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GIORGIA MELONI SENZA VERGOGNA: DI FRONTE AI DAZI DEL 20% CONTRO L’UNIONE EUROPEA ANNUNCIATI DA TRUMP, INVECE CHE PRENDERSELA CON IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO, VA AL TG1 AD ATTACCARE L’UNIONE EUROPEA

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

DOPO AVER MINIMIZZATO L’IMPATTO DELLE TARIFFE, AZZANNA URSULA VON DER LEYEN, CHE HA PROMESSO VENDETTA: “NON SI DEVE RISPONDERE CON ALTRI DAZI, PERCHÉ L’IMPATTO SULLA NOSTRA ECONOMIA POTREBBE ESSERE MAGGIORE” … POI LA CONTORSIONE LOGICA PER NON DARE LA COLPA A TRUMP: “L’UE DEVE INIZIARE A RIMUOVERE I DAZI CHE SI È AUTO-IMPOSTA…”

Cancella tutti gli impegni. Convoca d’urgenza i ministri e i vertici del governo a Palazzo Chigi. E in serata dà un’intervista al Tg1 per chiedere di “evitare allarmismi”, ma soprattutto per mandare un messaggio all’Unione europea: “No a contro-dazi che sarebbero dannosi per la nostra economia”.
Se a Washington Donald Trump si gode il suo liberation day, a Roma la sua alleata Giorgia Meloni decide di chiudersi nel suo bunker di Palazzo Chigi.
Sa che la strategia che ha utilizzato finora – sperare in qualche forma di esenzione grazie al suo rapporto privilegiato con la Casa Bianca – non ha dato i suoi frutti. E teme per l’impatto che i dazi imposti da Trump possano avere da qui ai prossimi mesi sulla tenuta economica del Paese e, di riflesso, anche sul suo governo.
Così, di buon mattino, la premier italiana riunisce a Palazzo Chigi i ministri Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso, Francesco Lollobrigida e Tommaso Foti oltre ai due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani (collegato da Bruxelles).
Una sorta di task force anti-dazi, come la chiamano a Palazzo Chigi. Secondo fonti di governo, alla riunione viene fatta una panoramica sui settori che sarebbero più colpiti I principali sono quelli dell’agroalimentare che preoccupa molto Lollobrigida e che costituisce anche una parte dell’elettorato di Fratelli d’Italia.
Il messaggio che Meloni consegna ai suoi è semplice: evitare qualsiasi tipo di allarmismo perché, sostiene, sarebbe controproducente. E durante la riunione bacchetta anche il suo vicepremier leghista Salvini: ora il governo deve dare prova di “compattezza”, evitando di “alzare i toni”.
Anche perché ormai sul rapporto con gli Stati Uniti il segretario del Carroccio […] ha messo in piedi una diplomazia parallela.
Di prima mattina Salvini riunisce in video collegamento i responsabili economici del suo partito e dà l’ordine di attaccare l’Unione europea: “Prima di pensare a guerre commerciali o contro-dazi, l’Ue tagli burocrazia e vincoli a partire dal green deal”.
Ma si spinge anche a dire ai suoi che servirebbe una trattativa bilaterale con la Casa Bianca. Meloni è in difficoltà. Sa che alcune cose non le può dire (pur pensandole) e soffre l’attivismo di Salvini.
Eppure, in serata è proprio Meloni a parlare al Tg1 e ad attaccare chiaramente Ursula von der Leyen, con cui si era sentita fino a poche ore prima.
Pur ripetendo che quella dei dazi è una decisione “sbagliata” che avrà un impatto negativo “sull’economia europea e statunitense” ma non è “una catastrofe” perché l’Italia “continuerà a esportare negli Stati Uniti”.
Aggiunge che Palazzo Chigi sta preparando un piano per capire quali siano i settori più colpiti e se la prende con le opposizioni che “non hanno presentato nemmeno una proposta”.
Ma la parte più dura la dedica a Bruxelles: non si deve rispondere ai dazi “con altri dazi”, dice, perché l’impatto “sulla nostra economia potrebbe essere maggiore” rispetto ad altri Paesi
Quindi serve un dialogo “franco” con Washington, ma l’Unione europea deve iniziare a “rimuovere i dazi che si è auto-imposta – conclude Meloni – rivedendo il Green Deal ideologico sulle auto, avere più coraggio sull’energia e rivedere il Patto di Stabilità. Oltre alla trattativa europea, prima di Pasqua un passaggio importante sarà il faccia a faccia con il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance. Oggi intanto vedrà a Palazzo Chigi il leader del Ppe Manfred Weber, che domani parteciperà al Consiglio Nazionale di Forza Italia.
(da agenzie)

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LA RESISTENZA A TRUMP ARRIVA DA…DESTRA: UN MANIPOLO DI SENATORI AMERICANI, GUIDATI DAL REPUBBLICANO CHUCK GRASSLEY, HA PRESENTATO UN PROGETTO PER LIMITARE L’AUTORITÀ DEL PRESIDENTE SUI DAZI

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO BRITANNICO CONSERVATORE “TELEGRAPH”: “LA GUERRA COMMERCIALE AVRÀ SOLO PERDENTI. E IL PIÙ GRANDE PERDENTE POTREBBE ESSERE TRUMP. GLI STESSI CITTADINI AMERICANI NEL CUI NOME TUTTO CIÒ VIENE FATTO SI RITROVERANNO CON PREZZI MOLTO PIÙ ALTI PER I BENI D’IMPORTAZIONE”

Al Senato americano è stato presentato un progetto bipartisan che concede al Congresso il via libera finale sui dazi imposti da un presidente. Il provvedimento porta la firma del repubblicano Chuck Grassley e della democratica Maria Cantwell.
La misura ha poche chance di essere approvata, ma mostra il disagio di alcuni esponenti gop nei confronti delle tariffe di Donald Trump.
La guerra commerciale di Trump avrà solo perdenti. E il più grande perdente potrebbe essere Trump.
Nella grande tradizione della televisione reality, i vincitori e i vinti dell’annuncio sui dazi della “giornata della liberazione” di Donald Trump sono stati tenuti segreti fino all’ultimo momento. Solo che, in realtà, non c’erano vincitori: solo vinti e vinti ancora peggiori.
I Paesi che sarebbero stati puniti si meritavano tutto, secondo Trump. Per decenni avevano saccheggiato, derubato, sfruttato e metaforicamente stuprato gli innocenti americani. Ora era giunto il momento della vendetta. Trump ha elencato tutte le industrie — vecchie e nuove — che sarebbero state minate da questi attacchi contro una popolazione impoverita dagli stranieri.
Malgrado i riferimenti alle nuove tecnologie, era chiaro che si trattava di una promessa di resurrezione per la Rust Belt, e in particolare per l’industria automobilistica, la cui crisi, nella narrazione trumpiana, era interamente colpa dell’ingiustizia della concorrenza straniera.
Nessun accenno al fatto che molti americani, semplicemente, preferiscono le auto straniere a quelle americane. La soluzione? Costringere quei produttori stranieri a spostare la loro produzione negli Stati Uniti — un processo che richiederà anni, nuovi impianti, nuove catene di approvvigionamento, con conseguenti aumenti dei costi e quindi dei prezzi.
Ma cosa si nasconde davvero dietro questa potenzialmente disastrosa frattura nelle relazioni commerciali globali? Il senatore democratico Chris Murphy ha suggerito che si tratti di una strategia deliberata per generare caos e recessione, con l’obiettivo di preparare il terreno a un passaggio dalla democrazia all’autocrazia. Trump, insomma, starebbe creando instabilità per poi giustificare l’attivazione di poteri speciali.
Devo dire che trovo questa teoria piuttosto fantasiosa, non perché mi fidi delle convinzioni democratiche di Trump, ma perché non credo che egli rifletta sulle conseguenze delle sue azioni oltre le 48 ore successive. Il che rende difficile immaginare un disegno politico di lungo periodo.
Non è stato detto assolutamente nulla sull’impatto che questi provvedimenti avranno sul costo della vita degli stessi cittadini americani nel cui nome tutto ciò viene fatto — cittadini che si ritroveranno con prezzi molto più alti per i beni d’importazione. Per non parlare degli effetti economici catastrofici sui Paesi storicamente molto meno prosperi degli Stati Uniti
Ma il loro destino non rientra minimamente nei calcoli. Questa è una questione che riguarda solo l’America — o meglio, Trump e la sua missione personale di salvare il cuore industriale del Paese, sperando di passare alla storia. Ma se questo azzardo colossale dovesse fallire — se gli operai di Detroit e le start-up della West Coast non dovessero ritrovarsi in un nuovo mondo di opportunità e benessere, e se il resto del mondo chiedesse il conto — che cosa accadrà allora?
(da agenzie)

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MAXI INCHIESTA SU ELON MUSK, DALL’UE PRONTA UNA MULTA DA 1 MILIARDO DI EURO: “NON RISPETTA LA LEGGE SULLA DISINFORMAZIONE”

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

IL NEW YORK TIMES ANTICIPA LA BOMBA: LA RISPOSTA DELL’EUROPA AI DAZI COLPIRA’ DURO

L’Unione Europea è pronta a colpire Elon Musk con una multa salatissima. A riportarlo è il New York Times, citando quattro fonti anonime vicine al dossier. Secondo quanto scrive la testata americana, l’imprenditore sarebbe accusato di aver infranto il Digital Services Act (Dsa), la legge dell’Ue sui contenuti illeciti, la pubblicità trasparente e la disinformazione. Sulla vicenda è in corso un’inchiesta che nelle intenzioni dei procuratori dovrebbe portare, oltre alle sanzioni, anche a dei cambiamenti nella piattaforma X, considerato il mezzo con cui Musk avrebbe infranto la legge. Si prevede che le misure verranno annunciate nel corso dell’estate.
Il segnale forte e la possibile vendetta
Le autorità europee starebbero valutando l’entità della multa a Musk anche alla luce del sempre più pronunciato antagonismo di Donald Trump, di cui l’imprenditore sudafricano è uno degli alleati più fedeli. Da un lato, il vecchio continente vuole mandare un segnale forte al patron di X, dall’altro resiste l’intenzione di non inimicarsi il presidente degli Usa. L’equilibrio tra i due piatti della bilancia potrebbe essere raggiunto intorno al miliardo di euro, fanno filtrare le fonti europee. La sanzione potrebbe essere ridotta se X coopererà con le autorità e metterà in atto i cambiamenti richiesti. Le persone coinvolte sottolineano che l’indagine è partita nel 2023, e non è una risposta ai dazi imposti il 2 aprile da Donald Trump.
X e la minaccia per la democrazia europea
L’investigazione costituisce il più importante tentativo di far rispettare il Dsa finora. Inoltre, X affronta anche una seconda indagine dell’UE, più ampia, che potrebbe portare a ulteriori sanzioni. In quell’indagine, hanno affermato due persone, i funzionari dell’Ue stanno costruendo un caso secondo cui l’approccio non interventista di X nel controllo dei contenuti generati dagli utenti lo ha reso un centro
di discorsi d’odio illegali, disinformazione e altro materiale che è visto come un attentato alla democrazia dal blocco dei 27.
(da agenzie)

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IL PROFESSOR FUKUYAMA: “LA POLITICA DEI DAZI RISCHIA DI PORTARCI IN UNA NUOVA GUERRA MONDIALE”

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

“E’ LA DECISIONE PIU’ IDIOTA CHE ABBIA PRESO UN PRESIDENTE AMERICANO, RISCHIAMO LA RECESSIONE”

Il professor Francis Fukuyama dice che la storia ha ripreso a correre. Ma ora sta andando nella direzione sbagliata. Il docente di Stanford, teorico della Fine della Storia, dice che «Trump ripete le politiche che negli anni Trenta ci portarono alla guerra». E che i nuovi dazi «sono la decisione più idiota che abbia mai visto da un presidente americano. Saranno completamente controproducenti e probabilmente getteranno l’economia mondiale in una recessione molto grave, se non nella depressione. Tutto si basa sull’incapacità di Trump di capire come funziona l’economia. È difficile per me comprendere come un presidente americano possa fare qualcosa di così ridicolo e dannoso per la sua stessa società», dice in un’intervista a Repubblica.
Ridicolo e dannoso
La lamentela sull’america derubata, secondo il prof, «non ha alcun senso. L’America ha prosperato enormemente grazie all’ordine commerciale liberale globale. Lui pensa che avere un deficit sia segno di sfruttamento, ma qualunque economista può spiegarti che non è così, è solo l’altro lato della medaglia del dominio del dollaro come moneta di riserva mondiale. Le decisioni di Trump sono basate su un’ignoranza così incredibile, che è difficile comprendere come sia potuto diventare presidente».
Quando alla possibilità di riportare in Usa l’industria manifatturiera, «non funzionerà così. Il costo per riportare negli Usa la produzione di tutte queste catene di approvvigionamento sarà semplicemente enorme. Le aziende americane non potranno permettersi di costruire impianti completamente nuovi, per l’alto costo della manodopera. E poi chi investirà tutti questi soldi, quando hai un presidente incoerente che cambia idea ogni due giorni? Tra due o quattro anni torneranno i democratici, tutto ciò sarà invertito, e avrai buttato i capitali. Non penso che accadrà».
Anni Trenta
Riguardo la similitudine tra le politiche di Trump e i dazi degli anni Trenta, Fukuuyama dice che il tycoon «i allinea con gli autocrati perché vuole esserne uno e cerca di muovere il sistema americano in tale direzione. L’unica speranza è che questa politica così stupida gli si ritorcerà contro. I prezzi aumenteranno e probabilmente getterà gli Usa e molte altre economie in una recessione enorme. Ciò non piacerà agli elettori americani, che sognavano l’età dell’oro». E poi: «Quando le persone perdono il lavoro e il mondo cade in una depressione che delegittima i governi esistenti, quel tipo di instabilità crea conflitti. La politica di Trump distruggerà l’Alleanza atlantica e cancellerà ogni tipo di solidarietà tra le democrazie. Russia e Cina sono felici di trarre vantaggio da questa debolezza».
(da agenzie)

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NON ABBIAMO BISOGNO DI ALIBI

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

SONO CULTURE, NON ETNIE

Il ministro Nordio, dati alla mano, non può non sapere che il femminicidio non è un problema “esotico”, legato alla «diversa sensibilità di alcune etnie». È un problema fortemente autoctono, evidentemente legato anche alla «etnia» italiana.
Si capisce che, se il ministro Nordio avesse maggiore dimestichezza con le parole (le parole sono importanti: a proposito, auguri Nanni Moretti! Siamo con te!), non avrebbe detto «etnie», avrebbe detto “culture”. Esistono, effettivamente, culture meno sensibili alla parità dei generi e al rispetto della libertà delle donne. Culture nelle quali la religione, intesa come Regola, certo non come spiritualità, ha un peso importante, e nefasto.
Ma indugiare su questo aspetto, che pure ha una sua rilevanza in epoca di globalizzazione, rischia di sembrare un alibi. E di tutto abbiamo bisogno, tranne che di alibi.
Nordio, che è ministro della Giustizia, segua qualche processo che vede ragazzi ammazzare ragazze pur di non riconoscerne la libertà di esistere anche al di fuori del controllo maschile. Legga qualche incartamento. E scoprirà che il problema è nostro, tutto nostro, abita nelle nostre case e nelle nostre famiglie.
Non è un vizio “importato”, è un conto che abbiamo lasciato in sospeso con noi stessi. A un’apparente, perfino esagerata libertà dei costumi, non ha corrisposto una riflessione sostanziale su che cosa davvero significhi, “libertà”. Su quale sia il prezzo della libertà, che non è mai gratuita.
Chi uccide una donna, perché non sopporta la sua libertà, è qualcuno che non ammette, non accetta di pagare il prezzo della libertà. La libertà non è mai gratis. Questo bisogna spiegare ai ragazzi. Altro che «etnie».
(da La Repubblica)

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SANITA’ PRIVATA, LA GIUNGLA DELLE SUPER TARIFFE

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

MENTRE NEL 52% DEI CASI IL SETTORE PUBBLICO NON RISPETTA I TEMPO PREVISTI DALLA LEGGE, GLI ESAMI EROGATI DAI CENTRO PRIVATI POSSONO COSTARE FINO A SEI VOLTE IL MASSIMO FISSATO DALLO STATO PER I RIMBORSI

Stritolati dalle liste d’attesa da un lato, strangolati dall’altro da un privato che grazie ai tempi biblici del pubblico arriva a praticare tariffe anche 4-6 volte superiori a quelle massime fissate dallo Stato per le prestazioni erogate proprio dal privato ma in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Prezzi che siamo andati a rilevare dai siti e con l’aiuto dei dati forniti da Cup Soldale, piattaforma che consente di prenotare da un network di privati.
Quel che ne viene fuori è una giungla dei prezzi spinti verso l’alto proprio dalle liste di attesa. Così com’è stato per la giornalista Francesca Mannocchi, che per la Sclerosi multipla deve fare risonanze magnetiche ogni sei mesi e per ottenerle in tempo è dovuta ricorrere al privato, pagando 680 euro per tre esami.
Uno scandalo che poteva essere pure peggiore perché, sempre a Roma, al Gemelli una sola risonanza dell’encefalo e del tronco encefalico viene a costare 450 euro. Mentre in Lombardia l’Humanitas di Varese arriva a chiederne 550, la tariffa massima di rimborso dello Stato al privato convenzionato, fissata da un decreto ministeriale del 25 novembre 2024, per questa prestazione è di 284,6 euro. Come dire che quella metà in più è guadagno extra rispetto a quello percepito avendo come cliente la regione che rimborsa.
Poi ci sono strutture virtuose come il Pederzoli di Peschiera del Garda, che con mezzo di contrasto lo stesso esame lo offre a 250 euro mentre a Firenze c’è chi arriva a 168 euro e a Caserta si scende persino a 120. Ma attenzione.
A volte, come verificato al momento di tentare la prenotazione si tratta di tariffe “civetta”, messe lì per attrarre clienti, che poi non riescono a ottenere l’appuntamento. Come nel caso del Campus Bio-medico di Roma che a prezzo pieno si tiene sui 242 euro, che scendono sensibilmente con la tariffa “amica” con la quale però il sito non permette di prenotare la risonanza
Le cose non migliorano con le ecografie. Qui la tariffa massima fissata per decreto è di 46,9 euro per quella all’addome, che diventano 152 euro al campus Bio-medico
salvo avere la fortuna di riuscire a prenotare a 70 euro con la tariffa amica. Per l’ecografia alla mammella la quota massima di rimborso scende a 21,1 euro ma a Firenze le tariffe oscillano per quelle a una sola mammella tra i 70 e i 90 euro, il quadruplo.
La giungla si fa ancora più fitta quando ci si addentra nei costi delle Tac. Per quella total body il decreto ministeriale fissa la soglia massima del rimborso a 104,5 euro. A Ostia invece una struttura privata locale propone la cifra di 400 euro per farla con mezzo di contrasto. Ma in provincia di Firenze secondo YesDoctor.it si arriva anche a 700 euro. A Milano la Clinica Diagnofisic fissa il prezzo di quella toracica a 198 euro, più del doppio degli 89,3 fissati dal Dm.
Certo, come specifica chi ha rilevato i dati, bisogna considerare anche che i prezzi possono variare in funzione del livello tecnologico dei macchinari usati, ma secondo gli esperti di Agenas che abbiamo interpellato è difficile giustificare differenze così macroscopiche. L’ospedale “Pederzoli” in Veneto è uno di quelli che si tiene basso con le tariffe, «perché preferiamo il radicamento al territorio piuttosto che il profitto ad ogni costo» spiega l’ex direttore generale dell’Agenas, Alberto Mantoan, che lo dirige. Che sulla giungla tariffaria si dice convinto che «governare anche le informazioni inerenti le prestazioni erogate anche privatamente nei territori creerebbe una virtuosa competizione tra gli erogatori».
Intanto c’è da asciugarsi gli occhi a leggere i numeri sulle liste d’attesa rilevati di recente da Altroconsumo. Tempi che non accennano a migliorare visto che per le visite specialistiche nel 52% dei casi non vengono rispettati quelli massimi di attesa stabiliti per legge in base alle priorità segnate sulla ricetta, anche se il 40% degli italiani non sa nemmeno dell’esistenza di questi limiti, sforati i quali si avrebbe diritto ad andare nel privato pagando solo l’eventuale ticket. I tempi rilevati su un campione rappresentativo delle varie realtà regionali di 1.086 assistiti indicano per una visita specialistica un’attesa media di 105 giorni, oltre tre mesi e mezzo. Ma in diversi casi si va oltre l’anno. E la cosa più grave è che il tempo massimo di 72 ore fissato per le visite urgenti non è rispettato nel 72% dei casi. Stessa percentuale per le visite e gli esami di priorità “B”, da eseguire entro 10 giorni. In pratica in tre casi su quattro l’appuntamento non viene dato nemmeno a chi ha problemi di salute seri. Per non parlare del fatto che Altroconsumo, così come lo stesso ministero della Salute, rilevano ancora molti casi strutture pubbliche e private convenzionate che chiudono illegalmente le agende di prenotazione.
Le cose sembrano andare un po’ meglio per gli accertamenti diagnostici, dove i tempi massimi non sono rispettati nel 36% dei casi. Ma le medie non raccontano ancora la realtà, fatta di 5 mesi e mezzo di attesa per una mammografia, altrettanti per una
colonscopia, più di tre mesi per una tac. E intanto il privato ringrazia.
(da lastampa.it)

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SE I SOVRANISTI RIMANGONO ORFANI DELL’AMICO AMERICANO

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

I MAGGIORDOMI ITALIANI OBBLIGATI A UN BAGNO DI REALTA’: IL PADRONE AMERICANO LI HA ABBANDONATI

Lutto nazionale, o poco ci manca. I dazi americani, orizzontali, erga omnes, indifferenti a ogni antica amicizia, costituiscono per la destra italiana molto più di un colpo all’economia e alle sue categorie del cuore (produttori di vini, formaggi pregiati, agroalimentare in genere). La obbligano a un bagno di realtà: l’amico americano non c’è più. Il suo disprezzo per i parassiti europei è circolare, riguarda
tutti, anche i conservatori italiani, e quando Donald Trump e J.D. Vance bullizzano l’Unione ce l’hanno con ogni sua capitale e palazzo, Roma compresa, Chigi compreso. Dopo più di mezzo secolo si avvera l’antica ballata-profezia intonata negli scantinati del cabaret di destra: Occidente good bye. La cantava Pat Starke, una minuta italo-americana, nell’anno del disimpegno dal Vietnam e dell’abbandono di chi si era affidato al racconto di libertà a stelle e strisce. Il coro – incredibile – era quello di Nora Orlandi. Il testo, tormentato: “Le fedi spente, le guerre vinte / le date storiche, tutto per niente / Occidente che butti tutto quello che hai / Occidente good bye.
Meloni aveva molte ragioni per credere in un altro destino, almeno per lei e per l’Italia. La sintonia politica con il mondo Maga, innanzitutto, che da sempre le ha dimostrato amicizia e sostegno. Fu il primo teorico del trumpismo, Steve Bannon, a incoraggiare Meloni nel 2018, quando era Matteo Salvini a dare le carte della politica e FdI temeva addirittura di non superare lo sbarramento del Rosatellum. Piombò ad Atreju per ufficializzare la special relationship con i Fratelli d’Italia e arruolarli nella battaglia sovranista “contro quelli di Davos”: diventò un riferimento. Stessa attenzione da Elon Musk nel 2023, prima a Palazzo Chigi e poi sempre ad Atreju, con Meloni già premier ma Trump non ancora incoronato, e pure lì la promessa sembrò chiara: siamo amici speciali, siamo in sintonia, presto lavoreremo insieme. Meloni ha rispettato il patto implicito. Per almeno due volte si è rifiutata di associarsi a documenti europei con spunti urticanti contro l’America. Ha invitato a non lasciarsi andare alle tifoserie dopo l’inaudito scontro in diretta tv tra Trump e Zelensky. Ha mostrato tutto il suo scetticismo per i piani di difesa franco-inglesi, ha dato ragione a J.D. Vance nella sua intemerata contro l’Europa per il presunto allontanamento “dai valori condivisi con l’America”.
Più di questo, cosa? E cosa più della tradizionale, assoluta, ostinata fedeltà della destra italiana all’alleanza occidentale, fin dal ’52, quando il mondo neofascista che pure contro gli americani aveva combattuto in armi accettò il Patto Atlantico e la pax americana? La delusione di Giorgia Meloni è ovvia e ha fondati motivi, compresi quelli del consenso, perché i dazi sono una bomba sotto la nostra economia e i contraccolpi elettorali ci saranno, nonostante la scarsa competitività dell’opposizione. Gli appuntamenti annullati, il vertice d’urgenza a Palazzo Chigi, le prime parole critiche sugli Usa della premier – «Misura sbagliata» – sono il segno di uno choc e al tempo stesso di una presa di contatto con la realtà. La destra sapeva che la guerra commerciale era dietro l’angolo, sapeva che difficilmente avrebbe fatto sconti all’Italia, ma forse non ci ha mai creduto fino in fondo. A forza di addolcire la pillola trumpiana raccontando che tra il dire e il fare del Presidente
da La Stampa)

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FACCIA COME IL CULO. IL GOVERNO LIBICO (QUELLO CHE TOLLERA E GESTISCE LO SFRUTTAMENTO DEI MIGRANTI) METTE AL BANDO LE ONG E SOSPENDE PERSINO L’ATTIVITA’ DELL’ALTO COMMISSARIATO ONU “PERCHE’ FAVORISCONO L’INSEDIAMENTO DEI MIGRANTI”.

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

SEA WATCH: “L’ATTACCO ALL’AZIONE UMANITARIA IN LIBIA DOVREBBE FAR RIVEDERE GLI ACCORDI ITALIA-LIBIA”… NON ACCADRA’, ABBIAMO DELEGATO AI LIBICI IL LAVORO SPORCO

Il governo di Tripoli ha deciso di sospendere le operazioni dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e di altre 10 organizzazioni umanitarie, tra cui ci sono anche ong italiane, accusate di favorire l’insediamento illegale nel paese dei migranti provenienti dal continente africano e di promuovere idee in conflitto con i valori religiosi e sociali in Libia.
Stando a quanto riportato dal Libya Observer, l’Agenzia per la sicurezza interna (Isa) libica ha affermato che “l’Unione europea sta sfruttando la situazione in Libia e sta facendo ricorso a un metodo pericoloso per insediare i migranti in Libia sotto la copertura di progetti di sviluppo e di sostegno allo stato libico, utilizzando le ong
internazionali come strumento esecutivo per l’insediamento graduale” dei migranti.
L’Isa ha quindi accusato le ong di “minare la sicurezza nazionale della Libia, di contrabbandare e riciclare denaro e di pianificare di diffondere ateismo, cristianesimo, omosessualità, decadenza morale e insediamento di migranti nel paese”.
Le ong finite sotto accusa sono: International Rescue Committee, Unhcr, Norwegian Refugee Council, Terre des Hommes Italia, International Medical Corps, Danish Refugee Council, Medici senza frontiere, Care Germania-Lussemburgo, Intersos, Acted e Cesvi.
Il portavoce ufficiale dell’Isa, Salem Ghaith, ha annunciato in una conferenza stampa ripresa dal sito informativo “Libya 24 News”, la chiusura delle sedi centrali di diverse organizzazioni dopo aver accertato le violazioni delle leggi locali e internazionali. Ha spiegato che queste organizzazioni operano in base a licenze rilasciate dalla Commissione per la società civile libica, ma le indagini dell’agenzia hanno rivelato che alcune di esse perseguono obiettivi nascosti sotto le mentite spoglie di attività umanitarie.
L’agenzia ha anche denunciato che alcune organizzazioni hanno fornito sostegno a programmi in conflitto con la legge islamica, tra cui l’organizzazione francese Medici Senza Frontiere, che ha formato medici libici su quello che ha descritto come “aborto sicuro” senza il coordinamento con le autorità competenti. Nella dichiarazione si afferma che tali pratiche costituiscono una chiara violazione delle leggi libiche e dei valori religiosi prevalenti nel Paese.
L’agenzia ha invitato dunque il Ministero degli Affari Esteri ad adottare misure urgenti per affrontare queste violazioni, chiedendo una revisione completa del lavoro delle organizzazioni internazionali in Libia e un controllo più stringente delle loro attività. Ha inoltre invitato la comunità internazionale a rispettare la sovranità della Libia e a non sfruttare la situazione di instabilità per attuare programmi stranieri.
Le reazioni delle ong
“Dalla metà di marzo, l’Agenzia per la sicurezza interna libica (Isa) ha convocato e interrogato il personale delle organizzazioni non governative in Libia che si occupano di persone migranti e rifugiati, nonché lo staff di cliniche mediche private che collaborano a queste attività. I trasferimenti dei pazienti verso queste strutture sanitarie per ricevere cure mediche sono stati interrotti in seguito agli ordini dell’Isa”, ha confermato Medici senza frontiere, una delle ong sotto accusa, che si dice “molto preoccupata per le conseguenze sulla salute dei pazienti e sulla sicurezza degli operatori e operatrici umanitari nel Paese”.
Le autorità libiche hanno predisposto la chiusura amministrativa dei locali di Medici senza frontiere, che lavora nella Libia orientale e occidentale dal 2011 per fornire assistenza sanitaria di base, diagnosi e cura della tubercolosi, supporto alla salute mentale e consulenze sulla salute sessuale e riproduttiva a persone libiche e straniere.
L’organizzazione ha sempre lavorato, sottolinea, “in collaborazione con le autorità sanitarie libiche, da cui ha ricevuto l’autorizzazione a poter operare ne paese. L’unico scopo dei progetti di Msf in Libia è fornire assistenza medica alle persone con bisogni medici”. Nel 2024, le équipe di Msf hanno effettuato 15.018 visite mediche, 3.024 sessioni di salute mentale e 2.035 visite per pazienti con la tubercolosi. Nel 2023, a seguito delle devastanti inondazioni che colpirono la Libia, la ong ha fornito assistenza medica di emergenza a Derna, supportando 2 centri di assistenza sanitaria primaria e effettuando visite mediche a quasi 5.000 persone. Msf ha, inoltre, fornito servizi di salute mentale, con sessioni individuali e di gruppo.
“L’attacco all’azione umanitaria in Libia è un punto di non ritorno che richiederebbe un immediato passo indietro dagli accordi Italia-Libia. Cade la maschera delle politiche migratorie con cui Italia e Unione europea da anni strumentalizzano la presenza umanitaria in Libia per giustificare e continuare a finanziare le politiche di respingimento. Oggi, che la Libia mette al bando l’Unhcr e nove ong internazionali, che posizione prenderanno l’Italia e i governi europei per proteggere lo spazio umanitario? Faranno finta di niente pur di portare avanti l’operazione di contenimento delle persone migranti sull’altra riva del Mediterraneo, anche al costo di farsi ricattare a discapito del rispetto dei diritti fondamentali delle persone in fuga, come nel recente scandalo Almasri?”, è il commento di Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch.
(da Fanpage)

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L’INCONTRO TRA DUE CRIMINALI: L’INFLUENCER COSPIRAZIONISTA CONSEGNA A TRUMP LA LISTA “DEI TRADITORI D’AMERICA”

Aprile 4th, 2025 Riccardo Fucile

SEI ALTI FUNZIONARI LICENZIATI, UN PRESIDENTE AGLI ORDINI DI UNA PSICOPATICA

La 31enne Laura Loomer, celebre per la fake news degli immigrati «che mangiano cani e gatti», ha incontrato per 30 minuti Trump nello Studio Ovale. Qui gli ha presentato una lista di funzionari della Sicurezza nazionale da epurare
Il colloquio con l’influencer cospirazionista Laura Loomer e l’allarme di un anonimo funzionario della Casa Bianca: «Quello che sta per iniziare a Washington è un bagno di sangue».
Il presidente americano Donald Trump avrebbe licenziato almeno sei alti funzionari del Consiglio per la sicurezza nazionale. Si tratta del primo corposo rimpasto del secondo mandato del tycoon. Forse il primo di tanti. Stando alle informazioni raccolte da Axios, Laura Loomer si sarebbe incontrata nello studio ovale con Donald Trump illustrandogli una lunga lista di persone che riteneva sleali. Sei di queste, conferma il New York Times, sono state invitate ad abbandonare il loro posto di lavoro.
Molte altre, che il team di Trump aveva scelto accuratamente nelle settimane precedenti al suo insediamento, sono state declassate e riassegnate al loro ruolo precedente. Per il primo ribaltone all’interno di una delle bastata una presentazione, durata al massimo mezz’ora, di una delle influencer più in voga dell’estrema destra americana.
Il monologo di Laura Loomer: chi è l’influencer di estrema destra
Faldoni di fogli in mano, come a certificare una lunga attività di ricerca su cui era fondata la lista di proscrizione presentata a Trump: così, secondo alcune fonti, Laura Loomer si sarebbe presentata alla Casa Bianca. Ma chi è? Niente meno che l’influencer 31enne, molto influente presso Trump, artefice della follia virale riguardo agli «immigrati che mangiano cani e gatti». Nello Studio Ovale, dunque, si trovano il presidente americano, il vicepresidente JD Vance, il consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Waltz, il capo dello staff della casa Bianca Susie Wiles e una influencer. Ed è proprio quest’ultima a prendersi microfono e leggio e declamare, con tanto di presunte prove, una lunga serie di nomi da epurare dall’agenzia governata da Waltz.
La minaccia «neocon» e i presunti traditori di Trump
La loro colpa? Secondo Loomer si tratta di «neocon», abbreviazione di neoconservatori. In poche parole, gente di destra ma non abbastanza di destra. E soprattutto, favorevoli a una politica internazionale hawkish (interventista), contro invece il desiderio isolazionistico e America First di Trump.
Secondo una fonte consultata da Axios, Loomer si sarebbe infuriata con i membri dello staff del tycoon perché «si erano lasciati sfuggire» queste persone nel processo di selezione. Tra questi il consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Waltz e il suo vice Alex Wong. Loro due per ora resistono all’accetta della influencer nonostante il «Signal-gate», cioè la condivisione dei piani di guerra segreti contro gli Houthi in Yemen su una chat Signal non criptata in cui Waltz stesso aveva per sbaglio aggiunto anche il direttore del The Atlantic Jeffrey Goldberg. Un giornalista che, guarda caso, la destra trumpiana ama definire «neocon».
(da agenzie)

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