Destra di Popolo.net

STUPRO DI PALERMO, RESPINTA LA RICHIESTA DI SCARCERAZIONE DI UN ALTRO DEGLI INDAGATI

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

RESTANO TUTTI IN CARCERE

Resta in carcere Samuele La Grassa, uno dei sette ragazzi accusati dello stupro di gruppo di una 19enne a Palermo, violentata lo scorso 7 luglio in un cantiere abbandonato del Foro Italico.
Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dal legale del ragazzo, così come avvenuto per altri cinque del gruppo che in precedenza avevano fatto richiesta.
Fra due giorni il Riesame dovrà pronunciarsi anche su quella del minorenne all’epoca dei fatti, prima scarcerato e poi portato in comunità, dopo la pubblicazione di alcuni video sui social e dopo la deposizione di nuove prove dei periti con le chat nel cellulare del ragazzo.
La Grassa, condannato a pagare anche le spese del giudizio, aveva provato a difendersi sostenendo che quella sera non aveva «partecipato attivamente» alla violenza, restando in disparte mentre il gruppo abusava della 19enne. Nelle scorse settimane, il Tribunale del Riesame aveva respinto le richieste di uscire dal carcere dei primi ragazzi arrestati: Angelo Flores, Gabriele Di Trapani e Christian Barone. Stessa sorte ha avuto Christina Marina.
(da agenzie)

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CARCERE DI BIELLA, AGENTI E DETENUTI COINVOLTI NELLO SPACCIO, 57 ARRESTI

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

“A CAPODANNO PIU’ DROGA IN CARCERE CHE A PORTA PALAZZO”

“Era come il paese dei balocchi: la notte di Capodanno c’era più droga nel carcere di Biella che a Porta Palazzo”, osserva uno dei detenuti che ha collaborato con gli inquirenti coordinati dalla procuratrice di Biella Teresa Angela Camelio all’inchiesta sul traffico di sostanze stupefacenti, anabolizzanti, smartphone e microtelefoni culminata con 56 indagati, 53 misure cautelari eseguite martedì in 21 province d’Italia, dalla Sicilia alla Val D’Aosta, delle quali 33 in carcere per altrettanti detenuti, 9 loro famigliari ai arresti domiciliari, oltre a sei agenti della polizia penitenziaria indagati , tre finiti agli arresti domiciliari, tre destinatari della misura di sospensione dall’esercizio della professione.
L’inchiesta portata a termine dagli investigatori della squadra Mobile di Biella ha sgominato un sistema articolato di spaccio all’interno della casa circondariale nella quale il 90 per cento dei 320 detenuti è tossicodipendente, solo 15 per cento era già in carico ai servizi sociali prima di entrare in cella.
Uno scenario allarmante, figlio dell’attività capillare di spaccio organizzata da alcuni detenuti che con la compiacenza delle guardie carcerarie erano in grado di introdurre all’interno del penitenziario 200 pasticche di Subutex a settimana (un farmaco utilizzato per curare la dipendenza da oppioidi), un chilo e mezzo di hashish da rivendere a 60 euro al grammo, un prezzo dieci volte superiore rispetto a quello della strada. E poi gli Smartphone di ultima generazione, in vendita a 1500 euro l’uno, i microtelefoni sul mercato a 500 euro l’uno.
Le tariffe stabilite dai capi dello spaccio per “i cavalli blu”, come erano soprannominate in gergo le guardie penitenziarie, si aggiravano tra i 600 e i 1500 euro a pacco in base al tipo di droga.
Perché nelle sezioni del carcere di Biella si trovava tutto: eroina, cocaina, crack, hashish, marijuana, Subutex e anabolizzanti.
Ogni piazza di spaccio, governata da un capo diverso, all’interno di una specifica sezione vendeva solo un tipo di droga. Una spartizione capillare del territorio e delle sostanze, resa possibile non solo dagli agenti compiacenti, ma anche grazie alla partecipazione dei detenuti che avevano più libertà di movimento all’interno della prigione.
La droga e i cellulari entravano nascosti nei pacchi postali con mittente fittizio, attraverso i lanci dal muro di cinta, venivano portati dai familiari al colloquio oppure entravano con l’ausilio della polizia penitenziaria.
I capi dello spaccio si avvalevano anche della collaborazione dei detenuti in permesso esterno, minacciandoli e tenendoli sotto scacco: vittime di estorsioni hanno inviato delle lettere anonime in procura decidendo di collaborare con gli investigatori della Mobile di Biella diretti da Giovanni Buda.
L’inchiesta, prosecuzione di un primo filone che aveva in carcere un agente della penitenziaria, è decollata grazie a una perquisizione eseguita il 28 aprile 2021 e solo apparentemente dagli esiti fallimentari. Gli investigatori coordinati dalle sostitute procuratrici Paola Francesca Ranieri e Sarah Cacciaguerra, hanno scoperto successivamente che gli agenti della polizia penitenziaria avevano avvisato i detenuti quattro giorni prima, consentendo loro di nascondere i panetti di hashish e i telefoni nell’intercapedine tra la parete e gli armadietti.
Nel dicembre del 2019 gli agenti hanno scoperto che gli smartphone entravano camuffati nelle confezioni di cioccolato, i microtelefoni nell’involucro dei torroncini. La droga era in vendita a ogni ora del giorno, ogni sezione la sua sostanza.
Così l’indice di tossicodipendenza all’interno della popolazione detenuta ha raggiunto picchi del 90 per cento. Secondo il detto che ricorreva tra i detenuti secondo il quale “se la droga non la trovi fuori, la puoi trovare nel carcere di Biella”.
Sono anni che il carcere biellese è al centro dell’attenzione della magistratura. A marzo erano stati sospesi dal servizio 23 agenti in esecuzione di un’ordinanza del gip per il reato di tortura di Stato, commesso all’interno del carcere nei confronti di tre detenuti. Uno solo aveva denunciato.
Qualche mese dopo, a giugno, il tribunale del Riesame aveva tuttavia cambiato posizione e dato un’interpretazione diversa del reato da configurare per quegli episodi: non tortura ma “abuso di autorità”, per quei metodi “anacronistici, rudimentali e spicci” per mantenere l’ordine, che tuttavia – secondo l’analisi del giudice – dovrebbero ricevere un “un trattamento sanzionatorio più severo” rispetto a quello previsto dal codice.
In passato la casa circondariale era stata anche travolta dallo scandalo dei 51 indagati per aver approfittato di una corsia preferenziale per l’esecuzione dei tamponi anti Covid durante le fasi più acute della pandemia.
(da agenzie)

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SUPERBONUS, COSI’ I FURBETTI HANNO GONFIATO I PREZZI: DAI PONTEGGI DI FERRO AI SERRAMENTI, COSTI RADDOPPIATI

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

PREVENTIVI RADDOPPIATI PER ECCESSO DI DOMANDA E RINCARO DELLE MATERIE PRIME

Effetti distorsivi del superbonus sulla legge di domanda e offerta, guerra in Ucraina, pandemia.
Per capire di cosa parliamo quando parliamo del caro-cantieri che ha investito l’Italia negli ultimi tre anni, e anche dei costi che tutto ciò ha avuto e avrà sulle casse dello Stato e del conseguente «mal di pancia» lamentato domenica a Cernobbio dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, basta confrontare i preventivi recapitati a un palazzo di Milano nel 2017 e quelli per grossomodo gli stessi lavori di efficientamento energetico ricevuti nel 2022. Si passa da 508.077 per il preventivo più caro (gli altri due sono da 415 e 349 mila euro) a 1.147.830 euro, a cui vanno sottratti circa 150 mila euro di caldaia, intervento inizialmente non previsto. Il doppio, o quasi. Un caso limite? Fino a un certo punto.
Spostandosi in provincia la situazione non è migliore. «L’aumento medio si attesta intorno al 30%, ma se guardiamo ai singoli materiali da costruzione alcuni aumenti sono molto più significativi» spiega Marco Bandini, membro del consiglio nazionale di Anaci e presidente della sede di Lecco dell’associazione degli amministratori di condominio. «Nel settore delle costruzioni gli aumenti più importanti si registrano a partire da settembre 2020 e vengono mantenuti tali fino alla primavera del 2023, ovvero quando lo sconto in fattura è stato eliminato dal superbonus». Chi ci ha guadagnato? «Bisogna specificare che non tutto è attribuibile alla speculazione dovuta al superbonus – prosegue Bandini -. Gli aumenti dei materiali registrati nel 2021 e nel 2022 dipendono dalla pandemia e dalla guerra tra Ucraina e Russia che ha alimentato la bolla speculativa del caro-energia».
Qualche esempio? Sulla base dei dati del centro studi di Anaci-Lecco il costo di un cappotto termico è passato da 65 a 100 euro al metro quadro, i ponteggi dai 15 euro al metro quadrato del 2020 ai 25-30 di oggi mentre se ad aprile del 2020 sostituire i vecchi serramenti costava 10 mila euro, nel 2022 sono arrivati a costare oltre 15 mila euro. La curva tipica della bolla si vede benissimo, poi, parlando di pannelli fotovoltaici: un impianto medio da 6 kW prima dell’abolizione della cessione del credito ad aprile 2023 si aggirava attorno ai 17.400 euro, nel post-decreto, invece, è sceso a 12.600 euro, più o meno quanto sarebbe costato nel 2019. «Con la domanda in crescita e la disponibilità di impalcature ferma al periodo pre-superbonus non solo si sono dilazionati i tempi di realizzazione dei lavori (fino a 4 anni) ma anche i costi» spiega Riccardo Milani, amministratore di condominio della provincia di Milano. «Personalmente, ho spesso sconsigliato la formula del superbonus per palazzi successivi al 1990. Non solo non c’è beneficio economico ma soprattutto si riduce la possibilità per altri di usufruire dell’incentivo statale, per esempio quegli edifici degli anni ‘60 e ‘70 che necessitano di interventi».
Secondo alcuni osservatori stranieri l’Italia dovrebbe aumentare il deficit/Pil del 2023 al di sopra dell’obiettivo del 4,5% fissato ad aprile per l’impatto del bonus 110%. Stando ai dati dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) l’aumento degli investimenti per singoli interventi dal 2021 al 31 luglio di quest’anno è di circa il 15%. Se al 31 agosto 2021 la cifra media per un condominio era di 547.191,22 euro, a luglio di quest’anno si passa a 636.611,27 euro, quasi 90 mila in più. Per quanto riguarda gli edifici unifamiliari, nel 2021 la spesa media era di 98.264 euro a fronte di circa 117.403 del 2023. Sempre secondo Enea, nel mese di luglio si è registrato un utilizzo costante della detrazione con un incremento, da inizio anno, di 17,5 miliardi di euro. Più di 421.995 gli edifici interessati dai lavori di efficientamento energetico a fine giugno, con 84 miliardi circa il totale degli investimenti; completato l’81,8% degli interventi. La maxi detrazione, dunque, rimane ancora il traino principale del settore edile, nonostante le modifiche introdotte dal recente decreto Cessioni e la riduzione dell’incentivo dal 110 al 90%. «Il superbonus è stato studiato male, ha creato una congestione ed è poi stato cambiato più volte venendo meno al patto fra Stato, imprese e cittadini» analizza Regina De Albertis, presidente di Assimprendil Ance, l’associazione delle aziende edili di Milano, Lodi, Monza e Brianza, la più grande d’Italia. «Il vero responsabile dell’aumento dei costi in cantiere, però, è la crisi energetica. Ora noi chiediamo al governo incentivi stabili, sostenibili e duraturi nel tempo. Siamo pronti a sederci al tavolo con le nostre proposte».
(da La Stampa)

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LO STUDIO DELL’AMBROSETTI: “AUMENTARE GLI STIPENDI? SALIREBBERO PIL E GETTITO”

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

“DIMEZZARE IL GAP SALARIALE CON LA GERMANIA VALE DUE LEGGI DI BILANCIO”

“Agire sulla situazione salariale è dirimente per il futuro del Paese”. E “sostenere che è inevitabile mantenere gli attuali livelli salariali per garantire la sopravvivenza delle imprese, senza chiedersi se sia accettabile avere interi comparti basati interamente sul semi-sfruttamento, forse non è la strategia più opportuna per un Paese solidaristico“.
Non sono tesi dei sindacati di base o delle opposizioni, ma considerazioni del rapporto Global attractiveness index di The European house Ambrosetti.
Per il think tank che organizza il Forum di Cernobbio, durante il quale a sorpresa è emerso che la maggior parte degli imprenditori presenti era favorevole al salario minimo, “un intervento urgente sui salari” è la prima azione da mettere in campo per migliorare l’attrattività e la crescita del Paese.
Perché si tradurrebbe in maggiori consumi, dunque più pil e più gettito fiscale. Il tema di un aumento generalizzato dei salari era stato anticipato proprio in apertura dell’ultimo forum di Cernobbio, venerdì scorso, dall’amministratore delegato di The European House-Ambrosetti Valerio De Molli. Intervistato da ilfattoquotidiano.it, De Molli è stato molto diretto sull’argomento: “Penso che le imprese italiane in generale paghino troppo poco i collaboratori, lo dicono i dati Ocse. Iniziamo noi imprenditori a fare il nostro adeguando i compensi a delle soglie giuste dopodiché gli altri ci seguiranno. Mi rendo conto di dire una cosa a rischio di grande critica e impopolarità in questo contesto fatto di imprese, perché significa far crescere la struttura dei costi. Però è nell’interesse degli stessi imprenditori fare in modo che ci sia più denaro in tasca delle famiglie, più potenzialità di spesa”.
Secondo l’analisi di Ambrosetti, a cui ha lavorato anche un comitato scientifico in cui siedono tra gli altri l’ex Bce Lorenzo Bini Smaghi, l’ex ministro Enrico Giovannini e l’ex Istat Roberto Monducci, servono due interventi coordinati. Il primo per le persone che sono in povertà nonostante lavorino – “l’11,8% del totale dei lavoratori in Italia” -: il problema va affrontato con “adeguati strumenti legislativi” come l’estensione dei contratti nazionali e il salario minimo, appunto, tema che “non dev’essere affrontato ideologicamente”. Serve una discussione sui contenuti, che tenga conto del fatto che nonostante la contrattazione collettiva abbia ampia copertura i ccnl siglati dai sindacati confederali prevedono in alcuni casi soglie minime molto basse. E vengono rinnovati con grande ritardo, cosa che “nell’attuale contesto inflattivo danneggia significativamente lavoratrici e lavoratori”. Il secondo riguarda i salari mediani, indicatore che esprime meglio della media il livello la situazione retributiva di un Paese. Su questo fronte si può agire con la “rimodulazione delle aliquote Irpef“, la solita riduzione del cuneo ma anche lo “spostamento del carico fiscale dai redditi da lavoro ai redditi da capitale“, ovvero colpire di più le rendite finanziarie o i patrimoni. Ricetta di solito non molto gradita all’universo imprenditoriale.
Per arrivare a queste conclusioni lo studio mette in fila dati Ocse, Istat ed Eurostat che mostrano la distanza tra salari italiani ed europei e il progressivo allargamento del precariato e del part time involontario. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha aggiornato di recente le rilevazioni sui salari medi nei Paesi Ue: se nel 2021, anno di forte ripresa post Covid, si era registrato un marginale recupero che aveva portato quelli italiani appena sopra il livello di 30 anni prima, nel 2022 la tendenza si è di nuovo invertita e la media è diminuita.
Risultato: se in Francia e Germania le retribuzioni hanno registrato, rispetto al 1991, aumenti a doppia cifra, in Italia sono scese dell’1%: da 45.342 a 44.893 dollari (a parità di potere di acquisto). Contro i 58.940 guadagnati dai tedeschi e i 52.764 dei francesi.
A contribuire al gap c’è anche il fatto che in Italia solo il 6% dei contratti a termine viene convertito a tempo indeterminato e il 46,7% dei dipendenti precari ha un contratto di 6 mesi o meno. Il tempo parziale, che a inizio anni Novanta coinvolgeva l’11% dei lavoratori, ora riguarda il 18,2%, e in più di metà dei casi non è una scelta.
Riuscire anche solo a dimezzare il divario salariale tra l’Italia e la Germania, calcola il think tank, avrebbe enormi effetti positivi sul pil e sul gettito fiscale. Se le retribuzioni lorde italiane aumentassero in modo da ridurre del 50% il gap con quelle tedesche, i consumi nazionali – anche tenendo conto della propensione al risparmio delle famiglie italiane – salirebbero del 4,8% e il pil del 3,8%, vale a dire 74 miliardi di euro in più. Applicando al nuovo monte salari le aliquote fiscali, poi, si otterrebbe un gettito fiscale aggiuntivo pari a 65,2 miliardi di euro (+12%): più o meno due leggi di Bilancio, nota l’Ambrosetti. Un calcolo che dovrebbe far fischiare le orecchie al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, alla ricerca di coperture per una manovra che si preannuncia complicatissima.
(da Il Fatto Quotidiano)

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MISTERI D’ITALIA: CHE FINE HANNO FATTO I DOSSIER SULLA STRAGE DI USTICA, LE RELAZIONI SULL’ATTENTATO ALLA STAZIONE DI BOLOGNA, I DOCUMENTI SUL MASSACRO DELL’ITALICUS? SONO TUTTI SCOMPARSI

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

L’INTERO ARCHIVIO DEL MINISTERO DEI TRASPORTI, RELATIVO AGLI ANNI DAL 1968 AL 1980, ANNO DELLA TRAGEDIA DI USTICA, È SPARITO. DI CHI È LA MANINA CHE HA PREFERITO NASCONDERE LE CARTE UTILI A INDIVIDUARE LE RESPONSABILITÀ DEGLI “INCIDENTI”?

Non ci sono più le carte che facevano riferimento alla strage di Ustica, e neppure le relazioni sull’attentato alla stazione di Bologna. Niente sulla bomba del 1980 e niente su quelle fatte esplodere o ritrovate nel ‘69 sui treni a Pescara, Venezia, Milano e Caserta. Neppure del massacro dell’Italicus dell’agosto del 1974 c’è più traccia. È scomparso tutto, ogni documento, ogni relazione.
E per non rischiare di lasciare qualche traccia hanno fatto sparire l’intero archivio del ministero dei Trasporti e tutta la documentazione del ministro e del suo Gabinetto. Hanno creato un buco nero che va dal 1968 al 1980, gli anni delle stragi fasciste e della strategia della tensione dell’eversione nera. Una voragine, nella quale è stato inghiottito un pezzo di storia del Dc9 dell’Itavia e di tutte le altre, di cui la Presidenza del Consiglio dei ministri ha dovuto prendere atto in un documento ufficiale del 12 ottobre 2022.
È tutto scritto nero su bianco nella relazione annuale del Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato della documentazione a cui fanno riferimento le direttive Renzi e Draghi. Direttive che avevano come obiettivo quello di desecretare e rendere pubblici gli atti relativi alle stragi italiane.
A ottobre scorso a conclusione dei lavori il Comitato «ha dovuto rilevare che, nel recente passato, le amministrazioni hanno avuto talora scarso controllo della propria documentazione, soprattutto di quella non più in uso, e tale circostanza ha causato in alcuni casi dispersioni e perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica».
Di cosa si tratta viene spiegato a pagina 23 (la penultima della relazione): «Non è accettabile che, in un periodo di tempo prolungato, che va dalla fine degli anni ‘60 agli anni ‘80, possa mancare del tutto la documentazione relativa al Gabinetto del ministro dei Trasporti pro tempore nonché le serie archivistiche relative all’attività del ministero, per il settore dei trasporti, riferito al periodo delle stragi che hanno segnato tragicamente il nostro Paese».
Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Ustica, parla «di fatto inquietante», non solo perché da quegli archivi si potevano «trarre informazioni utili sul Dc9 abbattuto, ma in generale su tutte le stragi di quegli anni». Manca insomma «un pezzo di storia dell’Italia», ma non è l’unico problema «perché anche il materiale consegnato è spesso disordinato e quindi inutilizzabile ai fini di una lettura complessiva».
Andrea Benetti, che fa parte del Comitato per conto dei parenti di Ustica, racconta: «Col ministero dei Trasporti abbiamo avuto lunghe interlocuzioni, inizialmente ci dicevano che non sapevano bene cosa cercare, per poi essere costretti ad ammettere che non c’erano più gli archivi». Questo è solo una parte del problema perché, aggiunge, «in generale non ci è stata consegnata una sola carta che sia utile ad aggiungere qualche tassello su Ustica».
Vale per «i servizi e per i ministeri». E non solo, perché, non c’è «neppure un documento proveniente dalla Prefettura di Bologna: come è possibile una cosa del genere?»
(da La Repubblica)

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IL DURISSIMO ARTICOLO DEL QUOTIDIANO TEDESCO “SUDDEUTSCHE ZEITUNG” CONTRO LA (NON) STRATEGIA DEL GOVERNO MELONI PER IL TURISMO

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

“IL POPULISMO DI DESTRA RIVELA LA SUA INADEGUATEZZA IN MODO IMPRESSIONANTE. LA CAMPAGNA ‘OPEN TO MERAVIGLIA’, PIENA DI LUOGHI COMUNI E DI ERRORI IMBARAZZANTI, SI È TRASFORMATA IN UN DISASTRO”… “GLI ITALIANI RESTANO SEMPLICEMENTE A CASA, CON LE BOLLETTE E IL MUTUO DA PAGARE”

Nei primi cinque mesi dell’anno le esportazioni italiane verso i Paesi extraeuropei sono aumentate del 31,6% rispetto al 2019, quelle tedesche del 12,5% e quelle francesi del 5,2%. Questo testimonia la resilienza e l’adattabilità dell’industria italiana in tempi di crisi. L’Italia esercita un forte appeal anche come destinazione turistica: la penisola mediterranea è dotata di uno stile di vita invidiabile, di tesori artistici e culturali e di diverse attrazioni paesaggistiche. Ma il potenziale è ostinatamente ignorato dai politici.
Per decenni, gli italiani hanno pagato questo disinteresse con la perdita di opportunità di crescita. Il Sud Italia attira meno turisti internazionali delle Isole Canarie, che a loro volta hanno meno abitanti della provincia di Napoli. È difficile da credere. Il Mezzogiorno italiano ha un paesaggio culturale di incomparabile ricchezza. Si estende su più di un terzo dello stivale e si presenta con 5500 degli 8000 chilometri di coste italiane. Ma il potenziale giace incolto.
Una campagna pubblicitaria multimilionaria si è trasformata in un disastro di marketing per l’Italia. Il Paese non può permettersi questa mancanza di strategia. Finché il Sud non recupera le sue carenze, il Nord ricco, innovativo e dinamico può conquistare i mercati mondiali, ma da solo non riuscirà a far uscire l’Italia indebitata dalla sua crisi permanente. Il rafforzamento di un’offerta turistica attraente nel Sud Italia potrebbe creare opportunità di guadagno diffuse. Ma Roma non ne vuole sapere.
Quando il governo guarda all’Italia come destinazione turistica, vede un paradiso vacanziero senza eguali. Quello che non vede è la necessità di agire. Da quando Daniela Santanchè si è insediata come ministro del Turismo dieci mesi fa, ha inviato un comunicato stampa patriottico per ogni festività.
Il tenore: “Il 95% degli italiani sceglie l’Italia per le vacanze di Pasqua e fa una dichiarazione d’amore per la nostra nazione”. Naturalmente, i loro connazionali afflitti dall’inflazione non rinunciano a un breve viaggio a Tenerife per dimostrare la loro fedeltà alla patria. Restano semplicemente a casa, con le bollette della luce e le rate del mutuo da pagare.
Quando il 41% degli italiani ha rinunciato alle vacanze estive e centinaia di migliaia sono fuggiti attraverso l’Adriatico verso l’Albania per sfuggire al rincaro dei prezzi in patria, il collega di governo della Santanchè, Francesco Lollobrigida, ha dichiarato: “Dobbiamo spiegare al mondo che la nostra alta qualità ha un prezzo”. All’epoca, il governo aveva appena incassato il corposo annuncio della Santanchè che il 2023 sarebbe stato un anno record per il turismo italiano.
Certo, una politica turistica sostenibile non è la sfida più difficile per la coalizione di Giorgia Meloni, visti i problemi finanziari dell’Italia, l’aumento dei prezzi e la crisi migratoria. Ma messo alla prova, il populismo di destra rivela la sua inadeguatezza in questo campo in modo particolarmente impressionante.
Tutto è iniziato con il mega flop della campagna pubblicitaria internazionale “Open to meraviglia”. Ad aprile, il ministro del Turismo di Daniela Santanchè ha usato la Venere di Botticelli come influencer virtuale con un budget di nove milioni di euro per stuzzicare l’appetito delle giovani generazioni di 30 Paesi per la bella Italia. Il risultato: un disastro di marketing. Piena di luoghi comuni e di errori imbarazzanti, la campagna ha scatenato una bufera in rete e ha mancato il suo target di riferimento. Alla fine di giugno, la campagna si è completamente spenta. La Corte dei Conti sta ora indagando per sospetto spreco di denaro pubblico.
Nella vita privata, la Santanchè è già da tre mesi nei guai con la giustizia. I pubblici ministeri accusano l’imprenditrice di frode contabile e bancarotta fraudolenta. In Parlamento, la coalizione ha respinto a malincuore una mozione di censura nei suoi confronti. Le carenze di personale della Meloni sono troppo grandi. “Nel 2012 il nostro partito Fratelli d’Italia aveva diverse centinaia di iscritti e una decina di dirigenti”, ha dichiarato lunedì al Corriere della Sera il cognato, ministro dell’Agricoltura Lollobrigida. Dopo dieci mesi di governo, dunque, è: Avanti dilettanti.
Ulriche Sauer
(da “Suddeutsche Zeitung”)

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SONO AUMENTATE DEL 37% LE TELEFONATE AI CENTRALINI ANTI-SUICIDIO: UN TERZO DI CHI CHIEDE AIUTO HA MENO DI 26 ANNI, E SONO IN CRESCITA ANCHE GLI UNDER 19 CHE CERCANO UN SOSTEGNO

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

LA ONLUS “TELEFONO AMICO”: “È UN DATO CHE TESTIMONIA IL GRANDE DISAGIO VISSUTO DAI GIOVANI, CHE SI TRADUCE IN UN AUMENTO DELLE RICHIESTE RELATIVE A DIFFICOLTÀ ESISTENZIALI E RELAZIONALI”

Sono state oltre 3.700 le richieste d’aiuto, circa 20 al giorno, arrivate nei primi sei mesi del 2023 a Telefono Amico Italia per gestire pensieri suicidi. Il 37% in più rispetto al primo semestre del 2022 e quasi un terzo arrivano dai giovani under 26.
Le segnalazioni – si legge nello studio – sono arrivate prevalentemente da giovani tra i 19 e i 35 anni (il 18% tra i 26 e i 35 e il 17% tra i 19 e i 25) e da adulti tra i 46 e i 55 anni (il 16%), ma negli ultimi anni è stato registrato un aumento di contatti anche da parte dei giovanissimi (under 19) soprattutto via Whatsapp e mail.
Gli individui a rischio di suicidio – prosegue Maurizio Pompili, Ordinario di Psichiatria alla Sapienza Università di Roma – non vorrebbero pensare alla morte, bensì vorrebbero veder alleviato il proprio dolore mentale; una manovra attuabile comprendendo lo stato di sofferenza, grazie anche all’intervento di professionisti della salute e di volontari. Sono definiti fattori protettivi l’avere una rete sociale e familiare efficace, avere bambini in casa, coltivare una dimensione spirituale. E ancora avere del tempo da dedicare ad un’attività ricreativa e non andare incontro al superlavoro. Anche il sonno è un elemento fondamentale. Infine, comportamenti a rischio sono l’abuso di alcool e droghe: evitarli è, quindi, sicuramente protettivo per la mente».
Nel complesso, considerando tutti e tre gli strumenti di ascolto, il 29% delle richieste d’aiuto relative al suicidio arrivano da under 26. «È un dato che preoccupa – commenta la presidente di Telefono Amico Italia – e che testimonia il grande disagio vissuto dai giovani in questo periodo; disagio che non si manifesta solo nelle segnalazioni legate in maniera specifica al suicidio, ma si traduce in un aumento generale delle richieste di aiuto relative a difficoltà esistenziali e relazionali e che trova purtroppo eco anche negli ultimi gravi fatti di cronaca. Diventa quindi sempre più urgente affrontare il problema e trovare il modo di stare accanto ai più giovani».
(da il Messaggero)

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IL CABARET DELL’ESTATE E’ GIA’ FINITO: BAMBOLE NON C’E’ UNA LIRA

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

DOPO IL VAUDEVILLE E’ TEMPO DI CONTI E QUELLI PUBBLICI NON TORNANO

Settembre andiamo, è tempo di migrare. Se ne va anche Open to Meraviglia, la figurina di Daniela Garnero coniugata Santanchè, diventata ben presto una figuraccia da mezzo milione di euro. Se ne vanno i granchi blu, chi torna in America, chi finisce nel caciucco. Sparisce il solleone, arrivano Betty e Poppea. S’allontanano i turisti tra le pantegane del Colosseo. Ma ben altre migrazioni sfidano questo settembre che s’annuncia oscuro, tra voltafaccia africani e lamentele europee. Settembre è tempo di conti, quelli pubblici che non tornano, ora meno che mai; la questua non è mai finita, ma le casse si sono svuotate. Riaprono le scuole, è l’eterno ritorno del sempre uguale. Ricomincia la stagione teatrale, anche se le recite non si sono mai fermate. L’estate più rovente del secolo (o forse no) ha portato alla ribalta vecchi e nuovi protagonisti, tra rumori fuori scena e primattori in cerca di copioni. Ce ne sono alcuni degni dei più brillanti vaudeville e altri che introducono a veri e propri drammi della solitudine. Guido Crosetto rinnegato davanti al generale La Qualunque, Antonio Tajani alla ricerca del partito perduto, Carlo Nordio che sfoglia le pagine della sua riforma come petali di margherita, Maurizio Leo che non può ridurre le tasse e, solo ancor più di tutti gli altri, Giancarlo Giorgetti, le cui parole suonano come melanconiche campane del vespro. Peccato perché la calda estate non è stata avara di risate.
Leccornia blu. Uno degli sketch più esilaranti l’ha interpretato Luca Zaia, il quale ha esibito in tv il crostaceo killer come fece Boris Johnson con le aringhe quando voleva difenderle dalla “dittatura europea”, o come l’indimenticabile cetriolo di Matteo Salvini che la Ue insisteva a tutti i costi di raddrizzare, e invece lui, al pari del legno storto kantiano, rifiutava ogni maneggio. Il vorace mangiatore di cozze (anche pelose), vongole e telline provoca “un cataclisma” secondo il presidente della regione Veneto, che ha ottenuto dal governo ben 2,9 milioni di euro, anche se non bastano (naturalmente). Intanto i supermercati Despar lo vendono ai clienti in cinque regioni del nord, “considerando anche le alte qualità alimentari del prodotto e la sua versatilità culinaria”. A Napoli va a ruba a 3,50 euro al chilo, altrove è partita già la bolla: cinque euro in laguna, persino 13 altrove. Vengono spediti anche in America dove è una vera leccornia. Nella zuppa, grigliato, saltato in padella, da provare sulle linguine al posto dell’astice o con spaghetti e bottarga. Non è made in Italy? Ma ci si possono fare bei soldini e la vigile Coldiretti guida la carica degli chef: cuciniamolo in ogni modo.
Di cifre e diete. L’associazione, già pilastro della Democrazia cristiana, oggi è una delle lobby più agguerrite. Non molla un colpo, ha una cifra per ogni cosa. Cifra tonda? Cifra dispari perché dà un tono di maggior precisione. Il solleone arroventa e in un attimo arriva la stima delle perdite. Arriva Poppea, e dopo il primo acquazzone sa già i danni della tempesta. Ha sempre avuto una conoscenza capillare del territorio, zolla per zolla, ma adesso dovrebbe essersi dotata di super calcolatori. Segue il conto della spesa da inviare al ministero, anzi al ministro in persona, il fido Lollo, alias Francesco Lollobrigida, sì, il signor cognato che, complici i sogni di mezza estate, si è lanciato in una nuova teoria economico-dietetica: i poveri mangiano meglio e vivono di più, perché comprano cibo sano dai piccoli coltivatori (diretti o indiretti non importa in questo caso). Gli ha fatto eco Bruno Vespa su X: guardate quegli obesi miliardari americani che muoiono molto prima dei poveri smilzi italiani. Certo, guardiamo Mark Zuckerberg maestro di arti marziali, o lo stesso Bill Gates che non è più l’occhialuto ragazzo di un tempo. Quanto a longevità miliardaria, che dire di Warren Buffett (93 anni) o dell’altro novantenne arzillissimo, Rupert Murdoch, il quale, in quanto australiano diventato americano, deve aver trangugiato le peggiori pietanze dell’occidente?
Fratelli egemonici. Finisce in farsa anche l’egemonia culturale così cara al ministro Gennaro Sangiuliano. Alla disperata ricerca di egemonisti d.o.c., s’è imbattuto in Marco Castoldi, cantante milanese apprezzato in particolare per la tenuta del gel con il quale sorregge un improbabile ciuffo e per le foto hot con l’allora compagna Asia Argento (degna di Gustave Courbet quella in cui con la mano protegge la di lei origine del mondo). Si fa chiamare Morgan come il famoso pirata, con un ego degno di un otre, su di giri più che mai, s’è esibito a Selinunte in un refrain di insulti volgari prima ancora che omofobi. Ha ricevuto un altolà da Marracash e, in attesa che scenda in campo Fedez (niente meno), è stato difeso da Vittorio Sgarbi, vice ministro fino a prova contraria. Lo scontro di civiltà è cominciato. E Sangiuliano attonito non può non sentirsi come l’apprendista stregone.
Solitudine dei numeri uno. Ben più tristi e solitari s’aggirano gli uomini ai quali era stata affidata l’egemonia politica. Prendiamo Crosetto che risponde da uomo di governo al generale Roberto Vannacci, anche lui egemonista in fieri con il libro autopubblicato, dizionario dei luoghi comuni destrorsi. Ebbene, sull’uomo senza il quale Fratelli d’Italia probabilmente non esisterebbe, è calato il gelido silenzio dei colleghi. Fratelli coltelli? Carlo Nordio, punta di diamante della grande riforma garantista, ha dovuto raffreddare i suoi eroici furori. Se ne parlerà l’anno prossimo. Forse. Contro la fortezza giudiziaria si sono infranti principi del foro e insigni giuristi; l’ex pm veneziano conosce bene il potere di mettere in scacco chiunque, da destra o da sinistra, voglia riequilibrare i poteri dello stato liberal-democratico. Sembra un lontano richiamo della foresta quello di Antonio Tajani ai mancati eredi politici di Silvio Berlusconi. Come il biblico Daniele circondato da leoni, gattopardi, iene e sciacalli, resta fermo al centro dell’arena. Si rende conto che già stanno facendo i conti di qui alle elezioni europee del prossimo anno: un pezzo a me, un pezzo a te, e a lui le briciole? E’ apprezzabile la fattiva rassegnazione del plenipotenziario fiscale Maurizio Leo. La riduzione delle aliquote Irpef costerà più di 4 miliardi. E almeno 10 miliardi servono per il cuneo fiscale.
L’inflazione ha un impatto perverso: i prezzi salgono e gonfiano i redditi lordi i quali fanno scattare le aliquote, i cittadini pagano, lo stato incassa di più, ma non abbastanza per abbattere le maggiori imposte. I sindacati chiedono un intervento per bloccare questa scala mobile fiscale insieme al taglio dei contributi: fiscal drag e cuneo farebbero saltare ogni compatibilità finanziaria. Soli restano i servitori dello stato che cercano una logica nelle tante follie. Tra questi vogliamo citare Ernesto Maria Ruffini. Per difendere “milioni di italiani ostaggio da troppi anni dell’Agenzia delle entrate” è sceso in campo Salvini. Lui che cerca in ogni modo di fare il controcanto a Giorgia Meloni si è sentito spiazzato quando la capo del governo ha parlato di “pizzo di stato” e non ha voluto essere da meno. Ruffini ha risposto per le rime: “Deve essere chiaro, il contrasto all’evasione non è volontà di perseguitare qualcuno. L’Agenzia è una amministrazione dello stato, non un’entità belligerante”. Hombre vertical o, meglio, vero civil servant.
Le rinunce del Tesoro. In mezzo al circo, assordato dalla cacofonia dei tromboni, è finito Giancarlo Giorgetti. Sul tavolo del Tesoro s’accatastano le liste della spesa, le richieste legittime e no, le suppliche non più imperiali, ma presidenziali. Bisogna tutelare le famiglie in difficoltà, sostenere quelle che fanno più figli, compensare il caro energia, pagare le pensioni anticipate per “seppellire la Fornero” (la riforma sia chiaro), ridurre gli oneri sociali, rimborsare la tassa da inflazione e via via spendendo. Si parla di una legge di Bilancio che stanzi almeno 35 miliardi di euro e nel frattempo si scopre un buco da 20 miliardi nelle entrate fiscali. Insomma, niente trippa per gatti, “andranno fatte rinunce” ripete Cassandra Giorgetti, ma “Nun ce vonno sta”, come si dice dalle parti di Chigi.
Lo stato ospedale. Il divario tra la politica degli annunci e la politica del fare si allarga mese dopo mese. “Assumiamo il controllo strategico della rete fissa”, è il napoleonico proclama di Giorgia Meloni. Poi tocca a Giorgetti spiegare che il governo prende una quota di minoranza (il 20 per cento) e comunque non intende spendere più di 2,6 miliardi di euro, tanto quanto pensa di incassare dalla imposta sui superprofitti delle banche, che in realtà non tassa i profitti, tanto meno i super, ma i ricavi e assomiglia a una patrimonialina. Anche qui è toccato al ministro dell’Economia gettare acqua sul fuoco populista e riportare il provvedimento a più miti consigli: verrà colpito non più dello 0,1 per cento degli attivi bancari, così da non mettere a rischio il patrimonio delle banche che nei prossimi mesi prevedono di dover affrontare seri problemi perché il ciclo economico è cambiato e rischia di invertirsi del tutto. Ma sui conti torniamo fra poco, perché capire come funzionerà il “controllo strategico” è molto complicato e ne spunta una al giorno, l’ultima è prendere tutta Sparkle (cavi sottomarini), valutata 1,25 miliardi.
Che cosa farà il fondo americano, riscuoterà la maggior quota di cedole per l’affitto della rete agli operatori? Solo un quinto del ricavato andrà al Tesoro che, per ripagarsi dell’investimento, dovrà attendere un certo numero di anni. E si stanno facendo i conti senza l’oste francese: la Vivendi di Vincent Bolloré che è ancora il primo azionista di Tim con il 23,75 per cento valuta la rete 31 miliardi, non i 27 dell’accordo governo-KKR (17 dei quali sono debiti). Un rialzo per trattare, oppure prepara lo scontro aperto in assemblea? Nel frattempo, bisogna pensare all’altra società della rete, Open Fiber, con quattro e rotti miliardi di debiti che saliranno a sei vista anche la caduta dei ricavi. Più che controllo strategico siamo dentro a un complesso e per ora confuso salvataggio. Più che lo stato industriale, innovatore, imprenditore che dir si voglia, torna (perché in realtà non se n’è mai andato) lo stato ospedale. E torna proprio mentre le sue risorse si stanno riducendo. Da una parte si teorizza e si pratica l’espansione della mano pubblica, dall’altra risputano le privatizzazioni. In campo c’è il Monte dei Paschi di Siena che andrà venduto l’anno prossimo in base agli accordi raggiunti a Bruxelles. Tajani propone di aggiungere quote dei porti e ospedali, ma Fratelli d’Italia e Lega lo ha bloccato. Zig e zag per rastrellare qualche euro in più.
Le trombe del giudizio. Arriviamo, così, al cuore della intera faccenda. Come dicevano gli impresari del varietà alle loro soubrette: “Bambole, non c’è più una lira”. Per nove mesi hanno suonato le trombe della vittoria, attenti che non squillino adesso le trombe del giudizio. L’Italia ha vissuto un boom del tutto ragguardevole, tuttavia nell’ultimo trimestre il prodotto lordo è diminuito di quattro decimali, meno 0,4 per cento. Aspettiamo i dati estivi, ma la frenata è evidente. Lo dice l’Istat, non la Cgia di Mestre che, forse ancora sotto i colpi di Caronte, ha tirato fuori che il Mezzogiorno d’Italia cresce quattro volte più della Francia e della Germania messe insieme. Qualcuno ha ironizzato sulla statistica trilussiana, ma nell’associazione sindacale di artigiani e piccoli imprenditori veneziani non ci sono bambini delle elementari, forse volevano sfatare il luogo comune di un sud che affonda nella palude del sottosviluppo, intendevano opporsi al solito piagnisteo. D’altra parte ammettono che in ogni caso il pil del Mezzogiorno continuerà a muoversi con un passo più lento rispetto al centro e al nord Italia. Forse si sono spiegati male, forse è colpa di noi giornalisti, o forse c’è un po’ di captatio benevolentiae. Fatto sta che si sono aggiunti al coro di chi canta il vecchio ritornello senza accorgersi che la musica è cambiata. Oh sì, e come è cambiata. La Germania è bloccata, la Cina arranca. Possiamo anche gioirne perché siamo stufi delle reprimende tedesche e perché i cinesi sono avversari strategici se non veri e propri nemici, ma a chi lo piazziamo il made in Italy, a chi diamo i pezzi per fare le automobili e così via via esportando?
Il partito del grand tour. Ci salverà il turismo, il nostro oro nero come si continua a ripetere. Davvero? Finora è stata una delusione, ai primi di agosto s’è visto un calo del 30 per cento. Si sono aggiunte nuove mete dall’Albania alla Tunisia. Finora il Bel Paese era solo quarto in Europa dopo Francia, Spagna, Grecia. Tra i paesi più visitati al mondo la Francia è imbattibile, l’Italia segue Spagna, Stati Uniti e Cina (ma qui i dati risalgono a prima della pandemia). Le cifre vere sono noiose, quelle immaginarie sono fruttuose. Insieme al “partito dei contadini”, il “partito del grand tour” ha una capillarità, una forza di pressione e una influenza davvero fuor del comune. Si fa a gara a prendere nei comuni e nelle regioni la poltrona di assessore al Turismo. E Fratelli d’Italia batte tutti sotto la guida di Daniela già Santanché e Francesco Lollobrigida: una legione nazionale dalla Liguria alla Lombardia, dalle Marche alla Sicilia dove spicca Manlio Messina. Da assessore al Turismo della giunta Musumeci, si è inventato SeeSicily, un mega progetto di propaganda costato 70 milioni. Allegria. Lui ha scalato i vertici del partito ed è diventato vice presidente del gruppo FdI alla Camera. Ma sul colossale spreco si sono mobilitate tre procure: quella penale, quella della Corte dei Conti e quella europea.
Un piano poco Fitto. Per rilanciare il turismo bisogna investire in infrastrutture e servizi, non in specchietti per le allodole. Il Pnrr punta su una forte digitalizzazione, necessaria, ma non sufficiente. Ci sono quasi tre miliardi di euro, gli unici assegnati sono quelli per i borghi con ben 228 progetti. Il piano, del resto, è in forte ritardo ovunque, peggio di tutti nella transizione ecologica. Sono in pericolo anche il rinnovo del parco ferroviario e i nuovi studi di Cinecittà. Il ministro Raffaele Fitto, plenipotenziario per il Pnrr, lavora alla revisione promessa. La terza rata di 18,5 miliardi di euro dovrebbe arrivare entro settembre, il governo non ha chiesto la quarta rata: non mancano i soldi (finora sono entrati 67 miliardi), mancano i progetti esecutivi. E’ una delle priorità del governo che per la prossima legge di Bilancio punta sul taglio al cuneo fiscale, sostegni alle famiglie numerose e ai redditi più bassi, la sanità per la quale il Pnrr stanzia davvero troppo poco. E’ ancora presto per dare i numeri, non per definire le priorità e qui c’è ancora nebbia fitta.
Mal d’Africa. Abbiamo lasciato per ultima l’emergenza numero uno, non perché vogliamo trascurarla, ma, al contrario, perché ci sembra la più chiara e drammatica rappresentazione del fossato tra annunci e realtà. Da Lampedusa a Trieste è tutto un allarme, mentre la strategia africana del governo non funziona. Gli sbarchi stanno raggiungendo il boom del 2016 (ne arrivarono 181 mila). L’accordo con il presidente tunisino Kaïs Saïed (105 milioni dalla Ue per “governare” i flussi migratori) non ha fermato i barchini (hanno portato oltre 30 mila persone), mentre arriva lo schiaffone dalla Libia che rifiuta persino il nuovo ambasciatore italiano. Salvini rilancia la sua politica dei muri, non partecipa alla “cabina di regia” e sfida: vedremo loro cosa saranno capaci di fare. Il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, salviniano doc che aveva esordito tuonando contro “il popolo dei rave”, ormai viene chiamato prefetto di gomma. Se l’Africa non mantiene le promesse che dire dell’Europa? Non c’è una politica migratoria, ma il paradosso per Giorgia è che a impuntarsi sono i governi sovranisti di Polonia e Ungheria.
Patti chiari e lati oscuri. Ce lo impone l’Europa è sempre stato il grande alibi di chi governa sia a sinistra sia a destra, sia pur con intenti e significati opposti. Adesso anche qui siamo a una strategica resa dei conti. Con la pandemia sono state sospese le vecchie regole: un tetto pari al 3 percento del pil per il deficit pubblico e del 60 per cento per il debito. C’è un’ampia consapevolezza che non abbiano funzionato, anzi hanno avuto una funzione pro ciclica intrinseca, lo ha ricordato Mario Draghi l’11 luglio scorso a Cambridge (Massachusetts): “Ogni volta che un paese cresceva rapidamente avrebbe visto entrate inaspettate che avrebbero fatto sembrare il tetto del deficit allentato, portando a sua volta a impegni di spesa crescenti e deficit più elevati. Ma se il ciclo avesse avuto un cambiamento brusco, quelle entrate sarebbero svanite mentre gli impegni sarebbero rimasti riducendo rapidamente lo spazio fiscale”. Il patto non ha evitato la crisi dei debiti sovrani nel 2010, né ha garantito la stabilità finanziaria, il compito è toccato alla Bce con la svolta del 2012, quanto alla crescita è stata favorita anch’essa da un costo del denaro sotto zero e un massiccio acquisto di titoli di stato: un quarto del debito italiano, 685 miliardi di euro ai quali vanno aggiunti i 383 miliardi nelle casse delle banche italiane. La riforma presentata dal commissario Paolo Gentiloni introduce maggiore flessibilità e si affida a una contrattazione con i singoli stati che tenga conto delle diverse condizioni e delle singole necessità. La Germania chiede una bussola comune per evitare una discrezionalità eccessiva, fonte di conflitti spesso non ricomponibili. Su questo ha ragione, anche se ripropone un rigido automatismo (almeno l’un per cento di riduzione annua del debito) che rischia di ripetere i vecchi difetti. Non si torna indietro, ma non si va avanti abbastanza. Mentre l’Italia può restare incastrata. La Commissione europea vorrebbe chiudere il negoziato al 31 dicembre, qualche settimana prima di andare a casa. Vedremo i risultati elettorali, ma è facile prevedere che la nuova commissione sarà più conservatrice anche nelle politiche di bilancio, lo sono del resto gli stessi governi “sovranisti” che piacciono alla Meloni. La riforma attribuisce maggiori poteri di indirizzo e di controllo a Bruxelles, soprattutto sui paesi ad alto debito, siamo sicuri che non sarà penalizzata proprio l’Italia?
Italia in trappola? Il governo intende mettere in un solo paniere tutte le uova europee, Mes compreso, con il rischio di fare una frittata e chiede di prendere tempo, tuttavia il nuovo patto non potrà operare retroattivamente sul bilancio 2024 né sulla Nadef 2024-27. Il problema è avere una proposta sulla quale costruire un consenso, non battersi per una tregua. Escludere dal calcolo del deficit gli investimenti per la riconversione verde e digitale, oltre alle spese militari, fa senso, tuttavia non sarebbe un gran sollievo se viene previsto per i paesi ad alto debito con “squilibri macroeconomici eccessivi” (l’Italia e la Grecia) che la procedura per disavanzo eccessivo scatti automaticamente e non riguardi solo la finanza pubblica, ma anche le politiche di riforma. Draghi nel suo discorso ha avanzato alcune proposte ambiziose: 1 – “un bilancio centrale a fini di stabilizzazione e trasferimenti fiscali transfrontalieri”, due condizioni che dovrebbero accompagnare la politica monetaria e attenuarne gli effetti negativi; 2 – una spesa “federalizzata”, cioè in capo all’Unione europea per una quota delle risorse necessarie a raggiungere gli obiettivi strategici condivisi; 3 – “l’emissione di debito comune per finanziare questo investimento”. Ma il governo da lui presieduto si è limitato a sostenere la riforma Gentiloni. Non c’erano le condizioni politiche per fare altro, eppure sulle regole europee dalle quali dipende gran parte del nostro futuro, non si è aperto un dibattito nazionale e non lo si sta aprendo nemmeno adesso. Secondo Draghi “gli europei oggi hanno solo tre opzioni: paralisi, uscita o integrazione”. Altro che granchi blu, bisogna temere i sorci verdi. La nostra carrellata non ha una conclusione, tanto meno pistolotti finali. Tornano a sventolare le bandierine (autonomia per la Lega, premierato per i Fratelli), s’infiamma la polemica sui colossali sprechi del bonus edilizio (girano le cifre più disparate: 60, 73, 86 miliardi di euro) che è stato ridotto, ma non è scomparso, come del resto il Reddito di cittadinanza sul quale si scatena la piazza populista, fino a minacciare via social media Giorgia Meloni. Finita la luna di miele e ancora non cominciata la conta elettorale, sarebbe meglio fare un serio tagliando alla macchina che sta per incepparsi ben bene.
(da ilfoglio.it)

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CHI E’ VINCENZA REPACI, LA FERROVIERA 25ENNE CHE DISSE TRE VOLTE NO AI LAVORI SUI BINARI DI BRANDIZZO

Settembre 5th, 2023 Riccardo Fucile

ERA IN SALA CONTROLLO A CHIVASSO E SE AVESSERO SEGUITO LE SUE INDICAZIONI LA TRAGEDIA SAREBBE STATA EVITATA

Si chiama Vincenza Repaci (per tutti Enza) ed ha 25 anni, la testimone chiave nell’inchiesta della procura di Ivrea sulla strage ferroviaria di Brandizzo. È lei la giovane dirigente di movimento delle Ferrovie che era di turno alla sala controllo di Chivasso quella sera del 30 agosto.
E fu lei, dunque, giovane ma quanto mai consapevole delle proprie responsabilità, a negare per tre volte l’autorizzazione all’inizio dei lavori sui binari sulla tratta Torino-Milano.
Avvertimenti ignorati da chi vigilava sulla squadra di operai della Sigifer, per ragioni che saranno le indagini ad accertare. Originaria della Val di Susa, Repaci era stata destinata al posto di Chivasso dopo un periodo di formazione ad Alessandria.
I suoi colleghi, riporta il Corriere, la descrivono come una dipendente «appassionata del suo lavoro, scrupolosa, precisa». Ieri, a quattro giorni dal tragico schianto del treno, è stata sentita per tutto il giorno dai pm della procura di Ivrea, Giulia Nicodemi e Valentina Bossi, che coordinano le indagini della Polfer.
E ha ribadito la versione che emerge anche dalle registrazioni delle telefonate di quella sera: «L’ho detto per tre volte: i lavori non dovevano cominciare perché era previsto il passaggio di un treno», ha spiegato Repaci rievocando i ripetuti scambi avuti con Antonio Massa, il tecnico di Rfi deputato alla «scorta» del cantiere Sigifer, ora indagato insieme con il capocantiere Andrea Girardin Gibin.
«Deve passare un treno in ritardo», gli disse la donna in una prima conversazione. «Non potete farlo (i lavori, ndr) prima di mezzanotte», gli ribadì in una seconda telefonata di richiesta di autorizzazione.
Quindi la terza, drammatica telefonata, in cui ai dubbi di Massa sul ritardo del convogli merci in arrivo da Alessandria Repaci lo ferma ancora una volta: «Aspetta che chiedo».
I ragazzi della Sigifer, a quel punto, sono però già al lavoro sui binari. E non c’è più il tempo di evitare la strage: il treno arriva ad alta velocità e travolge i cinque, mentre Massa è con ogni probabilità ancora al telefono con la dirigente movimento. «Ho sentito un colpo, come di una bomba. Poi è caduta la linea», avrebbe raccontato ieri la donna ai magistrati. Repaci richiama Massa, che le risponde sotto choc: «Sono tutti morti».
La deposizione in procura e l’orgoglio della madre: «Ha gestito tutto al meglio»
Sconvolta dall’accaduto, la giovane ferroviera ha staccato la spina per qualche giorno, lontano dal posto di lavoro. Quindi ieri è rientrata, ed è stata tutto il giorno a colloquio con i magistrati. Cui oltre alle telefonate di quelle ore convulse ha spiegato tanto altro, sforzandosi di ricostruire ogni dettaglio utile di quella notte, così come il contesto dei diversi passaggi procedurali che vengono seguiti quando si aprono cantieri sui binari.
Ad attenderla fuori dalla procura di Ivrea per tutto il tempo della deposizione c’erano i genitori. Che hanno potuto riabbracciarla poco prima delle 20. All’uscita dagli uffici della procura, alle 19,40, ad attenderla c’erano il compagno e la mamma. «Sono stupita positivamente di come mia figlia abbia gestito la situazione quella notte», ha commentato orgogliosa la madre della ragazza, citata dalla Stampa.
A chi le chiedeva conto della situazione, fuori dal tribunale, aveva già ribadito di essere certa che Enza non abbia la benché minima responsabilità per l’accaduto: «Mia figlia non c’entra nulla con quello che è successo, lei ha fatto il suo lavoro. Noi non c’eravamo quando è avvenuto l’incidente. Ero preoccupata per la sua reazione, continuavo a chiedere a sua sorella come stesse, mi rispondeva che era tranquilla». E dalla sua deposizione potrebbero essere emersi altri dettagli cruciali per permettere alle indagini di avanzare.
(da La Stampa)

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