Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
GLI STUDENTI FUORISEDE TROVANO STANZE SINGOLE SOPRA I 700 EURO AL MESE – I SINDACATI: “SI ALLUNGA LA LISTA DEGLI SFRATTI PERCHÉ IN MOLTI CASI GLI INQUILINI DIVENTANO MOROSI NON AVENDO REDDITO SUFFICIENTE PER FAR FRONTE A CANONI ESOSI” – LA GIUNTA DI BEPPE SALA HA STANZIATO 42 MILIONI DI EURO IN DUE ANNI PER L’EMERGENZA ABITATIVA MA NON BASTA
A Milano l’emergenza casa è diventata endemica. Il patrimonio pubblico dell’Aler
ammonta a 63 mila alloggi a canoni sociali. 17 mila famiglie con un Isee non superiore a 16 mila euro sono in graduatoria. E meno di mille all’anno riescono ad avere le chiavi. La giunta ha «stanziato 42 milioni di euro in due anni.
Ma è necessario che sia il governo, non solo i Comuni, a dare risposte», fa sapere a Repubblica l’assessore alla casa Fabio Bottero. Ma nemmeno i cancellieri vogliono venire a lavorare in tribunale a causa degli affitti: il presidente del Tribunale Fabio Roia ha parlato di «una situazione drammatica».
Il prezzo medio per un’abitazione è di 5.600 euro al metro quadrato. Gli affitti costano 22 euro al metro. Ogni mese, naturalmente. Secondo Scenari Immobiliari, nel centro il valore arriva a 10.850 euro al metro quadrato di media, scende a 6.350 nel semicentro e a 3.950 in periferia. Negli affitti si arrivano a spendere 440 euro al metro quadrato l’anno nel cuore della città, 255 nel semicentro, 150 nelle zone esterne. Per sessanta metri quadrati significa passare, indicativamente, da 2.200 euro al mese a 750. Gli studenti fuorisede trovano stanze singole sopra i 700 euro al mese.
«Così, si allunga la lista degli sfratti perché in molti casi gli inquilini diventano morosi non avendo reddito sufficiente per far fronte a canoni esosi», spiegano Mattia Gatti del Sicet Cisl e Carmelo Benenti del Sunia-Cgil. Il Tribunale ne convalida oltre duemila all’anno. Nel 2025 ne sono stati eseguiti 1597.
Gli sfratti arrivano anche per semplice finita locazione, non per morosità. Di solito i proprietari preferiscono mettere la casa a reddito con affitti brevi. Ma c’è anche chi ha il problema opposto. Nel 2025 a Milano sono state concluse 204 compravendite sopra i due milioni di euro, secondo Savills: il 59 per cento in più rispetto al 2019.
(da Open)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL MELONIANO DONZELLI CONFERMA: “IL VOTO A MAGGIO, CERTO, È UN’IPOTESI POSSIBILE. ACCORPERESTI IL VOTO CON LE COMUNALI” … BONELLI: “SE VOGLIONO VOTARE CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE, DEVONO SBRIGARSI. PERCHÉ CON TUTTI I RICORSI CHE PARTIRANNO, C’È IL RISCHIO CHE LA CORTE COSTITUZIONALE GLIELA BLOCCHI”
Cinque ore trascorse dentro il Transatlantico di Montecitorio, un bel po’ noiose, però molto utili. L’assenza di potenziale drammaturgico non spiega qualcosa, ma tutto.
La notizia è che i ranghi dei parlamentari se ne stanno calmi e composti perché hanno capito che si va a votare.
Quando? Presto.
A maggio, o a giugno.
Chi l’ha deciso? Che domande: lei, Giorgia Meloni (gira pure voce che l’uscita dell’altro giorno, poi rettificata, di Lucio Malan, presidente dei Fratelli al Senato, ospite di Un giorno da pecora —
«Potrebbe esserci la necessità di votare a maggio insieme alle Comunali» — sarebbe stata addirittura concordata con la premier: ricostruzione in fondo credibile, perché Malan non è di primo pelo e, soprattutto, non è incline a spararle grosse, non è un Delmastro, insomma).
All’inizio, qui, sembravano comunque solo passi perduti di un pomeriggio interminabile, andando avanti e indietro, ti offro un caffè alla buvette, è una ciofeca ma almeno facciamo qualcosa, tanto per far passare il tempo certi finiscono pure per bullizzare un po’ Domenico Scilipoti, comparso all’improvviso e vestito come Danny DeVito nel film «Matilda 6 mitica»: in aula, intanto, vengono votate due fiducie con appello nominale che vanno belle lisce, come dicono dovrebbe andare — al mezzogiorno di domani, per voi che leggete — anche il voto finale, benché segreto, per questo Melonellum. Perché, ecco la notizia che inizia a prendere corpo, non si registrano inciuci, non si prevedono agguati, franchi tiratori, non c’è pathos.
Perché — leggo sugli appunti — l’approvazione della legge elettorale voluta da Giorgia Meloni sembra ormai a tutti solo ed esclusivamente il passaggio finale, poco più di una formalità, per poi entrare in campagna elettorale.
E guardate che non sono spifferi, soffiate, non sono le solite chiacchiere tra ipocrisia e mendacio: sono invece dichiarazioni che arrivano da entrambi gli schieramenti, loro parlano e tu scrivi, a loro va bene che scrivi, tanto è chiaro quello che sta per succedere, no?
Indizi precisi già dal primo colpo d’occhio: molti leghisti si aggirano a capo chino, mogi, tutta gente che, Salvini o non Salvini, ha letto i sondaggi con il Carroccio in caduta libera, vedono il burrone, e si sono rassegnati all’idea che, tornare qui, sarà complicato.
Quelli di Forza Italia più sfuggenti, divisi per bande, guardinghi, ma pure loro con occhiate preoccupate. Alcuni esponenti del Pd, seduti su un divanetto, alternano previsioni sulla possibile leadership del Campo largo, a ragionamenti con cui addirittura tracciano un bilancio di fine legislatura.
Enzo Amendola, uno delle personalità più autorevoli del partito, dice: «È stato un governo di basso cabotaggio. Che non lascia in eredità al Paese nemmeno mezza riforma. Sa cosa mi è rimasto impresso del gruppo parlamentare dei FdI?». No, cosa?
«Hanno accettato il ruolo di addetti al decretificio». Gianni Cuperlo, siede accanto, e si fa bastare il gran discorso che ha pronunciato l’altro giorno dal suo scranno e che potete trovare sul web. Stefano Graziano, che per il Pd controlla tutto ciò che accade in Rai: «Mi pare molto difficile per la Meloni tenere in vita il governo fino al prossimo autunno.
Troppe tensioni nella coalizione, più la crisi economica ed energetica… no, non ce la fa».
Dettagli.
Bobo Craxi dà un’intervista sui socialisti spagnoli. Avvistati anche Nichi Vendola e Franco Giordano, la sinistra che fu. Poi compare il ministro della Giustizia, Carlo Nordio: i cronisti gli si buttano dietro, perché — di solito — un titolo lo regala sempre. Ma, stavolta, tace. Gli ordini, da via della Scrofa, sono precisi: muti, dovete stare tutti muti. Chi vuole parlare, deve ripetere frasi imparate (quasi) a memoria e dettate da Francesco Filini, responsabile del programma di FdI e braccio destro del potente Giovanbattista Fazzolari (dico sul serio: alcuni, quando vanno in tv, per non sbagliare, recitano le dichiarazioni proprio come fossero poesie).
Arriva Chiara Braga, capogruppo Pd: «Le tre fiducie sono uno schiaffo al Parlamento, la legge è uno schiaffo alle donne». Ma le colleghe della maggioranza restano arrendevoli, immobili.
Perché ormai è deciso. Nessuna imboscata. Nessun tradimento. Si favoleggia di un’apparato di stampo militare per controllare qualche Badoglio.
Ma Giovanni Donzelli, il Fratello che guida l’organizzazione del partito, giura: «Io, dopo il Covid, non porto più nemmeno gli occhiali». È un deputato con un suo potere, ma non lo sfoggia. Ha molto garbo, ragiona con calma.
«Aspettiamo il voto finale di giovedì. Anche se io penso che andrà tutto bene. Poi c’è la finanziaria…». E dopo? «Dal primo gennaio, direi che inizia la campagna elettorale». Si vota a maggio? «Escluderei, come leggo, febbraio. Maggio, certo, è un’ipotesi possibile.
Accorperesti il voto con le Comunali, consentendo così al nuovo governo di lavorare in autunno, con maggior tranquillità, alla nuova legge di Bilancio».
Passa Angelo Bonelli, del duo Bonelli&Fratoianni, capi di Avs. «Donzelli sa che Giorgia ha già deciso. Io la conosco da quando era ragazza: lei della Garbatella, io di Casal Bernocchi. È già in campagna elettorale. Bollo auto, i burqa nelle scuole, chiama Descalzi e gli dice: “Io ti ho lasciato all’Eni, ma tu ora mi abbassi i prezzi della benzina”… E poi…». Poi cosa, Bonelli? «Se vogliono votare con la nuova legge elettorale, devono sbrigarsi. Perché con tutti i ricorsi che partiranno, c’è il rischio che la Corte costituzionale gliela blocchi».
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA DELL’EX DIRETTORE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE AL CORRIERE DELLA SERA
«Non siamo di centro, ma di centrosinistra. Cerchiamo di dare una mano perché non
rivinca la destra». Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, lo dice in un’intervista al Corriere della Sera. Nella quale spiega: «Non nasciamo per fare da stampella, ma perché in questi anni ci si è concentrati sui voti che esistono, invece di pensare alla metà degli italiani che non va più a votare. Ci sono tanti elettori che non si riconoscono nella destra e nemmeno nella sinistra e cercano una casa».
La patrimoniale
L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate dice che il suo movimento parla «a tutto il Paese. A tutti coloro che si riconoscono in un centrosinistra che rappresenta l’Europa, l’uguaglianza e uno Stato che rimuove gli ostacoli. Nasciamo dalla stessa ambizione da cui è nato l’Ulivo: tenere assieme culture diverse come cattolici democratici, socialisti, riformisti di sinistra, liberali». Ma è contrario a un’ipotesi di patrimoniale: «Le tasse sono già troppo alte e sono mal spese. Dal 2022 la pressione fiscale è aumentata. Il problema non è mettere una tassa in più, né trovare altre risorse. Dal 2015 sono stati raccolti più di 270 miliardi di evasione, ma i cittadini non hanno percepito a cosa siano serviti. Qualunque tassa dovrebbe essere concepita sapendo già come si spenderanno le risorse», prosegue.
Con Gabrielli
«La politica non serve a sommare nomi e sigle. Il centrosinistra ha bisogno di qualcuno che tenga insieme gli elettori, non i leader, e che riporti le persone a votare. Dopo quattro anni di opposizione bisogna concentrarsi sulla piattaforma di governo, cercando di scriverla insieme», aggiunge. In questo senso «le primarie non sono un talent show e non riguardano l’interesse collettivo. Ma poiché occorre mettersi d’accordo su un nome, se si arriverà alle primarie sarà perché è mancata la generosità di trovare un’altra strada». Infine, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, con cui costituito la nuova forza politica, «è un nome di altissimo valore e la sicurezza sarà un tema centrale, che non possiamo lasciare alla destra». Sulla candidatura alle primarie: «Lo vedremo insieme».
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
COSA HANNO DECISO I GIUDICI
Sono state confermate le sette condanne di primo grado per l’assalto alla Cgil del 2021. Tra le pene ribadite dalla Corte d’Appello di Roma ci sono gli 8 anni e 6 mesi di reclusione per il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, e gli 8 anni e 7 mesi per l’esponente romano del movimento di estrema destra, Giuliano Castellino.
I giudici hanno accolto anche la richiesta del Procuratore Generale Francesco Scavo, confermando gli 8 anni mezzo per il militante Luigi Aronica e gli 8 anni e 2 mesi per gli altri imputati Luca Castellini, Salvatore Lubrano, Lorenzo Franceschi e Pamela Testa. L’accusa è di concorso in devastazione e istigazione e delinquere per la devastazione della Cgil durante la manifestazione No Green Pass del 9 ottobre 2021.
Cos’è successo durante l’attacco alla Cgil del 2021
Dopo la manifestazione No Green Pass del 9 ottobre 2021, convocata in Piazza del Popolo a Roma contro il decreto-legge approvato dal Governo Draghi, alcune centinaia di manifestanti, guidati da esponenti di Forza Nuova, raggiunsero la sede del sindacato in corso d’Italia. Dopo aver sfondato l’ingresso, fecero irruzione negli uffici, devastando locali, mobili, computer e altri beni. Mentre in diverse zone della Capitale si verificavano violenti scontri con le forze dell’ordine, con decine di agenti feriti. Per i fatti furono arrestate 12 persone, tra cui Giuliano Castellino, Roberto Fiore, Pamela Testa, Biagio Passaro, Luigi Aronica, e Fabio Corradetti, figlio della compagna di Castellino. Poi altre 57 furono denunciate con capi d’accusa come saccheggio, istigazione a delinquere, violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale.
La CGIL definì l’episodio un attacco al sindacato e alla democrazia e chiese lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste. Sul piano giudiziario, per i fatti sono stati celebrati diversi procedimenti, con le prime condanne già nel 2022 per il reato di devastazione e resistenza.
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA, NEL NOME DI SILVIO, CONTINUERÀ A DARE IL SUO SOSTEGNO ECONOMICO, A FORZA ITALIA ANCHE SE IL CONTRIBUTO DI 700MILA EURO ALLA CASSE AZZURRE ANCORA NON È ARRIVATO – AUTOREVOLI FONTI AZZURRE GARANTISCONO CHE LA QUOTA DEGLI EREDI SARA’ VERSATA ANCHE QUESTA VOLTA
Un vertice di famiglia per definire la strategia del gruppo, ma anche per fare il punto
della situazione politica in vista delle prossime scadenze. I figli di Silvio Berlusconi, a quanto apprende l’Adnkronos, si sono incontrati ad Arcore ieri. Presenti anche Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Danilo Pellegrino e il fratello di Berlusconi, Paolo.
Il caminetto del martedì confermerebbe l’unità d’intenti della famiglia che, nel nome del padre, continuerà a dare il suo sostegno, anche economico, a Forza Italia. Scorrendo l’elenco delle donazioni ricevute dal partito i circa 700mila euro di contributo annuale alla casse azzurre da parte della famiglia Berlusconi ancora non è arrivato, ma autorevoli fonti azzurre garantiscono che la quota degli eredi arriverà anche questa volta.
Ancora non c’è una data, ma prossimamente, si apprende, dovrebbe esserci un incontro tra Marina Berlusconi, presidente Fininvest, e il leader di Forza Italia Antonio Tajani.
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
AVEVA RAGIONE FLAIANO: “IN ITALIA LA LINEA PIU’ BREVE TRA DUE PUNTI E’ L’ARABESCO
È impossibile tradurre in qualunque lingua diversa dall’italiano quel che è appena
successo ai vertici del nostro calcio, dove il presidente Giovanni Malagò è stato sostituito dal commissario Giovanni Malagò, il quale avrà il gravoso compito di indire al più presto l’elezione del nuovo presidente Giovanni Malagò. Il passaggio di consegne tra il Malagò passato-futuro e quello presente (avvenuto, immagino, nel Salone degli Specchi) dev’essere stato rapidissimo. Il tempo di una stretta di mano: la sinistra di Malagò avrà preso la destra di Malagò e insieme si saranno unite in un bell’applauso al genio italico.
Quando vuoi far fuori qualcuno, in Italia ti appigli al primo cavillo che passa. Ma poiché da noi i cavilli trottano sempre in coppia, se ne trova sempre un secondo in grado di bloccarne la corsa. In estrema sintesi: i nemici di Malagò, alcuni dei quali erano suoi amici, hanno agitato un vizietto di forma per invalidarne la nomina a presidente. Poi, preoccupati per le conseguenze e le possibili ritorsioni, si sono inventati una contromossa affinché tutto rimanesse com’era. D’altronde siamo la patria di Machiavelli e di Conte, che è riuscito a fare il premier con la Lega e subito dopo con il Pd senza toccare terra tra un’acrobazia e l’altra. Il Malagò uno e trino risponde persino a una logica di buon senso. All’italiana, s’intende. Aveva ragione Flaiano: in questo Paese la linea più breve tra due punti rimane l’arabesco.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

Nello scintillio dei bitcoin, delle stock option, dei bond, dei Ceo, dei cento altri anglismi della nuova economia, la parola salario suona antica e quasi anacronistica. Viene dal latino salarium, in origine indicava la somma che si dava ai soldati per comperare il sale (allora prezioso), poi per esteso la paga in genere. Appare, ultimamente, in quasi ogni dibattito politico e nei titoli di giornale, e fa l’effetto di una permanenza otto-novecentesca che stride con il linguaggio dinamico e smart della nuova economia e delle nuove tecnologie.
Eppure nel mondo i salariati sono quasi tre miliardi, e in Italia diciannove milioni: la massa sterminata di lavoratori dipendenti la cui salute sociale dipende soprattutto da una busta paga. Di vario calibro e di difforme fortuna, i salariati sono saldamente nostri contemporanei.
La sensazione è che per parecchi anni se ne sia parlato abbastanza poco, di salari e salariati, e forse è per questo che tornare a parlarne con frequenza dà quasi l’idea di una ingombrante intrusione di un passato che non passa: e invece è una irruzione del presente. Di un presente messo da parte, omesso, che reclama la sua centralità non sulla base di un’ideologia, ma della realtà materiale.
Le tasse, i salari, i prezzi dei prodotti, il costo della vita, il potere d’acquisto, il rapporto capitale/lavoro, i modi e i luoghi della contrattazione: alla fine la politica sta tornando a parlarne come se quella fosse la sua lingua madre dimenticata. Non è una categoria otto-novecentesca, il salario. È ancora la misura principale (oggi gravemente sottodimensionata) del lavoro umano. Augurando a se stesso che i robot non sviluppino coscienza sindacale (chissà…), il capitale deve continuare a fare i conti, in tutti i sensi, con gli esseri umani.
(da Repubblica.it)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AINIS “LA NUOVA RIFORMA NASCE PER TIRARE UNO SGAMBETTO AL CENTROSINISTRA”
Non è un voto, è un’ordalia. Un giudizio di Dio sul bene e sul male, che si proietta sul
destino della legislatura, sulla futura carriera della premier, infine (e forse soprattutto) sulla pensione dei parlamentari. Sfumerebbe, se giovedì la Camera rifiutasse di timbrare la sesta legge elettorale degli ultimi trent’anni. Giacché a quel punto il finale è già stato scritto, anzi minacciato: dimissioni, crisi di governo, scioglimento anticipato delle assemblee legislative.
Ecco, c’è anzitutto un vizio di metodo in questa vicenda normativa. C’è un esercizio muscolare, c’è una forzatura, c’è un sopruso. Non solo verso l’opposizione, le cui ragioni sono rimaste inascoltate, mentre le regole del gioco andrebbero viceversa scritte di concerto fra tutti i giocatori. Anche nei confronti della stessa maggioranza, prima bacchettata («vigliacchetti e irresponsabili», quando a luglio venne respinto l’emendamento sulle preferenze), poi blindata con i voti di fiducia (che si esprimono a scrutinio palese, quindi chi sgarra va dietro la lavagna). «Sta’ attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. In questo caso il governo Meloni l’ha chiesta per tre volte.
Insomma, una marcia a passo dell’oca, che tuttavia si veste d’amorosi sensi. «Mi ami, mi vuoi bene?» domanda il governo alle sue truppe cammellate. «Dimmelo di nuovo, dimmelo una volta, due, tre». Ma questa richiesta deriva da un moto di sfiducia verso la stessa maggioranza, altrimenti non avrebbe senso.
Difatti la questione di fiducia è un espediente tecnico per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, di cui stavolta non c’è traccia. Oppure serve per serrare i ranghi d’una maggioranza risicata, mentre il gabinetto Meloni ha numeri larghi in Parlamento. Eppure esordì alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia nei suoi primi 18 mesi — un record. Evidentemente questo governo s’affida alla fiducia perché non ha uomini fidati.
Dopo di che il (cattivo) metodo si riflette anche sul merito della nuova legge elettorale. Perché anzitutto mette un bavaglio a noi elettori, ci impedisce d’esprimere una scelta consapevole. Restano, e anzi si moltiplicano, i listini bloccati. Restano le pluricandidature (cinque). E in molti casi non è possibile nemmeno conoscere in anticipo i nomi degli eleggibili, giacché i candidati in posizioni inferiori nel listino — che in teoria verrebbero selezionati con le preferenze — entreranno in Parlamento sulla base di calcoli complessi, legati ai resti e alle percentuali finali dei partiti.
Se c’entreranno, dato che soltanto i partiti maggiori potranno eleggere candidati oltre al capolista. Quanti? Bene che vada, il 10 per cento della rappresentanza. Mentre il Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — pur con tutti i suoi difetti assegna il 37 per cento dei seggi nei collegi uninominali, dove l’elettore sceglie una persona, oltre al simbolo d’un partito. Un arretramento, ma del resto al peggio non c’è fine.
In secondo luogo, si profila uno sbarramento — anzi, una montagna da scalare — per le forze politiche che intendano affacciarsi per la prima volta in Parlamento. E questo è forse il punto di più evidente incostituzionalità della nuova disciplina. Che moltiplica per quattro le sottoscrizioni necessarie a presentare la lista: da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio.
Significa, su base nazionale, l’obbligo di raccogliere 450mila firme. E oltretutto senza la sottoscrizione online, ammessa invece per i referendum. Da qui un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che vieta le discriminazioni irragionevoli. Nonché con l’articolo 49, che attribuisce a tutti i cittadini il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.
C’è allora, in vista, già il secondo tempo di questa partita. Si giocherà davanti alla Consulta, mentre intanto si preparano i ricorsi, le carte bollate. Su vari fronti, non solo rispetto alle sottoscrizioni. È legittimo un premio di maggioranza che trasforma il 42 per cento dei consensi nel 55 per cento dei seggi?
Qual è la soglia oltre la quale in nome della governabilità si strangola il valore della rappresentanza? Ed è legittimo assegnare il premio su scala nazionale anche al Senato, che andrebbe viceversa eletto — dichiara l’articolo 57 della Costituzione — «a base regionale»? È infine legittima l’indicazione preventiva e obbligatoria del futuro premier da parte di ciascuna coalizione? O invece non lede — sia pure con una formuletta ipocrita — le prerogative del capo dello Stato?
Sì, l’ipocrisia. Non sarà incostituzionale, però è immorale. Difatti lo sappiamo tutti: la nuova legge elettorale nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà sulla scelta del leader e abrogando i collegi uninominali, dove la volta scorsa il centrodestra vinse a mani basse, ma solo perché dall’altro lato i partiti si presentarono divisi. E nasce dalla frustrazione per il naufragio del premierato, «la madre di tutte le riforme». Sicché entra in scena la zia: un premierato in maschera, con l’abito della legge elettorale
Michele Ainis
(da “Repubblica”)
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Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile
I RICORSI SARANNO PRESENTATI IN UNA TRENTINA DI TRIBUNALI CIVILI ITALIANI DOPO L’ENTRATA IN VIGORE DELLA RIFORMA
Potrebbe arrivare già a partire dal mese di febbraio un’eventuale pronuncia della Corte costituzionale sui ricorsi annunciati contro la riforma della legge elettorale. Secondo gli esperti, il timing prevede una serie di passaggi che si svolgeranno nell’arco di almeno tre mesi e mezzo.
I ricorsi
Entrando nel dettaglio, i ricorsi “in via di redazione” da parte della Rete che riunisce organizzazioni, associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, avvocati e cittadini dovrebbero essere presentati in una trentina di Tribunali civili italiani. Saranno depositati appena la legge entrerà in vigore, ossia quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In sostanza, i firmatari chiederanno l’accertamento di una lesione del diritto di voto legato alla riforma.
I tribunali
Una volta depositato il ricorso, i tribunali dovrebbero adottare un procedimento semplificato con cui si prevede che il giudice possa fissare l’udienza dopo 40 giorni per ascoltare le ragioni del ricorso. A quel punto si riserverà di decidere e, se lo riterrà, emetterà un’ordinanza in cui solleva una questione di legittimità costituzione davanti alla Consulta.
L’ordinanza dovrà poi essere notificata alle parti interessare – a partire dal presidente del Consiglio dei ministri – ed entro 20 giorni dalla notifica il presidente della Consulta potrebbe già fissare l’udienza nei successivi 20 giorni. L’obiettivo “è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili” per le elezioni, ha detto il coordinatore della Rete contro la riforma della legge elettorale Roberto Zaccaria, spiegando che i ricorsi sono “in via di redazione” e saranno pronti per essere depositati nei tribunali non appena entrerà in vigore la riforma.
Dieci anni fa la sentenza sull’Italicum
La Corte costituzionale, con ogni probabilità, sarà quindi chiamata a decidere sulla legge elettorale a dieci anni esatti di distanza dalla sentenza depositata a febbraio 2017 in cui dichiarò parzialmente illegittimo l’Italicum. In particolare stoppò il turno di ballottaggio tra le due liste più votate nel caso in cui nessuna avesse raggiunto il 40% dei voti, ritenendolo lesivo della rappresenterà e della parità del voto.
Mentre disse sì ai capilista bloccati – riconoscendo su questo piano il ruolo dei partiti – e al premio di maggioranza considerato ragionevole per la lista che raggiunge il 40% dei voti.
(da agenzie)
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