Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON SAREBBE UNA NOVITÀ, VISTA LA PASSIONE DI VANNACCI PER L’”AI”, USATA PER CREARE LA SAGA “VANNACCIUS”, IN CUI L’EX PARA’ IN VERSIONE IMPERATORE ROMANO O GLADIATORE DE’ NOANTRI SPERNACCHIA I SUOI RIVALI
Futuro Nazionale ha presentato il suo programma. Il testo presentato dal partito lanciato da
Roberto Vannacci è composto da migliaia di parole. È una visione del Paese, un elenco di proposte pensate per essere realizzate in due mandati elettorali: “I tempi di riferimento per la piena realizzazione degli obiettivi qui indicati sono quelli di due legislature, dunque 10 anni, mentre i valori identificati non hanno tempo”.
Proposta ambiziosa, soprattutto se consideriamo due mandati consecutivi.
I temi aperti dal testo di Futuro Nazionale sono noti. […] C’è la remigrazione, con tanto di piano in 22 punti per metterla in atto. C’è il patriarcato mediterraneo, un modello “volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società”. […] E poi c’è la Russia, citata 13 volte a partire dalle forniture di gas: si parla della “riapertura della possibilità di acquistare il gas a prezzi vantaggiosi dalla Russia”.
L’intelligenza artificiale viene citata 4 volte, tutte abbastanza generiche. Si cita l’IA quando si parla di lavoro: “L’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale rappresentano una rilevante opportunità di crescita della produttività, ma richiedono una governance orientata alla tutela della persona e del lavoro”.
Viene poi definita come un “comparto ad alto valore aggiunto”. E poi quando si parla di sovranismo tecnologico: “Futuro Nazionale considera la sovranità tecnologica non come isolamento, ma come capacità di competere nei settori più avanzati dell’economia globale”.
C’è un particolare, all’inizio del testo, che ha attirato l’attenzione. Nelle prime righe del paragrafo Introduzione. Chi siamo e cosa faremo c’è un uso abbastanza intenso di incisi segnati con quelli che sembrano dei trattini lunghi, quello che in inglese si chiama em dash.
Questo segno grafico non si trova facilmente sulla tastiera Qwerty, quella che c’è su tutti i pc. […] In passato l’uso degli em dash era associato ai testi scritti con l’intelligenza artificiale, soprattutto da ChatGPT ma verso la fine del 2025 lo stesso Sam Altman era intervenuto pubblicamente per correggere l’uso eccessivo di questo carattere, poco presente nei testi scritti da esseri umani.
Partendo da qui però abbiamo provato ad analizzare tutto il testo del programma. La piattaforma che abbiamo usato per questo lavoro è Copyleaks, uno strumento che analizza i testi per capire due cose: se il testo è di fatto un plagio e se è stato generato dall’IA. […]
L’indicatore che identifica su un testo è copiato ha dato sempre risultati positivi, tra i 99 e il 100% a seconda del paragrafo. Ma anche qui non c’è nessuno scandalo. Molto spesso questo indicatore si accendeva perché trovava giornali, agenzie o post social dove venivano ripresi interi paragrafi del programma di Vannacci.
Più interessanti i risultati arrivati dai filtri che indicano la presenza di testi generati dall’intelligenza artificiale. Questo indicatore analizza il testo concentrandosi sui gruppi di parole o frasi intere utilizzate per esprimere un concetto. Ci sono formule che sembrano molto care all’intelligenza artificiale e che quindi compaiono molte più volte nei testi scritti con i chatbot che in quelli scritti dagli esseri umani.
Il segnale di AI Content è comparso due volte. La prima è stata nel paragrafo Una proposta per il rafforzamento della sovranità economica: la moneta fiscale. Abbiamo verificato quali formule hanno fatto scattare l’alert ma ci sono sembrate molto deboli. Lo specifichiamo: Copyleaks come molti strumenti simili non fornisce mai una certezza, parla solo di possibilità. Quindi è sempre bene andare a vedere i dettagli di ogni risultato.
La seconda volta è scattato nel capitolo Energia, una sezione in fondo al programma composta da 4.522 parole. Qui Copyleaks segnala che il 52,8% del contesto è generato dall’intelligenza artificiale, con un focus particolare su alcuni paragrafi come Fotovoltaico ed eolico. […]
Questo risultato arriva dalla frequenza con cui tornano delle formule molto care all’intelligenza artificiale. Qualche esempio: “Questo approccio rispetta” è un’espressione che secondo l’archivio di Copyleaks compare 192 di più nei testi scritti da IA che in quelli scritti da esseri umani.
“Contribuire a ridurre la dipendenza” compare 121 volte di più nei testi scritti da IA che in quelli scritti da esseri umani. Il gruppo di parole “gestire. La logica di” compare 118 volte in più nei testi scritti da IA che in quelli scritti da esseri umani. La combinazione di tutti questi fattori ha portato il verdetto della piattaforma.
Abbiamo ripetuto il test più volte, sia con lo stesso Copyleaks che con altri strumenti. Il risultato è sempre stato lo stesso: questa parte del programma ha una buona probabilità di essere scritto con l’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale è uno strumento che accompagna il lavoro di chi scrive. La usa anche l’autore di questo articolo. Ormai prima di passare alla pubblicazione ogni testo viene dato in pasto a un chatbot per scovare i refusi. […] Non solo. Ci sono strumenti molto ultimi anche per trasformare i file audio in testo, prima di tutto le interviste. […] Anche qui, poi spetta a chi sul quel testo ci metterà la firma controlla che rispetti lo spirito dell’audio.
Non usare l’intelligenza artificiale per la stesura di un testo è antistorico. Come portarsi una macchina da scrivere in redazione invece di utilizzare il pc.
La differenza è se l’IA viene usata per correggere uno scritto o per generarlo. Non è solo una formalità: un testo in cui le informazioni, la struttura e i toni vengono selezionati dall’autore ha una responsabilità e un’origine chiara.
Un testo la cui costruzione viene affidata totalmente all’intelligenza artificiale accoglie informazioni di cui l’autore non conosce la provenienza. Dati potenzialmente inventati, letture forzate per rispettare un prompt, ragionamenti che possono anche essere copiati interamente da altrift. La differenza c’è: usare l’IA come un assistente per scrivere è una cosa, trasformarla in un autore sintetico un’altra. I lettori devono sapere quello che hanno davanti.
(da Fanpage)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL SOSPETTO È CHE I MALVIVENTI ABBIANO AGITO SU COMMISSIONE DI QUALCHE MERCANTE D’ARTE… IL SINDACO: “I MALVIVENTI HANNO AGITO PROPRIO NELLE ORE IN CU C’ERA LA TRADIZIONALE PROCESSIONE DELLA VARA” … UN ALTRO COLPO AL NOSTRO PATRIMONIO ARTISTICO AVVENUTO IN SICILIA, DOPO QUELLO ALLA NATIVITA’ DI CARAVAGGIO AVVENUTO A PALERMO 55 ANNI FA
Sul furto delle opere di Antonello da Messina al Museo regionale Accascina MuMe la Procura ha aperto una inchiesta, le indagini sono affidate alla polizia. Come confermato dagli investigatori nel Museo c’erano diverse telecamere di sorveglianza e le opere erano custodite da un accurato sistema di allarme.
Il Museo si trova nel viale della Libertà, la struttura è sempre tutelata da un sistema di metronotte. Al momento gli investigatori stanno valutando diverse ipotesi, in particolare la pista del mercato nero dei ladri d’arte.
Per gli investigatori chi ha rubato le opere di Antonello da Messina potrebbe avere agito su commissione di qualche mercante d’arte e si stanno facendo accertamenti per capire se il sistema di allarme era perfettamente funzionante. Un furto non semplice, spiegano gli investigatori, perché si tratta di opere su tavola, dunque non avvolgibili.
Al Museo regionale Accascina, da dove sono state rubate le opere di Antonello da Messina, si arriva da due strade: viale della Libertà e viale Annunziata. La struttura è su tre livelli, di cui due dedicati all’esposizione, copre una superficie di 17.118 mq e negli spazi esterni ci sono elementi architettonici. Le ricche collezioni, provenienti per la maggior parte dalla città pre-terremoto, testimoniano i rapporti e gli scambi che sin dalle origini interessarono Messina, grazie alla posizione strategica del porto naturale, tra i più importanti del Mediterraneo.
Conosciuto in tutto il mondo per i capolavori di Antonello da Messina e di Caravaggio, il Museo illustra la storia e la cultura artistica di Messina dal popolamento preistorico nel IV millennio a.C. al XIX secolo.
“Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte”. Lo ha detto la direttrice del museo regionale di Messina Marisa Mercurio.
“Ci sono indagini in corso da parte delle forze dell’ordine e speriamo riescano ad arrestare i responsabili. Il furto è stato ieri intorno alle 21.50. Purtroppo sono riusciti ad eludere i sistemi d’allarme e tutti i sistemi di sicurezza”.
Il Comune di Messina esprime “profonda preoccupazione e sconcerto per il grave furto d’arte avvenuto nella serata di Ferragosto all’interno del Museo Accascina, dove ignoti si sono introdotti nelle sale espositive riuscendo a sottrarre quattro preziose opere attribuite ad Antonello da Messina”. Sono state portate via tre delle cinque tavole superstiti del celebre Polittico di San Gregorio e la Tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, quest’ultima asportata direttamente dall’interno di una teca blindata.
“L’incursione assume un significato particolarmente grave anche per il momento in cui è stata compiuta – sottolinea il Comune – I malviventi hanno agito proprio nelle ore in cui” c’era “la tradizionale Processione della Vara”.
Per il sindaco Federico Basile “quello che è accaduto è un fatto gravissimo e profondamente riprovevole ed ancora più doloroso constatare che un atto criminale di questa gravità sia stato compiuto proprio nell’ora in cui la Vara aveva appena concluso il suo percorso a piazza Duomo, al termine di una giornata che quest’anno la città ha vissuto nel segno del rispetto, della memoria e del dolore per le vittime del crollo di Pistunina, per le giovani vite perdute negli incidenti stradali che hanno segnato questo 2026 e, più in generale, per tutte le vittime e per chi ha perso la vita troppo presto”.
“La Vara rappresenta una delle espressioni più profonde dell’identità di Messina – prosegue il sindaco – e Antonello da Messina ne rappresenta un altro elemento identitario altrettanto forte e riconosciuto nel mondo. Sottrarre alla città opere di questo valore significa colpire non soltanto il patrimonio artistico, ma la memoria, la cultura e l’identità stessa della comunità messinese.
È un gesto che condanniamo con assoluta fermezza. Antonello è Messina e Messina è anche Antonello – conclude Basile -. Queste opere appartengono alla storia della nostra città e rappresentano un patrimonio che non può essere disperso. Ci auguriamo che il lavoro degli investigatori consenta di riportarle presto al loro posto e che venga fatta piena luce su quanto accaduto”.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
“MALAPARTE FU FASCISTA PRIMA E COMUNISTA POI. DIRESSE LA STAMPA MA EBBE LA CATTIVA IDEA DI SEDURRE LA MOGLIE DELL’EDITORE, EDOARDO AGNELLI: IL PADRE DI EDOARDO, IL SENATORE GIOVANNI AGNELLI, LO CACCIÒ. SUSANNA AGNELLI LO RITRAE IN VESTIVAMO ALLA MARINARA COME UN DANDY CHE SI DEPILAVA LE ASCELLE…”
Qualcuno ha scritto che sul letto di morte Curzio Malaparte maledisse la fine precoce
dicendo: «Non posso morire prima di Montanelli, devo andare io al suo funerale». Se è per questo, Montanelli diceva che si va sempre al funerale del nemico. Ma forse sono soltanto bons mots.
In effetti, però, Malaparte da noi non è considerato un grandissimo. In Francia ad esempio è molto più letto e ammirato; ricordo che André Glucksmann lo considerava uno dei più grandi scrittori del Novecento, una sorta di Céline italiano.
Malaparte aveva fatto confusione sul piano ideologico, fu fascista prima e comunista poi. Diresse La Stampa ma ebbe la cattiva idea di sedurre la moglie dell’editore, Edoardo Agnelli: il padre di Edoardo, il senatore Giovanni Agnelli, lo cacciò. Susanna Agnelli lo ritrae in Vestivamo alla marinara come un dandy che si depilava le ascelle.
Gianni Agnelli lo detestava, trovava poco divertenti i suoi giochi di parole, tipo «mi chiamo Malaparte, perderò ad Austerlitz e vincerò a Waterloo». Si chiamava in realtà Kurt Erich Suckert, ed ebbe la malaugurata idea di raccontare sia le malefatte compiute anche dagli italiani in Russia nel suo romanzo Kaputt , sia le bassezze del dopoguerra in La pelle . Ma gli italiani non avevano voglia di ascoltare né le une, né le altre. Sarebbe bello che almeno la splendida villa che si fece costruire da Adalberto Libera su uno scoglio di Capri fosse più facilmente visitabile.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
PARIGI E BERLINO GUIDANO L’INIZIATIVA, MENTRE LONDRA È PIÙ CAUTA PER NON COMPROMETTERE I RAPPORTI CON WASHINGTON… ORMAI IL DEMENTE DELLA CASA BIANCA È CONSIDERATO INAFFIDABILE E L’UE TEME DI ESSERE ESCLUSA DAL TAVOLO DELLE TRATTATIVE
Francia, Germania e Gran Bretagna stanno lavorando a un formato dedicato ai futuri negoziati tra Ucraina e Russia, malgrado Mosca abbia mostrato uno scarso interesse. Preoccupati di essere esclusi dal presidente americano Donald Trump da qualsiasi colloquio per chiudere la guerra tra Russia e Ucraina, i tre Paesi stanno collaborando per garantire all’Europa un posto al tavolo delle trattative, secondo quanto riferito da cinque funzionari europei, nel resoconto del New York Times.
I diplomatici europei stanno lavorando a un formato per i futuri negoziati, volto a tutelare gli interessi europei, sotto la guida di Francia, Germania e Gran Bretagna. Parigi e Berlino stanno assumendo la guida nello sviluppo della posizione a livello europeo, secondo due alti diplomatici e un alto funzionario europei. Londra, che ha un nuovo premier, è più titubante, in parte perché teme di mettere alla prova i suoi rapporti con Trump.
Non vi sono indicazioni che il capo del Cremlino, Vladimir Putin, sia pronto ad avviare negoziati seri. Gli europei si aspettano che qualsiasi negoziato con la Russia sull’Ucraina sia guidato dagli Usa e, dato che Mosca sta intensificando i suoi attacchi missilistici balistici contro i civili ucraini, stanno spingendo affinché Trump e i suoi inviati riprendano i contatti con la Russia.
Tuttavia, una soluzione per la crisi ucraina e le relazioni con la Russia sono troppo importanti per l’Europa per essere delegate a un’amministrazione Usa sempre più imprevedibile, hanno affermato i funzionari, tutti intervenuti sotto anonimato. Vogliono assicurarsi che nessun accordo venga imposto dall’alto in basso da Washington e Mosca
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
DALLA FLAT TAX ALLE ACCISE, I PROCLAMI DEI PARTITI SONO SPESSO DISATTESI… LA PROPOSTA DI COTTARELLI
Partiamo con la promessa più banale: la riduzione delle tasse. Quale partito non ha messo
per iscritti nel programma elettorale che una vota al governo le avrebbe tagliate? Vero, ognuno la presenta in modo diverso. Prima delle elezioni del 2022 Fratelli d’Italia giura che porterebbe la flat tax del 15 per cento a 100mila euro, ampliando i benefici fiscali per i lavoratori autonomi. La Lega alza ancora l’asticella, insistendo sul colpo di spugna per i debiti tributari. Forza Italia invece solletica gli elettori meno fedeli garantendo addirittura il condono, che Matteo Salvini battezza «pace fiscale». Mentre il Pd e il Movimento 5 stelle preferiscono parlare di equità, che altro non è se non la riduzione delle imposte per i meno abbienti. Perfetto. Com’è andata a finire? Che la pressione fiscale, anziché diminuire, è aumentata.
Ma non poteva essere diversamente, perché le condizioni dei conti pubblici sono quelle che sono e nessuno ha voglia di tagliare quello che davvero bisognerebbe tagliare. Ossia gli sprechi inenarrabili del bilancio dello Stato che alimentano piccole e grandi rendite di posizione, con una spesa pubblica corrente che continua a crescere come la panna montata: più di 100 miliardi da quando l’attuale governo si è insediato.
Vi chiederete: tutto questo non lo sapevano, i partiti, prima di fare agli elettori promesse così chiaramente irrealizzabili? Lo sapevano eccome. Ma non avrebbero mai potuto chiedere il voto agli italiani dicendo una roba del genere: «taglieremo le tasse, ma sappiate che questo scherzetto costerà 30 miliardi l’anno e siccome non abbiamo i soldi, dovremmo aumentare ancora il debito pubblico che graverà sui vostri figli». Eppure è proprio questo che una politica seria dovrebbe fare quando si presenta agli elettori. Dire in che modo si ha intenzione di onorare le promesse. Altrimenti è la solita presa in giro, che si verifica a ogni occasione, e senza limiti alla decenza.
Un caso concreto, molto più significativo delle sue modeste dimensioni, è quello dell’Iva su prodotti dell’infanzia. Sorvoliamo sulla giaculatoria a proposito delle misure per rilanciare la natalità che da anni impegna senza costrutto certi partiti di ispirazione sovranista. E limitiamoci a quello che c’è scritto nel programma elettorale per le politiche del 2022 di Fratelli d’Italia, cioè del partito di maggioranza relativa che oggi ha in mano palazzo Chigi. Alla riga 11 del capitolo «Fisco più equo e difesa del potere d’acquisto degli italiani» su legge fra le misure per «proteggere il potere d’acquisto» di lavoratori e famiglie: «…ampliamento della platea dei beni con Iva ridotta, in particolare con riferimento al carrello della spesa e ai prodotti per l’infanzia». Nel momento in cui quella promessa viene scritta l’Iva sul latte in polvere per i neonati è al 5 per cento. Il primo gennaio 2024 viene raddoppiata e innalzata al 10 per cento.
E come la mettiamo con le promesse di ridurre le accise sui carburanti disseminate nel programma elettorale della Lega di Matteo Salvini, spesso accoppiate agli impegni di ridimensionare al 5 per cento l’Iva sul gas e distribuire crediti d’imposta agli autotrasportatori?
Certo, stiamo parlando di forze politiche al governo, e non abbiamo la garanzia che l’opposizione, se avesse vinto le elezioni, non avrebbe replicato questo schema. Ma è proprio per questo che se si vuole rendere almeno un po’ più serio, e soprattutto onesto, il rapporto fra cittadini elettori e partiti che cercano di farli abboccare con proposte tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, bisogna fare qualcosa.
Più di tre anni fa, su questo giornale, Carlo Cottarelli ha avanzato una proposta. Correva l’anno 2023, le elezioni che avevano incoronato Giorgia Meloni presidente del Consiglio erano passate da pochi mesi e già le retromarce sulle promesse elettorali si stavano materializzando. Cottarelli, ex alto funzionario del Fondo monetario, ex commissario governativo alla revisione della spesa e per pochi giorni presidente del consiglio incaricato, era approdato in senato nelle fila del Partito democratico. Maturando l’idea della necessità di una svolta, dopo il clamoroso crollo dell’affluenza alle urne: in quattro anni e mezzo, dal marzo 2018 al settembre 2022, la democrazia italiana aveva perso quasi 5 milioni di votanti. Difficile non interpretare questo segnale coma un preoccupante giudizio degli elettori sulla credibilità dei partiti.
Ecco allora la sua proposta, dalle colonne de L’Espresso: per ogni promessa elettorale i partiti dovrebbero essere obbligati a mettere per iscritto dove prendono i soldi. Ma non basta. Questa dichiarazione dovrebbe essere verificata e «bollinata» anche da un’autorità indipendente di rango costituzionale, come l’Ufficio parlamentare di bilancio istituito nel 2014 in seguito all’introduzione nell’articolo 81 della Costituzione dell’obbligo dell’equilibrio di bilancio.
La sue proposta non è rimasta soltanto sulla carta di questo giornale: è diventata infatti un disegno di legge, presentato il 14 febbraio 2023 dal senatore Cottarelli. Placidamente finito, manco a dirlo, nei cassetti del dimenticatoio di palazzo Madama. C’è rimasto per ben 1.260 giorni, mentre il calendario del Senato si affollava di imprescindibili leggi, quali l’istituzione della Giornata nazionale degli Abiti storici, approvata in via definitiva dalla Camera alta nell’aprile 2025 dopo lungo e approfondito dibattito. Fino a quando, il 28 luglio scorso, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, non ha nominato relatrice del provvedimento Mariastella Gelmini, ex ministra di Forza Italia poi passata ad Azione e successivamente rientrata nel centrodestra con Noi Moderati. Ma per risvegliare il senato dal lungo sonno (forse ancora più lungo perché l’autore della proposta si era dimesso dall’assemblea il 7 maggio 2023) c’è voluta la scossa seguente: una petizione con la quale si chiede di rimettere in pista la legge Cottarelli lanciata all’inizio di luglio con il supporto della Fondazione Luigi Einaudi, che mentre esce questo articolo viaggia spedita verso le 60mila firme.
Per i partiti che si stanno preparando a una sfida elettorale decisiva, nessuno escluso, è l’ultima occasione per dare prova che si vuole (sia pure timidamente) cambiare registro. Cominciando a smettere di prendere costantemente per il naso gli elettori. Le forze politiche devono sapere che la prossima volta, e arriverà fra non molto, saranno giudicati anche su questo: la serietà delle loro promesse. Far passare questo cambiamento non sarebbe difficile. Non serve nemmeno tirare fuori dai cassetti la proposta di legge targata Cottarelli: conosciamo il gioco e già sappiamo come andrebbe a finire, pronti a scommettere che mancherebbe il tempo per approvarla prima delle elezioni. Ecco perché è necessaria una scorciatoia. Sarebbe sufficiente un emendamento alla legge elettorale che da mesi tormenta le forze politiche, accapigliate sulle preferenze, per cui non si risparmiano colpi bassi. Un emendamento che introduca l’obbligo per i partiti di dichiarare dove si prendono i soldi per rispettare le promesse elettorali, come suggerisce Cottarelli. Poche righe, ma che avrebbero anche il merito di rendere quella legge almeno un pochino meno indigeribile di quanto già non si profili. Poche righe e un po’ di coraggio; ma il sospetto che sia proprio questo a mancare non riusciamo a togliercelo dai pensieri.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
SIEGMUND HA CONQUISTATO CONSENSI GRAZIE ALLA SUA IMMAGINE DA “WORKING CLASS HERO”, TRA GRIGLIATE ELETTORALI, CORTEI SU VECCHI MOTORINI E CAMPAGNE SOCIALI MA È TUTT’ALTRO CHE UN “BRAVO RAGAZZO”…CRESCIUTO NELLA CDU, DA GIOVANE FREQUENTAVA LA “HEIMATTREUE DEUTSCHE JUGEND”, DOVE SI ORGANIZZAVANO CAMPI PER BAMBINI CON SIMBOLOGIA NAZISTA E SI INSEGNAVANO TEORIE RAZZIALI, POI NEL 2014 E’ ENTRATO IN AFD
L’«uomo più pericoloso della Germania» ha trentacinque anni, un sorriso gradevole, scarpe qualunque, veste come Medioman con polo e completi un po’ stretti, va in giro in campagna elettorale su un motorino «Rondinella» del 1975 con un casco a scodella e dietro di lui sempre un codazzo di altri motorini d’epoca a decine, spesso a centinaia.
Per il resto, gli incontri della campagna di Ulrich Siegmund, candidato di punta di Alternative für Deutschland per le regionali del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, sono grigliate e «belle chiacchierate», così c’è scritto sui manifesti.
Lo Spiegel però gli dedica la copertina del suo ultimo numero, in edicola dal 15 agosto, e il titolo è: «L’uomo più pericoloso della Germania». E in effetti dopo la sua vittoria elettorale locale – per i sondaggi è certo che trionferà, e potrebbe anche diventare anche il primo ministro-presidente di AfD della storia della Repubblica – tutto, anche nella politica nazionale, potrebbe cambiare.
Ma chi è Ulrich Siegmund? L’uomo in motorino ha 35 anni, è sposato con una figlia, ha un padre anche lui attivo in AfD. Il muro di Berlino non l’ha mai visto: nato a Havelberg nel 1990, è cresciuto a Tangermünde, non lontano, in un paesaggio cioè molto diverso dalle immagini-cliché della Ddr povera ma bella, e invece fatto di piccole città borghesi e immerse nel verde, con piccoli tesori storici. […]
Di lavoro fa a lungo il commerciale – e il motorino se l’era comprato per andare e venire dalla sede del suo primo stage – per il commercio all’ingrosso; fa un master in psicologia dei consumi; si occupa per anni di marketing, con una formazione da manager a Pechino. Ha un’azienda, la «Berlin duftet» che vende profumi per ambienti il cui marketing è basato sul genere (profumi «da uomo», o «da donna»). […]
Per molti analisti questa sua formazione spiega benissimo il suo successo: le politiche che Siegmund segue sono di destra radicale, né più né meno, ma le comunica con un tono rassicurante, famigliare, da uomo comune.
Appena maggiorenne, Ulrich Siegmund si tessera a un partito: è il 2008, e il partito è proprio quello che oggi vuole rottamare, la Cdu guidata allora da Angela Merkel. Già allora è però molto attivo in un’associazione che nel 2009 il ministero nazionale dell’Interno vieterà: la Heimattreue Deutsche Jugend, i «giovani tedeschi fedeli alla patria».
Organizzano campi estivi per bambini vestiti da militari, col saluto alla bandiera e svastiche ovunque. Insegnano ai bambini la teoria della razza. Molti dei collaboratori attuali di Siegmund, puntualizza lo Spiegel, vengono da lì. […]
Solo nel 2014 passa a AfD, che all’epoca è più un partito euroscettico che nazionalista: una transizione che Siegmund segue e incarna da molto presto. Già nel 2015 è uno dei dirigenti locali del partito; nel 2016 entra come deputato nel parlamento regionale. Sono quindi dieci anni che nel Land dove compete è tra gli uomini con più potere. La AfD della Sassonia-Anhalt non è un partito locale qualunque: l’agenzia regionale per la Verfassungsschutz, la «tutela della Costituzione», l’ha certificato come un movimento estremista di destra.
Molti osservatori indicano negli anni del Covid un momento decisivo per la radicalizzazione di Ulrich Siegmund. A chi gli chiedeva della pandemia rispondeva, netto: «Ma quale pandemia?». Poi, racconta lo Spiegel, diventava più serio: «In questi mesi è stato molto chiaro che la gente ha perso fiducia nei media e nelle istituzioni. E per me è stato chiaro che valeva la pena di esercitare un po’ di resistenza».
Il vertice a porte chiuse di Potsdam, a novembre 2023, scandalizzò gran parte dell’opinione pubblica tedesca: parteciparono molti membri di AfD, diversi ideologi di estrema destra tra cui l’austriaco Martin Sellner, e si parlò espressamente di deportazioni di migranti all’estero, rinominate con l’eufemismo oggi molto diffuso «remigrazione».
Siegmund c’è e interviene: prefigura un futuro in cui AfD è al governo e indica con precisione i molti modi in cui queste misure possano essere realizzate almeno a livello regionale. Per il pubblico ridimensiona l’importanza della conferenza, definendola «un caffè con due chiacchiere».
Ma la remigrazione – termine che ha spaccato il partito a livello nazionale – è parte integrante del programma elettorale dell’AfD Sassonia-Anhalt. Secondo l’osservatorio indipendente Correctiv, 18 delle 256 pagine della bozza di programma presentata a gennaio contenevano indicazioni in questo senso.
Da allora per i media e gli analisti politici Siegmund è ribattezzato spesso «delfino di Björn Höcke»: Björn Höcke, il professore della Turingia che riabilita il linguaggio nazista, parla del memoriale berlinese della Shoah come di un «monumento alla vergogna di sé», invoca per la figura di Hitler «letture meno manichee».
L’estremismo ideologico di personaggi come Siegmund ha diviso, negli ultimi anni, la dirigenza del partito. La presidente Alice Weidel – sposata a una donna, con due figlie adottive – non può ad esempio condividere i suoi toni sulla «famiglia tradizionale». […]
Siegmund ha chiaramente dichiarato di «mirare a Berlino» cioè alla politica nazionale, perlomeno nei prossimi anni. E questo gli ha attirato molte perplessità e rivalità. Per ora, comunque, è l’uomo del momento: se davvero diventerà ministro presidente della Sassonia-Anhalt sarà il volto di uno storico cambiamento, e secondo diversi analisti il suo peso nel partito è destinato a aumentare.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA STILETTATA DEL COMITATO PARENTI VITTIME PONTE MORANDI PER LA SCARSA PARTECIPAZIONE DEL GOVERNO ALLA COMMEMORAZIONE DEGLI OTTO ANNI DELLA TRAGEDIA: “DOPO GLI ERRORI MADORNALI FATTI ANCHE CON LA CONCESSIONE CI ASPETTAVAMO UNA PRESENZA FORTE OGGI. TRA I CONDANNATI CI SONO FUNZIONARI DELLO STATO CHE NON HANNO VIGILATO”
Le campane e le navi in porto che suonano, il minuto di silenzio alle 11.36, le teste chinate e
gli occhi lucidi, nella mente ancora vivido il ricordo della mattina del 14 agosto 2018. Genova ha commemorato per l’ottavo anno di fila le 43 vittime del crollo del ponte Morandi, ma quest’anno ad accendere gli sguardi dei parenti c’è una nuova forza.
È quella data dalla sentenza di primo grado nel processo per la tragedia, che ha condannato 32 persone a un totale di circa 180 anni di carcere. Tra loro anche l’ex ad di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, e Michele Donferri Mitelli, ex direttore delle manutenzione di Aspi.
La sindaca di Genova, Silvia Salis, ha […] annunciato che il Comune chiederà un maxi risarcimento agli imputati — se condannati sino al terzo grado di giudizio — per i danni provocati alla città, compreso quello d’immagine.
«Genova ha subìto un danno profondo, che non si può affiancare al dolore delle famiglie, ma che ha il diritto di essere riconosciuto e risarcito. Noi genovesi lo viviamo ancora oggi. Cantieri infiniti, incertezze quotidiane, e l’onda lunga del crollo del Morandi sono ancora ben presente in questa città».
La richiesta di risarcimento (si sussurra ammonti a circa 100 milioni di euro) verrà formalizzata in sede civile, e sarà rivolta anche ad Aspi e Spea, le due società che avevano patteggiato la responsabilità amministrativa prevista dalle legge 231 ed erano uscite dal processo dopo «accordi di ristoro» con il Comune ai tempi del mandato dell’oggi presidente della Regione, nonché commissario per la ricostruzione, Marco Bucci.
Alla commemorazione ha preso la parola anche Egle Possetti, presidente del Comitato Parenti Vittime Ponte Morandi, che si è tolta qualche sassolino dalla scarpa: a fare male, ha detto, è la scarsa partecipazione del governo, presente solo con il viceministro ai Trasporti ligure, Edoardo Rixi: «Dopo gli errori madornali fatti anche con la concessione ci aspettavamo una presenza forte oggi — ha detto Possetti — Tra i condannati ci sono funzionari dello Stato che non hanno vigilato, ed è anche questo il significato delle condanne».
(da Genova 24)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL CARROCCIO NON VUOLE CEDERE E DIFENDE LA TRASFORMAZIONE DELLA LEGA IN UN PARTITO NAZIONALE
I ribelli del Nord, guidati in questa fase dalla Lega lombarda, vogliono da Matteo Salvini una risposta. «Dopo Ferragosto – dice a La Stampa uno dei big della fronda interna – Matteo dovrà dirci se accetta la proposta che gli abbiamo fatto: dare una sterzata al partito e andare alle elezioni con una guida collegiale». Precisano, però, che «non è un ultimatum». E se Salvini non accetterà? «Vedremo, intanto prima facciamolo rispondere».
L’obiettivo è prendersi la Lega, non sbattere la porta e uscire. Certo, però, che se le cose dovessero restare così, molti dei ribelli avrebbero poco da perdere. Nessuno dei governatori, da Attilio Fontana a Massimiliano Fedriga, fino a Maurizio Fugatti, può essere ricandidato.
Dovrebbero fare il salto in Parlamento, così come Luca Zaia, che oggi presiede il Consiglio regionale veneto. E le decisioni sulle candidature in Parlamento dovrebbero sempre passare dalle mani di Salvini, ad oggi non molto propenso a premiare i malpancisti. Né sembrano interessati loro a dare una mano in campagna elettorale. Insomma, uno strappo – tra le righe – non lo esclude più nessuno.
Adesso, assicurano i leghisti, tutto quello che si sta facendo ha il solo obiettivo di «salvare la Lega da uno schianto annunciato alle elezioni. Ce lo chiede la base e la base va ascoltata».
Salvini, nella sua consueta intervista estiva al Caffè della Versiliana, con i fedelissimi in prima fila, non molla di un centimetro la sua idea di partito. La premessa è una carezza ai rivoltosi: «La Lega è nata sui territori. Abbiamo i governatori più apprezzati d’Italia. Per me il valore del territorio, il decentramento, il federalismo, sono valori aggiunti».
Chiusa questa parentesi, il leader sbarra la porta a chi gli chiede di tornare a parlare al Nord e dà prova di essere sempre convinto della sua idea di partito nazionale: «Siamo nati in Lombardia e nel 1991 – ricorda – feci la tessera della Lega lombarda. Ma adesso il concetto di buon governo, di legalità e di autonomia è sentito in Veneto e in Lombardia così come in Puglia, nel Lazio e in Abruzzo. Ne vado orgoglioso».
Parla poi della sua permanenza in politica: «Finché ho voglia, passione e entusiasmo, continuo a fare la vita che ho scelto. Guardo con ottimismo al futuro». Sarà il suo ultimo mandato da segretario della Lega.
Intanto, i vecchi scissionisti di Patto per il Nord, che da tempo lanciano ami a chi nella Lega salviniana si sente a disagio, continuano a martellare: «La strategia di Salvini è lasciare che la Lega affossi, diventi irrilevante, pur di arrivare ad essere lui a stilare le liste elettorali per far eleggere i suoi fedelissimi nella prossima legislatura». Le loro porte sono sempre aperte. Ma i leghisti ribelli non ascoltano ancora quelle sirene. «La resa dei conti – dicono – si fa dentro, non fuori».
(da La Stampa)
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Agosto 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRINCIPALE RIVALE DI NETANYAHU, L’EX CAPO DI STATO MAGGIORE DELLE FORZE DI DIFESA ISRAELIANE, GADI EIZENKOT, SUPERA “BIBI” PER GRADIMENTO NELLA MAGGIOR PARTE DEI SONDAGGI: I PARTITI DI OPPOSIZIONE CONTANO TRA I 67 E I 70 SEGGI… L’OBIETTIVO DI NETANYAHU ORA È DI IMPEDIRE ALL’OPPOSIZIONE DI FORMARE UN GOVERNO COSI’ DA RESTARE AD INTERIM FINO A NUOVE ELEZIONI
Donald Trump si è rifiutato di esprimere il suo sostegno a Benjamin Netanyahu a 75 giorni
dalle elezioni israeliane. La coalizione del premier è ferma a 49-53 seggi, meno dei 68 che detiene oggi e dei 61 necessari per insediare un governo. Nello Studio Ovale, quando si sono incontrati due settimane fa, il tycoon gli ha chiesto dei sondaggi, ha riferito Axios.
Netanyahu ha esitato e un suo consigliere ha risposto: “Signor presidente, sta vincendo”. Il principale rivale di Netanyahu, l’ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane Gadi Eizenkot, lo supera in termini di gradimento nella maggior parte dei sondaggi: i partiti di opposizione contano tra i 67 e i 70 seggi. L’obiettivo del premier ora è di impedire all’opposizione di formare un governo. Se nessuno dei due schieramenti sarà in grado di raggiungere i 61 seggi, lui rimarrà in carica ad interim e Israele tornerà al voto. Il presidente americano, tuttavia, potrebbe ancora cambiare idea. Ma, a soli 75 giorni dalle elezioni, il tempo stringe per Netanyahu.
(da agenzie)
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