Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
GLI ARTIGIANI VENETI: “LE GRIFFES PREFERISCONO I NOSTRI CONCORRENTI CINESI”
Dopo avere rispolverato la memoria a Patrizio Bertelli, amministratore delegato di Prada
sulle responsabilità dei marchi del lusso nel declino della Milano della moda, ecco la seconda tappa del Made in Italy: la Riviera del Brenta, tra Venezia e Padova, capitale della scarpe griffate.
Capitale ancora per poco se i nostri marchi continuano a cullarsi sulla convinzione che il mondo non si accorgerà mai del trucco sotto il tacco marchiato Made in Italy.
Oggi l’export del prodotto di lusso regge bene alla crisi soprattutto grazie ai mercati emergenti. Basterebbe un po’ di lungimiranza per prevedere che i russi e i cinesi con i portafogli griffati non acquisteranno più il Made in Italy quando scopriranno che stanno pagando per una scritta esclusiva che mente sull’origine della produzione artigianale.
La norma sull’etichettatura europea infatti consente di realizzare all’estero le parti più importanti di qualunque prodotto manifatturiero e le nostre marche prediligono l’Europa dell’est e l’Asia grazie ai bassi costi della manodopera.
Anche molte delle griffes francesi si spingono in Serbia, Romania, Cina e Indonesia per poi assemblare nella Riviera del Brenta le parti realizzate all’estero.
La legge truffa lo consente.
Alle griffes francesi conviene. I loro marchi del lusso, dopo avere comprato gli italiani Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi e via dicendo, producono soprattutto in quei distretti italiani dell’artigianato che ancora godono di prestigio.
Il discredito che potrebbe colpire quei distretti può penalizzare soltanto il brand più prezioso: il nostro Made in Italy.
I politici di casa nostra non hanno difeso l’esclusività della nostra manifattura artigianale quando hanno approvato regolamenti europei sull’etichettatura che consentono di marchiare Made in Italy prodotti realizzati in gran parte all’estero. Sono i responsabili della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro della piccola e media impresa in favore di quella grande che ha ridotto i costi.
«I dati parlano chiaro», sostiene Matteo Ribon della Cna Federmoda Veneto «il fatturato del settore è lo stesso da dieci anni e la produzione si aggira sempre intorno ai 20 milioni di scarpe l’anno quindi è evidente che a perderci sono gli Italiani, in particolare gli artigiani annientati dalla doppia concorrenza: quella straniera causata dalla delocalizzazione e quella dei Cinesi che lavorano qui nel distretto».
Nel settore pelli calzature dal 2001 al 2012 le imprese individuali cinesi sono aumentate da 30 a 205 mentre hanno chiuso bottega 90 imprese artigiane italiane.
I Cinesi hanno sostituito gli Italiani a colpi di concorrenza sleale. Illegalità , sfruttamento della manodopera (spesso in nero) sono alla base di un’inesorabile avanzata dei laboratori cinesi in tutti i distretti del Made in Italy.
La statistica smentisce impietosamente l’ipocrisia dei committenti italiani che fingono di non sapere perchè i terzisti cinesi ai quali affidano la propria merce sono così rapidi, flessibili e concorrenziali.
Tutte (proprio tutte) le volte che le forze dell’ordine si ricordano di effettuare un controllo nelle aziende “artigianali” cinesi, riscontrano almeno una delle seguenti irregolarità : impiego della manodopera in nero, riduzione in schiavitù di clandestini, violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, evasione contributiva e ovviamente fiscale.
Avere sempre una mazzetta di soldi in nero sotto il bancone è particolarmente utile.
Le griffes delle scarpe sono state le prime in Italia ad arruolare direttamente terzisti cinesi. Ma non vedono, non sentono e non parlano.
Però pagano a prezzo scontato le tomaie, che è poi la parte più artigianale della scarpa. Mentre i prezzi delle loro pregiate scarpe Made in Italy non sono affatto diminuiti. Sono invece drasticamente crollati i posti di lavoro per gli artigiani italiani.
L’Associazione tomaifici terzisti veneti presieduta dall’artigiano Federico Barison riunisce una quarantina di terzisti stanchi di aspettare che i politici regionali, la magistratura e le forze dell’ordine si accorgano della nuova “mala” del Brenta.
Un esposto arrivato un anno fa alla Procura della Repubblica di Venezia non ha modificato lo scenario.
Un paio di controlli e tutto è rientrato. Stranamente i controlli sono invece aumentati nei confronti degli associati.
Matteo Ribon della Cna denuncia: «Quest’anno ci sono 250 dipendenti di tomaifici e terzisti in cassa integrazione e venti aziende sono a rischio chiusura. Ovviamente solo italiane. Non mi risulta che quelle cinesi facciano richiesta di cassa integrazione».
Nel video registrato con camera nascosta si vedono numerosi operai cinesi intenti a cucire tomaie in un laboratorio della Riviera.
Da una verifica è poi risultato che il titolare cinese aveva registrato presso l’ufficio preposto soltanto due dipendenti.
Gli altri lavoravano in nero e non è dato sapere se fossero anche clandestini. L’imprenditore cinese cuciva tomaie a metà prezzo per una nota marca italiana che qualche mese prima l’aveva preferito all’artigiano italiano, che in mancanza di lavoro è stato costretto a mettere in cassa integrazione le sue operaie. Un altro costo per la collettività .
Finchè non si applicheranno severe sanzioni anche contro i committenti e finchè non si farà una norma che disponga la distruzione della merce pregiata trovata nei laboratori irregolari non cambierà niente.
Il prestigio del Made in Italy resiste finchè i panni sporchi continuano a essere lavati in famiglia. Denunciare è l’unica arma rimasta in mano agli artigiani.
Alle griffes per ora sta andando di lusso perchè i cinesi (ricchi) non si sono accorti che potrebbero fare già tutto in casa, arruolando quelli (poveri), soprattutto gli emigrati in Italia per lo più illegalmente.
Hanno goduto di dieci anni di impunità per trasformarsi in abili esecutori dell’eccellenza artigianale.
Le stesse griffes hanno delocalizzato parte della produzione in Cina esportando le nostre preziose competenze su materiali, macchinari e tecniche di manifattura. Proprio dei maestri.
Sabrina Giannini
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
FONDI EUROPEI DESTINATI ALLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE: LA TROPPA BUROCRAZIA AFFONDA IL PROGETTO JEREMIE, SOLO 60 MILIONI SU 371 SONO STATI UTILIZZATI
Nella sola Atene stanno aiutando centinaia di piccole e medie imprese a nascere, crescere e dare lavoro: i fondi strutturali europei del programma Jeremie 2007/2013 costituiscono tra il 50 e il 70% del capitale (120 milioni di euro) che finanzia le oltre 200 start up ad alto tasso di tecnologia che stanno facendo intravedere cenni di risveglio nell’economia nella capitale greca. Una scena hi-tech in piena espansione che crea occupazione e attira investitori da ogni parte del mondo, nonchè uno spiraglio di luce nel baratro in cui la Grecia è precipitata.
Nato nel 2006, Jeremie, Joint European Resources for Micro to Medium Enterprises, è attivo anche in Italia dal 2008 per start up e Pmi in difficoltà : 371 milioni disponibili in Sicilia, Calabria e Campania, dove è gestito dal Fondo Europeo di Investimento, che seleziona le banche che erogano i prestiti e a loro volta prestano il loro denaro alle stesse condizioni.
Altri stanziamenti sono previsti in Lombardia, dove l’ente gestore è Finlombarda, la finanziaria regionale.
Ma in Italia il fondo funziona male, specie al Sud. Una realtà che si scontra con i dati dei primi tre mesi del 2013, in cui sono state costrette a chiudere 40 piccole e medie imprese al giorno. Le colpe del cattivo funzionamento di Jeremie? Di tutti.
Banche, Regioni ed enti gestori: ritardi nell’attivazione, tassi di interesse troppo alti, poche informazioni, “scarsa predisposizione degli istituti di credito a usare Jeremie”.
In Sicilia i fondi sono due, per un totale di 120 milioni: 110 li ha il Dipartimento Finanza e Credito (44 sono dell’Ue, 66 li mette la Bnl), 10 il settore delle Attività produttive con Unicredit, destinati al microcredito.
Dal 2009, anno di costituzione del fondo, sono stati erogati solo 10 milioni. “Nel 2012 abbiamo sbloccato il meccanismo — spiega al fattoquotidiano.it Giovanni Bologna, dirigente del Dipartimento Finanza — alzando il massimale da 400 mila euro ad un milione e dando la possibilità alle imprese di ristrutturare il loro credito.
Ora la macchina è partita”.
Eppure l’assessore all’Economia, Luca Bianchi, il 23 maggio scorso dichiarava: “I fondi Jeremie hanno fallito e se non funzionano occorrerà definanziarli”.
Le responsabilità ? Il solito scaricabarile.
Solo il 5 ottobre 2012 l’allora assessore Armao denunciava “gravi inadempienze dell’Istituto bancario gestore in materia di comunicazione tali da impedire alle imprese la giusta conoscenza delle opportunità dello strumento”. Giovanni Catalano, direttore di Confindustria Sicilia, spiega: “Nell’ultimo seminario che abbiamo fatto, Bnl e Unicredit hanno dato la colpa al complesso meccanismo di gestione delle pratiche: per il microcredito, ad esempio, costa troppo gestire il progetto di un prestito che al massimo è di 25 mila euro, e per questo le banche non hanno interesse a usare questi fondi”.
Ancora peggio va in Calabria.
Nell’ottobre 2011 veniva presentato uno stanziamento di 45 milioni. A tutt’oggi alle imprese non è arrivato un euro. Il 29 maggio il nuovo annuncio: 95 milioni a disposizione delle Pmi (52,5 del Banco di Napoli, 42 della Banca del Mezzogiorno). Ma alla conferenza stampa si notava un’assenza importante, quella di Confindustria Calabria: “Il problema è che il pallino è in mano alle banche — racconta il presidente, Giuseppe Speziali — i vincoli sono troppo stringenti e il costo del denaro troppo alto: qual è l’impresa in difficoltà che riesce a prendere un prestito con un tasso dell’11%?”. Colpa della politica per Franco Laratta, politico calabrese, fino al 14 marzo deputato Pd: “I Confidi non bastano, la Regione non ha previsto un fondo di garanzia pubblico in grado di tranquillizzare le banche, che tengono alti gli interessi”.
Le cose vanno meglio in Campania.
Dei 156 milioni a disposizione (70 dai Fondi Fei e i restanti 85,5 di Unicredit) 50 sono stati erogati alle imprese. Un terzo, un capolavoro nel panorama generale.
Sono 371 i milioni stanziati complessivamente nelle 3 Regioni (210 dell’Ue, 161 delle banche), solo 60 quelli utilizzati.
Un’idea complessiva sul perchè la dà il Rapporto Finale del Workshop Tecnico sul sistema del Microcredito in Italia, datato 24 febbraio 2012 e firmato da Ente nazionale per il microcredito e Commissione Ue: “scarsa informazione”, “difficoltà di trovare operatori competenti”, “elevati ritardi dei decreti attuativi”, “eccessiva burocrazia”, “scarsa predisposizione degli istituti di credito a usare Jeremie”.
A Nord Jeremie è disponibile in Lombardia dal 2008.
L’ente gestore è Finlombarda. I pochi dati ufficiali li fornisce il Rapporto sul Microcredito: in Lombardia, si legge, “le risorse messe a bando ammontano a 31,5 milioni”.
I siti di Regione, finanziarie e banche traboccano di comunicati che parlano di milioni e milioni di euro a disposizione delle Pmi (dai 76 annunciati da Confidi Lombardia e Intesa Sanpaolo nell’aprile 2010 ai 95 sbandierati da UniCredit ed Eurofidi nell’ottobre 2011), nessuno che parli di erogazioni. Come stanno andando questi fondi? Finlombarda non risponde alle richieste di informazioni.
E il resto dell’Ue? Ad oggi, sono 14 i Fondi Jeremie gestiti dal FEI in Europa.
Quasi tutti vanno meglio di quelli italiani.
Il Report Annuale 2012 racconta che dei 349 milioni disponibili in Bulgaria a fine anno ne erano stati erogati 90.
In Francia due fondi regionali per complessivi 50 milioni sono stati utilizzati per il 32%.
La Lituania aveva 170 milioni: 126 sono andati alle imprese.
In Romania “i fondi stanziati sono andati oltre i 115 milioni, superando la dotazione del fondo che era di 100″.
Marco Quarantelli
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
UNIONCAMERE: CONSUMI GIU’, PRODUTTORI AL PALO
Trentacinque fallimenti al giorno. 
Ogni due ore in Italia muoiono 3 imprese: 5.334, per la precisione, nei primi cinque mesi dell’anno.
Duecentottantaquattro in più (+5,6%) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
La fotografia che scatta Unioncamere nel suo ultimo rapporto sulla crisi italiana, che la Stampa è in grado di anticipare, è impietoso.
E’ la rappresentazione esatta di quel baratro di fronte al quale ci troviamo da mesi, o se vogliamo l’ultimo fotogramma del film della caduta senza fine della nostra economia: sono i numeri che fanno disperare le nostre imprese e vivere nell’inquietudine il governo.
Oltre ai fallimenti crescono anche le domande di concordato, addirittura triplicate rispetto al 2012: passate da 539 a 904 casi (+68%).
In alcuni casi si tratta di un modo per procrastinare situazioni già molto compromesse, in molti altri è invece la via breve per serrare i cordoni della borsa e liberarsi (per un po’) di tanti creditori.
Nessuno paga più
Le imprese muoiono perchè i consumi continuano a scendere, perchè non riescono o non possono agganciarsi al treno dell’export, perchè i costi sono troppo alti.
Ma anche perchè, spiega Unioncamere, i clienti, spesso altre aziende, non pagano. Insomma si fallisce – e pure tanto – non solo per debiti ma anche per crediti non riscossi.
Non solo dallo Stato, che in queste settimane poco alla volta ha iniziato a pagare i suoi primi 20 miliardi di arretrati, ma dai privati.
Manifattura al capolinea
I settori più colpiti sono le attività manifatturiere (1131 fallimenti), le costruzioni (1.138) e il commercio, sia al dettaglio che all’ingrosso (1.203).
Ma anche le attività immobiliari non se la passano bene con un aumento del 117,4% delle istanze (salite da 135 a 250).
Idem le attività di trasporto e magazzinaggio: +49,5% (da 93 a 281 fallimenti). A fallire sono soprattutto i costruttori edili (680, +67,1%), e le aziende che effettuano lavori di costruzione specialistici (413, +70%).
A ruota seguono le attività immobiliari ed i trasportatori (202, +75,7%), ma soffrono anche i ristoratori (202 fallimenti) e ed i fabbricanti di mobili (113 procedure, +91,5%).
Le difficoltà del settore edili ed immobiliare sono fotografate bene anche dall’impennata delle domande di concordato arrivate da questo comparto: +277,3% per le attività immobiliari, +141,7% per le costruzioni. Boom anche nel settore delle industrie alimentari (+222,2% a quota 29) e nel commercio all’ingrosso, +145,5% a quota 108.
Il Ko da Nord a Sud
E’ Milano la città che conquista il primato in questa per nulla entusiasmante graduatoria con circa il 10% di tutti i fallimenti, 525 nei primi 5 mesi del 2013, uno in più del 2012; seguono Roma (466), Napoli (217), Torino (209) e Brescia (143) come Firenze.
A livello regionale il record spetta pertanto alla Lombardia (1211 fallimenti, +95), seguita da Lazio (595, +11,4%) e Veneto (454, +11,5%).
Mentre sono Toscana (+38,2% a quota 441), Calabria (153, +24,4%) ed Emilia Romagna (+15,1% a quota 428) a segnare i rialzi più forti, segno che la crisi sta penetrando in profondità ovunque nel Paese e non risparmia nemmeno le aree (Emilia, Toscana e Veneto) tradizionalmente più dinamiche ed attrezzate per far fronte alle tempeste dei mercati.
È il segno che il male è ormai diffuso in tutto il corpo del Paese, e che la cura deve essere rapida. E soprattutto molto forte.
Paolo Baroni
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
NELLE MOTIVAZIONI DEI GIUDICI DI MILANO SI AFFERMA CHE BERLUSCONI GUIDAVA L’AZIENDA ANCHE SENZA AVERE CARICHE
Berlusconi eleggibile o ineleggibile?
La battaglia più attesa della legislatura parte giovedì al Senato, alle 14, nella giunta per le autorizzazioni, presieduta dal vendoliano Dario Stefà no.
E sin dalle prime battute esploderà il nodo politico, l’alleanza sul campo tra una parte del Pd e l’M5S, che potrà creare qualche malumore anche nel governo. Per certo non sarà gradita al Cavaliere che ne detiene la determinante golden share.
L’ex pm ed esponente di punta dei Demoratici Felice Casson e l’ex capogruppo grillino Vito Crimi, con formule diverse, chiederanno che la sentenza del processo Mediaset entri a pieno titolo nella discussione sul ruolo dell’ex premier.
Quella sentenza d’appello – 4 anni per frode fiscale e 5 d’interdizione dai pubblici uffici – contiene “la novità ” che potrebbe cambiare il corso del dibattito. Lì è scritto che Berlusconi è l’effettivo dominus delle sue aziende. Questo lo metterebbe in conflitto con la legge 361 del ’57 sul conflitto d’interesse.
Ma vediamo che succede giovedì.
Il caso Molise, dove il capo del Pdl ha optato per l’elezione, arriva in giunta.
Sul tavolo una dozzina di ricorsi.
Il relatore è Andrea Augello, esponente Pdl, ex An, vice in giunta nella scorsa legislatura, noto per la sua intransigenza sul caso Di Girolamo poi salvato dall’assemblea. Sta scrivendo la relazione. Nessuna anticipazione. Ma il quadro è chiaro.
Le precedenti pronunce della Camera sono a favore di Berlusconi.
Se le pezze d’appoggio restano le stesse la pronuncia potrebbe essere identica. La suspense è per le nuove “carte”. Pd e M5S sono pronti.
Casson lo conferma: «L’ho sempre detto. Chiederò che venga acquisita la sentenza Mediaset, perchè lì ci sono i fatti nuovi che la giunta deve valutare».
Come conferma Vito Crimi, M5S ha già pronto il suo dossier, «in cui c’è anche la sentenza Mediaset», con materiale che «chiarisce il ruolo di Berlusconi, il suo essere tuttora l’effettivo titolare e proprietario delle sue aziende».
M5S sfida il Pd: «Si giocano tutto e devono rispondere politicamente delle loro scelte, dovranno dire se sono pro o contro Berlusconi, se sono succubi o no». Casson ha già fatto il suo passo, ma molti Pd in giunta si sono espressi per Berlusconi
Toccherà ad Augello analizzare i nuovi documenti.
L’ex premier non ha presentato una memoria difensiva, ma potrebbe farlo, così come potrà chiedere d’essere ascoltato.
Giacomo Caliendo, vice presidente Pdl, lascia intendere che la decisione sia senza storia, ma dalle sue parole si capisce che i berlusconiani vogliono prendere tempo. Nessuna decisione prima dell’estate, tentativo di agganciare la Cassazione per Mediaset, ma valutare anche le altre due sentenze su Mediatrade, quella di Roma chiusa nel marzo 2013 con un “il fatto non sussiste” e quella di Milano dell’ottobre 2011 con un “assolto per non aver commesso il fatto”.
Berlusconi padrone effettivo? Il nodo è qui.
Conviene citare una lettera di Ettore Gallo, famoso ex presidente della Consulta, che il 24 giugno del ’96, in occasione di un niet della Camera, scriveva a Vittorio Cimiotta, da sempre impegnato nella battaglia per l’ineleggibilità : «Affidare a una persona di fiducia la posizione giuridica da cui deriva l’ineleggibilità per regolarizzare la situazione sul piano formale è un’autentica fraus legis che lo spirito sostanziale della legge non consente».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
IL TESORIERE PD: TESTO DA CAMBIARE… PDL: NO ALL’ABROGAZIONE DEI FONDI
Il governo alza le barricate in difesa della legge che cancella il finanziamento ai partiti. 
Perchè «o il sistema viene riformato o andiamo verso il collasso », sostiene il premier Enrico Letta, mettendo in guardia da qualsiasi manovra di alleggerimento messa a punto per attenuare i rigori della norma.
Trova man forte questa volta in Matteo Renzi, pronto a sparare a pallettoni contro le eventuali retromarce. Soprattutto quelle che qualcuno sta ipotizzando dentro il Pd.
I suoi parlamentari di riferimento sono sul piede di guerra. «Su questo punto il Pd deve essere limpido e lineare, troppe ambiguità finora» attacca ad esempio il deputato Dario Nardella: «Il governo Letta si gioca la credibilità , ora si tratta di capire se tutti nel nostro partito credono in questa battaglia o meno, se la linea sia quella di Sposetti o quella del premier: diciamo no al 2 permille ma anche ai finanziamenti a progetto». Il monito di Letta nei colloqui privati – tanto più dopo prese di posizioni come quella dell’ex tesoriere Ds e senatore Pd, Ugo Sposetti, nell’intervista di ieri aRepubblica («Senza soldi ai partiti la democrazia è morta») – si spinge fino al punto di minacciare l’intervento drastico di Palazzo Chigi con un decreto, alla ripresa d’autunno.
Avvertimento che conta poco o nulla sulla sponda Pdl, dato che Cicchitto e altri sono contrari all’azzeramento di ogni forma di finanziamento e lo dichiarano fin d’ora.
Il ddl governativo a stento concluderà il suo iter in commissione Affari costituzionali della Camera a fine luglio.
Tutta la partita in aula poi sarà rinviata alla ripresa.
Lo scontro è aperto proprio dentro il Partito democratico.
Col tesoriere Antonio Misiani chiamato in causa quale big sponsor del contestato rimborso «a progetto».
Il deputato, che ha anche studiato in Canada le forme di finanziamento alternative ai partiti, nega qualsiasi intenzione di sabotare il ddl Letta in combutta coi colleghi del Pdl. Spiega che «se c’è un modello Ottawa da guardare con attenzione riguarda il tetto massimo alle singole donazioni private, forti agevolazioni fiscali per le piccole donazioni, l’organizzazione della raccolta fondi dei partiti canadesi ».
Del resto, aggiunge, il provvedimento adottato dal governo «ha significativi margini di miglioramento ».
Cicchitto su questo punto dà ragione a Sposetti, dissentendo dalle ipotesi di abrogazione tout court del finanziamento dei partiti, «perchè in questo contesto porterebbe anche alla loro di abrogazione: su tale punto andrebbe aperta una riflessione senza demogogia».
Elena Centemero, anche lei Pdl, mette in guardia dall’articolo 13 del testo che conterrebbe interventi «salva fondazioni» e avverte: «Se il provvedimento resta tale, non lo voterò».
I Radicali invitano Renzi e il M5s a sostenere il loro referendum (uno dei 12) anti finanziamento.
Ma i parlamentari grillini, in una nota, chiamano in causa su questa vicenda il presidente del Consiglio Letta: vuole approvare la riforma del finanziamento, «peccato però che non dica una parola sui 91 milioni di euro che entro il 31 Luglio lo Stato verserà nelle casse dei partiti ».
Hanno depositato una mozione che sarà discussa il 15 luglio alla Camera con cui chiedono «al governo di sospendere il pagamento dei rimborsi di luglio in attesa che il Parlamento abbia approvato la riforma».
Difficile, dato che è stato già approvato lo scorso anno il dimezzamento del budget, che ha già dimezzato la cifra erogata dallo Stato alle formazioni politiche, dai quasi 180 milioni a 91 milioni di euro. Intanto, se e quando il ddl Letta verrà approvato, l’abolizione del finanziamento sarà graduale. Per entrare a regime solo nel 2016.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
IN 10.000 PER LA MESSA, L’INCONTRO CON I MIGRANTI… LA FORTE SIMBOLOGIA DELLE AZIONI DEL PONTEFICE
Prima di scendere sul molo di Lampedusa, ha deposto in mare una corona per ricordare i migranti morti in mare.
Papa Francesco ha inaugurato così la sua prima visita nell’isola, dove lo attendeva una folla di 10mila persone.
E’ stata proprio la notizia degli «immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte» ad averlo spinto a scegliere Lampedusa come meta della sua prima visita.
Lo scopo, come ha ricordato durante la messa, è «risvegliare le nostre coscienze perchè ciò che è accaduto non si ripeta».
LA MESSA
Il Papa è arrivato a Lampedusa nella tarda mattinata.
Al suo arrivo, a Punta Favaloro, ha stretto la mano ad un gruppo di migranti, ricordando di pregare «anche per quelli che non sono qui».
Un gesto inaspettato, che non è previsto in nessun protocollo.
Mentre durante la messa, che si è tenuta nello stadio dell’isola, il Pontefice si è scagliato contro «la globalizzazione dell’indifferenza» e la società «che ha dimenticato l’esperienza del piangere».
Si è poi rivolto agli immigrati musulmani, salutandoli con l’espressione dialettale lampedusana « o’ scià » (che significa «o fiato») e assicurando che «la Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie».
LA VISITA
Dopo la messa, Papa Francesco ha raggiunto la parrocchia di San Gerlando, dove ha incontrato alcuni migranti, un gruppo di cittadini di Lampedusa e il sindaco Giusi Nicolini.
Presente all’incontro anche don Stefano, il parrocco che nel maggio scorso lo aveva invitato nell’isola.
Uscendo dalla chiesa, il Pontefice ha salutato i lampedusani chiedendo loro di «proseguire in questo atteggiamento tanto umano quanto cristiano».
Un invito che ha ripetuto anche via Twitter: “Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi” ha twittato durante la mattinata dall’account @Pontifex_it.
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
NEL DOCUMENTO SEGRETO DI 20 PAGINE I NOMI DELLE 2.400 SOCIETA’ CHE SI SONO DIVISE LA TORTA: DALL’EX DALEMIANO VELARDI AI FRATELLI “BERLUSCONIANI” CASELLA, PER FINIRE A DINO VITOLA, PROTETTO DALL’EX AN ROSITANI
Le pagine, venti. Le società , 2400. Le scatole, infinite. Il denaro, 2 miliardi di euro. Ogni
anno, a ogni sussulto di canone che rispetta l’inflazione, la Rai distribuisce centinaia di appalti e commesse per le serie televisive e per la ristorazione, per i varietà e i trasporti.
Un documento di viale Mazzini, che il Fatto Quotidiano ha visionato e la Commissione di Vigilanza dovrà esaminare, prova a servire la trasparenza: le tabelle, in ordine alfabetico, sembrano un elenco telefonico.
Ma di nome e in nome, di sigla in sigla, si scoprono le aziende che lavorano con i migliori contratti.
I fratelli Casella, Losito e Mediaset
Per fare impresa in viale Mazzini, società pubblica che può apparire inespugnabile, non occorrono grossi capitali: una società a responsabilità limitata, 10mila euro per cominciare, un preventivo, un progetto.
I fratelli Casella, Cristian e Marco, avevano esperienza.
Il minore Marco ha in carriera sette anni e mezzo nell’ufficio stampa di Silvio Berlusconi e un incarico nei giovani per la libertà .
Il maggiore Cristian, l’amministratore, aveva gestito la televisione di propaganda berlusconiana.
Il passato di rilievo, seppur politicamente non imparziale, fa scorrere il cancello di viale Mazzini. Qualche sospetto e qualche accusa nascono presto e finiscono ancora prima. I ragazzi sono cresciuti e, in questa stagione, possono vantare un programma (costato 600mila euro, una parte ai fratelli) su Rai1 condotto da Paola Perego e i 10mila euro di 2B Team Group valgono ancora di più.
La presenza di amici al quadrato di Silvio Berlusconi non è un’ossessione per la Rai, anzi, è quasi una prassi, una tradizione che si rinnova e si amplifica.
Quando Teodosio Losito, rinomato ammiratore e produttore di Gabriel Garko e Manuela Arcuri su Canale 5, ha incassato un paio di commesse per la televisione pubblica, subito il pensiero è volato a Mediaset, a Cologno Monzese.
Proprio a Cologno Monzese, Losito ha residenza: una curiosità , nulla più.
Perchè fra i soci di Ares Film c’è Rti, acronimo di Reti televisive italiane, una controllata di Mediaset. Losito non si è fatto impressionare, non ha mai commentato nè smentito, finchè la quota di Rti è scesa al 5 per cento.
Non si è mai mossa dal 10 per cento, nè un passo avanti nè un passo indietro, l’ex compagna di Paolo Berlusconi, Patrizia Marrocco.
La Luxvide di Ettore Bernabei e figli non è mai la novità , nè in negativo nè in positivo: la torta per la fiction si riduce di qualche milioni di euro, ma i santi e i poeti raccontati non perdono spazio nè puntate.
Anche se il franco-tunisino Tarak Ben Ammar, da sempre alleato di Berlusconi, vorrebbe vendere il 18 per cento del pacchetto azionario che detiene attraverso Prima Tv.
L’ennesima edizione di Don Matteo, il prete interpretato da Terence Hill, sarà pronta al prezzo di oltre 15 milioni di euro. E la presenza di Banca Intesa fra i soci trasforma la Luxvide in un colosso multinazionale, non soltanto per le propaggini che si estendono sino a Londra.
Fiduciarie anonime e scatole cinesi
Ecco, per rintracciare un committente di spessore, per la quantità dei prodotti offerti, vale la pena fare un salto nella capitale inglese.
E magari, però non sarà facile, capire chi si nasconde (o non vuole farsi riconoscere) dietro la fiduciaria Reynolds Advisor Limited, azionista di maggioranza relativa (40%) di Albatros Entertainment di Maurizio Momi e Alessandro Jacchia, entrambi italianissimi, entrambi riferimenti costanti per i palinsesti di viale Mazzini. Albatros ha un’estrazione di centro più destra, molte volte si è speso (a parole, sia chiaro) l’ex ministro Maurizio Gasparri.
L’esterofilia può farci sbarcare persino in Olanda. Paypermoon Italia fu un’invenzione di Claudio Velardi, all’epoca reduce dagli anni di Palazzo Chigi con Massimo D’Alema.
Il referente italiano di Paypermoon, che realizza serie televisive con i vari Neri Marcorè e Anna Valle, si chiama Mauro Mari.
Le quote italiane sono divise in tre pezzi: il 3% sta a Londra, il 37% fa capo ad Aislin Italia e il restante a un’omonima olandese.
La parte italiana, però, è di proprietà olandese: leggendo l’ultimo bilancio disponibile, dichiara 714 euro di utile.
Sarà che le buone idee premiano e così, nonostante una finanzia non certo multinazionale, la Paypermoon ha tante serate da girare e occupare per circa 8 milioni di euro.
Ci sono produttori che non beccano una voce di spesa da anni e colleghi che non mancano mai. I direttori apprezzano la fantasia (e il successo) di Lorenzo Mieli, che non va legato soltanto a Fremantle Italia.
Wildside, uffici in viale Mazzini, raccoglie giovani di talento e cognomi, il bravo regista figlio di Maurizio Costanzo, Saverio; l’esegeta di Notte prima degli esami, Fausto Brizzi e Mario Gianani, da poco marito di Marianna Madia, deputata Pd.
I grandi affari dei soliti noti
Il calabrese Dino Vitola si è ritrovato in mezzo a una polemica sterminata perchè durante il suo Canzoni e Sfide, al teatro Politeama di Catanzaro, in sala c’era il camorrista Gaetano Marino (poi ammazzato) che ascoltava la figlia cantare.
Il nome di Vitola figura ancora fra i fornitori di viale Mazzini, quelli che, esaminati e vagliati, possono partecipare a una gara.
Per vicinanza territoriale, di origine, s’intende, il consigliere d’amministrazione Guglielmo Rositani l’ha sempre difeso in Cda.
In ascesa, va segnalata la Tunnel Produzioni di Ferdinando Mormone che, per Rai2, ha confezionato il contenitore di satira Made in Sud con Elisabetta Gregoraci, moglie di Flavio Briatore.
Il fallimento di soldi pubblici per Barbarossa, Umberto Bossi protagonista di un cameo, non ha stroncato il rapporto fra il regista Renzo Martinelli e viale Mazzini. Roberto Sessa ha cambiato tanto, ma non ha smarrito la sintonia con la Rai e ritorna operativo con Picomedia.
Di Benedetto & C. passato di ritorno
L’ex direttore generale Agostinò Saccà ha preso il largo, non senza qualche imbarazzo interno (ha i suoi amici e i suoi nemici) e, da ex capo di tutto in viale Mazzini, fa lievitare la Pepito.
C’è un gruppo storico, plasmato nelle ultime stagioni, che conferma la presenza.
C’è sempre la Goodtime di Gabriella Buontempo, ex moglie di Italo Bocchino.
Come la Titania di Ida Di Benedetto, consorte di Giuliano Urbani.
La Itc di Beppe Caschetto va bene anche con la cinepresa.
E l’agente Lucio Presta, Arcobaleno 3, presidia sempre il territorio.
Questa settimana, i parlamentari in Vigilanza Rai avranno le venti pagine che il dg Gubitosi — dopo aver iniziato a ripulire l’albo — ha consegnato al presidente Roberto Fico: può annoiare e ricordare un elenco telefonico, ma ci sono notizie e incroci che possono aiutare la televisione pubblica a sconfiggere brutti sprechi e cattive abitudini.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
“LE RIFORME NON SI STANNO FACENDO ANCHE PER COLPA DEI CINQUESTELLE CHE RIFIUTANO TUTTO E TUTTI”
Il co-leader del Movimento Cinque Stelle Gianroberto Casaleggio torna in Veneto per incontrare gli imprenditori, così come fece insieme a Beppe Grillo durante la campagna elettorale.
Riuscendo a raccogliere numerosi consensi ed adesioni.
Oggi sarà a Castelbrando, a pochi chilometri da Treviso, ospite della Confapri, associazione di piccoli e medi imprenditori con la quale il legame è ormai solido.
Non sarà solo: con lui, tra gli altri, i sindaci Federico Pizzarotti, Flavio Tosi e Giovanni Manildo. Il tema, ovviamente, è l’economia: come farla ripartire?
Ma l’aria intorno al M5S, da queste parti, è un po’ cambiata.
Sensazione confermata dall’esito delle scorse amministrative: a Treviso, per dire, i Cinque Stelle sono passati dal 24 per cento di febbraio al 6,8 del giugno scorso.
Il vicentino Giuseppe Sbalchiero da due anni è a capo della Confartigianato Veneto, che conta 60mila associati.
Come molti dei suoi colleghi aveva votato il M5S alle politiche.
Oggi rifarebbe quella scelta?
«Innanzitutto bisogna dire perchè in tantissimi, tra i nostri associati e non, diedero il loro voto a Beppe Grillo. Cioè per dare un segnale forte a centrodestra e centrosinistra, per dirgli “guardate che la nostra pazienza sta finendo, datevi una mossa”. Dopo anni in cui il 70-80 per cento della nostra categoria aveva premiato Pdl e Lega».
Il risultato qual è stato?
«Che il M5S ha scelto la via del rifiutare tutto e tutti. Le riforme non si stanno facendo anche per colpa di questo atteggiamento. Il voto di protesta si è rivelato fine a se stesso, quindi inutile».
Quindi la fiducia in Grillo è già finita? Il vostro non era un voto di adesione ma solo un segnale?
«In alcuni casi c’è ancora chi crede in lui. Ma tutti i voti presi a febbraio oggi come oggi sono una chimera. Il fenomeno si è ridotto di molto. E sa chi se ne avvantaggerà ? L’astensionismo. La totale sfiducia ».
Padroncini e operai, nelle vostre fabbriche, si erano ritrovati a votare M5S. I lavoratori la pensano come voi su Grillo? Stessa delusione?
«A dire il vero erano anni che accadeva la stessa cosa, questa comunanza tra piccoli imprenditori e collaboratori, magari votando Lega. La quale doveva portare il federalismo, e invece niente. Ora è toccato a Grillo, e ancora niente. C’è una sensazione di rifiuto molto diffusa».
Domani (oggi, ndr) sarà all’incontro con Casaleggio?
«Ho altri impegni. La dialettica resta comunque utile, ci mancherebbe.Il fatto è che si parla troppo, magari».
E il governo di larghe intese come vi sembra?
«Stiamo ancora aspettando che cominci a governare. Che si tagli la spesa pubblica inutile e la burocrazia. E si dia il via alle riforme. Altrimenti succede che si tornerà a votare con questa stessa legge. Metà cittadini non ci andranno nemmeno. E l’altra metà decreterà ancora una volta il totale immobilismo».
Matteo Pucciarelli
argomento: economia, Grillo, Lavoro | Commenta »
Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
COME POTERE E PRIVILEGIO SI POTREBBERO CONIUGARE IN POSITIVO
Non c’è spiaggia abbastanza appartata, vetta sufficientemente alta. 
Non esiste ombrellone che ti ripari. Ti raggiungono ovunque. Inesorabili con il loro ronzio, come mosconi estivi. Come zanzare tigre.
Sono le polemiche politiche. E poi ti dicono pure che sei diventato anti-politico.
Ma se guardi il giornale con il distacco della vacanza — chi può permettersela — ti viene un dubbio: la politica è davvero la faccia tirata come un violino di Berlusconi, sono le estenuanti polemiche per la segreteria del Pd?
Oppure è un vigile del fuoco che rischia la pelle per salvare i nostri boschi perchè hanno tagliato i fondi per i Canadair?
Ce lo siamo detti tante volte cominciando la settimana, ogni lunedì: ritroviamo il senso profondo delle parole. La politica è potere.
Ma quello stesso vocabolo, potere, ha due significati profondamente diversi. Può essere un sostantivo, parola immobile, respingente e minacciosa perfino nel suono martellante: po-te-re. Ma anche verbo, movimento.
Ecco il punto, abbiamo trasformato un’azione in una cosa.
Abbiamo dimenticato quello che può davvero voler dire “potere”: avere, appunto, la possibilità , l’occasione straordinaria di incidere nella realtà .
Occuparsi delle vite delle persone.
Vale anche per la parola privilegio. Che per noi ha ormai il suono dell’ingiustizia, dell’arbitrio. Ma sarebbe anche altro: l’occasione — frutto del merito o della sorte — concessa a pochi di raggiungere una posizione che consenta di fare qualcosa di grande.
Allora pensiamo ai giornali, ai telegiornali, ai nostri discorsi.
Alla parola politica ormai associamo le sparate di Berlusconi preoccupato di dover passare le giornate ad Arcore agli arresti domiciliari, per serate poco eleganti con vestito a righe.
La colleghiamo a Matteo Renzi, ai vertici del Pd che come stalker ci perseguitano con polemiche sul regolamento del partito.
à‰ questa la politica?
O forse, come raccontiamo oggi, sarebbe piuttosto occuparsi della prevenzione degli incendi che si mangiano milioni di ettari di boschi.
Che mettono a repentaglio la vita di volontari, vigili del fuoco e piloti di Canadair.
Non è politica capire che non si possono tagliare milioni ai voli anti-incendio quando se ne spendono 22 soltanto per mantenere gli aerei blu?
Quando si destinano miliardi agli F35?
Difficile trovare una risposta.
Poi arriva tuo figlio e ti chiede: “Fammi vedere casa nostra con il satellite sul computer”.
Compare una macchiolina gialla. Noi siamo qui. Ma a lui non basta. Subito con un tocco sullo schermo amplia la prospettiva, vuole vedere il puntino perdersi nella città , nell’Italia. Nel mondo.
Lo vorresti rimproverare perchè ti fa perdere la concentrazione mentre scrivi l’articolo.
Poi d’un tratto te ne accorgi: ecco, questa è la politica.
Ferruccio Sansa
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