Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMI CONTEGGI DELLA CAMERA SUI FINANZIAMENTI PUBBLICI… RENZI: “EDILIZIA POPOLARE CON I SOLDI DI TUTTI I PARTITI”
Oltre dieci milioni di euro l’anno. Sono queste le stime del finanziamento pubblico che spettano al 
Movimento 5 stelle dopo la tornata elettorale nazionale e regionale. Soldi ai quali Beppe Grillo ha annunciato più volte di voler rinunciare.
Il Fatto Quotidiano è venuto in possesso dei primi conteggi della Camera dei deputati, raccolti dall’onorevole Francesco Barbato.
Una torta di 91 milioni l’anno, già pronta per essere spartita.
Ma se nessuno li richiedesse, cosa potremmo fare con questi soldi?
Se l’è domandato ieri, con un guizzo da leader in pectore, Matteo Renzi.
“Tutti i partiti rinuncino al finanziamento pubblico da subito, da queste elezioni, e mettano i soldi in un fondo per l’edilizia pubblica e le case popolari per le dieci principali città italiane”.
Renzi, che aveva già usato questa proposta in campagna elettorale, è saltato al volo sul carro dei temi del vincitore, quelli proposti dal Movimento 5 stelle che hanno convinto più di un quarto degli elettori italiani.
Così come Pier Luigi Bersani, nei suoi punti da condividere con una futura maggioranza.
“Io lo sostengo da sempre — dice il deputato Idv Francesco Barbato, anello di congiunzione tra il vecchio Parlamento e i nuovi eletti grillini — sono andato negli uffici competenti del Parlamento per capire quanti soldi finiscono nelle tasche dei partiti anche quest’anno. E non ci sono solo i rimborsi elettorali.
I gruppi parlamentari della Camera costeranno 35 milioni e 546 mila euro, quasi 900 mila euro in più dell’anno scorso. Assieme al Senato arriveranno a 60 milioni”.
Ancora da chiarire, per una divergenza di opinioni tra gli uffici di Camera e Senato, se i soldi dei rinunciatari verranno divisi tra gli altri o accantonati.
In pratica, in una legislatura 450 milioni se ne vanno in rimborsi elettorali e 300 in finanziamento ai gruppi parlamentari.
“A luglio — continua Barbato, quando gli italiani dovranno pagare l’Imu, la nuova tassa sull’immondizia (Tarsu), e ci sarà l’aumento dell’Iva, i partiti si faranno questo regalino, a cui va sommato quello del Senato e i rimborsi regionali”.
A Palazzo Madama i conteggi non sono ancora pronti, ma le cifre non cambieranno di molto rispetto a quelle di Montecitorio.
Dove al Pd vengono assegnati 4 milioni e 300 mila euro (ogni anno se la legislatura va avanti), al Movimento 5 stelle 4 milioni e 320 mila, al Pdl 3 milioni e 600 mila, a Monti 1milionee400mila,allaLega700 mila, a Sel 545 mila, A Fratelli d’Italia 335.000, all’Udc 305.000, a Centro democratico 82 mila, all’Svp 74 mila euro.
(Ci sono partiti che hanno ottenuto percentuali più alte, ma non hanno diritto ai rimborsi perchè non hanno eletto nessun parlamentare).
A questi devono ancora essere aggiunti circa 250 mila euro da ripartire secondo le percentuali raccolte all’estero, poi i rimborsi per le regionali.
Soldi che, come ha ribadito più volte il tesoriere del Partito democratico, Antonio Misiani, “servono per tenere in piedi il partito, altrimenti chiudiamo”.
Eppure secondo Barbato “fare politica senza fondi è possibile”.
Ma come si fa, scusi? Anche lei ha subito una denuncia finita in televisione da parte di un’ex collaboratrice assunta senza contratto: se si tagliano gli stipendi dei parlamentari, i rimborsi elettorali e i finanziamenti ai gruppi, come si paga l’attività politico-parlamentare?
“Devono tornare a farla i politici, sono pagati per quello — conclude il parlamentare Idv — tagliare i soldi ai parlamentari non comporta un risparmio sensibile come eliminare rimborsi e finanziamenti ai gruppi. I manager dello Stato devono essere pagati come tali, ma per produrre”.
Caterina Perniconi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
TOTALMENTE DISATTESO L’ESITO DEL REFERENDUM ABROGATIVO DI VENTI ANNI FA…IL PICCO NEL 2008, 503 MILIONI A FRONTE DI 110 DI SPESE…DOPO IL TAGLIO DEL 2012 AI PARTITI ORA TOCCANO 159 MILIONI DI EURO
E pensare che se solo si fosse rispettata la volontà degli elettori, il finanziamento pubblico ai partiti non esisterebbe più da 20 anni, da quando cioè più di 34 milioni e mezzo di italiani dissero di sì al referendum abrogativo promosso dal partito radicale di Marco Pannella.
Invece stiamo ancora parlando di come eliminare il finanziamento.
Anzi l’argomento non è mai stato vivo come ora mentre, paradossalmente, ad essere scomparsi, almeno dal Parlamento, sono proprio i radicali.
Adesso quella loro antica battaglia è diventata di nuovo di massa grazie al Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che ieri ha annunciato la rinuncia alla propria quota di rimborsi per le elezioni appena tenute, 42,7 milioni di euro, in attesa di ottenere, nel nuovo Parlamento, una legge che abolisca per tutti i partiti i finanziamenti elettorali.
Finora si è trattato di quasi 200 milioni di euro l’anno, considerando i rimborsi per tutte le elezioni – politiche, europee e regionali – che vengono incassati appunto in rate annuali.
Ora, dopo la riforma dello scorso luglio, questa cifra si è all’incirca dimezzata.
E per le sole elezioni politiche del 24 e 25 febbraio la torta che i partiti dovrebbero spartirsi durante la legislatura ammonta, secondo l’Ansa, a 159 milioni.
Una somma che verrà ripartita proporzionalmente ai voti presi.
Ma perchè il finanziamento c’è ancora?
Perchè, nonostante il 90,3% di sì al referendum del 1993, i partiti di allora si inventano un sotterfugio per farlo rinascere, attraverso appunto i rimborsi elettorali o meglio il «contributo per le spese elettorali», come lo definisce la legge 515 del 10 dicembre 1993.
Del resto, il ragionamento che fanno allora tutti i partiti, radicali esclusi ovviamente, è che il voto è stato condizionato dal clima di protesta dovuto a Tangentopoli e che se la politica non deve essere appannaggio solo dei ricchi una qualche forma di finanziamento è necessaria.
E pazienza se gli elettori non sono d’accordo, col tempo capiranno.
Non è andata così.
L’indignazione popolare è cresciuta di pari passo con l’entità dei rimborsi.
Calcolando tutto in euro (fino al 2001 c’era la lira), si è infatti passati, considerando solo i rimborsi per le elezioni politiche, dai 47 milioni di contributi erogati complessivamente ai partiti per le politiche del 1994 agli oltre 500 milioni previsti per le consultazioni del 2008.
La spesa a carico dei contribuenti si è insomma decuplicata in 14 anni.
Ma soprattutto è aumentato il divario tra il contributo e quanto effettivamente speso.
Se nel 1994 a fronte dei 47 milioni incassati le spese documentate erano state di 36 milioni, nel 2008 il rapporto era di quasi cinque a uno: 503 milioni di rimborsi previsti a fronte di 110 milioni di spese.
Un meccanismo illogico e indifendibile.
Che gli stessi partiti, senza vergogna, hanno perfezionato negli anni.
E così nel 1999 con la legge 157 il contributo viene sganciato dalle spese sostenute e ritorna a tutti gli effetti un finanziamento alimentato da un fondo per le politiche di quasi 200 milioni di euro per la legislatura.
Ma non passano neppure tre anni e nel 2002 l’ingordigia dei partiti si sfoga nella legge 156 che più che raddoppia il fondo, portandolo a 469 milioni, e nell’abbassamento dal 4% all’1% della soglia di voti da prendere alle elezioni per accedere al bottino.
Il risultato sarà un altro dei tanti intollerabili paradossi di questa storia: che anche i partiti che non entrano alla Camera perchè non superano la soglia di sbarramento del 4% prevista dalla legge elettorale, accedono ugualmente ai rimborsi purchè abbiano preso almeno l’1%.
Ma la ciliegina finale arriverà nel 2006 quando con la legge 51 si stabilirà addirittura che i soldi sono dovuti per l’intero ammontare previsto dal fondo anche se la legislatura finisce anticipatamente.
Prima invece le rate annuali si interrompevano in caso di elezioni anticipate.
Succede così che, dal 2008, a causa della brusca fine della quindicesima legislatura (governo Prodi), i partiti mentre cominciano a prendere le rate del rimborso delle politiche di quell’anno continuino a riscuotere anche le rate della legislatura precedente che doveva finire tre anni dopo. Doppio rimborso, insomma.
Un’enormità davanti alla quale gli stessi partiti si rendono conto che conviene tornare indietro e la norma infatti viene presto cancellata.
Ci sono però voluti gli scandali che nel 2012 hanno colpito i tesorieri della Margherita e della Lega e le spese folli che sono venute fuori anche alla Regione Lazio per riaprire il dibattito.
E arrivare a una prima risposta con una legge approvata il 5 luglio: taglio del 50% dei rimborsi ai partiti.
Dai previsti 182 milioni incassati nel 2011 sommando le rate dei rimborsi elettorali (politiche, europee, regionali) si passa a 91 milioni dal 2012. Il 70% di questi saranno erogazioni ricevute direttamente dallo Stato (63,7 milioni), il 30% (27,3 milioni) «cofinanziamenti»: in pratica per ogni euro di contributi privati ricevuti da persone fisiche o enti i partiti avranno anche 50 centesimi dallo Stato.
Diventa obbligatoria la certificazione dei bilanci; viene istituita una Commissione di controllo formata da 5 magistrati designati dai presidenti della Corte dei Conti, della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato; i conti dei partiti devono essere pubblicati in Internet; sono previste dure sanzioni per chi viola le regole; la soglia oltre la quale le donazioni private devono essere dichiarate scende da 50 mila a 5 mila euro.
Per avere i contributi bisogna avere almeno un eletto in Parlamento.
Pensavano di aver fatto abbastanza i partiti questa volta.
I 163 milioni che si risparmieranno nel 2012 e nel 2013 andranno ai terremotati, si vantavano.
E il Pd sul suo sito spiegava che i 91 milioni di contributi previsti per il 2012 per tutti i partiti equivalgono a 1,5 euro per italiano contro i 2,4 che vengono dati in Francia e i 5,6 in Germania. Solo che accanto ai rimborsi elettorali andrebbero conteggiati anche i contributi ai gruppi parlamentari erogati dai bilanci di Camera e Senato, fino al 2011 circa 75 milioni l’anno, e i finanziamenti ai giornali di partito, una cinquantina di milioni l’anno.
E questo senza contare tutti i finanziamenti a livello regionale, altri 75 milioni circa l’anno, prima delle ultime riforme.
Un sistema che non poteva andare avanti se anche un vecchio comunista come Ugo Sposetti, strenuo difensore del finanziamento pubblico, giusto un anno fa, davanti al moltiplicarsi degli scandali, diceva all’Espresso: «L’indignazione dei cittadini ci metterà tutti sullo stesso piano. E ci spedirà a casa tutti. Tra sei mesi».
Sulla data è stato precipitoso, ma sul resto ci è andato molto vicino.
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
GLI AVVERSARI: “UNA RETROMARCIA PEGGIORE DI QUELLE DEL CAVALIERE”… PIZZAROTTI ERA STATO ELETTO SINDACO PROPRIO PER QUELLA BATTAGLIA
«L’inceneritore? Dovranno passare sui nostri corpi». Non siamo ancora arrivati a questo punto, però… 
Non tutte le profezie di Beppe Grillo si avverano. Alcune le azzecca come quando, un anno fa, in uno dei comizi a sostegno del candidato (poi vittorioso) Federico Pizzarotti, il leader dei 5 Stelle fece di Parma la Stalingrado grillina, tuonando: «Se vinciamo qui, possiamo vincere dappertutto…».
E a guardare il risultato delle Politiche, non ha sbagliato di molto.
Ma sull’inceneritore, il comico guru rischia di dover ingoiare un brutto rospo, e proprio nell’unica città capoluogo governata dai suoi (disse anche, subito dopo il trionfo di Pizzarotti: «Abbiamo già ottenuto una grande vittoria senza neanche entrare in Comune: a Parma l’inceneritore non si farà più»).
Sbagliato
L’odiato termovalorizzatore di Ugozzolo, costruito alla modica spesa di 193 milioni e capitalizzato elettoralmente dai grillini con indiscutibile presa popolare, partirà .
E presto anche.
Non più tardi di due giorni fa, la multiutility Iren ha annunciato l’avvio della fase preliminare «con lo svolgimento di attività tecniche complementari alla messa a punto del sistema impiantistico che verranno effettuate a caldo attraverso la combustione di solo gas metano».
Il tutto durerà circa una trentina di giorni sotto l’occhio di 4 centraline di monitoraggio delle emissioni collocate a Parma e in altri Comuni.
Se non ci saranno intoppi, i camini dell’inceneritore cominceranno a sbuffare in aprile.
Il sindaco Pizzarotti, che di mestiere non ha mai fatto il comico e in questi 10 mesi di governo ha comunque dimostrato di non essere tipo da sparate, prima ha cercato un’improbabile piroetta («Mai fatto promesse che non si potevano mantenere» ha detto), poi ha optato per un modulo più difensivo: «Ci abbiamo provato, sono insoddisfatto, certo, ma continueremo a tenere alte le antenne: non si fanno solo le battaglie che si è sicuri di vincere».
In realtà , la vera battaglia contro l’inceneritore è stata finora solo quella condotta dalla magistratura.
La Procura di Parma, riscontrando una serie di inadempienze, aveva chiesto il sequestro dell’inceneritore, ma il Tribunale del Riesame in novembre l’ha bocciato. Ora la partita si è trasferita in Cassazione, dopo il ricorso della Procura, ma intanto Iren va avanti.
All’attacco il Pd, grande sconfitto alle amministrative di un anno fa, che rinfaccia al sindaco le promesse in campagna elettorale («Manderemo i rifiuti in Olanda, smonteremo il forno, lo venderemo ai cinesi…» infieriscono i Democratici), accusandolo di tentare ora una clamorosa retromarcia: «Che dire? Quasi meglio di Berlusconi».
Per tutta risposta, la giunta a 5 Stelle promette «controlli severissimi» sulle emissioni. Tema quest’ultimo ad alta infiammabilità , dopo che un componente della commissione di controllo dell’impianto si è dimesso qualche giorno fa, denunciando «la fretta» con la quale Iren ha fatto partire l’inceneritore e rimarcando che «troppe prescrizioni sono state disattese».
Grattacapi infiniti, insomma, per la maxi indebitata (870 milioni) Parma.
Unica consolazione per Pizzarotti e la sua squadra, il recente risultato delle Politiche, che ha visto i grillini crescere in città dal 19% al 28%.
Francesco Alberti
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
ANCORA DUE ANNI COME DIPENDENTE DEL PD PER UN’ESODATA DI LUSSO: “HO SEMPRE LAVORATO DURO E SONO ONESTA, NON MI SENTO IN COLPA”
Ha trovato lavoro, onorevole Livia Turco?
«Dopo il 15 marzo tornerò al Pd da funzionario, come è normale che sia. Tutti gli ex parlamentari tornano alla loro professione».
Normale? E il vitalizio?
«Quell’istituto vergognoso è stato abolito, anche grazie al voto del Pd. Tra due anni, quando ne compirò 60, io prenderò la pensione. Come tutti».
Come tutti, no. Quanti fortunati prendono 9.000 euro al mese?
«Non sono novemila, ma cinque o giù di lì».
Le sembrano pochi?
«No, ma non vedo perchè dovrei sentirmi in imbarazzo dopo aver lavorato una vita».
Ventisei anni di Parlamento.
«Rinunciai a insegnare per la politica e lo dico con orgoglio. E ora, avendo acquisito grande esperienza sui temi sociali e dell’immigrazione, mi piacerebbe cercarmi un lavoro».
Però la riassumono al Pd, dove non mancano i precari.
«Era il mio lavoro da sempre e non so quanto prenderò di stipendio»
Non si sente un’esodata di lusso?
«Ho lavorato duro e sono una persona onesta, non mi sento in colpa. Ho pagato i contributi e non mi sono arricchita, visto che da sempre verso al partito la metà dello stipendio, come i grillini».
Ma i 5 stelle ridanno i soldi allo Stato…
«Io invece difendo il finanziamento pubblico, purchè sia trasparente. Se si vuole fare politica popolare i soldi servono per la struttura, dalle scuole di formazione all’attività dei circoli».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL TITOLO DI STUDIO, MAI CONSEGUITO, IN ECONOMIA E COMMERCIO FIGURAVA ANCHE NELLE BIOGRAFIE: “HO RACCONTATO UNA PICCOLA, INNOCENTE BUGIA”
C’è quest’altra storia incredibile, questo sgradevole sospetto. 
C’è quest’omone gentile e rassicurante di Guido Crosetto, un tipo affidabile, leale e brillante – 49 anni, da Cuneo: ex deputato del Pdl, ex sottosegretario alla Difesa, con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa tra i fondatori del partito Fratelli d’Italia – che, dicono, si sarebbe assegnato una laurea (in Economia e Commercio) mai conseguita
Esattamente come Oscar Giannino.Va bene, certo: Oscar Giannino è inarrivabile, leggenda pura.
Due lauree inventate e un master mai conseguito, più – geniale – una partecipazione allo Zecchino D’oro smentita addirittura, con fastidio, dal mago Zurlì (Cino Tortorella).
Però Giannino arrivava con le sue giacchine da comandante prussiano, le ghette, i baffi con la virgola.
Crosetto ha, oggettivamente, un altro piglio. Ma il piglio, siamo d’accordo, non basta mai.
Proviamo ad andare con ordine
Il sito Lo Spiffero , accusa: Crosetto sostiene di possedere una laurea fasulla.
Sono andati a controllare all’università di Torino, e i suoi esami risultano fermi al 1991.
«Da allora, nessuno l’ha più visto a lezione e, ovviamente, non ha mai conseguito il titolo di dottore».
Eppure lo scorso dicembre è proprio Crosetto, su Sette , in un’intervista, a rispondere senza indugi.
Ad un certo punto, c’è questa domanda: «È vero che l’allora presidente del Consiglio Giovanni Goria la volle con sè a palazzo Chigi?».
Risposta: «Sì. Avevo 24 anni e mi ero appena laureato in Economia…».
Un lapsus? Può essere, capita.
Però, per mesi, per anni, non solo la libera enciclopedia Wikipedia ma anche il sito della Camera pubblicano una biografia esplicita: «Crosetto Guido, Pdl, nato a Cuneo il 19 settembre 1963. Laurea in Economia e commercio; imprenditore» (perfettamente ambigua è invece la pagina dedicata all’ex sottosegretario sul sito del ministero della Difesa, in cui si cita una generica «Facoltà di Economia e Commercio presso l’università degli studi di Torino).
Ieri mattina, comunque, le correzioni sono puntuali. Modificate sia le note biografiche sul sito della Camera, sia i cenni di Wikipedia.
Stupore, imbarazzo, incredulità .
Crosetto diffonde subito un comunicato dai toni indignati. «Non capisco questa polemica sul nulla, visto che nulla devo a presunte lauree e visto che neppure me ne sono mai attribuite. La mia credibilità è frutto di coerenza, impegno, onestà …».
Poi, a voce, c’è uno spaccato diverso (Crosetto è una persona perbene, in Transatlantico era uno dei pochi che non ti rifilavano polpette avvelenate, non ha mai rinnegato una dichiarazione, e mai ha fatto sconti a nessuno: neppure al suo capo, Berlusconi, spesso randellato – politicamente – con puntualità )
Crosetto, qual è la verità ?
«La verità è che ho chiesto spiegazioni alla Camera per capire come e perchè la mia biografia contenesse simili imprecisioni…».
Il dubbio resta.
«Guardi, posso dirle una cosa: è capitato spesso che a chiunque mi chiamasse “dottore” in pubblico, io rispondessi anche malamente, e ci sono molti miei amici che possono testimoniare… Poi…».
Continui, coraggio
«Beh…».
Forza.
«Uff… Sì, insomma… sì, ammetto che qualche volta, privatamente, a qualcuno… beh, sì, ammetto che scioccamente possa aver lasciato intendere di essere laureato…».
Una debolezza.
«Mhmmm…. Sì, la chiami una debolezza. Noi esseri umani siamo esseri strani…».
Lei, imprenditore e deputato: che motivo aveva di dire che…
«Lasci stare. Mi spiace. Ma lo ammetto: ho ceduto, sono stato debole… e ho raccontato una piccola, innocente bugia».
Non a Ignazio La Russa, ora suo collega alla guida di Fratelli d’Italia, ma per lungo tempo suo ministro alla Difesa.
«Confermo: a me, Guido, non ha mai… ripeto: mai detto di essere laureato. È stato mio sottosegretario, lo conosco benissimo: persona splendida».
Quando Oscar Giannino finì nel tritatutto mediatico per la vicenda delle lauree false, Crosetto fu l’unico a usare inspiegabili (all’epoca) parole di affetto. Da un lancio Ansa del 21 febbraio: «Oscar è sempre stato un amico, può aver fatto una cazzata, ma io gli voglio bene…».
Giannino, adesso: «Guido? Non commento. Ho i miei guai, lasciatemi stare».
Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
“IO AL QUIRINALE? NON HO STUDIATO ABBASTANZA. BEPPE DIA UNA MANO A BERSANI”
«Davvero i tempi sono cambiati se si può pensare impunemente di mandare al Quirinale uno come me! Ma non parliamo anche in questo caso di anti-politica: semmai io vedo un pezzo di società civile italiana che si sta innamorando della politica».
Renzo Piano aveva finito poche ore prima di guidarmi in una visita del suo ultimo cantiere, il nuovo campus della Columbia University per le neuroscienze che lui sta costruendo qui a New York.
Lo risento dall’aeroporto di Ginevra, dove al suo rientro sul suolo europeo lo raggiunge la notizia che Beppe Grillo lo “candida” alla presidenza della Repubblica.
È l’occasione per spiegare il suo antico rapporto con Grillo, lanciargli qualche consiglio da amico.
E immaginare un’agenda per la rinascita dell’Italia vista da un talento nomade: l’architetto genovese che un giorno si confronta con i piani di Barack Obama per finanziare la «mappatura del cervello umano», il giorno dopo aiuta Gino Strada per un ospedale di Emergency in Africa.
Piano è l’anti-ideologo per eccellenza: pragmatico nell’utilizzare le potenzialità del mecenatismo privato qui in America, ambientalista convinto, difensore di una “vocazione italiana” anche in un frangente in cui l’immagine del nostro paese è di nuovo ai minimi, in America e in Europa.
Mentre lei era in volo dagli Stati Uniti la cercavano tutti in Italia per conoscere le sue reazioni sull’ipotesi Quirinale…
«Eccole. Prima reazione: mi mancano i rudimenti di cultura istituzionale, la conoscenza della pubblica amministrazione, e sono convinto che siano qualificazioni necessarie. I francesi inventarono l’Ecole Nationale d’Administration, il presidente Obama ha studiato una vita per prepararsi a questa professione. Seconda reazione: sarebbe bello che il prossimo presidente italiano fosse una donna. Terzo: nel film “Il Postino” con Troisi, il personaggio di Pablo Neruda spiega: sono poeta e mi esprimo con questo linguaggio. Io invece sono un geometra volante. Costruisco usando il linguaggio che conosco, quello dell’architettura».
La sua difesa della professionalità politica oggi suona controcorrente.
«Quando sento attaccare la politica in modo generico e indiscriminato mi sento male. E penso a Obama, per esempio, tra quelli che la interpretano in modo nobile. La politica è un mestiere straordinario, forse il più bello. Lo è di certo se lo si pratica applicando l’antico giuramento dei governanti di fronte ai cittadini ateniesi: prometto di restituirvi Atene migliore di come me l’avete consegnata. Ma è semplificatorio anche definire anti-politico il Movimento 5 Stelle. Non è solo il partito degli scontenti. Cavalcando soltanto l’incazzatura puoi arrivare al 10%, non arrivi al 25%. Grillo sbaglia su altre cose ma non su quella, la più importante: la ricostruzione di una cultura civica in Italia».
Lei lo conosce bene?
«Siamo amici da 30 anni e lo rispetto. Di certo so questo di lui: è un buono che fa la faccia cattiva. Tra le cose giuste che sta facendo, ha coinvolto tante persone che non hanno interessi privati in gioco, non hanno secondi fini. Giovani, entusiasti, non corrotti. Animati dall’idea che la cosa pubblica è di tutti, che governare è una cosa meravigliosa, se fatta nel rispetto delle regole».
L’errore più grave di Grillo?
«È sull’Europa. Non se la prenda con l’euro. La vocazione europea dell’Italia va difesa, anche perchè il nostro paese abbia una voce e un ruolo per cambiare le politiche europee che non funzionano».
Lei che consiglio gli dà ?
«In un frangente difficile, nel mio mestiere ho una regola: di fronte a un progetto complesso o controverso, io scrivo un decalogo di principi fondamentali. Se vengono accettati, vado avanti. Grillo faccia lo stesso, presenti le sue proposte irrinunciabili. E poi dia una mano a Bersani per governare. È la cosa giusta da fare. So che il Pd e M5S sono due mondi. Ma le battaglie giuste possono farle insieme».
Dia il suo contributo a quel “decalogo”. Sulla base della sua esperienza internazionale, offra un’idea per l’agenda di governo dell’Italia.
«Sono meno pessimista di tanti connazionali, proprio lavorando negli Stati Uniti e in altre parti del mondo vedo con chiarezza le nostre forze. Dopo la bellezza unica del nostro paese, l’altra grande risorsa dell’Italia è nel capitale umano: siamo i custodi di un saper fare di altissimo livello e in molti settori. Cominciando dalla scienza, dall’invenzione».
Eppure proprio scienza e ricerca hanno subito tagli drammatici, e la fuga dei talenti all’estero non si ferma.
«L’altra faccia dell’emigrazione dei cervelli italiani è questa: sono bravissimi, spesso sono i migliori. Parlando con i premi Nobel di medicina e i neuroscienziati che collaborano al progetto Mind Brain Behavior della Columbia University, li ho sentiti elogiare i ricercatori italiani. Sono i nipotini di Galileo. Uniscono all’intelligenza scientifica un di più di fantasia, di leggerezza mediterranea. Abbiamo aziende all’avanguardia nella ricerca sulla fusione nucleare e se ne parla troppo poco. Ci vuole qualcuno al governo del paese che resista tenacemente al deflusso dei nostri giovani talenti».
Non sono più solo i giovani scienziati che se ne vanno. Abbiamo una disoccupazione giovanile seconda soltanto a Spagna e Grecia. La cultura civica, la moralizzazione della politica, devono accompagnarsi a un rilancio del lavoro.
«Per questo occorre un progetto all’altezza delle sfide economiche del terzo millennio. E questo progetto non può che essere centrato sulla Green Economy. L’Ottocento fu il secolo dell’acciaio, il Novecento si è chiuso con la rivoluzione dei computer. Questo secolo è destinato ad affrontare le fragilità della terra. Sono i temi con i quali mi confronto nel progetto del nuovo campus scientifico di New York, dove sarà ospitato lo Earth Institute. Ambientalismo e nuove sfide geostrategiche si rafforzano a vicenda: vincere la battaglia delle energie rinnovabili significa anche depotenziare i signori della guerra, togliere letteralmente “carburante” ai conflitti che devastano il pianeta».
L’Italia, in tutto questo?
«Ha una vocazione evidente. Per il nostro patrimonio ambientale, per la nostra civiltà , per la nostra attitudine ad essere inventori, possiamo diventare capofila nella rinascita economica trainata dalla Green Economy. È sui temi dell’invenzione che io vedo la riscoperta dell’italianità come una diversità positiva. Abbiamo già tante aziende di punta, all’avanguardia nell’hi-tech ambientalista. Meritano più visibilità , più attenzione, devono finire al centro del progetto nazionale. La prossima rivoluzione energetica servirà a scardinare equilibri consolidati, gerarchie di potere fra nazioni, abbattendo i privilegi e le rendite. Noi siamo il paese adatto per diventare protagonisti di questa fase. Questa è grande politica, questa è la riscoperta dell’umanesimo italiano. E si trascina dietro un ampio elenco di cose da fare che sono occasioni d’investimento, rilancio dell’occupazione: il rapporto con il territorio, il risanamento del dissesto idro-geologico, la sfida del rischio sismico».
Lei passa la maggior parte del suo tempo all’estero. Era negli Stati Uniti, tra Los Angeles e New York, nei giorni del dopo-voto. Ha visto le reazioni di sgomento sulla grande stampa americana. La preoccupazione per un’Italia “nel caos, ingovernabile”, è rimbalzata dagli editoriali del New York Times a quelli del Washington Post e del Wall Street Journal. Per l’immagine del nostro paese si è aperta di nuovo una fase molto difficile.
«Il parere degli americani su di noi ha delle oscillazioni estreme. Quando parlano delle persone, dei singoli individui con cui vengono a contatto per ragioni professionali, gli americani sono entusiasti di noi, pieni di ammirazione. Ho ancora fresca la memoria degli apprezzamenti che ho sentito tra i grandi scienziati americani impegnati nel “campus dei Nobel”. All’estremo opposto, si scade facilmente nel dileggio. Ha fatto bene Giorgio Napolitano, un presidente straordinario, a reagire con decisione quando un politico tedesco ha parlato della vittoria dei “clown” alle elezioni italiane ».
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
CRIMI RACCOGLIE SOLO IL CONSENSO DI 34 SENATORI SU 54, VA PEGGIO ALLA LOMBARDI: 37 SU 109… ALLA FINE EMERGONO 15 CANDIDATI SU 163: UNO OGNI DIECI GIA’ AMBISCE ALLA CARICA
Dopo l’ennesimo depistaggio ad uso dei media (“la conferenza dei capigruppo del M5S non si terrà “), il
presidente “in pectore” dei senatori del Movimento 5 Stelle Vito Crimi, alla fine, incontra la stampa assieme a Roberta Lombardi, indicata capogruppo alla Camera.
E annuncia: “Qualunque proposta alternativa al governo dei partiti, noi la valuteremo”. “Non sta a noi – aggiunge – individuare il governo. Non siamo la coalizione che dice di aver vinto le elezioni e sta a chi dice di aver vinto le elezioni e a Napolitano di individuare un governo”.
Domanda chiave: il M5S voterà “no” o si asterrà sulla fiducia a un ‘governo dei partiti’?
“E’ una valutazione che faranno i gruppi di Camera e Senato nei prossimi giorni. Il Movimento 5 Stelle non ha ancora deciso come eserciterà il suo ‘non voto’ a un eventuale governo Bersani”.
Con Crimi si torna a parlare di governo tecnico, per il quale il M5S “non esclude il sostegno”.
“Vediamolo, prima vediamolo – spiega ancora Crimi -. Se ci viene proposto un governo di tecnici lo considereremo, ma confermiamo il no al governo dei partiti. È per loro che abbiamo fatto una campagna elettorale chiamata tsunami, sono loro i responsabili della situazione del Paese”.
Anche un Monti bis? “Qualunque scelta che sarà fatta da Napolitano, la valuteremo”.
E’ stato proprio Beppe Grillo, presente assieme a Gianroberto Casaleggio al meeting all’Hotel Universo a Roma con i neoeletti del Movimento 5 Stelle, trasmesso in streaming, ad annunciare i due capigruppo “designati” per il primo trimestre: la romana Roberta Lombardi alla Camera e al Senato, appunto, il siciliano Vito Crimi, nato e cresciuto al Brancaccio di Palermo ma eletto in Lombardia.
Entrambi sono stati scelti per alzata di mano, ma i numeri della votazione, rivelati proprio da Crimi, raccontano di una elezione complicata.
Venti senatori del M5S, infatti, non hanno condiviso la designazione di Crimi.
“Ho avuto i voti di 34 aderenti su 54 – racconta lo stesso Crimi in conferenza stampa- mentre alla Camera sono stati 37 su 109 i voti favorevoli a Roberta Lombardi”.
Per la carica di capogruppo a Montecitorio si è presentata “una decina di persone su 100. Per quella di capogruppo al Senato, 5 su 54. E’ la democrazia”.
Diciamo che piuù che la democrazia si potrebbe chiamare anche un po’ di ambizione de parte di molti.
Crimi e Lombardi sono “i primi due capigruppo temporanei, perchè tra le tante regole che ci siamo dati per cambiare la prassi una è quella di individuare i capigruppo pro tempore. Saremo anche portavoce dei gruppi con la stampa”.
Fondi, nessuna gestione Grillo-Casaleggio.
Crimi ha poi affermato che non passerà per Grillo e Casaleggio la gestione dei fondi dei gruppi di Camera e Senato. “La gestione dei fondi sarà ad esclusivo utilizzo dei gruppi. Non saranno gestiti da Grillo e Casaleggio”.
“Non abbiamo fatto richiesta di rimborsi elettorali. Noi non li prendiamo e per noi il discorso è chiuso qui” mette però in chiaro Crimi. “La trasparenza è nel nostro dna – aggiunge Roberta Lombardi – abituatevi a questa nuova modalità di fare politica”.
“Alcuni strumenti, come l’assenza di vincolo di mandato o i rimborsi elettorali, che nascono come garanzia per tutelare la libertà sono diventati strumenti perversi” aggiunge Roberta Lombardi, a cui fa eco Crimi: “Il vincolo di mandato per la Costituzione non esiste per tutelare l’elettore dal cambio di casacca. È un dato di fatto”.
Quanto a Grillo, “non ci ha detto niente di più che un saluto, come si fa tra vecchi amici che si rivedono dopo un po’ di tempo. L’intervento di Beppe è durato massimo 5-10 minuti” spiega ai cronisti Crimi.
A chi gli chiede perchè la prima parte della riunione non sia stata trasmessa in streaming, Crimi risponde: “Anche noi abbiamo diritto a un po’ di riserbo”.
Lombardi diceva: “Via finanziamenti ai giornali”.
Prima delle elezioni , da semplice candidata del M5S, Roberta Lombardi così illustrava le sue priorità : “Le prime cose da fare secondo me sono la legge sul conflitto d’interessi, quella sulla corruzione e una nuova legge elettorale. Inoltre bisogna abolire il finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali. Ci vuole una legge per una vera class action, tema di cui mi sono occupata per anni. Ora è in mano alle associazioni di categoria, bisogna restituirla ai cittadini”.
I 109 deputati e i 54 senatori si sono presentati uno a uno: come mi chiamo, da dove vengo, che cosa faccio. Hanno parlato di ambiente, di banda larga, dello stop alla fuga dei cervelli fino al piano energetico nazionale, fino all’impegno di arrivare da Fiumicino al Senato in bicicletta.
Vito Crimi ha 40 anni e fa l’assistente giudiziario alla Corte d’Appello di Brescia. E’ stato il primo degli eletti in Lombardia nelle ‘Parlamentarie’ del Movimento 5 stelle. Roberta Lombardi, romana, 39 anni è laureata in Giurisprudenza.
“Ora lavoro da poco più di 9 anni in un’azienda italiana, anzi romana, che fa arredamento d’interni chiavi in mano per clienti Top Spender (emiri, miliardari vari, oligarchi russi etc etc) in tutto il mondo”, si legge sul suo profilo in rete.
Entrambi resteranno in carica per un trimestre, come previsto dal codice di comportamento del M5S.
Neanche il tempo di capire il meccanismo che già subentreranno altri…Scelta demagogica a uso interno, così si accontentano più persone.
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Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
DEMOCRATICI DIVISI: IL 40% PUNTA SUI 5 STELLE
Tutti i commentatori sottolineano come il nostro Paese si trovi oggi in una situazione drammatica.
L’esito delle elezioni ha portato a un assetto parlamentare nel quale appare assai difficile, se non impossibile, la formazione di una maggioranza di governo.
Al riguardo sono state ipotizzate negli ultimi giorni diverse alternative, tutte però caratterizzate da molti limiti e difficoltà .
Cosa ne pensano i cittadini? Quali sono le soluzioni più diffuse e apprezzate in questo momento dall’opinione pubblica?
Quest’ultima appare al riguardo assai divisa: un terzo degli italiani pare approvare l’idea di formare un’altra «strana» maggioranza che veda nuovamente il Pd e il Pdl assieme per approvare alcune riforme essenziali e per andare poi a nuove elezioni.
Ma una percentuale simile vede invece con maggior favore un’alleanza più o meno stabile tra il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle per cercare, in qualche modo, di governare il Paese. Minore consenso trovano invece le proposte di formare un governo tecnico, capeggiato da una personalità esterna alla politica, ma appoggiato dai maggiori partiti e quella di un governo di minoranza del centrosinistra che, di volta in volta, cerchi degli accordi con gli altri partiti per approvare le leggi.
Naturalmente, queste diverse soluzioni ottengono differente consenso tra gli elettorati dei vari partiti. In particolare, come era facile aspettarsi, i votanti del centrodestra – e quelli del Pdl in particolare – appoggiano (al 72%) la proposta di un esecutivo di unità nazionale che veda il Pd e il Pdl assieme.
Tra l’elettorato del Pd, una maggioranza relativa (40%) appoggia invece l’ipotesi di una alleanza, più o meno organica, tra il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle.
Ma una parte non piccola degli elettori del partito di Bersani (27%) preferirebbe invece un governo di minoranza formato principalmente dal loro partito.
Si riconferma dunque l’esistenza di una accentuata pluralità di opinioni (se non di una vera e propria frattura) all’interno del Pd.
Ma è interessante notare come invece l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dei 5 Stelle al governo, attraverso la partecipazione del M5S a un esecutivo col Pd sia, tra le alternative proposte, la preferita da una larga parte (70%) dello stesso elettorato grillino.
Ciò potrebbe mostrare un qualche maggior grado di apertura dei votanti per il M5S rispetto al nucleo dei militanti.
Si tratta di un fenomeno peraltro evidenziato da Biorcio e Natale nel loro ultimo saggio sul movimento di Grillo (Politica a 5 stelle, Feltrinelli).
Al tempo stesso ciò potrebbe suggerire la possibilità , indicata da alcuni osservatori, che qualche eletto del movimento si possa, al momento della decisione di appoggiare o meno un governo, far convincere dallo «scouting» che Bersani certamente intraprenderà .
Si tratta però di una mera ipotesi, la cui realizzazione appare in questo momento piuttosto improbabile.
La gran parte degli italiani è infatti convinta che il Movimento 5 Stelle – che ha ribadito anche in questi giorni la propria indisponibilità a partecipare a una alleanza di governo con i partiti tradizionali – non accetterà , almeno in una prima fase, una soluzione del genere.
Tanto che alla domanda sui possibili futuri comportamenti degli eletti grillini, solo il 16% degli intervistati crede che essi acconsentiranno a stipulare un accordo con la coalizione di centrosinistra.
La maggioranza (53%) degli italiani (e i due terzi degli elettori per il M5S) ritiene infatti che gli eletti di Grillo potranno collaborare all’approvazione di alcune riforme importanti, ma che si guarderanno bene dallo stringere alleanza organiche.
Insomma, gli italiani si rendono ben conto dell’impasse in cui siamo finiti.
E rimangono profondamente divisi circa le possibili soluzioni.
Renato Mannehimer
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
INSIEME HANNO PERSO NOVE MILIONI E MEZZO DI ELETTORI
Ammetto di essermi sbagliato.. 
L’ho già scritto alcune volte, di recente, nell’incipit delle mie Mappe, analizzando i cambiamenti politici in atto.
Anche alcuni risultati delle elezioni appena avvenute mi hanno spiazzato.
Ad eccezione di uno — peraltro importante. La prestazione del Centrodestra e del PdL, guidati da Silvio Berlusconi.
Sostengo, infatti, da tempo, che il “berlusconismo” è finito.
Ebbene, almeno su questo non mi sono sbagliato. A dispetto delle letture che parlano di “rimonta” e perfino di “miracolo” di Berlusconi.
Il Pdl e il Centrodestra hanno toccato il punto più basso della loro storia elettorale, che coincide con la biografia della Seconda Repubblica.
Partiamo dai dati (che ricavo dal Dossier Lapolis dell’Università di Urbino).
Il PdL ha ottenuto il 21,6% dei voti validi. Il 23,6% se si considerano anche i “Fratelli d’Italia” (e del PdL).
Circa 14 punti meno delle precedenti elezioni, quando aveva superato il 37%.
Ma 11 punti e mezzo in meno anche rispetto alle europee del 2009.
Quanto alla coalizione, il discorso cambia poco.
Il Centrodestra, guidato da Berlusconi, in questa consultazione, ha ottenuto il 29%. Cioè: quasi 18 punti meno del 2008.
In valori assoluti, la distanza rispetto alle precedenti elezioni appare ancor più eloquente (come ha rilevato puntualmente l’Istituto Cattaneo). Abissale.
Il PdL, infatti, ha subito un calo di 6.300.000 elettori. E si è ridotto a circa metà , rispetto al 2008.
La coalizione di Centrodestra, da parte sua, ha perso oltre 7 milioni sui 17 ottenuti nel 2008. Cioè, oltre 4 elettori su 10.
Un arretramento così pesante ha prodotto conseguenze molto rilevanti e molto evidenti anche sul profilo territoriale.
Basta guardare il posizionamento del PdL che emerge dalla geografia del voto nelle due ultime elezioni.
Nel 2008 era il primo partito in 67 province, il secondo in altre 40.
In pratica, era diffuso in tutta Italia.
Forte, secondo tradizione, nel Nordovest, nel Centrosud e nelle Isole.
Oggi, invece, il PdL è il primo partito in 17 province e il secondo in altre 26.
Insomma, ha rarefatto — ridotto a meno di un terzo — la sua presenza sul territorio nazionale, concentrandola largamente nel Mezzogiorno.
D’altronde, se si ripercorre la parabola del voto del PdL e dei suoi antecedenti, è evidente come queste elezioni segnino il punto più basso del “partito personale” di Berlusconi, in quasi vent’anni di elezioni.
Oggi, infatti, il PdL ha ottenuto pochi consensi più di FI, da sola, all’esordio, nel 1994.
Se questo è un “miracolo”, allora, è lecito attendersi, presto, un nuovo passaggio di Grillo attraverso lo stretto. Ma a piedi. Camminando sulle acque.
Anche la presunta “rimonta” è una leggenda.
Se facciamo riferimento ai (vituperati) sondaggi, il PdL è effettivamente risalito negli ultimi due mesi.
Nel corso del 2012, “abbandonato” da Berlusconi, era sceso al 17% (Demos).
Secondo altri istituti, anche più in basso.
Da dicembre a febbraio, è risalito, fino a superare il 20%. Merito di Berlusconi? Certo. Ma solo perchè senza Berlusconi il PdL non esiste. Non ha “senso”.
Il ritorno del Cavaliere ha permesso al PdL di riallinearsi sul livello precedente alle dimissioni, nel novembre 2011.
Quando il declino del berlusconismo si era già consumato.
Non mi interessa, qui, partecipare alla ricerca dello “sconfitto più sconfitto” degli altri.
Perchè in queste elezioni c’è un solo vincitore: Beppe Grillo insieme al Movimento 5 Stelle.
Tutti gli altri sono stati sconfitti. Per primo, ex aequo con altri, Silvio Berlusconi.
L’uomo-che-rimonta per (de)meriti altrui più che propri.
In effetti, il risultato del PdL e del Centrodestra non si è scostato di molto rispetto alle stime dei sondaggi.
Al massimo 1-2%.
Se Berlusconi ha rischiato il pareggio e perfino il sorpasso è perchè il Centrosinistra e in particolare il PD lo hanno quasi raggiunto.
In discesa. In caduta. È questo il vero miracolo.
Che il PD e il Centrosinistra non siano riusciti a vincere neanche stavolta.
D’altronde, neppure i sondaggi del Cavaliere immaginavano il PD così in basso.
Poco sopra il 25%. Al punto di essere superato dal M5S.
Così il Centrodestra è divenuto competitivo non per la “rimonta” del Cavaliere, ma per la “riSmonta” del PD. Il quale, rispetto al 2008, ha perduto 8 punti percentuali. In termini assoluti: quasi tre milioni e mezzo di voti — il 28% della propria base elettorale precedente.
La leggenda della “rimonta” del Cavaliere, in effetti, mi sembra auto-consolatoria.
Non solo per Berlusconi e il Centrodestra. Ma anzitutto per il PD.
Che ha ceduto pesantemente, quasi di schianto, proprio quando il PdL ha ottenuto il peggiore risultato della sua storia.
Una coincidenza non casuale ma semmai “causale”. Perchè il PD, come osservò Eddy Berselli proprio a commento delle elezioni del 2008, è rimasto un “partito ipotetico”.
Senza una “chiara idea complessiva”. Ha, invece, coltivato con Berlusconi e il PdL un rapporto mimetico.
Fino a diventarne quasi complementare.
Il PD: ha perduto — o almeno: non ha vinto — perchè, in fondo, si è progressivamente berlusconizzato. Per modello organizzativo, immagine, comunicazione.
Senza, peraltro, proporre un leader come Berlusconi. Preferendo, invece, “l’usato sicuro”.
Così Grillo e il M5S hanno sfondato nelle zone rosse, verdi e azzurre.
Insomma, dovunque. Sfruttando la fine del berlusconismo, che ha trascinato con sè anche il PD. Un po’ come nei primi anni Novanta, quando il crollo del muro di Berlino travolse non solo il PCI e i post- comunisti, ma prima ancora la DC e l’anticomunismo.
Il centrosinistra, per ricominciare, non deve guardare gli altri, non deve guardare indietro.
E neppure avanti. Deve guardarsi dentro.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)
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