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IL TAR SCONFESSA LA PROVINCIA DI BOLZANO: “NON ABBATTETE I LUPI”

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

L’ENPA: “BASTA ORDINANZE DI MORTE IN TRENTINO”… CHI CONTINUA A EMETTERE ORDINANZE ILLECITE VA COMMISSARIATO: QUESTO ACCADE NEI PAESI CIVILI

Il Tar di Bolzano ha deciso di salvare la vita ai due lupi che si aggirano attorno al Comune di Selva dei Molini il cui abbattimento era stato autorizzato, pochi giorni fa, dal presidente della Provincia autonoma Arno Kompatscher.
A darne notizia le associazioni Lav, Lndc Animal Protection e Wwf, firmatarie del ricorso per bloccare le procedure avviate dalla Provincia. «Il presidente del Tar, anche richiamando il fatto che oramai il periodo dell’alpeggio è pressoché terminato, con conseguente significativa riduzione del rischio di predazioni di lupi, ha disposto la sospensione del decreto del presidente della Provincia autonoma di Bolzano, fino alla trattazione collegiale prevista alla prossima Camera di Consiglio già fissata per il prossimo 10 ottobre», scrivono nelle associazioni, che ora raccomandano: «I Forestali che erano alla ricerca dei due animali rientrino subito nei loro uffici, scaricando i fucili e lasciando vivere gli animali secondo la loro natura».
La gioia degli animalisti
La presidente nazionale dell’Ente nazionale protezione animali (Enpa), Carla Rocchi, ha commentato così la sentenza del Tar: «La sospensione della condanna a morte dei due lupi in Alto Adige, per la quale ci rallegriamo, ferma i progetti faunicidi di Maurizio Fugatti e Arno Kompatscher, i due ‘fratelli di fucile’ che stanno facendo l’impossibile, in Italia e in Europa, pur ammazzare orsi e lupi».
«Oltre a mettere in pericolo specie particolarmente protette a livello nazionale ed europeo – prosegue la nota -, la valanga di ordinanze di morte che il duo Fugatti-Kompatscher ha firmato di recente determina un grave spreco di risorse, umane e materiali, a carico della Pubblica Amministrazione. Risorse che invece sarebbero ben più produttive se impegnate per migliorare la convivenza con i grandi carnivori, come prescrivono le norme». «Evidentemente Fugatti e Kompatscher non hanno alcun interesse a fare prevenzione ma solo ad uccidere animali», è la stilettata finale.
(da agenzie)

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RYANAIR CHIEDE LE DIMISSIONI DEL PRESIDENTE DELL’ENAC PIERLUIGI DI PALMA PER IL FALSO RAPPORTO PRESENTATO AL GOVERNO ITALIANO SUL PREZZO DEI BIGLIETTI AEREI

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

LA COMPAGNIA SOTTOLINEA “FALSE AFFERMAZIONI SU BIGLIETTI AEREI (INESISTENTI) DA 1.000 EURO”

Ryanair chiede al presidente dell’Enac Pierluigi Di Palma “di assumersi la responsabilità (per il falso rapporto prodotto dall’Enac e presentato al governo italiano sul prezzo dei biglietti aerei) e dimettersi dall’Ente”.
Lo si legge in una nota in cui la compagnia sottolinea “i molteplici errori nel rapporto, tra cui false affermazioni su biglietti aerei (inesistenti) da 1.000 euro, false affermazioni su algoritmi inesistenti relativi a telefoni cellulari, geolocalizzazioni o browser Internet e false affermazioni su regimi di oligopolio nel mercato italiano”.
Ryanair ritiene “inaccettabile che il presidente della Direzione del trasporto aereo italiano non abbia spiegato con precisione il diritto comunitario (Reg. 1008/2008) al ministro Urso, che garantisce a tutte le compagnie aeree la libertà di prezzo, non solo in Italia, ma in tutta Europa.
Il decreto illegale del ministro Urso – prosegue la compagnia irlandese nella nota – aumenterà le tariffe aeree sulle rotte verso la Sicilia e la Sardegna e ridurrà la capacità”. Secondo Ryanair “i commenti di Di Palma, che afferma erroneamente che esiste un ‘oligopolio’ in Italia, mostrano quanto sia poco informato sulla gestione delle compagnie aeree. Un oligopolio richiede che gli ostacoli all’ingresso sul mercato e/o la collusione dei prezzi tra i partecipanti siano efficaci.
Non vi è alcuna barriera all’ingresso sulle rotte nazionali verso la Sicilia o la Sardegna. Ryanair si è offerta di aggiungere capacità su queste rotte e abbassare ulteriormente le tariffe aeree se il governo italiano eliminerà l’addizionale municipale imposta per finanziare le pensioni dei piloti Alitalia. Non ci sono barriere all’ingresso se non il decreto illegale e ancora inspiegabile sul controllo dei prezzi del ministro Urso, che cerca di imporre controlli sui prezzi illegalmente, che aumenterà le tariffe aeree e ridurrà la capacità verso la Sicilia e la Sardegna”.
“Il falso rapporto Enac-Di Palma, – sottolinea il ceo del gruppo, Michael O’Leary – è disseminato di errori e false affermazioni, ma sorprendentemente non sottolinea l’obbligo legale dell’Italia di garantire la libertà di prezzo sia per i vettori italiani che per quelli dell’Ue che operano nel mercato italiano.
Questo falso rapporto dimostra che il presidente non è idoneo a supervisionare le attività dell’Enac. Non ci sono prove di alcuna collusione dei prezzi tra le compagnie aeree, specialmente quando Ita applica tariffe molto elevate e Ryanair offre solo tariffe basse.
Se era davvero preoccupato per gli oligopoli, allora perché l’Italia propone di vendere Ita a Lufthansa, la compagnia aerea con le tariffe più alta d’Europa? La vendita di Ita a Lufthansa ridurrà il numero di concorrenti nel mercato italiano, ma Di Palma e l’Enac non sembrano avere problemi con questa vendita, che ridurrà la concorrenza e aumenterà ulteriormente le tariffe Ita”, conclude.
(da agenzie)

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FRATELLI DI CALTAGIRONE: IL PARTITO DELLA MELONI HA PRESENTATO UN EMENDAMENTO AL DDL CAPITALI CHE ASSEGNA IL 49% DEI CONSIGLIERI AGLI AZIONISTI DI MINORANZA CHE RACCOLGONO PIÙ DEL 20% DEI VOTI, MENTRE ALLA LISTA DEL CDA VINCENTE VA IL 50% PIÙ UNO DEI CONSIGLIERI. PROPORZIONI CHE VENGONO GIUDICATE TROPPO SQUILIBRATE

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

E’ UN BEL REGALO AL DUO CALTA-MILLERI CHE SI RITROVEREBBERO METÀ DEI CONSIGLIERI (6 SU 13 IN GENERALI E 7 SU 15 IN MEDIOBANCA) SENZA COMPRARE UN’AZIONE IN PIÙ

La correzione, dopo la fuga in avanti di un pezzo della maggioranza. Al ministero dell’Economia si lavora per riportare ordine sul disegno di legge per gli interventi a sostegno della competitività dei capitali. La modifica a cui si sta lavorando in queste ore ha a che fare con i paletti al meccanismo della lista del consiglio d’amministrazione, tema che non figurava nel testo approvato dal Consiglio dei ministri l’11 aprile. E che invece è spuntato fuori in commissione Finanze, al Senato, dove il provvedimento ha iniziato il suo iter di conversione in legge.
C’è un comma in particolare, dell’emendamento presentato dai relatori Fausto Orsomarso (FdI) e Dario Damiani (Forza Italia), che per il Mef va modificato. È quello che assegna il 49% dei consiglieri agli azionisti di minoranza che raccolgono più del 20% dei voti, mentre alla lista del cda vincente va il 50% più uno dei consiglieri. Proporzioni che, nelle valutazioni in corso, vengono giudicate troppo squilibrate in favore della lista o delle liste che riescono a scavallare la percentuale del 20%. Ma anche altri passaggi dell’emendamento potrebbero essere sottoposti a cambiamenti.
L’intervento è ancora da confezionare perchè le modifiche presentate dal partito della premier […] cambiano radicalmente l’impianto del disegno di legge messo a punto al ministero dell’Economia negli scorsi mesi [
L’idea di introdurre nuove norme a sostegno della competitività dei capitali è nata a marzo del 2022, con il governo guidato da Mario Draghi. Ma la lista del cda ora è diventata la cartina di tornasole di alcune delle partite più importanti del capitalismo italiano, a iniziare da quella di Mediobanca. Dall’assetto finale della norma sulla lista del cda dipenderà buona parte dell’esito della disfida tra i due fronti: i manager storici di Piazzetta Cuccia insieme ai soci forti contro la famiglia Del Vecchio e l’imprenditore Francesco Caltagirone.
(da agenzie)

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MILIZIANI, NEONAZISTI E PUTINIANI D’ITALIA

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

LA GALASSIA DEGLI AMICI DI IRINA OSIPOVA, ASSUNTA IN SENATO

Dopo la notizia del suo approdo in Senato dal prossimo primo novembre, il nome di Irina Osipova è tornato alla ribalta. La 35enne ex candidata di Fratelli d’Italia, nata a Mosca ma residente da quasi vent’anni nel nostro Paese, prenderà servizio come coadiutore parlamentare, avendo superato un concorso pubblico il cui iter è iniziato nel 2019. In sostanza, a Palazzo Madama Osipova farà parte della macchina organizzativa dell’assemblea, svolgerà alcuni compiti amministrativi, di segreteria e di preparazione delle sedute.
Il motivo per cui questa assunzione ha destato così scalpore è che la futura funzionaria pubblica, nonostante la giovane età, ha già collezionato una lunga lista di frequentazioni nella galassia dell’estrema destra filo putiniana: da Gianluca Savoini, fondatore dell’Associazione Culturale Lombardia Russia, al miliziano neonazista Yan Petrovsky, passando per il foreign fighter italiano Andrea Palmeri.
Alcune di queste relazioni intessute nel corso degli anni da Osipova si sono guadagnate anche l’attenzione della magistratura oltre che della stampa. Nel 2018 il nome della donna compare, pur non risultando mai indagata, in un’inchiesta condotta dalla sezione anticrimine dei Ros per conto della Procura di Genova. I militari, a partire da alcune scritte pro-Priebke apparse nel 2013 in provincia di La Spezia, erano riusciti a ricostruire una rete di associazioni attiva “occultamente nel reclutamento di mercenari da instradare” in Donbass “arruolandoli nelle milizie filorusse”.
La figura di Irina Osipova venne analizzata con attenzione dai Ros. In particolare i militari si soffermarono sull’intervista che l’allora 26enne moscovita aveva realizzato il 9 ottobre 2014 ad Andrea Palmeri, la prima in cui l’ex leader dei Bulldog, il gruppo ultras della Lucchese, annunciava di essersi arruolato nelle milizie filorusse del Donbass per “fermare l’imperialismo americano ed il massacro di gente innocente”. Palmeri avrebbe raggiunto il fronte solo quattro giorni più tardi.
Oltre a questo episodio la Procura di Genova si interessò anche ad altri contatti di Osipova. Tra questi, l’amicizia stretta sui social con Vladimir Verbitchii, miliziano nato in Moldavia ma residente a Parma, inquadrato nel Rusich, formazione militare neonazista associata alla brigata Wagner. Secondo la Procura particolare interesse aveva anche il fatto che il 31 maggio 2015 la giovane militante italo-russa avesse salutato con un post l’arrivo di tre miliziani italiani nel “battaglione nazionalista Rusich”.
Quello, infatti, non era il primo post dedicato da Osipova all’unità militare ritenuta responsabile di diversi crimini di guerra. Quasi due mesi prima, il 22 marzo, Osipova aveva pubblicato una foto che la ritraeva accanto a Yan Petrovsky, allora numero due del battaglione Rusich e in seguito a capo di quella unità, ricercato e arrestato a fine agosto 2023 in Finlandia mentre tentava la fuga.
Ma il complesso delle relazioni di Osipova non si ferma a quello fotografato dall’inchiesta della Procura di Genova nel 2018. Figlia di Oleg Osipov, per anni direttore del Centro russo di scienza e cultura di Roma, nel 2011 Irina, appena 23enne, fonda l’associazione Rim — Giovani Italo-Russi, che dà voce alle proteste contro le sanzioni europee alla Russia. Nel 2014 inizia a collaborare con l’associazione Lombardia-Russia fondata da Savoini, in particolare come interprete della delegazione della Lega a Mosca in occasione dei viaggi di Matteo Salvini. Nel 2016, poi, si candida con Fratelli d’Italia al Comune di Roma, dove raccoglie poco meno di 200 voti. Da allora continua a sostenere il partito di Giorgia Meloni, nonostante le posizioni filo atlantiste assunte con sempre maggiore vigore dall’attuale Presidente del consiglio
Irina Osipova non sarà però l’unica della sua famiglia a intrattenere un rapporto di collaborazione con le istituzioni pubbliche. Suo marito Luca Pedetti, un imprenditore e dirigente d’azienda che in passato ha collaborato con Finmeccanica, il 10 ottobre 2022 è stato scelto dal ministero della Difesa come relatore del workshop “Pensiero Innovativo” su “L’impatto delle Emerging & Disruptive Tecnologies sulla Difesa”. Nel curriculum di Pedetti, che è laureato in Comunicazione nella società della globalizzazione e ha poi conseguito un master di Alto apprendistato per panificatori e pizzaioli, si legge che ha fornito “supporto logistico integrato” all’Aeronautica Militare e all’Aviazione dell’Esercito, oltre che ad altre forze armate in ambito Nato.
In seguito alle polemiche sorte sulla vittoria del concorso pubblico, Osipova prima si chiude in un “no comment”, per poi rilasciare una replica da uno dei suoi tanti profili social: “Ho passato regolarmente un concorso pubblico al Senato. Ma sono una cittadina italiana etnicamente russa
(da “la Stampa”)

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L’INVERSIONE A U DI WEBER LASCIA A PIEDI LA MELONI: IL CAPOGRUPPO DEL PPE SEMBRA ARCHIVIARE IL PROGETTO DI UN’ALLEANZA CON I CONSERVATORI DI SORA GIORGIA

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

WEBER HA RINGRAZIATO I SOCIALISTI E I LIBERALI: “LA NOSTRA PROFICUA COLLABORAZIONE È STATA IMPORTANTE IN QUESTI MOMENTI CRUCIALI. LA MAGGIORANZA VON DER LEYEN CE L’HA FATTA”… PAROLE CHE SUONANO COME UN VIA LIBERA PER LA RICANDIDATURA DI URSULA

Il sogno di una maggioranza in Europa di centrodestra è svanito. E aporre la pietra tombale è stato addirittura Manfred Weber, il capogruppo del Ppe che fino a poche settimane fa aveva patrocinato l’idea di costruire una alleanza nell’europarlamento basata su un‘intesa tra popolari e Conservatori, ossia il gruppo di Giorgia Meloni.
“Cara Iratxe, caro Stéphane – ha detto rivolgendosi ai capigruppo socialista e liberale – voglio ringraziarvi per la nostra proficua collaborazione in questi momenti cruciali. La maggioranza Von der Leyen ce l’ha fatta”. Appunto, la “maggioranza Ursula”.
Per Weber, è davvero una inversione ad U. Aveva infatti insistito nel tentativo di emarginare il Pse dialogando con i sovranisti, da Fratelli d’Italia agli spagnoli di Vox. Con uno obiettivo mai davvero nascosto: impedire a Ursula von der Leyen un secondo mandato. Una opzione che a questo punto appare del tutto accantonata. “Insieme – ha aggiunto il presidente popolare – abbiamo preso le decisioni giuste, sul vaccino europeo, sul Recovery Fund o sul cambiamento climatico”.
Resta il fatto che le parole di Weber sono la presa d’atto che i numeri del prossimo Parlamento non permetteranno maggioranze diverse, senza socialisti. Ed è diventato un via libera di fatto alla ricandidatura di Von der Leyen.
Ma è anche il segno che qualcosa è cambiato negli equilibri europei e nelle intenzioni della presidente della Commissione. La sconfitta della destra in Spagna ha frenato le aspirazioni della destra. La possibilità che anche in Olanda si affermi la compagine rosso-verde determina rapporti di forza tra progressisti e sovranisti inimmaginabili fino a due mesi fa. E anche Von der Leyen ha iniziato a valutare la necessità di candidarsi come “Spitzenkandidat”, ossia come concorrente ufficiale dei popolari europei alla guida dell’esecutivo Ue.
Basta allora ascoltare le parole del leader leghista Matteo Salvini per capire come sia cambiato il quadro. “La Lega – ha avvertito anche all’indirizzo di Giorgia Meloni – sarà indisponibile a sostenere qualunque maggioranza e qualunque commissione che comprenda i socialisti e la sinistra. Non voglio una Von der Leyen 2”. La premier italiana è avvertita. La campagna per le europee non sarà semplice per la sua coalizione.
(da editorialedomani.it)

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L’INPS DI MELONI FA SPARIRE IL LAVORO POVERO: TRUCCHI STATISTICI PER “NUOVE NARRAZIONI”

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

COME HANNO “LAVORATO” I DATI PER FAR APPARIRE SOLO 20.000 GLI OCCUPATI CON STIPENDI DA FAME

Altro che un’emergenza che coinvolge milioni di persone. Chi si era convinto che la povertà lavorativa in Italia fosse un problema da affrontare subito tirerà un sospiro di sollievo leggendo il XXII Rapporto annuale dell’Inps pubblicato ieri.
Il primo firmato dalla commissaria Michela Gelera, scelta dal governo dopo aver riformato per decreto la struttura di vertice dell’istituto e messo alla porta il presidente Pasquale Tridico.
Il documento, infatti, assicura che i working poor sono solo 871.800 in tutto il Paese e quelli indigenti solo per colpa di paghe da fame (e non perché lavorano per poche ore) si fermano a 20mila, “una componente marginale”.
Risultati ottenuti con qualche astuzia statistica, come vedremo. E perfetti come assist alla premier Giorgia Meloni, che è contraria al salario minimo e in agosto, incalzata dalle opposizioni, ha preso tempo passando la palla al Cnel di Renato Brunetta.
Torturare i dati: come far sparire i working poor
Per capire quanto quei numeri siano distanti dalle stime più accreditate conviene rispolverare la Relazione sul lavoro povero scritta nel 2021 dal gruppo di esperti istituito dall’ex ministro Andrea Orlando e coordinato dall’economista Ocse Andrea Garnero. La quota di lavoratori dipendenti con retribuzioni lorde inferiori al 60% di quella mediana – la definizione standard di povertà lavorativa – era risultata superiore al 24%: quasi uno su quattro.
Considerato che nel 2017, anno di riferimento, i dipendenti oscillavano intorno ai 17,6 milioni, si parla di 4,2 milioni di occupati. Poco più di un anno fa, presentando il precedente rapporto, Tridico aveva poi ricordato come il 23% dei lavoratori guadagnasse in quel momento “meno del Reddito di cittadinanza” e oltre 4,3 milioni non raggiungessero i 9 euro lordi all’ora.
Trucco: contare il reddito di un giorno, non dell’anno
Cosa è cambiato nel frattempo? Non risulta che gli stipendi siano quadruplicati. L’unica novità riguarda la gestione dell’istituto di previdenza e, di conseguenza, quella che nel rapporto viene definita “rappresentazione (o, più modernamente, narrazione) della situazione sociale”. I poveri, mai citati nella relazione della commissaria straordinaria Gelera, vanno ridimensionati anche nell’analisi numerica.
Per arrivare al risultato, l’Inps prende in esame i propri dati amministrativi sulle retribuzioni dei dipendenti delle imprese private, escludendo i lavoratori domestici e agricoli. Poi seleziona quelli con retribuzione sotto il 60% della mediana, cioè con un lordo giornaliero di 48,3 euro: circa 6 euro all’ora. Ma si concentra su un solo mese, ottobre 2022. “In questo modo non vengono considerati tutti quelli che lavorano poche settimane o pochi mesi all’anno, che sono proprio la platea a maggior rischio di povertà”, commenta Garnero.
Così, ad esempio, si perdono per strada gli stagionali che si attivano solo in estate o durante le feste di fine anno: per loro il rischio supera il 50%. “Se si vuole indagare la povertà in senso stretto bisogna guardare ai redditi annuali. Banalizzando, il piatto in tavola va messo ogni sera dell’anno e non per un solo mese”.
È attraverso questa selezione che Inps arriva a individuare solo 871.800 lavoratori poveri, “il 6,3% della platea di riferimento”: 517mila tra i full time e 354mila tra i part time, stando alla tabella di pagina 99. Segue un’ulteriore disamina mirata a dimostrare come solo una minuscola parte sia povera esclusivamente per colpa dei bassi salari e non, invece, perché ha un contratto intermittente (quindi a bassa intensità di lavoro) o di apprendistato oppure perché si trova in cassa integrazione, in malattia o fa orario ridotto per l’allattamento.
L’ultima scrematura: così si arriva allo 0,2%
Solo sul gruppo rimasto dopo aver escluso quei casi, spiega il rapporto, è stato “effettuato un controllo utilizzando la retribuzione di tutti i mesi” per depennare pure quelli che a ottobre risultavano poveri ma negli altri mesi hanno superato la soglia del 60% della mediana.
L’ulteriore scrematura fa crollare i lavoratori poveri con un contratto a tempo pieno e poveri per ragioni strettamente legate al salario a 20.300 persone, “lo 0,2% sul totale della platea dipendenti”. Insomma, “una componente marginale dell’insieme del lavoro dipendente”.
Si tratta di lavoratori, aggiunge il rapporto, “distribuiti tra un numero rilevante di Ccnl, inclusi quelli con le platee più vaste e firmati dalle organizzazioni sindacali maggiori”. Al primo posto quello delle agenzie di somministrazione con Assolavoro come controparte dei confederali, seguito dal diffusissimo contratto del terziario e servizi siglato da Confcommercio e da quello della logistica e trasporto merci.
E qui la nuova “narrazione” si incrina: ne esce scalfita la tesi di Giorgia Meloni e della ministra del Lavoro Marina Calderone secondo cui il salario minimo in Italia non serve perché la forte contrattazione collettiva tutela a sufficienza i lavoratori. Del resto, quella leggenda è già stata involontariamente smentita due mesi fa da uno studio della Fondazione dei consulenti del lavoro, presieduta com’è noto proprio dal marito di Calderone, Rosario De Luca: il documento voleva dimostrare l’inutilità di un minimo orario fissato per legge, ma dalle tabelle emergeva che oltre un terzo dei 61 principali Ccnl firmati da Cgil, Cisl e Uil ha minimi retributivi ben sotto i 9 euro all’ora.
Non proprio la prova di un successo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’INPS SMENTISCE SANTANCHE’ SU VISIBILIA: “NON HA MAI REGOLARIZZATO ALCUN DIPENDENTE”

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

LA PITONESSA AVEVA ASSICURATO DI AVER SANATO LA POSIZIONE DELLA DIPENDENTE IN CASSA INTEGRAZIONE CHE AVEVA CONTINUATO A LAVORARE

Che Dimitri Kunz, socio e compagno della ministra del Turismo Daniela Santanchè, fosse a conoscenza della manovra da furbetti, fuori dalle regole, con cui Visibilia aveva messo in cassa integrazione a zero ore alcuni dipendenti, che ignari continuavano a lavorare come se nulla fosse, era noto almeno da novembre 2022. Da quando cioè il Fatto Quotidiano pubblicò la conversazione registrata dalla dipendente di Visibilia in cui ammetteva «Sò tutti a zero ore, te ti sei messo e però magari hai messo in difficoltà l’azienda, bastava ne parlassi con noi e non avremmo avuto problemi, adesso, è chiaro, non è che possiamo renderli all’Inps perché sarebbe come ammettere…».
I dialoghi del 2021 ora sono un capitolo dell’indagine di Milano e sono stati depositati al tribunale civile dove è in corso il procedimento fallimentare per Visibilia. Le conversazioni registrate da una dipendente certificano, perciò, che Kunz era al corrente dell’illegalità del meccanismo usato per ottenere fondi pubblici con la cassa integrazione. Santanchè sapeva? Di certo ha mentito quando durante la sua arringa difensiva in Senato, per evitare le dimissioni dopo il polverone giudiziario, ha dichiarato: «Abbiamo una dipendente che nega di essere stata informata sulla cassa integrazione, di fronte a questa contestazione tardiva fatta dalla lavoratrice, pur ritenendo le sue affermazioni infondate e pur certa che quella lavoratrice non ha mai messo piede in Visibila durante la cassa integrazione, la società ha preferito sanare la sua posizione, considerano la lavoratrice in servizio per tutto il periodo, senza che fosse pervenuta alcuna richiesta dagli enti preposti. È bene sottolineare che nessun altro dipendente di Visibilia ha mai sollevato questioni sulla cassa integrazione». In documenti depositati dalla procura di Milano, inclusa la risposta dell’Inps, smentiscono la ministra.
INPS CONTRO SANTANCHÈ
Il problema per Kunz-Santanchè è che oltre all’inchiesta per bancarotta e falso in bilancio potrebbero affrontare una nuova accusa di truffa ai danni dello stato: esiste, infatti, un fascicolo di indagine della procura di Milano coordinato dalla procuratrice aggiunta Laura Pedio e dalla sostituta Maria Giuseppina Gravina sulla cassa integrazione a zero ore per il momento senza nomi iscritti sul registro degli indagati, ma con un’ipotesi chiara, cioè la truffa.
I nuovi atti depositati nei giorni scorsi dalla procura al tribunale civile di Milano lasciano immaginare una rapida evoluzione del quadro investigativo che potrebbe, appunto, coinvolgere Kunz e Santanchè. Tuttavia con in questi documenti c’è un dato che chiarisce il numero di dipendenti coinvolti nella messinscena della Cig richiesta all’Inps da Visibilia Editore. Non sarebbero soltanto due, quindi, ma sei in tutto. Compresi, questo è l’elemento inedito, quelli che facevano capo a Visibilia concessionaria, altra azienda della galassia, peraltro creditrice di una terza Visibilia sulla quale pende un procedimento fallimentare.
Il dato emerge dalla risposta fornita ai pm dall’Ufficio vigilanza ispettiva dell’Inps: «Gli accertamenti condotti hanno confermato che i dipendenti Bottiglione e Maggioni (nonché Schiavone Anna, che pure figurava nella documentazione prodotta dalla Bottiglione quale fruitrice della Cig) hanno effettivamente percepito erogazioni salariali dell’Inps, come pure la società Visibilia Concessionaria che ha richiesto e ottenuto integrazione del salario per numero 6 dipendenti», riportano i magistrati nell’atto depositato al tribunale facendo una sintesi delle informazioni ricevuti dall’ente previdenziale. La stessa Inps che in quattro righe inviate sempre alla procura smentisce platealmente la ministra del Turismo, la quale al Senato ha impostato parte della sua difesa assicurando ai parlamentari, e agli italiani, di aver regolarizzato la posizione dei dipendenti. Il sei settembre Inps scrive: «Allo stato non risultano regolarizzazioni (richieste o approvate) relativa al periodo oggetto di indagine (2020-2022) afferenti alla questione Cig né da parte di Visibilia Editore né di Visibilia Concessionaria». Permane, dunque, «l’irregolarità segnalata», aggiungono i pm.
Santanchè quindi ha mentito davanti al parlamento. L’alternativa alla menzogna consegnata in diretta può essere solo che non aveva il controllo di quel che avveniva in azienda. E che persino il suo compagno a conoscenza delle illegalità l’ha tenuta all’oscuro di tutto. Non esattamente un’ipotesi rassicurante per chi ha in mano uno dei settori più strategici del paese come il turismo.
Tra bugie, omissioni e diritti dei lavoratori calpestati, si innesta il giallo dell’estate: il suicidio di Luca Ruffino, il manager che aveva preso il controllo di Visibilia senza però renderlo noto come previsto per le società quotate in borsa. Sulla sua morte sono in corso verifiche, chi indaga vuole capire se esiste una connessione con eventuali trame dietro il marchio Visibilia. Ma questa è un’altra storia.
(da agenzie)

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SALARI E PENSIONI, IL PAESE ARRANCA

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

I NODI E I DATI CHE PREOCCUPANO

Gli operai a 67 anni hanno 5 anni in meno di speranza di vita rispetto ai manager: 16 anni contro 20,9 anni. Dopo una vita mediamente più faticosa ed esposta a maggiori rischi per la salute e per la stessa sopravvivenza, come testimonia il quotidiano stillicidio di morti sul lavoro, godranno di meno anni di meritato riposo e graveranno meno, o affatto, sul bilancio pensionistico.
È una delle questioni di equità che emerge (indirettamente) dal ricco rapporto annuale Inps.
Un’altra riguarda l’impatto dell’inflazione, che non solo si è mangiata tutti gli aumenti retributivi, ma ha anche diminuito il potere d’acquisto del restante, specie tra chi si trova nei quintili di reddito più bassi, un fenomeno già noto.
Meno noto, forse, il fatto che i pensionati, il cui reddito è stato più protetto dalle crisi del 2008 e poi della pandemia rispetto ai redditi da lavoro, oggi si trovano meno protetti di fronte all’inflazione, stante che non possono aumentare il loro reddito aumentando le ore lavorate o il numero di lavoratori in famiglia.
Le disuguaglianze tra pensionati non riguardano solo le biografie professionali, ma anche il divario di genere, non più solo, come nel passato, relativamente all’ammontare medio della pensione, più bassa per le donne a causa sia delle carriere più piatte e dei divari salariali, sia delle biografie lavorative e contributive più intermittenti, ma anche all’età in cui vanno in pensione. Proprio a motivo di carriere discontinue a causa dell’interferenza delle responsabilità di cura familiare che sono state addossate tutte o in larga misura a loro, con l’andata a regime del sistema contributivo le lavoratrici anziane oggi, a differenza di pochi anni fa, vanno in media in pensione cinque mesi dopo gli uomini e spesso devono aspettare l’età della pensione di vecchiaia, mentre molti lavoratori uomini possono andare in pensione di anzianità.
Le donne sono e saranno ancora per qualche anno, i soggetti più penalizzati nel passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo, pagando un prezzo alto per tutto il lavoro familiare gratuito che fanno nel corso della vita. Un prezzo insito anche nella misura che sembrava di specifico vantaggio per loro, “Opzione donna”, che ha consentito a chi, per lo più a basso reddito, ne aveva bisogno per far fronte alle responsabilità di cura familiare, di andare in pensione un po’ prima. Ma con una forte decurtazione della pensione. Cosa che non è successo ai – molto più numerosi – lavoratori, per lo più uomini, che hanno potuto fruire di “Quota 100”.
La questione delle carriere lavorative discontinue non riguarda solo le donne. La crescente precarietà nel mercato del lavoro, che vede un aumento di 20 punti percentuali in 10 anni di chi entra con un contratto temporaneo, insieme all’aumento del part time involontario, segnala che sta diventando una caratteristica di una quota crescente di lavoratori e lavoratrici, anche se incide di più tra queste ultime. Alla questione della precarietà che si traduce anche in meno ore lavorate, remunerate, accompagnate da contributi, si associa quella del lavoro povero. Giustamente il Rapporto segnala che non è solo una questione di bassi salari, ma di quante ore, settimane, mesi si riesce a lavorare. Anche se la soglia al di sotto della quale colloca i lavoratori poveri mi sembra davvero troppo bassa: 24.9 euro lordi al giorno per i part-time e 48.3 euro lordi al giorno per i full time. Grosso modo, per chi lavora full time sarebbero molto meno di 6 euro netti l’ora. L’opportunità di discutere a fondo quale sia il salario netto minimo decente appare evidente, anche se è solo una parte del problema del lavoro povero.
Infine, una buona notizia: il numero dei beneficiari del Reddito di cittadinanza è un po’ diminuito a seguito, non dell’espulsione iniziata ad agosto, ma perché, smentendo ogni fantasia sui percettori nullafacenti che non vogliono lavorare, la ripresa occupazionale, documentata anche da Istat, ha consentito a qualche centinaio di migliaia di trovare un’occupazione e un reddito decenti.
Sono rimasti i più poveri, presumibilmente con più difficoltà a collocarsi nel mercato del lavoro, a prescindere dalla composizione della loro famiglia. Invece di inventarsi strane categorie di occupabili, e interrompere il sussidio su questa base, sarebbe bastato guardare con attenzione i dati e mettere in piedi politiche attive del lavoro effettive, anche d’accordo con le imprese, mantenendo il sostegno a tutti coloro che hanno bisogno di più tempo, o non ce la fanno.
(da agenzie)

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UNA REPUBBLICA FONDATA SUI CONDONI, PERSI 60 MILIARDI IN 10 ANNI

Settembre 14th, 2023 Riccardo Fucile

POCA RESA E TANTA SPESA

I condoni sono il collante dell’unità politica nazionale? Anche Meloni valuta la sanatoria sui contanti. Una misura che, come le 83 precedenti, crea distorsioni economiche sul lungo periodo ma sono adottati da ogni esecutivo senza distinzione di colore politico. Segno di visioni poco lungimiranti. E costose: negli ultimi 10 anni abbiamo perso circa 60 miliardi di entrate fiscali.
Sessanta miliardi di euro: il costo dei condoni, in termini di mancato gettito, nell’ultimo decennio è pari a quello di due manovre finanziarie. In Italia tra remissioni volontarie, sanatorie e pratiche di tipo simile, quella che doveva essere un’eccezione sta diventando la regola. Una regola costosissima. Il portale True Numbers ne ha contati 82 nella storia d’Italia prima della nascita del governo Meloni. La sanatoria sulle cartelle esattoriali della manovra 2023 è stato l’83esimo, e ora il Corriere della Sera riporta che il governo Meloni sta valutando la possibilità di introdurre una voluntary disclosure sui patrimoni liquidi occulti.
L’ultimo dei condoni in arrivo con la manovra?
La proposta prevederebbe di consentire ai contribuenti di regolarizzare contanti e valori custoditi nelle cassette di sicurezza delle banche con un’aliquota unica del 23%. Una norma simile era stata proposta anche dal governo Conte I, ma all’epoca l’aliquota era del 15%. Il presidente dell’Ordine dei Commercialisti Elbano De Nuccio ha espresso preoccupazione per la possibilità che la misura possa essere utilizzata per regolarizzare proventi illeciti.
Il vice-ministro dell’Economia Maurizio Leo, che sarebbe indicato come il promotore della misura, ha smentito la notizia in una nota stampa, ma a Via Solferino sono convinti che il governo potrebbe evitare di metterci la faccia lasciando proporre la disclosure a un parlamentare della maggioranza in sede di approvazione della Legge di Bilancio con un apposito emendamento. L’obiettivo sarebbe quello di ottenere circa 10 miliardi di euro di risorse per rimpinguare le anemiche casse dello Stato. Pressate nel breve periodo dal rischio del ritorno del Patto di Stabilità e dalla “bomba” Superbonus.
Oltre ottanta condoni nella storia d’Italia
Ebbene, la storia insegna che quella dei condoni e delle sanatorie è una strada tutt’altro che positiva per il Paese. L’Italia ha di fatto promosso in media una misura di questo tipo ogni due anni dall’inizio della sua storia unitaria a oggi. “Dal 1861 al 1972 non si può, tecnicamente, parlare di veri e propri condoni fiscali i quali consistono nella possibilità data al contribuente di non pagare delle tasse o delle imposte dovute per legge”, nota True Numbers. “Tecnicamente si può parlare di sanatorie fiscali perché al cittadino è stata data la possibilità, appunto fino al 1972, di non versare sanzioni e/o interessi su tasse e imposte comunque pagate. Dopo quella data si è passati direttamente ai condono fiscale vero e proprio”, che riduce i gettiti ordinari delle misure o consente di uscire da situazioni illegali”.
Il fronte dei condoni è trasversale
A partire dall’inizio del nuovo millennio, sono molte le misure di condono di varia taglia promosse dagli esecutivi in carica. Destra e sinistra, moderati e populisti: tutti pazzi per i condoni. Non c’è differenza di colore politico.
Il governo Berlusconi II approvò nel 2001 lo scudo fiscale, seguito dalla sanatoria fiscale del 2003 (legge 289/2002). Le due misure avrebbero dovuto garantire 26 miliardi di gettito, undici anni dopo ridotti a 22 per la mancanza di 4 miliardi dal gettito complessivo. Il successivo condono, di nuovo denominato scudo fiscale, risale al 2009, con il governo Berlusconi IV, e ha garantito ingressi per 5,6 miliardi di euro di capitali.
Negli anni successivi, si segnalano altri quattro condoni. Nel 2015, il governo Renzi approvò la voluntary disclosure per l’emersione dei capitali all’estero: su 60 miliardi di euro di risorse emerse, ne andarono al Fisco 3,8. Nel 2018, il governo Conte I introdusse il “saldo e stralcio”, che prevedeva un avvio di “pace fiscale” con la riduzione di un debito tributario per soggetti in difficoltà economica su piccole cartelle esattoriali: debiti per 1,3 miliardi di euro furono trasformati in un gettito di 700 milioni.
I gialloverdi estesero nel 2018 le misure di rottamazione delle cartelle esattoriali consolidate dai governi Renzi e Gentiloni: la rottamazione 2016, introdotta da Renzi, consentì all’erario di riscuotere 8,4 miliardi di euro su 17,6. La seconda finestra, con Gentiloni, 2,6 su 8,5 miliardi di debiti. La rottamazione gialloverde, invece, fu il più grande dei mini-condoni erariali, garantendo allo Stato 6,3 miliardi su 26,3 complessivi. Sono poi seguiti i condoni di Draghi, la Rottamazione-quarter, e il nuovo saldo e stralcio targato Meloni.
I costi dei condoni
I costi dei condoni, in quest’ottica, sono calcolabili con attenzione solo a partire dai condoni dell’era Renzi. I 3,8 miliardi di euro incassati sui 60 emersi all’estero nella discolsure di Renzi sono stati pari al 6,33% del valore complessivo. Per fare un paragone, i dividendi esteri hanno una tassazione al 26%. Normalmente, questi capitali avrebbero subito una imposizione di 15,6 miliardi di euro. Parliamo dunque di 11,8 miliardi di euro di mancato gettito per l’erario.
Questi, sommati alle varie amnistie e ai condoni accumulati negli anni consentono di calcolare il gettito perso nell’erario solo nell’ultimo decennio: 11,8 miliardi per il rientro dei capitali dall’estero, 600 milioni per la pace fiscale, 35,1 miliardi per il primo “terzetto” di rottamazioni. Il totale, dal 2015 a oggi, fa 47,5 miliardi. A cui bisogna aggiungere il fatto che il think tank economico LaVoce.info ha stimato incassabili solo 12,4 dei 25,4 miliardi di euro emersi come debiti “rottamati” con la rottamazione quarter, i cui dati definitivi sono ancora da calcolare. Il risultato? 60 miliardi in meno di dieci anni. E tutto questo senza calcolare il buco nero dell’era Berlusconi, in cui le stime non erano ancora così approfondite.
Tutti i problemi dei condoni
In base ai dati forniti dall’Agenzia delle Entrate, i governi italiani hanno incassato circa 53,8 miliardi di euro con i condoni fiscali e le sanatorie dal 2000 a oggi. Le cifre coinvolte sono stimate però essere almeno cinque volte più grandi in termini di debiti su cui il condono dello Stato si è reso operativo. E questo impone delle serie riflessioni sull’utilità di queste misure.
Uno dei principali problemi dei condoni fiscali è che scoraggiano l’assolvimento degli obblighi fiscali. I contribuenti sanno che, in futuro, potranno sempre beneficiare di un condono, quindi non hanno alcun incentivo a pagare le tasse in modo regolare. Questo comportamento, nel lungo periodo, può portare ad una riduzione delle entrate fiscali e ad un aumento dell’evasione.
Un altro problema dei condoni fiscali è che favoriscono l’utilizzo di prestanome. I contribuenti che non vogliono pagare le tasse possono utilizzare prestanome per nascondere i propri redditi occulti. In questo modo, possono beneficiare del condono fiscale senza incorrere in alcun rischio.
Infine, i condoni fiscali possono danneggiare la credibilità dello Stato. I contribuenti che pagano le tasse in modo regolare si sentono defraudati quando vedono che i trasgressori vengono perdonati. Questo può portare ad una perdita di fiducia nel sistema fiscale e ad un aumento dell’illegalità.
Una misura straordinaria diventa ordinaria. Ed è un male
Difendere i cittadini più deboli e in difficoltà dalle fragilità che un eccessivo onere debitorio pregresso in condizioni di insolvibilità può far emergere è un conto. Condoni generalizzati legati alla difesa di privilegi di vario tipo e all’emersione di sommersi concentrati nelle parti alte della distribuzione del reddito sono antieconomici, anticoncorrenziali e nemici dello sviluppo.
Lo storico e sociologo Alessandro Volpi, a tal proposito, ha scritto su AltraEconomia che è fallace l’idea di fondo che spesso giustifica i condoni. Quella, cioè, di un fisco irrimediabilmente nemico dei cittadini: a fronte di 1.110 miliardi di euro di crediti non riscossi dall’ente tributario centrale, “la stessa Agenzia stima che solo 110 miliardi circa siano realmente esigibili e le ultime rottamazioni ne hanno già cancellati oltre 40. In pratica di 1.000 miliardi di euro da riscuotere ne restano una sessantina. Non mi sembra perciò che nel nostro Paese ci sia stata mai una “guerra” contro chi non paga, anzi direi che esiste da tempo una pace perpetua”. La pace dei condoni, con buona pace dei furbi.
(da true-news.it)

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