Destra di Popolo.net

LA VITTIMA DELLO STUPRO DI GRUPPO A PALERMO: “INONDATA DI MINACCE, NON ABBIATE PAURA DI DENUNCIARE”

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

“SE CI FOSSE UNA PROTEZIONE COMPLETA, MOLTE PIU’ DONNE SAREBBERO DISPOSTE A DENUNCIARE”… “NON DOBBIAMO ESSERE NOI A VERGOGNARCI MA CHI OSA SFIORARCI SENZA IL NOSTRO CONSENSO”

“A volte ci si spaventa per ripercussioni da parte di parenti e amici degli stupratori come è successo a me, che sono stata inondata di minacce. Se ci fosse una protezione completa molte più donne sarebbero disposte a denunciare. Mi dispiace dirlo ma non è sempre così”.
È questo uno dei passaggi della lettera della 19enne vittima dello stupro di gruppo di Palermo, consumatosi tra il 6 e il 7 luglio scorsi: la giovane sarebbe stata aggredita da 7 ragazzi nella zona del Foro Italico. Tutti sono stati arrestati: il più piccolo ha compiuto 18 anni da poco, era ancora minorenne all’epoca dei fatti, che sono stati anche ripresi con un cellulare e il cui video rappresenta una delle prove principali a carico degli idagati.
La 19enne ha inviato la lettera alla trasmissione di Rete 4 Zona Bianca condotta da Giuseppe Brindisi. Durante la puntata andata in onda nella serata di ieri, domenica 3 settembre, la giovane ha raccontato: “Gridavo loro di smettere. Non mi reggevo in piedi, ma loro continuavano”, riferendosi a quella notte di inizio luglio.
Poi, ha rivolto un appello ad altre giovani che si trovano nella sua stessa situazione: “Molte donne hanno paura di denunciare per vergogna, non dobbiamo essere noi a vergognarci ma chi osa sfiorarci senza il nostro consenso — ha proseguito nella lettera la 19enne, che da qualche giorno vive in una comunità protetta —. Ho letto di ragazze che dopo quello che è successo a me non vogliono più uscire… ma perché privarci di uscire? Perché noi? Sono le bestie che si dovrebbero essere private”.
La ragazza chiede maggiore protezione per le vittime di stupro e per tutte le donne che dovrebbero denunciare le violenza a cui vengono sottoposte. “Ci sono donne che dopo aver denunciato vengono uccise o sfregiate e di certo nessuno vuole rischiare tutto ciò. — si legge ancora nella lettera —. Se ci fosse più tutela e una legge più incisiva, gli uomini stessi ci penserebbero due volte prima di fare una cosa simile. Molto spesso per loro è un semplice sfogo, ma se si parlasse di ergastolo o comunque di tanti di anni di carcere, ci penserebbero due volte anzi 20 prima di toccare una donna”.
Infine, un riferimento al suo passato difficile: “Non sto sempre bene nonostante ci siano momenti in cui cerco di risollevarmi pensando al futuro. Purtroppo ho affrontato una vita non facile… ma devo andare avanti, controvoglia, ma devo riuscirci. Non solo perché voglio una vita migliore ma anche per mia madre, che nonostante fosse molto malata e bloccata a letto, si faceva sempre vedere col sorriso. Non si è mai arresa, dopo decenni passati in sedia a rotelle”.
(da Fanpage)

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CAMBIANO GLI ESECUTIVI, MA NON GLI IMPRENDITORI: AL FORUM AMBROSETTI, COME AL SOLITO, TUTTI FILO-GOVERNATIVI

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

“DON ABBONDIO” GIORGETTI RITROVA UN PO’ DI CORAGGIO E RIVENDICA LA TASSA SUGLI EXTRA-PROFITTI DELLE BANCHE, SALVO POI AMMETTERE CHE SARÀ MODIFICATA. POI SI LANCIA IN UN ATTACCO DEI CORPORATIVISMI – LA PLATEA SPIAZZATA: “SEMBRAVA UN MINISTRO DEL GOVERNO DRAGHI”. E C’È CHI COMMENTA VELENOSO: “HA FATTO IL MIGLIOR DISCORSO DELL’OPPOSIZIONE”

Se il giudice supremo fossero gli applausi, Giuseppe Conte avrebbe registrato una sconfitta cocente, Elly Schlein non sarebbe neanche entrata in gara e Carlo Calenda avrebbe portato a casa meno punti di un anno fa.
Ieri a Villa d’Este la folla di imprenditori ha finito per promuovere in un sondaggio l’operato, fin qui, del governo stesso: circa il 30% ne ha dato una valutazione negativa, ma poco più del 50% ha un giudizio da sufficiente a molto positivo. E l’impressione del Forum Ambrosetti è che donne e uomini d’impresa, dopo aver sentito gran parte dei messaggi dell’opposizione, di colpo trovino il governo più accettabile.
Eppure se gli applausi fossero il metro di tutto, la sala avrebbe dato responsi disomogenei. Meno apprezzate le figure più puramente politiche: reazioni solo formali per il ministro delle Imprese Adolfo Urso o per quella delle Riforme Elisabetta Casellati. Più convinte invece per i tecnici o quelli che parlano con precisione e misurabilità da tecnici.
Così a Cernobbio funziona Raffaele Fitto, quando il ministro per gli Affari europei va al punto e propone «una riflessione spesso omessa – dice – sui 152 miliardi di debito dal Piano nazionale di ripresa e dal fondo nazionale». Semmai in sala qualcuno […] nota che del Pnrr gli altri ministri non parlano granché, quasi a lasciare la responsabilità di eventuali problemi a Fitto stesso
Funziona a Cernobbio Carlo Nordio. Resta giusto il sospetto che incassi l’applauso più lungo della mattinata solo perché alla fine propone una dose massiccia di tutele in più contro gli arresti di indagati che spesso si sono dimostrati ingiusti: parole che scaldano i manager di Villa d’Este facendoli sentire più protetti.
Ma se c’è un momento in cui davvero succede qualcosa al Forum, è alla fine. La platea è stanca, affamata. Le due sono passate da un pezzo e tutti sono lì da sei ore. Eppure parte da sé l’unico applauso a scena aperta di tutta la tre giorni: è per Giancarlo Giorgetti, oltretutto nel momento in cui il ministro dell’Economia riconosce che modi e comunicazione della tassa sugli extraprofitti delle banche erano sbagliati; ma la tassa era «giustissima».
Lo dice anche se l’ennesimo sondaggio in sala l’aveva appena bocciata. Succede, semplicemente, che il popolo di Cernobbio è sorpreso da Giorgetti. Dal suo messaggio e persino dal tono. Il ministro legge da un foglietto che ha scarabocchiato fino all’ultimo.
E le parole gli escono come se fosse saltato un tappo. Parla con urgenza e la sala lo sente, tanto che si crea un po’ di elettricità malgrado la stanchezza dell’ora.
Dice Giorgetti: «Il problema resta l’offerta, la sua ricostruzione per via di intenti pubblici sani e decisioni private efficienti. La nostra capacità produttiva deve aumentare e occorre accrescere la produttività. Ma se insistiamo a far fare allo Stato la parte del Re Sole che distribuisce prebende, non andiamo lontani».
E ancora: «Le rendite sono la questione più dolente, quella del loro eccesso rispetto ad altre nazioni europee». Non è il compitino del ministro; condivisa o no nel governo e fuori, è una visione dell’Italia.
Un’accusa agli eterni corporativismi che, dice Giorgetti, gonfiano i costi «come nei primi anni dell’euro» (quando al potere, spesso, c’era Silvio Berlusconi).
«Giorgetti sembrava quasi un ministro del governo di Mario Draghi — nota Gianluca Garbi di Banca Sistema — barra dritta, niente giri di parole». Simile il commento del francese Bernard Spitz, del Medef e organizzatore del Forum economico annuale franco-italiano (il quale peraltro ha apprezzato anche l’apertura al nucleare fatta da Matteo Salvini): «Da Giorgetti un’ispirazione liberale». Ma chiosa caustico un imprenditore: «A Cernobbio, ha fatto il miglior discorso dell’opposizione».
(da Corriere della Sera)

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SUPERBONUS, QUANDO IL 110% PIACEVA AI SOVRANISTI: “MISURA UTILE A RILANCIARE L’ECONOMIA”

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

ORA LO ATTACCANO E PARLANO DI GRANDE TRUFFA

Altro che “la più grande truffa ai danni dello Stato”, o roba da “mal di pancia”. Per tutto il centrodestra, da Lega a Fratelli d’Italia, passando per Forza Italia, fino all’anno scorso il Superbonus era “uno strumento molto utile per rilanciare l’economia”, una “misura eccellente” da mantenere a tutti i costi. La premier Giorgia Meloni ha infatti prorogato i termini del bonus edilizio per le villette fino al 31 dicembre 2023. Salvo poi parlare di “disastro”, o peggio: “tragedia contabile”. Ma le idee, come le promesse, cambiano in fretta. E pure il Superbonus al 110% tanto vituperato, in un’altra congiunzione astrale oltreché politica, non sembrava poi così male.
Tanto per dire, Fratelli d’Italia, nel luglio 2021, presentava una serie di emendamenti al Decreto Semplificazioni voluto dal governo Draghi, di cui uno che riguardava proprio il Superbonus. Un cavillo per abolire la misura grillina e consegnare alla storia la “grande truffa criminale”? Neanche per sogno: “Vittoria di Fratelli d’Italia: nel corso dell’esame al Dl Semplificazioni, è stato approvato un ordine del giorno a mia prima firma che impegna il Governo ad estendere il superbonus alle strutture ricettive alberghiere ed extralberghiere” esultava il deputato meloniano Riccardo Zucconi. L’ordine del giorno era stato presentato nientemeno che dall’allora capogruppo Francesco Lollobrigida. Nessun “mal di pancia” nemmeno per Matteo Salvini, che il 16 febbraio 2022 spiegava: “L’obiettivo della Lega è rilanciare il superbonus, che ha creato lavoro per imprese, artigiani e operai, e valore per le famiglie”.
“Nulla di nuovo nella risoluzione di maggioranza al Def approvata oggi alla Camera”, sbuffava Giorgia Meloni il 23 aprile 2021: “Il governo Draghi perde l’ennesima occasione per dare una sterzata all’economia italiana: nessuna misura per superare il blocco sul Superbonus”. Accorati appelli arrivano poi da tutti i partito. Maurizio Gasparri (FI) il 23 ottobre 2021 fa sapere che “Forza Italia chiede con forza e determinazione l’estensione di tutti i bonus per l’edilizia, da quelli per le facciate al 110% fino all’estensione alle abitazioni unifamiliari”.
Qualche mese prima, la futura presidente del Consiglio definiva addirittura “patriottica” la sua richiesta di implementare il Superbonus: “Abbiamo interrotto la campagna elettorale per essere in Aula al fine di garantire la conversione del decreto Aiuti bis, che contiene importanti norme volute anche da noi, come lo sblocco dei crediti del Superbonus”.
Magia: la Giorgia Meloni di oggi invece denuncia sarcastica i “12 miliardi di irregolarità”. Ma come, verrebbe da dire: il 6 maggio 2021 Tommaso Foti riteneva “indispensabile eliminare la presentazione del certificato di conformità urbanistica”, perché “l’attuale disciplina per accedere al Superbonus appare vessatoria, contraddittoria e degna di uno stato di polizia”. Sulla stessa linea era anche Alberto Bagnai della Lega: “Dei comportamenti fraudolenti di pochi, finanche della criminalità organizzata, non possono farne le spese la maggioranza di cittadini e operatori onesti che hanno rispettato le regole”. Anche Fabio Rampelli (FdI) nel febbraio 2022 minimizzava: “Tra i pochi disonesti che hanno lucrato sul 110, ci sono migliaia di aziende che invece hanno ricominciato a lavorare onestamente grazie al bonus”. Ora, il “gabbiano” vola su altri lidi, parlando di “gestione pessima”, col “rischio di un buco da 100 miliardi”.
Giusto il 25 giugno 2022 il leader del Carroccio prometteva poi: “Sul bonus 110%: non puoi approvare una legge, finanziarla, e poi a metà strada dire alle imprese che i soldi non ci sono più”. Invece a febbraio 2023 il governo corre ai ripari: blocca la cessione dei crediti e lo sconto in fattura. Da Fratelli d’Italia fanno sapere che hanno appena “disinnescato una bomba che avrebbe mandato enti locali su lastrico”. Eppure il 31 marzo 2021 qualcuno salutava con favore “l’intenzione di estendere il superbonus 110% al 2023”. Ma tutto ciò non era “abbastanza”, perché “occorreva una proroga vera, almeno fino al 2025”. Qualche nostalgico dei 5 Stelle? Non proprio. A dichiararlo era Monica Ciaburro, di Fratelli d’Italia.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’ITALIA METTE IN VENDITA L’ULTIMA ARGENTERIA, AL VIA NUOVA STAGIONE DI PRIVATIZZAZIONI

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

IMPOSSIBILI PARAGONI CON LE OPERAZIONI DI 30 ANNI FA

Anche se il clima è diverso ed i margini di manovra sembrano ora particolarmente limitati, si torna a parlare di privatizzazioni in Italia per fronteggiare in qualche modo il nostro debito pubblico che avanza. Della possibilità, ne ha discusso, alcuni giorni fa, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
All’indomani, si sono subito scatenate le polemiche anche se, all’atto pratico, l’unica operazione che appare oggi sicura è quella della vendita del pacchetto di maggioranza del Monte dei Paschi di Siena perché, dopo il salvataggio del 2017, sussiste tuttora l’impegno preso con l’Unione Europea di fare uscire la banca dall’orbita pubblica entro il prossimo anno. Peraltro anche questa dismissione non sarà facile perché, all’interno della maggioranza, si è già accesa una discussione tra il vicepremier Antonio Tajani, pronto a ribadire che lo Stato non deve fare il banchiere, ed esponenti della Lega che prendono le distanze sostenendo che la cessione dell’istituto di credito toscano non è all’ordine del giorno.
Non è quindi assolutamente il caso di ipotizzare un bis delle grandi privatizzazioni di un trentennio fa, artefice l’allora presidente dell’Iri (e, successivamente, premier) Romano Prodi.
Non è possibile fare paragoni tra le dismissioni di ieri e quelle, eventuali, di oggi – e lo stesso Prodi, che ho interpellato, ha detto di non essere in grado di confrontare le sue privatizzazioni con quelle che potrebbero esserci adesso perché oggi non si conoscono ancora le reali intenzioni del governo sull’argomento – ma molti, dopo le dichiarazioni di Giorgetti, hanno comunque rivissuto quella storica stagione.
Tanti addetti ai lavori hanno considerato quegli anni come una vera svolta dell’economia italiana, una drastica cura dimagrante (dalla Stet ad Autostrade, dalla Sme alla Finsider) che consentì alle casse statali di poter avere una seconda giovinezza. Era tale lo scetticismo nei confronti di Iri & C. che questi gruppi venivano comunemente chiamati “pachidermi pubblici” mentre i loro manager erano stati ribattezzati “boiardi di Stato”. Poche le eccezioni: si salvavano solo l’Eni fondato da Enrico Mattei, anche perché controllava direttamente un giornale, e qualche altro gruppo.
A posteriori, abbiamo visto che quelle grandi privatizzazioni, in effetti, non sono state sempre il toccasana che tutti speravamo: è il caso dell’ex-Italsider di Taranto che non è poi riuscita ad invertire completamente la rotta a cominciare dal problema dell’inquinamento. Resta il fatto che, nella stagione d’oro, c’era stata una mobilitazione pressoché generale: chi non ricorda gli sforzi dell’allora direttore generale del ministero del Tesoro, Mario Draghi, che, nel 1992, organizzò pure la famosa crociera sul “Britannia”, lo yacht della regina Elisabetta, alla quale partecipò la “crème” finanziaria ed imprenditoriale di mezzo mondo?
Sembrava veramente una grandissima svolta tanto che, adesso, il governo Meloni potrebbe in qualche modo riprovarci. Comunque andrà a finire, dobbiamo però tenere sempre presente che le privatizzazioni di Prodi, a parte le dimensioni, risalgono ad altri tempi: adesso Giorgetti non avrebbe certo bisogno di ricorrere al panfilo reale per vendere quello che è rimasto dell’argenteria di famiglia dell’Azienda pubblica italiana. L’importante, a questo punto, al di là di tutte le discussioni che ci saranno, è di essere pragmatici come lo fummo allora.
(da Il Corriere della Sera)

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SARDEGNA, QUELLI CHE RUBANO LA SABBIA DALLE SPIAGGE: “RIVENDUTA SUL WEB A 27 EURO”

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

SU EBAY C’E PURE IL PREZZARIO

Almeno quattro turisti su dieci alla fine delle vacanze in Sardegna infilano in valigia un “ricordino”. Alcuni di loro vanno poi a rivenderlo sul web al modico prezzo di 27 euro a pacchetto. Nonostante una legge regionale dal 2017 punisca i furti di granelli con 500 euro di multa.
Il deterrente evidentemente non funziona. Nei giorni scorsi a Olbia due turisti modenesi sono stati fermati con 11 barattoli etichettati a seconda della spiaggia.
Ma questa, spiega oggi Il Messaggero, è la punta dell’iceberg. 72 chili di sabbia sono stati intercettati nel 2021, quasi il doppio l’anno dopo. Nel 2019 10 tonnellate di sabbia, conchiglie e rocce sono state portate via dai magazzini dei sequestri dell’aeroporto di Olbia. Mentre c’è chi usa i doppi fondi delle valigie per farla franca ai controlli.
A raccontare i furti di sabbia in Sardegna è anche una pagina Facebook che si chiama “Sardegna rubata e depredata”. Mentre le Guardie Ambientali dell’isola segnalano i ritorni alle spiagge di Villasimius del materiale sequestrato nei mesi precedenti. Il sindaco di Cabras Andrea Abris ha invece denunciato di aver trovato su eBay un annuncio di una turista tedesca. “Vendesi chicchi di quarzo della spiaggia di Is Arutas nell’Oristanese: 27 euro a pacchetto. Il venditore è stato identificato e denunciato dalla polizia postale. Subito dopo i quarzi le mete preferite per il saccheggio sono la Gallura e la Maddalena. Una turista lombarda invece ha restituito di recente 10 chili di sabbia che aveva rubato a Is Arutas e Torre dei Corsari. Allegato c’era anche un bigliettino di scuse.
(da agenzie)

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IL CARO-SCUOLA IN ARRIVO

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

AUMENTI DEL 10% PER LIBRI E DIZIONARI, TANTO PAGANO I SOLITI FESSI

L’estate è agli sgoccioli, e il ritorno alla quotidianità potrebbe riservare più stress del solito: ad attendere gli italiani non ci sono solo l’impegni procrastinati e le sveglie mattutine, ma anche i rincari su larga scala. Dai bus alle metro, dalle bollette ai mutui (senza risparmiare il carrello della spesa), l’autunno sembra pronto ad alleggerire notevolmente i portafogli di lavoratori e pensionati. Soprattutto se nelle liste delle spese figurano quelle per il ritorno a scuola: la spesa media per il materiale di ciascun alunno, scrive La Stampa basandosi sui dati di Federconsumatori, ammonta a 608 euro. Un aumento del 6,2% rispetto l’anno scorso
I dati
I rincari crescono al crescere dell’età degli alunni: la spesa per uno studente in prima media sale a 1.095 euro (+10% sul 2022), di cui 488,4 euro per libri e dizionari. Mentre l’esborso per chi dovrà frequentare il primo liceo arriva a 1.302,6 euro (+2% sul 2022), di cui 695,8 euro per libri e dizionari. Se ai calcoli legati al materiale scolastico aggiungiamo quelli relativi a testi obbligatori e dizionari, i rincari complessivi a cui andranno incontro le famiglie italiane segnano un +10% rispetto allo scorso anno.
Un peso non da poco sul bilancio familiare. Che secondo alcuni docenti è aggravato da scelte «poco intelligenti» fatte dal personale scolastico. Lo sostiene per esempio Lorella Rotondi, formatrice e insegnante di Italiano e Storia all’Istituto superiore statale “Gobetti-Volta” di Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze: «Basta al cambio continuo dei testi da parte dei docenti, basta allo shopping compulsivo delle nuove edizioni: questa non è progressione ma instabilità», dichiara alla Stampa. «Va bene l’autonomia – prosegue -, ma facciamo in modo che si crei un serbatoio, che i libri dei fratelli maggiori possano essere utilizzati dai figli più piccoli. Facciamo scelte intelligenti e adottiamo il riciclo non solo per i libri, ma per i vestiti, l’arredamento a casa. Per una vita sostenibile».
Mercatini dello scambio
Alcune risposte escogitate per far fronte ai rincari ci sono. Come ad esempio la creazione di mercati dello scambio di libri: una «buona pratica», la definisce La Stampa, adottata anche a livelli istituzionali: amministrazioni comunali, enti del terzo settore, biblioteche, università e scuole. E che in alcuni casi è diventata al centro di un modello di business: la start-up Giraskuola, per esempio, è nata in provincia di Bergamo ma si sta gradualmente allargando a tutta la Lombardia. Offre una piattaforma pensata inizialmente per i Comuni, che oltre ai libri permette lo scambio di materiale tecnico, dai compassi ai dizionari.
L’Emilia-Romagna, invece, promosso il progetto “Scambi all’Isola”, che sull’apposito sito consente di consultare il magazzino online di testi usati, dalle medie all’Università. E in tutto lo stivale vanno forti i gruppi sui social, soprattutto su Facebook e Telegram, dove vengono segnalati i mercatini appositi. I vantaggi che trascinano il riuso e lo scambio, infatti, sono molteplici: non solo quello, più evidente, legato al risparmio (dal momento che i libri usati consentono di risparmiare circa il 26% sugli acquisti). La compravendita di testi usati, infatti, favorisce anche l’economia circolare. Infine, è una modalità che evita lo spreco di carta e incentiva comportamenti ecologicamente virtuosi.
(da agenzie)

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USTICA, IL DIETROFRONT DI GIULIANO AMATO: “NON HO ELEMENTI NUOVI, HO PARLATO SOLO DI IPOTESI”

Settembre 4th, 2023 Riccardo Fucile

“NON RICORDO CHI MI DISSE DI CRAXI E GHEDDAFI”… MA ALLORA NON ERA MEGLIO TACERE?

Giuliano Amato non ha nuovi elementi su Ustica. E nell’intervista di qualche giorno fa ha solo riportato un’ipotesi.
Lo dice l’ex presidente del Consiglio e presidente emerito della Corte Costituzionale a La Verità. A Repubblica aveva detto di essere convinto che il Dc9 dell’Itavia sia stato abbattuto da un missile francese destinato a Gheddafi il 27 giugno del 1980.
«Io ho solo rimesso sul tavolo una ipotesi già fortemente ritenuta credibile, non perché avessi forti elementi, ma per sollecitare chi li ha a parlare, a dire la verita’. Non altro», ha detto Amato a Giacomo Amadori. E ancora: «Io non ho raccontato nulla di nuovo, non era nelle mie possibilità. Volevo riportare il tema all’attenzione, sollecitare chi potrebbe convalidare quell’ipotesi a parlare».
E aggiunge: «Gli anni passano, le famiglie sono lì convinte che la verità non sia ancora venuta fuori, e i testimoni rimasti possono andarsene presto. Come puo’ capitare a me, data la mia età».
Riguardo alle affermazioni su Bettino Craxi e alle repliche dei figli secondo i quali fece avvisare Gheddafi del bombardamento che si preparava sul suo quartier generale di Tripoli nel 1986, Amato replica: «Purtroppo non ricordo chi mi disse che era stato Craxi a informare Gheddafi anche se il ricordo è rimasto».
(da agenzie)

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“IL SALARIO MINIMO SPINGE GLI STIPENDI VERSO IL BASSO? UNA STUPIDAGGINE”

Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile

CERNOBBIO, GLI IMPRENDITORI SERI A FAVORE DEL SALARIO MINIMO

“Il salario minimo spingerebbe gli stipendi verso il basso? È una stupidaggine. Al massimo alza quelli di chi sono al di sotto della soglia”. Marcello Masi è il presidente della Finmasi, gruppo di aziende che da oltre 60 anni opera nel settore siderurgico.
Mentre si aggira tra i velluti e i lampadari di cristallo di villa d’Este al Forum di Cernobbio racconta l’importanza dell’introduzione di un salario minimo in Italia. I suoi lavoratori guadagnano più della soglia di nove euro. Ma questo non vuole dire che se entrasse in vigore la misura abbasserebbe i salari dei suoi operai “perché un’azienda vale nella misura in cui sa far valere i propri lavoratori”.
Non c’è nessun timore che la misura possa “peggiorare le condizioni di molti lavoratori” come aveva scritto in una lettera al Corriere la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Anzi, sulle sponde del lago di Como, il consenso a questa misura sembra essere molto diffuso. Sonia Bonfiglioli è la presidente di Bonfiglioli Group, azienda a conduzione famigliare ma che opera a livello globale nel campo dei riduttori. I nove euro all’ora ipotizzati sono “una cifra più che ragionevole considerato che nel nostro settore metalmeccanico si superano ampiamente”.
Ma dal governo si aspetta che “venga fatto sempre di più per combattere il lavoro nero e l’evasione”. Accanto a lei annuisce Romano Pezzotti, presidente di Fersovere, l’azienda bergamasca che dal 1982 opera nel campo del recupero e riciclaggio dei materiali: “Sono assolutamente favorevole all’introduzione del salario anche perché mio padre mi ha insegnato che i collaboratori vanno retribuiti nel miglior modo possibile”.
Poco più in là l’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ribadisce il concetto: “Questo per noi è un non problema perché tuti i nostri contratti sono sopra i nove euro dunque riguarda principalmente altri settori. Il tema vero è che ci sono comparti dove si applicano contratti pirata”. C’è poi chi, pur dichiarandosi “favorevole come principio”, non rinuncia a sottolineare degli aspetti da approfondire. Come il presidente del Polo del Gusto Riccardo Illy che fa notare che “il livello di reddito medio in Italia è diverso da regione a regione, dunque stabilire una soglia unica per tutta Italia rischia di portare più danni che benefici”.
A Cernobbio si registra un coro (quasi) unanime di sostegno all’introduzione salario minimo. Anche da quelli stessi imprenditori che operano in settori come quello della vigilanza dove vengono applicati contratti ben inferiori alla soglia dei nove euro. “Tutta la vita favorevole al salario minimo” dichiara Lorenzo Manca, ad di Sicuritalia, gruppo leader del settore della sicurezza e vigilanza privata. Eppure in questo settore fino a maggio si applicavano contratti da 5.49 euro all’ora, oggi passati a 5.78. E una cooperativa del gruppo è finita al centro di un’inchiesta “per sfruttamento e caporalato”. Quale dovrebbe dunque la soglia del salario minimo? “Domanda interessante” commenta l’amministratore delegato di Sicuritalia. Nove euro? “Forse per i nove euro occorrono degli studi per calibrarlo, non so”. Cinque euro e cinquanta sono una cifra dignitosa? “Dignitosa è una parola difficile a cui rispondere – conclude l’ad – sicuramente si può fare di meglio per avere delle persone più soddisfatte”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ALDO CAZZULLO RACCONTA I DUE MONDI DELLA STAZIONE DI MILANO TRA BIVACCHI E NEGOZI DI LUSSO; “A MILANO SI PUÒ ANDARE A ZURIGO E A TIMBUCTÙ SENZA MUOVERSI. BASTA ANDARE ALLA STAZIONE CENTRALE”

Settembre 3rd, 2023 Riccardo Fucile

IL MAROCCHINO CHE GRIDA “FORZA JUVE”, LE RISSE DEI LATINOS, UNO SPAZZINO MI PUNTA IL DITO: “TI HO VISTO IN TV E TU HAI PARLATO MALE DELLA MELONI. NON FARLO PIU’”. E PERCHÉ? “PERCHÉ È UNA DI NOI”

A Milano si può andare a Zurigo e a Timbuctù senza muoversi da Milano. Basta andare alla stazione Centrale.
Precisazione, essenziale di questi tempi: Zurigo e Timbuctù non sono luoghi geografici, e neppure etnici. Sono il dentro e il fuori. Dentro ci sono anche molti neri ricchi, e fuori anche molti italiani poveri.
Alla stazione Centrale soltanto alcuni vanno a prendere il treno. Altri vanno a lavorare: oltre ai ferrovieri, baristi, tassisti, netturbini, poliziotti, ristoratori, librai, tranvieri.
Altri ancora vanno a vivere, o a sopravvivere: borseggiatori, spacciatori, mendicanti, contrabbandieri di sigarette, prostitute, profughi, clochard, lavoratori in nero e loro reclutatori, aspiranti campioni di skateboard, persone alla ricerca di un riparo e soprattutto di una compagnia.
Due mondi che non si vedono o fingono di non vedersi. Non si parlano, non interagiscono mai. O quasi mai.
Ore 7 Come in Svizzera La metropolitana di Milano, al confronto di quella di Roma, è davvero di efficienza elvetica. Di prima mattina tutti escono dai tornelli con biglietto, abbonamento o carta di credito, sotto lo sguardo attento di controllori, poliziotti, vigilantes. Ce n’è uno in divisa Italpol con mostrine tricolori: come va oggi? «Non sono autorizzato a dare informazioni a nessuno». Mi scusi, buon lavoro, rispondo porgendo la mano. Il vigilante non dà la mano.
Da fuori, la stazione Centrale è ancora il mausoleo assiro-babilonese che nel 1955 ad Anna Maria Ortese incuteva soggezione: «C’era nel grande traffico una sorta di immobilità, nella solennità di quelle mura un che di oppressivo e feroce, complicato da un minimo di ridicolo, che le rendeva più tetre…». Dentro, la stazione Centrale pare una clinica svizzera: illuminata, pulita, costosa, asettica.
I negozi dei grandi marchi ci sono tutti, anche se spesso vuoti. Dentro, a Zurigo, il cibo costa ovviamente molto più che fuori, a Timbuctù: al Juicebar una centrifuga 6 euro e 20; da Spizzico un trancio di margherita 6 e 50; al Bistrot centrale un tramezzino veg 6 e 90, l’insalata con la feta 12 e 90, l’hamburger con patatine 15 e 90; sempre meno che da Joe’s American, il barbecue di Joe Bastianich, dove un panino con il pastrami come appunto a New York può arrivare a 21 euro.
Ma il vero segno del cambiamento della stazione è il mezzanino. Fino a qualche anno fa, era un luogo di rifugio, da cui si potevano seguire a distanza le crisi umanitarie, pieno prima di albanesi, poi di somali, siriani, eritrei.
Oggi, appena scesi dalle scale mobili, un grande cartello indica che in fondo a destra — come da canzone di Gaber — ci sono le «nuove toilet a zero impatto ambientale», anzi «new sustainable toilet on the mezzanine floor». Entrare nel bagno sostenibile, qualunque cosa voglia dire, costa un euro; ci sono anche le macchinette per cambiare le banconote; si accettano le carte di credito.
A un tratto, Timbutcù fa irruzione dentro Zurigo. Un pezzetto del mondo di fuori si stacca e irrompe in stazione. È un signore con la maglietta rossa, che palesemente non è in sé. Ma lo conoscono tutti, e lo lasciano fare. Chiede sigarette ai viaggiatori, controlla se nelle macchinette dei biglietti è rimasta qualche moneta, aiuta un turista straniero a cambiare l’orario della prenotazione per Firenze, mentre il porter cingalese lo guarda: «Viene dal Marocco, è un po’ fuori di testa ma non è cattivo».
Arriva un vigilante dell’Italpol, si danno il pugnetto, «quanto hai bevuto oggi? Un goccetto? Due goccetti?». Arriva anche un poliziotto vero con due militari in mimetica, lui li saluta militarmente, loro sorridono, contraccambiano. Una mossa però la sbaglia. Passa un gruppo di giovani, il marocchino grida: «Forza Juve!».
Quelli lo circondano, con fare più scherzoso che minaccioso: «Cos’hai detto? Qui siamo a Milano! Grida: forza Milan!». Lui, eroico, rifiuta. Lo lasciano andare.
Ore 18 L’altra anima Non è che la stazione di un tempo — il rifugio, i borseggi — non esista più. Si è semplicemente spostata fuori. Prima sul piazzale. Poi nelle vie attorno. I bivacchi sono molti, e si animano man mano che cala il sole. L’unico gruppo rumoroso è quello dei ragazzi con lo skateboard: un nero, un bianco, un latino, un cinese, è l’unico melting pot, anche se nessuno si rivolge la parola, hanno tutti gli auricolari nelle orecchie; si esprimono e comunicano con i loro salti impressionanti, i viaggiatori in arrivo con il trolley devono slalomeggiare tra loro e le biciclette che passano a tutta velocità.
Gli altri abitanti di Timbuctù stanno in silenzio. Puoi osservarli per ore senza vederli fare nulla. Alcuni sono poveri: una bottiglia di birra in mano, pochi denti in bocca. Altri sono vestiti da rapper americani, felpa con cappuccio pure d’estate, berretti da baseball, due telefonini, cuffie nelle orecchie. Odore di marijuana. Ad avvicinarli, si viene accolti con simpatia: «Bianco vaffanculo!», «bianco non ci rompere i coglioni!».
All’angolo con via Galvani un clochard ha comprato al supermarket cosce di pollo con cui sta sfamando il suo molossoide: il cane deve essere a digiuno da tempo, la scena in sé non è pericolosa ma impressionante.
Un nordico maniaco della pulizia raccoglie con un fazzoletto i chewing-gum sputati, come se dovesse pulire casa sua, e li getta nel cestino. Attorno al cantiere infinito dell’hotel Michelangelo la strada si restringe, e scoppiano brutte risse tra gli automobilisti e i latinos che parcheggiano i loro Suv sull’angolo, impedendo il passaggio.
Ora ad esempio si è creato un ingorgo infernale con un Tir e un taxi, che suonano il clacson a martello nel tentativo di indurre il latino a interrompere la telefonata e spostare il Suv.
Dalla casa di fronte scende un signore con orecchini, capelli biondi ossigenati e una maglietta vintage con la scritta Versace a filmare la scena con il cellulare: «Maledetti! Vi credete i padroni del quartiere, stanotte per colpa della vostra musica non ho chiuso occhio!».
Passa una signora anziana, molto elegante, con un biglietto del treno per Venezia e un ombrellino destinato a parare più il sole della pioggia. Osserva e sospira: «Qui ci vorrebbe il generale Vannacci…». In realtà è bastata una stretta del Viminale e della questura per ridurre i reati. Il gabbiotto dell’Atm, un tempo fortino assediato e difeso da tranvieri con il tirapugni, ora è presidiato da tre vigilantes con taser e pistola vera.
L’anno peggiore fu il 2007: ventinove le rapine sui treni partiti dalla Centrale, innumerevoli i borseggi; a un commerciante bengalese fu staccato un orecchio a morsi; un migrante del Mali si impiccò a mezzogiorno calando una corda dalla stecca ferroviaria, le arcate del treno.
Nel 2013 la volante Vitruvio, istituita accanto a quelle storiche — Ticinese, Duomo, Magenta, Napoli, Accursio… — proprio per occuparsi della stazione, sgominò la banda delle catenine: uno fingeva di chiedere informazioni, l’altro strappava e scappava. Il Corriere pubblicò in prima pagina la foto del ragazzino che rubava un computer da un trolley senza che il viaggiatore se ne accorgesse; la polizia individuò 39 bambini rom e arrestò i loro 19 sfruttatori. Ci si è dovuti arrendere a Bilal, il superladro: gli esami ossei al Laboratorio di antropologia forense confermarono che aveva davvero 12 anni come dichiarava, al massimo 12 e mezzo.
Erano maggiorenni invece i 101 lavoratori in nero che la guardia di finanza ha scovato in un controllo nei locali attorno alla stazione. Questo non ha fermato i caporali. A un capannello si offre una donna: non è una prostituta, è una badante, alta e bionda.
L’affare si potrebbe concludere in una bisca di via Ponte Seveso, dove ogni tanto le bande facendo intravedere i coltelli trascinano i ragazzi di buona famiglia a farsi offrire birra e sigarette. Un musulmano si lava i piedi nella fontanella con lo stemma di Milano: sono le sue abluzioni, poi si inginocchia sul tappetino e recita le preghiere della sera in direzione della Mecca, cioè del McDonald’s della piazza.
(Piccolo aneddoto. Si avvicina uno spazzino e mi punta il dito: «Ti ho visto in tv e tu hai parlato male della Meloni». Rispondo che il giornalista ha il dovere di essere critico, ma lui tiene il punto: «Va bene, ma ti prego non parlare più male della Meloni». E perché? «Perché è una di noi». Vorrei replicare che lei fa il presidente del Consiglio, lui fa lo spazzino che è un lavoro dignitosissimo ma molto diverso, e come appartenente ai ceti popolari dovrebbe riconoscersi semmai nel partito democratico della Schl… ma qui la stessa vocina di prima mi consiglia di lasciar perdere).
Ore 24 La terra di nessuno I l confine tra l’odio e il disprezzo è sottile. Si odia chi riteniamo pari o superiore a noi; si disprezza chi consideriamo inferiore. C’è più disprezzo che odio nello sguardo con cui i rider in bicicletta, venuti a ritirare gli hamburger dell’ultima consegna, guardano gli spacciatori che con meno fatica, più guadagno e stesso rischio offrono la loro merce ai passanti.
A quest’ora i tornelli della metro vengono saltati con balzi che fanno ben sperare per i prossimi Giochi olimpici: l’eredità di Gimbo Tamberi è in buone gambe. Ci sono ancora taxi, che a dire il vero non sono mai mancati, almeno per oggi (ma spesso non riuscivano a caricare a causa degli ingorghi). Mezzanotte e mezza è l’ora della cacciata. La stazione chiude. È arrivato l’ultimo treno, l’Italo da Salerno, è partito il convoglio Trenord delle 0.25 per Pavia. Resta aperto un ristorante che secondo TripAdvisor è il peggiore di Milano, ma è sempre pieno.
«Sentivamo addosso la stazione Centrale come una montagna — scriveva ancora la Ortese — e, strano, quel senso di libertà e fuga ch’è in tutte le stazioni si faceva in noi limite e fine: di qui non si partiva più, si entrava, e la destinazione era ignota». Eppure la stazione Centrale di Milano, nel suo duplice volto di Zurigo e Timbuctù, resta uno dei rari luoghi dove ascoltare e annusare il respiro a volte corto e affannoso, a volte lento e solenne, a volte interrotto e disperato di una grande città .
(da Il Corriere della Sera)

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