Ma riavvolgiamo il nastro. Il 12 giugno 2026 entra in vigore il Patto sulla migrazione e l’asilo e il regolamento gemello sui rimpatri diventa in Aula «un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro». Ma in quello stesso pacchetto la responsabilità del Paese di primo ingresso sale da 12 a 20 mesi e chi riceve una richiesta di trasferimento non può dire di no: al massimo può solo spostare la data. Otto mesi in più di catena al piede, firmati con esibito orgoglio.
Poi arrivano i conti. Tra il 12 giugno e il 7 luglio le richieste sono 12 e Roma le respinge tutte e dodici, cioè fa l’unica cosa che il regolamento vieta. Il 15 luglio la Commissione promuove Spagna e Cipro e rimanda Roma a ottobre. La sovranità sbandierata da Meloni insomma è durata fino alla prima pagella.
E poi c’è Madrid. Il 1° agosto sospendiamo Schengen per chi arriva dalla Spagna, dall’8 agosto Madrid lo fa con chi parte dall’Italia, motivando con la “persistente pressione migratoria irregolare”. Ci hanno rispedito la stessa frase, cambiando solo il soggetto.
Giorgia ha smontato l’Europa dei vicini convinta che le lasciassero la casa intera. Adesso le suonano al campanello uno per volta. Fra otto giorni una volante tedesca parcheggia davanti a un centro della Baviera, carica la ragazza e ce la spedisce. I nostri genitori ci dicevano di leggere sempre le note scritte in piccolo nei contratti. La presidente del Consiglio era troppo impegnata nella propaganda, l’unica cosa che le riesce bene.
(da lanotiziagiornale.it)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
QUATTROCENTO EX AGENTI DENUNCIANO L’EROSIONE DEI CONTRAPPESI ISTITUZIONALI: “STA SEGUENDO IL MANUALE DEGLI AUTOCRATI”
Donald Trump, come un caterpillar nelle stanze della democrazia, segue il manuale tipico
degli autocrati basato sull’indebolimento dei contrappesi al suo potere che rende gli Stati Uniti meno sicuri e più esposti alle turbolenze esterne. Ex alti funzionari della Cia, raccolti nel gruppo “The Steady State” fondato dopo la vittoria di The Donald alle presidenziali del 2016, hanno lanciato l’allarme sugli scenari e, attraverso il Financial Times, hanno rimarcato come l’erosione delle istituzioni avviata dal tycoon minacci la democrazia americana e l’intero contesto economico del Paese.
Gli autocrati «seguono strategie piuttosto simili per quanto riguarda la conquista e l’esercizio del potere», ha notato Paul Kolbe, ex funzionario Cia che ha prestato servizio in Unione Sovietica e nei Balcani e fa parte della rete creata dieci anni fa assieme ad altri 400 ex agenti dei servizi.
«I meccanismi di controllo sono stati tutti smantellati e il peggio deve ancora venire», ha avvertito Mark Zaid, avvocato ed esperto di sicurezza nazionale impegnato in una battaglia legale contro Trump dopo che la Casa Bianca gli ha revocato il nulla osta di sicurezza l’anno scorso. L’intervento pubblico di questi ex funzionari, abituati a operare nell’ombra, è il segnale del allarme crescente nella comunità d’intelligence Usa sul rischio che le istituzioni siano svuotate e indebolite.
«Metà dei nostri membri non vuole essere esposta pubblicamente, e si tratta di persone che hanno prestato servizio in zone di guerra», ha ammesso Steven Cash, il fondatore del gruppo. Gail Helt, ex analista specializzata in Cina e Taiwan, ha espresso allarme per il «culto della personalità» che circonda Trump. «Vuole la sua faccia sui nostri passaporti. La sua faccia sulle nostre banconote. Persino Mao non metteva la sua faccia sulle banconote», ha detto, riferendosi al Grande Timoniere del Pcc. Malgrado i timori, alcuni ex funzionari ritengono che le istituzioni Usa resisteranno alle pressioni di Trump.
«La lista dei motivi di preoccupazione è lunga», ha aggiunto Helt sul punto. Ma gli americani hanno nel loro Dna una «storia di democrazia e libertà». Ad esempio, la Corte Suprema, pur conservatrice e con ben tre giudici nominati dal tycoon, ha resistito alle pressioni su temi delicati come ius soli e aborto.
Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo guerra al cosiddetto “deep state”, accusato di aver limitato il suo potere nel primo mandato: ha, ad esempio, revocato da subito autorizzazioni di sicurezza a 50 ex funzionari d’intelligence che avevano firmato la lettera del 2020 in cui si affermava che la diffusione delle email dal computer portatile di Hunter Biden, il figlio dell’ex presidente Joe, presentava i tratti distintivi di un’operazione degli 007 russi.
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE AUTORITA’ AMMINISTRATIVE FAREBBERO BENE A CONOSCERE LE NORME GIURIDICHE INVECE CHE RENDERSI PRONI AL GOVERNO
Il Tribunale di Palermo, Sezione Immigrazione, chiamato a pronunciarsi sui ricorsi presentati da tre cittadini egiziani – ai quali era stata applicata la procedura accelerata di frontiera – avverso i provvedimenti di rigetto per manifesta infondatezza emessi dalla Commissione Territoriale di Palermo, sezione di Agrigento, sulla base della nuova normativa introdotta dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, ha disapplicato le procedure accelerate di frontiera, accogliendo contestualmente le istanze di autorizzazione a rimanere sul territorio nazionale ai sensi dell’art. 35 ter comma 2 d.lgs. 25/2008 avanzate dai ricorrenti, confermando l’importanza del rigoroso rispetto da parte della autorità amministrativa delle garanzie procedurali poste a tutela del richiedente, in ottemperanza a quanto statuito dalla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 11399/2024.
Nei tre casi esaminati dal Tribunale, le domande di protezione internazionale erano state rigettate per manifesta infondatezza e decise in applicazione della procedura accelerata di frontiera ai sensi dell’art. 42 par. 1 lett. j), del Regolamento procedure UE 2024/1348 in quanto “il richiedente ha una cittadinanza o, se apolide, una precedente dimora abituale in un paese terzo per il quale la percentuale di decisioni di riconoscimento della protezione internazionale da parte dell’autorità accertante è, stando agli ultimi dati medi annuali Eurostat disponibili per tutta l’Unione, pari o inferiore al 20 %, tranne se l’autorità accertante valuti che la situazione nel paese terzo ha registrato un cambiamento significativo dalla pubblicazione dei pertinenti dati Eurostat ovvero che il richiedente appartiene a una categoria di persone le cui esigenze di protezione impediscono di considerare rappresentativa una percentuale di riconoscimento pari o inferiore al 20 %, tenendo conto, tra l’altro, delle differenze significative tra decisioni di primo grado e decisioni definitive”.
Il Tribunale, dopo aver ribadito che il controllo sulla regolarità della procedura applicata va effettuato d’ufficio e che “anche la procedura di frontiera deve comunque assicurare un esame adeguato e completo della domanda formulata dal richiedente” ha rilevato che il richiamo all’art. 42, par. 1, lett. j) del citato Regolamento risultava, sia nella determina presidenziale con la quale era stata disposta l’applicazione della procedura di frontiera, sia nel provvedimento di rigetto “meramente assertivo”, esaurendosi nel riferimento al dato statistico Eurostat, “senza una effettiva verifica delle condizioni negative previste dalla stessa disposizione”.
Il dato statistico, tuttavia, ha valore “soltanto indiziario” e non può sostituire la valutazione individuale richiesta dalla predetta disposizione, con la conseguenza che l’autorità procedente deve esplicitare, in concreto, perché il richiedente non rientri in categorie esposte a specifici rischi di protezione e perché la percentuale Eurostat possa essere ritenuta effettivamente significativa nel caso esaminato. Verifica, quest’ultima, che deve necessariamente precedere la qualificazione della domanda come assoggettabile a procedura accelerata di frontiera, stante la compressione delle garanzie processuali del richiedente, proprie di tale procedura.
Rilevato che, nei casi esaminati, la corretta e motivata verifica dei presupposti di cui all’articolo 42, par. 1, lett. j) e par. 3, lett. e) Reg. UE 2024/1348 risultava mancante, il Tribunale, richiamando i principi espressi dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, ha proceduto alla disapplicazione della procedura accelerata di frontiera, con conseguente applicazione del regime ordinario e sospensione automatica degli effetti esecutivi del provvedimento impugnato in quanto “l’omissione non integra una mera irregolarità formale, ma incide sul presupposto legittimante della procedura prescelta, sicché l’erronea applicazione dell’art. 42, par. 1, lett. j), Reg. UE 2024/1348 determina l’esclusione dell’applicabilità dell’art. 35 ter d.lvo n. 25/2008 e della ricorrenza di uno dei casi di cui all’art. 68 par. 3 del Regolamento procedure UE 1348/2024 e, conseguentemente, il venir meno degli effetti derogatori connessi alla procedura accelerata di frontiera, con conseguente applicazione dell’art. 35 bis d.lvo n. 25/2008”.
Le suddette pronunce risultano di notevole rilevanza poiché ribadiscono l’importanza del rigoroso rispetto delle garanzie procedurali poste a tutela del richiedente, tanto più nei casi in cui tali garanzie sono soggette a notevoli compressioni derivanti dall’applicazione di procedure accelerate. Sulla scorta di tali pronunce, pertanto, non potranno considerarsi validamente instaurate tutte le procedure accelerate, incluse quelle di frontiera, applicate in maniera stereotipata, senza la doverosa verifica – in concreto – di tutte le condizioni stabilite dalla normativa.
Tribunale di Palermo, decreti del 25, 27 e 29 luglio 2026
Il quarto decreto del Tribunale di Palermo riguarda invece un cittadino del Bangladesh. Anche in questo caso, si tratta di un accoglimento dell’istanza di sospensione (quale autorizzazione a permanere ai sensi dell’art. 35 ter comma 2 D.lgs 25/2008 come da dal DL 100/2026), del diniego adottato dalla Commissione Territoriale di Agrigento per manifesta infondatezza della domanda in applicazione della procedura accelerata di frontiera.
La compressione delle garanzie processuali del richiedente (per le motivazioni in decreto) fa si che la procedura accelerata di frontiera non possa ritenersi validamente instaurata e non produca pertanto gli effetti propri derogatori del rito, con conseguente applicazione al caso dell’art 35 bis D.Lgs 25/2008 e effetti conseguenti.
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
“NON SI PUO’ CHIEDERE A UNO STATO DI IMPEDIRE A UNA NAVE DI FARE CIO’ CHE IL DIRITTO INTERNAZIONALE LE IMPONE DI FARE”
Soccorrere persone in pericolo in mare e condurle in un luogo sicuro non è una scelta politica, né un favore fatto a qualcuno: è un obbligo giuridico e prima ancora un imperativo umano”. Così la ong tedesca Sea Watch interpellata dall’ANSA in merito alle dichiarazioni del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il quale aveva sollevato il tema della compensazione sostenendo che imbarcazioni di ong che battono bandiera di Paesi europei come la Germania fanno sbarcare poi i migranti sul loro territorio.
Per Sea Watch “è francamente nauseante leggere di meccanismi di compensazione sulla pelle della vita di persone, come se fossero merce di scambio, come se fossero numeri e non persone con sogni, incubi, un passato e un futuro. Le vite umane non sono merce di scambio e il soccorso in mare non può diventare una variabile nei negoziati tra governi”.
“Se il governo italiano – prosegue Sea Watch – vuole governare il fenomeno migratorio smetta di attaccare chi salva vite e faccia ciò che manca in Italia e in Europa: percorsi sicuri e legali, un sistema europeo di accoglienza e soprattutto una missione pubblica europea di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Criminalizzare o fermare le ong non fermerà le persone in fuga da guerre e persecuzioni. Aumenterà soltanto il rischio che muoiano senza che nessuno sia lì per salvarle se le autorità preposte non lo fanno. A margine di tutto questo – conclude la ong – informiamo il governo italiano che Sea Watch non ha mai ricevuto finanziamenti dal governo tedesco”.
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LA PARTE PIÙ RIFORMISTA E PIÙ LIBERALE DELLA COALIZIONE È STATA A VOLTE CON LE BRACCIA CONSERTE ASPETTANDO CHE MELONI FACESSE IL LAVORO. FORZA ITALIA DEVE CONTINUARE A PORTARE AVANTI LE SUE STORICHE BATTAGLIE”
Un’agenda liberale, liberista e anche un po’ libertaria. Quella che manca al paese e, forse, anche al centrodestra. La propone Roberto Occhiuto, 57 anni, governatore della Calabria, ala riformista del partito più riformista della coalizione, Forza Italia. Non semplice, in un paese che sembra ostaggio degli opposti populismi e con il conducator Vannacci che incombe: senza, stando a quel che dicono i sondaggi, non si vince; con, stando a quello che dice lui, non si governa o almeno non si governa in maniera sensata.
Occhiuto, iniziamo da lì.
“Intanto la politica non è aritmetica, quindi non è per forza detto che immettere elementi di populismo in una coalizione faccia sì che la coalizione aumenti i consensi. Anzi, può anche far perderle appeal fra i riformisti e i liberali: non è scontato che i voti si sommino”.
Resta quindi d’attualità la domanda di Lenin: che fare?
“Si fa quel che il centrodestra ha fatto fin dalla sua formazione: stare unito, vincere le elezioni e governare con stabilità. Se ti metti in mano ai populisti forse vinci, anche se io non ne sono sicuro, però è difficile pensare che poi tu possa governare”.
“E le elezioni – continua Occhiuto – servono appunto per decidere chi deve guidare il paese. Giorgia Meloni è una leader straordinaria, capace di trovare e recuperare consenso, interprete di una destra europea non populista. La parte liberale che la appoggia, cioè Forza Italia, deve approfittare dello sbandamento a sinistra sempre più accentuato del campo cosiddetto largo per rilanciare le sue ricette liberali”.
Poi vedremo quali sono. Intanto, pare di capire che lei Vannacci in casa non se lo metterebbe…
“No e non ne parlo nemmeno volentieri, perché così si finisce per enfatizzare un fenomeno presente in tutta Europa, la destra populista, invece di combatterlo. Con Vannacci in coalizione, Meloni, che è la nostra risorsa più importante, sarebbe costretta a ribattere a un generale che le sparerebbe ogni giorno sempre più grosse, quindi a fare una campagna elettorale su un terreno che non è il suo. Proprio Meloni ha dimostrato di saper governare da destra ma senza cedere al populismo”.
D’accordo, ma il centrodestra i populisti li ha in casa: fra Salvini e Vannacci le differenze sono sempre più labili…
“La Lega che ho conosciuto io si è sempre segnalata per capacità di governo, è quella di Fedriga, di Zaia, adesso di Stefani”.
Si parlava di Matteo Salvini, però.
“Da governatore della Calabria, posso dire che Salvini si è dimostrato un ministro delle Infrastrutture che non cerca il consenso facile delle sue valli ma cerca di fare qualcosa di storico come il Ponte sullo Stretto. Chi l’avrebbe mai immaginato che il Ponte sarebbe diventata la grande battaglia di un ministro leghista?”.
Tuttavia, non sembra che il governo Meloni brilli per incisività riformista.
“A Giorgia Meloni presidente del Consiglio do un voto che oscilla fra il nove e il dieci. Prima di fare il governatore, ero capogruppo di FI e l’avevo conosciuta in Parlamento. Avevo sempre pensato che fosse brava ma, alla prova del governo, nonostante molto scetticismo, ha dimostrato un piglio e uno standing che nemmeno quelli che la apprezzavano già riuscivano a immaginare. Però non può fare tutto lei, non può coprire tutto e sostituirsi a tutti.
La parte più riformista e più liberale della coalizione è stata a volte con le braccia conserte aspettando che Meloni facesse il lavoro. Ma lei interpreta in chiave europea il suo essere di destra.
Il motore riformista e liberale della coalizione dev’essere Forza Italia, che deve continuare a portare avanti anche le sue storiche battaglie garantiste. E qui bisogna sfatare un mito: quando si parla di riforme, sembra sempre che ci si rivolga a un’élite, come se fossimo il vecchio Partito liberale fisso al 2 per cento.
Invece una coalizione liberale è quella che scrive la propria agenda e non se la fa scrivere dalla cronaca. Non vuol dire che non bisogna commentare i fatti del giorno, ma proporre alla pubblica opinione delle riforme concrete e condivisibili”.
“Premetto che io di FI sono il vicesegretario, quindi il mio giudizio riguarda tutto il partito. Non si tratta di gettare la croce addosso a qualcuno: senza Antonio Tajani, probabilmente Forza Italia sarebbe scomparsa insieme a Berlusconi. Detto questo, vorrei un partito capace di mettere in pratica quotidianamente un’agenda riformista, a cominciare dal metodo”.
Il metodo?
“Consiste nel non scrivere le leggi sotto la dettatura delle corporazioni”.
A questo punto serve un esempio.
“Il mercato dei taxi. La mia regione è l’unica dove è attivo Uber X. Abbiamo trovato gli strumenti e l’abbiamo fatto, mettendoci dalla parte del cittadino utente e non della lobby dei tassisti. […]”
Delle proposte liberali si è detto, di quelle liberiste anche, mancano solo quelle libertarie. Del fine vita che pensa?
“Che sarebbe auspicabile evitare la giungla normativa, con ogni regione che si fa la sua legge. La Corte costituzione ha invitato il Parlamento a occuparsene; spero che lo faccia in maniera coraggiosa e liberale, beninteso nel massimo rispetto per tutte le posizioni etiche e religiose.
Credo che in questa legislatura sia ormai tardi, ma uno dei primi punti dell’agenda del prossimo Parlamento dev’essere una legge in materia. In generale, sui diritti civili noi dovremmo, come centrodestra in generale e Forza Italia in particolare, avanzare delle proposte coraggiose.
Alcuni temi non vanno valutati per i consensi che fanno avere o perdere ma per il profilo che costruiscono. Una coalizione che balbetta sui diritti civili sarebbe considerata fuori dal tempo, troppo conservatrice, da un elettorato giovane che di questi temi parla con grande libertà”.
Intanto non sembra che sul caso Roggero il centrodestra si sia comportato in maniera molto liberale, anzi.
“Io su questa vicenda non sono intervenuto pubblicamente perché penso non vada fatto sull’emozione del momento. Comprendo l’esasperazione di chi per anni ha subito rapine, però è chiaro che non si può legiferare sull’onda dei casi di cronaca che appassionano l’opinione pubblica. Ogni mese c’è una qualche vicenda che catalizza l’attenzione del paese. Io non dico che non si debba intervenire, ma che bisogna farlo avendo ben chiara in testa un’agenda riformista”.
Il quadro è chiaro. Resta piuttosto incerto quello internazionale, che pure sarà decisivo. Intanto, l’Ucraina: bisogna continuare ad appoggiarla?
“Assolutamente sì. Secondo me l’ancoraggio europeista, specie rispetto a minacce così concrete, non si può perdere, anche se l’Unione europea appare debole, lenta, divisa. E’ appunto sull’Ucraina che si gioca l’autorevolezza dell’Europa. Una coalizione seria di centrodestra non si fa condizionare dagli umori contingenti. E resta sempre atlantista nonostante le contingenze populiste americane”.
Parliamo di futuro, allora. Le elezioni chi le vincerà?
“Se il centrodestra riuscirà a essere un po’ più ottimista verso sé stesso, dunque a liberarsi dal timore di essere scavalcato dai populisti, ha ancora la leader più performante, e francamente in una campagna elettorale fra Meloni e uno dei potenziali leader del centrosinistra si può essere ottimisti”.
Il nuovo Parlamento dovrà eleggere anche il nuovo Presidente della Repubblica: chi le piacerebbe?
“La prima regola che ho imparato nelle istituzioni è che il Presidente in carica non si cita nemmeno, figuriamoci discutere del suo successore. Il Presidente c’è, è Sergio Mattarella ed è autorevolissimo. In questi anni, la percezione del ruolo del Presidente della Repubblica è stata accresciuta da Mattarella grazie al rigore e all’equilibrio con i quali lo ha interpretato”.
Va bene, niente toto Quirinale. Dica almeno come si vede lei, adesso e in futuro.
“Io mi vedo bene a fare quello che faccio: governare la Calabria ed essere di stimolo per Forza Italia. Nonostante i retroscena dei giornali, sono uno di quelli che parlano meno con Marina Berlusconi e non ho alcuna intenzione di fare l’anti Tajani, anzi l’anti nessuno. Rimanendo capogruppo di Forza Italia alla Camera, probabilmente sarei diventato ministro. Avrei potuto, ma ho voluto occuparmi della Calabria dove resterò per i prossimi quattro anni”.
(da il Foglio)
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