Destra di Popolo.net

CALENDA ATTACCA: “CONFINDUSTRIA È GOVERNATA DA PROFESSIONISTI SENZA AZIENDE CHE SI AUTOPERPETUANO TRA DI LORO”

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

“BONOMI HA TENUTO UN ‘PIPPOZZO’ SENZA PARLARE DI COSE CONCRETE. E ORA VORREBBE PRESIEDERE LA LUISS PER DIRITTO FEUDALE”-… BONOMI, NON LAUREATO, NON PUÒ SEDERE A CAPO DEL CDA DELL’ATENEO

Carlo Calenda va all’attacco di Confindustria in seguito alla pretesa di Carlo Bonomi di diventare presidente dell’Università Luiss pur non avendo la laurea, una pretesa per “diritto feudale” la definisce in una rapida conversazione con il Fatto non lesina accuse: “Della Confindustria in cui ho lavorato si sono perse le tracce, oggi è governata da professionisti senza aziende che si autoperpetuano tra di loro”.
Il leader di Azione spiega di non essere andato all’assemblea annuale in cui “questo signore”, leggi Bonomi, “ha tenuto un ‘pippozzo’ senza parlare di cose concrete. Utilizza il Sole 24 Ore per regolare conti interni ed esterni e ora vorrebbe presiedere la Luiss per diritto feudale”.
Calenda ha invitato gli studenti a prendere parola, perché “solo così si è classe dirigente” quella classe dirigente che la Confindustria non è più. “La Luiss è una buona università, ma vogliono trascinarla nella crisi di Confindustria, gli imprenditori dovrebbero dire qualcosa”. Calenda ha poi annunciato una interrogazione parlamentare alla ministra dell’Università, Anna Maria Bernini.
(da il Fatto Quotidiano)

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L’ITALIA STA CONTRIBUENDO AL MASSACRO DI ARMENI IN NAGORNO KARABAKH FORNENDO ARMI ALL’AUTOCRATE DELL’AZERBAIGIAN, ILHAM ALIYEV

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

LE COMMESSE SONO MILIONARIE E RIGUARDANO IN PARTICOLARE LEONARDO, CHE HA STRETTO ACCORDI PER FORNIRE A BAKU AEREI, SOTTOMARINI E MISSILI… CROSETTO, CHE A GENNAIO ERA VOLATO IN AZERBAIJAN PER INCONTRARE ALIYEV E IL MINISTRO DELLA DIFESA HASANOV

L’Italia potrebbe essere coinvolta nella repressione della popolazione armena che si sta consumando in questi giorni in Nagorno Karabakh, nel Caucaso meridionale. Il nostro Paese, infatti, risulterebbe tra i principali fornitori di mezzi militari utilizzati dall’Azerbaijan nell’offensiva che ha già causato oltre 400 vittime (almeno un migliaio secondo fonti indipendenti), oltre 40.000 sfollati e interi villaggi rasi al suolo.
La notizia del nostro coinvolgimento al fianco del dittatore azero Aliyev è trapelata negli scorsi giorni: sotto i riflettori sono finite le commesse milionarie in particolare di Leonardo, l’azienda italiana partecipata dal Ministero della Difesa, che avrebbe stretto accordi per fornire all’Azerbaijan nuovi aerei militari. Nel piatto anche la vendita di sottomarini e missili. Uno scenario su cui ora il Pd chiede urgenti chiarimenti al ministro Guido Crosetto, titolare della Difesa.
«E’ vero, come riferiscono fonti di stampa, che le industrie italiane hanno fornito apparati militari all’Azerbaijan, Paese da anni coinvolto in operazioni militari nei territori armeni del Nagorno Karabakh?», domanda Piero Fassino, nell’interrogazione firmata con i deputati dem Stefano Graziano, Andrea De Maria e Giuseppe Provenzano.
I buoni rapporti tra il nostro governo e l’Azerbaijan sono noti: il 12 gennaio 2023 il ministro Crosetto ha incontrato a Baku l’autocrate Aliyev per discutere «temi di comune interesse nel settore della Difesa ed energetico, obiettivi condivisi anche dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni» riferisce il Ministero della Difesa.
Non solo. Nella capitale azera il ministro Crosetto ha incontrato anche il suo omologo Zakir Hasanov con il quale ha firmato un protocollo d’intenti sulla cooperazione nel campo della formazione e dell’istruzione delle Forze Armate. Poi […] ha reso omaggio ai Caduti deponendo una corona al Monumento dei Martiri, cioè dei militari responsabili della repressione dell’exclave armena del Karabakh. E così il Pd attacca.
La vendita di mezzi militari all’Azerbaijan è confermata dalla stessa Leonardo. Infatti, l’8 giugno 2023, l’azienda italiana dichiara di aver «firmato un contratto per la fornitura del C-27J Spartan nell’ambito della visita di una delegazione azera in Italia alla presenza di rappresentanti dei Ministri della Difesa dei due Paesi». Accordo raggiunto «grazie al prezioso contributo offerto dal gruppo di lavoro del Ministero della Difesa italiano» sottolinea Leonardo.
Nel frattempo il dramma degli armeni in fuga dal Nagorno Karabakh prosegue: sono decine di migliaia i civili che in queste ore stanno cercando di abbandonare il Paese, intrappolati nell’unica strada verso l’Armenia e la salvezza. La repressione dei 120.000 armeni del Karabakh è purtroppo un fatto compiuto
(da La Stampa)

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IN SPAGNA IL PARTITO POPOLARE E I SOVRANISTI DI VOX NON HANNO I NUMERI PER GOVERNARE: IL PARLAMENTO DI MADRID HA BOCCIATO LA CANDIDATURA A PREMIER DI ALBERTO NUNEZ FEIJOO, CON IL SOSTEGNO DI PP ED ESTREMA DESTRA

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

UN COLPO ALLE AMBIZIONI EUROPEE DELLA MELONI CHE PUNTAVA, IL PROSSIMO ANNO, A CAMBIARE LO STATUS QUO A BRUXELLES ALLEANDO I SUOI CONSERVATORI AL PPE

Centosettantadue voti, non uno di più. Al momento della verità, quando il Congresso dei deputati spagnolo è stato chiamato a esprimersi sulla candidatura presidenziale di Alberto Núñez Feijóo, il divario di 4 seggi che separava il leader del Partito Popolare dall’ascesa alla Moncloa è rimasto invariato.
Un mese di trattative non ha spostato di un millimetro il serbatoio di voti di cui Feijóo sapeva di poter disporre già all’indomani delle elezioni legislative del 23 luglio scorso, segnate dalla cocente delusione per non essere riuscito a chiudere la partita con una solida maggioranza di destra: oltre ai 137 voti del suo partito, ha avuto il sostegno dei 33 deputati dell’estrema destra di Vox, uno di Upn (Unión del pueblo navarro) e uno di Cc (Coalición Canaria).
È anche per questo – perché il suo destino era già segnato – che per la prima volta un atto solenne come la sessione d’investitura di un candidato premier nell’emiciclo delle Cortes di Madrid ha avuto uno svolgimento del tutto anomalo.
Feijóo, che nel suo discorso di ieri mattina durato 100 minuti avrebbe dovuto sviscerare nei dettagli il suo programma di governo […] ha dedicato quasi tre quarti d’ora a svolgere un ruolo che già prevede imminente: quello di leader dell’opposizione.
Un attacco diretto al governo, attualmente ad interim, di Pedro Sánchez (come se si trattasse di una mozione di censura) unito a un attacco preventivo al prossimo, per ora ipotetico, candidato premier (lo stesso Sánchez) con una durissima critica all’eventualità di una amnistia […] per le migliaia di indipendentisti catalani indagati per l’organizzazione del referendum illegale del 1° ottobre 2017.
Per Feijóo l’amnistia posta dalle formazioni separatiste catalane per garantire l’appoggio a un governo progressista) “non è accettabile, né giuridicamente, né eticamente. Fuori dalla Costituzione, non c’è democrazia”, ha detto il leader del Pp
Feijóo ha poi comunque abbozzato le linee di un programma. E poi ha sfoderato l’idea dell’introduzione nel codice penale di un nuovo reato, la non meglio precisata “slealtà alla Costituzione”, che dovrebbe sostituire la sedizione, abolita dal governo Sánchez dopo che era stata utilizzata per condannare a pesanti pene di reclusione i leader indipendentisti catalani (poi indultati dall’esecutivo).
Con una decisione a sorpresa, non è stato il capo del governo a replicare al candidato popolare a nome dei socialisti: Sánchez ha designato un combattivo deputato, Óscar Puente, che dalla tribuna è stato protagonista di una pesante offensiva contro Feijóo e la sua alleanza con l’ultradestra di Vox. Una scelta determinata non solo dalla volontà di sottolineare come il leader del Pp fosse un candidato senza possibilità di successo, ma anche per metterlo di fronte a una contraddizione. Feijóo, che ha sempre rivendicato il diritto a essere eletto presidente in quanto “leader della lista più votata”, è stato affrontato dall’ex sindaco di Valladolid che, alle ultime elezioni, è stato anche lui il candidato più votato.
(da agenzie)

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SARA’ LO SPREAD AD AFFOSSARE LA MELONI? IL RENDIMENTO DEL BOND DECENNALE È IN CONTINUA CRESCITA, IERI È SALITO AL 4,72%. MENTRE IL DIFFERENZIALE BTP-BUND SI AVVICINA A QUOTA 200

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

OGNI PUNTO IN PIÙ DI TASSI D’INTERESSE COSTA TRE MILIARDI DI EURO AL TESORO. COSÌ L’ANNO PROSSIMO ROMA SUPERERÀ ABBONDANTEMENTE LA CIFRA RECORD DI 100 MILIARDI DA PAGARE PER GLI INTERESSI PASSIVI

I titoli di Stato dell’Italia tornano sotto il faro. Da qualche giorno il rendimento del bond decennale, che fa da riferimento in Italia, è in continua crescita. Ieri il tasso è salito a quota 4,72% con lo spread a 193 punti base. A giugno il tasso del Btp si muoveva ancora in area 4%. Il timore è che la tendenza in atto porti il livello sopra quota 5% già prima della fine dell’anno. Per le casse dello Stato si tratterebbe di una sfida aggiuntiva da affrontare. Ogni punto in più di remunerazione crea un fardello addizionale di spesa per interessi e rende la coperta sempre più corta
Uno studio di un anno fa dell’Università Cattolica stimava una crescita della spesa per interessi di 3 miliardi nei successivi 12 mesi nel caso di un aumento di un punto percentuale dei tassi di interesse sui titoli di Stato, persistente e uniforme lungo la curva per scadenze.
In ogni caso le cifre aggiuntive andranno sommate a quelle già calcolate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per il 2024. Il ministro qualche giorno fa ha detto che nel 2024 lo Stato pagherà 14 miliardi in più di spesa per interessi sul debito rispetto al 2023, anno in cui molto probabilmente spenderà oltre 100 miliardi (nel 2022 la cifra era stata di oltre 83,5 miliardi, non si conosce ancora l’ammontare relativo all’anno in corso ma è ipotizzabile che supererà questo livello).
Vuol dire che, aggiunti i 14 miliardi di Giorgetti e i nuovi miliardi legati all’attuale ulteriore incremento del tasso del Btp, l’anno prossimo l’Italia supererà abbondantemente la cifra record di 100 miliardi da pagare per gli interessi passivi e potrebbe facilmente avvicinarsi ai 120 miliardi. Nel 2020 aveva versato 57 miliardi, meno della metà.
Intanto nuove aste sono in arrivo. Da qui a fine sono 17 le aste di titoli di Stato in programma mentre ci saranno 383 miliardi di euro di titoli in scadenza nei prossimi 12 mesi (escludendo le aste già tenute a settembre). Al momento ammonta a 2.389 miliardi di euro lo stock dei titoli di Stato in circolazione. Da gennaio ad agosto 2023 sono stati emessi titoli per 244 miliardi circa, ai quali vanno aggiunti i 19 miliardi delle aste di settembre.
Riguardo al tasso, le previsioni indicano già un livello più elevato per il 2024. Nel suo recente Economic Outlook sull’Eurozona, S&P prevede un livello che per il Btp di media sarà al 4,7% nel 2024, per poi scendere solo leggermente al 4,5% nel 2025 e al 4,4% nel 2026. Significa che il rincaro accompagnerà il Tesoro per molto tempo ancora.
«Certo è che sono finiti i tempi della cuccagna in cui lo Stato poteva rifinanziare il proprio debito a tassi bassissimi, vicini allo zero – dice Piergiacomo Braganti, Research Director di WisdomTree Europe -. Adesso ricomincia la risalita e per i conti dello Stato non è una bella cosa». A tutto questo si aggiunge il fatto che lo spread, che misura la fiducia verso il nostro Paese, è in allargamento e presto potrebbe superare quota 200 punti base.
Va però detto che il movimento attuale dei rendimenti è comune e riguarda tutto il debito governativo. Anche il tasso del decennale tedesco è in ascesa ed è arrivato intorno a quota 2,8%. Ieri a spingere sul rialzo sono stati i timori di un’ulteriore stretta monetaria in arrivo dopo i commenti di alcuni funzionari della Federal Reserve Usa.
Intanto la Germania corre ai ripari e di tagliare le sue emissioni di bond. Il Paese si può permettere questo passo e quindi ridurrà le emissioni di debito del quarto trimestre di 31 miliardi di euro. Questo per effetto della decisione del governo di diminuire le misure di sostegno contro il caro-energia.
Se si considera anche il terzo trimestre le mancate emissioni di Bund, rispetto a quanto stimato nel dicembre 2022, ammontano a 45 miliardi di euro. In ogni caso, riferisce Bloomberg, i 500 miliardi di euro di debito che la Germania collocherà nel 2023 rappresentano un record. La notizia che la Germania dovrà finanziarsi di meno sui mercati ha fatto scendere i rendimenti del Bund decennale, che ora sono piatti, contribuendo all’allargamento dello spread con il Btp fino a 191 punti base.
Se la Germania stringe i rubinetti, l’Italia invece va avanti a passo accelerato: a inizio ottobre partirà la seconda emissione del Btp Valore, il titolo di Stato riservato ai piccoli risparmiatori. L’ipotesi è di un nuovo boom. A giugno questo strumento aveva raccolto oltre 18miliardi di euro di sottoscrizione segnando un record storico. Con i tassi elevati è prevedibile una nuova corsa al Btp Valore.
(da agenzie)

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FLOP PER IL MELONIANO PINO INSEGNO: DOPO L’ESORDIO NON ENTUSIASMANTE DI LUNEDÌ, AL 3.4% DI SHARE, “IL MERCANTE IN FIERA” CROLLA AL 2.0% CON 364.000 SPETTATORI

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

RAI PUBBLICITÀ TEME PER GLI ASCOLTI DELL’EREDITÀ, CHE DA GENNAIO INSEGNO CONDURRÀ AL POSTO DI FLAVIO INSINNA

Dopo l’esordio non entusiasmante di lunedì 25, al 3.4% di share, Pino Insegno aveva salutato gli ascolti de Il Mercante in Fiera come un successone, che lo spingevano finanche a mirare al raddoppio.
Purtroppo per lui, ieri sera, martedì 26 settembre 2023, la seconda puntata si è fermata al 2.0% di share con 364.000 spettatori, praticamente la metà delle teste che avevano seguito il debutto.
Visti i numeri, qualcuno a Viale Mazzini lascia trapelare che Rai Pubblicità teme per gli ascolti dell’Eredità, che da gennaio Insegno condurrà al posto di Flavio Insinna. Il mercante in fiera, almeno per il momento, si conferma un flop ancor più cocente di quello che diciassette anni fa indusse Italia1 a chiuderne i battenti. Era proprio necessario, come scrivemmo su Dagospia mesi fa, riesumarlo in Rai?
(da Dagospia)

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PORTAVOCE IN APPALTO: I MILLE MEGAFONI DELLA PROPAGANDA DI REGIME DELLA MELONI

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

PER VEICOLARE I SUOI MESSAGGI PUO’ CONTARE SU DIRETTORI, I GIORNALI DEL GRUPPO ANGELUCCI E SUL CORRIERE DELLA SERA

Uno, nessuno e centomila. Nell’èra della destra di Giorgia Meloni al potere, solo Luigi Pirandello potrebbe raccontare, da par suo, le vicende che ruotano attorno alla figura del portavoce della premier. Ce n’è “uno” ufficiale, o meglio “una”, la storica Giovanna Ianniello, che però è formalmente inquadrata come «coordinatore degli eventi di comunicazione».
Al suo fianco Fabrizio Alfano che, recentemente, è diventato capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio. Infine ci sarebbe il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari al quale spetta, dallo scorso 3 agosto, il «coordinamento» della comunicazione. Ma è più un mastino politico che fa la guardia ai ministri per evitare scivoloni politici, di quelli che hanno fatto infuriare la leader nei mesi scorsi.
Insomma, formalmente non c’è “nessun” portavoce. Ma in realtà ce ne sono “centomila”. Da Alessandro Sallusti a Mario Sechi (che è passato da Chigi alla direzione di Libero), da Italo Bocchino a Daniele Capezzone fino al Corriere della sera.
Sono loro che, svolgendo quotidianamente la propria attività, trasmettono il pensiero meloniano al mondo. Sallusti, tornato alla direzione del Giornale, ha anche pubblicato recentemente libro intervista con la premier La versione di Giorgia.
Un manifesto programmatico che ben sintetizza il momento. Libero, ad esempio, ha diffuso in anteprima la “versione di Giorgia” alle Nazione unite, cioè il discorso che la premier ha pronunciato a New York nella notte italiana.
Meglio ha fatto il Corriere che, dopo giorni di polemiche sulla scelta di Meloni di disertare il ricevimento organizzato da Joe Biden per andare a mangiare una pizza con figlia e staff, ha riportato, sotto forma di retroscena, la “versione di Giorgia” su quanto accaduto: «La cena degli americani era alle 19 di New York e io in pizzeria ci sono andata alle 21, dopo dodici ore di lavoro al palazzo di Vetro, dopo aver saltato il pranzo per i tanti bilaterali e quando il ricevimento di Biden era finito».
Dopotutto il giornale milanese, da quanto è arrivata a palazzo Chigi, ha avuto, ricambiato, un occhio di riguardo per la premier che lì ha pubblicato la sua lettera sul 25 aprile ma anche il ricordo di Silvio Berlusconi dopo la sua morte. A riprova che non servono spin doctor o portavoce seduti nelle stanze del governo.
POLO ANGELUCCI
Fin dall’inizio, infatti, la ricerca di qualcuno che potesse ricoprire il ruolo è stata piuttosto complicata. Meloni ha sempre preferito circondarsi di persone fidate provenienti dalla sua storia politica, difficile fidarsi di un “esterno”. Così il mantra che tutti ripetevano, dentro FdI e dentro il governo, era: «Ma perché? C’è davvero bisogno di un portavoce?»
La soluzione perfetta l’ha messa a punto Antonio Angelucci, deputato prima di Forza Italia e oggi della Lega, ma soprattutto editore che, dopo aver acquistato il Giornale e averlo affiancato a Libero e al Tempo, ha creato un polo mediatico conservatore a disposizione della premier e del centrodestra.
Così, quando serve un po’ di narrazione mediatica, con una ricca iniezione di pathos, scendono in campo i pesi massimi. Giornalisti che a colpi di penna fanno arrivare i messaggi al grande pubblico, quantomeno all’elettorato amico.
LIBERO SECHI
Il caso Sechi, passato da essere collaboratore della premier a direttore del quotidiano Libero, spiega bene qual è la strategia. Soprattutto perché il neodirettore si muove in tandem con l’ex parlamentare Capezzone (che del quotidiano è direttore editoriale).
Al fianco di Sallusti e Sechi c’è poi il quotidiano romano Il Tempo – altra creatura editoriale nelle mani di Angelucci – che sotto la guida di Davide Vecchi ospita “Cicisbeo”, pseudonimo dietro la quale dicono si nasconda un potentissimo ex parlamentare impegnato, anche lui, nella battaglia contro l’egemonia della sinistra. In ogni direzione. Un’altra versione di Giorgia.
(da editorialedomani)

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PER I SINDACI LA CRISI NON C’E’

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

AUMENTO RECORD PER GLI STIPENDI NEL 2024: FINO A 14.000 EURO AL MESE

La crisi non è per tutti. L’inflazione non deve essere contrastata con l’aumento degli stipendi, è il mantra che da mesi ripetono la Bce e anche il governo. Ma non vale per tutti. Perché per i sindaci la busta paga cresce eccome. Non per una decisione del governo Meloni, precisiamolo subito. Ma gli aumenti, stabiliti nel 2021, sono da record.
I primi cittadini delle grandi città da gennaio del 2024 guadagneranno quasi 14mila euro lordi al mese. Un aumento di stipendio stabilito dalla legge di Bilancio 2022, con l’esecutivo guidato da Mario Draghi. Lo stipendio dei sindaci viene quindi parametrato a quella dei presidenti di Regione, basandosi sulla popolazione del comune che guidano.
GLI STIPENDI DEI SINDACI
Già nel 2022 gli stipendi dei primi cittadini sono cresciuti, così come nel 2023. Ma a gennaio gli aumenti saranno pieni e i sindaci delle città metropolitane raggiungeranno i 13.800 euro lordi mensili, ovvero ben 6.800 euro in più rispetto al 2021. Per i comuni più piccole le cifre sono più basse: sotto i 3mila abitanti si arriva a 2.208 euro, contro i 1.659 del 2021.
Per i comuni capoluoghi di Regione (ma che non siano città metropolitane) lo stipendio sarà di 11mila euro circa, così come per i capoluoghi di provincia con più di 100mila abitanti. Si scende a 9.660 euro lordi mensili per i sindaci di capoluoghi sotto i 100mila abitanti e a 6.210 euro per i comuni non capoluogo da 50mila abitanti in su. Stipendio da poco meno di 5mila euro per le città tra 30mila e 50mila abitanti e da poco più di 4mila euro tra i 10mila e i 30mila abitanti.
Proprio nei comuni più piccoli l’aumento è maggiore rispetto al 2021, con sindaci come quello di Rieti che avranno un aumento del 159%. Ma anche in comuni leggermente più grandi non ci si può lamentare, passando – per esempio a Viterbo – da 4.500 a 9.660 euro o in capoluoghi come Pescara e Perugia da 5.200 a 11.040.
PERCHÉ SONO STATI AUMENTATI GLI STIPENDI DEI PRIMI CITTADINI
Gli aumenti di stipendio per i sindaci sono stati decisi anche per incentivare personalità che hanno un buon reddito a rinunciare al loro lavoro e alla loro retribuzione per amministrare anche piccole comunità. Di certo fare il sindaco nel 2024 sarà più conveniente che in passato.
Va detto che i precedenti stipendi dei sindaci erano stati fissati nel 2000 ed erano anche stati ridotti del 10% nel 2006. L’unico aggiornamento aveva riguardato i sindaci dei comuni sotto i 3mila abitanti, avvenuto nel 2019. Dal 2024 gli aumenti varranno, sul bilancio dello Stato, 220 milioni di euro. Evidentemente per gli stipendi dei sindaci questi soldi si possono trovare, per quelli dei lavoratori sottopagati no.
(da La Notizia)

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GOVERNO INCAPACE DI FARE ACCORDI PER I RIMPATRI E DI INTEGRARE GLI AVENTI DIRITTO SI ACCANISCE CONTRO I MINORENNI E LE DONNE INCINTE

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

LE DONNE INCINTE NON SARANNO PIU’ CONSIDERATE “VULNERABILI”, CIOE’ MERITEVOLI DI UN’ACCOGLIENZA PARTICOLARE… A PAROLE RIMPATRIANO TUTTI, NELLA PRATICA NON RIMPATRIANO NESSUNO, MA I GONZI RAZZISTI CI CREDONO

Era un indubbio problema, l’arrivo in massa di minori stranieri non accompagnati, 11.650 quelli registrati quest’anno dal ministero dell’Interno. E i centri dedicati sono andati in tilt. Quindi ecco l’idea del governo di rovesciare il tavolo: basta non classificarli più come minori, o quantomeno prevedere controlli medici per tutti quelli che non sono palesemente adolescenti, e il gioco è fatto.
Oggi il governo varerà un decreto che riscrive pesantemente la legge Zampa a tutela dei minori stranieri. La stragrande maggioranza di quelli che finora erano considerate figure fragili, da domani diventeranno particolarmente esposti. Anche perché se verrà dimostrato che l’età dichiarata è un falso, ciò sarà sufficiente per un’espulsione.
Che questo significhi che poi un eventuale diciottenne africano colto sul fatto sia davvero rimpatriato, sarà da vedere. Nel frattempo però troverà sbarrate le porte dell’accoglienza di Stato. E non graverà, come è oggi, per 100 euro al giorno sul bilancio del Viminale.
Il decreto che dà un’ulteriore stretta ai migranti, in particolare quelli minori, era atteso da settimane. A leggere i testi, si rivela di una durezza inusitata. Dei minori che prima erano presi in carico con sollecitudine, e in pratica bastava un’autodichiarazione, per essere inseriti nel corridoio protetto dei minorenni, s’è detto.
In ogni caso cade un muro: in caso di momentanea indisponibilità di strutture speciali per i minori, un prefetto potrà «disporre la provvisoria accoglienza del minore di età non inferiore a sedici anni in una sezione dedicata nei centri e strutture ordinarie». Unico limite, questa mescolanza tra minori e adulti non dovrà superare i novanta giorni».
Le donne incinte, poi, vengono eliminate dalle categorie di persone ritenute vulnerabili e perciò meritevoli di un’accoglienza particolare. All’articolo 17, tra le persone portatrici di esigenze particolari, le parole «in stato di gravidanza» vengono soppresse.
Il decreto prevede anche la cancellazione delle richieste di asilo internazionale quando lo straniero non si presenta presso l’ufficio di polizia per la verifica dell’identità e per la formalizzazione della domanda di protezione. Non basterà la prima indicazione al momento dello sbarco.
Per gli stranieri sottoposti a misure di sicurezza, infine, ossia quelli che abbiano avuto comportamenti violenti, «l’espulsione è disposta dal prefetto» per gravi motivi di pubblica sicurezza, in analogia con quell’espulsione speciale che può essere disposta «per gravi motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato dal ministro dell’Interno».
Una misura straordinaria che per anni è stata utilizzata con il contagocce e solo per i sospetti di terrorismo internazionale ora potrebbe diventare una prassi. L’espulsione potrà essere disposta anche nei confronti dei richiedenti asilo o chi gode di un permesso di soggiorno di lunga durata e anche se soggetti a misure di prevenzione e persino quelli con procedimenti penali in corso. Basterà essere considerati socialmente pericolosi per essere espulsi (a parole).
(da La Stampa)

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STRASBURGO, SEI GIOVANI FANNO CAUSA A 32 PAESI (COMPRESA L’ITALIA) PER IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Settembre 27th, 2023 Riccardo Fucile

AL VIA IL PROCESSO ALLA CEDU: LA POSTA IN GIOCO E’ MOLTO ALTA

Sei giovani portoghesi tra gli 11 e i 24 anni hanno fatto causa a 32 governi per non aver affrontato l’emergenza climatica provocata dall’uomo. Oggi, 27 settembre, inizia il processo a Strasburgo davanti alla Corte europea dei diritti umani. Non passa inosservata l’assenza della Russia, chiamata anch’essa a comparire. Si stima che le persone che assisteranno all’udienza saranno almeno 600. 80 gli avvocati che saranno presenti in aula, in rappresentanza dei governi citati in giudizio. La posta in gioco, infatti, è molto alta considerato che potrebbe esser il primo caso sul clima ad essere depositato presso la Corte europea dei diritti umani e il più grande su un totale di tre cause sul tema che la Corte sta esaminando. La Grande Camera sarà composta da 17 giudici.
La causa
Gli stati accusati di non aver rispettato gli impegni presi con l’accordo di Parigi sul clima nel 2015 sono tutti i 27 europei – quindi anche l’Italia -, oltre alla Russia, la Turchia, la Svizzera, la Norvegia e il Regno Unito. In attesa dell’udienza, di fronte ai cancelli della Corte sono spuntati diversi cartelli in più lingue a sostegno dell’azione dei sei giovani portoghesi. Tra questi anche alcuni in italiano. «Cosa c’è di più bello della speranza dei giovani che lottano per il loro futuro?», recita uno. L’idea dei sei ragazzi è iniziata sei anni fa nel 2017 a seguito dei devastanti incendi che bruciarono migliaia di ettari del Portogallo, provocando centinaia di morti. La causa venne poi intentata nel 2020 a seguito di un crowdfunding. Se il dossier sarà ritenuto ammissibile, la decisione potrebbe arrivare nella migliore delle ipotesi nel 2024.
(da Open)

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