Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO QUATTRO ANNI IL TEST DEL DNA SVELA IL MISTERO DEL CADAVERE TROVATO NELL’ASTIGIANO… LA CULTURA DEL PROFITTO E DEL DISPREZZO DEL PIU’ DEBOLE GENERA MOSTRI
Era stato trovato morto quattro anni fa da due cacciatori di cinghiali in una discarica abusiva tra i boschi dell’Astigiano.
I carabinieri e il medico legale non erano riusciti ad attribuire un’identità a quell’uomo di corporatura esile, morto., si disse, per un trauma cranico.
Il volto era parzialmente irriconoscibile e nelle tasche di pantaloni e giacca non c’erano documenti.
Una vicenda che sembrava destinata ad essere archiviata.
La svolta circa un anno fa, quando il procuratore di Asti Giorgio Vitari e il pm Maria Vittoria Chiavazza hanno deciso di riaprire il quel vecchio caso.
I carabinieri hanno ricontrollato le denunce di scomparsa di tutto il Piemonte, individuando possibili collegamenti con la sparizione di un muratore romeno di 45 anni, Mihai Istoc, uscito di casa a Torino una mattina del giugno 2009 per andare a cercare lavoro nei cantieri.
Ultimo a vederlo il fratello, che aveva poi segnalato la scomparsa alle forze dell’ordine.
Il volto di Mihai, che in Romania aveva lasciato moglie e due figlie, aveva una forte somiglianza con quello ricostruito al computer dalla polizia scientifica sulla base delle analisi sulla salma.
Il test del Dna ha fornito la conferma.
I carabinieri hanno scandagliato tutti i contatti di Istoc, fino a giungere ad un altro manovale romeno.
Interrogato ha raccontato di aver trovato il connazionale morto in un cantiere edile di Venaria dove lavoravano entrambi per conto di un imprenditore della zona.
Mihai, assunto in nero, era precipitato da un’impalcatura senza protezioni mentre stava togliendo l’intonaco alla parete di una villetta da ristrutturare.
L’operaio aveva chiamato l’impresario, che sarebbe giunto rapidamente in cantiere insieme ad un altro artigiano edile.
Al romeno sarebbe stato impartito un ordine perentorio: «Per oggi vai a casa, ci occupiamo noi di tutto».
I due impresari avrebbero caricato il corpo su un’auto, andandolo ad abbandonare nei boschi di Montafia, non lontano da dove aveva vissuto uno dei due artigiani prima di trasferirsi nel Torinese.
Dieci giorni dopo, i cacciatori fecero la scoperta del corpo.
I due imprenditori, che hanno entrambi 50 anni, sono ora indagati per omicidio colposo, occultamento di cadavere e furto dei documenti e del cellulare della vittima. La procura ha chiesto al gip di fissare i tempi dell’incidente probatorio, così da «cristallizzare» le sue dichiarazioni.
Il «pentito» è assistito dall’avvocato Antonio Foti: «È un uomo perbene, incensurato, con due figli piccoli — spiega il legale — Quando i carabinieri gli hanno chiesto di dire la verità , lui non si è sottratto».
(da “La Stampa“)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
PER GLI AVVOCATI E’ UNA PRASSI NORMALISSIMA IN ATTO PRESSO TUTTE LE PROCURE
“Ma quale stupore? È normale che sia così, il giudice fa di tutto perchè il reato non venga prescritto, succede in tutti i tribunali d’Italia, è un obbligo d’ufficio”, si spazientisce l’avvocato Francesco Siciliano, del foro di Cosenza.
Uno dei tanti avvocati della penisola che ieri mattina, aprendo i giornali, si sono stupiti dello stupore che si è levato dai difensori di Berlusconi.
Anzi, diciamo pure che si sono sentiti presi in giro.
“Per me — spiega Siciliano, rappresentando lo stato d’animo della categoria — l’avvocato Coppi (il neo difensore di Berlusconi, ndr) è una specie di mito, sentirlo dire che è esterrefatto perchè la Cassazione fa di tutto per evitare la prescrizione di un reato mi fa impressione: non è nel suo costume, come se si fosse adeguatoai toni del cliente”.
“Ripeto: il giudice è tenuto a stringere i tempi per evitare la prescrizione, se fa altrimenti può incappare in un illecito disciplinare”, insiste Siciliano.
È capitato anche a lui, di recente.
Il suo cliente — in quel caso — era imputato per percosse e ingiurie, ovvero per aver offeso e picchiato la ex moglie.
Purtroppo, si tratta di reati all’ordine del giorno.
Come raccontano i dati e le statistiche giudiziarie.
Proprio per la sua ordinarietà —spiega Siciliano — il caso gli è tornato in mente leggendo dell’avvocato Coppi esterrefatto per l’accelerazione decisa dalla Cassazione sul caso Mediaset.
Anche i rteati di cui era accusato il suo cliente rischiavano di essere prescritti. I reati per cui il giudice di pace lo aveva condannato a pagare una multa di 516 euro e un risarcimento danni di mille euro, risalivano all’estate 2005. Sarebbero caduti in prescrizione il 3 febbraio 2013.
Ebbene,il 17 gennaio 2013 il giudice del Tribunale penale di Cosenza decide di confermare in appello la condanna.
Con i tempi normali, le motivazioni della sentenza sarebbero state depositate 15 giorni dopo.
E il reato sarebbe caduto in prescrizione.
Il giudice invece per evitare la prescrizione decise di depositare immediatamente le motivazioni. Nonostantei 40 procedimenti che aveva dovuto affrontare nella giornata.
“Una solerzia obbligata”,chiosa Siciliano: “I magistrati sono tenuti ad agire così, altrimenti la prescrizione diventerebbe un’ancora di salvataggio per tutti”.
Oddio, non che non lo sia. Nell’ultimo anno giudiziario, secondo i dati forniti dal primo presidente della Cassazione all’inizio del 2013, i processi finiti con la prescrizione del reato sono 128 mila.
Quindi, che qualche imputato ci speri fino all’ultimo, si capisce.
Ma addirittura stupirsi quando i magistrati fanno il loro dovere e fanno in modo che la sentenza venga decisa in tempo per evitare la prescrizione, è troppo.
Maria Grazia Gerina
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI ROMA STAREBBE VERIFICANDO LE OPERAZIONI ECONOMICHE DELL’EX AN… PER FORMULARE UN’IPOTESI DI REATO CERCANO DI CAPIRE SE SI SIA TRATTATO O MENO DI FONDI PUBBLICI
Un prelievo ‘anomalo’ di 400mila sui conti del Pdl da parte di Maurizio Gasparri sarebbe
finito nel mirino di Bankitalia.
A riportarlo è il Corriere della Sera, secondo cui l’operazione — visto l’importo particolarmente elevato della cifra — è stata segnalata dagli uffici finanziari di Bankitalia alla Procura di Roma, che adesso verificherà se è tutto in regola o sono state commesse infrazioni.
In seguito alle vicende Lusi e Fiorito, i parametri sulla base dei quali vengono effettuate le segnalazioni sono molto più stringenti, e le denunce si sono moltiplicate. L’inchiesta, comunque, è ai primi passi: per il momento nel fascicolo c’è solo il report dei funzionari della sezione anti-riciclaggio non risultano indagati e non è prevista alcuna audizione per il senatore.
Non prima, almeno, di aver chiarito la natura dei soldi prelevati.
Come si legge sul Corriere, gli investigatori vogliono infatti ricostruire l’insieme delle operazioni effettuate da Gasparri a partire dal settembre del 2012, per verificare se la somma sia stata utilizzata per fini politici o personali.
Ma, soprattutto, capire se i fondi prelevati da Gasparri fossero effettivamente denaro pubblico.
E’ questo, infatti, lo spartiacque fondamentale anche ai fini dell’eventuale formulazione di un’ipotesi di reato.
Raggiunto dai cronisti del Corriere al telefono, Gasparri ha affermato di non sapere nulla dell’indagine: “Non sono stato chiamato dai magistrati, posso solo dire che, al momento, non mi vengono in mente operazioni di importo così elevato”.
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LUNGA RIUNIONE NOTTURNA DELLO STATO MAGGIORE, DIVISO TRA CHI VUOLE ANDARE ALLO SCONTRO E CHI VUOLE SALVARE IL GOVERNO… NEL MEZZO IL PERICOLO PEONES, PRONTI A TRADIRE PER CONSERVARE POLTRONE E INCARICHI
Stavolta non sanno davvero che pesci prendere.
Perchè il primo a non avere in tasca alcuna soluzione politica è proprio lui, Silvio Berlusconi.
La sensazione, si sostiene a palazzo Grazioli, è che si stia per consumare la fine ingloriosa di un’epoca, “il tentativo di travisare la nostra storia — per dirla con Angelino Alfano — perchè qui è in gioco anche la storia personale di ognuno di noi; una sentenza penale non è solo un atto giuridico”.
Così, almeno, ieri sera, durante un lungo incontro accanto al Cavaliere, apparso anche ai suoi in evidente difficoltà .
La sensazione di impotenza, nel Pdl, ora è molto forte, unita alla paura che si sia davvero vicino ad un punto di non ritorno; la fiammata di ieri, che ha scosso il Parlamento con quella richiesta di fermare i lavori delle aule per protesta contro il partito dei giudici che vuole “giustiziare” il Cavaliere è stata, in realtà , più un diversivo che altro.
Dietro l’alzata di toni non c’è alcuna strategia sulla lunga distanza.
Anzi, dietro non c’è proprio nulla.
E il partito va in pezzi, non più diviso solo tra falchi e colombe, ma sminuzzato anche in una copiosa componente di peones che ora temono lo showdown, pur non avendo alcuna intenzione di votare la sfiducia al governo.
Troppo forte il rischio di tornare alle urne e perdere la poltrona.
Senza Silvio, è il ragionamento, non si va da nessuna parte, ma anche con lui, visto l’andazzo, la remissione è certa.
Una sensazione di blocco di cui si è fatta portavoce Beatrice Lorenzin.
La ministra della Salute ha dato addosso a Daniela Santanchè (“Chi continua a soffiare sul fuoco dell’accanimento antiberlusconiano è contro la pacificazione”), ma anche lasciato aperta ogni possibilità sul futuro (“nell’emergenza possono succedere cose straordinarie”). Chissà quali.
Di sicuro non quella di dimettersi in blocco in caso di condanna del Cavaliere, perchè lì la spaccatura interna diventerebbe conclamata.
Si naviga a vista, dunque, nel Pdl.
Come spesso è accaduto, anche ieri Berlusconi — che in serata ha visto anche i suoi avvocati — ha ‘mandato avanti’ i suoi falchi, lasciando che si sfogasse tutto il malumore e la rabbia del ventre molle del partito, dove di ora in ora cresce questo timore di ritrovarsi senza leader nel giro di una ventina di giorni.
Anzi, viene spiegato, lo stesso Cavaliere, dopo la decisione della Cassazione, avrebbe esortato il partito ad alzare la voce, a mettere in atto una reazione forte.
Dando così più ascolto ai ‘falchi’ che all’ala moderata del partito, che invitava invece l’ex premier alla cautela.
Poi, dopo i contatti tra palazzo Grazioli e Palazzo Chigi, che si sarebbero poi allargati anche al Quirinale, la decisione di non far precipitare le cose.
Del resto, viene riferito da più fonti pidielline, lo stesso gruppo alla Camera, il più compatto, era diviso sul da farsi.
Ad alcune colombe, infatti, non sono piaciuti i toni ultimativi di Daniela Santanchè, che esplicitamente ha messo in dubbio la vita del governo, legandone le sorti alla sospensione dei lavori parlamentari.
Ad altri, hanno invece dato fastidio le dichiarazioni di Renato Schifani, che ha parlato di “una strategia contro Berlusconi e anche contro il governo, un attacco articolato, basato su regolamenti interni, perchè c’è qualcuno che lavora perchè cada questo governo e non si consolidi la figura di Enrico Letta”, parole che hanno fatto pensare addirittura a una sorta di “golpe interno” contro il leader.
E la temperatura, se possibile, si è alzata ancora di più.
Tanto che sono dovuti intervenire prima Cicchitto e poi Lupi a sedare gli animi e a spiegare che il governo non deve essere attaccato e che — parole dell’ex capogruppo — non bisogna cadere nelle provocazioni.
Del resto, spiegano ancora le stesse fonti, già nella tarda serata di ieri, mentre i deputati erano riuniti alla Camera, il Cavaliere avrebbe frenato sulle diverse ipotesi di protesta di cui si stava discutendo: nessun Aventino, sarebbe stato l’input fatto pervenire da palazzo Grazioli, no dimissioni di massa, ma un momento di necessaria riflessione.
Insomma, non è questo il momento di tirare le somme e prendere in considerazione l’eventualità di una crisi di governo: il popolo pidiellino, ora di nuovo in crescita nei sondaggi, non capirebbe.
E poi è considerato da non sottovalutare l’atteggiamento del Colle in caso di crisi e il timore che Pd e grillini assieme a Sel possano dar vita a maggioranze alternative. Lasciando con il cerino in mano l’intero partito, falchi, colombe e pure chi si sta già guardando intorno con interesse in cerca di una via di fuga senza perdere la poltrona.
Se si andasse ad un voto di fiducia a Letta, è questa la riflessione interna, ci sarebbe il rischio che un discreto numero di pidiellini possa votare, nel segreto dell’urna, a favore del governo.
Polverizzando quel che resta del Pdl meglio di qualsiasi magistrato o sentenza penale. Non ultima, la questione processuale: non aiuterebbe l’esito dei procedimenti giudiziari a carico del Cavaliere, è la convinzione di molti in via dell’Umiltà e dello stesso Berlusconi, se il Pdl fosse l’artefice della caduta del governo.
Ciò non vuol dire, viene sottolineato, che l’ex premier intenda ritirarsi a vita privata per attendere passivamente di essere condannato: “Non farò certo la fine di Craxi”, ha ripetuto ancora, ma c’è chi ormai, dentro il Pdl, lo guarda più come un peso che come un’opportunità per la sopravvivenza della poltrona per tutta la legislatura.
Sara Nicoli
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
DAL BLOCCO DELLA CIRCOLAZIONE ALLE DIMISSIONI… POI PREVALE LA LINEA SOFT
«Altro che manifestazione di piazza. Qua dobbiamo bloccare il Paese. Abbiamo il dovere di
rispondere al golpe contro la democrazia. Io propongo di chiamare a raccolta la nostra gente per iniziare a bloccare le autostrade».
Quando Daniela Santanchè teorizza il superamento delle forme di protesta «classiche» dei berluscones, e siamo a metà pomeriggio di ieri, qualche decina di parlamentari del Pdl strabuzza gli occhi.
Ed è quello l’esatto momento in cui tra le truppe di Silvio Berlusconi tutto, a cominciare dalla distinzione tra «falchi» e «colombe», si trasforma in qualcosa di nuovo. Di inedito.
Il conto alla rovescia verso l’ora X del 30 luglio, giorno in cui la Cassazione si riunirà per decidere i destini del Cavaliere, è cominciato.
Le riunioni dei gruppi parlamentari del Pdl si sono trasformate in vere e proprie assemblee permanenti.
E tutto, nel chiuso delle stanze in cui i berluscones si riuniscono, assume i tempi e i toni di un gabinetto di guerra.
E così ieri sera, quando il gruppo di Montecitorio scioglie la sua ultima riunione della giornata, nelle mani di Angelino Alfano ci sono tre carte da sottoporre a Berlusconi.
Il «blocco delle autostrade», caldeggiata da Santanchè.
Una «manifestazione di fronte al Quirinale» e le «dimissioni in massa dal Parlamento», che ritornano come un mantra in moltissimi interventi dei falchi.
Più un’idea rilanciata da Daniele Capezzone. «Dobbiamo muoverci con la non violenza. Berlusconi dovrebbe reagire come fece Gandhi con la marcia del sale», scandisce il portavoce pidiellino evocando la grande manifestazione pacifica con cui nel 1930 il «Mahatma» contrastò la tassa sul sale imposta all’India dal governo britannico.
Una soluzione che, nel ragionamento di Capezzone, impone una sola strada: «Tutti noi, a cominciare da Berlusconi, dobbiamo firmare i referendum sulla giustizia promossi da Marco Pannella e dai Radicali. E farlo subito».
Ma le tecniche di «lotta» sono una cosa.
Il punto centrale, quello su cui lo scontro sottotraccia nel Pdl è sul punto di esplodere, riguarda il sostegno al governo.
Blindare le larghe intese o staccare la spina al governo Letta prima del 30 luglio?
«Dobbiamo proteggere il governo», è l’argomentazione di Fabrizio Cicchitto aveva sviscerato in piena notte, nell’assemblea che si era svolta fino alle 2 di ieri mattina.
«Perchè vedete», aveva aggiunto l’ex capogruppo rivolgendosi ai suoi colleghi, «l’attacco finale a Berlusconi nasce da una serie di poteri forti a cui l’intuizione del presidente di sostenere le larghe intese non va bene. Con noi dentro questo governo ha una sua grande forza politica. E questo, a qualcuno, non sta bene…».
Apriti cielo. Cicchitto non aveva fatto neanche a tempo a finire la frase che Denis Verdini, il vero capo dei «falchi», aveva reagito opponendogli una teoria uguale e contraria: «Ma che cosa dici, Fabrizio? L’attacco a Berlusconi nasce nel 1994, mica oggi. E Fini? E Tremonti? E Monti? Sono robe di queste ultime settimane?».
Nelle stanza in cui il gruppo è raccolto l’atmosfera si surriscalda fino a diventare rovente quando proprio Verdini, sempre nella riunione notturna, aveva suggerito una linea che va molto più in là del showdown parlamentare: «L’unica risposta possibile a quest’aggressione nei nostri confronti è provocare uno stato di crisi permanente. Dobbiamo spaccare – sillaba Verdini – il Paese in due».
«Dimettiamoci in massa, facciamo cadere il governo, andiamo alle elezioni e vinciamole», aveva suonato la carica Giancarlo Galan.
Il tutto a contorno di una scena in cui Renato Brunetta, nel tenere la relazione introduttiva sul «golpe contro Berlusconi», era improvvisamente scoppiato a piangere.
E dire che poco prima Angelino Alfano aveva tentato una sintesi: «Poniamoci delle domande per il Paese. Chiediamoci perchè la giustizia va veloce solo se c’è di mezzo Berlusconi. Raccogliamo idee…». «Angelino – era stata la replica stizzita dalla Santanchè – se t’interessa la mia idea, sappi che vorrei che il partito avesse la mani libere di agire indipendentemente dal governo».
Tema che sarebbe ritornato al vertice notturno di ieri sera a Palazzo Grazioli, lo stesso in cui Silvio Berlusconi avrebbe scongiurato, almeno per adesso, tanto la crisi di governo quanto le proposte dei falchi, in omaggio a una line soft caldeggiata anche dall’avvocato Coppi. Nell’ottica del Cavaliere, e queste sono le regole di ingaggio, affidate al segretario del Pdl, la strada maestra è quella di mantenere la barra dritta sui provvedimenti economici cari al Pdl, a cominciare dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa fino ad arrivare allo stop sull’Iva.
Tutto questo mentre le lancette dell’orologio girano sempre più veloce.
E mentre il 30 luglio si avvicina.
Inesorabilmente.
Tommaso Labate
(Da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LO STATO MAGGIORE PDL STA VALUTANDO LE VARIE IPOTESI DI AFFIDAMENTO AI SERVIZI SOCIALI IN CASO DI CONDANNA: ANNI AZZURRI, MENSA CARITAS O CASA DELLA FANCIULLA?
Il Pdl ha deciso: qualche giorno di pausa nei lavori parlamentari per decidere il da farsi e valutare le varie proposte di resistenza alla sentenza della Cassazione prevista per il 30 luglio.
Pare sfumata l’ipotesi di un ritiro sull’Aventino, dopo che Daniela Santanchè ha scoperto che sull’Aventino non ci sono estetisti all’altezza: “Si potrebbe fare Parioli, o al limite Forte dei Marmi?”.
La minaccia di “fare la resistenza” ventilata da Sandro Bondi non ha trovato adesioni: il progetto di partire per la montagna e organizzare brigate partigiane è subito naufragato , essendo gli hotel quattro stelle delle Dolomiti praticamente al completo. Secondo indiscrezioni, invece, pare che la pausa di riflessione nei lavori parlamentari servirà agli esponenti del Pdl per valutare le diverse ipotesi di affidamento ai servizi sociali del loro capo.
Dal primo agosto, infatti, Berlusconi potrebbe godere di una pena alternativa al carcere, appunto l’affidamento a strutture caritatevoli non a fini di lucro.
“Aiutare chi è rimasto indietro”, recitava un vecchio slogan pubblicitario di Forza Italia.
Ecco, finalmente il leader del Pdl sarà chiamato a dare l’esempio.
Casa di riposo Anni Azzurri.
L’avvocato Ghedini ha subito definito “spropositata e fuori luogo” una pena alternativa che consista nel cambiare pannoloni a vecchi ottuagenari.
“Il mio assistito non ci sa fare con gli anziani — ha detto — guardate come sono finiti Mubarak e Gheddafi di cui era molto amico!”.
Un impiego al pianobar della struttura sarebbe più indicato, sempre che si insegni ai centenari ricoverati a fare il trenino anche con la flebo attaccata.
Mense della Caritas. Sono questi i ristoranti “sempre pieni” di cui parlava Berlusconi. Ma questa volta è l’avvocato Longo a impuntarsi: “Il mio cliente non sopporta gran parte degli ingredienti utilizzati da queste strutture, come aglio e spezie varie, a questo punto meglio il carcere”.
Non che Berlusconi abbia qualcosa in contrario a organizzare cene, si mormora a Palazzo Grazioli, ma è anche una questione economica: far travestire da Ronaldinho o Boccassini tutti gli indigenti che frequentano la Caritas sarebbe oneroso.
Il collegio di difesa del capo del Pdl, in stretto contatto con le più alte cariche del partito, ha comunque fatto sapere di essere disponibile all’affidamento ai servizi sociali e ha avanzato qualche proposta. “Ci sarebbe la Casa della Fanciulla”, suggerisce Cicchitto.
Si tratta di una struttura benemerita che si incarica di aiutare ragazze in difficoltà , magari pagando loro l’affitto, facendo qualche bonifico mensile, mettendole in contatto con l’avvocato Spinelli.
“Tutte cose che Berlusconi ha già fatto, sarebbe una buona soluzione”. Ma non perfetta, come sottolinea Emilio Fede: “Struttura benemerita, per carità , ma anche lì c’è un problema di età media: alcune ospiti arrivano a 25-26 anni, decisamente anziane per gli standard del nostro presidente”.
Non restano che le strutture per la cura e il recupero delle dipendenze.
Si pensi ad esempio al reinserimento nella vita civile degli ex clienti del Billionaire, gente che non ha dimestichezza con il lavoro manuale, a parte aprire lo champagne con la scimitarra.
“In ogni caso — sottolineano le colombe del Pdl — è umiliante dover cercare una soluzione per un uomo tanto generoso, che ha più volte detto di voler andare in Africa a costruire ospedali per bambini”.
Lascia intendere Ghedini: “L’impegno umanitario in Africa potrebbe essere una soluzione. Si potrebbe partire da Hammamet, e poi vedere come evolve la situazione”.
Alessandro Robecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
SUL WEB PIOVONO INSULTI E COMMENTI SULLA CLASSE DIRIGENTE DEL PD PER AVER ACCETTATO IL RINVIO DEI LAVORI ALLA CAMERA
“Sono senza parole, altrimenti sarebbero solo bestemmie!”. Firmato Mariangela Mori. È
uno dei commenti delusi a Guglielmo Epifani, segretario del Pd, che, dopo la bagarre di ieri mattina alla Camera, compare sul suo facebook: “La richiesta di sospendere i lavori del Parlamento per tre giorni,(…) costituisce un atto inaccettabile”.
Scrive lui: “La vicenda giudiziaria di Berlusconi e le attività di Governo e Parlamento sono sfere che vanno tenute distinte l’una dall’altra, perchè altrimenti, a furia di tirare, la corda si può spezzare”.
E la base, come invita a fare il social network, commenta:
“E alloea perchè diavolo votate a favore della sospensione? Buffoni!” Alfredo Cassano
“E’ inaccettabile e quindi lo voto? Davvero, siete oltre il ridicolo, siete nel patologico. Come qualcuno ha detto nei precedenti commenti, siete almeno bipolari. Io personalmente vi ritengo vergognosi” Fabio Morgese
“Anche voi avete contribuito a trasformare quell’aula sordida e grigia in un bivacco di manipoli berlusconiani. Fra voi e loro c’è solo una elle di troppo! Pavidi e vigliacchi, come potete ancora pretendere che la gente vi voti di nuovo? Fernando Antonio
“La corda la state tirando soprattutto voi (avete tradito milioni di elettori). Attenzione c’è un limite a tutto” Enzo Rallo
“Epifani, non preoccuparti per la corda. Al momento giusto. Utilizzeremo la ghigliottina” Carmine Olmo
“Servi di Berlusoni.. almeno vi passasse la gnocca.. ma lo sostenete gratis” Arturo Presotto
“Ma pensate che siamo tutti rincoglioniti? la verità è che dovete per forza votare a favore altrimenti il vostro amico Berlusconi vi tira via le poltroncine da sotto il cxxo….. questo vi interessa a voi, le poltrone e lo stipendio..” Cinzia Fiorini
“Dimettiti ora, ma subito, prima di stasera! Se non capisci o vuoi darci ad intendere che non è una questione politica ma di ore, allora non puoi guidare il Pd! Non importa se non avete accettato tre giorni, neanche tre minuti di tempo di lavori parlamentari andavano sprecati”Gessica Tempestini
“Ci avete rotto. A casa, congresso e nuovo segretario scelto dalla base. Veramente basta. Basta con questo governicchio e questa dirigenza” Guido del Fante
“Mi pare che il ragionamento di Epifani sia correttissimo sotto il profilo istituzionale e politico. Non comprendo gli insulti, con i quali alcuni stanno commentando il post. Purtroppo questo modo di approcciare al dibattito sta creando solo gran confusione” Dino Falconio.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
IN POLE L’EX VICE NARDELLA, MA PER IL ROTTAMATORE E’ TEMPO DI BILANCI NEGATIVI
C’è un gran viavai nell’anticamera della sala di Clemente VII, al piano nobile di palazzo Vecchio.
Senza neanche troppo riguardo per le apparenze, è infatti iniziata una processione di fedelissimi aspiranti alla successione del sindaco “rottamatore”.
Al secolo Matteo Renzi, da Rignano sull’Arno, leva 1975, già presidente della Provincia gigliata nel quinquennio 2004-2009 e mattatore delle primarie e le elezioni fiorentine; sempre meno in animo di rinnovare il mandato di primo cittadino e sempre più in predicato di succedere alla segreteria di Guglielmo Epifani, ma ancor più di concorrere alla premiership, in virtù delle primarie “accluse” al congresso che il Pd sta per celebrare.
Nardella in pole position per la successione.
Dalle primarie vinte sorprendentemente al primo turno su figure di apparato come Lapo Pistelli e Michele Ventura, Renzi ha messo abbastanza all’angolo il Pd fiorentino.
E ora avrebbe in animo di richiamare ai piedi della torre d’Arnolfo l’ex vice Dario Nardella, che aveva rimesso le deleghe a sviluppo economico, lavoro, bilancio e sport per un seggio da deputato alle politiche di primavera.
Classe 1975 pure lui, trapiantato all’ombra del cupolone da Torre del Greco nel 1989, diploma in violino al conservatorio Cherubini nel 1998, Nardella condivide con Renzi anche gli studi e la laurea in giurisprudenza.
Anzichè la gioventù dc, le frequentazioni cielline e il portaborse a Pistelli, il neo deputato si è però fatto le le ossa nei Ds e nel gabinetto di Vannino Chiti ministro per le Riforme del secondo governo Prodi.
Di lungo corso scudocrociato, invece, la vicesindaca in carica da marzo, Stefania Saccardi. Avvocato, classe 1960, cresciuta alla scuola della sinistra interna di Beppe Matulli, l’esperienza politica al Viminale con Enzo Scotti e poi con la sottosegretaria alla giustizia Daniela Mazzuccon.
Entusiasta di Renzi, da cui dice che “ogni giorno imparo qualcosa”, non esibisce un identikit propriamente innovativo.
Come del resto Eugenio Giani, che spasima per diventare sindaco ormai da decenni.
Mentre gli avversari interni più agguerriti del sindaco manifestano simpatia emblematica per Claudio Fantoni, ex assessore al Bilancio dimessosi polemicamente nel giugno 2012 “per divergenze insanabili” con Renzi, accusato di proporre delibere senza i dovuti pareri di regolarità contabile, ovvero di attingere alla spesa pubblica per coltivare “ambizioni personali”.
Bunga bunga negli uffici comunali.
A meno di un anno dalla fine del mandato, in città si moltiplicano i sospetti che il sindaco “lascerà come ha già fatto con la Provincia”, che ha rappresentato il trampolino di lancio della carriera di Renzi, ma dove la sua amministrazione non ha superato proprio indenne il vaglio della Corte dei conti.
Quella relativa alla gestione bonapartista e alle mani bucate, in fin dei conti, è la critica più fondata tra gli innumerevoli rimproveri che vengono mossi al rottamatore fiorentino.
E anche in questa occasione gli si di voler “solo fare carriera”, preparandosi perciò a “scappare da palazzo Vecchio” per “eludere” i propri insuccessi e altre facezie più o meno scabrose.
Ultima, in ordine di tempo, la vicenda della escort all’assessorato alla Mobilità , benchè non abbia neanche sfiorato il sindaco, ma pur sempre indice di una gestione allegra della cosa pubblica.
Una impiegata delle pulizie ha colto sul più bello una 42 enne mentre intratteneva un funzionario negli uffici dell’assessorato alla mobilità di via Giotto.
La vicenda ha portato a indagare 14 persone per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione (anche minorile).
L’assessore alla mobilità , Massimo Mattei, si è dimesso accampando “motivi di salute” a causa della frequentazione con la donna, cui ha dato in uno anche un appartamento.
Fonti giudiziarie ritengono inoltre di prossima apertura un “filone interamente politico” dell’indagine, mentre il sindaco ha dovuto correre ai ripari dichiarando che “a palazzo Vecchio non c’è alcun bunga bunga”, ma accogliendo prontamente le dimissioni di Mattei, suo ex punto di riferimento in città , sostituito per cercare di mettere a tacere i pettegolezzi.
Contro l’amministrazione ha puntato il dico anche l’arcivescovo Giuseppe Betori puntato contro “l’improvvida voglia di trasgressione”, suscitando la reazione piccata del sindaco.
I 36 milioni persi per la tramvia.
Di altra natura il fatto che stiano evaporando i 36 milioni di euro di finanziamenti per le linee 2 e 3 della tramvia.
E’ stato infatti appurato che i lavori non potranno concludersi per il 2015, termine imposto per l’erogazione del finanziamento europeo per la mobilità sostenibile.
Anche se il governatore toscano Enrico Rossi intende chiedere ai funzionari di Bruxelles “di prorogare l’investimento”, giustificando la richiesta con le spese già affrontate. I 7,6 km della linea 1, per costruire i quali sono stati impiegati 6 anni, sono costati 263 milioni di euro; il costo complessivo del sistema — comprensivo di 7,4 km della linea 2 e 3,4 della linea 3 — raggiunge invece sulla carta i 680 milioni di euro. Cifre e tempi comunque esorbitanti per l’Europa e per l’Italia.
Nel quadro della stretta creditizia dovuta alla crisi, le banche hanno sospeso la rinegoziazione del mutuo chiesto dalla ditta costruttrice, Impresa spa (subentrata a Btp e Consorzio Etruria, a loro volta già falliti) per fronteggiare le difficoltà .
Dal momento poi che lo strumento del project financing esenta la pubblica amministrazione da oneri finanziari, sono sempre le banche (tra cui Monte dei Paschi) a volere dalla società “Tram Firenze” maggiori garanzie, riguardo soprattutto al numero di passeggeri necessario per rientrare di tutti i costi di costruzione.
L’opera rischia così di gravare sulle casse pubbliche attraverso l’intervento della Cassa depositi e prestiti e della regione.
Un discreto smacco per Renzi, dal quale si attende ancora quel Piano della Mobilità promesso all’atto dell’approvazione del Piano Strutturale nel 2011.
L’eclissi fallimentare del Maggio musicale.
Altra nota dolente riguarda l’eclissi del Maggio musicale fiorentino, per un cinico gioco del destino proprio nell’ottantesimo anniversario della sua fondazione.
Da istituzione delle più prestigiose sia nel panorama nazionale che internazionale nelle stagioni di lustro del secondo dopoguerra, nelle ultime tormentate stagioni il Maggio fiorentino è scivolato nell’oscurità dell’oblio, fino e al limite del fallimento imminente.
Si tratta di una vicenda che viene di lontano, perchè sono diversi lustri ormai che il Maggio musicale ha perso le proprie peculiarità , a cominciare dall’attenzione per l’arte contemporanea tipica dell’età tra le due guerre: difatti lo statuto fondativo prevedeva che nei programmi fosse sempre inserita l’esecuzione o la rappresentazione di opere inedite.
La prima mossa di Renzi è stata la nomina della sovrintendente Francesca Colombo, che però non è stata in grado di fronteggiare la situazione l’ingigantirsi del debito.
Il che ha portato al commissariamento del Maggio. Commissario è stato nominato Francesco Bianchi, commercialista 56enne con alle spalle una lunga esperienza alla direzione di istituti di credito e nel mondo della finanza. Sopratutto, però, Bianchi è fratello di Alberto, avvocato del sindaco nonchè suo uomo di fiducia alla presidenza della Fondazione Big Bang, il cuore economico del sistema renziano.
Il commissariamento, però, ha solo calcolato l’ingigantirsi del buco di bilancio, che va dai 5 ai 9 milioni di euro, a seconda che si calcolino o meno le perdite per le eventuali cause con i dipendenti licenziati.
A fronte di questa situazione sindaco e commissario sostengono che “l’unica soluzione per salvare il teatro resta liquidazione”; ma contro questa ipotesi si sono schierati il governatore Enrico Rossi e sopratutto il ministro dei beni culturali Massimo Bray.
Certo è che il Maggio fiorentino, così com’è stato, ormai era morto.
E l’amministrazione Renzi l’ha sepolto.
Cosimo Rossi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile
EMERGONO ALTRI PARTICOLARI INQUIETANTI SUL VERGOGNOSO BLITZ DA REGIME MILITARE CONTRO LA FAMIGLIA DEL DISSIDENTE ABLYAZOV
Parole vuote, assenze ingombranti e una strategia difensiva affidata a un lancio dell’Ansa
che si dimostra assai debole dal punto di vista fattuale.
Scricchiola sempre di più la posizione di Angelino Alfano sull’onda degli ultimi sviluppi sul rimpatrio coatto della moglie e della figlia di Ablyazov, il noto dissidente kazako.
Enrico Letta ha potuto limitarsi ad annunciare indagini, aggiungendo che nell’operazione di rimpatrio c’è stata “una correttezza formale dei vari passaggi” e, al massimo “dubbi su modi e tempi”. Più che le parole, meglio allora indagare sui silenzi.
E sulle assenze.
La prima è quella del ministro degli Interni Angelino Alfano, considerato il responsabile della (mala) gestione della faccenda Ablyazov.
Solo ieri il presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, Luigi Manconi, aveva annunciato di avere ottenuto rassicurazioni che il ministro Alfano avrebbe risposto di persona al Parlamento.
Ma così non è stato.
Invece la strategia difensiva di Alfano è stata dettata ieri all’Ansa, che in una nota ha riportato ‘indiscrezioni’ del Viminale che difendevano l’operato della Questura di Roma: l’organo competente che ha gestito tutta la faccenda, e che ovviamente fa capo al ministero degli Interni. Ricordando sempre che le stranezze cominciano proprio a partire dalla nota inviata alla Questura dell’ambasciata kazaka, in cui si avvisava della presenza dell’oppositore politico Ablyazov a Roma, da cui parte tutta la vicenda.
Una nota inoltrata direttamente alla Questura, e non al dicastero degli Esteri e, come prassi a livello procedurale, anche a quello della Giustizia.
Meglio quindi procedere col fact-checking.
Nella difesa di Alfano lanciata ieri dall’Ansa si continua a considerare falso il passaporto della Repubblica Centrafricana in possesso di Shalabayeva al momento del fermo, quando è stato invece dimostrato fin da subito dai legali della donna che non lo era.
Come ha poi confermato il 25 giugno — troppo tardi — la sentenza del Tribunale del Riesame. Inoltre, le fonti del Viminale virgolettate dall’Ansa, sostengono che “non sussistono dubbi sulla correttezza dell’attività svolta dalla Questura di Roma in quanto la cittadina kazaka è entrata nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera; inoltre, la sola assenza sul documento di timbri o visti di ingresso legittimava il provvedimento di espulsione, ai sensi del Decreto legislativo n. 286/98”.
Eppure l’avvocato Riccardo Olivo non ha esitato a definire le procedure “insolite” e il decreto di espulsione “fortemente illegittimo”.
Vediamo perchè.
La Questura di Roma ha ricevuto il 30 maggio dall’ambasciata kazaka una nota in cui è scritto che la donna è in possesso di due passaporti validi rilasciati in Kazakistan (N° 0816235 e N°5347890).
Passaporti che evidentemente avrebbero dovuto permettere il rimpatrio volontario della signora, e non coatto, come è invece stato.
Con un rimpatrio volontario i tempi del rientro si sarebbero allungati e gli avvocati avrebbero potuto consegnare agli inquirenti un valido permesso di soggiorno lettone, ulteriori prove che il passaporto centrafricano non era falso e, soprattutto, fare domanda di asilo politico.
Ma quel fatidico pomeriggio del 31 maggio, quando gli avvocati ancora aspettavano di incontrare Shalabayeva nel Cie di Ponte Galeria, lei era già a Ciampino su un aereo austriaco prenotato dall’ambasciata kazaka con un sospetto anticipo sui tempi.
Ovvero alle 11 di mattina del 31 maggio, prima ancora che il Giudice di pace del Cie di Ponte Galeria convalidasse il fermo di Shalabayeva, dato che l’udienza, come da verbale, è terminata dopo le 11.20 di quella stessa mattina.
E Shalabayeva quel pomeriggio si trovava già a Ciampino perchè una informativa inviata alla Procura nel primissimo pomeriggio dalla Questura (in particolare dall’Ufficio Immigrazione diretto da Maurizio Improta, che fin da subito ha diretto le operazioni) diceva che non erano necessari ulteriori accertamenti e bisogna procedere immediatamente con il rimpatrio.
Poi le fonti del Viminale citate dall’Ansa sostengono che Shalabayeva “pur avendo avuto la possibilità di chiedere asilo in Italia, non ha mai esercitato tale facoltà ”.
Allora è bene ricordare che la Shalabayeva e la piccola Alua, al tempo di soli 4 anni, nel 2011 decisero di lasciare Londra, dove pure l’asilo politico britannico concesso ad Ablyazov le copriva ‘per estensione’, per paura di un attentato, come aveva riferito loro la London Metropolitan Police.
Da lì madre e figlia sono state costrette a girare per l’Europa approdando prima in Lettonia e poi in Italia, dove sono entrate senza denunciare la loro presenza proprio per non essere rintracciate dagli uomini di Nazarbayev.
Poi hanno vissuto per poco più di un anno nella villa di Casal Palocco con la paura di essere scoperte dagli scagnozzi del dittatore kazako.
E che qualcosa non fosse tranquillo lì intorno, è confermato anche dalla presenza di due uomini che si muovevano lungo il perimetro della villa, che poi si è scoperto essere due dipendenti di un’agenzia investigativa che a sua volta aveva legami con i servizi segreti israeliani.
In questa situazione di terrore Shalabayeva, nella sua memoria pubblicata dal Financial Times, racconta come l’irruzione improvvisa il 29 giugno di 50 uomini armati nella villa sia stata fatta da uomini della Digos e della Questura senza divisa nè segni distintivi.
La donna ha spiegato che temeva fossero i famigerati scagnozzi di Nazarbayev, e ha anche accusato alcuni poliziotti di averla spintonata a terra e altri di avere picchiato il cognato.
Per questo, dice, nell’immediato ha preferito presentarsi con il passaporto Centrafricano per non dichiarare la sua identità .
Quando poi ha trovato assistenza legale, e ha deciso di chiedere asilo politico, l’aereo era già in pista coi motori rombanti per l’espulsione più rapida mai avvenuta in Italia: 72 ore dalla prima informativa ricevuta in Questura al decollo del jet austriaco che le avrebbe riportate nelle fauci del dittatore.
Pertanto i “dubbi sui modi e sui tempi” di cui parla Letta non possono essere dissociati dal contesto in cui è avvenuta quella che si sembra essere sempre più una rendition che un semplice rimpatrio, per di più nei confronti di una donna di 46 anni e di una bambina di 6.
In serata, si apprende che la Procura di Roma sta valutando se inoltrare al ministero della Giustizia una rogatoria internazionale per verificare l’autenticità di alcuni documenti, tra cui un passaporto, emessi dalla Repubblica Centrafricana ed esibiti in Italia da Alma Shalabayeva, moglie di Mukhtar Ablyazov.
Da qui la possibilità di una rogatoria, anche se nella Repubblica Centrafricana, recentemente al centro di un colpo di stato, non esiste una rappresentanza diplomatica italiana.
Intanto gli inquirenti si accingono ad acquisire il passaporto detenuto dall’ufficio immigrazione della Questura.
Luca Pisapia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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