Destra di Popolo.net

GRILLO CORRE A ROMA PER SEDARE LA RIVOLTA. FICO RIFLETTE SE CANDIDARSI O NO

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

LA RISERVA VERRA’ SCIOLTA ENTRO LE 12 DI LUNEDI, DIPENDE DALLE GARANZIE CHE GRILLO DARA’ SUL CAPO POLITICO

Beppe Grillo arriva a Roma. Tocca a lui mettere pace dentro il Movimenro 5 Stelle in agitazione dopo la pubblicazione delle regole per le primarie che serviranno a scegliere il candidato premier.
È possibile che il leader pentastellato incontri sia Luigi Di Maio finora unico in corsa, sia Roberto Fico alla guida dell’ortodossa che chiede garanzie sul ruolo del capo politico.
Per ora nessuno si palesa come sfidante di Di Maio.
La deadline è fissata per lunedì alle 12, termine per la presentazione delle candidature, ma per adesso Luigi Di Maio non ha sfidanti.
Anzi, Carlo Sibilia con un post si tira indietro, mentre riflette in silenzio ancora Roberto Fico, tormentato su cosa sia più opportuno fare in questa partita che decreterà  le sorti del Movimento 5 Stelle.
In ballo c’è la premiership, ma nello stesso tempo c’è molto di più perchè dalla consultazione online si capirà  quale sarà  il nuovo corso grillino.
In queste ore infatti l’ala ortodossa che non si ritrova in Luigi Di Maio sta chiedendo garanzie direttamente a Grillo e i contatti sono stati talmente infuocati che Grillo ha deciso di scendere a Roma.
I duri e puri non vogliono che Di Maio, oltre che candidato premier dei 5 Stelle, diventi il capo politico del Movimento, temono “l’uomo solo al comando” – così che viene definito Di Maio dai duri e puri – e alcuni dei quali meditano anche l’abbandono del Movimento se Beppe Grillo dovesse cedere il passo.
Ed è per questo che il post di Sibilia, già  componente del Direttorio, appare come un’esortazione a rimanere quelli di un tempo: “Chiunque di noi sarà  scelto dalla rete per il ruolo di Presidente del Consiglio ha già  una strada tracciata ben chiara. La strada ha un nome e si chiama programma. Questa persona sarà  un pezzo di un’orchestra dove il direttore è il popolo. Sarà  il primo violino se volete, ma che suonerà  insieme a tutti gli altri la stessa sinfonia”.
Sibilia, il cui nome circolava tra i possibili sfidanti di Di Maio, si tira indietro augurando buona fortuna a chi scenderà  in campo, ma nello stesso tempo ricorda le origini grilline e non è un caso se sceglie di farlo alla vigilia delle primarie che stanno agitando il Movimento proprio perchè chi vincerà  sarà , con ogni probabilità , anche il capo politico del Movimento.
Gli ortodossi sono tormentati su cosa fare.
Qualcuno vorrebbe che Fico si candidasse e fa pressing su di lui: “Così ci contiamo una volta per tutte e facciamo vedere che Di Maio non ha il consenso di tutti”, dice un senatore.
Vi è però la paura di raggiungere una percentuale troppo bassa, soprattutto perchè un endorsement di Alessandro Di Battista catalizzerebbe gran parte dei voti su Di Maio, lasciando gli ortodossi a bocca asciutta: “Chiunque contro Di Maio prenderebbe lo 0,02%. La sua è candidatura costruita ormai da troppo tempo”.
Secondo qualcuno invece resta comunque una partita da giocare per dimostrare che nel Movimento c’è un controcanto. Ma così probabilmente non sarà .
È possibile che alla fine nessuno osi sfidare Di Maio, quindi i vertici pentastellati.
In cambio però Grillo dovrà  dire che il capo del politico sarà  ancora lui.

(da “Huffingtonpost”)

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RIECCOLO: SILVIO SI RI-AUTOPROCLAMA LEADER SENZA EREDI E DELFINI E PUNTA AL 20%

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

ACCLAMATO DALLA PLATEA, NON NOMIMA RENZI E SI DISTANZIA DA SALVINI

Rieccolo. Alle 12,42, Silvio Berlusconi sale sul palco e centinaia di mani si levano con lo smartphone, sulle note dell’inno di Forza Italia.
Parte anche un coro, modello stadio: “Un presidente, c’è solo un presidente”. Il Cavaliere è tornato: “Io non so — dice – se la Corte europea arriverà  in tempo, ma parteciperò alla campagna elettorale come ho sempre fatto”.
Già , come sempre. Da leader del centrodestra, senza delfini, eredi, altri nomi all’infuori di sè.
E a prescindere delle sentenze dei tribunali e dei giudizi degli alleati: “Alla Lega dico che avremo sempre rispetto per le loro idee, ma sappia che il centrodestra l’abbiamo fatto noi. Siamo noi che abbiamo portato al governo forze escluse e abbiamo sempre avuto il leader per realizzare il programma”. A prescindere, punto.
Con Salvini, qualche ora più tardi, il quale gli ricorderà  che la monarchia è finita da tempo e la leadership la “decidono i cittadini”.
Il senso di Fiuggi però non è la costruzione di una trama. Antonio Tajani, nel dare il benvenuto al “presidente”, fa capire subito quale sia la sostanza politica della manifestazione, nell’anno del Signore 2017, ventitrè anni dopo la discesa in campo: “Non abbiamo bisogno di nessuna primaria, il leader noi ce l’abbiamo e questo leader si chiama Silvio Berlusconi. Un grande imprenditore, un grande politico, ma non c’è un grande imprenditore e un grande politico che non sia anche un grande uomo. Sarà  ancora primo ministro di questo paese”.
Parole adoranti che però recepiscono, e questa è una notizia, un nuovo clima nel Ppe, di riabilitazione politica, o forse semplicemente di indulgenza, dopo la dannazione del 2011, in cui i conservatori europei di allora, da Merkel a Sarkozy, ebbero un ruolo da protagonisti.
Per necessità  più che per virtù, di fronte al famoso spettro populista il Cavaliere diventa una sorte di populista buono, utile come partner moderato di una eventuale grande coalizione all’italiana.
Al Grand Hotel della Fonte a Fiuggi, l’endorsement è nelle parole del segretario generale del Ppe, Antonio Lopez: “Voglio salutare a nome del Ppe il prossimo presidente del Consiglio dei ministri d’Italia: Silvio Berlusconi”.
E chissà  se il frutto di questo mutato clima si rifletterà  nell’atteggiamento della Corte di Strasburgo, chiamata a pronunciarsi sulla sua candidabilità : “Attendo dall’Europa — scandisce con voce più alta l’ex premier – di riavere completamente il mio onore per potermi presentare agli italiani presentando a loro il programma di un uomo onesto, integro, un contribuente leale”.
Rieccolo, dunque. Doppiopetto blu, camicia azzurra, spilletta di Forza Italia sul bavero della giacca, come in ogni inizio di campagna elettorale.
Tonico, molto dimagrito, anzi mai così magro con settanta chili e non un grammo di più, secondo l’antica abitudine che la dieta scandisce il timing delle discese e ridiscese in campo.
A Fiuggi va in scena questo: il ritorno, la presenza, la rivendicazione e l’esercizio di un ruolo, col corpo che torna ad occupare lo spazio.
Corpo che è anch’esso politica, con un leader che, per la prima volta, prova a fare delle rughe, più che del lifting, un elemento di appeal, in questa Italia politica dominata dai quarantenni: “Per governare un paese non si può improvvisare, nè inventare. Io non ho mai usato la mia età  per avere voti, anzi ho fatto un patto con diavolo per togliermi 20 anni, lui ha iniziato a togliermene un po’, ma guardandomi allo specchio ne ho dubitato. Quarant’anni di esperienza è qualcosa da far valere come esperienza. Ho sempre raggiunto tutti gli obiettivi, nell’impresa, nello sport, nella politica”.
Discorso prudente, europeista, moderato, non indimenticabile, col solito passaggio sui “cinque colpi di Stato” nell’ultimo quarto di secolo, politici e giudiziari, ma senza l’enfasi della crociata.
Vintage, anch’esso, come il colpo d’occhio in questo Grand Hotel tornato a riempirsi di militanti in blazer blu e pantaloni grigi e di donne, tante donne, con scollature generose e tacco 12.
Si rivedono anche vecchie glorie, che si erano allontanate negli anni del renzismo sfavillante. Ecco l’avvocato Sammarco, il cognato di Previti, ultimamente vicino a Ncd. Poco più in là  Mario Baccini, già  mister preferenze con l’Udc: “L’aria — dicono – è cambiata, vinciamo in Sicilia e poi alle politiche”.
Alcuni invocano “l’unità  del centrodestra anche con Salvini”, altri vorrebbero che Berlusconi “andasse avanti da solo, senza mediare con la Lega” perchè “sono degli estremisti” e “hai sentito Salvini a Pontida?”.
Questioni che il Cavaliere non scioglie, in discorso dove, a momenti, il non detto fa più notizia del detto.
In un’ora e 40 minuti, Matteo Renzi è innominato, come è innominato il governo. Non una critica, nell’ambito di un ragionamento in cui la realtà  appare figlia di nessuno, tra qualche battuta, gag apprezzate dal pubblico e riproposizione dei soliti cavalli di battaglia “Via l’Imu”, “via la tassa di successione”, “aboliamo davvero Equitalia”.
Nei panni dell’abile panettiere il forno delle larghe intese è sempre aperto, come è aperto quello del centrodestra.
E in fondo, spiegano i più smaliziati, si può andare così perchè “è il proporzionale, bellezza”, conta il marchio per fare voti, ma le alleanze, in base ai voti che si prendono, si vedranno dopo.
O comunque, quando il contesto lo renderà  necessario e ci saranno ulteriori elementi di chiarezza dal risultato in Sicilia al timing della sentenza di Strasburgo.
L’obiettivo, raccontano, è il “20 per cento”, “possibile con il marchio Berlusconi in campo”, nei panni del San Giorgio che combatte contro il Drago. Chissà .
Stavolta il Drago non sono i comunisti ma i pentastellati, su cui sta iniziando a prendere le misure e a sperimentare slogan e punti di attacco: “un Movimento ha indicato come leader un signore che io considero una bella meteorina della politica, che ha una bella faccia in tv, ma porta un bagaglio della nullità  assoluta di quello che ha fatto”, “gente che non lavora”, che “non ha mai fatto nulla nella vita”.
Riparte l’inno, su una distesa di cellulari, che vogliono immortalare il corpo del capo.

(da “Huffingtonpost”)

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BOSSI: “NON MI ASPETTO NULLA DA UNO COME SALVINI CHE TRADISCE IL NORD, E’ UN SEGNALE CHE DEVO ANDARMENE”

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

MESSO AI MARGINI A PONTIDA, IL SENATUR TROVA SPONDA IN MARONI: “PONTIDA E’ BOSSI, LUI HA SEMPRE DIRITTO DI PAROLA”

Tenuto ai margini, Umberto Bossi per la prima volta non ha preso la parola dal palco di Pontida. Matteo Salvini non lo ha mai nominato, pur chiudendo l’intervento con i ringraziamenti ai suoi predecessori.
A termine il Senatur non nasconde la sua contrarietà , dice chiaramente ai giornalisti di essere “abbastanza” arrabbiato per aver visto dal retropalco l’intervento del segretario. “Salvini – dice Bossi ai giornalisti – mi ha detto che non voleva farmi fischiare, ma è un segnale che devo andarmene via”.
Il Senatur accusa Salvini di raccontare delle “balle” e poi confessa di non essersi mai aspettato niente da lui. “Non mi aspetto niente da uno che tradisce il Nord”, incalza Bossi.
Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni si è detto dispiaciuto per l’esclusione del fondatore dalla scaletta degli interventi al raduno di Pontida.
“Questo mi spiace – ha detto Maroni – perchè Pontida è Bossi. La decisione è stata presa dal segretario Salvini. Ma per me Bossi a Pontida ha sempre diritto di parola”. Critiche alla decisione di non prevedere un intervento di Bossi sono state mosse anche dall’ex sfidante di Salvini alle primarie per la segreteria, l’assessore lombardo all’Agricoltura Gianni Fava. “È un errore, anche mediatico – ha detto parlando coi giornalisti – Nessun movimento politico cancella la propria storia, non far fare a Bossi nemmeno un saluto è sbagliato. Se oggi siamo qua è grazie a lui”.

(da “Huffingtonpost”)

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E D’ALEMA DISSE: “TI SPACCO LA FACCIA”. LA MUTAZIONE DEL LIDER MAXIMO

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

DEL D’ALEMA DI UNA VOLTA NON RIMANE CHE UN RICORDO

«Mi sono tolto gli occhiali, mi sono avvicinato a lui e gli ho detto “ora ti spacco la faccia”».
Il popolo di Sinistra Italiana, accorso giorni fa a Barletta per sentirlo dialogare con Nicola Fratoianni, trattiene per un attimo il fiato.
Pasquale Cascella, suo portavoce ai tempi di Palazzo Chigi e oggi sindaco della città  pugliese, si è appena allontanato per andare a celebrare l’annuale remake della storica Disfida.
È come se la platea percepisse che Massimo D’Alema si sta caricando come una molla per sganciare l’ennesimo fendente della serata. E il gancio, per fortuna soltanto sfiorato, si materializza nelle parole dell’ex premier: «Ogni tanto qualcuno se la prende con me per questo», il riferimento è all’intervento in Kosovo, «o per quell’altro. L’altro giorno a Messina ho incontrato uno che mi ha detto “tu hai consegnato Ocalan alla Turchia”. Io gli ho detto “vieni qua che ti spacco la faccia”. Mi sono tolto gli occhiali…».
Agit-prop
Il dettaglio storico sul leader del Pkk, la prima grana internazionale che piovve sul governo D’Alema nel 1998 («Io non ho consegnato Ocalan, furono i servizi greci che lo diedero a Israele»), è stata la spia di un fenomeno più grande. In pensieri, parole opere e anche omissioni dell’anno 2017 – ma soprattutto nelle parole («Ti spacco la faccia», «Chi dice che la Sicilia è un fatto locale è un idiota», «Renzi mi ha voluto punire col Pse ma io, quando prendo un cazzotto, lo restituisco») – il Lider Maximo ha celebrato la sua definitiva mutazione.
Il politico celebrato fin da bambino da Togliatti, il leader che costruiva i governi a tavolino ricevendo le telefonate del Quirinale nelle pause pubblicitarie dei programmi tv (il governo Dini nacque così, durante una trasmissione di Luciano Rispoli), adesso è diventato un agit-prop. Parla come il popolo, si rivolge direttamente al popolo.
«Ceto politico»
E non è mica soltanto una questione di oratoria. No. Del D’Alema che duellava con gli avversari più (Veltroni) o meno (Prodi) interni contrapponendo il suo «pugno del partito» alla loro popolarità  nella «società  civile» non rimane che un ricordo sbiadito.
Basti pensare che, per esempio sulle primarie, il Lider Maximo la pensa esattamente come Renzi. «Dobbiamo farle anche noi a ogni costo. Non possiamo lasciare questo strumento al Pd», ripete a ogni pie’ sospinto.
E ancora, sempre meno dalemiano. «Dobbiamo restituire al Paese una forza di sinistra. Ma non possiamo nè dobbiamo dare l’impressione di dar vita a un’operazione di ceto politico…», scandisce lo stesso uomo che ha sempre attribuito proprio al «ceto politico» formatosi all’interno dei partiti il potere di timbro su tutto quello che era una democrazia compiuta.
«L’uomo del partito»
Con questa «svolta», D’Alema è diventato una specie di beniamino della sinistra che sta fuori dai confini di Mdp.
Dentro sinistra italiana, così come tra i movimenti che mesi fa hanno animato l’adunata al Teatro Brancaccio («C’erano anche degli estremisti ma io ci sono andato, dovevo andarci»), nessuno fa mistero di preferire l’ex premier a Pier Luigi Bersani, che in questa fase viene visto più come «l’uomo del partito».
Nicola Fratoianni lo ripete ai suoi di continuo: «Noi siamo con D’Alema, che vuole scegliere un leader dal basso. Il problema è Bersani, che vorrebbe l’incoronazione di Pisapia. E questa cosa, a noi, non sta bene».
Ed è un altro scherzo del destino, questo. Soprattutto se si considera che esattamente dieci anni fa, quando i vertici di Ds e Margherita avevano confezionato su un piatto d’argento l’elezione di Veltroni alla guida del Pd, c’era un solo big pronto a uscire dal coro per candidarsi alla consultazione. Era Bersani.
A fermarlo, manco a dirlo, D’Alema.

(da “il Corriere della Sera”)

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PANSA SUL CASO GHERSI: “QUELLA POVERA BAMBINA NON TROVA ANCORA PACE”

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA AVEVA RACCONTATO NEL “SANGUE DEI VINTI” LA VIOLENZA SESSUALE E L’ASSASSINIO DELLA 13ENNI DA PARTE DI UN GRUPPO CRIMINALE DI PARTIGIANI

«Mai avrei immaginato che, dopo aver raccontato la storia di Giuseppina Ghersi nel 2003 all’interno del mio “Sangue dei vinti”, il fantasma di quella povera ragazzina potesse tornare nella cronaca di questi giorni».
Giampaolo Pansa è in automobile con la moglie quando risponde al telefono e concede una battuta sulla vicenda che sta animando non soltanto il dibattito cittadino ma nazionale di Giuseppina Ghersi, la tredicenne prima violentata e poi assassinata da partigiani savonesi nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione.
Un caso riesploso con l’anticipazione pubblicata da Il Secolo XIX e La Stampa cinque giorni fa sulla volontà  del Comune di Noli di intitolare una targa alla memoria de “Pinuccia”, decisione accolta con sdegno dall’Anpi di Savona.
Poi le polemiche, la notizia ripresa da decine di quotidiani e giornali online, la correzione di rotta dell’Anpi nazionale che ha aggiustato il tiro rispetto alla posizione espressa in un primo momento dalla sezione locale dell’associazione dei partigiani.
Anche Pansa, maestro di giornalismo e saggista che con i suoi libri di storia sulla Resistenza ha modificato il sentire comune sulla guerra civile, in libreria con l’ultimo volume “Il mio viaggio tra i vinti, neri, bianchi e rossi”, tornerà  a occuparsi del caso di Giuseppina Ghersi.
Pansa ha raccontato la storia di Giuseppina Ghersi all’interno del suo primo libro dedicato alle uccisioni e violenze compiute dai partigiani alla fine della guerra, il “Sangue dei vinti”: un testo accolto da roventi polemiche, con proteste vibranti e persino presentazioni impedite per ragioni di ordine pubblico.
Nel libro racconta così la storia di Giuseppina: «I rapitori di Giuseppina decisero che lei aveva fatto la spia per i fascisti o per i tedeschi. Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa — racconta Pansa -. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino, sempre nel comune di Savona. Qui la pestarono e violentarono. Una parente che era riuscita a rintracciarla a Legino la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva. Implorava: Aiutatemi! mi vogliono uccidere. Non ci fu il tempo di salvarla perchè venne presto freddata con una raffica di mitra, vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere, lo trovò in condizioni pietose».
E, ancora, a proposito dell’adesione della Ghersi al fascismo, sostenuta sia dall’Anpi di Savona che da alcune testimonianze che descrivono la tredicenne come una «spia che girava armata e in camicia nera», Pansa spiega come «soltanto un parente, Attilio M, 33 anni, operaio, aveva la tessera del partito. Lui, anzichè essere rapito, fu ucciso subito, il 25 o il 26 aprile» mentre nè Giuseppina nè i genitori — commercianti di frutta e verdura al mercato di Savona — sarebbero stati iscritti al partito fascista repubblicano, propaggine crepuscolare del Pnf nel biennio della Repubblica di Salò.
Una versione, quella racconta da Pansa, che si discosta molto da quella portata avanti sia dall’Anpi — che ha sempre duramente criticato il lavoro “revisionista” di un decano del giornalismo — sia da alcune testimonianze di savonesi, emerse anche negli ultimi giorni dopo la notizia dell’iniziativa intrapresa dal Comune di Noli.

(da “Il Secolo XIX”)

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L’ASSESSORE PINUCCIA MONTANARI E IL VERDE DI ROMA GRANDE COME L’ASIA

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

PER LA RESPONSABILE DELL’AMBIENTE NELLA CAPITALE CI SONO 44 MILIONI DI CHILOMETRI QUADRATI DI AREE VERDI

Bisogna capirla, la povera Pinuccia Montanari.
L’assessora all’ambiente del Comune di Roma ha infatti un lavoro improbo, visto che deve gestire “44 milioni di chilometri quadrati di aree verdi”, come ha scritto in uno status del 15 settembre scorso condiviso anche da Virginia Raggi sul suo profilo. Praticamente un’area grande come l’intera Asia e più di cinque volte l’intera Europa, come è stato fatto notare su Facebook.
Il giorno dopo, con calma, l’errore è stato corretto: c’erano chilometri, ma in realtà  l’assessora intendeva metri.
Ora i conti tornano.

(da “NextQuotidiano”)

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A PONTIDA SOLITO COPIONE E NIENTE PIENONE: MARONI CRITICA SALVINI

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

LA RAPPRESAGLIA ANNUNCIATA CONTRO LE TOGHE ROSSE (CHE ROSSE NON SONO) E’ GIA’ ARCHIVIATA… MENO DI 20.000 PRESENZE (LA CAPIENZA MASSIMA DEL PRATO E’ DI 22.000 PERSONE)

«Iniziative clamorose, mai viste in Italia dal Dopoguerra». Sì, ma quali? Dal palco sul sacro pratone di Pontida, Matteo Salvini non scioglie la suspence sapientemente alimentata per giorni.
La rappresaglia per l’«esproprio proletario» della magistratura, il sequestro di tutti i conti correnti leghisti da quello della Segreteria federale in giù, come tutela per i famosi 48 milioni di fondi pubblici da restituire, forse ci sarà . Quale, per ora, non si sa. O forse non è ancora stata decisa.
Segno che magari la situazione è più seria di quanto appare, e la risposta più complicata.
Altra questione rimasta in sospeso in questa Pontida un po’ irrisolta, il caso Bossi.
È la prima volta che il vecchio leader non parla qui, a parte un’unica occasione in cui fu assente giustificato per malattia.
Ma è anche la prima occasione in cui non viene nemmeno citato, nè dai tre governatori-relatori, Tosi, Maroni e Zaia, nè da Salvini.
Il segretario se la cava con i ringraziamenti «per chi, prima di me, ha guidato questo popolo». Ma come si chiamasse, non lo dice. Bossi però, giurano, c’è, è fisicamente qui. Ma non sale nemmeno sul palco. Innominato e non invitato.
Maroni critica la scelta di Salvini: “Bossi dovrebbe sempre aver diritto di parola”.
Anche per Gianni Fava, assessore alla Mobilità  di Regione Lombardia e voce critica del partito, “non permettere a Bossi di parlare dal palco di Pontida è “un errore, anche mediatico”: “Nessun movimento politico cancella la propria storia, non fargli fare nemmeno un saluto è sbagliato. Se oggi siamo qui è grazie a lui”.
Per il resto, la solita Pontida.
Il discorso, fluviale, di Salvini è un programma di governo, con i singoli punti sottoposti all’approvazione della folla a base di botta e risposta. Siete d’accordo, sì o no? E tutti: «Sì!».
Non pervenuto Berlusconi, se non in una fugace occasione per ribadire che di accordi con i «poltronari» tipo Alfano non se ne fanno, ironie su Di Maio, il «fighetto».
Anche il programma del governo a guida Salvini è quello noto. Abolizione, in pratica, di tutto quel che ha fatto il centrosinistra, dalle leggi Fiano, Mancino e Fornero alla buona scuola, stop all’immigrazione clandestina, mano libera alle forze dell’ordine.
Per l’Europa «ultima chance», «o cambia o meglio liberi che mal accompagnati», e naturalmente, andate a votare ai referendum autonomisti lombardo-veneti del 22 ottobre.
Il resto è il solito folklore padano. Un po’ poco.

(da “La Stampa”)

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BERLUSCONI SUL PALCO DI FIUGGI E C’E’ CHI GLI CHIEDE DI ROMPERE CON I SOVRANISTI

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

CORO DALLA PLATEA: “UN PRESIDENTE, C’E’ SOLO UN PRESIDENTE”

Al grido di “Silvio, Silvio” che si è levato dalla platea ha fatto il suo ingresso in sala Silvio Berlusconi, accolto da applausi sulle note dell’inno di Forza Italia.
Sempre dalla platea della sala dell’Hotel di Fiuggi in cui si sta svolgendo la giornata conclusiva della convention azzurra, si è levato il coro “Un presidente, c’è solo un presidente”. E Berlusconi ha aggiunto: “che si chiama Antonio Tajani”, rendendo omaggio al presidente del Parlamento europeo, organizzatore della manifestazione.
“Non abbiamo bisogno di nessuna primaria, il leader noi ce l’abbiamo e questo leader si chiama Silvio Berlusconi – ha detto di rimando Tajani –   E noi faremo di tutto, ma siamo convinti che anche questa volta la nostra scommessa è quella giusta, perchè sia ancora primo ministro di questo Paese”, ha affermato dando la parola al leader azzurro.
Il discorso di Berlusconi segna l’apertura ufficiale della campagna elettorale di Fi in vista del voto in Sicilia (“Prevediamo una grande vittoria del centrodestra”, dirà  durante il suo intervento) e delle politiche 2018.
Ad ascoltarlo in platea lo stato maggiore forzista che attende la linea sul ruolo del partito nella futura coalizione di centrodestra e sul nodo della leadership.
In sala, la stessa dove nel’94 , ai tempi della discesa in campo, Berlusconi fece una delle prime riunioni a porte chiuse, organizzata da Alessio Gorla, per il lancio di Fi, si respira aria di ‘ritorno al governo’.
Molti militanti ci credono, citano gli ultimi sondaggi, c’ è chi invoca “l’unità  del centrodestra per tornare a vincere” e chi chiede all’ex cavaliere di andare avanti anche da solo “senza subire le richieste del fronte sovranista, Lega-Fdi”
IL PP
“Siamo molto fieri di essere i rappresentanti in Italia della grande famiglia della democrazia e libertà  che è il Ppe e i valori del Ppe sono diventati i nostri assoluti valori. Personalmente mi ci ritrovo fino alle virgole e solo chi è nel Ppe ha vinto e vincerà  le prossime elezioni in Europa, la sinistra in tutta Europa è in crisi. I partiti populisti, che però io preferirei chiamare ribellisti, non hanno vinto da nessuna parte, certe volte hanno avuto un certo peso ma non hanno vinto”, ha detto Berlusconi citando l’esempio francese di Macron che ha vinto “proprio per evitare vittoria del Fronte Nazionale”
L’EUROP
“Questa Europa deve essere assolutamente cambiata – ha poi ammonito – dobbiamo farla marciare in avanti e raggiungere una politica estera unica e comune, una politica della difesa comune, che farebbe risparmiare 50 miliardi all’anno a tutti i singoli paesi, ma solo così potrebbe sedersi ai tavoli internazionali al pari di capacità “. Basta con gli “Usa che decidono e gli stati europei che gli vanno dietro. No, l’Europa deve avere una unica politica della difesa”, così un’unica “politica fiscale” che farebbe sì che “i cittadini si sentono realmente cittadini europei. Io mi sento completamente cittadino europeo, ne condiviso i valori”.
“L’EUROPA MI RESTITUISCA L’ONORE”
“Sono stato condannato per un’accusa assurda, una sentenza che tutti ritenevano impossibile, arrivata con la complicità  delle forze della sinistra e dei magistrati. Attendo dall’Europa di riavere completamente il mio onore per potermi presentare agli italiani presentando a loro il programma di un uomo onesto, integro, un contribuente leale”
LA POLITICA ESTERA
Passaggio sulla politica estera, e in particolare sulle minacce nucleari della Corea del Nord. “Speriamo – dice – non ci sia un salto nella follia e che non ci possa essere ancora una volta l’uso di uno strumento atomico. Questo è un rischio che ci preoccupa grandemente. Sarebbe la fine della nostra civiltà “.
“Noi dall’Europa vogliamo molto, molto di più, deve diventare un faro di pace e di democrazia per tutto il mondo. Dobbiamo far marciare l’Europa, per sedersi al tavolo delle altre potenze mondiali, a partità  di capacità ”
LA LOCATION
Sullo sfondo del palco un maxi schermo con lo slogan della kermesse e il simbolo del Ppe in evidenza. Dalle casse degli altoparlanti le note dei grandi classici di Lucio Battisti. Molti militanti, soprattutto giovani, hanno rispolverato look stile ’94 con completo blu o ‘spezzato’ (giacca scura, anche doppiopetto ma slim fit e pantalone grigio) e spilletta tricolore d’ordinanza. Si sono sentite squillare anche suonerie di cellulare con il vecchio inno ‘Azzurra libertà ‘.
Ci sono giovani con le t-shirt azzurre del Ppe. Nel pubblico rosa prevalgono i tacchi 12. Oltre al ritorno di Berlusconi dopo le vacanze estive, oggi ci sarà  la prima uscita ufficiale di Francesca Pascale al fianco del leader azzurro, che secondo molti segna l’inizio di una maggiore presenza in politica della giovane compagna dell’ex premier. In sala è riapparso anche il sosia di Berlusconi, Giovanni, un passato al ‘bagaglino’.

(da “La Repubblica”)

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IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA IN ITALIA? E’ QUELLO DELLE MORTI SUL LAVORO

Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

NEL 2017 I DECESSI SALITI DEL 5,2%… INVESTIMENTI NELLA PREVENZIONE FERMI AL PALO

Quando basta un po’ di ripresa economica, accompagnata da un maggior utilizzo di lavoratori over 60, per far risalire il numero di infortuni e di morti sul lavoro, si torna inevitabilmente a dubitare dei progressi realizzati dal nostro Paese per mettere in sicurezza fabbriche e cantieri.
Per la prima volta da un quarto di secolo, incidenti e morti aumentano entrambi nei primi sette mesi dell’anno: rispettivamente dell’1,3 e del 5,2 per cento.
Se dopo gli innegabili progressi del passato, prevenzione e controlli subiscono una battuta d’arresto – e questo sembra sia successo durante gli anni della crisi – è ovvio attendersi (adesso che la crisi è passata) che il maggior numero di ore lavorate ci consegni un proporzionale aumento di incidenti.
Difficile che il disoccupato di lungo corso che trova finalmente lavoro, anche se precario, si metta a questionare se in un cantiere c’è scarsa protezione contro le cadute dall’alto, o se in fabbrica la pressa meccanica che lavora le lamiere non ha sistemi di trattenimento in caso di guasto.
Le storie dietro ai numeri
Fatto sta che alla fine la lista delle morti, definite inspiegabilmente “bianche”, torna a infittirsi allungando un’ombra sinistra sulla ripresa economica. Sei settembre, Settimo Milanese: schiacciato da una pressa in un’azienda di componenti meccanici. Stesso giorno a Roccavione (Cuneo): stritolato dal macchinario di una cartiera. Nove settembre, Presicce (Lecce): precipitato da otto metri mentre stava lavorando sul tetto di un capannone.
Stesso giorno a Oppeano (Verona): colpito dal gancio metallico sospeso di un’acciaieria. Undici settembre, Milano: schiacciato da un ponteggio crollato improvvisamente all’interno di un cantiere edile.
Dietro queste storie maledette, sono le statistiche dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, a testimoniare la recrudescenza di questa interminabile strage.
Tra gennaio e luglio gli incidenti sul lavoro denunciati (ma non ancora riconosciuti come tali) sono stati 380.236, contro i 375.486 degli stessi mesi di un anno fa. I morti sono saliti da 562 a 591, ventinove in più. Quindici di questi sono legati a due note vicende del gennaio scorso: la frana sull’hotel di Rigopiano e la caduta dell’elicottero di soccorso nei pressi di Campo Felice.
Le vittime invisibili
Dunque: cinquecentonovantuno morti in sette mesi, quasi tre al giorno. La maggior parte di loro (431) ha perso la vita sul posto di lavoro, gli altri 160 (in forte crescita) durante il tragitto da casa alla fabbrica o al cantiere.
Ma non per tutte queste tragedie i superstiti riceveranno un indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà  della retribuzione): bisognerà  dimostrare che l’infortunio è legato al lavoro svolto. E soprattutto che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Ma lo sapremo solo tra un anno.
«È come se il 35-40% di quei morti sparisse», commenta Carlo Soricelli, che da Bologna cura da anni un osservatorio indipendente che monitora gli infortuni mortali sul lavoro.
«Questo succede perchè molti non sono iscritti all’Inail o sono in nero. Solo un esempio lampante: i pensionati schiacciati dai trattori in campagna. Sono già  105 dall’inizio dell’anno, ma ufficialmente non esistono». Del resto, non è una novità  che moltissimi incidenti non solo non vengono indennizzati ma sfuggono del tutto alle stesse statistiche nazionali: infatti manca in Italia un ente pubblico incaricato di registrare la totalità  degli infortunati, e non solo quelli iscritti all’Inail.
La maledetta ripresa Ma torniamo ai motivi che hanno interrotto quella che i dati ufficiali hanno finora definito una caduta storica delle morti sul lavoro, anche se contestata dall’Osservatorio di Bologna.
Negli ultimi sedici anni i decessi si sono più che dimezzati. E la maggior parte di questo crollo è avvenuto nell’ultimo quinquennio. Merito del maggiore livello di conoscenza e di consapevolezza.
Merito della crescente automazione produttiva. E ad abbassare la frequenza degli incidenti ha contribuito anche la crisi economica. Ma se questo è l’andamento degli ultimi decenni, che cosa sta succedendo adesso? Perchè per la prima volta aumentano sia la totalità  degli infortuni sia le morti sul lavoro?
«È chiaro — dice Franco Bettoni, presidente dell’Anmil, l’associazione dei lavoratori mutilati o invalidi del lavoro — che la preoccupante crescita degli infortuni di questi mesi, concentrata soprattutto nelle attività  industriali e nelle aree più produttive del Paese (Nord Ovest, Lombardia in testa, e Nord Est), debba in qualche misura ricondursi ai segnali di ripresa dell’economia». Insomma, più si lavora e si produce, più si è esposti al rischio di infortuni. Ma siamo sicuri che è tutta colpa della crescita?
Quei corsi inutili
Un modo per capire se e in che misura entrano in gioco altre cause, è quello di andare a vedere quante sono le morti sul posto di lavoro per ogni milione di occupati. Ossia tener fuori dal calcolo l’aumento dell’occupazione che si è verificato nell’ultimo anno. Nei primi sette mesi del 2016 — si legge nel rapporto dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering — le morti erano 18,6 per ogni milione di lavoratori. Nello stesso periodo di quest’anno sono salite a 19,2.
Questo significa che gli infortuni mortali sono cresciuti anche a prescindere da quel po’ di ripresa che stiamo conoscendo.
«La ripresa — dicono all’Inail — potrebbe avere avuto un ruolo, ma ci sono motivi più importanti per spiegare questo aumento degli infortuni, che tuttavia — è bene chiarirlo — non inverte affatto la caduta storica conosciuta negli ultimi decenni. Uno di questi motivi è l’età  sempre più avanzata dei lavoratori, per via delle riforme pensionistiche: i riflessi e la lucidità  diminuiscono, i rischi aumentano. Bisognerebbe ripensare all’organizzazione del lavoro nelle imprese, con regole nuove». In effetti quest’anno gli over 60 hanno subìto duemila infortuni in più e il 2% in più di morti sul lavoro.
È possibile inoltre — dicono molti osservatori — che soprattutto durante gli anni della crisi le imprese abbiamo investito meno nei sistemi di prevenzione. O si siano limitate ad organizzare corsi sulla sicurezza di scarsa utilità  perchè quasi sempre astratti, impartiti lontano dalle fabbriche e dai cantieri. Se a questo si aggiungono i limiti evidenti delle ispezioni e dei controlli pubblici, il quadro è quello di una politica anti-infortunistica ancora piena di buchi.

(da agenzie)

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