Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
L’UNICO RISCHIO REALE POTREBBE VENIRE DALLA DECISIONE SU MEDIASET
Tra «cabine di regia», «vertici di maggioranza» e «verifiche di governo», la politica sembra
davvero tornata indietro di trent’anni.
E non c’è dubbio che ai tempi della Prima Repubblica, con un esecutivo precario, partiti in conflitto e gruppi parlamentari in rivolta, si sarebbe aperta la crisi e probabilmente si sarebbero tenute anche le elezioni.
Ma rispetto al passato, oggi non sono alle viste nè la caduta del governo nè il voto anticipato.
Il primo ad averlo capito è Renzi, il cui nervosismo testimonia la consapevolezza di chi sa che la strada per le urne è sbarrata, di chi è consapevole di avere un unico alleato per ottenerle: Berlusconi.
Solo il Cavaliere potrebbe in teoria essere tentato di far saltare il banco, qualora in autunno la Cassazione confermasse la sentenza di condanna sul caso Mediaset.
Se non fosse che la «golden share» di cui dispone, già adesso sarebbe difficile da usare e ancor di più lo sarebbe in autunno, quando è previsto lo show down giudiziario.
Per allora, infatti, alle difficoltà politiche si aggiungerebbero impedimenti tecnici.
Oltre a Napolitano, l’ostacolo sarebbe rappresentato dal voto europeo.
La direttiva comunitaria ha fissato tra il 22 e il 25 maggio 2014 le date per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo nei Paesi dell’Unione: un intralcio di fatto insormontabile per chi mira alla fine anticipata dell’attuale legislatura.
Ragioni procedurali non consentirebbero infatti l’accorpamento delle Politiche con le Europee, se è vero che esiste un solo precedente, nel giugno del 1979, quando comunque i due voti furono sfalsati di una settimana.
Come non bastasse, lo «scudo» del semestre italiano di presidenza europeo dell’anno prossimo allungherebbe la vita al governo fino alla primavera del 2015.
Per questo motivo Renzi scalpita, perciò ripone le ultime speranze in Berlusconi. Altrimenti Letta sarebbe «condannato» ad andare avanti e potrebbe diventare un temibile competitor nella sfida elettorale per Palazzo Chigi.
In modo speculare, i falchi del Pdl vedono in questa prospettiva il definitivo tramonto politico del Cavaliere, perciò nel Pd come nel Pdl gli «stimolatori» del governo cercano l’incidente per sovvertire il gioco e bucare l’ombrello protettivo del Colle.
I focolai in questa fase non si contano, come gli incendi boschivi d’estate.
Ad appiccarne uno (inconsapevolmente) era stato Monti, ma l’ultimatum del Professore – bacchettato da Napolitano – non ha prodotto danni.
Anzi il premier è intervenuto in soccorso di Monti: la convocazione del vertice di domani è stato un modo per tener da conto il senatore a vita, criticato anche dai dirigenti di Scelta civica per la sua sortita.
«Non ci sono alternative al governo», sostiene infatti il capogruppo al Senato Susta, che per sgombrare il campo da interessi personali di Monti, finisce quasi per confermarli: «Semmai aspirasse a incarichi internazionali, comunque gli sarebbe indispensabile l’appoggio del governo».
Più pericolose sono le incursioni che vengono dal Pd e dal Pdl.
Lo scontro sull’elezione della Santanchè alla vicepresidenza della Camera è insidioso, per questo Alfano vuole depotenziarlo, perciò da tempo – mentre continua ad assicurarsi il voto dei centristi – sta cercando un compromesso con i Democratici. Letta e Franceschini sono dell’operazione, ma si scontrano con la realtà di un partito che è stato capace di azzoppare Marini e Prodi nella corsa al Quirinale, e che difficilmente si può ricompattare nel voto per la pasionaria del Cavaliere.
Al tempo stesso il vicepremier ha intuito che nel Pdl gli avversari della Santanchè vorrebbero per lei la stessa sorte che sotto sotto si augurano anche i falchi, desiderosi di poter fare di «Daniela» una martire delle larghe intese, la Giovanna d’Arco con cui abbattere il governo e gli attuali equilibri nel partito.
Ecco il motivo per cui Alfano lavora per spegnere le fiamme, mentre un altro focolaio rischia di provocare un incendio sul fronte delle riforme, con il ministro Quagliariello accerchiato dalle fiamme di Bondi, Matteoli e Fitto.
In queste condizioni, ai tempi della Prima Repubblica di sicuro si sarebbe già aperta la crisi e probabilmente si sarebbe andati alle elezioni.
Allora, non oggi.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
“RIMBORSATI CON SOLDI PUBBLICI ANCHE I GIOCATTOLI, CONTI AL RISTORANTE E REGALI A FIGLI E NIPOTI”
Due milioni di fondi regionali bruciati per ristoranti, alberghi, regali agli amici, perfino giocattoli per bambini.
Denaro pubblico utilizzato per fini “strettamente privati”. La Guardia di Finanza sta notificando in questi minuti, nella sede dell’assemblea della Regione al Centro Direzionale, 57 inviti a comparire per altrettanti consiglieri o capigruppi di (quasi) tutti i gruppi politici presenti nel grattacielo.
L’accusa: peculato.
Sotto la lente del pm Giancarlo Novelli, e del procuratore aggiunto Francesco Greco, l’impiego dei soldi del cosidetto “Fondo per il funzionamento dei gruppi regionali”. Un tesoretto disperso in mille rivoli , ma soprattutto votato a soddisfare, nella gran parte dei casi, i più personali, futili desideri.
Dai conti del ristorante all’acquisto di giocattoli per figli e nipoti. Tra i pochissimi a non esser investiti dallo scandalo, il presidente Stefano Caldoro.
Anche se tra i consiglieri, e capogruppo che risulta avere intascato più soldi e a dover giustificare di più c’è proprio l’uomo a lui più vicino, Gennaro Salvatore, presidente del gruppo “Caldoro presidente, Nuovo Psi”.
Coinvolti anche tutti gli altri gruppi: Pd, Pdl, Noi sud, Udc, Udeur, Pid.
Anzi, la consulenza preparata dal professore Paolo Barba, per conto della Procura, ha stilato anche una speciale classifica che vede in testa, come percentuale di uso ritenuto ingiustificato e privatistico del denaro, Idv e Udeur (95 %), e a seguire Nuovo Psi di Salvatore (91 % ) e ancora Pdl (89 %) e Pd (82 %).
Molta tensione e facce scurissime, in queste ore, in Consiglio.
I finanzieri del Nucleo di polizia Tributaria, guidati dal colonnello Nicola Altiero, stanno procedendo serratamente ma con discrezione, consegnando gli inviti o ai singoli o presso le rispettive segreterie dei gruppi.
Un blitz atteso da mesi, dopo gli scandali che già avevano investito la stessa assemblea per l’uso del denaro del Fondo Comuniazione, che ha portato anche all’emissione di diverse misure cautelari.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
SANTANCHE’, LA DELUSIONE E LO SFOGO DOPO LA SCONFITTA: “SONO ABITUATA A DARE PIUTTOSTO CHE RICEVERE”
Alta, in bilico su quel tacco che oggi sarà stato pure 14, un capolavoro d’equilibrio attraversarci i
marmi lucidi del Transatlantico, con i capelli biondi e sciolti sulle spalle, per poi andarsene, sparire.
La «pitonessa», a metà pomeriggio, è introvabile
L’ultimo soprannome, Daniela Santanchè, e se l’è dato da sola, l’altro giorno. Quando ha cercato di spiegare che nel gran circo politico del Pdl non è nè falco nè colomba, ma piuttosto un rettile, capace di stritolarti e però anche di lasciarsi accarezzare.
«Sì, mi sento una pitonessa» (furbissima, avrà naturalmente calcolato ogni possibile interpretazione di questa metafora)
Comunque adesso bisogna capire dove sia finita.
Fuori, sul piazzale di Montecitorio, solo il sole a picco e i sampietrini bollenti, l’unica frase che sono riusciti a strapparle è stata una specie di sospiro: «Sono abituata a dare, piuttosto che a ricevere».
Il sorriso solito, ma stavolta un po’ più plastico, immobile, forzato. E anche la voce: non squillante, ma come liscia, incerta.
Su Twitter, quando aveva capito che neppure stavolta sarebbe riuscita a prendersi l’incarico di vicepresidente della Camera, l’unico graffio: «Con questa maggioranza, tutto si rinvia, nulla si decide».
Belle parole: ma dove s’è nascosta?
L’aspetto divertente della politica, qui a Roma, è che nessuno può pensare di fare una cosa, un incontro, una telefonata, in totale segretezza.
Dopo un po’, c’è sempre qualcuno, un’anima pia, un’anima nera, che intuisce, immagina, sa, e avverte. È così anche adesso. Arriva un sms.
Testo: «La “pitonessa” è seduta davanti alla scrivania di Angelino Alfano, al ministero».
Proprio così. Daniela Santanchè è andata a chiedere spiegazioni ad Alfano.
E ci è andata fisicamente.
Colloquio, come si dice in questi casi, riservato. Sui toni, e i contenuti, si può fantasticare in libertà .
Il dato certo è che cinque minuti dopo l’uscita dal ministero della «pitonessa», Alfano si mette a cinguettare con Twitter: «Su Daniela Santanchè, nessun passo indietro. Anzi, si va avanti».
(Ora 17.45, sede del Pdl, via dell’Umiltà , quinto piano ).
Segretaria premurosa: «L’onorevole Santanchè è impegnata ancora per qualche minutino… Posso offrirle un caffè?»
Nessuna particolare agitazione in vista del prossimo trasloco. Aria condizionata bassissima, la stanza del Presidente Berlusconi (alla parete una sua gigantografia, un tristissimo salottino beige, uno spray deodorante accanto a un ficus benjamin secco) trasformata in sala d’attesa.
L’attesa dura mezz’ora.
Poi dal corridoio arriva il rumore secco d’un passo di carica ed entra la Santanchè, che nel frattempo ha rimesso su lo sguardo raggiante d’ordinanza, la caratteristica smorfia che è un miscuglio di spavalderia e ironia, ecco di nuovo la vera Santanchè che siete abituati a vedere a «Porta a porta», da Santoro, o quando alza il dito medio per salutare i manifestanti, quando fa jogging con la fidanzata del capo, quando per il capo presidia il palazzo di Giustizia di Milano, quando scende dal Suv ed entra al Billionaire del suo amico e socio Flavio Briatore.
«Telefonate, telefonate e ancora telefonate. Mi spiace averla fatta aspettare» (mano tra i capelli, tailleur sobrio, girocollo in verità molto chic).
Sembra di ottimo umore…
«Cosa dovrei fare? Arrendermi? Non ci penso proprio. Io vado avanti e non arretro di un centimetro. E poi, dico: lo ha visto il fiume di dichiarazioni, no?».
Tutto il partito è con lei, da Alfano alla Calabria.
«E Brunetta? C’è pure Brunetta, eh? …E la Gelmini… Lo so, lo so… certo, non c’erano dubbi, tutto il partito è schierato. A questo punto il problema devono sbrogliarselo quelli lì».
Quelli del Pd?
«Loro, e anche gli altri… Compresi Sel e il Movimento 5 Stelle».
Possibile che su questa storia, su questa fibrillazione lunga e imprevista, il governo possa addirittura rischiare qualcosa?
«Eh…».
Sapete quando la Santanchè fa gli occhioni e allarga le braccia, e sembra che stia per dirti qualcosa che però non può proprio dire. Intanto siamo arrivati all’ascensore.
«Mi cercano tutti, mi vogliono tutti. I giornali e i tigì vogliono sapere, vogliono capire. Prima, quando sono arrivata, giù al portone, mi sono addirittura trovata uno con una telecamera che, senza darmi tempo di fiatare, me l’ha subito puntata addosso… No, dico: calma, eh?».
Ad osservarla mentre fa graziosamente ciao e le porte dell’ascensore si chiudono, s’intuisce perfettamente l’uso quasi scientifico che fa della celebrità .
La capacità di esserci e non esserci, di scomparire e riapparire, di rivelarsi cinica e diplomatica, ruvida e poi anche improvvisamente simpatica (un sabato mattina, l’anno scorso, nei giorni più cupi del Pdl, rispose al cellulare ansimando: «No, aspetti, non pensi male… non pensi che la Santanchè è operativa anche quando… è che sono a Cortina e sto facendo sci di fondo»).
Due settimane fa, insieme a Verdini e Capezzone, tre giorni chiusa ad Arcore con Berlusconi per mettere a punto nuove strategie, ragionare sul filo dell’orizzonte, immaginare un ritorno a Forza Italia, passare in rassegna le truppe parlamentari e stabilire di chi potersi fidare, e di chi no.
Negli equilibri di potere d’un partito particolare come il Pdl, quel weekend fu un segnale preciso. Alle 19, ne arriva un altro.
La «pitonessa» esce dalla sede del partito e sale in macchina. Va all’aeroporto, torna ad Arcore.
C’è Berlusconi che l’aspetta a cena (superfluo, o forse no, ricordare di quando, nel 2008, candidata con La Destra, lo accusò: «Silvio vuole le donne solo orizzontali»).
Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL MOTIVO DELLA RICHIESTA DI RINVIO E’ DA RICERCARE NEL FATTO CHE CHE PDL, LEGA E FRATELLI D’ITALIA POTEVANO CONTARE SU 120 VOTI, APPENA 14 IN PIU’ DEI CINQUESTELLE CHE AVREBBERO VOTATO UN PROPRIO CANDIDATO
“La prossima settimana ci contiamo. E vediamo chi tradisce”. La caccia al killer della Pitonessa è iniziata. Ed è iniziata dentro il Pdl.
Il falco Denis Verdini ha preso il pallottoliere in mano.
Perchè a questo punto è una questione di principio: Daniela deve passare.
E’ l’ordine diramato da Silvio Berlusconi, che ha incontrato Daniela ad Arcore: “I nostri devono essere compatti”.
La verità è che l’annuncio dell’astensione da parte del Pd ha portato il Pdl sull’orlo di una crisi di nervi.
È dentro il partitone berlusconiano che si annida i killer della Pitonessa: tra i venti e i trenta parlamentari pronti a non votarla nel segreto dell’urna secondo il pallottoliere di via dell’Umiltà .
È per questo che, nella conferenza dei capigruppo, Renato Brunetta, con la scusa del Pd, opta per il rinvio.
Sulla carta, infatti, i numeri potevano esserci. Eccoli.
Tutto il centrodestra, compresi Lega e Fratelli d’Italia, ha quota 120.
I cinque stelle 106 e Sel 37.
Poichè vince chi arriva primo, e l’accordo tra grillini e Sel è saltato in mattinata — tanto che hanno presentato due candidati alternativi — il centrodestra aveva i numeri per votare la Santanchè.
Con il solito aiutino dei Cinquestelle che non hanno voluto l’accordo anti-Pdl.
Ma alla fine il Pdl ha optato per il rinvio. Per paura del fuoco amico.
Perchè la Pitonessa è diventata il punto di verifica di più partite che si stanno giocando dentro il Pdl. A partire da quella che riguarda il governo.
C’è un motivo se la diretta interessata, prima della votazione ha fatto sapere che era opportuno forzare, anche rischiando di non passare: “Voleva creare il caso” dicono i ben informati. Già , il caso.
A quel punto, infatti, si sarebbe rotta la maggioranza di governo e proprio su di lei.
È la strategia della tensione di Denis Verdini, Daniela Santanchè e Sandro Bondi, insomma dei falchi del Pdl: usare ogni occasione per scuotere il fragile albero del governo.
E arrivare, colpo dopo colpo, all’Incidente che apra la crisi.
Ma c’è anche l’altro campo minato, quello tutto interno al Pdl, con lo scontro tra falchi e colombe per la guida del partito.
C’è un motivo se Angelino Alfano, un minuto dopo la votazione sul rinvio si precipita a dichiarare: “Su Daniela Santanchè — dice Angelino Alfano – nessun passo indietro, anzi si va avanti”.
Ecco, non solo il Pdl non ha intenzione di cambiare cavallo, puntando su uno più digeribile per il Pd ma ormai, dicono tutti, è una questione di principio.
La prossima settimana ci si conta.
E il motivo lo rivela un pidiellino di peso vicino al ministro dell’Interno: “Se la Santanchè non passa, batte cassa al partito, nel ruolo di coordinatore. È meglio tenerla come vicepresidente della Camera”.
Proprio incrociando i due ragionamenti, si arriva al paradosso della Pitonessa.
E cioè che i suoi principali sostenitori sono le colombe.
Perchè, secondo i loro ragionamenti, la sua elezione stabilizza la maggioranza di governo.
E si evita che Daniela occupi il partito.
Uno schema che però non tiene conto di quello su cui si muovono i falchi: “Ma chi ha detto che se uno fa il vicepresidente della Camera non può avere incarichi pesanti al partito?”.
Il precedente evocato riguarda proprio un fedelissimo di Alfano, Maurizio Lupi, che prima di diventare ministro ha ricoperto l’incarico di vicepresidente della Camera e di responsabile dell’organizzazione del Pdl.
Spifferi, veleni, tensione palpabile. Nel Pdl è l’ora del sospetto.
E la Santanchè al termine di una giornata di passione ha già raggiunto un doppio risultato. È il simbolo della tensione della maggioranza. E ha costretto anche i suoi nemici a sostenerla: “Se non passa — dice un parlamentare pidiellino di lungo corso — il gruppo alla Camera esplode. Abbiamo perso sul segretario d’Aula, se va male anche questa Brunetta si ritrova di fronte alla rivolta” .
(da “l’Espresso“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
A MODENA IL PREFETTO CERCA DI ESCLUDERE DALLA RICOSTRUZIONE LE IMPRESE IN RAPPORTO CON LA CRIMINALITA’…GIOVANARDI CERCA DI SDOGANARE LE AZIENDE AMICHE, FACENDO PRESSIONI SU ALFANO
Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del
maxi appalto Expo 2015.
Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del Cratere sismico.
Elementi che hanno portato la Prefettura di Modena a bloccare la Bianchini Costruzioni di San Felice sul Panaro, comune della Bassa modenese tra i più colpiti dal sisma dello scorso anno.
Un altro colosso emiliano dell’edilizia stoppato per possibili tentativi di infiltrazione nella gestione aziendale.
Nel 2010 ha fatturato quasi 15 milioni di euro.
E compare anche nel maxi appalto da 58 milioni di euro dell’Expo 2015: ha ottenuto un subappalto dalla cooperativa ravennate Cmc.
E’ arrivata la settimana scorsa negli uffici della Bianchini l’interdittiva antimafia.
La prima conseguenza è l’esclusione dalle “White list” prefettizie alle quali devono iscriversi le aziende che intendono partecipare ai lavori della ricostruzione post terremoto.
Un provvedimento destinato ad alimentare aspre polemiche nei salotti della politica locale e nazionale.
Così come è accaduto per la sospensione della società modenese Baraldi, difesa a oltranza dall’ex ministro Carlo Giovanardi, che qui ha il suo feudo elettorale.
La crociata di Giovanardi
Il senatore azzurro non ha lesinato critiche nè al prefetto di Modena Benedetto Basile nè agli investigatori che devono monitorare gli appalti per la ricostruzione.
E ha portato fin dentro le aule parlamentari il “caso Baraldi” con interrogazioni e proposte di modifica alla normativa sulle interdittive antimafia e sulle “White list”.
Una crociata cominciata l’indomani della notizia pubblicata da “l’Espresso” dell’esclusione della Baraldi dalle liste pulite.
Da maggio l’ex ministro ha iniziato la sua crociata schierandosi a difesa della società esclusa, storica associata di Confindustria modenese e sospettata di legami con i re delle bonifiche genovesi, i fratelli Mamone, imprenditori con amicizie nella ‘ndrangheta ligure.
I legali di Bianchini faranno ricorso al Tar. Ma i titolari sperano, in cuor loro, nell’interessamento del politico.
Così come ha fatto per la loro concorrente, consigliando al prefetto di interessarsi delle aziende che vengono dai territori del Sud e di lasciare lavorare le aziende locali, fiore all’occhiello del miracolo economico emiliano.
E ora che Benedetto Basile è andato in pensione si apre il totonomine per il suo sostituto.
Verrà scelto in un clima arroventato dalle dichiarazioni pubbliche di Giovanardi.
Che, e’ innegabile, se pur indirettamente hanno creato un clima di pressione nelle stanze del ministero dell’Interno guidato dal collega di partito Angelino Alfano e dove si deciderà il prossimo rappresentante del governo sul territorio.
E chiunque arriverà non avrà un compito semplice vista la presenza radicata delle cosche e la complicata gestione della ricostruzione.
“Cosa loro”
Mentre la politica locale è distratta dal dibattito sulla bontà dei provvedimenti prefettizi, i documenti degli investigatori confermano che la ricostruzione post sisma è “Cosa loro”.
‘Ndrangheta e Clan dei Casalesi in prima fila per ricucire l’Emilia ferita nel suo cuore produttivo.
I padrini calabresi specialisti nel trasporto di terra e macerie sono stati i primi a muovere tonnellate di detriti.
Prima i ripetuti allarmi lanciati dagli investigatori, poi le prime avvisaglie, ora la certezza che le cosche stanno lavorando a pieno ritmo nei cantieri della rinascita.
E lo fanno grazie a rapporti costruiti nel tempo con aziende locali. Giganti del settore che improvvisamente si ritrovano nel ventre volti e mezzi targati ‘ndrangheta, braccia e artigiani marchiati Casalesi.
Sono oltre 15 le aziende a cui è stata negata l’iscrizione alle “White list” delle prefetture.
Molte erano già a lavoro chiamate nei giorni dell’emergenza.
E tante di queste parlano emiliano.
L’ultima fermata è la Bianchini Costruzioni. Fuori dai lavori dunque la società che fin dai primi giorni dopo le violente scosse ha lavorato senza sosta.
E sulla quale pende un’inchiesta della procura di Modena per smaltimento di illecito di amianto nelle zone del Cratere sismico.
La società modenese in sei mesi ha trasportato per conto della ex municipalizzata Aimag oltre mille tonnellate di macerie.
La decisione delle Prefetture di Modena e Reggio Emilia arriva in seguito ai dossier del nucleo investigativo dei Carabinieri di Modena e del Girer, il gruppo interforze istituito dal ministero dell’Interno per vigilare sulla ricostruzione.
L’ennesimo colpo che lascerà dietro di sè uno strascico di polemiche negli ambienti politici emiliani.
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“CHIEDE DI DEROGARE SOLO QUANDO BISOGNA FARLO PER LUI”… TENSIONE NEL PD, CON I RENZIANI ALLE CORDE
Il fuoco di sbarramento contro Renzi questa volta parte da D’Alema.
È l’ex premier a ricordare al sindaco fiorentino che proprio lui ha approfittato della fine dell’automatismo per cui nel Pd il segretario è anche il candidato premier.
«Lo Statuto del partito lo abbiamo derogato per Renzi, quando bisogna derogare per Renzi bisogna derogare, quando non bisogna derogare per Renzi non bisogna derogare, mica possiamo sempre usare le regole per Renzi…».
Avverte D’Alema che non è tempo di eleggere il premier, mentre il partito avrà bisogno di un successore di Epifani alla segreteria.
«Non conosco nessun partito – ironizza – che faccia le primarie per il candidato premier quando non ci sono le elezioni »
E sulla questione, torna la sintonia tra D’Alema e Bersani.
L’ex segretario bacchetta a sua volta il “rottamatore”: «Vuole la regola con cui non poteva concorrere».
Renzi in realtà cercherà una mediazione. I renziani nella prossima riunione del comitato per le regole proporranno che lo Statuto resti invariato (il segretario quindi è il candidato premier)prevedendo però la deroga che sarà comunque il neo segretario a decidere, come già fece Bersani consentendo a Renzi di sfidarlo.
Il sindaco “rottamatore” è in corsa di fatto per la segreteria, anche se non ha ancora sciolto la riserva.
E a proposito della sua affermazione alla Faz precisa e minimizza: «Ho rilasciato un’intervista al quotidiano tedesco che parlava di Europa e di lavoro, e sui giornali italiani sono finite due righe sulle primarie italiane e sulla norma statutaria del Pd che dice che chi vince il congresso è il candidato leader. È una norma statutaria oggi prevista, domani chissà ».
Giornata di tensione per Renzi.
Che denuncia «il duro attacco politico avuto dal cardinale Betori ».
Nell’omelia l’arcivescovo di Firenze aveva parlato della «voglia improvvida di trasgressione », a proposito dello scandalo escort a Palazzo Vecchio.
Il sindaco se ne è risentito: «È giusto descrivere Firenze come una città in cui la mission è trasgredire, che vive in una sorta di squallore? … io difendo la dignità di decine di migliaia di fiorentini perbene che non possono essere descritti come partecipanti a un’orgia».
Se a Firenze il clima politico è rovente, non è da meno a Roma, nel Pd.
Dai bersaniani a Cuperlo, candidato leader (che oggi presenta il suo manifesto) della sinistra del partito, al segretario Epifani, tutti puntano a distinguere leadership (del partito) da premiership.
I renziani cercheranno di evitare il muro contro muro nel “comitatone” per il congresso.
Sono convinti d’altra parte che spetta poi all’Assemblea nazionale decidere, e si vedrà lì quale linea avrà la maggioranza.
«No a un segretario- burocrate», afferma Lorenzo Guerini, renziano, nel comitato.
«No a un segretario di serie B», rincara un altro renziano, Davide Faraone. Di certo una leadership (senza premiership) è meno insidiosa per il governo Letta.
«Chi guida il partito deve farlo a tempo pieno», afferma Enrico Rossi, il “governatore” della Toscana, bersaniano.
Uno stop al dibattito sulle regole viene da un altro candidato alla segreteria, Gianni Pittella, europarlamentare, che concorda con Renzi: «Non si capisce perchè le regole debbano essere cambiate ogni sei mesi».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
FESTE, CENA E GRAN GALA’: I GIOIELLI ARTISTICI AFFITTATI PER FARE CASSA… UNA STRATEGIA CHE ESCLUDE PERO’ TURISTI E CITTADINI
Matteo Renzi sequestra Ponte Vecchio e lo trasforma in location per una festa della Ferrari. Ecco il
progetto politico del futuro leader della Sinistra italiana: un piccolo gruppo di super-ricchi che si appropria dei beni comuni mentre i buttafuori tengono alla larga i cittadini.
Non è un episodio, è la strategia del sindaco commensale di Briatore.
L’assessore al Turismo di Renzi, Sara Biagiotti, ha convocato per giovedì prossimo una riunione che inaugura il “percorso di realizzazione di un brand della città , in prospettiva di una politica di sfruttamento commerciale del brand stesso”.
Firenze non come comunità civile e politica, nè tantomeno come città di cultura, ma come brand, marchio, griffe da sfruttare a fini esplicitamente commerciali.
Lo scorso novembre Renzi dichiarò solennemente: “Gli Uffizi sono una macchina da soldi, se li facciamo gestire nel modo giusto”.
Ma gli Uffizi sono — per ora — statali, e Renzi si deve accontentare di sfruttare il “suo” Palazzo Vecchio e le piazze della città .
Così a gennaio il Salone dei Cinquecento è diventato la location di una sfilata di moda di Ermanno Scervino, lo stilista che veste il sindaco e la moglie.
E, in aprile, Piazza Ognissanti e Piazza Pitti sono state chiuse ai fiorentini per la celebrazione del matrimonio bolliwodiano di un magnate indiano.
Ma, come sempre, Renzi non si inventa nulla: si limita a estremizzare il modello corrente.
Nella stessa Firenze, la Soprintendenza riserva gli Uffizi a Madonna per una visita privata (inclusa la guida della soprintendente Cristina Acidini, in veste di personal shopper ‘culturale’), e poco dopo affitta sempre gli Uffizi allo stilista Stefano Ricci per una sfilata di moda “neocoloniale” aperta da una tribù di Masai, che corrono brandendo scudi e lance di fronte al Laocoonte di Baccio Bandinelli, sotto lo sguardo incredulo dei ritratti cinquecenteschi della Gioviana.
Per la gioia di un Occidente narcisista che balla sull’abisso, tutto è merce, tutto è in vendita: gli abiti griffati, il museo e perfino i Masai, portati a Firenze come bestie da serraglio e numero da circo.
Segue una cena stile “cafonal” sul terrazzo degli Uffizi: con gli invitati che arrivano sui jet privati e con Matteo Renzi ospite d’onore
Ma anche la Curia arcivescovile non è da meno.
La sfilata inaugurale di Pitti 2011, per esempio, si è tenuta nella chiesa di Santo Stefano al Ponte: una chiesa sconsacrata, ma perfettamente leggibile come luogo sacro e appartenente alla Curia stessa.
Le modelle si sono spogliate nella cripta, hanno sfilato nella navata dove un tempo spirava l’eterea spiritualità di una pala del Beato Angelico, e hanno posato — seminude — per i fotografi su un altare dove per secoli si è celebrato il sacrificio eucaristico.
E non è stato un incidente. Il sito www. santostefa  noal-ponte.com   definisce la chiesa “una location elegante e singolare, ideale per organizzare eventi esclusivi nel cuore di Firenze”, “mentre la cripta sottostante, ideale per gli eventi più ristretti, ha una capacità massima di novanta persone”. Amen.
Ma lo stesso vento spira in tutta Italia.
A Venezia la Punta della Dogana è da tempo trasformata nella showroom personale di Franà§ois Pinault, e l’anno scorso i veneziani non hanno potuto guardarvi i fuochi d’artificio per la Festa del Redentore, perchè il milardario francese, proprietario di Christie’s, dava una cena-privata-in-spazio-pubblico.
A Roma il Colosseo, anch’esso ridotto a un brand, è al centro di una privatizzazione targata Della Valle.
Sempre a Roma don Alessio Geretti, sacerdote organizzatore di mostre assai vicino al cardinal Bertone, celebra numerose serate mondane a pagamento alla Galleria Borghese.
A Napoli, invece, la stessa cosa avviene in salsa nazional-popolare: Piazza Plebiscito viene recintata e resa accessibile solo a pagamento per il concerto di Bruce Springsteen, tra roventissime polemiche
Ma la privatizzazione non riguarda solo gli spazi pubblici.
Il governo Letta ha appena presentato un disegno di legge che permetterebbe di noleggiare a pagamento i quadri contenuti nei depositi dei musei italiani (un’idea di Domenico Scilipoti), e la sottosegretaria ai Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni (eletta in Parlamento come capolista lombarda di Lista Civica, cui aveva donato ben 710.000 euro) continua a ripetere che siccome lo Stato non funziona bisogna lasciargli solo la tutela, e affidare la gestione ai privati (come il Fai, di cui la Borletti era fino a ieri presidente).
Il crimine più grande del corrottissimo Verre, scrisse Cicerone nel 70 avanti Cristo, non era stato l’aver saccheggiato il patrimonio artistico delle città siciliane, ma quello di aver fatto mettere agli atti che i siciliani l’avessero “privatizzato” spontaneamente: e per di più che lo avessero fatto parvo pretio, cioè per una somma irrisoria.
Ed è quel che accade anche oggi: affittare Piazza del Plebiscito per un evento commerciale costa meno di 5000 euro; per visitare gli Uffizi come ha fatto Madonna ce ne vogliono meno di 10.000; per farci correre i Masai, 30.000.
Ma anche privatizzare Ponte Vecchio non è carissimo: 100.000 euro e sei granduca per una notte (cultura e buon gusto esclusi, ovvio).
Ma il punto non è questo: il punto è che la missione che la Costituzione assegna al patrimonio è essere inclusivo, non esclusivo; è costruire l’eguaglianza, non celebrare il lusso di pochi; è renderci tutti più civili, non umiliare chi non arriva alla fine del mese. In nuovo, feroce feudalesimo gli spazi pubblici delle città italiani che ci hanno fatto, per secoli, cittadini tornano oggi a farci sudditi, anzi schiavi: del mercato, del denaro, di una politica senza progetto.
Tomaso Montanari
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
ALL’AIR SHOW DI LE BOURGET PADIGLIONI DEL PIEMONTE, DI “UMBRIA TRADE AGENCY” E PERSINO DI “APULIA REGIONE”…LE REGIONI ITALIANE HANNO 178 SEDI ESTERE
Lo slogan dice: «Per rafforzare il Made in Piemonte nel mondo».
Il Made in Piemonte? Proprio così.
Questa è la missione del Centro estero per l’internazionalizzazione.
Come stupirsi, allora, davanti a uno stand del Ceipiemonte all’Air Show di Le Bourget, Parigi?
E passi che sia anche quello uno dei tanti organismi pubblici regionali. Quando all’estero c’è da mostrare i muscoli, la Regione Piemonte non si è mai tirata indietro. Sinistra o destra, non fa differenza.
La precedente amministrazione della democratica Mercedes Bresso seguiva con affetto ed entusiasmo le imprese dei piloti piemontesi in MotoGp, tanto da presentarsi con un proprio spazio espositivo al Gran Premio di Turchia del 2005?
L’attuale governatore leghista Roberto Cota ha scatenato un’offensiva senza precedenti nel settore aerospaziale.
Per apprezzarne la portata è sufficiente scorrere la lista degli espositori al salone parigino che si è appena concluso. Dove non mancava, appunto, la Regione Piemonte.
Ma anche il suddetto Ceipiemonte. E la finanziaria regionale Finpiemonte. Poi la Camera di commercio di Torino, che di Finpiemonte è anche azionista. Il Politecnico di Torino, che partecipa a una società con Finpiemonte. Nonchè Torino Piemonte aerospace, ovvero «un progetto della Camera di commercio di Torino gestito da Ceipiemonte al servizio delle imprese piemontesi eccellenti della filiera aeronautica», spiega il sito Internet. Per un totale di sei – soggetti pubblici – sei.
Sbaglierebbe, però, chi pensasse a un’esperienza unica.
Nell’elenco degli espositori italiani a Le Bourget, accanto all’Università di Perugia, figura infatti lo stand dell’Umbria trade agency, o Centro estero Umbria.
Di che cosa si tratta? È un organismo costituito dalla Regione Umbria nel 2009 insieme alle Camere di commercio di Perugia e Terni, per promuovere «l’internazionalizzazione delle imprese umbre».
Una specie di Ice regionale, insomma.
Peccato che al salone parigino ci fosse anche uno stand di Umbra aerospace, l’associazione delle imprese di settore che ha come «partner istituzionali» tanto la Regione Umbria quanto L’Umbria trade agency. Poco male. Melius abundare.
Del resto, si sarebbe potuto rinunciare a una presenza all’Air show della «Apulia Region» (Regione Puglia) causa presenza a poca distanza di un padiglione Alenia aeronautica del gruppo Finmeccanica, che ha stabilimenti a Foggia, Brindisi e Grottaglie, in Provincia di Taranto?
«Stimolare i processi di innovazione e competitività nel settore aerospaziale pugliese con un attenzione particolare per la formazione: questo l’obiettivo della partecipazione della Regione Puglia» secondo il sito Puglialive.net.
Un salto di qualità rispetto a quando gli assessori regionali, come l’ex vicepresidente della Giunta pugliese Sandro Frisullo, nel 2007, si limitavano alle «visite istituzionali» al salone dell’aeronautica.
Ma ancora ben distante dalle vette toccate da alcuni enti come la Regione Lazio, che nel 2005 contribuì al finanziamento della missione spaziale Soyuz con a bordo il cosmonauta viterbese Roberto Vittori e un seguito di prodotti tipici laziali: dalle olive di Gaeta al pecorino della Sabina.
Un accoppiamento, quello fra le stelle e le prelibatezze alimentari, sperimentato anche dalla Regione Campania nell’ottobre 2011 al Congresso internazionale di astronautica di Cape Town, in Sudafrica.
Nell’ambito del programma «Campaniaerospace».
Da quando le Regioni hanno preso a gestire valanghe di denaro, la tentazione di comportarsi come Stati sovrani è stata inarrestabile.
Ecco allora le ambasciate regionali, gli assessorati all’internazionalizzazione (ce l’ha, per esempio, la Regione Calabria), le agenzie di promozione all’estero, fino all’esplosione di una selva di surreali marchi territoriali: Made in Piemonte, Made in Lombardy…
Alcuni finiti sotto la tagliola della Consulta, che nel luglio del 2012 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di una legge della Regione Lazio approvata durante la giunta di Renata Polverini che aveva istituito un elenco di prodotti «Made in Lazio» realizzati con materie prime laziali.
Una corsa a perdifiato, nell’indifferenza istituzionale più assoluta.
Non sono riusciti ad arginarla nè i governi che da vent’anni a questa parte si sono alternati alla guida del Paese, tantomeno i politici locali.
Nel 2010 il ministro dell’Economia Giulio Tremonti fece il conto, scoprendo che fra ambasciate, consolati, uffici di promozione, antenne commerciali e punti d’appoggio, le Regioni italiane potevano contare su 178 sedi estere.
Il solo Piemonte poteva contare su 23 basi oltrefrontiera, attivate da «accordi con realtà locali», rispose così a Monica Guerzoni del «Corriere» l’assessore della giunta di Roberto Cota, Elena Maccanti, proprio grazie al Ceipiemonte.
Nell’elenco, Corea del Sud, Lettonia, Costa Rica…
Una trentina, invece, quelle della Lombardia: dal Brasile alla Cina, passando per Russia, Israele, Giappone, Perù, Uruguay, Polonia, Moldova, Kazakistan.
Mentre la Regione Lazio poteva contare su un contact point a Bucarest, Romania.
Il sito dice che c’è tuttora un consiglio di amministrazione di tre persone, una struttura tecnica con un direttore e tre dipendenti oltre a quattro consulenti.
Ben 21 sedi delle Regioni italiane erano poi nella sola Bruxelles, dove l’ex viceministro Adolfo Urso avrebbe voluto razionalizzarne la presenza, concentrandole almeno tutte nello stesso luogo fisico, una specie di «Palazzo Italia».
Com’è andata a finire? Indovinate…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
COME DA COPIONE, ORA SI ASSISTERA’ ALLA LAPIDAZIONE SUL WEB DI CHI HA SPESO PIU’ DEGLI ALTRI, MEGLIO SE SONO TRA I “CRITICI”… PER ANDARE IN UNA TV PRIVATA CI VUOLE LA CARTA DA BOLLO… TRA POCO DOVRANNO INDICARE ANCHE IL NUMERO DEGLI STRAPPI DELLA CARTA IGIENICA?
«Non fate gossip, evitate di attaccare i vostri colleghi sulle cifre della diaria. Lasciate che sia la
Rete a giudicare».
La comunicazione interna diretta ai parlamentari a 5 Stelle, una sorta di decalogo intitolato «Istruzioni per evitare un nuovo caso diaria», è l’indice di una paura e il tentativo di porre rimedio a un possibile effetto boomerang: perchè, nel clima turbolento e ancora non del tutto pacificato dei gruppi, la diffusione dei dati personali, con la cifra individuale sui rimborsi, può scatenare l’ennesima caccia alle streghe, tra i virtuosi della rendicontazione e gli «spreconi» o presunti tali.
Per questo, lo staff invita a evitare la guerra intestina e a lasciare qualche, eventuale, lapidazione a quell’implacabile plotone di esecuzione che è la Rete.
Chi è invece già sottoposto al gioco al massacro è il deputato Alessio Tacconi, «lo svizzero», che si rifiuta di restituire diaria e indennità , giustificando le spese elevate con il costo della vita di Zurigo, dove abita con la moglie.
Per lui i giorni sono contati.
La somma ancora non è stata fatta, è questione di ore, ma l’ammontare si annuncia ingente: oltre un milione di euro, forse un milione e 200 mila euro.
Tutti soldi che i parlamentari a 5 Stelle hanno bonificato in un conto e che apparirà nel gigantesco assegno simbolico che verrà esposto il giorno del «Restitution day».
Slittato ormai molte volte («per difficoltà pratiche con le banche», giurano dalla comunicazione) sarà giovedì: prima una conferenza stampa e poi la cerimonia davanti a Montecitorio (assente, pare, Grillo).
Prima di allora, l’ufficio comunicazione renderà noto l’ammontare complessivo dei bonifici, con il risparmio in percentuale.
E il blog di Beppe Grillo dettaglierà i conti dei singoli parlamentari (a cui è stato «vietato» di pubblicare i dettagli su Internet), entrando nello specifico delle macrocategorie (affitto, vitto, trasporti etc).
Difficile pensare che non si chieda conto delle differenze nei bonifici, che già appaiono ingenti. La senatrice più parsimoniosa pare essere Giovanna Mangili, che si dimise (per una lite locale) poco dopo l’elezione e che però è rientrata, visto che le dimissioni furono respinte: 25 mila euro la somma restituita.
Pari a zero, invece, la diaria restituita da Tommaso Currò, noto per le sue posizioni critiche. Non per protesta o perchè sia particolarmente scialacquatore, ma semplicemente perchè ha dovuto anticipare la caparra e pagare l’agenzia immobiliare.
Tra i più virtuosi, ci sono i romani, come Alessandro Di Battista, che hanno già casa.
Luigi Di Maio ha restituito 11 mila euro.
Il fatto che tutti, Tacconi a parte, abbiano ottemperato il loro dovere a 5 Stelle, non vuol dire che tutto vada bene.
Perchè altri parlamentari sono pronti a uscire: «Del resto – spiega il capogruppo Nicola Morra – lo stesso Grillo aveva calcolato che avremmo perso un 10-15 per cento di parlamentari. Se calcoliamo il 10 per cento, sono 16 parlamentari».
Ne mancano, insomma, una decina.
All’assemblea dei senatori, in diretta streaming, si è assistito allo sfogo di Elena Fattori: «Non sto tranquilla», ha detto, riferendo la sua inquietudine all’uscita della senatrice Paola De Pin.
Insolitamente positiva, invece, Serenella Fucksia, che in passato non ha lesinato critiche: «Uscite in vista? Ma io veramente so di gente che vuole entrare. Con tutti i nostri difetti, e di difetti ne abbiamo, mi sembra che possiamo ancora crescere. La diaria? Non vorrei che il Movimento venisse ricordato perchè ha restituito dei soldi, ma perchè ha migliorato la vita della gente».
Posizione ragionevole. Che fa a pugni con i pasdaran sempre pronti a cavalcare l’ortodossia. Ma l’occasione del «Restitution day» è troppo ghiotta per non coglierla.
Poter affrontare gli italiani e raccontare che i parlamentari a 5 Stelle, unici in tutta la storia della Repubblica, hanno restituito denaro, e non un euro ma oltre un milione, è una mossa propagandistica non trascurabile, che non va oscurata da polemiche.
Anche per questo continuano i corsi di comunicazione: l’altro ieri un gruppo di parlamentari (tra i quali Paola Taverna) è tornato a Milano, da Gianroberto Casaleggio, a lezione di comunicazione tv.
Intanto, però, i rapporti con il piccolo schermo continuano a non essere buoni.
Quattro deputati – Massimo De Rosa, Claudio Cominardi, Giorgio Sorial e Maria Edera Spadoni – avevano dato la loro disponibilità per partecipare a Iceberg , su Telelombardia.
Ma sulla loro presenza è arrivato il veto della comunicazione.
Perchè i quattro avevano concordato la partecipazione con Daniele Martinelli, che nel Movimento ha compiti solo da videomaker.
E che, spiega Rocco Casalino, «non ha l’autorità per decidere queste cose. Abbiamo bloccato tutto perchè non ne sapevamo nulla».
Una «vicenda imbarazzante per i 5 Stelle», commentano dall’emittente.
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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