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BOLOGNESI RACCONTA DUE NOVITA’ INTERESSANTI SULLLA STRAGE DI BOLOGNA

Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile

IL TITOLARE DELLO STRANO CAFFE’ DI VIA FANI ERA A BOLOGNA IL GIORNO DELLA STRAGE… UN APPUNTO DI GELLI CON I SOLDI DELL’AMBROSIANO

Per Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione vittime della strage di Bologna di cui ricorre oggi il 38mo anniversario, sulla carneficina alla stazione non c’è alcun mistero. “Non ci sono misteri, ma solo segreti: i misteri hanno a che fare con le religioni, i segreti invece con le protezioni di cui hanno goduto personaggi e strutture”.
All’HuffPost, Bolognesi racconta gli ultimi segreti sulla strage che la tenacia dei parenti delle vittime, e anche il caso, hanno fatto emergere negli ultimi mesi.
Quali?
“Il primo è saltato fuori in modo assolutamente casuale durante i lavori della Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani e l’assassinio di Aldo Moro, che ha lavorato per quattro anni nella scorsa legislatura. Ebbene ricostruendo la vita del titolare del bar Olivetti – l’insolito caffè posto all’angolo tra via Stresa e via Fani, che secondo i lavori della Commissione (di cui io ho fatto parte) ha avuto un ruolo logistico fondamentale per il rapimento dello statista dc – Tullio Olivetti era con certezza a Bologna il giorno della strage. Nonostante il calibro del personaggio su di lui non è mai stata fatta alcuna indagine. Il bar di via Fani era al centro di un grosso traffico d’armi, di cui veniva rifornita la malavita, la Ndrangheta, Cosa Nostra, gruppi terroristici mediorientali e formazioni armate europee. Ma Olivetti è stato tenuto al riparo da ogni conseguenza giudiziaria. A lui la Commissione Moro è arrivata dopo 40 anni. Per questo parlo di segreti e non di misteri.”
Si può affermare che il segreto del Bar Olivetti è stato uno di quelli più accuratamente protetto degli ultimi decenni?
“Sicuramente. La magistratura romana archiviò l’inchiesta: un testimone fu dichiarato inaffidabile da una perizia del criminologo Semerari. E le armi trovate vennero definite giocattolo, invece poteva essere tranquillamente modificate per renderle perfettamente operative. E Olivetti era a Bologna il 2 agosto: che ci faceva lì? Magari è una coincidenza, oppure no. Andrebbe chiarito”.
Gli approfondimenti dei magistrati bolognesi si sono indirizzati di recente anche sugli accertamenti contabili relativi a milioni e milioni di dollari provenienti dalla bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e che finirono nella disponibilità  di Licio Gelli.
“Anni fa ho consegnato ai magistrati bolognesi tutta la documentazione finanziaria emersa nel corso del processo milanese per la bancarotta dell’Ambrosiano, in formato digitale, a me aveva colpito che al momento del suo arresto Licio Gelli avesse addosso un appunto: “Bologna 525779-X.S.”, con i trasferimenti di milioni di dollari. Non l’aveva in una borsa oppure in casa. No, quel documento lo aveva addosso. Questo sicuramente è significativo dell’importanza di quell’appunto. I magistrati bolognesi non ne avevano mai saputo niente, finchè glielo abbiamo segnalato noi. Vediamo cosa emergerà  seguendo la traccia dei soldi. Devo sottolineare che si tratta di una cifra notevolissima: oltre dieci milioni di dollari dell’epoca, a cavallo dell’estate del 1980.”
La storia di quel conto porta fino in Sud America, i soldi arrivano a partire dal 22 agosto 1980 dal Banco Andino di Lima, una banca della costellazione estera dell’Ambrosiano…
“Sono in corso nuovi accertamenti da parte della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni ci sono state troppe omissioni e troppi depistaggi. Per questo nel 2013 ho presentato una proposta di legge per introdurre nel nostro codice penale il reato di depistaggio, per tipizzare, così si dice in termine tecnico questo reato. Sono orgoglioso del fatto questa modifica sia diventata legge dello Stato italiano il 2 agosto 2016. Esattamente due anni fa, esattamente il giorno dell’anniversario della strage”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL PARA’ SCIERI E’ STATO UCCISO: DOPO 19 ANNI SVOLTA NELLE INDAGINI

Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile

ARRESTATO EX COMMILITONE PER CONCORSO IN OMICIDIO, ALTRI DUE INDAGATI: “ATTI DI NONNISMO”

Un arresto per concorso in omicidio e altri due indagati. Un paziente lavoro investigativo condotto dalla squadra mobile di Firenze che 19 anni dopo la morte di Emanuele Scieri, parà  trovato senza vita il 16 agosto del 1999 sotto una torre di addestramento della caserma Gamerra della Folgore a Pisa, segna una svolta.
Agli arresti domiciliari è finito Alessandro Panella, 39 anni, ex commilitone di ScieriL’uomo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori della polizia, era pronto a fuggire negli Stati Uniti dopo aver appreso delle indagini a suo carico.
La sera del 13 agosto, per l’inchiesta, Scieri sarebbe stato vittima di violenti atti di nonnismo che ne causarono la caduta da una scala dove sarebbe stato fatto salire.
Le ombre del nonnismo dietro la morte di quel giovane si erano subito allungate, in mezzo a molti silenzi e omissioni dentro l’esercito.
Quelle ombre che avevano cominciato a diradarsi lo scorso anno, dopo che la procura di Pisa aveva riaperto le indagini e grazie al lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del militare.
Era stata proprio la commissione a dire che che non era stato un suicidio, quello del giovane militare siciliano appena arrivato nella caserma pisana. Scieri era stato aggredito prima di precipitare nel vuoto.
Un episodio di nonnismo. Per la Commissione parlamentare presieduta da Sofia Ammodio, gli elementi che portavano ad escludere l’ipotesi del suicidio e anche quella di una prova di forza alla quale si voleva sottoporre Scieri scalando la torretta, “tesi che nel 1999 la catena di comando della Folgore suggerì alla magistratura”.
Ma quali erano gli indizi che avevano portato la Commissione parlamentare a tornare a sospettare di qualcuno dei commilitoni? Per esempio una scarpa trovata troppo distante dal corpo, la ferita sul dorso del piede sinistro e quella del polpaccio del tutto incompatibili con la caduta dalla torretta.
Dunque cosa successe allora il 16 agosto? Bisogna fare qualche passo indietro. Il 7 agosto 1999 al giuramento delle reclute che stanno finendo il Car nella caserma dei Lupi di Toscana, a Scandicci, assistono anche i genitori di Emanuele Scieri, Isabella e Corrado, insegnante lei e funzionario delle Dogane lui.
Con loro anche il fratello Francesco, studente in Medicina. Emanuele, “Lele”,   il 31 agosto compirà  27 anni. Si è già  laureato in Legge a Catania e ha fatto sei mesi di pratica come avvocato. Viene assegnato alla Folgore.
Arriva alla Gamerra il 13. Già  durante il trasferimento in pullman da Scandicci avvengono atti di nonnismo ai danni di alcune reclute che porteranno alla condanna a 6 mesi per quattro caporali dei parà .
Una volta in caserma, e dopo aver ricevuto le prime istruzioni, Scieri fa un giro in centro con alcuni compagni. Intorno alle 20.30 chiama casa. Al rientro si ferma fuori dalla camerata. “Fumo una sigaretta, faccio una telefonata e vi raggiungo” dice all’amico Stefano.
Sono le 22.15 del 13 agosto 1999. Al contrappello delle 23.45 Scieri non c’è. Nessuno lo vedrà  più vivo. Il pomeriggio del 16 agosto i carabinieri avvertono la famiglia: “Emanuele ha avuto un incidente. È morto. Probabilmente si è suicidato gettandosi dalla torre”. Come hanno potuto i vertici militari di allora credere al suicidio?
Le reazioni “Sul caso Emanuele Scieri bisogno arrivare alla verità “, ha detto all’Ansa la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. “In questo momento il mio primo pensiero va alla famiglia Scieri. Il ministero della Difesa in particolare è a completa disposizione della magistratura, verso la quale nutre piena fiducia, per fare luce sull’episodio”, ha concluso.
“Finalmente dopo tanti anni siamo vicini ad una parola conclusiva, siamo vicini alla giustizia per Emanuele e per la sua famiglia”, ha affermato Stefania Prestigiacomo, deputata di Forza Italia, ex vice presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri. Per arrivare a questo importante risultato, aggiunge l’ex ministra, “sono stati fondamentali i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta: grazie alle nostre oltre settanta audizioni, alla nostra attività , alla nostra determinazione nella ricerca della verità , la Procura di Pisa ha riaperto le indagini”.
“Siamo sempre stati convinti che la tesi del suicidio fosse strampalata. Emanuele era un ragazzo pieno di vita, con una bella famiglia alle spalle e con tanti progetti per il futuro. Purtroppo la sua morte traumatica – conclude – è stata sicuramente causata da un atto di nonnismo o da un terribile gioco finito male. Dispiace che in tutti questi anni i vertici della Folgore, corpo amato incondizionatamente dagli italiani, abbiano preferito voltarsi dall’altra parte negando ogni evidenza e sostenendo l’insostenibile. Oggi, dopo 19 anni si rompe il muro di omertà  e si apre alla possibilità  concreta di giustizia per Emanuele Scieri”.

(da agenzie)

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BOCCIATO FOA, IL CENTRODESTRA FINISCE IN FRANTUMI

Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI VUOLE ANDARE CON IL M5S E ALLORA ACCUSA FORZA ITALIA DI VOLER ANDARE CON IL PD

È la tempesta perfetta, quella che si è scatenata sulla Rai.
Il no della Vigilanza al candidato presidente voluto da Lega e M5s porta al divorzio forse definitivo tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi e rischia di travolgere la tv pubblica sotto una guerra di carte bollate e ricorsi.
Ma scricchiola anche la maggioranza, con Luigi Di Maio che si smarca in parte dalla linea leghista.
In commissione Marcello Foa ha ottenuto solo 22 voti, mentre ne servivano almeno 27 per potersi insediare come presidente. Fi non ha partecipato al voto, come Pd e Leu e la maggioranza ha dovuto pure incassare una defezione, visto che c’è stato un astenuto non previsto sulla carta.
Tutto da rifare, ora, e il Pd già  minaccia “barricate” e ricorsi al Tar e alla Corte dei conti, se Salvini insisterà  su Foa, nonostante la bocciatura. Scenario che preoccupa anche il Quirinale.
Il presidente Sergio Mattarella non ha ovviamente poteri in materia, ma certamente auspica soluzioni equilibrate che evitino forzature.
Foa ha detto che attende indicazioni dal ministero dell’Economia, ma Tria non vuole entrarci: a me, ha fatto sapere, compete solo la nomina di due consiglieri e l’indicazione dell’a.d. Deve essere Foa, insomma, a decidere cosa fare.
La rottura
Lo strappo si è consumato in due tempi.
Primo atto alle 8 del mattino, a mezz’ora dal voto della commissione di Vigilanza. Salvini ha tentato il tutto per tutto recandosi addirittura in ospedale, dove Berlusconi è ricoverato per accertamenti. Tentativo vano.
A metà  pomeriggio, poi, Berlusconi ha chiarito che non c’erano margini per intese su Foa ai tempi supplementari.
Dopo aver puntualizzato di avere «condiviso» il no dei commissari Fi ha aggiunto: «La eventuale riproposizione dello stesso nome alla commissione di vigilanza non potrà  essere votata dai componenti di Forza Italia». Immediata la replica di Salvini: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento». Ribatte Mara Carfagna: «Reazione rabbiosa».
Il timore di tutti, a questo punto, è che Salvini voglia continuare lo scontro.
L’idea sarebbe quella di impedire la nomina di altri presidenti, confermando nel cda Foa che svolgerebbe le funzioni di presidente come consigliere anziano, mentre si procede con le nomine Rai: Gennaro Sangiuliano al Tg1, Alberto Matano al Tg2 e Luca Mazzà  confermato al Tg3.
Uno scenario che lo stesso Di Maio, appunto, ha bocciato: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza», ha spiegato. Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa», anche con Fi, altrimenti «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa».
Secondo gli esperti di Forza Italia e Pd, vista la bocciatura in Vigilanza, Marcello Foa non può più essere ripresentato.
Di sicuro il ministro dell’Economia Giovanni Tria vuole stare fuori dalla rissa: non spetta a lui, ha fatto sapere. Il Pd con Andrea Marcucci minaccia «barricate», mentre Michele Anzaldi avverte che «il Cda non è legittimato, non può prendere decisioni.
Se i consiglieri ascoltano Salvini rischiano la fine del caso Meocci: consiglieri condannati da Corte Conti a pagare 11 milioni».
Salvini, spiega una fonte di Fi, «deve darci un altro nome, non può insistere. Ci dica chi vuole e lo votiamo».
Torna Bianchi Clerici?
Si parla di riproporre Giovanna Bianchi Clerici, ma ci vorrebbe il passo indietro di Foa e M5s non la voterebbe perchè condannata dalla Corte dei conti.
Altro nome circolato è quello di Giampaolo Rossi, consigliere eletto da Fi e Fdi.
E nelle ultime ore è girata anche la soluzione Rodolfo Laganà , consigliere eletto dai dipendenti e gradito a M5s. Salvini, in questo schema, avrebbe compensazioni sui direttori.
Ma per il momento il leader della Lega tira dritto.

(da “La Stampa”)

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