Destra di Popolo.net

FAMIGLIE, IL TESORETTO E’ FINITO

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LO SPENDING REVIEW DI CASA: TAGLI ALLA BOLLETTA DEL TELEFONO, AL CARRELLO DELLA SPESA E ALLA BENZINA… INTACCATI ANCHE IL SALVADANAIO

Lo stop all’aumento Iva e la cancellazione dell’Imu? Una passeggiata.
La vera finanziaria italiana, roba da Nobel dell’Economia, è quella che da quattro anni a questa parte hanno mandato in porto senza fanfare le famiglie tricolori.
Siamo oltre le lacrime e il sangue: nel 2012, per dire, abbiamo tagliato 4 milioni di telefonate al giorno, ridotto di un quarto gli acquisti di case, comprato 80mila auto in meno, sforbiciato 3,4 miliardi di litri di benzina dal pieno (quanto basterebbe per girare 846mila volte la terra all’altezza dell’equatore).
Ma essere formiche, ormai, non basta più: le uscite, causa crisi, superano le entrate.
E l’Italia — per la prima volta dal Dopoguerra — è stata costretta a rompere il salvadanaio e mettere mano ai soldi risparmiati negli anni del boom per tirare avanti la carretta.
I conti della serva sono facili come un compito di ragioneria. Voce “avere”: guadagniamo di meno — 98 miliardi in quattro anni per Confesercenti — e la nostra capacità  di spesa è scesa dell’8,7% dal 2008, come dire che abbiamo perso per strada 3.400 euro a famiglia.
Voce “dare”: paghiamo più tasse (288 euro a testa nel 2012) e le bollette sono salite dell’11% solo l’anno scorso.
Per far quadrare i conti, il Belpaese le ha provate tutte: ha smesso di acquistare appartamenti e lavatrici, fa la spesa all’hard discount e ha negato il motorino nuovo persino ai figli promossi con la media del nove.
Peccato che quest’austerity “fai da te” ci abbia fatto risparmiare “solo” 85 miliardi in quattro anni. Risultato: l’Italia ha smesso d’arricchirsi e – un euro alla volta – ha iniziato a diventare più povera.
Carta canta: la ricchezza – se ancora possiamo chiamarla così – delle famiglie è calata dal 2008 del 5,7% bruciando, calcola Banca d’Italia, 520 miliardi di euro, quasi un terzo del nostro Pil.
E i nostri debiti (per fortuna ancora pochi rispetto alla media Ue) hanno iniziato a correre a ritmi vertiginosi passando dal 30,8% del reddito del 2008 al 65% del 2012.
La soluzione? Una sola: i conti domestici tricolori funzionano come il bilancio dello Stato.
Se le entrate non crescono, si può solo tagliare.
Ecco, voce per voce, dove e come abbiamo iniziato a farlo.
LA CASA
Due cuori, una capanna e una montagna di rate non pagate sul mutuo. La spending review del Belpaese è partita giocoforza dal bene più prezioso che abbiamo: la casa.
Il 70% degli italiani ne ha una, spesso presa a debito.
E per ridurre i costi (le tasse immobiliari sono salite del 136% in un anno) in molti hanno preso il toro per le corna smettendo di pagare le rate.
I proprietari “morosi” con gli istituti di credito sono cresciuti del 36% in meno di due anni. E l’Associazione bancaria italiana – per evitare una Caporetto creditizia e sociale – è stata costretta a varare una sorta di “moratoria” consentendo a chi era in difficoltà  di fermare temporaneamente il pagamento degli interessi.
Hanno aderito 91mila persone. E ora che il programma è scaduto, diverse migliaia di famiglie si sono ritrovate all’improvviso sull’orlo del baratro.
Qualcuno ha fatto scelte più radicali.
E per pagare la scuola dei figli o i debiti, ha appeso sulla porta di casa il cartello “Vendesi”. Risultato: sul mercato è arrivata all’improvviso una valanga di appartamenti (compresi un 18% in più di aste su case pignorate dalle banche). I prezzi sono crollati e i compratori, malgrado tutto, sono spariti nel nulla.
Nel 2012 i rogiti sono stati il 25% in meno del 2011 e i volumi del mercato del mattone sono tornati indietro di 28 anni.
AUTO E BENZINA
L’età  del parco-auto è uno degli indicatori sociologici più gettonati per misurare lo stato di salute di un paese. E nel caso dell’Italia questo termometro parla chiaro: stiamo sempre peggio. I trasporti pesano per il 13,8% sui bilanci familiari.
E per ridurre le uscite siamo andati giù con l’accetta: non compriamo più auto nuove e quelle vecchie le lasciamo sempre più spesso ferme in strada o in garage.
Nel 2012 abbiamo acquistato 80mila quattroruote in meno, con un risparmio netto di sette miliardi. E anche nel 2013 il mercato viaggia in retro, con un – 11% a fine maggio.
Tempi duri anche per il pieno: chi può va a piedi, in bici o in tram e nel 2012, zitti zitti, gli italiani hanno acquistato 3,4 miliardi di litri di benzina in meno (–9,9%).
In teoria questa mossa avrebbe dovuto regalare ai conti delle famiglie una boccata d’ossigeno da 6 miliardi di euro.
Peccato che gli aumenti delle accise (+22%) si siano mangiati tutto il risparmio.
E forse anche per questo ben 3,2 milioni di auto, secondo l’Ania, hanno viaggiato nel 2012 senza pagare l’assicurazione obbligatoria.
IL CARRELLO DELLA SPESA
Più pasta e meno carne. Più hard discount e meno prodotti di marca.
La manovra finanziaria della case tricolori non ha risparmiato nemmeno, come ovvio, il carrello della spesa. Pranzo e cena dobbiamo per forza metterli assieme.
Ma visto che pesano per il 19% sulle uscite domestiche, a tavola è scattata una spending review selettiva, fatta più di bisturi che d’ascia.
Obiettivo: ridurre le spese (sono calate nel 2012 dell’1,2%) senza sacrificare calorie e quantità  nel piatto.
L’operazione “shopping intelligente” è fatta di tante piccole malizie da scaffale: scegliamo prodotti nologo (costano il 18% in meno e le vendite sono cresciute del 5,8%) non snobbiamo gli hard discount che a marzo scorso viaggiavano a +4,8%.
Compriamo più spaghetti (+ 3,6%) e meno carne di vitello (-5%) mentre il povero pollo – reo solo di essere più economico – va a gonfie vele nelle padelle del Belpaese.
Resta al palo invece, succede da molti anni, il rinnovo del guardaroba.
Ad aprile 2013 l’abbigliamento e le scarpe sono in calo per l’Istat del 9%.
BOLLETTE, LOTTO E FUNERALI
La spending review energetica delle famiglie italiane è stata stroncata dagli aumenti tariffari.
Nel 2012 abbiamo ridotto i consumi di luce (-0,3%) e gas (-7,4%) ma il rialzo dei prezzi si è mangiato con gli interessi i sacrifici.
Le persone più in difficoltà  – per la centrale d’allarme interbancaria quelle in ritardo con pagamenti e assegni sono cresciute del 35% al sud e del 38% al nord-ovest – non hanno avuto altra scelta che scaglionare la spesa: gli italiani che pagano la luce all’Enel a rate sono il 30% in più, all’Eni siamo a +48%.
Per rimediare al “buco” delle bollette, siamo andati a lavorare di cesello sulle spese superflue: tra Gratta & Vinci, Superenalotto e Win for Life nei primi sei mesi del 2013 abbiamo risparmiato 500 milioni (-5,8% di spesa) alla voce dea bendata.
Non andiamo più al cinema (-7,3% nel 2012) e nei musei (-5,7%).
Fumiamo meno – le tasse sulle sigarette hanno reso lo scorso anno il 7,6% in meno – e visto che la salute non ha prezzo ma le medicine costano, nel 2013 per la prima volta abbiamo iniziato a sforbiciare del 6,4% pure le spese sanitarie.
Si rischia di morire? No problem. Basta digitare www. funeralionline. it e sfogliare alla voce offerte.
L’Italia è più povera. E anche per il caro estinto, business is business, è già  boom delle esequie low-cost.

Ettore Livini
(da “La Repubblica“)

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IN ITALIA 6,7 MILIONI DI DONNE VITTIME DI ABUSI: 1 SU 7 E’ IL PARTNER

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

NEL MONDO UNA DONNA SU TRE SUBISCE QUALCHE FORMA DI VIOLENZA… BASSO TASSO DI DENUNCE, SPESSO LA VIOLENZA PASSA SOTTO SILENZIO

Sono sei milioni e 743 mila le donne tra i 16 e i 70 anni vittime di abusi fisici o sessuali in Italia e circa un milione quelle che hanno subito stupri o tentati stupri.
A livello mondiale oltre una donna su tre subisce nel corso della propria vita qualche forma di violenza.
Sono dati dell’Organizzazione mondiale della sanità  – che definisce il problema “di dimensioni epidemiche” – presentati oggi a Palazzo Chigi dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (O.N.Da).
In molti casi l’autore della violenza è il partner (14,3 per cento delle donne in Italia), ma in questi casi solo il 7 per cento denuncia e il 33,9 per cento non ne parla con nessuno.
Anche quando la violenza è a opera di un conoscente o di un estraneo una donna su quattro la tiene nascosta.
Se questo è il quadro italiano, nel mondo le cose non vanno meglio: oltre un terzo delle donne subisce qualche forma di violenza nel corso della vita (35 per cento), soprattutto da parte di mariti e fidanzati, e il 38 per cento dei femminicidi avviene per mano del partner.
La violenza non fa distinzione tra ceti sociali: l’Oms riferisce della diffusione del fenomeno nelle fasce ad alto reddito, che si attesta al 23,2 per cento.
Infine, essere oggetto di violenza fisica o sessuale nel 42 per cento dei casi comporta danni alla salute.
“I dati evidenziano come le donne esposte alla violenza dei compagni siano due volte più a rischio di depressione — commenta Flavia Bustreo, vicedirettore generale Salute della famiglia, delle donne e dei bambini all’Oms -, quasi due volte più a rischio di dipendenza dall’alcol e una volta e mezzo più a rischio di contrarre malattie sessualmente trasmesse, come Hiv, sifilide, clamidia e gonorrea”.
Anche per questo l’invito a tutti i paesi è di potenziare il contrasto del fenomeno, “grazie al sostegno dei singoli Sistemi sanitari nazionali”.
“I dati dimostrano come le donne devono essere aiutate a trovare la forza di reagire”, aggiunge Francesca Merzagora, presidente O.N.Da. E riferendosi al basso tasso di denunce sottolinea: “Indulgenza e indulto, previsti nel decreto sull’emergenza carceri, non dovrebbero riguardare casi di violenza su donne e bambini”.

(da “Redattore Sociale”)

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SICILIA, GUARDA UN PO’… I CINQUESTELLE CHIEDONO PIU’ POLTRONE

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LIEVITA L’UFFICIO DI PRESIDENZA: DA 9 A 12 E IERI QUASI A 14… COSTANO 150.000 EURO A TESTA

S’è rischiato di sfiorare un imbarazzante primato ieri a Palazzo dei Normanni, sfarzosa dimora di re e vicerè di Sicilia, dal 1946 sede di 90 deputati che al vertice dell’Assemblea regionale hanno sempre avuto un consiglio di presidenza composto da 9 membri.
Da qualche mese portato a 12 e ieri sul punto di raggiungere quota 14.
Ma, forse, il confronto con la Camera dove i 630 inquilini di Montecitorio sono «governati» da un ufficio di presidenza composto da 18 deputati ha fatto capire che era meglio soprassedere evitando pessime figure in tempi di forzata spending review.
E hanno dovuto farsene una ragione anche i 14 grillini che pressano più di altri per ampliare la rosa, convinti di esercitare un sacrosanto diritto come uno dei gruppi più numerosi a invocare un loro rappresentante nell’ufficio guidato dal presidente dell’Assemblea Giovanni Ardizzone.
Per la verità  uno l’avevano.
Ed erano riusciti a piazzarlo come vice a fianco di Ardizzone, ma Antonio Venturino, un passato di attore fra Londra e Piazza Armerina, ha mollato Grillo e s’è tenuto la ricca diaria di circa 8 mila euro al mese che la Rete gli chiedeva di restituire.
Un tradimento, per il capogruppo Giancarlo Cancelleri che adesso vuole un suo deputato nell’ufficio più ambito del Palazzo dopo aver chiesto invano le dimissioni di Venturino.
Con l’effetto di provocare un ulteriore allargamento dell’organo già  slabbrato dalla divisione di altri gruppi in gruppetti.
Ardizzone aveva infatti concesso tre deroghe, come il Regolamento interno gli consente, a gruppi che nelle migrazioni di maggioranze ballerine s’erano ritrovati con meno di 5 deputati.
È il caso di Grande Sud, Cantiere popolare e Democratici riformisti che hanno fatto inserire nel consiglio Maria Luisa Lantieri, Salvatore Cascio e Salvatore Lo Giudice. Con queste tre new entry si è passati da 9 a 12, mentre si rischia di zompare a quota 14 con l’avance dei grillini e con l’analoga richiesta di Nello Musumeci, l’ex candidato malamente sostenuto dal Pdl e sconfitto da Rosario Crocetta nella corsa a governatore, anche lui prosciugato da fughe che hanno ridotto al minimo il suo gruppo.
Se passa l’idea che spetta un posto a ogni gruppetto di tre deputati o che si debba aggiungere un posto a ogni cambio di casacca c’è il rischio che prima o poi si arrivi ai 18 della Camera.
No, Ardizzone giura che non sarà  così, che «non si arriverà  a 14 e che 12 sono già  troppi», come diceva ieri sera rinviando il tema a martedì prossimo, deciso a restare «ligio alla norma interna», ma pronto a chiedere «una rivisitazione del Regolamento perchè è ovvio che con 14 componenti ogni riunione rischia di diventare un’assemblea senza fine…».
Ma, lungaggini a parte, c’è chi fa i conti e scopre che ognuno di quei «posti» all’Assemblea costa circa 150 mila euro all’anno perchè, tanto per fare un esempio, i tre segretari e altri tre di prima nomina, Antony Barbagallo (Pd), Orazio Ragusa (Udc) e Dino Fiorenza (Mpa), hanno diritto a una indennità  di 2 mila euro, più 6 mila per gli addetti alla segreteria particolare e circa 3 mila per un «comandato».
Il tutto da aggiungere ai 12 mila euro e passa spettanti ogni mese.
Conti fatti e rifatti ieri alle 16.14 mentre in aula cominciava una seduta destinata a trasformarsi in un altro record visto che è stata chiusa alle 16.35.
Ma occupando i primi 5 dei 21 minuti di lavoro alla ricerca di uno di quei sei segretari del consiglio di presidenza, tutti assenti.
Tanto che s’è fatto avanti un volontario, Vincenzo Vinciullo, dissidente Pdl sospeso a Siracusa, in lite con Stefania Prestigiacomo: «Un segretario ci vuole. Che fare? Non è la prima volta».
E un sorriso ironico corre alla miracolosa norma che realizza la presenza dei deputati assenti.
Perchè quei sei e altri 26 deputati, cioè tutti i componenti dell’ufficio di presidenza, capigruppo e presidenti di commissione, sulla carta, sono sempre presenti per definizione.
E non soggetti alla trattenuta di 224,90 euro della diaria base di 3.500 euro.
Una «multa» prevista per tutti, tranne per i 32 titolari beneficiati dal refrain «non si vede, ma c’è».

Felice Cavallaro
(da “il Corriere della Sera”)

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RENZI, IL PALLONARO STRATOSFERICO: “IL PONTE VECCHIO? L’HO CHIUSO PER I DISABILI”

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

HA TRASFORMATO PONTE VECCHIO IN UN PRIVE’ PER IL SUO AMICO MONTEZEMOLO, FUTURO ALLEATO NELLA SCALATA AL POTERE… MA LUI NEGA E FA PAROGONI INDECENTI, MENTRE LA CITTA’ LO CRITICA

L’idea di Renzi di trasformare Ponte Vecchio in un privè per gli amici “carini” del suo amico Luca di Montezemolo ha turbato la pancia profonda della citta.
Renzi, poco abituato a gestire il dissenso, l’ha presa malissimo e ha perso il controllo: nel consiglio comunale di lunedi è arrivato ad aggredire l’arcivescovo di Firenze, reo di aver criticato il tono morale della città  dello scandalo delle escort
Ma ieri ha fatto qualcosa di peggio.
Nella newsletter irradiata via email da Palazzo Vecchio ha strumentalizzato addirittura i bambini disabili: “En passant, abbiamo anche recuperato circa 120mila euro, l’equivalente del taglio che abbiamo ricevuto sul capitolo delle vacanze per i bambini disabili. Io credo che chiudere tre ore Ponte Vecchio per questi motivi sia doveroso per un Sindaco. Lo rifarei, nonostante le polemiche. Voi che ne pensate? ”
Nessuno ha ancora avuto il piacere di vedere il bilancio preventivo del Comune: ma anche ammesso che il taglio ci sia, Renzi aveva ben altri modi per recuperare quella cifra.
Mettere in connessione le Ferrari e i bambini disabili è una bassezza propagandistica fuori scala anche per la penosa comunicazione politica italiana.
Camillo Langone ha scritto sul Foglio che Matteo Renzi è “Un pallonaro stratosferico, un cinico da primato, una monumentale faccia di bronzo, un uomo per il quale non esiste nulla di sacro”. Nulla, davvero nulla.

Tomaso Montanari

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CALDEROLI E LA LITE CON BOSSI: “SONO ANCORA SOTTO CHOC”

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

IL SENATUR A OGNI OCCASIONE PUBBLICA SPARA SUL NUOVO CORSO: “PARTITO DI CRAVATTARI”, “TRADITORI DELLA BASE”, “SIETE FINITI”

Roberto Maroni tace. Gli stracci, pensa e dice, non devono volare sulle teste dei militanti. I problemi interni non possono essere affrontati sul palco di un comizio.
Nè il segretario deve contribuire all’incendio del movimento.
Tutto giusto. Eppure, se il problema si chiama Umberto Bossi il non affrontare la situazione, lo sperare che il silenzio faccia stingere il «Capo» sullo sfondo, il dar la colpa – ancora una volta – ai giornalisti «che cacciano palle» e «ci ricamano» potrebbe essere un errore catastrofico.
Perchè la tragedia è che tutto accade lì, in pubblico.
Non si può più dire che sian «palle»: è il palco dei comizi, un tempo trampolino per gli assalti contro Roma ladrona, che diventa il teatro di uno psicodramma collettivo e senza precedenti, in cui ad azzannare la Lega è il suo stesso padre.
Ad ogni uscita pubblica, Bossi spara a canne mozze contro il nuovo corso leghista: «Siete finiti», «partito di cravattari», «traditori della base».
Senza mai scordarsi di far risuonare il vecchio urlo, «Padania libera» irridendo di fronte a tutti il più composto «Prima il Nord».
Ai dirigenti presenti, tocca rispondere. Dare sulla voce a chi per trent’anni è stato «il Capo», il Tutto, la Lega stessa.
È successo sabato scorso a Cermenate con Matteo Salvini, è successo il giorno dopo a Spirano, e in maniera più rude, con Roberto Calderoli.
Entrambi costretti a intervenire – e per Calderoli lo sa il cielo quanto deve essere stato difficile – per temperare sortite sempre più devastanti: «Fino all’ultimo me ne sarei stato zitto – racconta –. Fino all’ultimo. Ma certe cose no, non si possono dire. Ho visto la faccia dei militanti di fronte a me che cambiava colore. Però, lo dovevo fare, e se serve lo rifarò. Anche se per me è stato uno choc».
Forte al punto da farlo ammettere: «Ho pensato di mollare tutto».
Forse soltanto Calderoli, l’uomo a cui bastò una telefonata del Capo per interrompere il viaggio di nozze, l’interprete ingegnoso delle mille malizie tattiche bossiane, poteva togliere la parola e rispondere a muso duro a Bossi: «Avevi detto che non volevi fare come Salomone che rischiava di dover tagliare il bambino in due. Ma con quello che dici ogni giorno su Maroni, qui tagli il partito a pezzi con lo spadone».
Il fatto è che non si tratta soltanto di un problema umano.
Il Bossi rabbioso, il Bossi che sogna la rivincita e lo dice, il Bossi che impallina la nuova dirigenza in ogni possibile occasione imballa completamente il motore della Lega.
Non si tratta soltanto delle cannonate sparate di fronte ai militanti e quelle, anche più esplosive, che vengono confidate in privato a chiunque abbia voglia di ascoltarle.
Il problema è politico: da qualche tempo il Carroccio va preparando un’iniziativa su cui punta molte delle sue fiches.
L’architrave di tutta la strategia politica in vista della gigantesca tornata amministrativa della prossima primavera, quella in cui la Lega spera di poter ancora risalire la china
Peccato che dell’iniziativa i nordisti non possano parlare. Per ora, è impensabile.
Perchè il Bossi furioso, che da oggi sarà  tallonato dai cronisti come negli anni belli del governo, è in grado di polverizzare qualsiasi trovata con una pernacchia delle sue.
Di ridicolizzarla prima ancora che abbia il tempo di farsi conoscere.
Soprattutto ora che il fondatore ha ripreso a fare comizi a ritmo serrato: domani sarà  nel suo paese natale, Cassano Magnago, e sabato sera a Besozzo.
Una mina vagante che al momento nessuno sa come disinnescare.
La soluzione, per ora, cerca di tratteggiarla lo stesso Calderoli: «Al congresso del prossimo febbraio bisognerà  trovare come nuovo segretario un giovane che goda della stima sia di Maroni che di Bossi. Altrimenti, qui, andiamo tutti a sbattere».

Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)

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LETTA ESULTA PER POCO: “CE L’ABBIAMO FATTA, PIU’ FLESSIBILITA’ PER I BILANCI”, MA LA UE NON VENDE FUMO: “NON SI SFORA IL 3%”

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LA CONCESSIONE RIGUARDA SOLO INVESTIMENTI PER “DEVIAZIONI TEMPORANEE” COFINANZIATE DALLA UE E SOTTO LO STRETTO CONTROLLO EUROPEO

“Ce l’abbiamo fatta! Commissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità  per i prossimi bilanci per i Paesi come Italia con conti in ordine. Serietà  paga”. Lo scrive su twitter il premier Enrico Letta. L’esultanza del premier per la decisione della commissione europea è subito confermata da una nota da Palazzo Chigi.
“Il governo italiano raccoglie con grande soddisfazione un risultato importante, forse il più importante di tutti nel rapporto con le istituzioni europee. Il presidente della Commissione Europea, Barroso ha infatti appena annunciato a Strasburgo per i paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo, come l’Italia, una maggiore flessibilità  di bilancio nel 2014 per investimenti produttivi e per rilanciare la crescita” si legge.
“È il premio per la scommessa che questo governo ha fatto fin dall’inizio sul rispetto degli obiettivi di finanza pubblica” concludono da Palazzo Chigi.
La Commissione Ue in realtà    “consentirà  solo deviazioni temporanee dal raggiungimento dell’obiettivo di medio termine” che permetteranno “investimenti pubblici produttivi”, cofinanziati dalla Ue.
Lo ha annunciato il presidente Josè Barroso e oggi il commissario Olli Rehn scriverà  ai ministri per spiegare il nuovo approccio.
Nonostante l’entusiasmo di Letta, la Commissione europea chiarisce che la flessibilità  sull’uso di investimenti produttivi “in nessuna circostanza permette agli stati membri di sforare il limite del 3% del rapporto deficit-Pil”.
Lo ha detto Simon O’Connor, portavoce del commissario Ue agli affari economici Olli Rehn durante il punto stampa quotidiano dell’Esecutivo Ue spiegando le dichiarazioni di questa mattina del presidente della Commissione Josè Manuel Barroso.
Il portavoce ha spiegato che la deviazione consentita permette semplicemente una maggiore flessibilità  sugli obiettivi di medio termine, ossia il pareggio di bilancio in termini strutturali. ‘Connor ha inoltre precisato per l’ennesima volta che non si tratta di scorporare alcuni investimenti dal computo del deficit, ma semplicemente di deviare temporaneamente dall’obiettivo concordato per ciascun paese, che appunto per l’Italia è il pareggio di bilancio.
A chi gli chiedeva cosa c’è effettivamente di nuovo nell’annuncio di oggi rispetto ad un approccio che la Commissione tiene ormai da diversi mesi, O’Connor ha detto che con la dichiarazione di oggi si è voluto chiarire quali sono gli investimenti consentiti per questa temporanea deviazione, e cioè i cofinanziamenti nazionali dei progetti Ue.

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VEDRO’, FARO’, CADRO’ : CAUSE ED EFFETTI DEL GOVERNO LETTA

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

I CONTINUI RINVII DI DECISIONI ESSENZIALI PORTANO SOLO IMMOBILISMO E ALLA PARALISI DELA POLITICA: TANTO VALE ANDARE A VOTARE

Messa così pare un gioco di parole.
Ma, forse, è meglio dirlo con un sorriso: il governo Letta è nato come il governo “Vedrò” (il nome del suo club culturale bipartisan e politicamente corretto del premier); è cresciuto, se così si può dire, come il governo “Farò”, basato sulla politica del rinvio, di ogni questione cruciale: Imu, Iva, legge elettorale, riforme.
A questo punto resta solo il “Cadrò”.
Nel senso che, se va avanti in questo modo, è solo questione di tempo.
Perchè a forza di fare gli equilibristi prima o poi si cade.
E, diciamoci la verità , non sarebbe neanche un male che la parola tornasse al popolo. Anzi, sarebbe auspicabile.
A questo punto la questione è seria.
Il caso Santanchè non seletta vicepresidente della Camera è emblematico della paralisi di un’elezione che non avverrà  mai.
Col Pdl che terrà  il punto sul suo candidato più inadatto al ruolo, mostrando, per l’ennesima volta, l’irresponsabilità  di chi sta al governo con lo spirito di chi sceglie, prima di tutto, le ragioni della propaganda e non quelle del paese.
E col Pd che non lo voterà  mai, ma senza neanche votare un altro candidato, in nome del bene del governo.
È il segnale che non solo questo assetto — governo e maggioranza — non è un assetto “di servizio”, ma rischia di diventare di “disservizio”.
È, appunto, la paralisi, l’immobilismo.
Poco male se non si elegge un vicepresidente, ma perchè scaricare sulle istituzioni di tutti la propria incapacità  di trovare soluzioni?
È questo il punto: il rinvio sta diventando la regola dell’era Letta.
In nome della stabilità  del governo non si decide su nulla.
È accaduto con l’Imu, il vero ricatto di Berlusconi sul governo.
Invece di scegliere su come abolire la tassa — per tutti o solo per le fasce basse — è stata sospesa di tre mesi.
E lo stesso è accaduto con l’Iva, il cui aumento è stato sospeso sempre di tre mesi.
E lo stesso è accaduto su un altro capitolo, e cioè sulla legge elettorale, la riforma più urgente, spostata alla fine di quel balletto sulle riforme istituzionali che tutti sanno, a partire da Letta, che non porterà  risultati.
Lo so, lo so, conosco l’obiezione: “Se non si fosse fatto così il governo non avrebbe retto”.
Non mi pare convincente, perchè facendo così la crisi è solo rimandata, rinviata appunto. È questione di tempo.
Prima o poi si devono compiere delle scelte.
E allora sarebbe stato meglio farle subito.
A costo di dover tornare a chiedere la fiducia agli italiani.

Alessandro De Angelis

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INDUSTRIA DISTRUTTA, I NUMERI DEL TRACOLLO

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

PERSO IL 15% DELLA BASE PRODUTTIVA: 55 MILA AZIENDE , 539 MILA POSTI, UN QUARTO DELLA PRODUZIONE. DAL 2008, PIL GIÙ DELL’8,6%

La ripresa. Oramai è un essere mitologico il cui avvistamento è predetto di sei mesi in sei mesi da governi e economisti.
Basta poco ad eccitare gli animi: ora c’è una tenuta della produzione industriale a giugno (-0,1%) a far sperare gli ottimisti, che però dimenticano che quel dato è su base mensile, mentre rispetto a un anno fa il calo è del 2%.
“Non sappiamo se siamo alla fine della caduta o all’inizio di una ripresa”, diceva ieri Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma.
Che succede, però, mentre aspettiamo l’unicorno del rilancio?
Il nostro sistema manifatturiero — il secondo in Europa, il settimo nel mondo, con una quota di oltre il 3% sul commercio mondiale — chiude o perde pezzi o finisce in mani straniere (il che vuol dire che gli utili che produrrà  emigreranno nel paese di residenza dei nuovi proprietari): quando e se la domanda ripartirà , in altre parole, non saremo in grado di cavalcarla.
La fotografia l’ha fatta qualche settimana fa il Centro studi di Confindustria e non è piacevole: tra il 2009 e il 2012 è andato distrutto oltre il 15% della base produttiva industriale; nello stesso lasso di tempo sono sparite 55mila aziende, una quarantina al giorno; tra il 2008 e il 2012 i posti di lavoro persi nel solo manifatturiero ammontano a 539mila “e si tratta di un bilancio provvisorio perchè questa crisi non è ancora finita”, dice il vicepresidente di Confindustria Fulvio Conti.
Anche perchè, la stretta del credito sta ormai uccidendo persino le aziende sane, quelle che anche ora farebbero utili.
In generale, sempre secondo le stime del Csc, la produzione industriale italiana nei primi tre mesi del 2013 risultava di quasi il 25% più bassa rispetto a quella del 2008 (prima dell’inizio della crisi), il Prodotto interno lordo era invece inferiore del-l’8,6% a paragone di quello di cinque anni fa, mentre la disoccupazione — come rivelato dall’Istat — ha raggiunto ormai il record da quando esistono le rivelazioni trimestrali (1977): tasso al 12,2%, oltre tre milioni di persone a spasso, il 38,5% nella fascia d’età  15-24.
Com’è chiaro tanto dai dati quanto dall’opinione degli interessati, questa è una crisi di domanda.
Nelle ultime interviste semestrali che la Bce ha fatto alle imprese, la principale preoccupazione degli operatori risulta essere la ricerca di clienti: non la burocrazia e nemmeno la detassazione delle assunzioni, ma trovare a chi vendere.
In Italia, per dire, nel 2012 i consumi finali delle famiglie sono calati del 4,3% (e soprattutto nell’acquisto di beni), gli investimenti fissi lordi sono scesi addirittura dell’8% penalizzando particolarmente mezzi di trasporto, macchinari, attrezzature e costruzioni , l’ossatura del nostro sistema produttivo.
Ovviamente questi numeri hanno effetti anche sulle finanze pubbliche.
Per due motivi: da un lato i numeri del bilancio   — ad esempio deficit e debito   — vengono misurati non tanto in sè, quanto proprio in rapporto al Pil, dall’altro meno ricchezza prodotta significa minori entrate per le casse dello Stato (“il gettito Iva ha avuto un calo indecoroso”, secondo la direttrice del Dipartimento delle Finanze del Tesoro).
E così i vari governi si trovano costretti ad ulteriori manovre correttive di tagli e/o tasse che hanno l’effetto di deprimere ulteriormente l’economia: è tanto vero che secondo il Fondo monetario internazionale il vero punto di equilibrio per il rapporto deficit/Pil italiano arriverà  a metà  del prossimo decennio.
I bilanci pubblici insomma — come ha spiegato ieri anche il sito del Sole 24 Ore con un articolo di Vito Lops — sono le vittime di una crisi che inizia nel settore privato con un’esplosione del debito estero nei paesi periferici, inondati nel decennio scorso dai capitali degli stati del nord (Germania in testa) liberati dal rischio di cambio dall’unione monetaria.
Quando la bomba esplode, viene richiesto l’immediato rientro di quei debiti ed è a questo punto che la faccenda si scarica — attraverso, ad esempio, salvataggi bancari, spesa sociale che sale e Pil che decresce — anche sulle finanze pubbliche.
A questo punto, in Europa, arrivano a finire il lavoro i rigidi vincoli di bilancio europei, sostanzialmente quelli imposti dai paesi creditori ai paesi debitori : pareggio di bilancio, rapida riduzione del debito pubblico.
Questo significa che l’unico soggetto in grado di rilanciare la domanda durante una recessione, lo Stato, non può farlo: prova ne sia che negli anni di crisi (2008-2012) la spesa pubblica per investimenti — quella che più incide su domanda e Pil — è calata addirittura del 35% divenendo in sostanza irrilevante.
Però, dice il ministro, tra qualche mese arriverà  la ripresa.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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RICATTI E MINACCE: TUTTI I MESSAGGI DI TOTO’ RIINA ALLA POLITICA

Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

CONTINUA A DIPINGERSI COME CAPRO ESPIATORIO EPPURE OGNI VOLTA LANCIA AVVERTIMENTI PER RICORDARE CHE LUI SA TUTTO. E PUà’ PARLARE

A farlo parlare provò, il 22 aprile del ’96, il capo della Direzione Nazionale Antimafia Pierluigi Vigna, accompagnato dal suo vice Piero Grasso.
Ma “Totò ‘u curtu”, scuotendo la testa, lo raggelò: “Parlare? Dottore, la prego, si fermi qui, non la pronunci neanche quella parola. Voi sbagliate persona”.
Si è sempre proposto come il più fedele apostolo dell’omertà .
Eppure Riina Salvatore, classe 1930, da Corleone, una decina di ergastoli sulle spalle (compresi quelli per Capaci, via D’Amelio e le stragi del ’93), negli ultimi vent’anni passati tra l’isolamento del 41-bis e le aule giudiziarie di tutta Italia, di parole ne ha spese tante.
Per ribadire, sostanzialmente, sempre lo stesso concetto: “La verità  è che allo Stato io servo come parafulmine, perchè tutto quello che è successo in Italia alla fine si imputa a Riina”.
L’ossessione del Capo dei Capi, insomma, è una sola: quella di essere un capro espiatorio, una vittima sacrificale di oscuri patti tra politica e magistratura che, come il boss ha spiegato agli agenti del Gom, costituiscono “la vera mafia: si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi”.
La sua teoria è che i pentiti “dicono fandonie e si prendono per mano”, ovvero concordano le loro deposizioni, come dichiarò fresco di cattura il 9 marzo del ’93 nell’aula bunker dell’Ucciardone.
In quell’occasione venne zittito dall’allora pm Vittorio Teresi.
Ma un anno dopo, a Reggio Calabria, nel processo per l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti, il superboss alzò il tiro verso il governo e lo mise in guardia dal “giustizialismo di sinistra”: “Io dico che un governo vale l’altro. Ma c’è sempre il partito. Sono i comunisti che portano avanti queste cose: il signor Violante, il signor Caselli da Palermo. C’è tutta una combriccola… loro portano avanti queste cose. Il governo si deve guardare da questi attacchi comunisti”.
La politica è la sua mania. E ai politici sono rivolti quasi sempre i messaggi dello ‘zu Totò dal carcere. Pochi giorni fa si è professato “di area andreottiana”, eppure il 10 giugno 2008, durante un colloquio in carcere con moglie e figlia, confidò la sua ammirazione per l’allora presidente del Senato: “Schifani è una mente”.
Nel luglio 2010, intercettato in carcere con il figlio, si abbandonò invece a uno sfogo di natura opposta: “Berlusconi, che ci credo poco e niente, la vita che faccio con questo… io mangio come un pazzo e metto su chili”. Pillole di veleno.
Che siano foriere di ricatti oppure di minacce, le parole del Capo dei Capi hanno sempre un significato doppio e usano i codici mafiosi, mescolando abilmente verità  e menzogna.
Come quando, nell’estate 2009, incaricò il suo avvocato Luca Cianferoni di divulgare il suo pensiero sullo stragismo.
“L’ammazzarono loro”, disse, parlando di Paolo Borsellino. E poi — riferendosi agli uomini dello Stato — aggiunse: “Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi”.
Da allora il leitmotiv del Riina-pensiero è tutto qui: tirarsi fuori dalla carneficina delle stragi e lanciare avvertimenti, per far capire a chi di dovere che lui sa tutto di quel periodo, che se volesse potrebbe parlare, e che il suo preziosissimo silenzio ha sempre un prezzo.
Ma quale? Il 10 marzo 2009, a Firenze, nel processo per la mancata strage dell’Olimpico, il superboss si scatenò: “Nel processo Falcone c’è un aereo nel cielo che vola mentre scoppia la bomba: questo aereo non si può trovare di chi è, e così si condanna Riina perchè fa comodo. E il processo Borsellino? Lì sul monte Pellegrino c’è l’hotel con i servizi segreti, quando scoppia la bomba i servizi scompaiono, però non vengono mai citati perchè si condanna Riina, perchè l’Italia è combinata così”.
Il boss, però, volle far sapere che non ci stava, e da capo dell’Antistato si paragonò all’inquilino del più alto Colle: “Signor Presidente, lei ricorda quando Scalfaro disse ‘Non ci sto’, io ora devo dire lo stesso: non ci sto, non ci sto a queste condanne così, queste sono condanne di Stato fatte a tavolino”.
Qualche tempo fa, dopo un’ennesima condanna all’ergastolo, Riina in carcere è sbottato: “Questi vogliono farmi morire, ma sarò io a far morire loro”.
E come? L’unica arma di un vecchio boss detenuto è la parola.
Proprio quella che lui utilizza con un sapiente dosaggio di messaggi, anche nei confronti dei “servizi”: “Non ho mai sentito parlare dell’esistenza del signor Franco o del signor Carlo — ha dettato a verbale ai pm nisseni —. Io gliel’ho detto: mi chiamo Riina… Riina… questo è Riina, accetta Riina per quello che è…”.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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