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MEDIASET, BERLUSCONI CREDE NEL RINVIO E SI SFOGA SUL GOVERNO: “NON PIACE A NESSUNO”

Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile

IN ATTESA DELLA DECISIONE DI MARTEDI’ DELLA CASSAZIONE, IL CAVALIERE INVITA I FALCHI ALLA MODERAZIONE

Si rivede nel film su Forza Italia – che è soprattutto il film sui suoi ultimi vent’anni – e Silvio Berlusconi si commuove. Soprattutto quando le telecamere indugiano sul suo abbraccio a una donna dell’Aquila che aveva perso tutto, all’indomani del Terremoto.
Giovedì sera, Palazzo Grazioli, prima visione per pochi intimi del documentario di 1 ora e 40 minuti montato dal deputato Francesco Giro dopo aver selezionato 40 ore di videocassette.
In salotto, oltre al «regista», Alfano e Gianni Letta, Verdini, Santanchè e il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, Michaela Biancofiore e Maria Rosaria Rossi con la fidanzata del leader, Francesca Pascale.
Il discorso presto finisce sull’attesa spasmodica dell’udienza di Cassazione sui diritti Mediaset di mercoledì 30.
«Non ne posso più, non vedo l’ora che tutto finisca» confessa il Cavaliere mentre scorrono le immagini della Nave Azzurra e poi quelle di lui a Piazza San Babila.
Ma l’ipotesi del rinvio della sentenza, spiega agli ospiti, resta forse la più probabile, dato che «l’avvocato Coppi porterà  in udienza nuove motivazioni per l’accoglimento del ricorso», che inevitabilmente dilazioneranno i tempi.
Per il momento l’invito ad Alfano e ai “falchi” Verdini e Santanchè è a portare avanti l’azione di governo senza contraccolpi.
Dopo il 30 si vedrà . Anche se per la prima volta Berlusconi si lascia andare a un affondo tutto politico sul governo Letta. «In questi giorni – rivela – ho sentito i responsabili di tutte le categorie produttive e non ne ho trovato uno solo favorevole all’azione portata avanti da questo governo», è lo sfogo che lascia silente il vicepremier Alfano.
Alterna momenti di fiducia ad altri di rassegnazione, in vista del responso, racconteranno alcuni dei commensali.
Non c’è Forza Italia – progetto che comunque, conferma, decollerà  a settembre – o riforme istituzionali che lo distraggano dall’unico incubo.
Che l’ex premier esorcizza di tanto in tanto con le immancabili battute. «Ma poi, mi porterete le arance in carcere?» chiede suscitando l’ilarità  dei presenti.
E ancora, con minor tatto, «spero proprio non mi costringano ai domiciliari, sarei prigioniero delle due signore qui presenti» gigioneggia indicando la fidanzata Pascale e l’onnipresente Maria Rosaria Rossi.
Ha per nulla voglia di scherzare invece l’avvocato Franco Coppi, testa china sulle carte.
Interpellato sulla strategia processuale in vita di martedì spiega: «Avevamo preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare alla prescrizione ed eravamo disposti a farlo, ma è inutile, c’è una giurisprudenza consolidata, che non condivido, che stabilisce che non si può rinunciare se non è maturata» (per il suo assistito scatterebbe tra il 13 e il 14 settembre).
L’ipotesi rinvio resta in ballo ma «allo stato dei fatti», precisa il legale, non è stata avanzata.
Sarà  per l’approssimarsi della sentenza o per i conti Mediaset attesi per giovedì prossimo, sta di fatto che ieri il titolo in Borsa chiudeva con un meno 1,34 per cento.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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CASO ALMA, IL TRIBUNALE ACCUSA: “TRATTI IN INGANNO DALLA POLIZIA CHE NON HA TRASMESSO ATTI FONDAMENTALI”

Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile

LA RELAZIONE DENUNCIA DEL GIUDICE: “GRAVI ANOMALIE ED OMISSIONI”

Il giudice di pace «è stata tratta in inganno dalla polizia che non le ha trasmesso atti fondamentali per identificare la signora Alma Shalabayeva. In questa vicenda ci sono state anomalie e omissioni nell’attività  dei funzionari che ho già  segnalato al procuratore».
È un atto di accusa grave e pesantissimo quello del presidente del tribunale di Roma Mario Bresciano.
Al termine dell’ispezione sollecitata dal ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, l’alto magistrato «assolve» il giudice che convalidò il trattenimento della signora nel Centro di espulsione di Ponte Galeria, fornendo così il via libera alla sua espulsione.
Ma decide di trasmettere il fascicolo al capo dei pubblici ministeri evidenziando «il fumus di possibili reati di chi gestì la procedura».
E dunque sollecitando l’apertura di un’indagine.
Non usa mezzi termini Bresciano per ricostruire quanto accaduto.
E spiega: «Nel lavoro della dottoressa Stefania Lavore non ho riscontrato alcuna irregolarità , anzi. Non posso negare che un togato con maggiore esperienza avrebbe potuto accorgersi delle tante stranezze, ma questo non inficia assolutamente quanto è stato fatto. Il comportamento della giudice è stato ineccepibile. L’ho scritto nella relazione che ho trasmesso al ministro. Non altrettanto si può dire della polizia che certamente ha agito con una fretta insolita e anomala. Ma soprattutto ha tenuto per sè delle informazioni preziose».
Il problema è noto.
Durante l’irruzione nella villetta di Casal Palocco la signora consegnò agli agenti della squadra mobile un passaporto rilasciato dalla Repubblica Centroafricana intestato ad Alma Ayan che attestava anche il riconoscimento dell’immunità  diplomatica.
Fu ritenuto falso, tanto che la donna fu denunciata proprio per aver presentato un documento di identità  contraffatto.
Il dirigente dell’Uffico immigrazione Maurizio Improta chiese notizie al cerimoniale della Farnesina e la risposta del responsabile Daniele Sfregola escluse che la signora potesse avere questa prerogativa: «Si comunica che la nominata non gode dello status diplomatico-consolare nella Repubblica italiana».
Nulla fu invece richiesto riguardo alla vera identità  della donna, nonostante le sue generalità  fossero state comunicate con una nota ufficiale del 28 maggio trasmessa dall’ambasciata kazaka alla questura di Roma al momento di sollecitare l’arresto del marito: «Preghiamo identificare le persone che vivono nella villa. Non è escluso che nella villa conviva sua moglie, cittadina del Kazakistan, Alma Shalabayeva, nata il 15 agosto 1966».
Non solo.
Due giorni dopo, un ulteriore appunto della diplomazia, indirizzato agli stessi uffici di San Vitale, specificava: «Si conferma che la signora Alma Shalabayeva è cittadina della Repubblica del Kazakhistan. Possiede il passaporto nazionale numero N0816235 rilasciato il 3 agosto 2012 e l’altro passaporto nazionale numero N5347890 rilasciato il 23 aprile 2007. In base ai dati dell’Interpol la signora Alma Shalabayeva può usare i documenti di identità  falsi per il nome di Alma Ayan, nata il 15 agosto 1966 con passaporto nazionale della Repubblica dell’Africa Centrale N06FB04081 rilasciato il 1 aprile 2010».
Ed ecco l’atto di accusa del presidente Bresciano: «Di tutto questo non è stata data comunicazione. C’è stata una mancata trasmissione di atti che ha avuto gravissime conseguenze. La polizia avrebbe dovuto fornire tutti i documenti riguardanti l’identità  Alma Shalabayeva e invece non l’ha fatto».
La polizia sostiene che quegli atti erano stati inseriti nel fascicolo inviato al Cie in vista dell’udienza di convalida.
La giudice di pace ha verbalizzato il contrario: «Il nome Shalabayeva non risultava in nessuna relazione ufficiale depositata al mio ufficio. Gli unici a pronunciare il nome Shalabayeva furono gli avvocati».
Adesso sarà  il procuratore Giuseppe Pignatone a dover decidere come procedere.
Il giallo sulla «consegna» della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov non è affatto risolto.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)

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RIVOLTA DELLA BASE PD: “RIUSCIRANNO A FARCI PERDERE ANCHE LE PROSSIME ELEZIONI”

Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile

SU PRIMARIE APERTE O NO I MILITANTI SI DIVIDONO: “PER QUALE MOTIVO IL SEGRETARIO DEL PD DEVE ESSERE SCELTO DAGLI ELETTORI DEL PDL O DAI GRILLINI?”

Se i circoli del Pd sono sempre più vuoti e per davvero la politica si fa ormai in rete e sui social network, be’… quelle che salgano dalla mitica base del partito non sono buone notizie.
Letta ha strigliato i parlamentari del Pd invitandoli a non fare i «fighetti » cercando «l’applauso con un tweet o su Facebook», ma in questo caso di applausi ce ne sono pochini.
Dopo la Direzione, anzi, è come se si fossero aperte le cataratte e in serata l’hashtag #Direzionepd è salito al secondo posto in Italia su Twitter.
Un diluvio di interventi digitali. Purtroppo tutti o quasi tutti molto, molto negativi.
E così anche su Facebook, all’indirizzo ufficiale del Pd, dove tra i 66 commenti all’intervento di Epifani soltanto 2 temerari sfidano la maggioranza: il 97% di chi ha deciso di lasciare la sua opinione è infatti ostile.
Su Twitter è anche peggio.
Citazioni.
Una delle più ricorrenti, è quella di Nanni Moretti in “Bianca”: «Continuiamo così, facciamoci del male».
Più originale Anna Rita Leonardi che posta su Twitter una scheggia di Massimo Troisi per descrivere lo stato d’animo degli elettori del Pd: «Lasciatemi soffrire tranquillo, con voi qua non mi riesco a concentrare. Soffro poco, non mi diverto ».
Davide Ricca ricorre invece a Vasco Rossi: «Pd, tu solo dentro una stanza e tutto il mondo fuori! ».
Graziana Cartasegna ieri ha visto invece un film horror: «Ho la testa che gira a 360 gradi come quella dell’Esorcista».
Rassegnati
Aldo Rosati ricorre a Esopo: «Serve ricordare la favola della rana e dello scorpione. Piuttosto si ammazzano, è la loro natura».
Stesso animo di Daniele Calosi: «Finita la partita di palla avvelenata, chiamata comunemente Direzione Pd».
Claudio Mura: «Cui prodest affondare il Pd? Se non altro, se riuscirete nell’impresa, verrete ricordati per qualcosa». Luca Spagni vede invece nella negazione delle primarie aperte la radice del male: «Le primarie sono il nostro mito fondativo. Impedirle significa negare il Pd. Pura follia, è un suicidio».
Patrizia Vassallo, icastica: «Caos 1 – direzione Pd 0». Michele Fiorentino, senza parole: «Vorrei scrivere qualcosa sulla direzione Pd ma aspetto domani, a mente fredda. Così, per essere ancora più spietato».
Quale direzione?
Si sprecano i giochi di parole sulla direzione (con la minuscola) presa dal Pd con la sua Direzione. Andrea Dosi: «#direzionepd: praticamente un ossimoro.
Tanto per cambiare, già  che ci siete, prendetene una di direzione ».
Cardinal Mazzarino: «La Dc discuteva, discuteva, discuteva; e alla fine decideva. Il Pd discute, discute, discute; e alla fine discute ». Lory: «direzionePd: Arcore».
Sconfitta
Franco Papadia dà  voce al timore che sta dietro molte critiche della base: «Le proposte di Epifani vanno nella direzione tanto cara a sinistra: quella della prossima sconfitta elettorale».
Mark Bartucca: «Però c’è una certezza che arriva dalla direzione del Pd. Il Pd ha già  perso le prossime elezioni. Che tristezza ». Filippo Casini: «Poi diamo la colpa agli elettori che non ci capiscono ». Cinzia Lisi: «Sono andati i scena i morti che trascinano i vivi. Per la data del congresso di novembre propongo il 2».
Primarie
È il tema del giorno. Aperte a tutti oppure ai soli iscritti come propone Franceschini? La base si divide.
Albedess: «Ma qualcuno mi spiega per quale motivo chi non è iscritto al Pd deve poter votare il segretario Pd? Surreale». Deofogliazza, pragmatico: «Tutti i cittadini è esagerato, solo iscritti troppo poco. Aderenti ad albo elettori delle primarie la giusta mediazione».
Gianluca Minotti, ironico: «Compagni! regola numero uno: il Pd non esiste! Chiarito questo cominciano a stabilire la quota da far pagare alle primarie».
Leonardo Lapomarda: «È giustissimo che il segretario/ leader di un partito sia scelto dagli iscritti e non dagli opportunisti di turno». Filippo Esposito: «Che poi uno di centrodestra va a votare Renzi sapendo che questo è l’unico capace di far vincere il Pd?».
Anti-Grillo
Sono pochi ma ci sono. Come Renzo Rumele: «Molti commenti protogrillini e fuoriluogo sul dibattito alla direzione pd, la moda dei lazzi oscura il ragionamento politico».
Fabio Milani rivendica invece che il segretario del Pd «lo devono eleggere solo gli iscritti al Pd. Quelli del M5S hanno fatto lo stesso e alle loro decisioni votano solo 30000 persone».

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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PD, QUANDO LE REGOLE CAMBIANO IN CORSA

Luglio 27th, 2013 Riccardo Fucile

LE RESTRIZIONI AL VOTO PER L’ELEZIONE DEL NUOVO SEGRETARIO

Sui tempi e sulle regole per eleggere il nuovo segretario, il Pd ha deciso di non decidere. La cosa comincia a non fare più notizia.
Il partito che si è caricato sulle spalle i destini del Paese non riesce neppure a scegliere la data del proprio congresso.
Oltre il latinorum sulle norme, da cambiare per la terza o quarta volta, il problema vero ha un nome e un cognome: Matteo Renzi.
Il sindaco di Firenze è oggi il leader più popolare d’Italia, forse l’unico, e sarebbe naturale che corresse per la carica di segretario del Pd con primarie aperte a tutti. Com’è stato per i suoi predecessori. Ma la probabile vittoria di Renzi in una gara è vista dall’apparato del Pd come una minaccia non solo e non tanto nei confronti del governo Letta, quanto nei confronti appunto della vecchia nomenclatura del partito.
Si cerca dunque d’impedirla con stratagemmi burocratici sostenuti da bizzarre teorie. Guglielmo Epifani sostiene che (questa volta, s’intende) il ruolo del segretario di partito debba essere nettamente separato da quello di candidato premier.
La storia è davvero curiosa.
Dopo essersi lamentati per vent’anni di non poter candidare il segretario del maggior partito di sinistra alla premiership, come avviene in tutte le democrazie del mondo, gli oligarchi del Pd ora vorrebbero stabilire per statuto che il segretario del partito non dev’essere il candidato alla guida del governo.
Proprio adesso, si badi, che per la prima volta potrebbero esprimere un segretario candidato in grado di vincere.
Nella frenetica ricerca di regole “contra personam”, gli ex segretari del Pd Bersani e Franceschini hanno proposto che (stavolta) siano soltanto gli iscritti a votare per il segretario.
Proprio loro che quando erano candidati hanno ripetuto un centinaio di volte quanto le primarie aperte a tutti fossero meravigliose e irrinunciabili nei secoli dei secoli.
La trappola anti-Renzi comunque non è scattata per l’opposizione trasversale di buona parte del Pd. Non soltanto i renziani o i frondisti, alla Civati.
Si sono opposti per esempio Cuperlo e Rosi Bindi, esponenti della corrente più minoritaria all’interno del centrosinistra, quella del buon senso.
È probabile che le norme “contra personam” vengano riproposte alla prossima direzione, prevista fra una settimana.
Con il rischio di spaccare ulteriormente il partito, oramai oltre i confini delle leggi fisiche. Nel grandioso dibattito sulle norme congressuali, rimane sullo sfondo e da definire il dettaglio della possibile reazione di otto milioni di elettori democratici.
Ai quali finora sono stati inflitti nell’ordine una campagna elettorale disastrosa, il tradimento nei confronti del padre fondatore Prodi, un governo con Berlusconi escluso fino a un’ora prima, la conferma di un ministro dell’ Interno ritenuto incapace anche da se medesimo.
L’eventuale esclusione dalla corsa per la segreteria del leader più popolare, Renzi, sarebbe la conclusione di un percorso suicida.
Alla fine del quale per il Pd c’è il rischio di morire, e per giunta di morire democristiano.

Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)

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DELITTO CALABRESI, INTERVISTA A MARINO: “ERAVAMO UNA GENERAZIONE PERSA”

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

VENTICINQUE ANNI FA GLI ARRESTI GRAZIE AL SUO PENTIMENTO: “MI CHIAMANO TRADITORE, MA IO GIRO A TESTA ALTA”

Sono passati venticinque anni da quell’estate in cui un colpo di scena riaprì le indagini sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972. Accadde un fatto più unico che raro: un uomo libero, incensurato e non sospettato di alcunchè si presentò dai carabinieri per dire: sedici anni fa ho ucciso un uomo.
Il suo nome è Leonardo Marino. Quando partecipò, come autista, all’agguato al commissario, aveva 26 anni; quando si costituì 42; oggi ne ha 67.
Dopo qualche titubanza, in quel luglio di venticinque anni fa Marino fece i nomi anche del complice, Ovidio Bompressi, e dei due mandanti, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.
Tutti ex militanti di Lotta Continua. Gli arresti scattarono il 28 luglio 1988. Marino è stato condannato a undici anni (poi prescritto); Sofri, Pietrostefani e Bompressi a ventidue.
La confessione di uno degli imputati pareva sufficiente a spazzare via qualsiasi dubbio: ma il Paese si divise ugualmente.
Per anni Marino è stato investito da una campagna tesa a screditarlo. Si disse che si era inventato tutto; che aveva preso soldi dai carabinieri; che il Pci aveva ordito un complotto per regolare vecchi conti con Lotta Continua.
Si disse che Marino voleva riscattarsi (economicamente) da un’esistenza grama, visto che vendeva le cràªpes a una bancarella di Bocca di Magra.
Oggi comunque è ancora lì, a Bocca di Magra, a vendere cràªpes. Arriva all’appuntamento con una Citroà«n C3.
Marino, che cosa ricorda di quel luglio di venticinque anni fa?  
«Cerco di non ricordare. Tre giorni fa è venuto un signore e mi ha chiesto: “È lei Marino?”. Ho risposto di sì, e lui: “Allora voglio darle la mano”. Ma la maggior parte della gente che passa di qui non sa niente. E a me va bene così».
Per una volta, le chiediamo di ricordare.  
«Andai per primo dal prete di Bocca di Magra, don Regolo. Poi dal senatore Bertone del Pci, perchè per me il partito era importante. Da lì nacquero le leggende sul complotto del Pci, alimentate anche dal fatto che pure il mio difensore, l’avvocato Gianfranco Maris, era un ex senatore comunista. Ma Maris era stato chiamato come difensore d’ufficio da Pomarici, il pm che mi interrogava. Era estate, a Milano non c’era nessuno. Pomarici aprì la porta e il primo che incontrò in corridoio fu Maris».
Andiamo avanti con Bertone: che cosa le disse?  
«Di andare dai carabinieri».
E lei?  
«Andai dal maresciallo del paese, Ameglia».
Dove, a quanto pare, lei fu trattenuto a lungo.  
«Lì nacque un’altra leggenda: quella di Marino imbeccato dai carabinieri. La verità  è semplice: che cosa volete che ne sapesse il maresciallo di Ameglia dell’omicidio Calabresi? Era roba più grossa di lui. Per questo chiamò i suoi superiori, i quali poi mandarono il colonnello Bonaventura dell’antiterrorismo».
Che la tenne lì un po’ in caserma. Perchè?  
«Se vai dai carabinieri a confessare un reato, per giunta così grave, è ovvio che prendono informazioni sul tuo conto. Scoprirono presto che a Torino c’era un fascicolo su di me per il mio passato in Lotta Continua. Cercarono di capire se ero credibile, dopo di che mi portarono a Milano in Procura».
Gli ex di Lotta Continua insinuarono che lei era stato pagato per parlare.  
«Intanto, non si capisce che interesse avrebbero avuto i carabinieri a costruire false accuse contro un movimento che non esisteva più da oltre dieci anni. Secondo, se avessi messo in piedi una storia del genere per soldi, mi sarei fatto pagare bene. E invece come vede sono sempre qui come venticinque anni fa: a fare cràªpes fino alle due di notte».
Non ha avuto altri vantaggi?  
«E quali? Avrei potuto chiedere la protezione come collaboratore di giustizia, e ho rifiutato. Avrei potuto cambiare nome come Peci e Barbone, e non l’ho fatto».
Rifarebbe quello che ha fatto venticinque anni fa, viste le insinuazioni, i sospetti?  
«Mi sta chiedendo se mi sono pentito di essermi pentito? No. Adesso sono me stesso. Certo: qualcuno mi dà  del traditore. Ma io posso andare in giro a testa alta».
Si aspettava da parte degli ex compagni di Lotta Continua una simile campagna contro di lei?  
«Me l’aspettavo. È il loro stile. Hanno fatto con me quello che avevano fatto con Calabresi».
Quanto tempo è stato in carcere?  
«Un paio di mesi a Opera. Poi un paio d’anni agli arresti domiciliari».
Da quanto tempo non vede più i suoi tre ex complici?
«Sofri e Bompressi dall’ultimo processo, nel 2000. Pietrostefani era già  latitante all’estero da tempo».
Che opinione ha di loro?
«Ognuno fa i conti con la propria coscienza».
A chi dei tre si sente più legato?  
«A Bompressi. Era uno come me. Uno di quelli che quando tiravano una pietra non nascondevano la mano».
Quanti le credono, tra gli ex di Lotta Continua?
«Al di là  della propaganda, tutti sanno che ho raccontato la verità . Solo pochi però hanno il coraggio di esporsi. L’ha fatto Casalegno, l’ha fatto Mughini. Ma gli altri dicono: chi me lo fa fare?».
Sofri al processo ha negato tutto, anche le rapine.  
«L’avvocato Maris mi diceva: saranno condannati dalle loro stesse parole. Hanno negato anche di fronte all’evidenza, come le pistole rapinate all’armeria Leone di Torino e trovate in possesso di militanti di Lotta Continua. Credo che Sofri volesse dare una visione totalmente immacolata di Lotta Continua».
Marino, lei ha detto che Sofri le confermò il mandato a uccidere Calabresi a Pisa, dopo un comizio. Non ha nessun dubbio su quel colloquio?  
«Mai avuto dubbi. Le parole esatte non le posso ricordare. Ma certe cose si possono capire solo tra chi è stato in un certo ambiente. Io avevo chiesto a Pietrostefani garanzie per la mia famiglia nel caso fossero andate male le cose, e volevo rassicurazioni da Sofri. Loro dicono: a Pisa non ci fu il tempo per parlarsi, si era sotto il palco di un comizio. Ma lui sapeva già  tutto, gli bastò un attimo per darmi la conferma. Non c’è possibilità  di equivoco. Non si dicono certe cose a chi deve andare a distribuire dei volantini».
Non ha mai pensato che in realtà  fu Pietrostefani a decidere l’omicidio, e che Sofri subì la decisione?  
«Questo non lo posso sapere. Sicuramente “Pietro” era più propenso a passare alla lotta armata. Però ripeto: non lo posso sapere».
Sofri aveva un grande ascendente su di lei?  
«Ce l’aveva su tutti noi».
È vero che ha chiamato il suo primo figlio Adriano in onore di Sofri e il secondo Giorgio in onore di Pietrostefani?  
«Adriano sì, è per Sofri. Giorgio un po’ per Pietrostefani e un po’ per un altro ex di Lotta Continua, Giorgio Merlo di Torino».
Spera ancora che qualcun altro confessi?  
«Lo spero ma non ci credo. La loro scelta l’hanno fatta».
Perchè pensa che non confesseranno mai?  
«Per troppo orgoglio».
Non crede che qualcuno avrebbe diritto alla verità ?  
«La verità  è stata stabilita da ben sette processi, più quello di revisione a Venezia, concesso per motivi che non stavano nè in cielo nè in terra».
Calabresi fu ucciso solo da voi quattro?
«Sono sicuro che ci furono dei complici d’appoggio, ma non lo posso dire perchè non so i loro nomi».
Quando è finita la sbornia ideologica di quegli anni?
«È venuta meno in modo travagliato e prolungato. Ci furono anni di euforia: pensavamo di fare la rivoluzione. Poi c’è stato, man mano, un tirarsi indietro. Lotta Continua alla fine si è sciolta. Io ho pensato: ma che cosa ho fatto fino ad ora? Quello che mi hanno detto per anni erano tutte balle? Il potere agli operai, l’esaltazione di Mao e del Che… Tutto finito? Allora c’è stato un lento e progressivo ripensamento di tutta la mia vita. Io, noi, abbiamo avuto l’impressione di una generazione persa per colpa di pseudo-intellettuali che predicavano cose assurde».
Quando, nell’estate 1988…  
«Quando ho confessato ero già  distaccato da Sofri da un pezzo, se è questo che vuol dire. Posso aggiungere una cosa?»
Certo
«Vorrei che lei scrivesse che io non avevo alcuna voglia di fare questa intervista. Ho accettato solo perchè in qualche modo devo ancora farmi perdonare dalla famiglia Calabresi. Ma chiedo il diritto a vivere una vita normale. Faccio fatica, ogni volta, a parlare di queste cose».

Michele Brambilla
(da “La Stampa“)

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LA SOPRAVVIVENZA DEI FURBI

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

DAL SOMMERSO COME AMMORTIZZATORE SOCIALE TEORIZZATO DA BERLUSCONI SIAMO PASSATI AL SOMMERSO COME REGOLA DI SOPRAVVIVENZA DI FASSINA

Per fortuna che questa volta, al posto di Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, ci sono Fabrizio Saccomanni ed Enrico Giovannini a gestire la politica economica e quella del lavoro.
Altrimenti non ci stupiremmo di leggere nei prossimi giorni circolari come quelle del 2009, che chiedevano esplicitamente agli ispettori del lavoro di ridurre i controlli nelle aziende perchè «la criticità  del momento contingente rafforza la scelta di investire su di un’azione di vigilanza selettiva e qualitativa, diretta a limitare ostacoli al sistema produttivo ».
In altre parole, lo Stato che decide consapevolmente di abdicare dalla lotta all’evasione per garantire una sopravvivenza nell’ombra a molte piccole imprese che altrimenti sarebbero costrette a chiudere i battenti, gonfiando le file della disoccupazione.
È fin troppo ovvio che l’evasione fiscale garantisca in molti casi la sopravvivenza a imprese che non riescono a competere nella legalità  e a lavoratori autonomi che, pagando le tasse, avrebbero redditi netti al di sotto di soglie di povertà , anche assoluta. Ma quel che Fassina non ha detto, ed è un’omissione grave da parte di un rappresentante del ministero delle Finanze, è che questa sopravvivenza è una forma di “mors tua vita mea”, è una scelta di politica economica che opera una selezione avversa nel nostro mondo delle imprese.
La sopravvivenza mediante evasione rende, infatti, ancora più insostenibile la pressione fiscale per le imprese che potrebbero, se meno tartassate, creare posti di lavoro e reddito, portandoci fuori dalla recessione.
L’economia sommersa, l’insieme di attività  svolte senza pagare tasse e contributi sociali, conta tra un sesto e un quarto del nostro prodotto interno lordo, a seconda della stime.
Vi sono delle regioni, come la Calabria, dove secondo l’Agenzia delle Entrate fino al 94 per cento dell’imponibile Irap viene sottratto al fisco.
È una piaga nazionale, un fardello che pesa sulla parte più avanzata del nostro tessuto produttivo, localizzata soprattutto nel Nord del paese, costringendola a pagare anche le tasse degli altri (potrebbero essere di un quinto più basse se tutti le pagassero). Allontana la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.
Perchè l’illegalità  alimenta altra illegalità  ben più grave: è proprio sullo smercio delle produzioni del sommerso economico che spesso vive e vegeta la criminalità  organizzata, come ci ha spiegato con rara efficacia Roberto Saviano.
Il sommerso viene storicamente tollerato in Italia. Altrimenti non si spiegherebbe perchè sia sopravvissuto alle banche dati sempre più ricche su cui può contare l’attività  ispettiva.
Non si spiegherebbe neanche il sovradimensionamento del lavoro autonomo in Italia, una condizione da cui è più facile evadere le tasse.
Si fanno relativamente pochi controlli sui posti di lavoro nonostante questi siano molto efficaci nell’identificare le aziende che non pagano tasse e contributi. Mediamente un controllo su due porta al riscontro di frodi fiscali o contributive e la base imponibile mediamente recuperata per ogni azienda ispezionata dagli Ispettorati del Lavoro, dall’Inps, dall’Inail e dall’Enpals è attorno ai 55.000 euro, ben di più di quanto costino unitariamente queste ispezioni.
Se ne fanno relativamente poche perchè sono molto impopolari fra i piccoli imprenditori e perchè si teme che la regolarizzazione imponga ad alcune aziende, soprattutto al Sud, di chiudere i battenti, mettendo sulla strada non pochi lavoratori.
È comprensibile che non si voglia forzare alla chiusura imprese in un momento come questo.
Ma perchè dobbiamo farne pagare lo scotto altra.le aziende, anche queste piccole per lo più, che sono in regola?
Non sarebbe meglio ridurre la pressione fiscale sul lavoro per tutte le imprese e, al tempo stesso, rafforzare i controlli?
La verità  non detta da Fassina e da chi ieri lo ha applaudito è che chi oggi vuole abolire le tasse sulla casa, anzichè quelle sul lavoro, e vuole tollerare maggiormente l’evasione, ha scelto di far pagare di più le tasse a chi le ha sempre pagate.
È una scelta di politica economica conseguente, che ha accomunato i governi di centro-destra, che hanno in gran parte gestito la politica economica in Italia negli ultimi 15 anni.
Ieri abbiamo avuto da parte di un sottosegretario aspirante segretario del Pd, un sorprendente segnale di continuità  con quelle politiche.
Se questo non è l’orientamento del governo nella sua collegialità , bene che dia un segnale ben diverso, con misure che rafforzino i controlli e, al tempo stesso, incoraggino l’emersione.
Ad esempio, un incentivo condizionato all’impiego, sotto forma di sussidio all’occupazione (anzichè alla disoccupazione) ocredito di imposta per chi non è incapiente, avrebbe proprio questa funzione.
Ridurrebbe il costo del lavoro e incentiverebbe l’emersione, condizione indispensabile per ricevere il contributo pubblico.
I costi di questo intervento sarebbero relativamente limitati e potrebbero essere coperti attingendo al bacino, mal speso, di fondi per le politiche attive del lavoro, tra cui rientrano anche le tante fallite (e ipocrite) misure per l’emersione varate in anni in cui si è concesso deliberatamente maggiore respiro all’evasione.

Tito Boeri

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LO STRABISMO FISCALE DELLA SINISTRA E IL PESO DELLA CGIL

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

SE SI VUOL APRIRE UN DIALOGO CON I PICCOLI NON SI PUO’ DIPENDERE DALLA CGIL

Ieri cominciando la sua giornata di lavoro da vice-ministro Stefano Fassina non avrebbe mai pensato che si sarebbe conclusa con una solenne stroncatura da parte del segretario della Cgil, Susanna Camusso.
Se c’è stato infatti in questi mesi un politico di punta del Pd attento a coltivare i rapporti con il sindacato è stato Fassina ma evidentemente Camusso è come quegli stopper d’area di rigore che quando devono randellare non stanno attenti a distinguere tra palla e gambe.
Il vice-ministro di buon mattino si era recato a un’assemblea della Confcommercio – gli stessi che avevano fischiato Flavio Zanonato – e con un pizzico di empatia aveva riconosciuto che non tutti gli evasori sono uguali, ma bisogna distinguere tra l’egoismo dei ricchi e chi evade per far sopravvivere la sua azienda nel commercio o nell’artigianato.
Buon senso, verrebbe da commentare ma Camusso non l’ha pensata così e ha emesso il suo verdetto: «Fassina ha commesso un drammatico errore politico».
Per carità , l’allievo prediletto di Vincenzo Visco di errori politici ne fa tanti, una buona parte per eccesso di generosità .
Ha sostenuto l’ipotesi di un governo del cambiamento Bersani-Grillo e ancora qualche giorno fa ha dato via libera a un emendamento del cinquestelle Pisano che istituiva il famigerato Durt e aumentava gli adempimenti burocratici dei Piccoli. Capita.
Il vero guaio di tutta questa vicenda è che però dimostra ancora una volta lo strabismo del Pd, che a differenza di quello di Venere non è una virtù.
Se si vuole aprire un canale di dialogo con i Piccoli, approfittando delle evidenti difficoltà  della Lega, bisogna essere conseguenti e non dipendere dal giudizio della Cgil.
Se si mette in cima all’agenda, come è giusto, la lotta all’evasione fiscale bisogna calibrare gli strumenti per evitare di fare di tutt’erba un fascio e soprattutto di parlare di nuove tasse nel momento in cui la pressione fiscale è a livelli record.
Insomma è evidente che nel corpo della società  italiana ci sono contraddizioni che vengono da lontano, in buona sostanza dal compromesso democristiano (deroga all’efficienza per i pubblici dipendenti in cambio di deroghe fiscali per gli autonomi). Per scomporle prima e riaggregarle poi ci vuole visione politica e polso fermo.
Due qualità  che sembrano scarseggiare.

Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)

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BERLUSCONI TRA STRATEGIE E FILM: “SE ATTACCATO REAGIRA'”

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

I FEDELISSIMI: “NON FAREMO NOI LA GUERRA”

A spargere ottimismo ci pensa l’avvocato Franco Coppi, il principe del foro che Silvio Berlusconi ha voluto a capo del suo pool di avvocati per vincere la partita più difficile, quella della Cassazione.
Quella prevista per il 30 luglio, ma che secondo boatos di palazzo insistenti, potrebbe slittare alle prossime settimane, e magari depotenziarsi passo dopo passo grazie proprio alle decisioni di rinvii di parti del processo, anche parziali, da parte della Corte.
«Per ora – dice il legale dell’ex premier – non ci sono novità », ma «questa è una causa nella quale abbiamo dei validi argomenti e speriamo e confidiamo di riuscire a convincere la Corte della non configurabilità  del reato per cui Berlusconi è stato condannato».
Ma, a parte il dovuto ottimismo del legale, dall’entourage berlusconiano filtra pochissimo su quello che succederà  martedì (ancora esiste l’ipotesi che il collegio difensivo chieda l’annullamento della prescrizione e dunque lo slittamento della sentenza), e soprattutto su quello che potrebbe succedere nel caso in cui arrivasse la condanna, con annessa interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.
La strategia mediatica è dichiarata: non far trapelare nulla delle reali intenzioni del Cavaliere e anche del suo partito, tenere bassa la tensione, sospendere il tempo, se possibile.
E infatti, da quando mercoledì pomeriggio Berlusconi è tornato a Roma, nessun vertice ufficiale è stato organizzato, ma solo incontri sparsi, ristretti, top secret.
Più volte è stata vista entrare a palazzo Grazioli Daniela Santanchè, e altri big, da Gianni Letta in giù, si sono avvicendati.
Apparentemente, però, nessuno sa nulla di nulla.
«Non abbiamo novità , vedremo quello che succederà » è il refrain dei pidiellini.
L’unica cosa che filtra è che il Cavaliere starebbe muovendosi con «una forza sovrumana». Convinto che «la verità  è dalla mia parte, non possono condannarmi, non può il mondo credere che chi come me ha pagato il Fisco per miliardi, poi corrompa per pochi milioni di euro».
Nello stesso tempo, l’esperienza gli ha dimostrato che le sue verità  non vengono giudicate tali dai magistrati.
E però, giura chi lo ha incontrato, una qualche forma di ottimismo, magari anche solo quello della volontà , si sta diffondendo.
E comunque, lungi da lui qualsiasi voglia di lasciarsi andare all’abbandono: «Pensa al futuro – assicurano – come se le sue battaglie fossero appena iniziate.
Lavora alacremente a Forza Italia, è eccitato dall’apertura della nuova sede, vuole vedere foto, video, progetti, lavora come un pazzo».
Ieri sera, pochi e selezionati ospiti sono stati invitati a cena per guardare assieme il film sulla storia di Forza Italia voluto e creato da Francesco Giro.
È il segnale che, anche in caso di condanna, la strada del voto anticipato è segnata?
Nessuno lo conferma, ma tantomeno lo esclude.
Certo è che, dicono i duri da Miccichè alla Santanchè a Brunetta, il Paese «non starebbe a guardare, e il punto non sarebbe la salvaguardia del governo ma quella della democrazia».
E una deriva del genere, continua a chiedersi Berlusconi con i suoi, a chi gioverebbe?
E così, l’analisi serale di chi con Berlusconi ha parlato è che «i rischi arrivano da altri, da gruppi editoriali ostili e dai grillini. Noi non faremo la guerra. A meno che non arrivino attacchi clamorosi. Sul fronte politico o su quello giudiziario».

Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)

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FLOP DELLE SOCIETA’ A UN EURO VOLUTE DA MONTI: IL 60% SONO INATTIVE

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

L’ASSOCIAZIONE DEI NOTAI: “SOFFOCATE DALLA STRETTA SUI FINANZIAMENTI”… LA MISURA NON E’ SERVITA A NULLA

Dopo quello sulle start up, un altro dei provvedimenti simbolo del governo Monti per i giovani rischia di rimanere incompiuto.
L’Associazione sindacale dei notai della Lombardia punta i riflettori sulle società  a un euro per gli under 35, affossate sul nascere dalla difficoltà  di accedere al credito.
Il rapporto diffuso oggi evidenzia che il 60% delle 12.973 nuove aziende, tra srl semplificate e a capitale ridotto iscritte nel registro delle imprese al 31 maggio 2013, è inattivo ed “è quindi ragionevole sollevare il dubbio che molte siano scatole vuole che stentano a partire anche a causa della bassa capitalizzazione e della conseguente difficoltà  a trovare finanziamenti”.
“A quasi un anno dalla loro entrata in vigore le nuove tipologie di srl debuttano per rilanciare economia e occupazione, ma i risultati destano non poche perplessità  sulla reale efficacia della normativa che le ha introdotte”, spiega il dossier, sottolineando che al 31 marzo 2013 il 90% delle società  costituite ha dichiarato di non avere personale.
E che, quanto alla capitalizzazione, le società  costituite con un euro di capitale sociale sono il 17% del totale, il 45% delle nuove srl è stato costituito con meno di 500 euro di capitale sociale e il 19% delle società  ha un capitale sociale compreso tra i 500 ed i 900 €.
“L’analisi e i numeri dimostrano come queste società  non risultano ancora funzionali ai propositi di creare occupazione, rilanciare l’economia o attrarre nuovi capitali dall’estero”, ha dichiarato Domenico Chiofalo, presidente di Federnotai Lombardia, segnalando che “occorre eliminare le ombre e le perplessità  che ancora persistono con l’attuale normativa”. Mentre Enrico Sironi, consigliere nazionale del Notariato, ha precisato che “al di là  della gratuità  dell’intervento del notaio non sono al momento previste altre agevolazioni nella filiera”.
Sironi ha poi spiegato che “gli imprenditori restano soffocati da tempi autorizzativi decisamente superiori agli standard europei, da fisco e oneri contributivi eccezionalmente alti e da fonti di finanziamento molto ridotte”.
Occorre quindi “migliorare gli strumenti a disposizione e siamo pronti come interlocutore tecnico a contribuire alla soluzione dei problemi, in un percorso di collaborazione con il decisore politico nel comune interesse del Paese”.

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