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BERLUSCONI: “LEGGE SALVA-FININVEST? NON L’HO SCRITTA IO. E TREMONTI SAPEVA TUTTO”

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI SCILIPOTI ACCUSA: “CALDEROLI ERA D’ACCORDO”… IL MINISTRO LEGHISTA SMENTISCE… ORMAI SIAMO AL TEATRINO DELLA POLITICA

«Fininvest si salva senza bisogno di nessuna norma e la norma è molto equilibrata. La più giusta che si possa immaginare. Ma non l’ho scritta io. E per Tremonti era sacrosanta».
Ecco la verità  di Silvio Berlusconi sulla cosiddetta Salva-Fininvest, prima inserita e poi tolta dalla manovra.
Una che avrebbe consentito al gruppo di proprietà  del presidente del Consiglio di non pagare una multa da 750 milioni di euro.
Ecco le dichiarazioni del premier intervenuto alla presentazione di un libro di Domenico Scilipoti:. “Non sono io che ho scritto quella norma ma siamo in un paese in cui non c’è legge giusta che possa passare se favorisce Berlusconi o le sue aziende. Uso esempi non miei: se si inventa la penicillina ma serve a me non va bene. Se una nave affonda ma ci sono io , la si lascia affondare»
«Ne abbiamo discusso in Consiglio dei ministri: Tremonti non ha ritenuto di portarla a un voto, essendo quella norma sacrosanta sui cui nel tempo si era intervenuti, pensando che fossero tutti d’accordo e io ne ho avuto precisa e assoluta conferma perchè ad esempio Calderoli che non la conosceva mi ha detto “perbacco se lo sapevo la potevo scrivere meglio”.
“Non c’è nessun giallo – ha sottolineato Berlusconi – appena ho visto le polemiche ho scritto una dichiarazione e ho ritenuto di farla togliere».
«Ribadisco, ancora una volta, di non aver mai nè letto nè visto la cosiddetta norma sul Lodo Mondadori e di aver appreso della sua esistenza soltanto dai lanci delle agenzie di stampa, la settimana successiva al Consiglio dei Ministri » ha detto Carlderoli dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi.
Anche Umberto Bossi ha poi smentito Berlusconi. Della norma salva Fininvest in manovra «non lo sapeva nessuno, nemmeno Tremonti», ha detto il leader della Lega ai giornalisti lasciando Montecitorio.
Quanto all’ipotesi che al Senato possa essere presentata una norma simile, il Senatur ha tagliato corto: «Non ne so nulla».
Ha aggiunto Berlusconi: «Non è compito della politica e dello Stato dare tutte le risposte. Per agganciare la crescita serve anche «lo spirito di sacrificio con cui i cittadini sono disposti alla revisione di un welfare obsoleto che per garantire tutti non garantisce chi ha davvero bisogno». Da quando ho lasciato le aziende che ho creato e fatto crescere non ho mai abbandonato l’ idea che la politica invadente è un fardello. Cultura del fare che abbiamo acquisito nel mondo del lavoro, nel mondo dell’impresa, è una filosofia di vita alla quale non posso rinunciare».
Ciliegina finale di Scilipoti: “La mia scelta l’ho fatta perchè ci credo. Berlusconi è una persona perbene e lo dovrebbero ringraziare anche dall’ opposizione. L’Italia è il paese della libertà  e della democrazia grazie al presidente”.
Siamo alle comiche finali.

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CONCORSO CON IL TRUCCO IN PROVINCIA A MILANO

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

LUIGI DEGAN ALL’AGENZIA PER IL LAVORO SENZA AVERE I TITOLI RICHIESTI…INCARICO DA 130.000 EURO L’ANNO ALL’UOMO VICINO AL PRESIDENTE PDL PODESTA’…MA DAL NOTAIO IL SUO NOME ERA GIA’ ISCRITTO DA UN MESE

Indovina chi viene in Provincia. Un gioco facile facile: arriva l’uomo di fiducia del presidente.
Facile al punto che i consiglieri sospettosi possono andare da un notaio, depositare quel nome con largo anticipo e attendere con tutta calma l’esito del concorso. Risultato: all’apertura delle buste, il più qualificato è… l’uomo del presidente.
E scatta l’esposto in Procura.
Tutto questo succede in Provincia di Milano dove il 31 gennaio scorso è ufficialmente partita la procedura di evidenza pubblica per individuare il nuovo Direttore generale dell’Agenzia per la formazione e il lavoro (Afol), l’ente che gestisce gli ex sportelli provinciali del lavoro.
La nomina di Luigi Degan è stata al centro di una doppia partita, durissima, tra maggioranza e opposizione in consiglio e tra correnti dello stesso Pdl al chiuso dellufficio di presidenza.
In pratica l’affaire Afol ha anticipato lo strappo tra Podestà  stesso e i reggenti del centrodestra locale Casero e Mantovani, con il primo che avrebbe cercato di imporre a tutti i costi l’uomo di fiducia e gli altri intenzionati a vendere cara una poltrona che vale 130mila euro l’anno per tre anni.
Risultato: un pasticcio su tutti i fronti.
Che nella puntata di ieri avuto ha il suo epilogo più divertente e preoccupante con dieci righe che inchiodano Podestà  e il suo favorito.
Il documento è una scrittura depositata con atto notarile il 9 febbraio scorso, cioè appena aperta la gara per il posto da direttore generale.
Il testo non lascia spazio a dubbi: “I sottoscritti consiglieri provinciali Casati e Mauri, informati che Afol Milano ha indetto un bando per la ricerca delle figura del Direttore generale dell’Agenzia, dichiarano di essere venuti a conoscenza che il vincitore sarà  il dott. Luigi Degan. (…) Se il nome scelto sarà  quello indicato, si manifesterebbe una gravissima violazione delle più elementari regole di trasparenza”.
Un mese dopo, il 4 marzo, il cda di Afol nomina il nuovo direttore: Luigi Degan.
Ma non è tutto.
Perchè se nella nomina c’è il trucco, questo sembra avere un pari corrispettivo nei requisiti del bando o nelle credenziali del proponente.
Così i consiglieri chiedono formalmente di ottenere tutte le carte utili a verificare le competenze del nuovo dg. Ma gli viene negato.
Si rivolgono al Prefetto che impone alla Provincia di mettere a disposizione tutti gli atti.
E viene fuori di tutto. Degan risulta persona qualificata, certo, peccato che il suo cv sia stato “gonfiato” ad arte perchè avesse i requisiti che altrimenti non avrebbe mai avuto, secondo i consiglieri, per ricoprire quella posizione.
A dirlo non sono solo i detrattori del dirigente ma i suoi stessi datori di lavoro. L’elenco delle esperienze curricolari poi risultate false e mendaci è ora al vaglio della magistratura.
Nel mirino finisce la sua esperienza presso il Centro studi Adapt, Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del Lavoro e sulle Relazione industriali, dal 2002 al 2004 e presso Confindustria Bergamo dal 2007 al 2011.
Queste esperienze, riporta l’esposto, oltre ad essere evidentemente non aderenti al profilo ed ai requisiti di ammissione richiesti, risultano anche non veritiere.
Presso Confindustria, è risultato dalle indagini successive, Degan era un semplice funzionario amministrativo e presso Adapt svolgeva un lavoro di classico “assistente universitario”.
Non certo quel ruolo di “coordinamento direzionale di strutture tecnico direzionali” con il quale si è assimilato il lavoro di Degan al requisito del bando nel “vantare una qualificata e pluriennale esperienza, di almeno 5 anni, nel coordinamento direzionale di strutture tecnico gestionali complesse, con poteri di direttiva e spiccate competenze nel ramo del lavoro e della Formazione Professionale”.
A rivelare quanto poco aderente al vero fossero gli incarichi di Degan, si diceva, sono le lettere dei suoi datori di lavoro.
Per gli anni dal 2002 al 2004, ad esempio, l’esposto presenta una dichiarazione del Professor Michele Tiraboschi, direttore scientifico di Adapt, in risposta ad una richiesta ufficiale del Presidente della Commissione Garanzia e Controllo della Consiglio provinciale che pur esprimendo apprezzamenti circa il lavoro svolto dal Degan presso Adapt, escluda che questi abbia svolto alcuna attività  di coordinamento direzionale di strutture tecnico gestionali complesse con poteri di direttiva e tanto meno di spesa come chiedeva il bando provinciale e attestava il cv del candidato. Adapt al tempo inoltre, per stessa dichiarazione del professor Tiraboschi, era una esile struttura che contava tre dipendenti, alcune collaborazioni e stagisti.
Altro che “struttura tecnico gestionale complessa”.

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PENSIONI NEL 2020: UOMINI A 67 ANNI, DONNE A 62

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

ETA’ PARIFICATA NEL 2035: TUTTI A 68 ANNI….COSTI DELLA POLITICA: SPARISCE IL TAGLIO AI VITALIZI….GLI EFFETTI SULLE DIPENDENTI, FINESTRE E SPERANZE DI VITA

Nel 2020, uomini in pensione a 67 anni e donne a 62. Poi, nel 2035 tutti fuori a 68 anni. Uomini e donne. Dipendenti e autonomi del settore privato.
Secondo alcune inedite proiezioni dell’Inps, la parità  dei generi sul piano previdenziale avverrà , dunque, a un’età  ben più alta di quanto previsto sinora.
L’Istituto di previdenza ottiene questo risultato combinando l’effetto di provvedimenti vecchi e nuovi.
Ovvero le finestre mobili, efficaci dall’1 gennaio scorso: un anno in più per i lavoratori dipendenti e 18 mesi in più per gli autonomi dalla maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione.
E le due norme inserite nella manovra appena licenziata dal governo, ora all’esame del Quirinale: l’anticipo al 2014 dell’età  di pensionamento agganciata all’aumento della speranza di vita (un mese in più ogni anno) e l’innalzamento graduale dell’età  di uscita per le donne del settore privato a partire dal 2020 per arrivare a 65 anni nel 2032.
In realtà , le lavoratrici, secondo il più inclusivo calcolo dell’Inps, per andare in pensione nel 2032 dovranno avere 67 anni e 11 mesi, se dipendenti, e 68 anni e 5 mesi, se autonome.
Per quanto riguarda, poi, l’altro capitolo in manovra, ovvero il blocco delle rivalutazioni per le pensioni che superano di 5 volte l’assegno minimo e la riduzione al 45% dell’adeguamento all’inflazione di quelle comprese tra le 3 e le 5 volte il minimo, fonti governative chiariscono che l’aggravio per i pensionati varierà  tra i 50 centesimi al mese, per una pensione da 1.500 euro lordi mensili, ai 24 euro per gli assegni da 4 mila euro.
Dal decreto della manovra, poi, sparisce il taglio ai vitalizi dei parlamentari, pur presente in bozza e discusso nei giorni scorsi.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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CHIESTO L’ARRESTO PER IL DEPUTATO MARCO MILANESE (PDL) PER I REATI DI CORRUZIONE E ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

DOMICILIARI PER CARLO BARBIERI, SINDACO DI VOGHERA…TRASMESSA ALLA CAMERA LA RICHIESTA DI ARRESTO DELL’UOMO DI FIDUCIA DEL MINISTRO TREMONTI

Una ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nei confronti del deputato del Pdl, Marco Mario Milanese.
Il provvedimento, emesso su richiesta del pm Vincenzo Piscitelli della sezione Criminalità  economica della Procura di Napoli, è stato trasmesso alla camera dei Deputati per l’autorizzazione all’arresto.
Le accuse contestate all’ex uomo di stretta fiducia del ministro dell’ Economia Giulio Tremonti, sono di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere.
Le indagini rappresentano lo sviluppo dell’inchiesta in cui è coinvolto, tra gli altri, Paolo Viscione in relazione alle attività  della società  assicurativa Eig.
Viscione è un avvocato campano, coinvolto insieme al figlio Vincenzo e un’ altra decina di inquisiti in una sospetta truffa da decine di milioni di euro nel campo delle assicurazioni internazionali.
Secondo l’accusa, Milanese avrebbe ricevuto da Viscione e dalla società  somme di denaro nonchè orologi di valore, gioielli e auto di lusso come una Ferrari e una Bentley, viaggi e soggiorni all’estero.
Tali «regali», secondo le affermazioni fatte da Viscione costituivano il corrispettivo della rivelazione di notizie riservate e interventi per rallentare le indagini della Guardia di Finanza sulla società  assicurativa.
Nell’ambito dell’inchiesta, gli agenti della Digos di Napoli hanno eseguito anche altre due ordinanze agli arresti domiciliari nei confronti del sindaco di Voghera, Carlo Barbieri, e del commercialista Guido Marchesi, anch’egli di Voghera.

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I MILITANTI DEL PD IN RIVOLTA DOPO IL VOTO DEL PARTITO CONTRO L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE: “VERGOGNA. UN’ALTRA OCCASIONE PERSA”

Luglio 7th, 2011 Riccardo Fucile

L’ASTENSIONE DETERMINANTE DEL PD HA AFFOSSATO LA LEGGE TAGLIA-PROVINCE…..CENTINAIA DI COMMENTI INFURIATI SUL SITO UFFICIALE: “OGNI VOLTA TROVATE SEMPRE UNA SCUSA PER SALVARE LA CASTA”

Sarà  anche vero, come hanno precisato in queste ore tutti i big del partito, Bersani in testa, che in materia “il Pd ha le sue idee e non va dietro a tirate demagogiche”, ma l’astensione “decisiva” alla Camera sulla legge taglia-province dell’Idv, per i militanti pesa eccome.
Il mancato voto che ha affossato, martedì in Aula, il provvedimento proposto dal partito di Di Pietro ha causato strascichi e malumori non solo interni al partito (vedi lo “smarcamento” del sindaco di Firenze, Matteo Renzi).
Commenti inferociti sul sito. Le tracce più evidenti si trovano sul sito dei Democratici, preso d’assedio da militanti a cui la linea dettata dal capogruppo Franceschini proprio non è andata giù.
Più di trecento commenti hanno invaso a caldo la sezione enti locali.
Con lo stesso filo conduttore: “occasione persa”, “segnale mancato”, “parole a cui non fanno mai seguito i fatti”, stando solo ai post più gentili.
E poco hanno rasserenato gli animi anche le rassicurazioni del responsabile Enti Locali del partito, Davide Zoggia, che online ha pubblicato le motivazioni del no e la proposta del partito per una riforma complessiva in materia (la proposta di Legge Costituzionale N. 4439 presentata il 21 giugno 2011).
Centinaia di commenti anche nella giornata di oggi tanto per far capire che anche i distinguo e le migliori intenzioni in questo caso contano poco.
Parole senza fatti.
“Ogni volta c’è una scusa buona per non mettere mano a nulla”, scrive quasi rassegnato Francesco C., “il paese si sta muovendo e voi rimanete immobili”. “Accidenti a voi…”, si rammarica Federica, “un’altra occasione persa”.
Incredulità  mista a rabbia per molti dei sostenitori.
“Delusione, tristezza, amarezza, questi sono i sentimenti che provo”, elenca Rosaria M., “nell’aver appreso la notizia che vi siete astenuti”.
Ci sono poi quelli che vanno giù duro. “Siete una vergogna per l’Italia, avete dimostrato di far parte della casta”, scrive Stefano S., che arriva ad invocare un passo indietro del segretario.
“Dopo Berlusconi oggi chiedo anche a Bersani di dimettersi perchè è un’offesa ai suoi elettori”. “Ho strappato la tessera Pd, ve la rispedisco con posta prioritaria, spero che altri facciano lo stesso”, è l’auspicio amaro di Sabatino A.
L’insopportabile tatticismo. Tanti i motivi di questa rivolta telematica. C’è chi critica l’aver sostenuto indirettamente il governo, permettendogli di non andare sotto in Aula. Ad altri non va proprio giù che si sia affossato un provvedimento sicuramente “perfettibile” ma visto come un colpo alla “casta” in tempi di austerity per tutti.
Tanti poi sottolineano come si resti prigionieri di un insopportabile “tatticismo”, perdendo lo slancio di amministrative e referendum.
“Ma io veramente non capisco”, è la sintesi sconsolata di Davide B., “a meno di non voler veramente pensar male… Avevate l’occasione per ritrovare la simpatia dell’elettorato, dopo delle votazioni e un referendum che dicono molto sull’umore dei cittadini […] E cosa fate vi astenete? E in più tirate fuori proposte fantasiose quanto fuori luogo, ad un passo dal default? Ormai Berlusconi è finito, ma voi? Di fronte ad una simile cecità  si rimane senza parole: rimangono solo le parolacce!”.
Parolacce che a qualcuno scappano, mentre altri si lamentano di essere stati censurati anche se la maggior parte dei commenti resta ben visibile.
C’è spazio anche per una citazione caustica: “E’ ora di smetterla di star lì a spidocchiare i peluche! Dovete andare a casa tutti, subito”.
Le spiegazioni di Zoggia.
Guarda avanti e punta a riconquistare gli “scontenti”, il responsabile enti locali del partito, Davide Zoggia, che si sta spendendo in prima persona per placare i delusi. “Comprendiamo lo stato d’animo dei cittadini sui costi della politica”, dice Zoggia interpellato da Repubblica. it, “è assolutamente legittimo, ma non stiamo buttando la palla in tribuna. Abbiamo già  presentato una legge costituzionale ma nei prossimi giorni presenteremo anche una riforma complessiva che riguarda Comuni, Province e Regioni. Non è che basta fare un segno con la matita dicendo abolite, anche se sarebbe più facile: dobbiamo creare delle cose che diano dei risultati”.
Sulla reazione della base: “Abbiamo spiegato e stiamo spiegando sul nostro sito e rispondendo alle tante mail che abbiamo ricevuto qual è la posizione del Partito Democratico. Andremo avanti in tempi brevissimi con la nostra proposta”. L’impressione è che si debba fare davvero in fretta.-

Pasquale Notargiacomo
(da “La Repubblica“)

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FUORIONDA DI TREMONTI SU BRUNETTA: “E’ UN CRETINO”

Luglio 7th, 2011 Riccardo Fucile

RIVOLTO A SACCONI, IL MINISTRO DELL’ECONOMIA COMMENTA: “MA HAI SENTITO QUELLO CHE STA DICENDO? MA E’ SCEMO”   … POI LE SCUSE PRIMA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Scaramucce a distanza con dichiarazioni alle agenzie di stampa.
Ogni tanto l’escalation nel chiuso di un consiglio dei ministri con qualche frase che trapela.
Ora il rapporto «ruvido» tra i due è venuto alla luce del sole prepotentemente: in un video divulgato da Repubblica Tv con tanto di audio inconfutabile.
I protagonisti sono due ministri: Tremonti e Brunetta. Parole pesanti del primo al secondo: «È un cretino. Ma è scemo?».
Il giorno dopo però il ministro dell’Economia ci mette una pezza e chiede scusa al collega Renato Brunetta nel corso del Consiglio dei ministri.
Lo dichiara lo stesso ministro della Pubblica amministrazione attraverso un comunicato stampa: «È venuto Giulio e mi ha abbracciato, chiedendomi scusa. Io, però, non ho ancora capito cosa sia successo. Ma si sa, non sono veloce di comprendonio».
Ma facciamo un passo indietro a mercoledì, giorno della conferenza stampa che illustra la manovra ai giornalisti.
Tremonti ha appena finito di parlare.
Brunetta prende la parola per la parte che riguarda il suo ministero.
La sede è quella del dicastero del Tesoro, via XX Settembre.
Ma galeotto è il microfono che rimane davanti alla bocca del ministro dell’economia e cattura a sua insaputa il «fuori onda» che rivolge al collega, con il quale è noto non corre buon sangue.
Così nel video ecco i velenosi commenti che Tremonti «comunica» ai funzionari del Tesoro mentre Brunetta sciorina cifre: «Questo è il tipico intervento suicida…».
Si copre il volto e si rivolge al ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, aggiungendo: «…proprio… …è proprio un cretino».
E il ragioniere: «Anche perchè in una manovra di 34 miliardi e nove… il pubblico impiego è a 0,6… è inutile che gliene parli, no?»
E Tremonti sarcastico: «Eh, ma deve parlare!».
Dall’altro lato del ministro siede il capo di gabinetto del ministero Vincenzo Fortunato che chiosa: «È un massacro».
Sarcastico Tremonti: «Devo dirlo?». Nel frattempo Brunetta in sottofondo dice: «…e in più c’è una cosa di cui nessuno si è accorto».
Lesto Tremonti mentre parlotta con Fortunato, s’inserisce con una battuta a Brunetta: «Neanch’io?».
La sala ride e Brunetta rassicura un paio di metri più in là : «No, tu te ne sei accorto».
Ma non è finita.
Brunetta continua il suo intervento e il ministro dell’Economia si spazientisce sempre più.
Ad un certo punto si rivolge a Sacconi: «Maurizio, è scemo eh?».
E il ministro del Welfare: «Io non lo seguo neppure».
Brunetta procede. Ora parla della visita fiscale: «Sarà  obbligatoria nei giorni prefestivi…». E Tremonti: «…o nei giorni che precedono la manovra».
E l’ultima battuta prima di confermare il suo pensiero: «Questo è proprio un cretino».
I due insieme sono come il fiammifero con il fuoco.
Infatti, come è successo mercoledì, il 12 novembre del 2009 mentre Brunetta presentava un pezzo della riforma sulla Pubblica amministrazione, il «professor Giulio», scrive Verderami sul Corriere del giorno dopo, bocciava il «professor Renato»: «Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione », ha iniziato a ripetere dando sulla voce del collega.
Si è scatenato il parapiglia, e per una volta Letta è intervenuto a sostegno di Tremonti. Alla fine, dopo ripetuti colpi sotto la cintura, Brunetta si è alzato e ha teso la mano al ministro dell’Economia, che non ha contraccambiato, anzi: «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in…».
Questo è purtroppo lo stato di degrado morale e di sfiducia reciproca in cui versa il governo del nostro Paese.

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IL CIRCOLO FUTURO E LIBERTA’ DI RAPALLO: “FUORI CHI E’ RIMASTO NEL FLI, RIENTRINO I DIMISSIONARI”

Luglio 7th, 2011 Riccardo Fucile

LA PRESA DI POSIZIONE DELLA SEZIONE RIVIERASCA DI FUTURO E LIBERTA’ DOPO LE POLEMICHE DIMISSIONI DI DIRIGENTI E ISCRITTI

Il Circolo Fli di Rapallo, per voce del suo coordinatore Miguel Garcia Niccoli, di concerto con i consiglieri comunali Roncagliolo e Zunino, in merito alle recenti vicende interne che hanno portato alle dimissioni di Rosella Oddone Olivari e di molti altri esponenti e militanti della provincia di Genova, esprime totale e incondizionata solidarietà  con le posizioni da essi assunte.
Il nostro Circolo chiede con un accorato appello che rientrino al più presto in seno al movimento, per continuare, dall’interno del Fli, l’azione di trasparenza e rinnovamento avviata.
Al Vertice nazionale chiediamo con voce vibrante che ponga in atto non solo a livello locale tutte le misure perchè vi siano i presupposti organizzativi e politici per questo ritorno, e se occorre, che metta mano ferma e decisa su una certa dirigenza, che a vari livelli si è dimostrata e si dimostra inadeguata agli ideali di Futuro e   Libertà , a partire da Legalità , Nazione e Merito, espressi a più riprese dal presidente Fini.
Che siano altri ad andarsene, quelli che hanno sbagliato, e non coloro, che mossi dalle migliori intenzioni, hanno portato alla luce situazioni poco chiare.
Il treno futurista, che ha offerto a tanti giovani e tante persone comuni il sogno di una politica autenticamente nuova, spingendo molti di loro a partecipare attivamente per la prima volta, non si può fermare, non si deve fermare.
Liberiamo il nostro movimento da vecchi e logori modi di fare politica, e che lo spettacolo della pacifica rivoluzione futurista possa finalmente cominciare.

( da “Levante News“)

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LA PENSIONE DEI GIOVANI NEL 2040 SARA’ DI UN QUARTO PIU’ LEGGERA

Luglio 7th, 2011 Riccardo Fucile

STUDIO CENSIS-UNIPOL: IL DIPENDENTE PRIVATO CHE LASCERA’ IL LAVORO NEL 2040 PRENDERA’ SOLO IL 52,4% DELL’ULTIMO STIPENDIO….L’ITALIA HA LA PIU’ ALTA SPESA PENSIONISTICA, SUL TOTALE DELLE PRESTAZIONI SOCIALI: 60,7%, CONTRO UNA MEDIA DEL 40% DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI

Oggi sono due terzi, domani sarà  solo la metà .
E’ il rapporto tra il primo assegno previdenziale del neopensionato e il suo ultimo stipendio: una percentuale destinata a scendere pesantemente nel corso degli anni e ad essere solo parzialmente sostituita dalle (eventuali e naturalmente a pagamento) polizze integrative.
Le stime, decennio per decennio, sono riportate in un nuovo studio nato dalla collaborazione tra Censis e Unipol.
Il dipendente privato che è andato in pensione nel 2008 – per esempio – ha incassato una pensione che vale il 68,7% dell’ultima retribuzione.
Suo figlio, invece, quando lascerà  il lavoro nel 2040 prenderà  solo il 52,4% dell’ultimo stipendio.
Molto peggio andrà  invece agli autonomi, già  penalizzati da una «finestra mobile» che li costringe ad aspettare sei mesi in più rispetto ai dipendenti prima di incassare il primo assegno previdenziale.
Artigiani e commercianti, tanto per citare due categorie, vedranno crollare il primo incasso pensionistico dal 67,9% dell’ultimo guadagno nel 2008 al 31,8% nel 2040.
In altre parole, la quota perderà  più della metà  del proprio peso.
E le pensioni private e aggiuntive?
«Il contributo della previdenza complementare – si legge nello studio – integrato nella stima sulla base di una aliquota del 6,91%, contiene lo svantaggio delle generazioni più giovani soprattutto per i lavoratori dipendenti, per i quali il tasso (di sostituzione) si ferma nel 2040 al 63% circa, mentre per gli autonomi raggiunge il 42% circa». Naturalmente gli assegni integrativi dipenderanno dall’entità  dei contributi che saranno prima stati versati.
Ma, almeno nello scenario preso in considerazione nel rapporto Censis e Unipol, non basteranno a riportare le lancette dell’orologio al 2008 e ai suoi tassi di sostituzione comunque più generosi.
Per non parlare poi dell’età  pensionabile, destinata a crescere in un mix che va dall’agganciamento alla speranza di vita, alle finestre mobili (più lente ad arrivare di quelle fisse) fino al passaggio da 60 a 65 anni per le donne nel settore privato.
Intanto, per ora, l’Italia resta, tra i grandi Paesi d’Europa, quello che ha di gran lunga la più consistente quota di spesa pensionistica sul totale delle prestazioni sociali: nel 2008 era al 60,7%, contro il 43% della Germania, il 45,8% della Francia, il 39,7% del Regno Unito e il 39,6% della Spagna.
E tra gli obiettivi delle tante riforme previdenziali che hanno caratterizzato il nostro Paese negli ultimi 20 anni c’è naturalmente quello di riequilibrare i conti pensionistici, in un orizzonte che abbraccia tutte le politiche sociali dei prossimi anni.

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BERLUSCONI 2011, IL CROLLO DELL’IMPERO: LA MUSICA È FINITA E GLI AMICI SE NE VANNO

Luglio 7th, 2011 Riccardo Fucile

ALLA VIGILIA   DELLA SENTENZA MONDADORI, PRECIPITANO I SATELLITI DI BERLUSCONI: MEDIASET, MONDADORI E MEDIOLANUM SEGNANO UN PESANTE PASSIVO IN BORSA

Silvio Berlusconi ha perso per strada 800 milioni di euro. Li ha persi in tre mesi: da aprile a oggi. Un periodo complicato per il premier.
Il caso Ruby che arriva in tribunale, la batosta elettorale, lo schiaffone dei referendum e il governo più pericolante che mai nonostante gli Scilipoti di turno. I mercati finanziari, come spesso accade, fiutano il pericolo e si regolano di conseguenza.
I grandi investitori prendono le distanze dal Cavaliere. Anzi, se possono lo scaricano proprio.
E così, in Borsa, le aziende targate Fininvest hanno perso quota.
Mediaset è calata del 28 per cento da aprile. Mondadori si è ristretta del 14 per cento e Mediolanum del 16 circa.
I tre titoli in questione sono andati molto peggio dell’indice generale del listino borsistico, che nello stesso periodo ha fatto segnare un arretramento del 6,6 per cento. Tutti questi ribassi hanno avuto un effetto concreto sul portafoglio del capo del governo.
Le sue partecipazioni personali nelle tre società  del gruppo adesso valgono 2,6 miliardi contro i 3,4 miliardi di aprile.
Fanno 800 milioni in meno, una perdita secca del 23 per cento in soli tre mesi, mentre un Berlusconi sempre più affannato tentava di salvare quel che resta della sua leadership.
Non è una catastrofe, certo. Un recupero è sempre possibile.
Inoltre, aziende come Mediaset o Mondadori vantano bilanci solidi e chiuderanno comunque il bilancio con utili importanti.
Il barometro della Borsa, però, segna tempo brutto.
E il segnale non va sottovalutato.
L’incertezza sul futuro del premier preoccupa i mercati.
Parafrasando la recente copertina dell’Economist, settimanale di riferimento per i grandi investitori internazionali, si può dire che “L’uomo che ha fottuto un intero Paese” rischia di perdere la sua presa sul governo.
E i gestori dei fondi, da Wall Street a Londra, temono che le aziende Fininvest vengano contagiate dalla debolezza politica del loro azionista.
Come se non bastasse, Berlusconi deve guardarsi le spalle anche sulla scena della finanza nazionale.
Ad aprile, con la clamorosa disfatta di Cesare Geronzi, costretto a lasciare (dopo solo un anno) la presidenza delle Generali, è venuto a mancare un punto di riferimento tradizionale per il Cavaliere. E non è ancora finita.
C’è grande attesa per il rinnovo del patto di sindacato di Mediobanca, in autunno.
E qui gli amici del premier come Salvatore Ligresti, di fatto commissariato da Unicredit, e i soci francesi come Vincent Bollorè, sembrano ridotti sulla difensiva.
Berlusconi, ovviamente, si rende conto della situazione e questo non fa altro che aumentare il suo nervosismo.
Lo dimostrano uscite come quella di un paio di settimane fa, quando con l’aria della vittima sacrificale si chiedeva dove avrebbe trovato i soldi per far fronte a un’eventuale sentenza sfavorevole sul lodo Mondadori.
Per male che vada, il conto finale da pagare alla Cir di Carlo De Benedetti sarà  di 750 milioni, una somma sicuramente alla portata della Fininvest.
Anche in questo caso, quindi, non c’è nessuna catastrofe in vista, ma la vicenda della casa editrice resta comunque una di quelle che ha contribuito ad amplificare il clima d’incertezza sui mercati.
Senza contare che alla Corte europea di Giustizia di Lussemburgo pende un’altra vecchia vertenza di carattere fiscale, sempre sulla Mondadori, che in teoria potrebbe risolversi con un altro salasso di 300 milioni per la holding del Cavaliere.
Tra gli osservatori c’è chi sostiene che l’improvviso vertice di famiglia tra Berlusconi e i figli convocato a fine maggio sia servito proprio a concordare una nuova strategia di gruppo per far fronte a un futuro prossimo ricco di incognite.
I motivi della riunione a Palazzo Grazioli sono rimasti riservati.
Di lì a un mese, però, la Fininvest ha annunciato che non distribuirà  dividendi ai propri azionisti.
E cioè le sette holding controllate dal fondatore del gruppo e dai suoi cinque eredi: Marina e Pier Silvio, nati dal primo matrimonio, e poi Barbara, Eleonora e Luigi, figli di Veronica Lario.
Niente dividendi, quindi. Una decisione per certi aspetti sorprendente.
L’ultima volta che i Berlusconi erano rimasti a secco risale al 2002.
Da allora bilanci più che floridi e utili di conseguenza. Con ricchi premi ai soci.
Dal 2008 al 2010, per dire, Silvio e famiglia si sono spartiti almeno 200 milioni all’anno.
Adesso la musica è cambiata. Per effetto del calo dei profitti delle principali controllate (Mediaset e Mondadori) gli utili della Fininvest spa si sono ridotti dai 217 milioni del 2009 agli 86 milioni dell’anno scorso.
Un risultato comunque positivo, tale da consentire, volendo, la distribuzione di un dividendo, anche se ridotto rispetto al recente passato.
Invece no, cedola rinviata.
Incombe la sentenza sul lodo Mondadori. E allora è meglio tenere risorse in cassa. Poco male, le holding personali di Berlusconi e figli dispongono di riserve per centinaia di milioni.
Per le piccole spese dovrebbero bastare.

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