Agosto 17th, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE: SI STA INVERTENDO IL PRINCIPIO DI NON COLPEVOLEZZA”
“Il crollo impone a tutti una riflessione profonda su necessità di prevenzione e valutazione del
rischio e su tutte le tematiche legate alla realizzazione delle grandi opere. Detto questo, mi lascia perplesso l’assunzione di un ruolo molto autoritario e di dogmatica condanna preventiva, fra l’altro sostituendosi alla autorità giudiziaria”.
Lo afferma, in una intervista a La Stampa, il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. “A me non convince questo modo di procedere” spiega l’ex ministro della Giustizia:
“Tutta una serie di sintomi, indicazioni e provocazioni mi lasciano perplesso e non mi paiono in linea con l’impostazione costituzionale della nostra Repubblica. In passato abbiamo avuto dei tentativi di svuotamento della Costituzione dall’interno, come attraverso l’ultimo referendum, cui fui contrario per il suo contenuto e il modo in cui era stato proposto. Ma ora siamo arrivati ad una via più semplificata per disapplicare la Carta, a cominciare dall’articolo uno: quando si evoca la sovranità popolare, si dimentica che deve essere mediata dalle forme e dai limiti previsti dalla Costituzione”.
E aggiunge: “È l’ennesima riprova di quel che colgo in tanti altri ambiti di comportamento del governo. Il tema carcere ad esempio: aver buttato via la riforma del governo precedente, di fronte alla invivibilità delle nostre carceri, che registrano una crescita preoccupante dei suicidi. Mi riconosco pienamente nella valutazione del presidente Fico sul rischio di confondere la certezza della pena con la sua durezza. Ma poi c’è la posizione sull’ abolizione della legge Mancino, il tema della genitorialità , o quello dell’aborto che viene ora posto su tappeto. Pensiamo anche alla proposta di abolire il reato di tortura appena introdotto, con la motivazione di non ostacolare il lavoro delle forze dell’ordine. Tutte situazioni in cui si nega il dialogo e si fanno asserzioni di certezze dogmatiche”.
Secondo il giurista “si vive solo di presente e il passato viene usato esclusivamente per attacchi di campagna elettorale e per sottolineare la propria diversità . Che così sconfina in autoritarismo e dogmatismo. Pensi alla proposta di abolire la legge Mancino, mentre continuano ad esserci episodi preoccupanti di xenofobia, e questo nel momento in cui ricordiamo l’ottantesimo anniversario delle infami leggi razziali. L’orientamento dominante è di essere tolleranti solo verso l’intolleranza. Si dice ad esempio che le uova contro una persona non sono razzismo ma goliardia. Ricordo che a Dachau c’è scritto che chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo”.
E sulla minaccia di revoca della concessione ad Autostrade precisa:
“Non conosco gli estremi di questa concessione e non so se vi sia stata una violazione che giustifichi la revoca in sede di autotutela. Mi preoccupa però la tendenza all’inversione del principio di non colpevolezza. Nel nostro Paese il sistema prevede garanzie e contraddittorio e anche, certo, la possibilità di adottare in via cautelare provvedimenti di urgenza. Ma tutto questo va valutato senza arrivare all’inversione dell’onere della prova. Può essere che la revoca sia fondata su elementi solidi e acquisiti. Ma avanzare questa ipotesi senza un minimo di istruttoria o minacciarla senza darle seguito mi preoccupa. E poi c’è un altro tipo di valutazione: così si introduce una forma implicita di diffidenza verso i giudici e la giustizia; pensi all’ipotesi di modifica della legittima difesa e al suo carattere di automatismo. La Costituzione è un manuale di sopravvivenza, bisogna applicarlo e bisogna che tutti abbassino i toni: maggioranza e anche opposizione, per uscire da una campagna elettorale permanente, altrimenti la ‘pacchia finisce’, ma per tutti”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 17th, 2018 Riccardo Fucile
“DA UN MOMENTO ALL’ALTRO SIAMO RIMASTI SENZA PIU’ NIENTE”
All’ingresso del quartiere, cento metri prima della zona rossa, la scritta sul muro la vedono tutti: “perchè quello che lasci non va più via”. L’ha fatta nel 2006 un ragazzo innamorato ma per la gente che abita sotto il ponte ora è come se fosse lì solo per loro. “Non torneremo più e non dimenticheremo mai”.
Le case sotto il ponte Morandi l’hanno costruite per i ferrovieri, una decina di palazzine a più scale con l’affaccio su due strade, via Walter Fillak e via Enrico Porro, strette tra i binari. Treni di qua, treni di là . Ogni ora, ogni giorno. Poi negli anni sessanta è arrivato lui, il “mostro sopra le nostre teste”. Hanno pure tagliato una parte del tetto di due palazzine per farci entrare il pilone. Per arrivarci si lascia la rotonda di Sampierdarena sulla sinistra e si segue la ferrovia, passando davanti al deposito dell’Amt, l’azienda dei trasporti genovesi.
“La guerra tra poveri non serve a nessuno” hanno scritto sul muro d’ingresso. Qui ci abita gente che lavora assieme a vecchi portuali in pensione, donne che parlano solo spagnolo e ragazzini che hanno nomi sudamericani e ogni tre parole è un ‘belin’. Immigrati di seconda generazione, figli di gente arrivata dall’altra parte del mondo per lavorare a testa bassa, come fecero gli italiani tanti anni fa.
La zona rossa va dal civico 2 al civico 11 e quando ci entri istintivamente cerchi la maschera antigas: sembra di essere in uno di quei posti dove è appena esplosa nelle vicinanze una centrale nucleare e tutti sono fuggiti via lasciando ogni cosa al suo posto. È tutto immobile: le auto parcheggiate bene e i motorini lasciati in mezzo alla strada, le tende da sole tirate e la posta nelle cassette.
Al civico 18 uno scivolo colorato stride accanto al muraglione grigio della ferrovia. “Io qui ci sono nato, sotto al ponte proprio – dice Fabio Lisci mentre i vigili del fuoco lo accompagnano a riprendere qualcosa in casa – Ci nasci, ci convivi ma non ti ci abitui mai, pensi sempre che possa cadere anche se poi non ci credi mai fino in fondo. Neanche l’altro giorno quando l’ho visto venire giù ci ho creduto”.
Giovanni Sanna, ex finanziere in pensione, è uno sfollato pure lui, vive dall’altra parte della ferrovia, in Via del Campasso. “Che resto a fare qui, il barbone che dorme in strada o in albergo? Me ne andrò ma non ho neanche le chiavi della macchina, non ho niente. Una situazione assurda, da un giorno all’altro sei senza più nulla. Siamo messi male davvero”.
Al civico 7 il silenzio è pesante e la scritta nel cortile sa d’antico: “vietato il gioco della palla”. Alzi lo sguardo e proprio sopra la testa incombono gli stralli arrugginiti del ponte. Uno di quelli, è l’ipotesi, ha ceduto e si è portato giù tutto. Dieci metri più avanti ci sono i due civici su cui la struttura sembra appoggiarsi, il 9 e l’11. Una maglietta arancione da bambino stesa ad asciugare segna il confine: finisce Sampierdarena inizia Certosa.
“Anche se non ce lo dicono lo abbiamo capito da soli, perchè quel ponte ce l’abbiamo sopra la testa da 33 anni – Giuseppa Taormina è sicura – Abbatteranno casa mia, da un giorno all’altro ci hanno tolto tutto e ora siamo qua, senza nulla. Se ci daranno la casa? Voglio vedere che non ce la danno la Lega e i Cinquestelle. Li abbiamo votati anche noi sai? Abbiamo avuto per 50 anni politici che non hanno fatto nulla, loro promettono di cambiare. Bene, ora hanno l’occasione per dimostrarlo”.
L’amica Maria scuote la testa. In questo momento non le importa nulla di quel che sarà . “Provate a mettervi nei miei panni, nei panni della gente che ha perso tutto in un istante. Cosa volete sapere, non c’è proprio nulla da dire”.
Valeria e Gabriel Manzueta sono seduti al Centro Civico Buranello, il punto d’incontro per gli sfollati. Attendono che gli dicano qualcosa, che gli facciano sapere dove andranno visto che a casa non ci possono tornare. Abitavano al numero 9 di via Porro. Lui lavora al Bingo, lei è disoccupata.
“Ogni notte era un inferno, quel ponte lo sentivamo scricchiolare e poi i lavori non finivano mai, ogni giorno, fino all’una di notte”.
Dall’altra parte di casa loro, su via Fillak, a 20 metri dal ponte maledetto, c’è il manifesto dell’ultima fatica di Tom Cruise. Esce il 29 agosto. “Mission impossible: fallout”. La missione impossibile, per la gente delle ex palazzine dei ferrovieri, è tornare a casa.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2018 Riccardo Fucile
I RAGAZZI ERANO OSPITI DI UNA COMUNITA’… INSULTATI E AGGREDITI: “NEGRI DI MERDA, VI AMMAZZIAMO”… NESSUN POST DI SALVINI CHE CONDANNI QUESTI DELINQUENTI
Prima gli insulti a sfondo razziale, poi l’aggressione in spiaggia con i bastoni e infine
l’inseguimento in auto e un secondo pestaggio.
E’ stata una notte da incubo quella di ferragosto per cinque minori stranieri non accompagnati ospiti di una comunità di Partinico. Cinque giovani migranti su cui si sono accaniti una quindicina di persone, a quanto pare quasi tutti giovani del luogo. Hanno picchiato i minori, strattonato e insultato l’operatrice della comunità , inseguendoli con quattro automobili al grido “negri di merda, vi ammazziamo”.
Il branco ha rincorso il pulmino a folle velocità per le strade di Trappeto fino a Partinico. Una caccia al migrante in piena regola che si è conclusa solo quando in lontananza gli aggressori hanno sentito le sirene delle auto dei carabinieri.
Dopo il pestaggio Dieng Khalifa, l’operaio senegalese di 19 anni aggredito il 28 luglio, Partinico torna protagonista di un episodio di violenza a sfondo razziale, ancora una volta contro gli ospiti di una struttura di accoglienza.
Ieri i minori stranieri non accompagnati sono stati sentiti dai carabinieri insieme alla responsabile e all’operatrice del centro di accoglienza Mediterranea ed è stata presentata una denuncia-querela contro ignoti.
I giovani erano in spiaggia a Trappeto, nella frazione di Ciammarita, per una serata di divertimento.
In cinque avrebbero spintonato e costretto ad allontanarsi i migranti che avrebbero tentato di calmare gli animi. “Siamo come voi, siamo giovani che vogliono divertirsi come voi”, avrebbero vanamente detto i ragazzi; così, una volta che questi sono saliti a bordo di un furgone per tornare al centro, sono stati inseguiti, bloccati, minacciati di morte e presi a pugni.
L’operatrice avrebbe tentato di calmarli, ma anche lei sarebbe stata spintonata. Le sirene avrebbero indotto gli aggressori a desistere e ad allontanarsi. Al vaglio degli investigatori le immagini delle telecamere di videosorveglianza nel tracciato tra Trappeto e Partinico.
(da agenzie)
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