Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
FATTURE SANITARIE FASULLE E CERTIFICAZIONI DI REDDITI INFERIORI AL REALE… LE DOMANDE TAROCCATE SAREBBERO 60.000
Quasi trentamila morti chiedono ancora i sussidi sociali. 
Cinquecento sanissimi vivi vogliono dallo Stato rimborsi per spese mediche che non hanno mai sostenuto.
E poi c’è quella pletora di famiglie benestanti che, non si sa come, riesce a mettere i figli all’asilo nido o a pagare meno tasse universitarie, nonostante il parco di suv e redditi reali a cinque zeri.
Tutti ladri di welfare.
Tutti che usano lo stesso grimaldello, il modellino Isee, e la stessa base, i Centri di assistenza fiscale.
In Italia ce ne sono dovunque (83 sono quelli convenzionati con l’Inps), costituiti soprattutto dai sindacati, confederali e autonomi, e dalle associazioni degli artigiani. In questi uffici, tra persone in attesa, pc, luci al neon e scatoloni di carte, viene compilato ogni anno il 95 per cento delle dichiarazioni.
Una pila da 15 milioni di pratiche.
E dunque, secondo le ultime due relazioni dell’audit interno dell’Inps trasmesse alla procura di Roma, ce ne sarebbero almeno 60 mila taroccate.
Moduli truffaldini, con redditi autocertificati e verificati dai dipendenti Caf di molto inferiori a quelli reali, buoni per accedere alle agevolazioni previste per chi è in difficoltà economica.
Ma come funzionano le truffe?
Perchè è possibile presentare domande false?
CAF, A VOLTE UN AFFARE DI FAMIGLIA
A Napoli l’operazione “Parafiscalia” condotta dagli uomini del I° nucleo della Guardia di Finanza, che proprio un mese fa ha portato alla condanna in primo grado di sette persone (alcune per associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale), ha scoperchiato una realtà che era sotto gli occhi di tutti, e da tutti a lungo taciuta. Attorno alla figure di Gaetano Bosco, 57 anni, e di sua nipote Giuseppina, 32 anni, condannati a cinque anni e quattro mesi di carcere, era nato un Caf illegale e immaginario, che ha permesso a 700 persone di ottenere rimborsi per prestazioni mediche mai erogate.
“I contribuenti infedeli – sintetizza un investigatore – si sono garantiti così una quattordicesima abusiva per tre anni”.
I due complici, con l’aiuto di altri familiari e di un avvocato, stampavano fatture sanitarie fasulle, intestandole alle cliniche napoletane “Mediterranea” e “Villa del Sole”, inconsapevoli di cosa stava accadendo.
Ne hanno contraffatte per un controvalore di 15 milioni di euro.
I documenti venivano allegati alle dichiarazione dei redditi 730 e poi spediti a due Caf convenzionati, “Acai dipendenti e pensionati srl” con sede a Roma (600 pratiche), e al “Fenapi per dipendenti e pensionati – Federazione nazionale autonoma piccoli imprenditori” (100 pratiche).
“Solo il primo centro – scrivono i pm nell’ordinanza di custodia cautelare – ha richiesto l’esibizione della documentazione”.
L’altro, il Fenapi, secondo la procura non aveva nemmeno fatto il controllo preventivo sulla modulistica.
Un trucchetto che ha generato dal nulla indebite detrazioni d’imposta e rimborsi per 2,7 milioni di euro.
La metà dei quali finita a Gaetano Bosco.
La stecca per il gruppo.
Un modus operandi basilare, beffardo nella sua semplicità .
“Eppure è così – spiega una fonte qualificata della Finanza – il modello unico Isee è di fatto un’autodichiarazione, su cui vengono indicate le somme per cui si chiedono deduzioni e detrazioni d’imposta. Non c’è tracciabilità delle spese mediche. L’evasione può essere scoperta solo se si finisce nelle verifiche a campione dell’Agenzia delle Entrate”.
È per questo che sulla scia dell’inchiesta “Parafiscalia” ne è nata un’altra ad ampio raggio sui Caf napoletani, su cui c’è il massimo riserbo.
La Campania non è un caso isolato.
A Roma il Nucleo tributario sta ancora raccogliendo tutte le 40.000 dichiarazioni sostitutive la cui regolarità è stata messa in dubbio dall’Inps.
Al momento è aperto un fascicolo contro ignoti.
L’indagine coinvolge 35 Caf di Roma e provincia e sta portando alla luce modelli Isee con dati fasulli, casi di persone che si sono presentate a più sportelli inoltrando più volte la stessa dichiarazione, prestazioni sanitarie inesistenti.
I finanzieri sospettano l’esistenza, al di là degli errori formali, di forme ben strutturate di collusione tra i contribuenti e alcuni impiegati dei Caf.
Lo pensano anche all’Inps.
Sono solo le famiglie coinvolte a guadagnare con i modelli Isee truccati? Oppure ci perdiamo tutti?
UN BUSINESS DA CENTINAIA DI MILIONI DI EURO.
A scoprire che qualcosa non funzionava sono stati un anno fa gli ispettori dell’istituto previdenziale.
Anche con una buona dose di casualità perchè uno di loro si è ritrovato nell’elenco dei contribuenti che avevano presentato una dichiarazione Isee senza che l’avesse mai fatto.
Da allora sono state passate al setaccio le dichiarazioni sostitutive uniche (Dsu) relative a 21 milioni di persone presentate nel triennio 2008-2010 ai Caf.
Un vero business, costruito sulle lacune della pubblica amministrazione.
Perchè lo Stato non è in grado di fare alcuni servizi e allora li affida, dopo una convenzione, a soggetti privati, sindacati, associazioni di imprese e di professionisti.
È un’attività che può finire per snaturare la funzione delle confederazioni sindacali: il servizio (ben retribuito dallo Stato) permette anche una nuova comoda strada al proselitismo, al posto della tradizionale tutela dei lavoratori.
Nel 2012 – sono ancora stime – l’Inps ha versato ai Caf più di 161 milioni di euro per le pratiche seguite. Una cifra che nell’arco di quinquennio è raddoppiata.
Per i soli modellini Isee, versava ai Caf 86 milioni nel 2008, passati a 102 nel 2009 fino a oltre 110 milioni dal 2010 in poi.
LE DOMANDE DEI MORTI.
Dunque ci sono quasi trentamila persone decedute che sembrano non aver mai rinunciato alle prestazioni del welfare.
Presentano le domande e lo fanno pure più volte nel corso dell’anno.
Morti residenti all’estero che resuscitano apposta per firmare i modelli Isee e che – davvero curioso – sono nati quasi tutti nelle province di Catanzaro e Vibo Valentia. Per queste pratiche l’Inps ha versato ai Caf tre milioni di euro. Ma è solo l’ultima delle stranezze.
Ad esempio è singolare che in Campania, Calabria e Sicilia si concentri il 60 per canto di tutte le dichiarazioni presentate, nonostante in quelle regioni sia residente solo un terzo della popolazione nazionale.
E due terzi delle 60 mila pratiche sotto inchiesta, per cui l’Inps ha erogato tre milioni di euro di rimborsi, arriva proprio dai Caf di queste regioni.
Il lavoro dei magistrati di Roma è solo agli inizi, ma c’è chi si è già autodenunciato. Il centro “Lavoro e fisco srl” ha ammesso di aver compilato cinquemila dichiarazioni false nel periodo compreso tra l’ultimo trimestre del 2011 e il primo del 2012, restituendo allo Stato oltre 50 mila euro.
A parte le dichiarazioni presentate da persone morte o da nuclei familiari nei quali viene ancora conteggiato il componente deceduto, gli ispettori dell’ente previdenziale hanno accertato, attraverso l’incrocio dei dati, anomalie davvero smaccate.
Perchè ci sono Caf che hanno presentato in uno stesso giorno più dichiarazioni (fino addirittura a 18) relative a uno stesso soggetto, facendo riferimento però ad anni differenti così da determinare indicatori Isee diversi.
Più sono le pratiche inoltrate, più soldi arrivano. Perchè si è arrivati a questo punto?
E perchè le inefficienze della pubblica amministrazione devono pagarle due volte i cittadini?
I DUBBI DELL’INPS, IL SILENZIO DI MONTI
In uno dei rapporti dell’audit interno all’Inps l’ex generale delle Fiamme Gialle Flavio Marica, capo della direzione di controllo, ammette: “Quello che è successo non è di facile interpretazione”.
Perchè da una parte è vero che i Caf hanno progressivamente rafforzato le proprie competenze tecniche, ma dall’altro le convenzioni incentivano il ricorso agli uffici delle amministrazioni locali.
Di certo è interessante notare che nelle regioni del nord c’è ancora una quota intorno al 10 per cento di pratiche che non passa dai Caf (erano il 30 per cento nel 2002), mentre quella percentuale precipita intorno al 2 (era il 10 per cento nel 2002) nell’Italia meridionale.
Qualche mese fa le cose potevano cambiare.
Dopo una lunga trattativa, il primo giugno dello scorso anno il presidente dell’ente, Antonio Mastrapasqua, scrive una lettera al premier Mario Monti e al ministro del Lavoro, Elsa Fornero, chiedendo loro un parere e ricordando che l’Inps e i Comuni potrebbero “svolgere le medesime attività attraverso le proprie sedi con un notevole risparmio in termini di spesa pubblica, in ossequio all’ulteriore principio di economicità vigente in tema di affidamento di servizi pubblici”.
Mastrapasqua è forte di un dato: fino al 2002 la quota di pratiche gestite dai Comuni e da altri enti andava oltre il 15 per cento, contro l’attuale 4-5 per cento.
Ma la lettera è rimasta senza risposta, e a fine anno è stata confermata la convenzione tra Caf e Inps, solo leggermente ritoccata. Potenza delle lobby.
Roberto Mania e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
TRA I DEMOCRATICI BOLOGNESI VOLANO GLI STRACCI: UN CONSIGLIERE COMUNALI PRENDE DI MIRA LA RESPONSABILE COMUNALE SCUOLA: “SAPPIAMO PERCHE’ SEI LI'” ….E LA NEOSENATRICE ANNUNCIA QUERELA
E’ rissa a Bologna tra le donne del Partito Democratico.
Motivo della discordia, la polemica degli scorsi giorni sullo stipendio di Francesca Puglisi, responsabile nazionale Scuola, assunta dal partito a 3.500 euro al mese. E su Facebook finisce in rissa.
Dopo la richiesta di dimissioni per la dirigente arrivata da Manuel Ottaviano delle Acli, getta benzina sul fuoco la consigliera comunale di Bologna Daniela Turci, che sempre dal social network attacca così: “Quindi la maleducatissima signora Puglisi si dimise dal lavoro. Beh, ora ha un altro lavoro. Bene, e tutti sappiamo (forse) cosa ha fatto per arrivare sin lì”.
Puglisi querela. Accuse pesanti, lanciate attraverso un lungo status che crea scompiglio in tutto il partito.
La neo senatrice Puglisi ha così deciso di passare alle vie legali. “Un conto è la battaglia politica – scrive in una nota -, altro è la diffamazione”.
Perciò “ho dato mandato a miei legali di intraprendere le iniziative ritenute più opportune per tutelare me stessa e il Partito Democratico vista la gravità , lesività e conseguente rilievo giuridico delle riportate affermazioni della signora Turci”, conclude.
Nel suo status su Facebook, la Turci attacca pure il segretario provinciale dei Democratici Raffaele Donini, che aveva difeso la Puglisi: “Mi chiedo come mai chieda rispetto per tutti e alla signora sia permesso offendere, soprattutto i dirigenti scolastici che odia da almeno dieci anni, lei che inneggiando al non rispetto della legge, all’illegalità , è stata promossa in tutti campi e in tutti i “sensi”. Il Pd è per l’illegalità nelle scuole? Pare di sì, ma io no. Bene allora avanti così, perderemo sicuramente altre elezioni”.
La requisitoria di Turci termina con altre allusioni (“Se volete far carriera fate le mamme arrabbiate, qualche protezione “particolarissima” e la carriera sarà assicurata”), e con un sarcastico grazie a Donini.
Un affondo che il segretario commenta lapidario: “Questo livello di scontro personalistico nel Pd rappresenta per me e credo per iscritti, militanti ed elettori la più grande delle sofferenze. Mi pare si sia passato largamente il segno”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
LE REGIONI CHE REGISTRERANNO IL SALDO NEGATIVO PIU’ FORTE SONO QUELLE PIU’ POPOLOSE…IN DUE MESI SPARITI 10.000 NEGOZI, CROLLO DEL 50% DELLE NUOVE APERTURE
Nessuna Regione si salva dalla catastrofe del commercio. 
Secondo le proiezioni Confesercenti per il primo trimestre 2013, il saldo tra iscrizioni e cancellazioni di imprese nel commercio è negativo in tutta Italia.
Saldo in rosso su tutto il territorio nazionale anche per il mondo della somministrazione (bar, ristoranti etc).
Le Regioni che registreranno il saldo negativo più consistente sono quelle più popolose. In particolare, si legge in una nota di Confesercenti, crollano gli esercizi commerciali nel Lazio (936 chiusure, per un saldo negativo di -635 aziende), in Sicilia (639 cessazioni, saldo -515), Piemonte (654 chiusure, saldo -507) e Lombardia (665 chiusure, saldo -428).
Per quanto riguarda le imprese di somministrazione, il record negativo toccherà alla Lombardia – continua la nota – dove hanno chiuso 1.474 imprese per un saldo negativo di 854 unità . Seguiranno Piemonte (942 chiusure) e Romagna (893 chiusure), che registreranno entrambe un saldo negativo di 702 imprese.
«Le imprese del Commercio e della Somministrazione versano in una situazione catastrofica – prosegue la nota – è interesse di tutto il Paese evitare l’ecatombe in due dei settori più importanti della nostra economia. Occorre intervenire subito, nonostante lo stallo politico: non possiamo lasciare le imprese nel guado e lasciare che le città si desertifichino, con la scomparsa degli importantissimi punti di riferimento per la popolazione storicamente costituiti dai negozi di vicinato. Chiediamo a Comuni e Regioni di predisporre con urgenza un piano per salvare il commercio delle nostre città , studiando anche misure di supporto per chi si mette in gioco e scommette sul Paese, decidendo di aprire una nuova attività ».
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
NELL’INCONTRO CON I 6000 GIORNALISTI CHE HANNO SEGUITO IL CONCLAVE IL PONTEFICE INSTAURA UN CLIMA FAMILIARE
“Perchè mi chiamo Francesco? Perchè lui ha incarnato la povertà . Io voglio una Chiesa povera per i poveri”.
Papa Francesco, stamane, nell’aula Paolo VI, ha incontrato i 6000 giornalisti che hanno seguito il conclave che lo ha eletto Pontefice, e da vero cronista ha offerto particolare interessanti sull’andamento delle votazioni e sul motivo che lo ha spinto a scegliere il nome che porterà da Vescovo di Roma.
“Quando siamo arrivati ai due terzi dei voti, ovvero 77, — ha raccontato Francesco — è scattato l’applauso perchè il Papa era stato eletto. Il cardinale brasiliano Clà¡udio Hummes, mio fraterno amico, che era seduto accanto a me, mi ha subito abbracciato forte e mi ha detto: ‘Non ti dimenticare dei poveri’.
Allora, — ha aggiunto il Papa — mentre lo spoglio proseguiva, ripensavo a quelle parole e mi sono detto che mi sarei chiamato Francesco come il poverello d’Assisi perchè lui incarna la povertà ”.
Ma non tutti i cardinali erano d’accordo.
“Molti — ha raccontato ancora il Papa ai giornalisti — mi hanno detto che mi dovevo chiamare Adriano per essere un vero riformatore, oppure Clemente per vendicarmi di Clemente XIV che abolì la Compagnia di Gesù”. Ma Francesco non si è lasciato influenzare.
Si respirava un autentico clima di famiglia nell’aula Paolo VI insieme con il Papa “povero” e subito “rivoluzionario” che chiama “amici” i giornalisti.
Francesco, che proprio non è riuscito a non abbandonare i fogli con il discorso che aveva nelle mani, ha definito “sorprendente” l’annuncio della rinuncia al pontificato di Benedetto XVI.
Il Papa ha poi sottolineato il “ruolo crescente dei mass media che sono indispensabili per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea“.
Francesco, inoltre, si è complimentato per il “servizio qualificato” dei cronisti del conclave e guardandoli negli occhi ha esclamato: “Avete lavorato”.
Immancabili i sorrisi e gli applausi dei giornalisti divertiti dal nuovo Papa.
Francesco ha spiegato che gli “eventi ecclesiali non sono più complicati di quelli politici ed economici, ma essi rispondono a logiche non mondane e per questo non è facile comunicarli a un pubblico vasto”.
E in un altro passaggio Francesco ha sottolineato che “la Chiesa non ha natura politica, ma essenzialmente spirituale. Cristo è il centro non il Papa. Senza di lui — ha sottolineato Francesco — Pietro e la Chiesa non esisterebbero e non avrebbero ragione di esistere. Dobbiamo conoscere la Chiesa con le sue virtù e i suoi peccati. Essa esiste per comunicare la verità la bontà e la bellezza. Non dobbiamo — ha concluso il Papa — comunicare noi stessi ma questa triade”.
Con un gesto inedito e di grande rispetto, al termine dell’udienza, il Papa ha benedetto i giornalisti presenti in silenzio e senza alcun gesto della mano rispettando i loro diversi credo e le loro coscienze.
Al neo direttore di Rai Vaticano, Massimo Milone, che lo ha salutato, tra altri giornalisti, al termine dell’udienza, il Papa ha fatto gli auguri per la recente nomina dicendo: “Anche io sono qui a Roma da pochi giorni”.
Nei prossimi giorni Francesco sarà impegnatissimo: domani mattina celebrerà la Messa, come un semplice sacerdote, nella piccola Parrocchia di Sant’Anna in Vaticano.
Il parroco ha appreso la notizia soltanto nella tarda serata di ieri.
Alle 12, dalla finestra di quello che a breve diventerà il suo studio privato, al terzo piano del Palazzo Apostolico vaticano, Francesco reciterà il suo primo Angelus.
Lunedì mattina, nella Casa Santa Marta, l’incontro con il presidente della Repubblica Argentina, Cristina Fernandez Kirchner.
Martedì 19 la Messa per l’inizio del pontificato in piazza San Pietro.
Venerdì riceverà in udienza nella sala Regia il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Sabato 23 marzo l’attesissimo incontro con il Papa emerito a Castel Gandolfo dove Benedetto XVI e Francesco pranzeranno insieme.
Il Papa, inoltre, stamane, ha espresso la volontà che i capi e i membri dei dicasteri della Curia romana, come pure i segretari, nonchè il presidente della Pontificia Commissione dello Stato della Città del Vaticano, proseguano, provvisoriamente, nei rispettivi incarichi “donec aliter provideatur”.
Francesco desidera, infatti, riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo, prima di qualunque nomina o conferma definitiva.
Francesco Antonio Grana
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA PRENDE 14 VOTI IN PIU’ DELLA SUA COALIZIONE… I CINQUESTELLE SI DIVIDONO TRA ASTENSIONE E LIBERTA’ DI COSCIENZA, I MONTIANI PERDONO UN’OCCASIONE, GRILLO LA FACCIA
È Piero Grasso il nuovo presidente del Senato nella XVII legislatura.
Il candidato del Partito Democratico al quarto scrutinio, effettuato con ballottaggio, ha battuto il candidato del Pdl Renato Schifani (sostenuto anche dalla Lega) per 137 a 117, raccogliendo 14 voti in più della sua coalizione.
Dopo una mattinata convulsa – alla fine della terza votazione il divario era di appena 9 voti, ma cinque deputati del Pdl (Silvio Berlusconi e Maria Rosaria Rossi, Luciano Rossi, Malan che si è sbagliato e Matteoli che non c’era) erano assenti al terzo scrutinio, quindi la differenza reale tra Pd e Pdl risultava di appena 5 voti.
Il centrosinistra ottiene così il controllo delle due Camere, dato che in mattinata era stata eletta Laura Boldrini alla terza carica dello Stato.
DECISIVI 5STELLE E MONTIANI –
Tutto girava, allora, intorno ai 53 voti, o non voti, del Movimento 5 Stelle e ai 19 della Scelta Civica di Mario Monti.
Il ballottaggio, iniziato alle 16.40 e chiuso alle 18.02, poi dopo una richiesta di chiarimento sulle schede biance da parte di Roberto Calderoli, lo spoglio.
Durante il voto, segreto, M5S aveva preso la decisione di lasciare libertà di coscienza ai suoi senatori.
Anche gli uomini di Mario Monti avrebbero potuto non essere compatti, ma la rapidità con cui hanno espletato le operazioni di voto ha lasciato intendere l’astensione «obbligatoria».
LA RABBIA DI GASPARRI –
Berlusconi e i big del partito, tra cui il segretario Angelino Alfano, si erano riuniti poco dopo pranzo in un vertice a Palazzo Grazioli (presenti, tra gli altri, anche Niccolò Ghedini, Renato Brunetta e Paolo Bonaiuti).
Fonti vicine a Scelta civica avevano riferito che Berlusconi avrebbe incontrato Mario Monti a Palazzo Giustiniani prima del voto, ma il meeting non è avvenuto.
Il senatore Monti ha però parlato con Schifani.
E poco prima dell’inizio del ballottaggio, comunque, il senatore Gabriele Albertini ha confermato la scheda bianca del suo schieramento.
Questo ha scatenato le ire di Maurizio Gasparri, ex capogruppo del Pdl: «È spiacevole dover constatare che chi ha fatto una “Scelta civica” abbia ordinato ai suoi senatori di attraversare velocemente la cabina in modo da essere sicuro che non esprimano alcuna preferenza». Secondo Gasparri è stata così violata la segretezza del voto.
ASTENSIONE O LIBERTà€ DI SCELTA? È BAGARRE –
Il capogruppo del Movimento 5 Stelle Vito Crimi nel primo pomeriggio aveva confermato la scheda bianca da parte dei 53 senatori perchè «questo voto non è la scelta tra una persona e l’altra, ma tra due strategie politiche. Noi non facciamo la stampella di nessuno».
Eppure, gravi malumori sono riemersi durante e dopo l’ultima riunione, e sul web, e pare sia prevalsa la scelta di «libertà di coscienza» con rabbia montante verso Crimi, “colpevole” di aver parlato prima della riunione.
Vito Petrocelli ha lasciato la riunione prima del voto per alzata di mano.
La base, almeno sul blog di Grillo, ha invitato i suoi uomini a prediligere Grasso, ricordando che un voto oggi «non significa allearsi con il Pd».
La scelta di puntare sulla scheda bianca, di fatto, «non è stata presa all’unanimità », ha spiegato l’ex candidato alla presidenza del Senato Luis Alberto Orellana: «Come persone Grasso e Schifani non sono equivalenti: una è una scelta in continuità con il passato. Mi sono espresso personalmente contro la scelta del collega Schifani».
LACRIME A 5 STELLE –
Sulla stessa lunghezza d’onda anche diversi altri neosenatori, con molti dei neoeletti che, secondo i testimoni, «erano in lacrime».
L’incertezza filtra vaanche sui social network, dove ad appello già iniziato Maurizio Bucarella ha scritto: «Stiamo per votare al ballottaggio… e la discussione accesa tenuta nel gruppo non è stata sufficiente a dipanare tutti i dubbi di tutti quanti…».
C’è stato anche chi, apertamente, ha sfidato la linea dell’astensione.
Bartolomeo Pepe scrive, sempre su Facebook: «Amici. libertà di voto. Senza contrattazioni e senza trucchi. Borsellino ci chiede un gesto di responsabillità ».
Idem Ornella Bertorotta, che tuona: «Libertà di voto. È questo che abbiamo deciso. Ogni cittadino portavoce al Senato voterà secondo coscienza».
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
SI PARTE CON UNA MANCIATA DI VOTI A FAVORE DI GRASSO, MA L’IMPREVISTO E’ SEMPRE DIETRO L’ANGOLO… CONTRASTI INTERNI NEI CINQUESTELLE E IN SCELTA CIVICA
Tutto gira intorno ai 53 voti, o non voti, del Movimento 5 Stelle al Senato. 
Mentre l’elezione di Laura Boldrini a presidente della Camera era quasi scontata, la partita per l’elezione del presidente del Senato si gioca al ballottaggio, iniziato alle 16.40, sul filo di una manciata di voti di scarto.
Il voto è segreto, M5S ammette che nell’ultima riunione la decisione non è stata unanime.
E anche gli uomini di Mario Monti (19) potrebbero non essere compatti.
IL TESTA A TESTA –
C’è un testa a testa tra Renato Schifani, che il Pdl ha deciso di ricandidare per la presidenza (sostenuto anche dalla Lega) e Piero Grasso, ex procuratore antimafia e candidato del Pd.
Il divario, con cinque senatori del Pdl, compreso Silvio Berlusconi, assenti era di 9 all’ultima chiama. I «grillini» confermano l’intenzione di votare scheda bianca perchè – parola del capogruppo Vito Crimi – «questo voto non è la scelta tra una persona e l’altra, ma tra due strategie politiche. Noi non facciamo la stampella di nessuno». Scelta Civica in mattinata con una nota aveva annunciato l’intenzione di votare scheda bianca, e se si attenesse al programma, la vittoria andrebbe a Grasso.
BERLUSCONI PRESENTE –
La terza votazione al Senato ha portato al ballottaggio, con Grasso che ha ricevuto 120 voti e Schifani 111.
Secondo quanto si apprende da fonti parlamentari del Pdl, cinque senatori del Popolo della Libertà non hanno votato al terzo scrutinio (Silvio Berlusconi e Maria Rosaria Rossi, Luciano Rossi, Malan che si è sbagliato e Matteoli che non c’era).
Ma questi cinque, confermano le stesse fonti, ci saranno nel pomeriggio, quindi il distacco non è di 9 voti, ma di 4, con qualche variabile.
VERTICE A PALAZZO GRAZIOLI E CON MONTI –
Intanto Berlusconi e i big del partito, tra cui il segretario Angelino Alfano, si sono riuniti in un vertice a Palazzo Grazioli (presenti, tra gli altri, anche Niccolò Ghedini, Renato Brunetta e Paolo Bonaiuti).
Fonti vicine a Scelta civica, inoltre, avevano riferito che Berlusconi avrebbe incontrato Mario Monti a Palazzo Giustiniani prima del voto.
Poco prima della chiama, comunque, il senatore Gabriele Albertini ha confermato la scheda bianca del suo schieramento.
I MONTIANI ANNUNCIANO L’ASTENSIONE –
Scelta Civica già in mattinata aveva diffuso un comunicato ufficiale nel quale si sostiene che, non sussistendo «le condizioni politiche e istituzionali per dar vita a un percorso ampio di condivisione e responsabilità », il gruppo avrebbe votato scheda bianca anche al Senato.
«Nessun accordo su poltrone che non abbia un valore decisivo per sbloccare la situazione è percorribile», aggiungeva la nota.
I 5 STELLE: SCHEDA BIANCA, MA NON UNANIME –
Quello che è certo è che il comportamento dei 5 Stelle sarà decisivo al ballottaggio. «Qualcosa potrebbe cambiare – spiega una senatrice 5 Stelle -. Per noi Grasso, al di là del giudizio sulla persona, sarebbe comunque il portavoce di un sistema».
Ma il capogruppo Vito Crimi aveva assicurato prima dell’ultima riunione: «Noi abbiamo fatto una scelta e quella scelta manteniamo», cioè non votare un candidato del Pd o del Pdl.
La base, almeno sul blog di Grillo, invita però a prediligere Grasso, ricordando che un voto oggi «non significa allearsi con il Pd».
La scelta di puntare sulla scheda bianca, di fatto, «non è stata presa all’unanimità », ha spiegato l’ex candidato al Senato Luis Alberto Orellana: «Come persone Grasso e Schifani non sono equivalenti: una è una scelta in continuità con il passato. Mi sono espresso personalmente contro la scelta del collega Schifani».
LA PROIEZIONE –
Nella quarta chiama l’ex magistrato dovrebbe raccogliere i voti dei 109 democratici e 7 di Sel, per un totale di 116, a cui si aggiungono anche i 6 di Autonomie e il singolo voto di Lista Crocetta: in tutto 123 preferenze.
Il presidente uscente di Palazzo Madama, Renato Schifani, oltre ai 98 voti dei colleghi di partito anche quelli, a quanto si apprende, della Lega Nord (17): in tutto 115.
I voti, o non voti, dei 5 Stelle, sono 53, Scelta Civica ne conta 19.
La astensione dei «grillini» e dei montiani, quindi, lascerebbe il risultato sul 123-115 per Grasso.
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
A 20 ANNI IL PRIMO VIAGGIO IN VENEZUELA: “MIO PADRE NON MI PARLO’ PER OTTO ANNI”…”NON BISOGNA MAI ABITUARSI AL DOLORE DELL’UMANITA'”… QUANDO SUA FIGLIA PICCOLA LE PREPARAVA UNA PICCOLA VALIGIA: “DEVI DARLA A UN BAMBINO CHE NON HA NIENTE, MA DEVI FARE UNA FOTO, COSI’ SONO SICURA”
Bisogna tornare al 1981.
Laura Boldrini ha vent’anni, ha passato l’ infanzia e l’adolescenza nelle Marche, prima in campagna poi a Jesi: «Abituata a vivere in zone rurali, mi sembrava di essere in una metropoli».
La metropoli verrà presto, Laura lascerà i genitori e i quattro fratelli minori per trasferirsi a Roma e studiare giurisprudenza. Lì comincia a maturare la svolta.
Anzi, probabilmente l’ha già maturata senza saperlo: «In campagna si correva all’ aria aperta, si giocava senza paura delle auto, si viveva al ritmo delle stagioni e della natura. Frequentavamo la scuola rurale del posto. Finito il classico a Jesi, arrivai scalpitante a Roma, dove divisi il mio anno in due: per sei mesi avrei studiato a ritmi serratissimi e negli altri sei mesi avrei potuto viaggiare».
Volare via: un impulso giovanile, forse una fuga per chi fino ad allora aveva sofferto di claustrofobia da provincia: «Ci portavamo dietro l’ eco del mito americano del viaggio on the road».
Se Laura Boldrini ha lavorato alla Fao e se poi è passata alle Nazioni Unite come portavoce del Programma Alimentare Mondiale e da dieci anni come portavoce dell’ Alto Commissariato per i Rifugiati, è perchè nell’ 81 ha preso uno zaino ed è salita su un aereo.
Per dove? «America Centrale. Con un’amica, ho deciso di andare in Venezuela a lavorare in una “finca de arroz”, un’ azienda di riso a Calabozo, un paesino del Sud. Mio padre era contrarissimo, mentre mia madre si mostrò subito più malleabile».
I genitori si oppongono finchè hanno qualche speranza di essere ascoltati, ma poi in genere finiscono per adeguarsi alle scelte dei figli: «Mio padre non mi ha parlato per otto anni, mi voleva avvocato. È un padre difficile, un uomo molto speciale: riservato, studioso, solitario, tradizionalista, molto religioso, ama la campagna e la musica classica, spesso si esprime in latino e in greco. I suoi princìpi non si coniugavano con la mia curiosità ».
Ci ride su, Laura Boldrini.
Forse suo padre non capisce ancora oggi perchè quella figlia di vent’ anni decise di andare a lavorare con i «campesinos» venezuelani: «Mi misero in ufficio, ma io volevo conoscere la vita nei campi: rimasi lì tre mesi, abbastanza per capire come vivono i contadini in quella parte del mondo, li vedevo lavorare duramente per otto ore, poi la sera andavano nei bar a spendere i soldi che avevano guadagnato di giorno».
Laura Boldrini ricorda i «chinchorros», le amache in cui passava le notti per evitare le minacce dei serpenti velenosi della savana: «Visitavamo le risaie, una volta invece degli stivali indossai dei sandali, perchè faceva caldo: a un certo punto il direttore dell’ azienda mi urlò di star ferma, di stare calma, di spostare solo la gamba destra… Vicino al mio piede c’ era un “trepassi”, un serpentino corallo pericolosissimo, il cui veleno entra subito in circolo».
Quel primo viaggio prosegue avventurosamente verso Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala, poi Messico e Stati Uniti, fino a New York. «Viaggiammo ancora per tre mesi nell’ America centrale in pullman, ma a un certo punto mi rubarono la borsa con i soldi e il passaporto: fu un battesimo duro. Non volevo ricorrere alla mia famiglia per attestare la mia indipendenza e in qualche modo me la cavai…».
Ben presto verranno il Sud Est asiatico, l’ Africa, l’ India, il Tibet. Poi, con gli incarichi internazionali alle Nazioni Unite, le missioni nei luoghi di crisi: Bosnia, Albania, Kosovo, Pakistan, Afghanistan, Sudan, Caucaso, Angola, Zambia, Iran, Iraq, Giordania, Tanzania, Burundi, Ruanda, Sri Lanka, Siria e Yemen.
Ma i primi viaggi, quelli per piacere, non si scordano mai: «Viaggiare è la scuola di vita più importante. Guardando il mondo da diversi punti di vista, capisci che tutto è relativo: le culture, le religioni, i costumi, le lingue. Oggi c’ è un localismo identitario esasperato che certo non aiuta la conoscenza reciproca. Quel che consiglio ai giovani è di liberarsi dei pregiudizi, perchè globalità è curiosità e conoscenza. Oggi, poi, tutto è molto più semplice, il mondo ce l’ abbiamo in casa».
A proposito di giovani. C’ è un’ altra svolta nella vita di Laura Boldrini.
Bisogna saltare al 1993, quando nasce Anastasia: «Mia figlia mi ha aperto un’ altra dimensione anche nel lavoro. Con la maternità ho scoperto la parte interiore ed emotiva che stava dentro di me, un lato rimasto in ombra. Da allora ho capito che non bisogna mai abituarsi al dolore dell’ umanità : ho cominciato a vedere nella sofferenza degli altri gli occhi di mia figlia».
La separazione dopo dieci anni di matrimonio, un lavoro sempre più impegnativo, e ancora viaggi.
Disagi per la madre e disagi, probabilmente, anche per la figlia: «Non ho mai vissuto Anastasia come una rinuncia, ho solo cercato di organizzarmi al meglio: mi auguro di essere riuscita a darle una serenità e se ci sono delle mie mancanze è per ragioni che credo e spero lei condivida. Da piccola, quando io partivo, Anastasia mi preparava una piccola valigia. Diceva: la devi dare a un bambino che non ha niente, però devi fare la fotografia perchè voglio essere sicura…».
Mamma Laura allora lavorava al Programma alimentare delle Nazioni Unite. Anastasia pensava che il suo lavoro consistesse nel cucinare per gli altri e diceva: «Ma poveretti, la mamma sa fare solo la pasta in bianco…».
Se Anastasia volesse partire fra qualche anno, come fece Laura a suo tempo?
Sorriso: «Mia figlia l’ ho già portata in Madagascar, in Tanzania, negli Stati Uniti più volte, è stata in Spagna, in Francia, in Inghilterra. Alla sua età io avevo fatto qualche gita al Monte San Vicino… Però avevo già avuto i miei conflitti, a scuola, in famiglia… I conflitti fortificano.Oggi il mondo non è più pericoloso di allora, ma i ragazzi sono più fragili e meno pronti ad affrontarlo. Se Anastasia mi dicesse: parto da sola, morirei di paura».
Paolo Di Stefano
(da “il Corriere della Sera“)
26 luglio 2009
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRENA L’ELEZIONE DI MONTI A PALAZZO MADAMA: “LE SUE DIMISSIONI DAL GOVERNO SAREBBERO UN COLPO PER IL PAESE”… MONTI E’ ORMAI DIVENTATO UN ACCHIAPATUTTO
Si sono infrante contro l’argine del Quirinale le ambizioni di Monti di diventare oggi il
presidente del Senato. Niente da fare.
Quello tra il capo del governo e Napolitano è un confronto teso, un botta e risposta che si prolunga per quasi un’ora. Il pomo della discordia sono le dimissioni di Monti da palazzo Chigi, necessarie per essere eletto come successore di Schifani.
“Se lei proprio adesso si dimette da presidente del Consiglio – obietta a Monti il capo dello Stato – rischiamo di dare un colpo drammatico all’immagine dell’Italia. In questo momento, il nostro paese è legato al suo governo, quindi lei è insostituibile”.
Il presidente del Consiglio tiene il punto e replica: “Dopo l’ultimo Consiglio europeo ho concluso la mia missione, non devo per forza restare a Palazzo Chigi a fare il parafulmine per gli altri”.
Ma anche Napolitano è un osso duro. Il presidente della Repubblica esprime senza diplomazia tutti i sui dubbi, le riserve di natura giuridica e istituzionale sul cambio di maglietta in corsa del premier.
Monti non si dà per vinto, anzi prospetta, con accanto il sottosegretario Antonio Catricalà la soluzione per uscire dall’impasse. “Sono pronto a convocare già questa sera un consiglio dei ministri straordinario, nominare un vicepresidente vicario e lasciare nelle sue mani l’interim della presidenza”. Il nome che circola è quello del ministro Cancellieri, ma è un dettaglio. Anche perchè Napolitano giudica subito un’ipotesi di questo tipo “senza precedenti”, obietta che l’interim può scattare solo in caso di gravi impedimenti del premier, e in ogni caso non per un mese, perchè almeno tanto ci vorrebbe per arrivare ad un nuovo governo.
Monti tira fuori dal dossier giuridico che si è portato dietro un precedente che è andato a ripescare: D’Alema vice presidente del Consiglio del governo Prodi, che con il premier di allora all’estero firma alcuni decreti, “e lei che era al Quirinale se lo dovrebbe ricordare – aggiunge poi rivolto a Napolitano – perchè non trovò la scelta scorretta”.
Ma, accanto al confronto procedurale, c’è la questione politica.
Chiede Napolitano a Monti: “Ma potrebbe garantirmi che le forze politiche che appoggiano questa sua operazione per il Senato, poi faranno lo stesso per la maggioranza di governo?”.
È un’obiezione gigantesca, perchè Monti questa garanzia al momento non può darla. “Questo sarebbe lo schema D’Alema”, replica amareggiato. Insomma, non riesce a convincere il capo dello Stato, che lo congeda così: “Io stesso sarei anche disposto a votarla come presidente della Repubblica, ma le sue chance così si stanno esaurendo”.
Dunque è di nuovo tutto azzerato.
E così anche i rapporti tra Pd e Scelta Civica si raffreddano, nonostante un redivivo Casini faccia di tutto per tenere i fili.
L’operazione Monti al Senato parte in gran segreto già giovedì sera, quando viene comunicata al vertice del Pd.
“Per noi va bene”, risponde Bersani, “ma con Napolitano ci deve parlare Monti”. Nella testa del premier quello a palazzo Madama è soltanto un passaggio.
A rivelare quale dovrebbe essere lo step successivo è Andrea Olivero, che alza il velo sul progetto parlando ieri mattina all’assemblea dei parlamentari di Scelta Civica: “L’elezione di Monti al Senato è il passaggio verso il Quirinale”.
Per i montiani tutto si tiene: il Professore che trasloca al Quirinale, Franceschini che diventa presidente della Camera e, a palazzo Madama, tra un mese arriva Renato Schifani. Monti, raccontano, è motivatissimo.
Già si vede come successore di Napolitano.
Ma tutto s’incaglia sull’obiezione costituzionale del Quirinale.
Ora tutto torna il alto mare.
Nel Pd sono pronti a prendersi entrambe le Camere, mentre Bersani andrebbe a palazzo Chigi con un governo di minoranza.
E la maggioranza a palazzo Madama?
Un aiuto potrebbe arrivare dai 17 senatori del Carroccio. Un sospetto sul dialogo Pd-Lega è venuto a Umberto Bossi, che ieri non a caso ha attaccato duramente Bobo Maroni. Anche Augusto Minzolini, neo senatore del Pdl, da animale parlamentare ha fiutato qualcosa e in serata ha twittato un altolà preventivo: “La Lega l’ultimo anno ne ha sbagliate molte. Se pensa di governare con Pd-Monti contando su maggioranza di 2 voti a Senato è da ricovero”.
Francesco Bei e Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
ALTO DISCORSO SUI VALORI MORALI DELLA NEOPRESIDENTE CHE RICHIAMA LA POLITICA AI PRINCIPI ETICI… AL SENATO E’ SFIDA TRA SCHIFANI E GRASSO
Secondo e decisivo giorno di votazioni per le presidenze di Camera e Senato.
Laura Boldrini è eletta presidente della Camera. Quando il suo nome è è risuonato per la 316esima volta, l’aula di Montecitorio è scattata in un lungo applauso.
Antonio Leone ha completato lo spoglio mentre i deputati applaudivano il nuovo presidente.
Al termine, Boldrini ha ottenuto 327 voti sui 345 disponibili dalla maggioranza che l’aveva candidata.
«Farò in modo che questa Istituzione sia luogo di cittadinanza per chi ha più bisogno» ha detto Laura Boldrini, presidente della Camera, nel suo discorso di insediamento.
«Il mio pensiero – ha aggiunto – va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremmo impegnarci a restituire piena dignità ha chi ha perduto la certezza e i diritti. In quest’Aula è stata scritta la nostra Costituzione, dobbiamo avere la capacità di saper rappresentare e garantire uno a uno i diritti universali da essa stabiliti».
Ancora braccio di ferro, invece, al Senato dove la sfida è tra Schifani e Grasso.
Sono in corso, secondo quanto si apprende, contatti tra i senatori del Pdl e quelli montiani.
In Transatlantico il capogruppo uscente del Pdl Maurizio Gasparri si è fermato a lungo a parlare con l’esponente di Scelta Civica Mario Mauro.
Sempre secondo quanto si apprende non è escluso che alcuni voti di Scelta Civica possano convergere sul nome di Renato Schifani nell’eventuale ballottaggio in quarta votazione.
Anche se al momento la posizione ufficiale è votare scheda bianca.
Il centrosinistra conta 123 eletti, mentre il centrodestra ne ha 117 e i montiani sono 19.
In caso di ballottaggio Grasso-Schifani i voti di Scelta Civica potrebbero risultare decisivi.
Restano poi i 53 voti del Movimento 5 Stelle (dopo le dimissioni di ieri della senatrice Giovanna Mangili).
Potrebbe esserci infatti qualche novità nell’indicazione del presidente del Senato da parte Movimento Cinque Stelle tra la terza e la quarta votazione.
I “grillini”, che al terzo scrutinio in corso a palazzo Madama stanno votando compattamente il loro candidato, Luis Alberto Orellana, potrebbero decidere di cambiare atteggiamento al ballottaggio tra Piero Grasso e Renato Schifani.
«Noi ci consultiamo sempre tra di noi, e non solo tra noi 53. Votiamo il nostro candidato, ma poi continueremo a discutere e qualcosa potrebbe cambiare», dice una sentarice del M5S parlando con alcuni giornalisti.
Il dibattito comunque è in corso.
E un’altra senatrice spiega che «il Cinque Stelle ragiona in termini di portavoce dei cittadini: per noi Grasso, al di là del giudizio sulla persona, sarebbe comunque il portavoce di un sistema».
Il dibattito dunque è aperto e la decisione sarà presa nel primo pomeriggio, nell’interruzione tra la fine del primo spoglio e le 16, quando inizierà l’ultima chiama per il ballottaggio.
Intanto questa mattina è arrivata anche la nota del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano . «Mi auguro ancora che sia possibile giungere oggi all’elezione dei Presidenti della Camera e del Senato – scrive Napolitano – e successivamente all’attribuzione di tutti gli incarichi istituzionali, in un clima di condivisione della responsabilità di favorire – dopo le elezioni del 24 febbraio e sulla base dei risultati che ne sono scaturiti – l’avvio di una costruttiva dialettica democratica e di una feconda attività parlamentare. Oggi si pone comunque il primo punto fermo della nuova legislatura, nell’interesse generale del paese; così come resta un punto fermo – in una situazione che vede l’Italia esposta a serie incognite e urgenze – l’impegno del governo dimissionario rimasto in carica e in funzione sia pure con poteri limitati».
«È importante che in sede europea, e nell’esercizio di ogni iniziativa possibile e necessaria specie per l’economia e l’occupazione, il governo – prosegue il Capo dello Stato – conservi la guida autorevole di Mario Monti fino all’insediamento del nuovo governo (per la cui formazione inizierò le consultazioni di rito mercoledì 20)». «L’abbandono, in questo momento, da parte del presidente Monti, della guida del governo, genererebbe inoltre – avverte – problemi istituzionali senza precedenti e di difficile soluzione».
«Apprezzo pertanto – conclude la nota – il senso di responsabilità e spirito di sacrificio con cui egli porterà a completamento la missione di governo assunta nel novembre 2011».
(da “La Stampa”)
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