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NORVEGIA, EX MINISTRO CONSERVATORE SOTTO ACCUSA PER PEDOFILIA

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

PER I GIUDICI SVEIN LUDVIGSEN HA ABUSATO SESSUALMENTE DI TRE MIGRANTI MINORENNI

Grave scandalo di pedofilia con migranti minorenni come vittime in Norvegia, caso insolito per il Grande nord.
Un anziano ma ancora importante politico del partito conservatore (quello cui appartiene la premier Erna Solberg), l’ex ministro Svein Ludvigsen, è stato ufficialmente accusato dalla magistratura di aver abusato sessualmente di tre giovani migranti, promettendo loro, in cambio delle prestazioni sessuali così imposte, aiuto nella difficile pratica di richiesta di concessione dello status di rifugiati e di migranti.
È un caso che getta il prospero Paese scandinavo, una nazione con alti standard etici e severi controlli di polizia contro gli abusi sessuali, nello shock e nell’incredulità  e scopre un mondo segreto di vizi nascosti dell’establishment.
Con l’aggravante che appunto le tre vittime erano ragazzi migranti, sfuggiti – in nome delle leggi sul rispetto della sfera privata non vengono rivelati nè i loro nomi nè le loro nazionalità  – a chi sa quale miseria o quali guerre.
E visto che la Norvegia, dalla grande ondata del 2015, è stracolma di migranti come la Svezia e adotta verso di loro una politica molto restrittiva, i tre erano facilmente oggetto di ricatti.
È stato il procuratore Tor Borge Normo a dare la notizia, in una conferenza stampa nella capitale norvegese Oslo.
I fatti risalgono a diversi anni fa, quando Svein Ludvigsen era potente e influente prefetto della regione settentrionale di Tromso. Approfittando del suo potere, e abusandone, aveva promesso ai tre giovani aiuti significativi nell’accoglimento delle loro richieste legalmente sporte di asilo o di status di profughi, esigendo in cambio, per anni, la loro totale disponibilità  sessuale.
Gli stupri contro i tre, perpetrati da Ludvigsen oggi 72enne, sono continuati per anni, e si sono svolti spesso nella sua abitazione.
Altre volte, invece, il teatro del crimine erano stanze d’albergo, lo chalet di campagna di Ludvigsen, o in alcuni casi addirittura locali della Prefettura, quindi un edificio pubblico. Singolarmente nessuno si era accorto di nulla.
Tra l’altro uno di quei tre giovani soffre di seri disturbi mentali, e ciò aggrava la posizione giuridica dell’ex ministro. Ludvigsen era stato scoperto e arrestato all’inizio dell’anno, e poi messo in libertà  provvisoria in attesa di giudizio dopo cinque settimane di detenzione.
Egli respinge ogni accusa e si dichiara totalmente innocente e vittima di calunnie ingiuste, ma secondo magistratura e polizia testimonianze delle sue vittime e prove concrete lo inchiodano.

(da agenzie)

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RENZI: “LA SINISTRA CHIEDA SCUSA A BERLUSCONI. RISPETTO ALLE LEGGI AD PERSONAM DI SALVINI, SILVIO E’ UN PISCHELLO

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

ED ELENCA: CONDONO AI LEGHISTI CONDANNATI PER PECULATO, QUERELA SOLO A BELSITO, MARCHETTA SULLE SIGARETTE ELETTRONICHE, I 49 MILIONI A RATE

“Io adesso la dico. Lo so che ci rimanete male, ma adesso la dico, la dico, la dico: dobbiamo chiedere scusa   a Silvio Berlusconi. Perchè rispetto alle norme ad personam di Salvini, Berlusconi era un pischello”.
Matteo Renzi usa Facebook   per portare un duro attacco al ministro dell’Interno e in qualche maniera riabilitare Silvio Berlusconi.
Lo fa inserendo in una diretta Facebook   in cui illustra le notizie top ten della settimana alcuni dei provvedimenti e delle scelte di Salvini   degli ultimi giorni
L’ex presidente del Consiglio spiega cosa è accaduto alla Camera, dove è passato a scrutinio segreto una norma che molti leggono come un “aiutino a diversi esponenti leghisti alla prese con accuse di peculato in relazione alle spese pazze dei consiglieri regionali.
E alla fine dice: “Dobbiamo chiedere scusa a Silvio Berlusconi che faceva le norme ad personam più incredibili:ha fatto votare la nipote di Mubarak e via dicendo. Ma non ha mai fatto quello che ha fatto Salvini in questa settimana e ci metto dentro sigarette elettroniche, voto segreto sul peculato che cambia la sorte dei processi in cui sono implicati deputati della Lega, l’accordo sui 49 milioni e la querela solo per Bossi ”
“Amici, lo dico forte, – conclude   l’ex premier . la sinistra che ora sta zitta su Salvini dovrebbe chiedere scusa per par condicio a Berlusconi”.

(da agenzie)

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LO SPOT E’ ANDATO A PUTTANE: SALVINI CHIAMA, MA FREDDY NON RISPONDE

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELL’INTERNO TELEFONA AL GOMMISTA CHE HA UCCISO UN LADRO, MA LUI NON ACCETTA DI PARLARGLI… SALVINI FAREBBE MEGLIO A SPIEGARE COME MAI LASCIA I LADRI IN LIBERTA’

“Era nell’aria, c’erano tutte le condizioni perchè potesse accadere, l’avrei fatto anch’io nei suoi panni, se la cercano”. È questo il vox populi da Monte San Savino, città  dove vive e lavora Fredy Pacini, il gommista che la scorsa notte ha sparato e ucciso a Vitalie Tonjoc, il 29enne moldavo che insieme ad un complice aveva appena sfondato una delle vetrate della sua azienda.
In mattinata squilla il cellulare dell’avvocato difensore Alessandra Cheli, dall’altra parte c’è il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che però non riesce a parlare con il gommista, che si rifiuta: “Sono troppo scosso, non ce la faccio” dice Pacini all’avvocato.
“Le istituzioni sono con lui” afferma l’inquilino del Viminale al telefono, durante una conversazione “dai toni familiari”, ha aggiunto Cheli.
Saranno anche con lui DOPO, ma prima non si capisce dove fossero.
Sulla recinzione della ditta spuntano fuori gli striscioni, arrivano degli amici di Pacini che hanno pure costituito un gruppo Facebook in suo sostegno e parte pure l’hashtag #iostoconfredy. Non manca nemmeno il classico capannello dei curiosi, poi la gente comincia a scemare e qualcuno protesta: “Oggi dovremmo stare tutti qui a portare solidarietà  a questo signore che rappresenta lo stato d’animo di molti di noi”, urla un artigiano della zona.
La ditta è la vera casa di Pacini, da quattro anni ci vive dentro, dove si è ricavato un appartamento perchè terrorizzato dai ladri.
Dice di aver subito quasi 40 fra furti e tentativi e più di una volta si è ritrovato faccia a faccia con i banditi.
“Siamo a due passi dall’autostrada, quando ci si mettono — afferma un imprenditore del posto — ci assediano per settimane e sono furti a ripetizione”.
Un contesto da pendolari del crimine, facilmente raggiungibile da varie direttrici, qui passa l’Autosole, c’è la superstrada per Arezzo e poi l’altra quattro corsie Siena Perugia è a pochi chilometri.
Non si tratta dell’ennesimo tentativo di furto in serie, quello accaduto alla Pacini Gomme sembra un episodio isolato, secondo quanto affermano i carabinieri nella zona non si era registrata una particolare attività  criminale.
In altri momenti invece erano stati più di uno gli artigiani che si erano portati la brandina in azienda, Pacini è andato ben oltre.
“Non aveva più una vita — racconta una vicina della casa dove, di fatto, Fredy non abitava più — è una persona su cui abbiamo sempre fatto affidamento, un grande lavoratore, la verità  è che non ci sentiamo difesi, sappiamo che lui è stato tante volte in Comune a parlare con il sindaco per chiedere maggiore sicurezza”.
Quattro anni passati in questa sorta di depandance in azienda dove la moglie lo aveva seguito, la donna però stanotte non c’era perchè stava assistendo il padre ricoverato in ospedale.
“Fredy è un grande amante dello sport, una persona solare — dice un conoscente venuto qui di corsa — speriamo che possa uscire al più presto da questa brutta storia, non vogliamo che vada via da Monte San Savino, deve rimanere”.
La scorsa primavera era stato proprio lo stesso gommista ad attirare su di sè l’attenzione dei media raccontando i suoi ultimi 4 anni di vita. Pacini aveva mostrato alle tv nazionali il monolocale dove viveva e che aveva ricavato sul soppalco del capannone, aveva raccontato le sue paure di artigiano che rischiava ogni notte di perdere tutto.
“Lo ha fatto perchè sperava in quel modo di tenere alla larga i malviventi, ma non è servito, al bar capitava che mi raccontasse di qualche rumore sospetto sentito la notte o di aver messo in fuga qualcuno che non si aspettava di trovarlo in azienda”.
Ai carabinieri risultano 6 denunce di tentativi subiti e due per vere e proprie razzie subite, “Alla fine uno smette pure di denunciare — afferma il gestore del bar vicino all’azienda di Pacini — siamo esasperati non ci sentiamo tutelati nei controlli del territorio”.
Ma Salvini non è il ministro degli Interni?

(da agenzie)

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PEROTTI: “UNA MANOVRA DA FALSO IN BILANCIO”

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

IL NOTO ECONOMISTA DOCENTE ALLA BOCCONI:: “MANCANO LE COPERTURE DI QUOTA 100 PER GLI ANNI SUCCESSIVI, IL REDDITO COSTA IL DOPPIO DEL DICHIARATO, LE DISMISSIONI SONO IRREALI”

Il professor Roberto Perotti parla della Manovra del Popolo e sostiene che anche se dovesse passare la trattativa con l’Unione Europea nei conti ci sono problemi che rendono la legge di bilancio a rischio falso.
Il primo pericolo è su quota 100, che manca di coperture per gli anni successivi al primo.
Qualsiasi provvedimento avrà  costi molto crescenti nel tempo, mentre il governo stanzia la stessa cifra di sette miliardi (peraltro drammaticamente insufficiente per qualsiasi promessa elettorale) per ognuno dei prossimi tre anni.
Ma tutte le simulazioni dell’Inps, spiega Perotti, mostrano che sotto ogni ipotesi plausibile di riforma la spesa pensionistica aggiuntiva aumenterà  nel tempo, e di tanto: sia per il meccanismo delle finestre, sia perchè, intuitivamente, nei primi anni la riforma aggiungerà  nuovi pensionati ogni anno.
Nascondersi dietro un dito, insultare Tito Boeri, ed affidarsi ai social e alla tv per intorbidare le acque non può cambiare i numeri.
Poi c’è la questione del reddito di cittadinanza, sottolineata anche ieri da Enrico Marro sul Corriere: circolano almeno quattro stime indipendenti del costo del reddito di cittadinanza, nell’ipotesi di una integrazione al reddito di 780 euro per un single e a salire per nuclei più numerosi: del M5S stesso, dell’Istat, dell’Inps (quando ancora non era invisa al governo), e degli economisti Baldini e Daveri.
Tutte concordavano su un costo di 15 miliardi. Il governo non ha mai (ripeto: mai) rinnegato le soglie di integrazione, quindi la cifra rimane 15 miliardi, contro i 7 stanziati.
C’è poi il piano di dismissioni immobiliari, previste in 600 milioni di euro dalla Nota di Aggiornamento di fine settembre ma passate miracolosamente in pochi giorni a 18 miliardi nella recente lettera alla Commissione europea.
Una cifra semplicemente pazzesca, che rappresenta un quarto del valore di mercato degli immobili pubblici potenzialmente disponibili; una presa in giro del buon senso se si considera che queste vendite dovrebbero essere realizzate in dodici mesi.
E poi Perotti, dopo aver parlato delle imbarazzanti uscite di Laura Castelli, conclude:
O il governo non si rende conto di quanto siano penosamente imbarazzanti tante persone che hanno responsabilità  di decisione e di comunicazione; oppure i membri del governo, abituati a pensare che l’analisi della realtà  sia irrilevante e che con gli insulti, le urla e la ripetizione ossessiva di teorie della cospirazione si possa far ingoiare quasi tutto a quasi tutti, applicano questo stesso metodo anche alla costruzione e presentazione della manovra. Nessuna delle due ipotesi lascia ben sperare per il futuro di questo paese.

(da “NextQuotidiano”)

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RICOMINCIA LA MODA DEI GIUSTIZIERI FAI DA TE: AD AREZZO UN GOMMISTA UCCIDE LADRO ENTRATO NELLA SUA AZIENDA

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

INDAGATO PER ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA MA TRA POCO GLI DARANNO UNA MEDAGLIA… CHISSA’ COME MAI NESSUNO SPARA IN ALTO DOPO AVER CHIAMATO LA POLIZIA… MA CON SALVINI I CITTADINI NON ERANO FINALMENTE SICURI?

Ha sentito dei rumori provenire dall’esterno. Sì è alzato dal letto, nella stanza ricavata all’interno di un capannone industriale in cui vende pneumatici e biciclette alla periferia di Monte San Savino, nell’Aretino. Ha sorpreso i ladri, che erano entrati sfondando un vetro all’interno della sua azienda, e ha sparato.
Ora Fredy Pacini, 57 anni, è indagato per eccesso di legittima difesa. Poco prima delle quattro di questa notte (l’allarme è arrivato alla centrale del 118 alle 3.52) Pacini ha fatto fuoco e ucciso uno dei ladri scoperti all’interno della sua ditta, dove dormiva da quattro anni a causa di 38 furti, riusciti o tentati. A terra è rimasto un ventinovenne moldavo, che si è accasciato durante la fuga nel cortile dell’azienda. Mentre l’altro complice è riuscito a fuggire ed è ora ricercato dalle forze dell’ordine.
Secondo le prime ricostruzioni il ventinovenne moldavo, arrivato in Italia dalla Romania a settembre, è stato raggiunto da due colpi di pistola.
I proiettili l’hanno ferito a un ginocchio e a una coscia: quest’ultimo ha colpito l’arteria femorale. In totale Pacini ha sparato cinque colpi con una Glock da tiro a segno. “Sono entrati i ladri, ho sparato”, avrebbe detto Pacini che subito dopo ha chiamato il 112. “Ho sparato, c’è un uomo a terra, fate venire anche il 118”, avrebbe detto in una seconda chiamata. Al momento non si sa quanto tempo sia passato tra la prima e la seconda telefonata ai carabinieri.
Subito dopo l’arrivo dei militari e del magistrato Pacini è stato sentito dal pm, Andrea Clausani, a cui ha raccontato di essersi svegliato per i rumori e di aver sparato d’istinto. Per ora è indagato per eccesso di legittima difesa.
Al suo rientro in ditta, intorno alle 12,30,   il gommista è stato accolto da applausi e grida: “Bravo Fredy, bravo Fredy” hanno urlato amici e conoscenti davanti alla sua azienda. “#Io sto con Fredy”, la scritta su uno striscione affisso sul cancello della ditta. Le indagini, nel frattempo, vanno avanti: i carabinieri hanno sequestrato il piccone usato per rompere un vetro dell’ingresso e la pistola con cui il commerciante ha sparato, un’arma regolarmente detenuta.
E si cerca l’auto con cui i due ladri erano arrivati sul posto: per questo potrebbero tornare utili alcune telecamere della zona.
Alessandra Cheli, legale del gommista, ha detto che “è troppo presto per parlare, dobbiamo ancora capire tutto”.   A marzo scorso, in alcune interviste a quotidiani e tv locali, il gommista aveva denunciato “di vivere dal 2014 nella sua azienda” a causa dei furti.
Sul caso, intanto, è intervenuto il ministro degli Interni Matteo Salvini: “Dopo il decreto sicurezza, arriverà  in Parlamento la nuova legge sulla legittima difesa. Io sto con chi si difende, entrare con la violenza in casa o nel negozio altrui, di giorno o di notte, legittima l’aggredito a difendere se stesso e la sua famiglia. La mia solidarietà  al commerciante toscano, derubato 38 volte in pochi mesi: conti su di noi!”.
“Chi entra in casa altrui accetta le conseguenze, la tutela dell’aggredito deve essere prevalente su quella dell’aggressore”, il commento della ministra della Pubblica amminstrazione, Giulia Bongiorno, a Circo Massimo – la tutela dell’aggredito deve essere prevalente su quella dell’aggressore”.
Nessuno ha ancora spiegato perchè, prima di sparare, uno non chiami la polizia, e perchè non spari in alto, cosa che avrebbe probabilmente dissuaso i ladri.
E nessuno capisce che così si innesca un circuito che porterà  i ladri a sparare pure loro per primi, aumentando solo le vittime.

(da agenzie)

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LUIGI DI MAIO ERA SOCIO DELL’AZIENDA DI FAMIGLIA QUANDO UN DIPENDENTE FECE CAUSA PER LAVORO NERO

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

IL VICEPREMIER AVEVA SOSTENUTO CHE A LUI NON RISULTAVANO CONTRATTI IN NERO

Un dipendente della Ardima Costruzioni – di Antonio Di Maio e Paolina Esposito, genitori del vicepremier M5s – ha fatto causa alla detta azienda per farsi riconoscere le ore lavorate in nero.
In primo grado ha perso, ma ha fatto ricorso in Appello contando di vincerlo. Nel frattempo il papà  di Di Maio avrebbe anche proposto una mediazione, soldi per chiudere il contenzioso.
Il particolare più rilevante è che il contenzioso era ancora in corso nel 2014 quando la società  è stata donata alla Ardima srl di cui sono proprietari Luigi Di Maio e la sorella Rosalba, mentre il fratello è amministratore.
Azienda che ieri sera in tv il vicepremier ha dichiarato chiusa. Quel che non è chiaro è se Luigi Di Maio sapesse.
E se non sapeva nemmeno questo cominciano ad essere parecchie le cose sulle attività  del padre che il vicepremier non conosce. Della vicenda di Domenico Sposito, iniziata nel 2013 si occuperà  l’ispettorato del Lavoro – che dipende dal dicastero di Di Maio – chiamato a verificare i rapporti con tutti i lavoratori dei cantieri. Insomma, la vicenda iniziata nel 2013 ha avuto un primo esito nel 2016, come raccontano diversi giornali con una istanza respinta in primo grado: quando Di Maio è vicepresidente della Camera è ha le quote della Ardima srl.
Un lavoratore in nero, solo in parte, che si aggiunge ad altri in nero nell’azienda di papà  Di Maio trovati dalle Jene.
Per Sposito quattro ore in chiaro e quattro fuori busta e per questo ha chiesto la regolarizzazione. Papà  Di Maio ha specificato nell’interrogatorio del procedimento che il rapporto era regolare: “Preferiva ricevere un acconto a prodotto delle giornate effettivamente lavorate per 75 euro al giorno entro la prima decade, poi quando il consulente del lavoro ci portava la busta paga aveva il saldo – ha detto il padre di Di Maio secondo quanto riporta il Corriere della sera – . A lui veniva pagato tutto l’importo della busta paga più una somma in contanti pari alle giornate lavorate per 37 euro al giorno e ciò accadeva per esigenze personali e lavorative”.
Ma Sposito ha portato testimoni che non hanno confermato questa versione dei fatti, anche se in primo grado ha perso. Ora aspetta l’Appello.

(da “Huffingtonpost”)

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ANCHE IL M5S DUBITA SU DI MAIO: “PERCHE’ SE HA LAVORATO IN AZIENDA COME DICE NON L’HA INDICATO NEL CURRICULUM?”

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

PERCHE’ I GENITORI DECIDONO DI DARE LA SOCIETA’ IN EREDITA’ AI FIGLI? COME FA DI MAIO A NON SAPERE CHE C’E’ UNA CAUSA IN CORSO?

La prima anomalia è la presenza di Luigi Di Maio nella società , la Ardima Srl.
Lo racconta bene sul Corriere Alessandro Trocino: ereditata dal padre gestore e dalla madre titolare, Paolina Esposito, nel 2012. E finita proprio al futuro vicepremier, titolare del 50 per cento delle quote, insieme alla sorella Rosalba. A gestire il tutto, il terzo fratello, Giuseppe.
Un mosaico familiare decisamente ingarbugliato.
Molti deputati non sapevano neppure che Di Maio fosse socio dell’azienda. Titolarità  non dichiarata nei curricula ufficiali.
«Molti di noi – ragiona un parlamentare al secondo mandato – hanno mollato società  e lavori per evitare conflitti d’interesse. Lui non ci lavorava, d’accordo, ma forse avrebbe fatto meglio a sbarazzarsene per tempo».
Anche perchè Di Maio non è un parlamentare qualunque: è il ministro del Lavoro. Da lui dipende, per esempio, l’Ispettorato del Lavoro, che potrebbe dover intervenire sull’azienda di sua proprietà .
Conflitto d’interesse potenziale. In capo al leader del Movimento che combatte da anni lancia in resta contro i conflitti d’interesse.
Ma non è l’unico dubbio. Il sospetto più pesante che sorge a un certo punto è che Di Maio abbia lavorato in nero nell’azienda di suo padre e poi sua. Solo un sospetto, avanzato dalle Iene.
Perchè a sera Di Maio si presenta a «Di Martedì» e spiega: «Ho lavorato poco e regolarmente con mio padre. Esibirò tutte le carte».
Ma le domande rimangono. Perchè, si chiedono nel Movimento, il padre e la madre decidono di dare la società  in eredità  ai figli? Generosità  genitoriale o altro? E come fa Luigi Di Maio a non sapere che c’è una causa in corso? Interrogativi non oziosi, che per ora non hanno risposta.
Il vicepremier ieri ha ricevuto alcuni parlamentari del Movimento e si è sfogato con loro: «Non posso essere io a pagare le colpe di mio padre, per storie vecchie di dieci anni. Io non ne sapevo nulla. Che cosa c’entro con questa storia?».
Con il padre non si parla più, dopo la litigata. «Tenere famiglia, è quello il problema», dice un deputato campano.
In Parlamento per ora sono tutti con lui. «Accuse ridicole», dice il capogruppo Francesco D’Uva. «Ma come fanno a paragonarlo alla Boschi», dice Alessio Villarosa. Ma i malumori avanzano.
E i suoi cercano una strategia: si va in tv e si contrattacca.
Basterà ?

(da “NextQuotidiano”)

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LA LITE TRA DI MAIO E IL PADRE

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

LUIGI HA LAVORATO IN NERO NELLA DITTA DI SUO PADRE?

Nelle more del caso ARDIMA e del lavoro nero nella ditta dei Di Maio c’è da registrare anche una lite furiosa tra Antonio e Luigi Di Maio dopo il servizio di Filippo Roma che approfondiva la vicenda di Salvatore Pizzo e raccontava quella di Domenico Sposito, che ha fatto causa ai Di Maio perchè ha lavorato in nero per metà  del suo periodo di occupazione nell’azienda.
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera racconta cosa è accaduto tra genitore e figlio:
La grande paura. Mai prima d’ora i vertici dei 5 Stelle avevano tremato fino a questo punto: «Tocca a Luigi – mormorano ai piani alti –, siamo fregati». Si studiano piani B e si dà  un occhio alla pagina Facebook di Alessandro Di Battista. Quella che sembrava una vicenda marginale, una delle tante denunce delle Iene, sta assumendo le proporzioni di una valanga.
Le facce tese dei peones del Transatlantico fanno eco a quella livida di Luigi Di Maio. Che arriva e subito sparisce. Ha appena finito di litigare furiosamente con il padre Antonio. Gli ha urlato tutta la sua rabbia: «Mi hai mentito. Mi avevi detto che era un caso isolato e invece sono quattro in nero. Mi hai fatto fare questa figura davanti a tutti. E ora come faccio?».

(da “NextQuotidiano”)

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LA FIGURACCIA DI DI MAIO CON MARIO CALABRESI (NON LUIGI)

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

NELLA QUERELA AL DIRETTORE DI “REPUBBLICA”, DI MAIO SBAGLIA NOME E INDICA IL PADRE DEL GIORNALISTA, IL COMMISSARIO UCCISO

Ieri è andato in scena un faccia a faccia inedito a DiMartedì: quello tra Luigi Di Maio e Mario Calabresi, direttore di Repubblica, giornale che è spesso entrato in furiosa polemica con il leader del MoVimento 5 Stelle con tanto di strascichi giudiziari. Calabresi ha ricordato   le querele in corso: «Due con il Movimento e 3 con Casaleggio».
Di Maio ha provato a portare ad esempio della malafede di Repubblica un articolo sul rinvio dei vitalizi: «Non era corretto, li abbiamo fatti».
Calabresi gli fa notare: «Ma che c’entra. Li avete fatti quindici giorni dopo quel titolo e con un ritardo di settimane rispetto all’annuncio».
Il ministro ha anche affermato che Repubblica ha taciuto sul ruolo dei Benetton in Autostrade dopo il crollo del Ponte Morandi.
«Non è vero – ha ribattuto il direttore – . A due giorni dalla tragedia, avevamo sette pagine sui Benetton e la foto di Gilberto».
Ma il clou della serata è arrivato quando Calabresi ha tirato fuori una carta: «Mi avete inviato questa querela intestata a Luigi Calabresi, che era mio padre e, come molti sanno, è morto tanti anni fa. Lo dico per rimarcare il vostro livello di approssimazione».
Così si torna all’inizio, quando il direttore di Repubblica aveva offerto un giudizio sul governo giallo-verde: «Vedo troppa improvvisazione. Troppi annunci e troppe promesse a cominciare dal reddito di cittadinanza che non sappiamo bene cosa sia. E avete innestato un tasso di ansia nel Paese fuori misura, soprattutto sui risparmi degli italiani».
Di Maio ribatte: «C’era bisogno di questa ansia. È quella dei disoccupati, dei pensionati». Ma Calabresi osserva: «Se in banca non ci sono i soldi e parlo del nostro debito, certe promesse non si possono mantenere».

(da agenzie)

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