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“SALVINI DICE CHE I DAZI SONO UN’OPPORTUNITÀ. RICOVERATELO, PERCHÉ NON STA BENE” . MATTEO RENZI A “OTTO E MEZZO” INFIOCINA IL LEGHISTA TRUMPUTINIANO

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

POI AZZANNA LA MELONI: “È TALMENTE FORTE COME PORTAVOCE DELL’EUROPA CHE È L’UNICA CHE TRUMP NON SI È FILATO”…“SU VENTOTENE PROVOCA PER DISTRARRE DA ALTRO. È DAVVERO UNA INFLUENCER”… “A MANTOVANO CHIEDEREI DI SMETTERE DI SPIARE I GIORNALISTI”

“Colpisce il rapporto di Meloni con gli americani, che sintetizzerei con ‘bacio della pantofola’. E’ talmente forte come portavoce dell’Europa che è l’unica che Trump non si è filato. Trump ha invitato l’inglese, l’israeliano, l’indiano, persino l’irlandese, sembra una barzelletta. E Meloni è l’unica che non ha nemmeno chiamato. Siccome sono italiano e patriota vorrei che la Meloni fosse considerata da Trump. Il problema è che andrebbe a riportargli la linea di Salvini, che ha detto che i dazi sono una grande opportunità per questo Paese. Ricoverate Salvini, perché uno che dice una cosa del genere non sta bene. I dazi sono una sciagura, si può dire oppure no?”. Così il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Otto e mezzo su La7
“E’ evidente che Meloni su Ventotene ha scelto di provocare, come diversivo o per distogliere l’attenzione da questioni interne. Sporcare Ventotene con quella caricatura macchiettistica significa negarne i valori. La cosa interessante è che prima del Consiglio Europeo, dove si va a portare la voce di tutto il Paese, si prova a tenere insieme maggioranza e opposizione. Meloni ha fatto un’operazione di distrazione di massa. Non è una statista, è una influencer”.
“Sui dazi Meloni in Parlamento ci ha gelato dicendo che non dobbiamo reagire. In questo contesto, il costo della vita e l’inflazione sono il verso contesto per cui alla Meloni prima o poi i nodi verranno al pettine. Dire che una sovranista sui dazi sta dalla parte di Trump è il colmo.”
“Sono esperto di consenso che ad un certo punto cala all’improvviso. Meloni ha preso il 29% alle europee, ma è un risultato peggiore rispetto al mio nel 2014, a quello di Salvini nel 2019 e a quello di Berlusconi nel 2009. Il problema non è se aumenta l’indice di consenso della Meloni nei sondaggi ma il potere d’acquisto degli italiani”.
“La premier ha questa caratteristica: le sue idee cambiano in base al suo interesse personale. In questo studio qualche anno fa a domanda specifica disse che fra le istituzioni italiane e Putin stava con quest’ultimo. Poi è passata a Zelensky, da Trump a Biden, dall’uscire dall’Euro ad essere leader Ue. Sulla questione riarmo Meloni non ha chiarito la sua posizione. Si è creato un asse tra Germania, Francia, Polonia Spalla e Regno Unito; Meloni non tocca palla, e dico purtroppo, in quanto italiano”.
Così il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Otto e mezzo su La7. “Accantonate premierato e autonomia differenziata, l’unica riforma che sta andando avanti è quella annunciata da La Russa, quella del Burraco”, aggiunge.
“Disgusto. Meloni utilizza il dramma di prigionieri del fascismo che sognavano un mondo di pace e giustizia per regolare i conti con le opposizioni. Quando Berlusconi, Prodi e nel mio piccolo anche io andavamo in Aula prima del Consiglio europeo cercavamo una posizione unitaria perché rappresentiamo l’Italia. Lei no. Lei rappresenta solo i fratelli d’Italia e le sorelle della Garbatella”, “la politica della paura, degli incubi, dell’aggressione agli avversari”.
Così Matteo Renzi sul Corriere della Sera. “Il capogruppo Molinari – prosegue – aveva fatto un intervento critico contro di lei e con la strumentalizzazione di Ventotene lei ha cambiato il messaggio. È davvero una influencer, come scrivo nel libro che è appena uscito”, conclude.
“Non c’è chi non veda che al di là delle differenze del centrosinistra la partita del 2027 sarà un referendum su Giorgia Meloni”. Così Matteo Renzi sul ‘Corriere della Sera’. “Se il centrosinistra trova l’unità, la Meloni può tornare a fare i suoi comiziacci dai banchi dell’opposizione. E finalmente possiamo parlare di stipendi, sanità, istruzione, pensioni anziché delle provocazioni di chi non riesce a definirsi antifascista”, conclude.
“A Mantovano chiederei di smettere di spiare i giornalisti. Le intercettazioni preventive, quelle che gestisce l’intelligence, vengono autorizzate da un giudice sulla base della legge e della richiesta del presidente del consiglio o dell’autorità delegata. Sono stati intercettati gli attivisti politici che si occupano di immigrazione, un sacerdote e, la cosa più grave da un punto di vista istituzionale, il direttore di un giornale che ha indagato sui giovani Fratelli d’Italia.
E’ un modo scandaloso di usare le istituzioni; da premier non mi sono mai permesso. Ho chiesto spiegazioni a Meloni ma non ha risposto, e un presidente del Consiglio
che fa così è un vigliacco”. Così il leader di Italia Viva Matteo RENZI a Otto e mezzo su La7

(da agenzie)

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GIORDANO BRUNO GUERRI: “GIORGIA MELONI HA GETTATO UN PETARDO NEL PARLAMENTO PER DISTRARRE DAI GUAI DELLA MAGGIORANZA”

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

“LE PIACE SVENTOLARE IL DRAPPO ROSSO. DA UN LATO QUESTE USCITE PEGGIORANO LA SUA IMMAGINE CON L’OPPOSIZIONE, DALL’ALTRO LA RAFFORZANO CON I SUOI ELETTORI STORICI… “NON
HA SOTTOLINEATO CHE SPINELLI, ROSSI E COLORNI SONO DEI MARTIRI. E NON HA CALCOLATO CHE QUESTA POLEMICA LA PERSEGUITERÀ FINO AL 25 APRILE”

Giordano Bruno Guerri, storico, lei sostiene che l’uscita di Giorgia Meloni sia stata un’arma di distrazione di massa.
«Sì, un petardo gettato nel Parlamento per distrarre l’opposizione e dai guai nella maggioranza sul tema del riarmo».
La pensa come Meloni?
«Ricordo ai tanti che non l’hanno letto che di Europa in quello scritto si accenna appena».
Non è in malafede quando dipinge Spinelli, Rossi e Colorni come degli aspiranti Pol Pot?
«Certamente non ha sottolineato che sono dei martiri. Erano stati prima in galera, e poi al confino per il loro antifascismo. E hanno scritto quel testo nel 1941, con la Germania nazista possedeva l’Europa».
Non è un uso politico della storia?
«Sì, ma lo fanno tutti i politici, purtroppo. Piuttosto non ha calcolato che questa polemica la perseguiterà fino al 25 aprile, che è ormai è vicinissima. Un problema che non ha valutato».
Meloni non ambisce a diventare una leader conservatrice?
«Non credo. Da un lato queste uscite peggiorano la sua immagine con l’opposizione, dall’altro la rafforzano con i suoi elettori storici, e quelli che pensa di intercettare: gli astensionisti, gli arrabbiati».
Ha bisogno di un nemico?
«Le piace sventolare il drappo rosso».
Eppure nel 2016 difese il manifesto.
«Sì, ma parliamo di un mondo fa. C’era Renzi al governo. Da allora Trump, la guerra in Ucraina, le destre in ascesa, le sinistre in picchiata, e Giorgia Meloni siede a palazzo Chigi».
Meloni vuole compiacere più Trump che l’Europa?
«Uno a cui importa pochissimo di noi. Ed è evidente che lei cerchi di mediare».
Sul riarmo è fredda.
«Io invece penso che sia necessario, come forma di deterrenza nei confronti di Putin».
Non si fida?
«C’è il precedente di Hitler a Monaco nel 1938 che dovrebbe allarmarci. Se uno dà prova di cedevolezza con un dittatore, quello poi ne approfitta».
Non è più saggia la difesa comune?
«Ma per quella ci vorranno lustri. Nell’immediato non resta che armare i singoli Stati».
Ma lei cosa pensa di Spinelli, Colorni e Rossi, da storico?
«Eh, poveretti. Hanno scontato a caro prezzo le loro idee politiche, l’opposizione alla dittatura».
Lo si dimentica in queste ore a destra.
«Io non posso che parlarne bene, pur non approvando tutto quello che hanno scritto».

(da Repubblica)

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REARM EUROPE: QUALI SONO LE CONDIZIONI E I PALETTI PER IL RIARMO DEI 27 PAESI DELL’UNIONE EUROPEA

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

GLI OBIETTIVI E L’AUMENTO DELLA SPESA PUBBLICA

Ha cambiato nome, ma i problemi rimangono. Si chiamerà ReArm Europe-Readiness 2030 il piano per il riarmo dei paesi dell’Unione Europea di Ursula von der Leyen. L’accento sulla data (il 2030) serve a rimarcare l’obiettivo di avere una difesa comune europea entro cinque anni. Perché le intelligence di paesi come Germania e Danimarca hanno annunciato pubblicamente che, secondo le loro informazioni, il Cremlino si sta preparando a mettere alla prova l’Articolo 5 della Nato prima del 2030, come ha detto il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius. Per questo in cinque anni l’Ue vuole un’industria della difesa continentale più autonoma. Colmando le carente degli arsenali europei in vista del progressivo disimpegno degli Usa dalla Nato. E di un’eventuale aggressione russa.
Gli obiettivi
Il Corriere della Sera spiega che il piano si propone l’obiettivo di mobilitare 800 miliardi di euro di investimenti in difesa. Secondo misure volontarie che partono da un presupposto su cui tutti e 27 gli stati dell’Ue sono d’accordo. Ovvero l’aumento delle spese militari in percentuali del Pil come voluto dal presidente Usa Donald Trump. La Commissione Europea ha creato le condizioni per spendere. Come? In primo luogo attraverso l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità.
Secondo von der Leyen questo permetterà di aumentare complessivamente la spesa pubblica per la difesa di 650 miliardi in quattro anni. Nel piano non è previsto debito comune, per ora. Nel senso che non c’è un piano per trasferimenti diretti ai paesi da non rimborsare. Ma c’è chi lo chiede, come la Spagna. E c’è chi lo nega a priori, come Germania e Paesi Bassi.
Lo strumento Safe
La Commissione, aggiunge il quotidiano, ha invece creato lo strumento Safe, garantito dal bilancio Ue, per fornire fino a 150 miliardi di prestiti a tassi agevolati e a lunga scadenza. Per L’Italia è vantaggioso perché il costo di finanziamento sui mercati è maggiore. Ma lo strumento prevede condizioni: «I fondi saranno erogati agli Stati membri interessati su richiesta, sulla base di piani nazionali. Dovranno
essere usati per appalti comuni da riservare all’industria della difesa europea e a progetti congiunti o in associazione con almeno un Paese della zona Efta (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) più l’Ucraina. La condizione però è che il 65% dei costi delle attrezzature finanziate provenga da fornitori nell’Ue, in zona Efta o in Ucraina. Solo un terzo della spesa può essere destinata a prodotti di Paesi extra-Ue con un accordo di sicurezza».
Regno Unito e Turchia
Le industrie dei paesi attualmente fuori dall’Unione Europea, come Regno Unito e Turchia, saranno escluse. A meno di non firmare un accordo di partenariato in materia di sicurezza e difesa con l’Unione Europea. In più, la Banca europea degli investimenti amplierà la portata dei suoi prestiti in progetti di difesa e sicurezza. Tutte le iniziative contenute nel pacchetto difesa mirano a rafforzare le forze armate nazionali, migliorandone l’interoperabilità in linea con gli standard Nato. Gli Stati membri restano responsabili delle loro forze armate. La difesa resta prerogativa nazionale.
La roadmap
La roadmap prevede di chiudere al Consiglio Europeo di giugno, fissato in calendario subito dopo il summit della Nato in Olanda, dove gli alleati saranno chiamati ad aumentare i target di spesa – si parla di almeno il 3% – sotto l’impulso energico di Trump. Tre mesi sono un orizzonte molto esteso e alcune tappe previste dal ReArm Europe (ad esempio l’attivazione delle deroghe al Patto di stabilità sulle spese in sicurezza) dovrebbero avvenire ben prima. «Siamo consapevoli che ormai ci sono delle aspettative, dopo una sfilza d’incontri, e devono essere gestite, perché non possiamo inventarci ogni volta una formula nuova», confida un diplomatico all’agenzia di stampa Ansa. Al momento non c’è una lista chiara di chi attiverà per certo la clausola e chi no, solo indizi (la Germania senz’altro, l’Olanda forse no, i paesi ad alto debito come Italia e Francia sono sul chivalà).
Buy European
L’altro aspetto in discussione è la norma sul ‘buy European’, fortemente voluto dalla Francia per dare impulso all’industria nazionale. Le posizioni sono articolate, fra chi vorrebbe una catena del valore più aperta, che magari includa anche gli Usa, dopo aver avuto accesso al fondo da 150 miliardi – battezzato Safe – ideato per incoraggiare gli appalti congiunti, specie sui grandi progetti d’interesse collettivo come la difesa aerea, i missili a lungo raggio, gli aerei cargo, il cyber o lo spazio. A cornice generale, il grande tema dei finanziamenti col derby tra favorevoli agli eurobond e i contrari. Ora non c’è nulla sul debito comune ma, si puntualizza, il piano sulla difesa presentato ai leader da von der Leyen è da intendersi come «un primo passo».
(da Open)

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ZELENSKY; MAI AGLI STATI UNITI LE NOSTRE CENTRALI ELETTRICHE”

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

L’UCRAINA NON INTENDE FARSI RICATTARE DALL’USURAIO DELLA CASA BIANCA

Cedere il controllo delle centrali elettriche e nucleari agli Stati Uniti? Anche no.
È la risposta che fa pervenire oggi Volodymyr Zelensky, il giorno dopo la «sollecitazione» arrivata al telefono da Donald Trump.
Nel dar conto della conversazione tra i due leader, ieri sera la Casa Bianca aveva sottolineato come si fosse parlato anche della possibilità che gli Usa si facciano carico del controllo di quelle infrastrutture energetiche critiche.
«Sarebbe di grande aiuto, e ne garantirebbe la miglior protezione», avrebbe detto Trump a Zelensky, in quello che è parso un nuovo tentativo della Casa Bianca di trovare affari da fare in Ucraina – messo da parte per ora l’accordo sulle terre rare – in cambio della prosecuzione almeno parziale del sostegno militare. Ora, da Oslo, arriva la risposta del leader di Kiev.
Di totale chiusura. L’Ucraina «non discuterà il trasferimento agli Stati Uniti della proprietà delle sue centrali nucleari, compresa quella di Zaporizhzhia occupata dai russi», ha puntualizzato Zelensky, ricordando che «oggi abbiamo 15 reattori nucleari in funzione. Tutto questo appartiene al nostro Stato».
Ciò non toglie, ovviamente, che il governo ucraino resta impegnato nei negoziati guidati dagli Usa per arrivare a un cessate il fuoco e una risoluzione del conflitto con la Russia, come di fatto imposto da Trump.
Il prossimo incontro tra le delegazioni di Kiev e Washington, ha detto Zelensky, si terrà lunedì 24 marzo, in Arabia Saudita. Nella stessa giornata a Riad, aveva detto in precedenza il Cremlino, è in programma anche il nuovo round di colloqui tra russi e americani.
(da agenzie)

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NON SOLO TERRE RARE: COSI’ TRUMP VUOLE METTERE LE MANI SU CENTRALI NUCLEARI E SERVER DELL’UCRAINA

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

FIDARSI DEGLI STATI UNITI E’ PEGGIO CHE FINIRE IN MANO AGLI USURAI

Non solo terre rare. Nei piani di Donald Trump per l’Ucraina dopo gli accordi per lo sfruttamento dei minerali ci sono le centrali nucleari e i server per il trasferimento dei dati sensibili. E intanto il presidente degli Stati Uniti firma un piano di emergenza per lo sfruttamento di minerali essenziali in patria. Mentre l’accordo con Volodymyr Zelensky arriverà alle firme a breve, secondo il tycoon. Che ha anche ordinato un’indagine su potenziali nuovi dazi sulle importazioni di rame.
La centrale
La situazione a Zaporizhzhia dal punto di vista militare oggi è confusa. La città è sotto il controllo degli ucraini, la centrale è sotto l’egida russa. L’impianto è fermo da settembre 2022. In totale l’Ucraina ha in funzione 15 reattori per una produzione totale di 13.700 megawatt. Ovvero il 55% dell’intero fabbisogno energetico del paese. A spiegare l’idea degli Usa, riporta oggi Il Messaggero, è stato il segretario di Stato Marco Rubio: «Secondo il presidente gli Usa potrebbero essere di grande aiuto nella gestione delle infrastrutture energetiche. La proprietà statunitense sarebbe la migliore protezione possibile». Trump aveva anche detto che la migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina sarebbe stata proprio la presenza di ingegneri e operai americani nei siti di terre rare. Perché, era il ragionamento, così i russi non si azzarderanno certo a bombardarle.
Il possesso degli impianti
E proprio il tema del possesso delle centrali è stato affrontato nei giorni scorsi da Zelensky. I reattori, ha ricordato il presidente dell’Ucraina, «appartengono al nostro popolo. Sono proprietà statali». Ma «se gli americani vogliono prendere la centrale ai russi e vogliono investire lì e modernizzarla è una questione completamente diversa». Si tratta di zone di trincea sotto l’osservazione dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. E sulle quali gli allarmi dei due fronti sono arrivati periodicamente. Russi e ucraini si sono accusati a vicenda di mettere in pericolo la sicurezza degli impianti con i bombardamenti.
I server
Poi ci sono i server. Oggi Amazon Web Server di Jeff Bezos garantisce al governo ucraino il trasferimento di dati sensibili. E li protegge dagli attacchi di Vladimir Putin. Oltre a supportare gli aiuti polacchi e donare milioni di dollari. Anche qui Trump può proporre un accordo che Zelensky farebbe molta fatica a rifiutare. In più c’è da ricordare che l’americana Westinghouse ha firmato da prima della guerra un accordo con Energoatom, l’azienda nucleare statale, per la costruzione di cinque reattori. Che sono diventati nove dopo l’aggressione russa. E l’azienda è anche interessata a Zaporizhzhia. Che continua a utilizzare la sua tecnologia. Lo sfruttamento della centrale andrebbe a braccetto con quello dei giacimenti minerari.
I poteri di emergenza
Intanto in patria Trump invoca poteri di emergenza proprio per aumentare la produzione nazionale di minerali essenziali. Per il conflitto commerciale con Cina, Canada e altri grandi produttori di minerali che riforniscono i produttori americani. Trump ha firmato un ordine esecutivo che attinge al Defense Production Act (DPA) dell’era della Guerra Fredda come parte di uno sforzo per fornire finanziamenti, prestiti e altro supporto agli investimenti per la lavorazione nazionale di una gamma di minerali essenziali. Il DPA concede al Pentagono ampia libertà di procurarsi le attrezzature necessarie per la difesa nazionale. Invocandolo, si dichiara sostanzialmente che affidarsi a nazioni rivali per minerali critici costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale.
Il litio e il nichel
«Un tempo gli Stati Uniti erano il più grande produttore mondiale di minerali rari, ma una regolamentazione federale opprimente ha eroso la produzione mineraria della nostra nazione», ha affermato il presidente nell’ordine. L’ordine ingiunge alle agenzie federali di creare un elenco di miniere statunitensi che possono essere rapidamente approvate e quali terreni federali, inclusi quelli controllati dal Pentagono, potrebbero essere utilizzati per la lavorazione dei minerali. Gli Stati Uniti attualmente producono pochissimo litio e nichel. La loro unica miniera di cobalto ha chiuso l’anno scorso a causa dell’intensa concorrenza cinese. Gli Usa hanno diverse miniere di rame, ma solo due fonderie per trasformare il metallo rosso in tubi, cavi e altri componenti. E hanno solo una miniera di terre rare, che vengono utilizzate per realizzare magneti.
Gallio, germanio e antimonio
Verso la fine dell’anno scorso, Pechino ha imposto un divieto assoluto alle esportazioni di gallio, germanio e antimonio negli Stati Uniti. Costringendo i produttori statunitensi a cercare forniture alternative di quei materiali. L’ordine incoraggia anche l’ottenimento di permessi più rapidi per progetti di estrazione e lavorazione e una direttiva per il Dipartimento degli Interni per dare priorità alla produzione mineraria su terreni federali. E chiede alle agenzie di aiutare a incrementare la produzione statunitense di rame e oro, nessuno dei quali è considerato un minerale critico dall’U.S. Geological Survey.

(da Open)

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DECADENZA TODDE, LA PROCURA E’ CONTRARIA, CROLLA IL CASTELLO DI SABBIA DEI SOVRANISTI SULLE SPESE ELETTORALI

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL RENDICONTO DELLE SPESE ELETTORALI E’ STATO PRESENTATO REGOLARMENTE

La Procura della Repubblica è contraria alla sanzione della decadenza nei confronti di Alessandra Todde perché un rendiconto delle spese elettorali è stato presentato e, comunque, la presunta irregolarità non risulta contestata nell’ordinanza che prevede per l’esponente del M5s la perdita della carica e una multa di 40 mila euro.
La circostanza è emersa a margine dell’udienza che ha aperto il giudizio sul ricorso presentato dai difensori della presidente della Regione Sardegna contro le sanzioni comunicate dal Collegio di garanzia elettorale al Consiglio regionale. Esaminati i documenti prodotti dal Collegio patrocinato da Riccardo Fercia e Daniela Muntoni, dai difensori Benedetto e Stefano Ballero con Giuseppe Macciotta e Priamo Siotto oltre che dai numerosi consiglieri regionali e privati cittadini che si sono costituiti del giudizio, il tribunale civile presieduto da Gaetano Savona ha aggiornato l’udienza al 22 maggio, quando le parti potranno produrre note e conclusioni.
La decisione sarà diffusa successivamente via pec. Un’ipotesi è che i giudici si limitino a decidere sulla multa, legata alla mancata nomina del mandatario, mentre non entrerebbero nel merito della decadenza perché finora è stata solo imposta dal Collegio ma non ratificata dalla massima assemblea sarda. Tutto ruota attorno al rendiconto delle spese per le elezioni regionali di febbraio 2024: per il Collegio di garanzia, ha confermato ieri mattina la dirigente del servizio elettorale della Corte d’Appello Daniela Muntoni, il documento depositato “non è conforme al modello legale” ed esiste una precisa differenza tra “il deposito in senso materiale e in senso giuridico”.
In altre parole, il rendiconto c’è ma non corrisponde alle spese della candidata Todde, riguarda invece il Ms5 nel suo complesso e quindi per il comitato elettorale è come se non esistesse. L’assenza del documento in base alla legge 515 del 1993 è causa di decadenza.
Opposta la tesi della difesa: Alessandra Todde non ha speso un centesimo, i costi della campagna elettorale sono andati tutti a carico del Comitato elettorale, che li ha comunicati correttamente prima alla Corte dei conti e poi al Collegio di garanzia. Per la Procura partecipano al giudizio il procuratore aggiunto Guido Pani e la sostituta procuratrice Diana Lecca.

(da Il Fatto Quotidiano)

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MELONI E’ NEMICA DELL’INTERESSE NAZIONALE DELL’ITALIA

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

LA DEVOZIONE A WASHINGTON, UNA COALIZIONE LITIGIOSA, UNA LEGA ANTI-EUROPEISTA LE HANNO FATTO PERDERE QUELO POCO DI CREDIBILITA’ CHE AVEVA

Un alieno che si fosse trovato per caso a transitare in Italia negli ultimi giorni potrebbe concludere che il destino del pianeta dipenda dalle gravi e urgenti decisioni che vengono prese nel chilometro quadrato attorno a palazzo Chigi. Tanto è il furore della discussione su armi e difesa, su pace e guerra, che tracima dal Parlamento, spacca la maggioranza come l’opposizione, invade le trasmissioni televisive su ogni canale.
Sopra a tutto troneggia una presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, un po’ troppo frettolosamente osannata come colei che ha ridato prestigio al paese, in grado di essere nientemeno che il ponte del dialogo usurato tra le due sponde dell’Atlantico e sicura protagonista del grande gioco internazionale che ridisegna gli equilibri del mondo in tumulto. Troppa grazia.
Meloni ha adottato un mantra che è diventato il suo talismano. Agirebbe, sempre, in nome «dell’interesse nazionale». E grazie alla sua postura dalla schiena dritta avrebbe raggiunto risultati miracolosi, avendo sgomitato e alfine imposto la sua figura nel consesso dei grandi. È davvero così?
A Donald, con i suoi omaggi
L’immagine più emblematica della tanto reclamizzata serie “Giorgia e Donald” è quella in cui il tycoon svetta al centro della scena, lei sullo sfondo di bianco vestita e in trepidante attesa di un cenno d’invito nel cuor del proscenio. È l’esatta divisione dei ruoli di un soggetto inducente e un soggetto indotto. Ad essere estremi si potrebbe addirittura definire soggezione se non sottomissione al presidente del paese più
potente. Da omaggiare a prescindere, qualunque nefandezza non solo dica ma compia. Il catalogo è già corposo.
Nessuna critica quando Trump ha umiliato a favore di telecamera Zelensky, il presidente ucraino a cui Giorgia aveva promesso appoggio «fino alla fine». Nessun distinguo quando ha oltraggiato l’Europa a cui geograficamente l’Italia appartiene. Nessun rimprovero quando ha dato il sostanziale via libera a Netanyahu per riprendere la feroce guerra nella Striscia di Gaza, quando minaccia di conquistare la Groenlandia o una fetta di Canada.
In cambio di tanta fedeltà cosa ha ottenuto? Forse un ruolo nei tavoli dove si decidono le sorti del Medio Oriente o della guerra in Ucraina? No, neanche uno strapuntino. E invece: dazi all’Italia esattamente come a tutti gli altri paesi non così proni, le Borse che crollano (Milano compresa) le previsioni sul Pil in netta discesa.
Ma lei, non contenta, non solo contesta i dazi ma prega l’Ue di non ricambiare con la stessa moneta per non urtare il manovratore, in questo superata a destra dal suo ineffabile vice Matteo Salvini che inneggia ai dazi perché offrirebbero «un’opportunità di crescita alle nostre imprese». Sarebbe questo «l’interesse nazionale».
La reazione europea
La devozione a Washington, unita alla fatica di tenere unita una coalizione litigiosa e nella componente Lega anche antieuropeista, si porta come corollario la progressiva perdita di credibilità nel Vecchio Continente causa la nostra inaffidabilità, l’opacità e l’ambiguità di posizioni.
Scaricata dall’America, messa ai margini dal duo Trump-Putin su una questione assai rilevante come l’Ucraina che è a ridosso del suo territorio, l’Europa ha cercato una reazione con le iniziative di Macron e Starmer per creare un gruppo di “volenterosi” e attrezzarsi per rispondere alle nuove sfide geo-strategiche. Si poteva non condividere in pieno, elaborare una propria proposta, mettersi comunque nei vagoni di testa di un’alleanza allargata al Regno Unito, a Canada, Australia (persino la Turchia del despota Erdogan che si sbarazza arrestandoli degli avversari).
Meloni ha preferito defilarsi nel vagone di coda, pronta a scendere dal convoglio alla bisogna, dubbiosa se partecipare ai vertici nel timore di irritare il supposto amico d’oltreoceano. Si presenta al Consiglio europeo di ieri con il fardello del capogruppo alla Camera della Lega Riccardo Molinari che le nega il mandato ad approvare il riarmo Ue e nicchia sulla necessità di rafforzare gli arsenali visti i tempi che corrono
Il tutto mentre la Germania rompe gli indugi e vara un piano di riarmo da 500 miliardi a debito, i paesi baltici sono spaventati dall’espansionismo di Mosca così come la Polonia. Ma noi siamo placidamente adagiati sul Mediterraneo, più lontani dalle aree critiche. Che ci importa degli altri europei? Finisce che «l’interesse nazionale» è sinonimo di sovranismo. Già, prevale il proprio “particulare”. Auguri.

(da – editorialedomani.it)

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ALTIERO SPINELLI, L’ERETICO IMPENITENTE SCOMUNICATO DAL PARTITO COMUNISTA

Marzo 21st, 2025 Riccardo Fucile

SE A DESTRA CONOSCESSERO LA SUA STORIA, INVECE CHE VIVERE NELL’IGNORANZA, LO AVREBBERO PRESO AD ESEMPIO

“Sono diventato comunista come si diventa prete con la consapevolezza di assumere un dovere e un diritto totali, di accettare la dura scuola dell’obbedienza e dell’abnegazione per ben apprendere l’arte ancor più dura del comando; deciso a diventare quel che il fondatore di quest’ordine aveva chiamato il ‘rivoluzionario professionale”, così, in A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, il Mulino, 1999.
Camilla Ravera ricordò le parole di Gramsci: “…del fervore di studio, della vivacità di ricerca e approfondimento critico di un fiero e vigoroso studente romano: Altiero Spinelli (…) bisogna fin da oggi dare la possibilità di fare qualcosa di utile: è un lavoratore, bisogna impegnarlo nella collaborazione con noi (…) è un ragazzo serio, maturo e prudentissimo” (C. Ravera, Diario di trent’anni. 1913‐1943, Roma, Editori Riuniti, 1973).
Entrò in clandestinità, ebbe uno stipendio dal partito PCd’I e si fece notare anche fuori dai confini.
Arrestato a Milano, fu condannato a Roma a 16 anni e 8 mesi di reclusione, 2 anni e 8 mesi in più rispetto alla richiesta del pubblico ministero, a causa del comportamento assunto durante il processo. Disse di rispondere solo davanti al suo partito e di non riconoscere l’autorità di quel tribunale.
Aveva 21 anni, studente di legge a Roma.
Il periodico della FGC, “Avanguardia Comunista”, espresse le migliori lodi per quel giovane funzionario impavido di fronte ai rischi e al tribunale che lo condannava dopo 10 mesi di carcere preventivo.
Durante la detenzione a Lucca, lesse Kant, Croce e Marshall, i quali, a suo dire, demolirono le sue convinzioni su certi concetti del comunismo.
Nel 1931 fu tradotto nel carcere di Santa Maria in Gradi, nella Tuscia, dove oggi sorge l’Università degli Studi della Tuscia che ha dedicato a lui la sala dei Consigli di amministrazione.
Comincia a vacillare il rapporto con il PCd’I per lui troppo appiattito verso la linea staliniana. L’espulsione di Trotzkij fu per lui il segnale di una svolta radicale verso posizioni che, per il partito italiano, erano invece dogmi intoccabili.
In quel periodo, Spinelli, crede ancora di poter cambiare il partito troppo allineato a Stalin e alla linea politica dell’Urss. Molti giovani leggono e seguono i suoi scritti e le sue riflessioni. È ancora un faro per buona parte della giovane base comunista italiana.
Il regime fascista decise di dare un giro di vite ai rapporti tra i detenuti e il mondo esterno. Molti reclusi furono trasferiti a Civitavecchia, tra cui, Spinelli.
Nel 1935, iniziò la fase più dura del terrore di Stalin con fucilazioni di massa, deportazioni, arresti, processi farsa a molti che avevano partecipato alla rivoluzione del 1917.
Il PCd’I chiese di appoggiare senza limiti la linea politica di Stalin e le fucilazioni dei “controrivoluzionari”. Termine ignobile, ripreso dalla dirigenza del Pci contro i poveri rivoluzionari ungheresi e cecoslovacchi.
Spinelli fu uno dei pochi a rifiutare.
“E’ la dittatura di Stalin non solo sul proprio paese, ma anche sul comunismo internazionale che Altiero rifiuta, non ritenendola un elemento necessario nella più generale lotta per una società socialista” (P. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna, il Mulino, 2008).
Si tentava di spiegare la monolitica posizione del partito comunista italiano così: “il male, anche nel PCd’I (…) stava precisamente nel dogmatismo, che vedeva in ogni disparità di opinioni una deviazione da soffocare, nel nome di una verità unica, infallibile”, così F. Gui, La rivoluzione della libertà, in «Critica Liberale» vol. VIII, n. 73, 2001.
Ed è interessante leggere cosa pensava il partito, la “chiesa” comunista, depositaria della verità assoluta.
“Questi compagni, pochissimi per fortuna, erano tra la migliore promessa della gioventù, esempio tipico, Spinelli (Altiero). Uomini forti, sinceri, preparati, saranno domani pericolosi se la gioia sana della lotta viva, non riuscirà a riprenderli e correggerli. Le meditazioni solitarie, l’approfondimento del problema della conoscenza, una certa tendenza al rigore dell’indagine, ed alla imparzialità scientifica, hanno posto in questi compagni l’urgenza di esigenze spirituali e di problemi morali…”(in, Effetti della reclusione sullo sviluppo politico dei compagni, di Mattia Marino, periodo: 6 gennaio 1933/5 marzo 1933, f. 21).
Il partito si preoccupava dei compagni intelligenti e bravi che, però, ragionavano con senso critico in autonomia e non si lasciavano forgiare, modellare, secondo i canoni dettati dalla segreteria centrale. Andavano ripresi e corretti, secondo una tipica idea comunista perché diventavano, appunto, “pericolosi”.
E qui si potrebbe aprire un ampio discorso sul grave errore di molti, secondo cui, la pena, disciplinata in Costituzione, “debba” rieducare l’internato. Quando, invece, la Costituzione, più mitemente preveda che debba “tendere” alla rieducazione secondo la chiara interpretazione autentica di chi l’ha scritta. Ed è per questo che, in Corea, al tempo di Pol Pot, nelle celle dei pochi detenuti che resistevano a torture e soprusi,
veniva inciso “Devi essere libero”, secondo la teoria dell’uomo nuovo del leader comunista di allora. Ma torniamo a Spinelli.
Cosicché, il partito, volle chiarire la posizione di questo Spinelli che, da bravo compagno, stava deragliando su crinali crociani e lontani dai binari tracciati dall’Urss e dalla segreteria romana.
Ci sovvengono le parole del compagno Pajetta: “…un po’ una conversazione tra amici e un po’ un interrogatorio da inquisizione. L’eretico impenitente, non disposto a sottomettersi, fu in qualche modo scomunicato. Il collettivo non poteva prendere delle misure, ma noi volevamo che fosse chiaro, quando sarebbe arrivato al confino, che a Civitavecchia le sue posizioni ideologiche e politiche erano state ritenute estranee, nel modo più assoluto, a quelle dei comunisti” (G. Pajetta, Ragazzo Rosso, Milano, Mondadori, 1983).
Dalle parole dell’alto esponente del partito comunista Pajetta, Spinelli, era giunto sull’orlo del precipizio. Internato, lontano dalla vita politica, facevano paura le sue idee troppo distanti da quelle del partito. Lo aspettavano al varco. Alla prima mossa lo avrebbero buttato giù dalla rupe.
Inoltre, gli internati potevano leggere i libri comprati con i pochi risparmi che potevano permettersi. Il partito, allora, faceva arrivare in carcere i libri proposti dalla dirigenza e non quelli richiesti dai detenuti. Spinelli, ma guarda che sfrontatezza, invece, chiedeva che fossero i detenuti ad indicare i libri da leggere.
E questo sembrava un affronto alla dottrina del partito.
Fu poi trasferito a Ponza ed aveva la libertà di leggere gli atti dell’Internazionale e discuterne solo con alcuni suoi colleghi di sventura, ma solo quelli indicati dal direttivo.
La discussione si incentrò sui processi a Mosca di molti “dissidenti” finiti sotto le purghe staliniste.
“Mi rifiutavo di considerare Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Pjatakov e tutti gli altri come spie, che i processi erano espressione di una grossa crisi politica e che come tali li avremmo dovuti analizzare e giudicare, senza essere obbligati ad accettare in partenza che fosse Stalin ad avere ragione”.
Alcuni detenuti, tra cui Celeste Negarville, scrivevano che Spinelli diventava pericoloso. Ecco un passo: “la posizione di Altiero è pericolosissima: condizione per la rivoluzione in Europa, l’abbattimento della dittatura staliniana”.
L’epilogo era scontato.
Il direttivo chiese l’abiura di tanta eresia.
Spinelli rifiutò orgogliosamente.
Venne espulso con questa motivazione: “deviazione ideologica e presunzione piccolo‐borghese”.
L’ordine fu quello di non parlare e non intrattenere rapporti con il detenuto Spinelli.
Ad onor del vero, Camilla Ravera, Terracini e Amendola gli rimasero vicini.
Inutile aggiungere che, in questi casi, oltre la condanna, senza appello, del partito comunista, vi doveva essere anche una pena accessoria immancabile a giustificazione dell’ortodossia e della giustezza della decisione: Altero Spinelli era una spia e agente provocatore.
Si alzava così un muro, una barriera tra i buoni e i cattivi.
E il silenzio doveva regnare per l’infamia di spia, e a sopire ogni dubbio.
Infine, il Manifesto di Ventotene, basava la sua idea sul federalismo, avversato in modo assoluto dal Pci e visto con sospetto.

(da Infosannio)

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