Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
ALESSANDRO PELAGALLI, LECCESE D’ORIGINE E MILANESE D’ADOZIONE, ERA SUL PALCO DELLA FESTA LEGHISTA DI BESOZZO: “CANTAVO UN BRANO PER L’UNITA’ D’ITALIA, MI HANNO ANCHE RIDOTTO IL COMPENSO”
Alessandro Pelagalli, leccese d’origine e milanese d’adozione, è il cantante che si è esibito sul palco di Besozzo alla festa della Lega Nord, il destinatario del dito medio di Umberto Bossi.
Era un siparietto concordato?
Assolutamente no. Io non sapevo nemmeno che quella fosse una festa della Lega. Circa un mese fa sono stato contattato da una collega che mi ha chiesto di esibirmi al suo posto perchè non poteva prendere parte a una serata per cui era stata ingaggiata. Solo una volta arrivato, vedendo lo stand per la raccolta di firme per il trasferimento dei ministeri al Nord, ho capito.
Le ha provocato problemi cantare a una festa leghista?
Io sono un professionista. Vado dove mi chiamano. Tant’è vero che per il 3 e il 7 agosto ho già due serate fissate per la festa della Lega ad Azzate. Mi presenterò comunque, anche se adesso ho un po’ paura che qualcuno possa riconoscermi. Magari proprio Bossi, dato che sono appena stato dai carabinieri di Bareggio, dove risiedo, per querelarlo.
Il gesto non è certo stato simpatico, anche se il leader del Carroccio ci ha ormai abituato a uscite di questo genere.
Ho letto su alcuni giornali che sarebbe stata una reazione divertente a una mia provocazione. Tengo a precisare che io non sapevo quando Bossi e Calderoli sarebbero saliti sul palco perchè gli organizzatori mi hanno detto di non preoccuparmene. Non è certo colpa mia se hanno scelto proprio la canzone Bianco, rosso e verde, che avevo inserito in scaletta per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, per fare il loro ingresso. Reagendo in quel modo mi hanno offeso come cittadino italiano e anche come professionista, di fronte a una platea di mille persone, tutte favorevoli a loro. Però un particolare divertente in effetti c’è.
Ovvero?
Poco dopo il fattaccio, una signora mi ha chiesto una tarantella. Mi ha sorpreso, dato che quando suono alle feste padane elimino tutti i brani che possano in qualche modo richiamare il sud. Così, per evitare di scaldare inutilmente gli animi, ho chiesto quanti meridionali fossero presenti: hanno alzato la mano tre quarti degli spettatori. E hanno tutti ballato e applaudito le canzoni napoletane e quelle in dialetto leccese.
E Bossi dov’era a questo punto della serata?
Fuori dal capannone dove suonavo, in mezzo alla gente. Io comunque non voglio demonizzare Bossi. Alcune delle cose che dice sono condivisibili e nel suo discorso ha affrontato i soliti temi, dai rifiuti di Napoli al trasferimento dei ministeri, ma senza puntare il dito contro nessuno… A eccezione, ovviamente, del nostro Paese. E scusate se è poco.
Quella citazione del Tricolore non gli è proprio andata giù.
Quando ho intonato le parole “Italia del tricolore, elevo al cielo la tua bandiera”, si è scatenato il finimondo. La cosa incredibile è che il tutto sia partito da due ministri della Repubblica italiana, non della Padania. Ho consultato una sentenza della Cassazione: mostrare il dito medio può essere considerato reato.
Perchè non ha reagito subito?
Lì per lì non mi è sembrato opportuno. Io ero su quel palco per lavorare. Però a freddo mi è sembrato opportuno dimostrare la mia indignazione come cittadino. Senza contare che ci ho anche rimesso dei soldi: il compenso pattuito per la serata era di 250 euro, che sarebbero stati spartiti tra me e un’altra cantante con cui ho diviso il palco. Quando lei è andata a ritirare i soldi, gli organizzatori le hanno detto che 50 euro ci erano stati detratti perchè avevamo cantato un’ora e mezzo, meno rispetto a quanto concordato. Ovvero, il tempo sottratto era quello dei discorsi di Bossi e Calderoli».
Lucia Landoni
(da “la Repubblica“)
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Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
“OCCORRE UNA SVOLTA ANCHE POLITICA PER TORNARE CREDIBILI”
“TUTTO QUESTO PER NON AVER ASCOLTATO MARIO DRAGHI CHE DA SEI ANNI CHIEDE DI FAR RIPARTIRE LA CRESCITA”
“La speculazione è una cosa brutta, che esiste dai tempi di Adamo ed Eva. Però ha sempre
ragione. Stavolta ha sfiduciato il governo Berlusconi. Nessun italiano potrebbe darle torto”.
Ironico e arrabbiato l’economista Giacomo Vaciago spiega la tempesta finanziaria come farebbe con i suoi studenti.
Come esplode la crisi?
I mercati finanziari temono che il debito pubblico italiano sia insostenibile. Moody’s e Standard & Poor hanno dato l’allarme già da mesi. Tremonti ha risposto con una manovra finanziaria fatta con l’urgenza del decreto legge per rimandare gli interventi fra tre anni. Il governo mostra di avere altre priorità , la giustizia, il lodo Mondadori, Milanese e Bisignani. Gli investitori reagiscono vendendo i titoli di Stato italiani.
Quanto ci costerà questo scherzo?
In dieci giorni il rendimento richiesto dai mercati per il debito italiano è salito talmente da incrementare il costo per interessi almeno del dieci per cento. Sul 2012 si può prevedere un maggior costo di 8-10 miliardi di euro, che vanno naturalmente aggiunti alla manovra di Tremonti.
Lacrime e sangue?
Certo, con proteste di piazza. Tutto questo per non aver ascoltato il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che da sei anni chiede di far ripartire la crescita.
Che nesso c’è tra crescita dell’economia e debito pubblico?
Aumentando il prodotto interno lordo crescono le entrate fiscali e lo Stato ha le risorse per ridurre il debito. Se l’economia cresce, come sta accadendo in Italia, meno dell’inflazione, i conti pubblici non posso che peggiorare, e il debito aumenta.
Diventiamo come la Grecia ?
Purtroppo sì. E la colpa è di tutta l’Europa. La crisi di debito e bassa crescita parte a novembre 2009 per tutta l’Unione, e tutti i 17 governi hanno fatto finta di niente. L’Italia ha fatto la sua parte, approfittando dei bassi tassi d’interesse per fare nuovi debiti, ma non per investire, per finanziare le spese correnti. E adesso con le ricette lacrime e sangue le cose non potranno che peggiorare. L’economia frenerà ulteriormente, e rischiamo di passare da una manovra all’altra, con la gente sempre più inferocita.
Questo attacco dei mercati al debito italiano può chiudersi in pochi giorni come una fiammata?
Negli altri Paesi quando è partito non si è più fermato.
Che cosa si può fare per fermare la frana?
Cambiare l’immagine del Paese, rapidamente. Mi aspetto che il presidente Napolitano convochi Berlusconi e i capi dell’opposizione per decidere, insieme, che cosa fare. Ma chi avrà il coraggio dell’impopolarità ?
Quale ricetta dovrebbe uscire dal caminetto bipartizan?
Una convincente terapia di severi tagli di spesa pubblica e misure per la crescita. La Germania sta crescendo e noi non la seguiamo più come una volta, quando si diceva la locomotiva tedesca. Il vagone Italia si è sganciato e va verso la Grecia.
Per placare la furia dei mercati è necessario un cambio di governo?
In tutti i Paesi europei colpiti dalla crisi del debito gli esecutivi sono caduti. Ripeto, quello che serve è una svolta nella politica economica, perchè i mercati hanno colpito la politica di Tremonti, hanno sfiduciato il governo Berlusconi per le sue politiche dell’ultimo anno, non degli ultimi giorni. Questo è un governo debole, diviso sulle ricette economiche. Non so se sarà in grado di dare il colpo di reni.
All’origine di questa crisi ci sono speculatori che vogliono male all’Italia e al suo governo, magari comunisti?
Ma figuriamoci. La crisi è di tutta la zona euro, e a un certo punto gli operatori fanno di tutte l’erbe un fascio, e non è che ci trattano peggio degli altri. I mercati sono globali, e seguono il debito sovrano di 192 Paesi, ma mica tutti i giorni. E così concentrano la loro attenzione in modo casuale su questo o quel Paese. Oggi tocca a noi, e lo sapevamo che prima o poi sarebbe capitato. L’unica cosa da non dire è che altri Paesi stanno peggio dell’Italia: è vero ma non serve a niente. Chi lo dice non sa come funzionano i mercati.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
DAL CAVALIERE SI’ AL DIALOGO, IRA CONTRO CHI CHIEDE LE DIMISSIONI: “SCIACALLI”….CON TREMONTI TREGUA FINO ALLA FINE DELL’ANNO, MA TRAMONTA IL TAGLIO DELLE TASSE…IL SOSPETTO CHE QUALCUNO LAVORI A UNA SOLUZIONE SUL NOME DI MARIO MONTI
L`esecutivo a guida socialista costretto alla maxi manovra per poi lasciare il posto al governo tecnico targato Ciampi.
Una trama che sembra riproporsi. «Vogliono farmi fare quella fine lì, ma noi abbiamo i numeri in Parlamento e sono perfino in crescita, non ci riusciranno» si sfoga Silvio Berlusconi ricevendo a Villa San Martino dirigenti del partito milanese e sentendo da Roma pochi ministri.
Dal centrosinistra arriva ìl lasciapassare per la manovra. Ma non sarà a costo zero.
L`uscita di D`Alema, l`invito ad approvarla e farsi da parte, lo manda su tutte le furie: «È puro sciacallaggio, questa non è la manovra del mio governo ma dell` Italia, cercare di farmi fuori con giochi di Palazzo approfittando della speculazione è spregiudicato».
Teso, preoccupato, a tratti abbattuto, raccontano.
Berlusconi sa che la crisi potrebbe essergli fatale. Sospetta che qualcosa comunque sia in movimento, che il precipitare della situazione potrebbe davvero aprire la strada a quel che Pisanu e Casini hanno già battezzato come governo di emergenza, che siano al lavoro per affidare le chiavi all`ex commissario Ue Mario Monti.
Ai figli ricevuti a pranzo e poi a Ghedini e al portavoce Bonaiuti e a tutti gli interlocutori di giornata, invece il premier ripeterà di essere convinto che «la crisi sarà superata: ce la faremo anche questa volta».
Ma avverte tutta la gravità della situazione. Ed è disposto a tutto pur di superarla.
Dal Colle parte l`appello a tutte le forze politiche. Gianni Letta tiene i rapporti col Quirinale per tutto il giorno.
Sarà proprio il sottosegretario a suggerire al presidente del Consiglio di «stupire» gli avversari e lanciare in prima persona un appello al «senso di responsabilità nazionale» in vista dell`approdo della manovra in aula.
Romano Prodi glielo manda a dire a distanza, «dovrebbe farlo». Ma Berlusconi non ce la fa a spingersi a tanto.
Pur confidando ai dirigenti pìdiellini ricevuti nel pomeriggio di essere disposto a confrontarsi con l`opposizione per raggiungere «la più ampia convergenza».
La crisi è tale da congelare, per il momento, anche la guerra in atto con Tremonti.
Da Arcore il premier si tiene in contatto con il ministro, impegnato all`Ecofin di Bruxelles, per confidare poi ai suoi che «Con Giulio sarà tregua almeno fino all`approvazione del Documento economico e finanziario, fino a fine anno».
La resa dei conti, scatterà dopo, se tutto non precipita prima.
Resta il senso di sconfitta, è chiaro ormai anche all`inquilino di Palazzo Chigi che la riforma fiscale, l`abbattimento delle tasse, è un sogno ormai archàvàato.
Deve accontentarsi dell`accordo siglato invece con le opposizioni sulla manovra, che va approvata in fretta.
Lo mettono a punto nel giro di poche ore i quattro “ambasciatori” ai quali il presidente del Consiglio affida il compito di trattare con il centrosinistra.
Se ne occupa di persona il solito Gianni Letta e con lui il neo segretario Angelino Alfano, il sottosegretario all`Economia Casero, il vicepresidente della Camera Lupi.
Manovra da approvare entro i1 21 luglio al Senato e entro i1 29 alla Camera, pochi emendamenti per un tour d eforce che tuttavia potrebbe non bastare.
Da qui l`input di Palazzo Chigi per tentare la forzatura e ottenere il primo sì già entro domenica a Palazzo Madama. Angela Merkel chiede di fare in fretta, i mercati, soprattutto, lo pretendono.
Ma non sarà facile.
La fibrillazione è alle stelle, il previsto tonfo in borsa e l`attacco speculativo non colgono di sorpresa Berlusconi, ma alimentano tutte le più cupe preoccupazioni.
In mattinata il presidente del Consiglio decide di fare un giro di orizzonte e di sentire anche i vertici dei principali istituti di credito delPaese, ne ottiene la garanzia sulla tenuta del sistema bancario.
Ma in questa fase non è quello il problema.
Lo sono i titoli di Stato sotto attacco, lo è il differenziale tra i buoni del tesoro e i bund tedeschi.
Il premier tedesco Merkel che rivela la telefonata avuta poche ore prima con Berlusconi, la sua mano tesa, sarà un importante segnale lanciato ai mercati, ma il Cavaliere avverte anche le contro indicazioni politiche di quella «fiducia» accordata all`Italia.
Diventa pure un messaggio insidioso: il tuo governo, la tua economia, sono in difficoltà .
Se la manovra dovesse non bastare, se la speculazione dovesse infierire, Berlusconi si troverebbe spalle al muro.
Allora gli incubi potrebbero prendere corpo.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
NOMINATA COMPONENTE DEL CORECOM CAMPANIA, HA FIRMATO UN’AUTOCERTIFICAZIONE IN CUI DICHIARAVA DI NON TROVARSI IN POSIZIONE DI INCOMPATIBILITA’: INVECE ERA ASSESSORE A CASTELLAMMARE
Risulta indagata per false attestazioni Emanuela Romano, ex assessore a Castellammare di
Stabia, balzata agli onori delle cronache perchè co-fondatrice del comitato «Silvio ci manchi».
Gruppo al femminile creato insieme a Francesca Pascale, ex velina di «Telecafone» e oggi consigliera provinciale Pdl, nato nel 2006 per sostenere la rielezione di Silvio Berlusconi, durante il governo Prodi.
La Romano, 30 anni, dal febbraio 2011 componente del Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni) della Campania è indagata per aver scritto il falso nell’autocertificazione presentata dopo la nomina in seno all’organo di tutela presieduto da gennaio dal giornalista e avvocato Lino Zaccaria.
Secondo il pm Giancarlo Novelli, titolare del fascicolo, quando si candidò alla poltrona di componente del Comitato, la Romano compilò un’autocertificazione nella quale asserì di non trovarsi in alcuna delle condizioni di incompatibilità previste dalla legge regionale.
Invece, in quel periodo, la Romano, una laurea in psicologia e un master di Publitalia in curriculum, era assessore alle Politiche sociali del Comune di Castellammare di Stabia, carica espressamente indicata dalla legge come condizione di incompatibilità . Nell’aprile 2009 Cesare Romano, padre della consigliera Corecom, provò a darsi fuoco – fermato dai carabinieri – davanti Palazzo Grazioli, residenza del premier, in seguito alla mancata candidatura della figlia nelle liste di candidati Pdl all’europarlamento.
Oltre alla Romano, per lo stesso reato è indagato anche un altro componente del Comitato, Andrea Palumbo; nel suo caso, la condizione di incompatibilità è rappresentata, per la procura, dall’avere svolto il ruolo di consulente di direzione aziendale, marketing e sviluppo del gruppo di emittenti Tele A, Tele A+ e Tv Capital. All’ex assessore Romano e a Palumbo è stato notificato un avviso di chiusura delle indagini preliminari, indagini che hanno preso il via dalla denuncia di un altro candidato.
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Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
COSI’ IL DEPUTATO DISTRIBUIVA INCARICHI: LA SPARTIZIONE DI MIGLIAIA DI CARICHE TRA I PARTITI POLITICI…MILANESE NE AVREBBE ANCHE “VENDUTE” ALCUNE TRA LE PIU’ REMUNERATIVE
La conferma più diretta e autorevole che l’onorevole Marco Milanese – consigliere politico di Giulio Tremonti fino a due settimane fa, oggi destinatario di una richiesta d’arresto per corruzione, associazione a delinquere e altri reati – fosse il regista delle nomine nelle aziende a partecipazione statale, viene dal vertice stesso del ministero dell’Economia.
Il capo di gabinetto di Tremonti, Vincenzo Fortunato, l’11 gennaio scorso ha parlato al pubblico ministero napoletano Piscitelli sia del ruolo dell’ex ufficiale della Guardia di finanza asceso al fianco del ministro, sia del meccanismo che conduce alla spartizione delle cariche decise dal suo dicastero.
«Milanese si occupa dell’attività politica del ministro in senso ampio… – ha spiegato Fortunato -. Ha seguito, per conto del ministro, le nomine nelle società di primo livello le cui azioni sono detenute dal ministero-dipartimento del Tesoro; fra essi rientrano Eni, Enel, Anas, Fs, Poligrafico dello Stato, Sogei, Finmeccanica, Fincantieri, Enav ed altre».
L’indicazione dei rappresentanti del ministero rientra fra le attività di indirizzo politico indicate dalla legge, continua il capo di gabinetto.
E chiarisce che la «provenienza» delle designazioni è «in parte interna al dipartimento e in parte di provenienza “politica”.
In particolare la scelta di questi ultimi era il frutto di una mediazione tra le diverse componenti politiche della coalizione di governo, e spesso anche della concertazione con altri ministeri».
Il capo della settima Direzione del dipartimento del Tesoro, Francesco Parlato, ha riferito al magistrato la procedura per le nomine.
Dopo un appunto del suo ufficio al ministro, «si apre una fase di ricerca da parte dell’organo politico per l’individuazione e condivisione dei nominativi, all’esito della quale il ministro fa pervenire le sue indicazioni».
L’incarico di comunicarle «viene svolto dal maggio 2008 dall’onorevole Marco Milanese… Tutte queste nomine sono state seguite dall’onorevole Milanese».
Anche per quelle di «secondo livello» – un migliaio di cariche nelle società controllate dagli Enti pubblici che dovrebbero avvenire “piena autonomia” -, secondo Parlato la prassi è che avvengano «contatti preventivi e informali tra gli amministratori delle società capigruppo e gli organi di governo o di riferimento politico».
E siccome Milanese s’interessava delle nomine superiori, «è presumibile, ma si tratta di una mia congettura, che i capi azienda abbiano fatto riferimento anche a lui per questa evenienza».
L’unico che non conosceva questa attività del consigliere di Tremonti sembra essere il segretario di Milanese, Paolo Iannariello, indagato nella stesso procedimento che riguarda il suo capo: «Non mi risultano competenze particolari attribuite al Milanese; non mi risulta che lo stesso segua le nomine di competenza del ministro nelle società partecipate».
Ma il problema, secondo l’accusa, non è tanto la regia nell’attribuzione degli incarichi, quanto il fatto che Milanese avrebbe «venduto» almeno una parte di essi, in cambio di denaro o altre utilità .
Per esempio quelli di Guido Marchese e Carlo Barbieri (commercialista e sindaco di Voghera), messi agli arresti domiciliari dal giudice di Napoli, che nell’ambito di una complicata e inusuale operazione di compravendita di una villa in Costa Azzurra, avrebbero fatto avere al deputato-designatore almeno centomila euro.
Ascoltato come testimone in due occasioni, al secondo interrogatorio Marchese – seduto su varie poltrone fra cui quelle dei collegi sindacali di Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin e Sace per circa centomila euro all’anno – ha ammesso l’intervento di Milanese: «Sono stato aiutato come tutti in questo genere di cose, e ho chiesto e ottenuto l’appoggio di Milanese certamente per il mio incarico in Ansaldo Breda, nella Oto Melara e certamente anche nella Sogin e anche nella Sace». Il pubblico ministero domanda come ha saputo dell’intervento di Milanese, e Marchese risponde: «Dopo le mie richieste è stato lui a dirmi di aver segnalato il mio nominativo alle diverse società controllate dal ministero, tra le quali quelle di Finmeccanica… Mi risulta che anche Barbieri abbia ottenuto un incarico nel consiglio di amministrazione di Federservizi (società controllata dalle Ferrovie dello Stato, ndr ) per intervento del Milanese».
La deposizione con le ammissioni di Marchese non è stata del tutto tranquilla, dopo che il pm Piscitelli gli ha contestato di aver taciuto, nel precedente interrogatorio, un incontro con Milanese prima di presentarsi al magistrato.
«Non avevo capito la domanda, le chiedo scusa», s’è giustificato il testimone. Divenuto indagato anche in virtù delle telefonate intercettate dalla Digos di Napoli in cui s’intuiscono la preoccupazione e l’attivismo di Milanese proprio per le testimonianze di Marchesi, Barbieri e un’altra persona coinvolta nella compravendita della villa in Costa Azzurra, l’agente immobiliare Sergio Fracchia.
Il 20 gennaio scorso, vigilia della prima convocazione di Marchese e Barbieri, la polizia ha registrato una conversazione tra Barbieri e Fracchia, il quale – dopo aver chiesto se la linea era «a posto» e «pulita», nel senso di non intercettata – si lancia: «Allora, ho sentito il mister… da specificare bene, alle domande che faranno, che sicuramente chiederanno perchè avete comprato queste… E ha detto “è un amico comune che ci ha fatto prendere, perchè noi avevamo già fatto delle operazioni immobiliari in Francia, c’era un affare e l’abbiamo fatto”.
Perchè dove andranno a puntare, mi ha detto l’amico, è se avete fatto questo in cambio di qualche cosa… Di qualche nomina… negare totalmente».
Barbieri sembra acconsentire («Non è vero, non è vero») e Fracchia insiste: «Esatto, poi se picchiano sulla villa, da dire sempre per un discorso di investimento (…) Mi raccomando perchè… mi ha chiamato quattrocento volte».
Investigatori e inquirenti sono certi, per i riscontri con altri atti d’indagine, che «il mister» altri non sia che Marco Milanese, inquieto per l’inchiesta in corso.
Due giorni prima del secondo interrogatorio di Marchese, Milanese richiama Fracchia: «Gli dici se magari da un telefono pubblico o da una cabina, più tardi, anche domani, mi dà un colpo di telefono, così gli dico un po’. Perchè tanto… loro vogliono battere sulla faccenda nomine… son matti, ragazzi…».
Timoroso di essere ascoltato, il deputato avverte che Marchesi deve chiamarlo da telefoni non suoi, e i numeri controllati non registrano altri colloqui sul tema: a dimostrazione, annota la polizia, «che le successive comunicazioni sono avvenute attraverso canali per loro sicuri».
Il 4 febbraio anche Fracchia viene ascoltato dagli investigatori sulla compravendita della villa, e tre ore prima Milanese lo chiama: «Tutto a posto comunque, sì?», domanda. «Sto andando adesso», risponde Fracchia.
E Milanese incalza: «Ricordati di dire che loro l’avevano comprata perchè avevano il cliente. (…) Se ti dicono qualcosa, nomine non nomine, non sai un cazzo. Dici “ma che dici?”, poi basta».
L’indagine della Procura di Napoli prosegue sul fronte delle nomine gestite da Milanese ma anche sui suoi rapporti all’interno delle Fiamme gialle, di cui ha fatto parte fino al congedo di sette anni fa e nelle quali ha mantenuto saldi legami.
Lo stesso giudice che ne ha chiesto l’arresto ha ricordato come l’inchiesta debba «individuare gli esponenti della Guardia di finanza che hanno comunicato al Milanese o a persone a lui vicine le notizie relative alle investigazioni», che poi il deputato «rivendeva» agli inquisiti.
Come l’imprenditore Paolo Viscione, al quale Milanese comunicò che era intercettato il giorno stesso in cui erano cominciate le operazioni di ascolto. Viscione ha raccontato che un giorno il consigliere di Tremonti gli fece vedere perfino le trascrizioni delle conversazioni registrate, intimandogli di non parlare più al telefono. Da quale «talpa» siano arrivate notizie e carte, è uno dei misteri da svelare.
Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
STUDIARE IN ITALIA OGGI: LA SCELTA DELLA FACOLTA’ E’ LEGATA ALLE POSSIBILITA’ ECONOMICHE…AL NORD SI SPENDE IL 13% IN PIU’ RISPETTO AL RESTO DEL PAESE…CHIRURGIA L’INDIRIZZO PIU’ CARO… SALASSI PER I FUORISEDE E LE SPESE PER I TESTI… ALL’ESTERO PRESTITI PER CHI STUDIA: RESTITUITI QUANDO SI TROVA LAVORO
La mappa dell’Università italiana illustra una realtà dalle economie variegate, profondamente
legata al territorio e ai redditi.
Una sorta di federalismo della specializzazione, con le sue peculiarità e i suoi costi specifici.
In generale, studiare all’Università in Italia costa caro.
Ma molto dipende da dove si ‘sceglie’ di studiare e che facoltà intraprendere.
Scelta legata in gran parte al reddito familiare: studiare al sud in una facoltà umanistica è infatti più accessibile che decidere di diventare chirurgo a Milano.
Le rette universitarie variano sia da regione a regione che tra diversi indirizzi universitari. Ma anche rispetto alla fascia di reddito.
Redditi e facoltà .
Generalmente sono cinque le fasce di reddito considerate, calcolate considerando dei valori di Isee fissi. la prima fascia considera un reddito sino a seimila euro, la seconda sino a 10mila, la terza sino a 20mila, la quarta sino a 30mila e la quinta il massimo, anche se è difficile fare una comparazione in quanto variano da ateneo ad ateneo.
La spesa annuale, comunque, cambia non solo in base al reddito ma anche a seconda del tipo di Facoltà : Medicina, Ingegneria, Architettura e Farmacologia risultano essere sicuramente le più care.
La speranza di avere un ingegnere in famiglia se costruita alla Federico II di Napoli costa a un padre 1432 euro l’anno, mentre mandare un figlio a Chirurgia alla Bicocca di Milano può arrivare a 3000.
Costi e città .
Gli studenti del nord pagano circa il 13% in più rispetto alla media nazionale per la prima fascia e addirittura il 32% in più se si considera l’importo massimo da versare. L’università più cara è Parma (oltre il 70% in più rispetto alle media), seguita dalla Bicocca di Milano.
La più economica è l’Aldo Moro di Bari, seguita dall’Alma Mater di Bologna.
Secondo uno studio condotto da Federconsumatori nel 2010, le tasse universitarie annuali si aggirano intorno ai 1.000 euro con picchi che variano dai 400 agli oltre 2.000 a seconda della regione e delle scelte amministrative della struttura.
Mentre a Napoli studiare all’Orientale può costare da un minimo di 440,00 euro a un massimo di 910,00, al Politecnico di Milano si pagano anche 1.700 euro.-
Stesso discorso per chi sceglie di studiare nella Capitale.
A Tor Vergata le famiglie in ultima fascia pagano 1.300 euro e la Sapienza non è da meno.
Pur garantendo il diritto allo studio con una tassa minima di 330 euro annuali, la storica università di Roma arriva a costare anche 2.000 per chi ha un reddito familiare alto.
Nord più caro, Sud popolare, Bologna in mezzo.
Sempre secondo la ricerca di Federconsumatori, gli atenei del Nord sono quelli più cari: del 13,13% rispetto alla media nazionale se si considera la prima fascia, e addirittura del 31,92% se si considera il massimo importo dovuto.
La media nazionale è quindi fortemente influenzata dal Nord, in quanto nel Centro e nel Sud i costi delle tasse sono quasi sempre inferiori a tale media.
La differenza è ancor più evidente tra Nord e Sud, dove il divario, per quanto concerne la prima fascia, raggiunge il 25,27%, e sale fino all’88,87% quando si prende in considerazione la fascia relativa al massimo importo dovuto.
Sono gli atenei del Sud, in termini generali, ad applicare tasse più basse, con l’Università Aldo Moro di Bari in testa alle università che costano meno (considerando la prima fascia), anche se bisogna sottolineare che parte dell’importo della retta è dovuta al merito: una votazione media bassa o un basso numero di crediti conseguiti, quindi, si traduce in un aumento delle tasse.
Al secondo posto tra le università meno costose si trova l’Università “Alma Mater” di Bologna che considera come fascia base quella che arriva a circa 20.000 euro di ISEE, soglia al di sotto della quale gli studenti pagano il 55% in meno rispetto alla media nazionale.
Parma, top class. Al contrario l’Università più cara, sempre prendendo in considerazione la prima fascia, è quella di Parma con una retta di 865,52 Euro annui per le facoltà scientifiche e di 740 Euro per quelle umanistiche, pari al 71% in più rispetto alla media nazionale.
Al secondo posto si trova invece, l’Università degli studi di Milano con una retta annuale di 685 Euro per le facoltà umanistiche e 789 Euro per le facoltà scientifiche. La distinzione tra facoltà scientifiche e facoltà umanistiche non è attiva in tutte le Università , comunque generalmente le facoltà scientifiche hanno un costo maggiore dell’8% nella maggior parte delle fasce.
Fuori sede, salasso in agguato.
E se studiare costa caro in assoluto, scegliere di cambiare citta può diventare un salasso.
Uno studente italiano “fuori sede” spende, infatti, fino a 6.958 euro annui in più rispetto ad uno che studia in sede.
In Italia, sempre secondo Federconsumatori, il 20,5% degli studenti universitari, stando ai dati Istat 2009, studia al di fuori della propria regione di residenza, inoltre, a questi andrebbero aggiunti gli studenti che, all’interno della stessa regione, si spostano in un’altra città .
E’ l’affitto la voce più costosa per uno studente “fuori sede”, che, insieme alle spese accessorie (riscaldamento, condominio, energia, ecc.), raggiunge mediamente 4.982 euro annui se sceglie di vivere in singola, e 3.756 euro annui se, invece, sceglie di condividere una stanza con altri studenti.
Dividendo l’Italia in Macro-regioni si scopre che è il Centro ad avere le spese per la casa (affitto+mantenimento) più alte, pari a 5.544 euro annui per una stanza singola e 4.194 euro annui per una stanza condivisa.
Più economico, invece, risulta il Sud con una spesa pari al 31% in meno rispetto al Centro, per quanto riguarda la stanza doppia e del 34% in meno relativamente alla singola.
Libri, che prezzi.
Di non poco conto risultano anche le spese per i libri, con una differenza tra le facoltà umanistiche e quelle scientifiche: per le prime la spesa ammonta in media a 454 euro annui, il 17% in più rispetto a quelle scientifiche.
Ad orientare lo studente nella scelta dell’università non è quindi solamente la qualità della facoltà prescelta, ma gioca un ruolo fondamentale anche il reddito della propria famiglia.
Chi non ha la possibilità di sostenere i costi di una vita da studente fuori sede, perciò, deve accontentarsi di frequentare l’università più vicina.
Sempre se ce n’è una.
Anche i ricchi piangono.
Mandare i figli all’università in Italia è una spesa non indifferente anche per una famiglia benestante.
Le nostre Università sono infatti tra le più care in Europa.
Solo ad Amsterdam le tasse universitarie si avvicinano quelle nostrane: fino a 1.713 euro annuali.
Una spesa esorbitante se si pensa che le università svedesi, tra le prime nella classifica mondiale, sono tutte completamente gratuite.
E nelle altre capitali europee? La Sorbona di Parigi costa al massimo 500 euro mentre alla Freit Universitat Berlin si superano a malapena i 200 euro annui.
All’estero: credito (quasi) a fondo perduto.
Tutta un’altra storia se si prendono in esame gli Atenei universitari britannici, per lo più privati. La University College London costa ad una famiglia 9.000 euro all’anno, neanche troppo in realtà , se si pensa che far studiare il proprio figlio alla Luiss di Roma costerebbe lo stesso, con l’unica differenza che il college londinese si posiziona al 4° posto tra le top 10 mondiali.
Nonostante i finanziamenti statali, a meno che non si tratti di studenti particolarmente meritevoli, studiare in un Ateneo privato in Italia costa in media 8.000 euro l’anno.
Lo sanno bene i futuri medici per ora studenti alla Cattolica di Roma o Milano, o le famiglie dei quasi economisti della Bocconi, dove la retta annuale arriva anche a 10.000 euro.
Basandosi su un sistema universitario pervalentemente privato, i paesi anglossassoni, per permettere anche alle famiglie meno abbienti di mandare i propri figli all’università , mettono a disposizione dei prestiti finanziari.
Il governo britannico paga infatti, agli studenti inglesi e europei che lo richiedono, tutte le rette universitarie previste per una laurea triennale.
A differenza di quello che accade in America però, dove gli studenti appena finita l’università devono ripagare il debito, i giovani europei dovranno riconsegnare il denaro solo una volta trovata un’occupazione che possa permetterglielo.
Un sistema, quindi, che mette in evidenza la fiducia delle istituzioni nei confronti della preparazione e della possibilità occupazionale offerta dalle università del proprio paese.
Partire per studiare: i costi.
Ma quanto costa vivere e studiare in un’altra capitale europea? I paesi europei, sono più competitivi anche sotto questo aspetto.
Se sceglie Stoccolma, uno studente dovrà spendere in media 800 euro al mese tenendo conto di affitto, libri, tasse di residenza e divertimenti vari.
Anche Berlino risulta essere molto vantaggiosia offrendo ai propri studenti moderni studentati a prezzi vantaggiosi anche per coloro che non riescono a vincere la borsa di studio.
A Parigi, invece, la scelta più conveniente per uno studente, come consiglia il sito della Sorbona, è lo ‘studettes’, delle stanze-studio di circa 17mq situati in zone residenziali negli ultimi piani dei palazzi.
L’unico inconveniente è che non hanno l’ascensore, e i bagni sono spesso in comune, cosa che però potrebbe facilitare la conoscenza dei propri vicini.
I siti delle Università straniere sono molto precisi al riguardo e offrono piano dettagliato sul costo complessivo di un anno di vita universitaria mentre le maggiori università italiane, rimandano al sito del Miur ‘Study in Italy’ che non offre particolari informazione riguardo i costi e lo stile di vita che l’Italia si appresta ad offrire.
Londra, sicuramente, rimane la più cara con un budget complessivo che si aggira intorno alle 250 sterline a settimana; si sa, Londra è costosa, ma forse, in confronto ai servizi offerti dalle metropoli nostrane, ne vale veramente il sacrificio.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 11th, 2011 Riccardo Fucile
NON CONOSCE LA SITUAZIONE GENOVESE E SI PERMETTE DI DARE GIUDIZI: FORSE PERCHE’ NON ABBIAMO ACCETTATO I COMPROMESSI POLITICI DA LUI SUGGERITI?… PENSI A CONTROLLARE CHE NON EVAPORINO O CAMBINO INDIRIZZO I TESSERATI, CHE A FARE POLITICA E A DENUNCIARE GLI INTRALLAZZI CI PENSIAMO DA SOLI
Ci hanno segnalato le riflessioni pubbliche di Nicola Pagano, pare soggetto addetto al tesseramento di Fli e factotum di Italo Bocchino, sul caso Genova e sulle polemiche che l’hanno fatto diventare un caso nazionale, dopo le dimissioni di gran parte dei dirigenti per motivi etici.
Ecco il testo di quanto ha scritto Pagano e di seguito la risposta del nostro direttore:
Leggo sul Futurista un articolo in cui si parla di tesseramento (Granata: “si al comitato di garanzia e a regole certe per il tesseramento”) e non riesco a trovare il nesso tra il titolo e quello che sta avvenendo a Genova.
Ricordo agli amici che leggono che ci poniamo come un partito aperto ed un controllo preventivo sul tesseramento per valutare chi è degno e chi no è quanto di meno liberale possa esserci.
Un controllo è giusto che ci sia ma deve esservi successivamente e su segnalazione dei referenti locali. Tale controllo non deve essere ad opera di comitati di garanzia ma degli organi statutari preposti a valutare tali situazioni.
Il caso Genova non ha nessun riferimento con il tesseramento ma semplicemente con la poca capacità di un vero confronto politico.
Purtroppo dopo vent’anni di berlusconismo non si è più abituati ad un vero confronto politico, a quella che chiamavano la dialettica interna.
Oggi se non si sposano le idee del capo di turno si viene messi “all’indice” e se gli organi superiori del partito non sposano tale indicazione e non si rendono complici del gioco al massacro allora si sbatte la porta, si lascia tutto e si insulta il partito che ti ha accolto e dato la possibilità di confrontarti.
Troppo facile inserire un post su Facebook piuttosto che lavorare sul territorio, troppo comodo inviare mail di fuoco contro esponenti del partito piuttosto che scrivere documenti programmatici per lo sviluppo del proprio territorio.
Alcuni sono contro la stagione congressuale che si è inaugurata alla fine di maggio, comprendo alcune perplessità ma pongo a costoro e a tutti voi una riflessione: qual è la scelta giusta?
Lasciare dei nominati a tempo indeterminato sottoponendoci all’accusa che abbiamo rivolto più volte al PDL nell’attesa che il partito si strutturi oppure indire dei congressi così da avere comunque degli eletti e con loro finire di disegnare la struttura del nostro partito?
Nicola Pagano
Risponde il nostro direttore
Caro Nicola,
il peggior difetto per un giovane in carriera è quello di prendere posizione su vicende locali senza conoscerle o, peggio, di rappresentare solo una parte interessata affinchè se ne dia una interpretazione di (suo) comodo, rimediando alla fine una brutta figura.
Temo che tu sia rimasto vittima di qualche logica di schieramento e di verità preconfezionate e pertanto ti sarei grato se prendessi nota di quanto segue:
1) A tuo parere un controllo preventivo del tesseramento sarebbe illiberale: io preferisco essere un po’ meno liberale e controllare se in Fli si creano circoli legati alla malavita e se vi aderiscono decine di misteriosi personaggi senza neanche mai vederli di persona. Vedi un po’ tu cosa sia meglio in base ai tuoi criteri etici.
2) Il caso Genova non riguarda solo il tesseramento, ovviamente, ma anche un tesseramento a rischio taroccamento per fini terzi.
Quando in un elenco di iscritti inviato a Roma per la registrazione numerosi nominativi non si trovano più, altri cambiano misteriosamente indirizzo e dalla provincia risultano improvvisamente residenti a Genova città , in vie pure inesistenti, forse qualcosa non quadra, non credi?
E che un coordinamento provinciale non possa sapere quanti siano gli iscritti nel suo territorio perchè c’è chi li fa registrare a Roma, bypassando le realtà locali, induce a brutte riflessioni.
3) Veniamo alle critiche che ci rivolgi: “se i vertici non si rendono complici del gioco al massacro, si sbatte la porta, si insulta il partito che ci ha accolto”…e ancora “troppo facile scrivere un post su Facebook piuttosto che lavorare sul territorio, troppo facile inviare mail di fuoco contro esponenti del partito piuttosto che scrivere documenti programmatici per lo sviluppo del proprio territorio”.
Intanto ti assicuro che non eravamo in mezzo a una strada e quindi non avevamo bisogno di “un centro di accoglienza”: siamo a destra da una vita anche senza percepire stipendi dal partito, a differenza di altri.
Quindi prima cosa alla tua età è quella di portare rispetto: qua “fuori di testa” non ce ne sono.
Chiediti piuttosto come mai quando coloro che ora si sono dovuti dimettere hanno organizzato iniziative esterne di ampia risonanza sui media, proprio gli assenti, i latitanti e chi le ha addirittura criticate con comunicati stampa siano da annoverare tra coloro con cui tu suggerivi un’intesa.
O pensi davvero che lavorare sul territorio consista nel fomentare beghe continue in Fli, non fare una mazza per mesi e mesi, aspettare che altri facciano per poi criticare, avendo come unico fine quello di acchiappare le cariche interne?
4) I congressi servono “per disegnare la struttura del partito”?
Fli ha bisogno di far conoscere all’esterno le proprie tesi, non di perdere tempo in congressi: prima militanza e idee futuriste, poi si parli di poltrone.
Altro che soggetti che cercano solo sponde nei corridoi romani per garantirsi una candidatura: per te è politica questa?
5) Nessuno ha insultato il partito, semmai è la tua analisi insultante: ti ricordo che siamo stati costretti a dimetterci perchè evidentemente diamo fastidio a chi preferisce allearsi con chi riceve persone attenzionate dalla Dia in sede.
Noi preferiamo un partito pulito e denunciamo le cose a gran voce, certo: ne siamo orgogliosi e la solidarietà umana e politica ricevuta ci dimostra di essere dalla parte del giusto.
Se altri vogliono schierarsi con gli omertosi, liberi di farlo, ma non vengano a darci lezioni di vita.
Ne facciamo a meno.
P.S. Per tua informaziome e per quella dei nostri lettori pubblichiamo il breve messaggio di solidarietà ricevuto dall’ on. ANGELA NAPOLI
“Quale responsabile del settore Legalità del FLI, nonchè da persona che risiede a cinque km. di distanza dal paese originario dei Mamone, e che pertanto, non può non sapere, sono con voi.”
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Luglio 11th, 2011 Riccardo Fucile
LA FORMA PARTITO HA PORTATO IN FLI UN ORGANIGRAMMA FATTO DI BUROCRAZIE CAPACI DI DIFENDERE SOLO I PROPRI PRIVILEGI… OCCORRE RIPRENDERE LO SPIRITO MOVIMENTISTA E RIFORMISTA, AL DI LA’ DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA
Il più grande errore fatto da Futuro e libertà ? È stato quello di voler diventare un partito.
Intendiamoci, il nome “partito” va bene.
Non stiamo qui a riaprire eterni dibattiti sulle forme dell’impegno politico.
Il problema vero è stato quello di voler fondare in quattro e quattr’otto un partito con tutti i crismi di un partito: con le tessere, i congressi provinciali e regionali, con gli apparati, i segretari cittadini, provinciali e regionali.
Con tutta quella roba, insomma, che appesantisce l’azione di qualsiasi associazione politica. Zavorra strutturale.
Attenzione: non che questa roba sia in assoluto sbagliata. Anzi: la democrazia interna è cosa buona e giusta.
L’errore fatto è tattico, non strategico.
Si è detto: ma come, usciamo da un partito a causa della mancanza di democrazia interna e poi ne facciamo uno senza democrazia? Non è possibile. E così è stato fatto il patatrac.
Il bradipo invece del ghepardo.
Invece di dar vita a un veloce movimento di opinione fatto di milioni di nuovi simpatizzanti si è scelta la strada del lento sistema burocratico.
Servivano e servono sostenitori non tesserati.
Invece della società si è scelto l’apparato.
Segno evidente che qualcuno non ha capito che ormai la politica, quella vera, percorre strade fuori dai partiti tradizionali. Ma non solo.
Soprattutto qualcuno non ha capito che il messaggio politico e culturale di Gianfranco Fini, nella sua modernità repubblicana e patriottica, si è rivolto e si rivolge a quei tantissimi italiani che non hanno nessuna intenzione di impegnarsi all’interno di un partito, che anzi considerano questa evenienza una sciagura personale.
Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo: il messaggio finiano ha avuto un grande successo proprio per la sua carica movimentista, “extraparlamentare”, riformista, al di là della destra e della sinistra.
Ingabbiare il pensiero “futurista” all’interno di un organigramma fatto di burocrazie capaci solo di difendere i loro piccolissimi privilegi è un grandissimo controsenso.
Per questo Fini va e Fli è invece ferma al palo.
Perchè Futuro e libertà non è stata in grado di rappresentare la freschezza del linguaggio finiano.
Anzi, l’ha tradito nel momento stesso in cui si è fatta struttura.
C’è ancora tempo di rimediare. Ma la finestra è sempre più stretta.
Bisogna fare uno sforzo enorme per abdicare a se stessi. Per fare politica con i contenuti e non con i numeri. Il resto verrà da solo.
Ma se si parte dai numeri di qualche centinaio di tesserati più o meno veri, beh, allora Futuro e libertà è morta prima di nascere veramente.
Filippo Rossi
(da “Il Futurista“)
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Luglio 11th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX FINANZIERE “MEDIATORE” PER GLI AFFARI DELLA SOGEI… SOTTO OSSERVAZIONE ANCHE L’AFFITTO DI ALTRI IMMOBILI DEL PIO SODALIZIO DEI PICENI
Un fil rouge, di “stretta rappresentanza” e forse di reciproca convenienza, correva direttamente tra Marco Milanese e la società del Ministero delle Finanze, Sogei, coinvolta nella vicenda della “casa del ministro”, e già al centro di sospetti crescenti. È il link che mancava a una partita di giro che non promette nulla di buono.
E rischia di svelare – ancora una volta dopo la Anemone story – una vicenda di appalti trattati come favori personali, di commesse e lavori pubblici trasformati in merce di scambio privato.
Così come il mistero di quelle cassette di sicurezza appena sigillate a Roma.
Non una, ma cinque cassette, tutte appartenenti al deputato Pdl Milanese, sono finite da poche ore sotto sequestro del pm Vincenzo Piscitelli della Procura.
Materiale impenetrabile fino a quando la Camera non rilascerà il suo sì, specifico, alla richiesta di autorizzazione per la perquisizione.
Che cosa custodivano? Carte, appunti o anche la prova della presunta corruzione?
Gli ultimi segreti dell’inchiesta che travolge Milanese – fin dal 2001 fedelissimo braccio destro del ministro Giulio Tremonti, poi suo consigliere politico, nonchè deputato per il quale pende alla Camera la richiesta di arresto trasmessa dal Gip con le accuse di associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreto – sono (o erano) forse nascosti in quel caveau della Banca del Credito Artigiano a Roma, a due passi dalla sede del Ministero di via XX Settembre
Ma poichè quei contenitori sono equiparati ad una pertinenza di attività parlamentare, solo un’autorizzazione dedicata da parte dell’aula di Montecitorio, che si pronuncerà con un voto distinto rispetto all’eventuale esecuzione dell’ordinanza di custodia, potrà consentirne l’apertura alla giustizia.
Sempre che qualcuno non ne abbia fatto già sparire il contenuto.
Sarà una coincidenza, ma il perito Luigi Mancini, incaricato dal pm, ha già accertato che alcuni ripetuti accessi di Milanese a quelle cassette sono avvenuti a metà dicembre scorso: ovvero subito dopo l’arresto di Paolo Viscione, che già nelle intercettazioni a suo carico, ben note a Milanese, lanciava messaggi.
“Se mi stanno ascoltando è meglio, lo dico io che pezzo di m… è questo. Io voglio uscire da questa storia perchè quando vengo ricattato dalla politica, da questo Milanese che si fotte i soldi, io non voglio averci più a che fare”.
Viscione, imprenditore-faccendiere sotto accusa per una mega truffa da 30 milioni, una volta in carcere, si sarebbe trasformato nella gola profonda della “holding Milanese”, l’uomo che racconta di aver riversato sul consigliere del ministro “una milionata di euro cash” nel corso di quattro anni, oltre a lussuose auto, gioielli, orologi d’oro, viaggi.
Dopo le sue parole, c’è chi s’affretta a far sparire gioiellini?
Non è l’unica novità che allarga l’orizzonte dell’inchiesta.
Emerge ora quel filo rosso che collega direttamente le ombre che avvolgono la gestione della società pubblica Sogei a Milanese.
Una connessione importante è ora nelle mani del pm. L’ha fornita un teste, Angelo Lorenzoni, Segretario generale del Pio Sodalizio dei Piceni.
Che racconta: “La Sogei ha preso in fitto alcuni importanti locali di nostra proprietà . Due immobili in via del Parione, primo e terzo piano, e poi un salone affrescato, per riunioni o eventi, in via San Salvatore a Lauro”.
Contratto: 8.500 euro al mese.
Ebbene, chi condusse le trattative per conto di Sogei? “Marco Milanese, era lui il loro volto”, dice Lorenzoni.
Stesso concetto confermato da un’altra importante teste, la dottoressa Fabrizia La Pecorella, alto funzionario di via XX Settembre: “Sì, Milanese era l’uomo di raccordo tra Sogei e il Ministero”.
Quel filo, faticosamente riavvolto, racconta dunque: c’è Sogei, la società di Information and Communication Technology del Ministero dell’Economia e delle Finanze che elargisce appalti ad affidamento diretto in gran numero (anche) all’impresa Edil Ars.
Quest’ultima, guarda caso, esegue lavori onerosi di ristrutturazione nell’appartamento che sta più a cuore a Milanese: la residenza cinquecentesca al piano nobile di via Campo Marzio abitata (fino a quattro giorni fa) dal ministro Tremonti, ma pagata (sempre 8.500 euro al mese) da Milanese.
Quel cantiere di consolidamento e ristrutturazione è costato, testimonianze alla mano, oltre 200mila euro, che però non risultano mai pagati alla Edil Ars: nè dal Milanese – come da accordi presi con il proprietario – tantomeno dal ministro, ignaro ospite.
È denaro che è stato restituito sotto forma di appalti?
Quei lavori nella casa eccellente sono stati saldati con denaro pubblico?
Un’ipotesi che gli inquirenti non possono escludere.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
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