Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
PERCHÉ OSPITARE IL CONFRONTO CON IL TYCOON A ROMA? TRASFERIRSI IN ITALIA È VISTO COME UNA SCONFESSIONE DEL RUOLO ISTITUZIONALE DELL’UE, E DI BRUXELLES
La proposta di un summit Ue-Usa è «positiva». Ma organizzarlo a Roma può essere un problema. Dopo il faccia a faccia dell’altro ieri tra Giorgia Meloni e Donald Trump la reazione dell’Unione europea si può definire “double face”. Incoraggiante da una parte, molto prudente e scettica dall’altra.
Ieri la premier italiana ha aggiornato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sull’esito del colloquio alla Casa Bianca. Un appuntamento che l’inquilina di Palazzo Chigi aveva effettivamente concordato con i vertici di Palazzo Berlaymont
Dalla Commissione, il giudizio sull’iniziativa di Meloni è sicuramente «positivo». Viene considerato un passo avanti per «un ponte politico diretto tra Ue e Stati Uniti». Von der Leyen ha quindi accolto con favore l’iniziativa italiana di invitare il presidente Trump a Roma e di facilitare un eventuale incontro a livello europeo. Sottolineando che il tutto avviene «nell’ambito dei rispettivi ruoli».
I passi successivi, però, sono molto meno fluidi di quello che si possa pensare leggendo le prime dichiarazioni ufficiali. E non si tratta di ostacoli solo formali. In primo luogo perché i summit internazionali sono una competenza non della Commissione ma del Consiglio europeo, ossia di Antonio Costa e non di von der Leyen.
Anche l’esponente portoghese è stato, infatti, informato ieri dalla presidenza del consiglio italiana sui risultati della visita a Washington. Meloni gli aveva illustrato in anticipo l’idea di proporre un vertice Ue-Usa. E il presidente del Consiglio europeo l’aveva accolta «positivamente».
In queste ore sono dunque iniziati i contatti con i 27 partner per capire l’orientamento a questo riguardo. Mettere insieme tutti i capi di Stato e di
Governo dell’Ue non è un affare semplice. E sta emergendo una prima difficoltà. Di tipo logistico. Ma che viene giudicata sostanziale. L’ipotesi che il confronto con il tycoon si svolga a Roma, infatti, non convince del tutto.
Molte cancellerie hanno sottolineato l’inopportunità di una scelta del genere. Si ricorda tra l’altro che a giugno è previsto il vertice Nato all’Aja, in Olanda (al quale parteciperà anche Trump), e di seguito il Consiglio europeo a Bruxelles. Per maggio non era stata esclusa la convocazione di un vertice straordinario dei leader Ue.
E allora perché – è la domanda di alcune rappresentanze – trasferirsi nella capitale italiana? Sostanzialmente viene considerato un disconoscimento del ruolo istituzionale dell’Ue e di Bruxelles. E quindi l’accettazione del giudizio della Casa Bianca rispetto al ruolo dell’Europa.
Tra l’altro sul piano strettamente sostanziale, non sono stati colti passi avanti in relazione alla guerra dei dazi. Nelle istituzioni comunitarie nessuno riesce a fidarsi pienamente di Trump. Non a caso nei prossimi giorni riprenderanno i negoziati ma a livello tecnico. E già nelle scorse settimane questi incontri non avevano dato esito positivo. Il commissario al commercio, Maros Sefcovic […] per ora non volerà di nuovo a Washington. E poiché Palazzo Berlaymont ricorda che l’Ue ha la competenza esclusiva in materia, continua a preparare tutte le possibili contromisure per non ritrovarsi “scoperti” a luglio […]. Insomma da qui alla visita del presidente americano in Italia, non tutto è in discesa.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
MELONI SOVRANISTA IN PATRIA E VASSALLA IN TRASFERTA. IL LEADER IDEALE PER TRUMP
Da due giorni c’è un nutrito mazzo di politici e giornalisti che si spremono per trovare
risultati politici nella sequela di scampagnate del triangolo Meloni-Trump-Vance sull’asse Roma-Washington. La scena, osservata con la giusta distanza, è piuttosto messinscena, un melodramma fatto di pranzi, buffet, visite guidate, sorrisi larghissimi, messe in posa, complimenti da sit-com e nazionalpopulismo che sembra uscito dagli anni Ottanta.
Ieri Trump ha descritto Meloni come fantastica, Vance s’è detto emozionato di essere a Roma nei giorni di Pasqua perché ci tiene ai cristiani (americani, ha aggiunto). Sappiamo che Meloni, al contrario di Renzi, parla bene l’inglese. Abbiamo scoperto che l’accoglienza, sia a Roma che a Washington, è stata “a 5 stelle”. Abbiamo tutti i particolari dell’amichettismo rigoglioso tra la presidente italiana e presidente e vicepresidente Usa.
Se invece dovessimo incaponirci per sapere dei risultati politici concreti, quelli reali che incidono sulle vite dei cittadini e delle aziende azzoppate dalla psichedelia geopolitica e commerciale di Trump, possiamo fare affidamento su due sole fonti. La prima è la risposta di Trump a una giornalista che gli chiedeva se Meloni l’avesse spinto a rivedere la sua politica dei dazi: “No”, ha detto il presidente americano. E questo è tutto quello che c’è da dire sull’autorevolezza nella mediazione della nostra premier.
La seconda fonte è uno scarno comunicato congiunto diffuso dalla Casa Bianca. Lì si legge che, sulla Difesa, Meloni e Trump sono d’accordo nel negare un progetto europeo, preferendo spingere il riarmo sparso per comprarsi armi americane. Sulla tecnologia, Meloni è d’accordo con Trump nel boicottare la possibilità che l’Ue tassi le big tech americane per reagire ai dazi. Sull’energia, Meloni è d’accordo con Trump nell’aumentare la dipendenza europea nei confronti degli Stati Uniti. Sono d’accordo anche su un’Europa che dipenda, per la tecnologia dello spazio, da Musk.
Non ha torto Donald: Meloni con lui è stata fantastica. Sovranista in patria e vassalla in trasferta. Lui, i leader europei, li vorrebbe tutti così.
(da lanotiziagiornale.it)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
POCO PRIMA SALVINI AVEVA NEGATO CHE IN ITALIA LE FERROVIE AVESSERO RITARDI
Il treno Intercity Notte 755 è partito alle 18.50 del 16 aprile, diretto a Lecce, dalla stazione di Milano Centrale. Ma a destinazione non è mai arrivato.
A raccontare la disavventura dei circa 400 passeggeri saliti a bordo del convoglio è stato il Corriere che ha ricostruito tutte le tappe del lungo viaggio.
Dopo aver lasciato in orario la stazione del capoluogo lombardo, il treno si è fermato due ore alla stazione di Ancona, una sosta che, riporta il quotidiano, era prevista. Poco dopo, a Pescara, il viaggio si interrompe di nuovo, questa volta in modo inaspettato
.Si sarebbe verificato un guasto tecnico che ha portato a un’altra sosta di circa 30 minuti.
Il treno riprende la marcia ma, alcune ore dopo, alle 4.30, il treno si ferma definitivamente nella stazione di Chieuti, in provincia di Foggia, per un guasto grave, come comunicato dal personale a bordo.
È solo alle 5.45 che arriva il primo messaggio da Trenitalia: “Gentile cliente, ti informiamo che, per consentire un controllo tecnico al treno, l’Intercity Notte 755 da te prenotato è fermo nella stazione di Chieuti dalle ore 04.20″, si legge.
“Stimiamo un maggior tempo di viaggio di circa 180 minuti rispetto al programmato. L’andamento attuale del treno potrebbe subire ulteriori variazioni”, aggiunge l’azienda.
Alle 7.30 del mattino un nuovo messaggio informa che il treno è ancora fermo e che chi desidera proseguire il viaggio può salire a bordo di un altro convoglio, il Regionale 19987, diretto a Foggia, per poi prendere il primo treno utile per Lecce.
Mezz’ora dopo, alle 8, i passeggeri vengono fatti scendere, sui video si trovano i video dell'”esodo”, e alle 9 l’Intercity 755 viene definitivamente cancellato. I passeggeri vengono fatti salire su un treno sostitutivo diretto a Foggia, dove ad attenderli c’è un bus sostitutivo che li condurrà fino a Lecce.
Trenitalia ha fatto sapere ai passeggeri che riceveranno un rimborso totale del biglietto. Nel messaggio che gli è stato inviato si legge: “Gentile Cliente, ti informiamo che, in considerazione del disagio subito sul treno Intercity Notte 755 da te prenotato per la data 16/04/2025, Trenitalia ha disposto in tuo favore un indennizzo pari al 100% del prezzo del biglietto”.
L’azienda ha poi diffuso una nota sull’accaduto: “Non è ancora chiaro se si tratti di un guasto al locomotore o di una sovratensione della linea che ha comportato lo stop per il treno”.
“Il macchinista ha riscontrato che non si poteva proseguire il viaggio e la soluzione migliore è stata quella di farlo avvicinare il più possibile alla stazione di Chieuti, facendo scendere i 400 passeggeri sui binari fino alla banchina. In forma di assistenza sono stati poi distribuiti dei kit, oltre a garantire un rimborso totale del viaggio”.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
“FUNIVIA, PEZZI VECCHI DI 36 ANNI I FRENI SONO STATI PRODOTTI NEL 1989”
La storia recente della funivia del Faito la si può ricostruire attraverso il portale
trasparenza della EAV Srl attraverso gli appalti per la manutenzione.
L’11 marzo era stato firmato da Eav Srl l’affidamento diretto alla Galvi Newcomen Srl di Lissone (MB) per una “pinza freno Galvi”.
Tommaso Galbiati, Ad della Galvi Newcom, fondata dal padre nel 1962, spiega: “il freno che dovevamo sostituire con quell’ordine è installato tra motore e riduttore e interviene durante il comune esercizio della funivia. Non è il freno di emergenza che agisce quando si rompe la fune. In quel caso il freno di servizio non ha alcuna capacità fisica di riuscire ad evitare la tragedia”.
Ciò posto però Galbiati sottolinea: “Il freno di servizio che si trova sulla funivia, da quello che sappiamo dalla stessa EAV Srl, è il nostro, prodotto nel 1989. La prima richiesta di un’offerta per cambiarlo è arrivata a novembre 2023. A ottobre 2024 si sono rifatti vivi. A febbraio 2025 c’è la terza richiesta per la fornitura del nuovo freno identico a quello del 1989.
Abbiamo rifatto l’offerta il 21 febbraio per la terza volta e finalmente abbiamo ricevuto l’ordine. Non lo abbiamo ancora fornito perché la consegna era stimata al 16 maggio 2025”. L’informazione fornita da Tommaso Galbiati è inquietante a prescindere dall’incidente di ieri con il quale non ha una diretta attinenza: “il freno esistente è per certo stato da noi prodotto l’11 novembre 1989.
Faccio notare che noi per 36 anni non siamo mai stati contattati per la sostituzione né per la revisione con sostituzione delle parti avariate del freno. Come invece abbiamo fatto con la funicolare di Capri o con la Como-Brunate e la Argegno-Pigra, entrambe della ATM di Milano”. Ricordiamo che la funivia del Faito dopo la tragedia del 1960 era stata chiusa fino al 1989. Proprio quando è stato comprato il freno di servizio Galvi. Nel 2012 ci fu una nuova chiusura fino al 2016. Poi varie manutenzioni. La più vasta nel 2021: un appalto a una società altoatesina con spese per 400 mila euro per ‘revisione quinquennale’ .
Tommaso Galbiati commenta: “A prescindere dall’incidente che si è verificato giovedì, se davvero prima di riaprire la funivia recentemente è stata fatta una manutenzione straordinaria, perché il freno di servizio è ancora quello del 1989? Perché nessuno mai ci ha chiesto di revisionarlo?”. Sul portale figurano appalti annuali a una società della provincia di Vicenza, la Lamet Srl, per revisione e taratura dei ‘dazi e freni’ per piccoli importi ogni anno (3.960 euro all’anno)
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
C’È POI LA QUESTIONE METEO: GIOVEDÌ CASTELLAMMARE ERA BATTUTA DA UN FORTE VENTO, MA LA PROTEZIONE CIVILE SEGNALAVA SOLTANTO PIOGGE E TEMPORALI. SI POTEVA EVITARE LA PARTENZA DELLA FUNICOLARE? … LA FUNE ERA STATA CAMBIATA APPENA SEI ANNI FA, MA IL FRENO DI SERVIZIO AVEVA PIÙ DI TRENT’ANNI: INSTALLATO NEL 1989, DOPO L’INCIDENTE DEL 1960, E NON È STATO MAI SOSTITUITO
Sono innanzitutto due gli elementi sui quali dovrà fare chiarezza l’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata dopo la sciagura di giovedì pomeriggio in cui quattro persone sono morte e un’altra è rimasta ferita in maniera gravissima a causa del crollo di una cabina della funivia che collega Castellammare di Stabia con il Monte Faito.
Fondamentale sarà capire che cosa ha provocato la rottura del cavo di trazione e il perché del mancato funzionamento del freno che in casi come questo deve impedire lo scivolamento della cabina a velocità sempre maggiore. E invece la cabina pare proprio sia scivolata: lo confermerebbe un video registrato dalle telecamere dell’impianto che è già stato acquisito agli atti dell’inchiesta.
C’è poi la questione meteo: giovedì Castellammare era battuta da un forte
vento, ma l’allerta diramata dalla Protezione civile in mattinata segnalava soltanto piogge e temporali.
Saranno le perizie a dare le risposte necessarie affinché l’inchiesta proceda. Dalle prime informazioni raccolte, anche queste destinate alle necessarie verifiche, emergerebbe che il cavo che si è spezzato era stato sostituito sei anni fa.
Troppi? Lo stabiliranno i tecnici, ma in linea generale pare che un cavo d’acciaio delle dimensioni di quelli che sostengono una funivia abbia una vita più lunga di sei anni.
Per quanto riguarda invece il freno — che il macchinista Carmine Parlato aveva certamente la possibilità di attivare manualmente — dovrebbe valere ciò che dice il presidente di Eav (l’azienda regionale che gestisce la funivia) Umberto De Gregorio: «Ci sono stati tre mesi di collaudi e poi i controlli sono stati ripetuti ogni mattina. Le funi sono state sottoposte a radiografia. È tutto scritto nella relazione tecnica che il direttore di esercizio ha trasmesso l’8 aprile all’Ansfisa (l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, ndr ) ».
Ora quella relazione è sotto sequestro, come tutto ciò che riguarda la funivia di Monte Faito: gli impianti, le stazioni, anche gli uffici. Tutto.
Altri elementi sui quali fare chiarezza emergeranno probabilmente dalle valutazioni dei periti, ma è certo che nomi sul registro degli indagati ne saranno scritti ben prima che gli inquirenti ricevano le relazioni tecniche dei loro consulenti. Probabilmente già la prossima settimana o quella successiva.
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
MELONI E SALVINI FIRMANO L’ATTO CHE DEFINISCE L’OPERA “FONDAMENTALE”… MA QUALI TRUPPE, MA QUALE DIFESA DEI CONFINI, CON I SOVRANISTI AL GOVERNO CI ARRENDEREMO SENZA SPARARE NEANCHE UN COLPO
Il Ponte come opera militare «strategica nell’ottica della difesa europea e della Nato».
Fondamentale in caso di scenari di guerra «per il passaggio di truppe e mezzi».
Per questi motivi «strategici» la premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini definiscono la realizzazione dell’opera «imperativa e prevalente per l’interesse pubblico». È questo il passaggio chiave del documento appena inviato alla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che dovrebbe quindi prendere atto dell’impossibilità di rispettare le norme in materia di incidenza ambientale non imponendo, come pure potrebbe, lo stop ai cantieri. Ma c’è di più: la mossa apre le porte alla possibilità di inserire il Ponte tra le infrastrutture strategiche militari e di conteggiare le spese
all’interno del comparto per la difesa aumentando il rapporto con il Pil, come chiesto dalla Nato. «Una follia — attacca Angelo Bonelli di Avs — si sono inventati l’interesse militare per superare i vincoli ambientali europei».
Di certo c’è che il decreto che definisce l’opera di preminente interesse pubblico inviato a Von der Leyen porta la firma della premier e del ministro. E l’allegato è chiaro: «Con riferimento al Ponte si ritiene che la rilevanza in termini di pubblica sicurezza debba essere declinata in due aspetti: motivazioni inerenti la protezione della popolazione nei casi di calamità; motivazioni inerenti la difesa del territorio nazionale ed europeo». Sul primo punto, nonostante le polemica sulla verifica sismica dell’opera, con il presidente dell’Ingv Carlo Doglioni che ha sostanzialmente detto che non sono stati fatti studi in merito e la stessa commissione Via-vas che ha chiesto esami più approfonditi, ora il governo dice alla Commissione europea che la Sicilia e la Calabria sono tra le altre cose «vulnerabili dal punto di vista sismico e idrogeologico» e che «questa peculiarità rende necessario un collegamento» per i soccorsi.
Ma è sul secondo punto che il governo tira in ballo il sistema di difesa europeo e la Nato. Meloni e Salvini chiedono a von der Leyen di consentire le deroghe ambientali perché l’opera ha una valenza militare «fondamentale» e va inserita nel «Military mobility action plan» (il piano di difesa approvato dalla Commissione lo scorso anno). «Il Ponte si inserirebbe perfettamente in questa strategia — si legge — fornendo una infrastruttura chiave per il trasferimento delle forze Nato dal Nord Europa verso il Mediterraneo. Questa caratteristica rappresenta un vantaggio per la mobilità militare, permettendo il rapido trasporto di mezzi pesanti, truppe e risorse su gomma e su rotaia». Continua il documento: «In un contesto internazionale in cui la situazione della sicurezza si è deteriorata per molteplici fattori geopolitici, compresa la crescente instabilità in aree come i Balcani, il Medio Oriente, il Nordafrica e il Sahel, il Ponte diventa cruciale». Quindi ecco il passaggio che apre alla possibilità di inserire l’opera tra le spese per la difesa: «La realizzazione dell’infrastruttura risulterebbe coerente con il crescente impegno richiesto all’Italia nell’ambito dei propri sistemi di alleanza strategico militare».
Secondo Bonelli questo è solo un escamotage per ottenere le deroghe ambientali e impegnare 14 miliardi di euro del bilancio dello Stato: «Vogliono
approvare un progetto che non ha le verifiche sismiche dovute», protesta il leader dei Verdi, che annuncia una diffida formale al Cipess, l’organismo che deve dare l’ok definito al progetto: «Ho trasmesso una diffida affinché il Cipess non diventi complice di una forzatura politica vergognosa di Meloni e Salvini».
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
TRUMP L’APPLAUDE PERCHE’ HA DETTATO LUI TUTTE LE CONDIZIONI
La simpatia, certo, ma anche la strategia. Trump non lo ha mai nascosto: Meloni è uno dei pochi leader europei che gli piacciono. Anche di più se (o finché) accetta di fare l’America great again. Non solo lo spettro “Zelensky” nello Studio ovale non si è materializzato, ma l’Italia ha ottenuto il plauso diplomatico di una “dichiarazione congiunta”, diffusa ieri dalla Casa Bianca e finora riservata solo all’India di Narendra Modi e al Giappone di Ishiba Shigeru. Non a Emmanuel Macron né a Keir Starmer, primi leader europei a visitare Washington dopo l’insediamento di Trump, non certo a Volodymyr Zelensky. Il comunicato di diverse pagine conferma battaglie ideologiche comuni: la lotta all’immigrazione clandestina (i rimpatri forzati di Trump come il modello Albania) e il contrasto alle droghe sintetiche (vedi fentanyl), considerate correlato dei flussi migratori. Ma soprattutto precisa le condizion
dell’abbraccio di Trump, i termini di “un’alleanza strategica” con Washington come polo attrattore. Sui dazi non ci sono svolte, solo un generico appello a scambi “equi e vantaggiosi” tra Usa ed Europa. La strada per l’accordo tariffario passa da Bruxelles, e forse dall’incontro con Ursula von der Leyen in una visita di Trump a Roma “in futuro”. Il dossier ucraino viene liquidato in due righe di sostegno all’iniziativa di mediazione trumpiana, scavalcando le divergenze sulla Russia sfiorate giovedì.
Il centro della dichiarazione è la strategia dei futuri investimenti. Primo settore menzionato: la Difesa. Oltre al generico impegno per la Nato, si parla di “coproduzione” e “sviluppo congiunto” di tecnologie militari “per rafforzare le capacità industriali della Difesa di Italia e Usa”, tracciato diverso dal “buy European” del piano di riarmo europeo. Sulla spesa militare, Trump ha chiarito che il 2% citato da Meloni è poco, ma il comunicato soprassiede.
Trump incassa l’impegno di Roma ad aumentare le importazioni di gas liquefatto statunitense, gli Usa aprono i porti alle imprese italiane (Fincantieri?) per “la rinascita marittima del settore cantieristico statunitense” e “valuteranno” le opportunità della Zona economica speciale italiana. Ma Trump ottiene soprattutto da Meloni la garanzia di un allineamento strategico ferreo sull’asse nordatlantico. “L’Italia e gli Stati Uniti”, si legge, “collaboreranno allo sviluppo del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa”. È la cosiddetta “via del cotone”, un piano di “integrazione economica e infrastrutture che va dall’India al Golfo. da Israele all’Italia e fino agli Usa. Per Trump deve seguire “l’esempio di successo” degli Accordi di Abramo” (tra Israele e Arabia Saudita nel 2018).
Ma è soprattutto un piano per competere con la Cina e la sua via della Seta, a cui l’Italia aveva aperto con nel 2019 con il governo Conte I e da cui Meloni è voluta uscire. L’avversione a Pechino è un tema condiviso tra i due leader, che giovedì ha chiesto a Meloni di allentare i rapporti con la Cina, rallentare gli investimenti del Dragone nel nostro Paese ed evitare la presenza cinese negli appalti pubblici, alzando barriere legali e standard di sicurezza. Meloni accetta. Significa, per esempio, far fuori Huawei dalle infrastrutture tecnologiche italiane, rivolgendosi piuttosto alle Big Tech statunitensi.
Anche qui si registra una saldatura, l’ostilità condivisa ai regolamenti che imbrigliano la Silicon Valley. Il comunicato insiste sull’importanza di garantire “la libera impresa attraverso l’Atlantico” e di “creare un ambiente non
discriminatorio in termini di tassazione dei servizi digitali per consentire gli investimenti da parte delle aziende tecnologiche all’avanguardia”.
Le richieste di Trump hanno sfondato una porta aperta: Meloni era già contraria alle politiche adottate dalla Commissione europea con il Digital Service Act e la web tax. Si vedrà se l’Italia avrà qualche leva in Ue, ma intanto l’intesa tra Trump e Meloni sancisce l’impegno a “utilizzare solo fornitori affidabili” per le reti tecnologiche, cioè fornitori Usa: “Non esiste fiducia più grande della nostra alleanza strategica, motivo per cui non può esserci alcuna discriminazione tra fornitori statunitensi e italiani”. L’Italia si candida a fare da hub. Di Starlink non si è parlato, ma si cita la missione su Marte e l’intelligenza artificiale.
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
IN MOLTI NEGLI STATI UNITI SOSPETTANO CHE SI TRATTI DI INSIDER TRADING: LE QUOTAZIONI DI “UNUSUAL MACHINES”, CHE PRODUCE DRONI, SONO TRIPLICATE. QUELLE DI “DOMINARI HOLDINGS” (FINTECH) SONO AUMENTATE DEL 580%
Non si sono ancora spente le polemiche per il video in cui Donald Trump si vanta dei
guadagni miliardari realizzati dai suoi amici, dopo la retromarcia sui «dazi reciproci», e si apre già un nuovo capitolo sui conflitti di interessi della famiglia del presidente. I protagonisti questa volta sono i due figli Eric e Donald jr e due società: Unusual Machines e Dominari Holdings.
La prima produce droni, la seconda è una fintech con sede nella Trump Tower di New York. Entrambe hanno visto crescere vertiginosamente i volumi di scambio dei loro titoli a Wall Street poco prima che rivelassero la scelta di nominare nei rispettivi advisory board i figli di Trump. Si tratta di «insider trading»? Si chiedono gli esperti in queste ore.
Le azioni di Unusual Machines, secondo un’analisi del Financial Times, sono quasi triplicate nelle quattro settimane prima dell’annuncio dell’ingresso di Donald Trump jr nell’advisory board dell’azienda. Annuncio che risale al 27 novembre. Mentre quelle di Dominari Holdings sono aumentate del 580% nelle sei settimane precedenti l’annuncio dell’ingresso di Donald jr ed Eric Trump nel comitato consultivo. Decisione che è stata rivelata l’11 febbraio.
La tempistica dei rialzi di Borsa è apparsa fin da subito «sospetta» agli occhi degli esperti di regolamentazione finanziaria. Il volume medio giornaliero di scambi di Unusual Machines, il cui valore di mercato è di circa 90 milioni di dollari, è salito a 290.000 azioni nelle settimane prima che venisse annunciata la nuova composizione dell’advisory board rispetto alle sole 93.000 tra marzo e ottobre 2024, evidenzia il Financial Times. Dominari, che ha un valore di mercato di circa 60 milioni di dollari, è passata da 11.700 azioni scambiate tra marzo e dicembre 2024 a 1,2 milioni.
In seguito è emerso che ai due fratelli Trump erano state assegnate 966.000 azioni di Dominari ciascuno, pari al 6,7% della società, prima che venisse data notizia del loro nuovo incarico. Da una documentazione depositata a novembre da Unusual Machines è emerso che Donald Trump Jr. deteneva 200.000 azioni emesse ai sensi di un accordo che andavano ad aggiungersi alle 131.000 azioni da lui acquistate in precedenza.Rispondendo alle domande del Financial Times, Unusual Machines ha assicurato che solo tre alti dirigenti e il consiglio di amministrazione erano a conoscenza del nuovo ingresso del figlio di Trump nel board.
Ora il volume degli scambi dei titoli delle due società è sceso rispetto alle settimane precedenti alla nomine dei figli di Trump ma, come evidenzia il Financial Times, continua a essere superiore a quello di un anno fa. Sul sospetto di «insider trading» gli esperti per ora sono cauti.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO QUESTA VISIONE, IL CONFLITTO SI VERIFICA SOLO QUANDO I DEBOLI RIFIUTANO DI ACCETTARE LA REALTÀ. SECONDO LA VISIONE TRUMPIANA, LE CONSIDERAZIONI DI GIUSTIZIA, MORALITÀ E DIRITTO INTERNAZIONALE SONO IRRILEVANTI, E L’UNICA COSA CHE CONTA NELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI È IL POTERE
La cosa sorprendente delle politiche di Donald Trump è che la gente continua a sorprendersi. I titoli dei giornali esprimono shock e incredulità ogni volta che Trump attacca un altro pilastro dell’ordine liberale globale […]. Eppure le sue politiche sono così coerenti, e la sua visione del mondo così chiaramente definita, che a questo punto solo l’autoinganno volontario può spiegare qualsiasi sorpresa.
I sostenitori dell’ordine liberale vedono il mondo come una rete potenzialmente win-win di cooperazione. Credono che il conflitto non sia inevitabile, perché la cooperazione può essere reciprocamente vantaggiosa. Questa convinzione ha radici filosofiche profonde.
I liberali sostengono che tutti gli esseri umani condividano alcune esperienze e interessi comuni, che possono costituire la base per valori universali, istituzioni globali e leggi internazionali.
Per esempio, tutti gli esseri umani aborriscono la malattia e hanno un interesse comune nel prevenire la diffusione delle malattie contagiose. Dunque, tutti i paesi trarrebbero beneficio dalla condivisione delle conoscenze mediche, dagli sforzi globali per eradicare le epidemie e dalla creazione di istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità che coordinano tali sforzi. Allo stesso modo, quando i liberali guardano al flusso di idee, beni e persone tra i paesi tendono a interpretarlo in termini di benefici potenziali reciproci piuttosto che come competizione e sfruttamento inevitabili
Nella visione trumpiana, al contrario, il mondo è visto come un gioco a somma zero in cui ogni transazione comporta vincitori e vinti. Il movimento di idee, beni e persone è quindi intrinsecamente sospetto.
Nel mondo di Trump, gli accordi internazionali, le organizzazioni e le leggi non possono che essere un complotto per indebolire alcuni paesi e rafforzarne altri — o forse un complotto per indebolire tutti i paesi e favorire una sinistra élite cosmopolita.
Qual è, dunque, l’alternativa preferita da Trump? Se potesse rimodellare il mondo secondo i suoi desideri, che aspetto avrebbe?
Il mondo ideale di Trump è un mosaico di fortezze, in cui i paesi sono separati da muri finanziari, militari, culturali e fisici. Rinuncia al potenziale della cooperazione reciprocamente vantaggiosa, ma Trump e i populisti a lui affini sostengono che questo offrirebbe ai paesi maggiore stabilità e pace.
C’è, naturalmente, una componente chiave assente in questa visione. Migliaia di anni di storia ci insegnano che ogni fortezza probabilmente desidererebbe un po’ più di sicurezza, prosperità e territorio per sé, a scapito dei suoi vicini. In assenza di valori universali, istituzioni globali e leggi internazionali, come risolverebbero le dispute le fortezze rivali?
La soluzione di Trump è semplice: il modo per prevenire i conflitti è che i deboli facciano qualunque cosa i forti impongano. Secondo questa visione, il conflitto si verifica solo quando i deboli rifiutano di accettare la realtà. La guerra è quindi sempre colpa dei deboli.
Quando Trump ha incolpato l’Ucraina per l’invasione russa, molte persone non riuscivano a capire come potesse avere un’opinione così assurda. Alcuni hanno pensato che fosse stato ingannato dalla propaganda russa. Ma c’è una spiegazione più semplice. Secondo la visione trumpiana, le considerazioni di giustizia, moralità e diritto internazionale sono irrilevanti, e l’unica cosa che conta nelle relazioni internazionali è il potere.
Poiché l’Ucraina è più debole della Russia, avrebbe dovuto arrendersi. Nella visione trumpiana, la pace significa resa, e poiché l’Ucraina ha rifiutato di arrendersi, la guerra è colpa sua. La stessa logica sottende il piano di Trump per annettere la Groenlandia. […]
Ci sono tre problemi evidenti con l’idea che le fortezze rivali possano evitare i conflitti accettando la realtà e facendo accordi.
Primo, questa visione smaschera la menzogna dietro la promessa che in un mondo di fortezze tutti si sentiranno meno minacciati, e ogni paese potrà concentrarsi pacificamente sullo sviluppo delle proprie tradizioni e della propria economia. In realtà, le fortezze più deboli si ritroverebbero presto inghiottite dai vicini più forti, che si trasformerebbero da fortezze nazionali in imperi multinazionali in espansione.
La Danimarca è di nuovo un esempio emblematico. Per decenni è stata uno degli alleati più affidabili degli Stati Uniti. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, ha adempiuto con entusiasmo agli obblighi del trattato NATO. Quarantaquattro soldati danesi sono morti in Afghanistan — un tasso di mortalità pro capite più alto di quello subito dagli stessi Stati Uniti. Trump non si è nemmeno preso la briga di dire “grazie”. Si aspetta invece che la Danimarca capitoli alle sue ambizioni imperiali. Vuole chiaramente vassalli, non alleati.
Un secondo problema è che, poiché nessuna fortezza può permettersi di essere debole, tutte sarebbero sotto enorme pressione per rafforzarsi militarmente. […]
Terzo, la visione trumpiana si aspetta che i deboli si arrendano ai forti, ma non offre alcun metodo chiaro per determinare la forza relativa. Cosa succede se i paesi sbagliano i calcoli, come spesso accade nella storia? Nel 1965 gli Stati Uniti erano convinti di essere molto più forti del Vietnam del Nord, e che applicando abbastanza pressione avrebbero potuto costringere il governo di Hanoi a scendere a patti. I nordvietnamiti si rifiutarono di riconoscere la superiorità americana, perseverarono contro ogni previsione — e vinsero la guerra. Come avrebbero potuto sapere in anticipo che in realtà avevano la mano più forte?
La formula trumpiana è stata provata e riprovata così tante volte che sappiamo dove porta di solito — a un ciclo senza fine di costruzione di imperi e guerra. Peggio ancora, nel XXI secolo le fortezze rivali dovrebbero affrontare non solo la vecchia minaccia della guerra, ma anche le nuove sfide del cambiamento climatico e dell’ascesa dell’intelligenza artificiale superintelligente.
Senza una cooperazione internazionale solida, non esiste modo di affrontare questi problemi globali. Poiché Trump non ha una soluzione praticabile né per il cambiamento climatico né per un’IA fuori controllo, la sua strategia semplicemente negarne l’esistenza.
La visione liberale del mondo come rete cooperativa è sostituita dalla visione del mondo come mosaico di fortezze. Questo sta diventando realtà tutto intorno a noi — i muri si stanno alzando e i ponti levatoi vengono tirati su. Se questa linea continua a essere perseguita, i risultati a breve termine saranno guerre commerciali, corse agli armamenti ed espansione imperiale. I risultati finali saranno guerra globale, collasso ecologico e IA fuori controllo.
Possiamo essere tristi e indignati per questi sviluppi e fare del nostro meglio per invertirli, ma non c’è più alcuna scusa per esserne sorpresi. Quanto a coloro che desiderano difendere la visione trumpiana, dovrebbero rispondere a una domanda: come possono le fortezze nazionali rivali risolvere pacificamente le loro dispute economiche e territoriali se non esistono valori universali né leggi internazionali vincolanti?
Yuval Noah Harari
per il “Financial Times”
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