Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile
VAGAVA DA SOLO, SCALZO, TRA LE DUNE…NON E’ CHIARO COSA SIA ACCADUTO AI SUOI GENITORI
Un bambino che vaga da solo, scalzo, tra le dune nel deserto del Sahara, da qualche
parte tra Libia e Ciad. È ciò che si vede nel video pubblicato oggi da Mediterranea e diffuso nei giorni scorsi da Refugees in Lybia.
Secondo la testimonianza di chi lo ha trovato, il piccolo, apparentemente di 4 o 5 anni, è stato tratto in salvo e consegnato alla polizia libica di Kufra. «Non era protetto tra le mura di casa, né tra le braccia di un genitore. Ma da solo, in mezzo al deserto. Il bambino in questo video non ha commesso alcun crimine», denuncia l’organizzazione non governativa. Non è chiaro cosa sia accaduto ai suoi genitori. «Potrebbero essere crollati esausti dietro di lui, disidratati, oppure cacciati o scomparsi durante gli ultimi rastrellamenti di massa ed espulsioni di neri africani da parte delle milizie in Libia – continua il post sui social -. Forse sono stati arrestati o uccisi e gettati nelle fosse comuni di Gharyan e Sikka. O forse sono stati lasciati morire, come tanti altri, nella terra di nessuno che l’Europa paga mantenere invisibile».
Un bambino «che, con la sua storia – conclude la Ong -, rappresenta il crollo di ogni pilastro morale che la Libia e l’Europa sostengono di rispettare».
La violazione dei diritti umani in Libia
La Libia costituisce un punto di destinazione e, soprattutto, di transito per i migranti. Nel dicembre 2023 erano più di 706mila nel Paese del Nordafrica, la maggior parte dei quali era entrata dall’Egitto, il Niger, il Sudan o il Ciad. Ma è anche un luogo – denunciano le organizzazioni, tra cui l’Onu – dove da tempo si verificano detenzioni arbitrarie nei centri, torture e violenze a scopo di riscatto riscatti e violazione del principio di non respingimento.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sono stati oltre 15mila i migranti intercettati in mare e riportati in Libia, con almeno 434 vittime e 611 dispersi nel Mediterraneo.
Ma non solo: secondo le testimonianze di 30 migranti raccolte nel report “State Trafficking” (“Tratta di Stato”), la polizia tunisina tortura i migranti provenienti
dall’Africa sub-sahariana mentre vengono espulsi dal Paese e venduti ai trafficanti in Libia. Il rapporto denuncia, inoltre, come questi «crimini di Stato» si siano verificati anche come «conseguenza del supporto di Italia e Unione europea ai due Paesi nordafricani».
(da agenzie)
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Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile
IL MALORE E IL RICOVERO: CHI RA I 26ENNE VOLONTARIO DI CLOWNTERAPIA… IL RICORDO COMMOSSO DEI GENTORI DEI PAZIENTI A CUI REGALAVA UN SORRISO
È morto mentre ancora indossava il naso rosso e il camice Filippo Bonacchi, volontario di clownterapia scomparso nei giorni scorsi a Milano. Il ragazzo di 26 anni ha avuto un malore proprio mentre si trovava con i piccoli pazienti dell’ospedale Niguarda con il suo camice bianco pieno di pon pon colorati cuciti addosso.
Chi era Filippo Bonacchi
Nato a Pistoia, Bonacchi era arrivato a Milano per frequentare la Civica scuola di teatro Paolo Grassi. Era poi partito per Parigi, dove ha frequentato l’Ecole internationale de théâtre Jacques Lecoq.
Nel 2022 a Parigi, aveva fondato con alcuni compagni dell’école la compagnia teatrale Bacchetti, che si occupa di commedia e clown. Fra i professionisti con cui ha studiato anche Misha Usov del Cirque de Soleil. A Milano faceva clownterapia coi malati al Niguarda, al Gaetano Pini e in altre strutture.
Il ricordo della docente
A ricordarlo con commozione è stata una delle sue docenti, Marinella Guatterini: «Ho molto amato questo tizzone di vita bruciata, volato a Parigi per completare gli studi dell’amato Lecoq e diventare danzatore, performer e clown dirompente. Non mancava di mandarmi disegni, di chiamarmi e si ricordava di me ad ogni piè sospinto. Questo la Morte non lo doveva fare».
L’addio dei genitori dei piccoli pazienti
Sotto shock ancora l’associazione Erika, che porta un piccolo spazio di gioia ai giovanissimi pazienti negli ospedali. «Ancora non riusciamo a crederci, giovedì regalavi sorrisi. La notizia della sua morte ha lasciato tutti spiazzati – scrivono su Instagram».
E poi l’associazione Veronica Sacchi, che scrive: «Con il cuore spezzato, salutiamo il nostro Volontario col Naso Rosso, Filippo, ricordiamo la sua generosità nel donare sorrisi preziosi ai pazienti. Grazie di cuore, Filippo, per ogni attimo di gioia che hai portato tra noi. Ci mancherai».
Il ricordo dei genitori dei piccoli pazienti
Ci sono poi i tanti genitori dei pazienti che salutano Filippo Bonacchi e lo ringraziano «per il momento di gioia che hai regalato al piccolo Ettore». Nei commenti ai post lo ricordano gli mandano raffiche di cuori. Qualcuno menziona momenti specifici: «Ciao Filippo e grazie per il momento di gioia che hai regalato al piccolo Ettore».
(da Open)
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Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI PENSANO A UN SOLITO ITALICO “TRUCCHETTO” PER DIMEZZARE GLI INVESTIMENTI REALI: INSERIRE NEL CONTEGGIO DELLE SPESE PER LA DIFESA LE ATTIVITÀ “CIVILI-MILITARI”, COME I “SERVIZI DI METEOROLOGIA” O DI SUPPORTO ALLA NAVIGAZIONE
A scanso di equivoci il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto
ribadisce il concetto: «I soldi della politica di coesione vengono riprogrammati e ogni Stato membro deciderà liberamente se farlo o non farlo». Se dunque Giorgia Meloni terrà fede all’impegno preso in Parlamento, i soldi necessari ad aumentare la spesa militare italiana non arriveranno dalle risorse dedicate al Mezzogiorno, circa 42 miliardi di euro messi a disposizione ogni sette anni attraverso il bilancio europeo.
Ma la prima domanda alla quale rispondere è: come faremo allora a tenere fede all’impegno fissato dall’Unione di far salire la spesa per la Difesa al tre per cento della ricchezza prodotta
Facciamo due conti. Oggi l’Italia spende in armamenti poco più dell’1,5 per cento Pil, pari a 33,5 miliardi di euro l’anno. Per arrivare al 2 per cento ne occorrono circa 44, dieci in più. Per arrivare al tre per cento il costo raddoppia a 66 miliardi, oltre trenta miliardi in più.
Una cifra enorme, per finanziare la quale il governo ha davanti a sé due strade: aumentare il debito pubblico, o tagliare alcune delle grandi voci della spesa pubblica. La deroga al patto di Stabilità decisa da Bruxelles lo scorso 6 marzo lascia la possibilità di scegliere la prima soluzione, che però – pur avendola a lungo proposta e sostenuta – ora l’Italia teme di percorrere. La causa è anzitutto nei dazi di Donald Trump, che hanno fatto crollare le prospettive di crescita, e delle scelte tedesche, che con la revisione della regola del debito hanno fatto aumentare il costo del debito pubblico di tutti i Paesi dell’area euro.
Dunque non restano che i tagli. Ma quali? La lista delle macro-voci del bilancio pubblico non lasciano spazio alla fantasia: 318 miliardi di euro l’anno per le pensioni, 125 miliardi per la Sanità, 75 per onorare gli interessi sul debito pubblico, 60 per politiche sociali e famiglia, 52 per istruzione, 40 per le imprese, 20 per il lavoro. Si dirà: nell’enorme calderone della spesa (oltre 800 miliardi) ci sarà qualche spreco.
Per averne conferma basta aprire la home page di OpenCoesione, il sito della presidenza del Consiglio che con una qualche trasparenza fa la contabilità di quel che l’Italia ha speso e spende di quei 42 miliardi a disposizione ogni sette anni. Ebbene, se si guarda all’insieme delle spese effettuate a partire dal primo ciclo di programmazione – era il 2000 – l’Italia ha utilizzato solo il 31 per cento delle risorse.
Il resto è rimasto nelle casse comunitarie, con buona pace di quei sindaci e governatori che quei fondi li difendono ma non sono mai in grado di attingere fino in fondo. Dice la presidente sarda Alessandra Todde: «Sono preoccupata per la revisione della politica di coesione perché quei fondi sono uno strumento fondamentale per lo sviluppo dei contesti più periferici dell’Europa. Nella mia regione vorremmo vederli sempre più decentralizzati».
In realtà, proprio per ovviare alla scarsa efficienza degli enti locali, il governo Meloni nel frattempo ha fatto l’opposto, ovvero centralizzato quel capitolo di spesa e costretto i governatori regionali a firmare singoli accordi con Palazzo Chigi. Il processo è durato mesi, e per questo la contabilità di OpenCoesione ammette che nell’attuale settennato (2021-2027) sono stati impiegati fin qui appena il 2 per cento delle risorse
Resta poi da capire quanta parte di queste risorse andrà agli armamenti in senso stretto e quanto a investimenti in senso più largo al settore. Diceva ieri Fitto: «Nella riforma dei fondi di coesione abbiamo dato cinque priorità, una di queste è la difesa, ma non ha nulla a che fare con l’acquisto di armi o di attrezzature da guerra, ma di investimenti sul fronte dell’innovazione».
(da agenzie)
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Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile
MA C’È UNA PERSONA CON CUI HA AVUTO PIÙ ATTRITI: SUSIE WILES, LA CAPA DELLO STAFF DEL PRESIDENTE CHE NON HA MAI TOLLERATO I SUOI COMPORTAMENTI DA CAVALLO PAZZO… E’ STATA LEI A SGANCIARE L’INDISCREZIONE A “POLITICO” A POCHE ORE DALLA BATOSTA ELETTORALE IN WISCONSIN, CHE HA “MOLTO DELUSO” TRUMP, DEL CANDIDATO REPUBBLICANO SPONSORIZZATO A SUON DI MILIONI DA MUSK?
Elon Musk continuerà a essere un “amico e consigliere” dell’amministrazione Trump, anche dopo la fine del suo incarico al Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE). Lo ha affermato il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, intervistato a ‘Fox & Friends’ di Fox News. Si prevede che il miliardario si dimetterà alla fine del mese prossimo, dato che il suo incarico nell’amministrazione era stato concepito solo come temporaneo.
“Fondamentalmente, Elon rimarrà un amico e un consigliere sia per me che per il presidente, e ha fatto molte cose buone”, ha precisato Vance. “Elon è arrivato e noi abbiamo detto: ‘Abbiamo bisogno di te per rendere il governo più efficiente, abbiamo bisogno che tu riduca l’incredibile burocrazia che ostacola la volontà del popolo americano ma che costa anche troppi soldi’”, ha continuato il vicepresidente, “abbiamo detto: ‘Ci vorranno circa sei mesi‘, ed è quello che Elon ha accettato”.
Citando quattro fonti anonime “vicine a Trump”, il sito “Politico” ha scritto che il presidente Donald Trump e Musk avrebbero “deciso” che l’imprenditore miliardario 53enne presto “farà un passo indietro” per assumere un “ruolo di supporto” e tornare al settore privato per guidare le sue aziende.
L’articolo ha colpito Washington come un fulmine a ciel sereno – poiché suggeriva che una frattura tanto attesa si fosse finalmente aperta tra Trump e il genio eccentrico che ha finanziato la campagna del presidente del 2024 con ben 288 miliardi di dollari.
Il report si è basato fortemente su fonti secondo cui Musk sarebbe diventato una “forza ingestibile e imprevedibile” che genera caos politico e si scontra con l’entourage di Trump – compresa l’inflessibile capa dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, soprannominata la “Regina di Ghiaccio”.
Di certo, l’approccio anticonvenzionale di Musk alle pubbliche relazioni e il suo stile “col machete” nel riformare la burocrazia federale hanno fatto storcere molti nasi a Washington.
Tuttavia, fonti vicine all’amministrazione hanno detto al “Daily Mail” che il report è “spazzatura” e “fake news”, aggiungendo che Trump e Musk non hanno preso alcuna decisione in tal senso e che non ci sono piani per il miliardario di andarsene prima che il suo lavoro con DOGE sia terminato.
Questi sentimenti sono stati riflessi in un post su X della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt: «Questo “scoop” è spazzatura. Elon Musk e il presidente Trump hanno entrambi dichiarato pubblicamente che Elon lascerà il servizio pubblico come impiegato speciale del governo una volta concluso il suo straordinario lavoro con DOGE».
Musk stesso ha retwittato il messaggio della Leavitt e, con la sua solita nonchalance, ha commentato: «Sì, fake news». Perfino il padre del miliardario, Errol Musk, contattato dal “Daily Mail” in Sudafrica, è intervenuto: «Elon non abbandonerà mai DOGE finché il suo impegno non sarà concluso. Tutto quello che stanno dicendo sull’uscita di Elon da DOGE è inventato e falso».
Ma il report di “Politico” – e la veemenza con cui la Casa Bianca e i suoi alleati hanno reagito – ha alimentato ancora più speculazioni nei circoli politici, molti dei quali suggeriscono che Musk sia stato estromesso dall’amministrazione da parte dei suoi rivali. E fonti interne ammettono che ci sono sacche di malcontento nell’amministrazione per il ruolo di Musk.
Una delle persone con cui Musk avrebbe avuto più attriti è proprio la capa dello staff di Trump, Wiles, soprannominata la “Regina di Ghiaccio” da Trump per la sua freddezza.
Sembra che Wiles sia stata frustrata dalla mancanza di comunicazione da parte di Musk sui suoi piani di “sventramento” delle agenzie federali, e dal fatto che lui insista nel twittare informazioni cruciali prima che il suo team possa valutarle.
Secondo “Vanity Fair”, il mese scorso Wiles avrebbe guidato un’operazione dietro le quinte per mettere Musk “in riga” e avrebbe persino incoraggiato i segretari di gabinetto a criticare Musk direttamente con il presidente.
Data la reputazione di Wiles come operatrice politica esperta nelle “arti oscure” della manipolazione mediatica per colpire i rivali, alcuni insider suggeriscono che potrebbe essere dietro l’articolo di “Politico”.
È diffusa tra gli osservatori politici l’idea che Musk sia una responsabilità politica per Trump. E questa impressione si è rafforzata questa settimana, quando Brad Schimel – candidato alla Corte Suprema del Wisconsin, sostenuto e finanziato da Musk con 20 milioni di dollari – ha perso
La campagna ad alto profilo di Musk per Schimel ha portato alcuni a considerare l’elezione come un referendum su Musk stesso – e fonti vicine al “Daily Mail” affermano che Trump si sia detto molto deluso dal risultato.
A prescindere dalle rivalità politiche, ci sono senza dubbio incentivi finanziari affinché Musk lasci il suo incarico in DOGE prima del previsto. Il suo lavoro ha scatenato proteste, boicottaggi e persino attacchi violenti ai negozi Tesla nel mondo, causando un crollo del titolo in borsa.
«Le mie azioni Tesla – e quella di tutti coloro che la possiedono – si è praticamente dimezzata – ha detto Musk domenica sera – Questo lavoro mi costa molto, è quello che sto dicendo». Anche i suoi investitori stanno facendo pressioni affinché lasci il ruolo: un fondo pensione di New York ha chiesto lunedì una causa contro Tesla, accusando Musk di aver fatto crollare le azioni dell’azienda a causa del suo coinvolgimento in DOGE.
Inoltre, ci sono segnali che se Musk lasciasse DOGE, il titolo Tesla potrebbe riprendersi – infatti è salito del 5% dopo la pubblicazione del report di “Politico” mercoledì. Infine, alcuni ipotizzano che la ragione per cui Musk potrebbe andarsene prima del previsto sia più semplice e personale: forse ha rotto con Trump.
Solo due mesi fa, Musk twittava: “Amo @realDonaldTrump quanto un uomo etero può amare un altro uomo”. Ma i critici da tempo si chiedono per quanto tempo due ego così ingombranti possano lavorare insieme senza scontri.
Alcuni commentatori suggeriscono che la loro relazione finirà quando Trump si sentirà minacciato da Musk. “Trump e Musk: il bromance destinato a non durare”, titolava il New York Times a novembre. Anche stavolta, le fonti vicine all’amministrazione assicurano al Daily Mail che non è questo il caso – e che Trump è ancora entusiasta del lavoro di Musk, considerandolo nel complesso positivo.
Dal canto suo, Errol Musk afferma che ogni problema personale tra suo figlio e il presidente o chiunque altro è assurdo: «Non vedo Elon allontanarsi da Trump. Dire che si scontrano perché ci sono due ego nella stanza è infondato. Non c’è assolutamente alcun problema tra Elon e il Congresso, Elon e Trump, o Elon e chiunque riguardo al suo lavoro con DOGE. Stanno solo diffondendo queste voci per cercare di danneggiarlo».
La Casa Bianca e le fonti vicine all’amministrazione insistono che il mandato di Musk con DOGE finirà solo una volta completato il lavoro – e aggiungono che probabilmente sarà entro fine maggio, dato il suo status di “impiegato speciale del governo”.
Gli impiegati speciali del governo possono lavorare per il governo federale solo per “130 giorni in un periodo di 365 giorni”, secondo l’Ufficio di Etica del Governo. Il
periodo di Musk dovrebbe concludersi il 30 maggio. Non c’è dubbio che Trump potrebbe provare a estendere la scadenza – o trovare un altro modo per impiegare Musk – se lo desiderasse, ma Musk stesso ha detto che non ce n’è bisogno.
Giovedì scorso, rispondendo a una domanda di Bret Baier di Fox News, Musk ha suggerito che se ne andrà da DOGE a maggio: «Credo che entro allora avremo portato a termine la maggior parte del lavoro necessario per ridurre il deficit di un trilione di dollari».
(da agenzie)
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Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI JACQUES ATTALI, CHE HA DEDICATO UN LIBRO ALLA STORIA DELL’ISTRUZIONE, SULLE DISEGUAGLIANZE: “DOVREMMO TRIPLICARE GLI INVESTIMENTI. LA RIPRODUZIONE SOCIALE È UNO SCANDALO: IN FRANCIA IL FIGLIO DI UNO STUDENTE DI UN’UNIVERSITÀ D’ÉLITE HA 80 VOLTE PIÙ PROBABILITÀ DI FREQUENTARE LA STESSA UNIVERSITÀ D’ÉLITE RISPETTO A UN ALTRO. LA BARBARIE È ALLE PORTE”
Racconta Jacques Attali che un giorno, in prima liceo, il professore di fisica gli disse
davanti alla classe: «Attali, se gli idioti volassero, lei sarebbe capo squadriglia». Elegante esempio di insegnamento tramite l’incoraggiamento e la benevolenza.
Oggi ottantunenne, plurilaureato economista, banchiere, consigliere e consulente di presidenti da Mitterrand a Sarkozy fino a Macron […], Jacques Attali pubblica in Italia, per Fazi, Conoscenza o barbarie. Storia e futuro dell’educazione .
Un volume che ripercorre la storia di come l’uomo abbia cercato di trasmettere le conoscenze attraverso i secoli, e un monito sui rischi di abbandonare questa impresa titanica e al tempo stesso irrinunciabile, a meno di non accattare una nuova barbarie.
Che differenza c’è fra trasmissione ed educazione?
«Per molti secoli si è trattato solo di trasmettere alcuni saperi ad alcune persone, l’educazione è un fenomeno molto recente che comincia all’incirca 500 anni prima della nostra era, quando si assiste all’inizio di una specializzazione della funzione dell’insegnamento, quasi sempre esclusiva delle chiese».
Lei dedica alcune pagine interessanti ai tentativi, in particolare della Francia, di togliere alla chiesa il ruolo preminente nell’educazione dei cittadini.
«La Francia è un caso particolare perché davvero ci ha provato più degli altri.
Con la fine dell’ ancien régime e l’avvento della République la Francia tenta l’esperienza unica al mondo di un’istruzione slegata da qualsiasi radice religiosa.
È una visione applicata a tutta la società perché la Francia inventa quel concetto molto particolare che è la laicità. La scuola pubblica è laica ed è stata a lungo un motivo di orgoglio della Francia, ma gli istituti cattolici continuano ad avere un ruolo».
Quanto all’Italia, lei parla di «grande ritardo».
«Ci sono alcuni dati negativi: nel 2017 solo il 25 per cento dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni ha una laurea, mentre per i 35 Paesi dell’Ocse la media è del 43,1 per cento.
E oltre 260 mila laureati under 40 si sono trasferiti all’estero. Ma in questo disastro, l’Italia è il primo Paese al mondo ad avere inserito nel 2019 lo studio del riscaldamento globale a scuola».
E secondo lei la Svezia, a lungo considerato un modello, ha fallito.
«È terribile, un sistema eccezionale che si è formato e fortificato in tantissimo tempo può crollare molto rapidamente. Il sistema svedese era giudicato il migliore sotto molti aspetti, e ha anche innovato permettendo di usare un voucher per scegliere se mandare i figli nel pubblico o nel privato. Ma l’apertura al privato non è riuscita, il livello si è abbassato. Oggi i modelli sono altri»
Quali sono i Paesi all’avanguardia?
«Singapore e la Finlandia. Ed è interessante osservare che i due sistemi stanno convergendo, stanno prendendo l’uno alcune caratteristiche dell’altro. Il metodo di insegnamento delle materie scientifiche di Singapore è ormai universalmente adottato dall’Ocse, e il sistema di Singapore, in origine legato al vecchio metodo confuciano duro e selettivo, sta evolvendo per integrare la cooperazione, il lavoro in équipe, meno voti, meno sforzi individuali».
Un aspetto terribile dell’educazione per come si è evoluta nei secoli è che il maltrattamento degli alunni è il filo conduttore ovunque, una pratica sistematica, non episodica.
«È consustanziale a tutti i sistemi educativi, purtroppo. Picchiare i bambini è un metodo educativo, lo ritroviamo tra gli egizi e i cinesi, dappertutto. E la violenza si trasmette attraverso le generazioni, anche in modo indiretto».
Lei fa una distinzione tra un approccio verticale e uno orizzontale, secondo la tradizione delle chiese.
«Il metodo della scuola cattolica è più verticale. Come è noto, la chiesa di Roma ha ripreso l’organizzazione militare dell’impero romano, mentre il sistema protestante è più orizzontale.
Il sistema cattolico si fonda sulla gerarchia e una trasmissione a senso unico, non c’è l’idea di conversazione, di dialogo, di diritto a una risposta. Ma se non puoi rispondere, creare, inventare, non impari nulla.
Il sistema romano, che ritroviamo anche tra i cinesi, è l’apprendimento nudo e crudo, la selezione, l’imparare a memoria. La scuola protestante è più orizzontale, privilegia la personalità, l’innovazione, il lavoro personale. Funziona meglio».
Il sistema orizzontale protestante si occupa di più del benessere degli allievi e quindi della società?
«In teoria, perché poi anche lì la scuola è una metafora, o meglio un’anteprima, del lavoro. La scuola viene organizzata come il lavoro. Quando i bambini vivevano in campagna, imparavano a lavorare con i genitori, la scuola non esisteva.
Con lo sviluppo dell’artigianato la scuola è caotica, i bambini si aggirano come in un laboratorio artigianale. Con la società industriale e il lavoro in catena di montaggio, anche la scuola si trasforma, gli allievi passano da una classe all’altra, come alla catena in fabbrica».
Questo ci dice qualcosa sul futuro dell’educazione?
«Credo di sì, perché lo smart working allarga le possibilità della scuola a distanza, come si è visto durante il Covid, e non è detto che sia un bene».
Un capitolo s’intitola «La fine della scuola».
«Già adesso, in certe zone del mondo, la scuola sta morendo. Abbiamo raggiunto una vetta dove quasi tutti sanno leggere, ma presto potremmo cadere e l’analfabetismo tornerà a guadagnare terreno.
In India la situazione della scuola è catastrofica, chi può mette i figli nelle poche scuole private. In Africa l’esplosione demografica porta a classi di centinaia di allievi, in Cina solo i figli di un’élite ristretta possono permettersi studi accettabili.
Esiste una specie di fiction della scuola, la diamo per scontata ma in molte aree del mondo la scuola non esiste già più. E siccome la natura ha orrore del vuoto, al posto della scuola arrivano gli estremisti. Il caso della Nigeria e degli islamisti in questo senso è illuminante».
E in Europa?
«Siamo a un bivio. Dovremmo triplicare gli investimenti, e insistere con l’idea delle quote per riservare posti nelle migliori scuole ad allievi che arrivano dalle periferie. La riproduzione sociale è uno scandalo: in Francia il figlio di uno studente di un’università d’élite ha 80 volte — dico bene: 80 — più probabilità di frequentare la stessa università d’élite rispetto a un altro. La barbarie è alle porte.
Siamo ancora in tempo a salvarci ma dobbiamo agire e puntare tutto sulla tenacia, nostra e degli allievi. La particolarità della partita è che siamo all’intervallo dopo il primo tempo, stiamo perdendo 3 a zero e l’avversario siamo noi stessi».
(da il Corriere della Sera)
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