Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
INSEGNARE IL RISPETTO E’ L’UNICO MODO PER TOGLIERE AGLI UOMINI L’ALIBI DAVANTI ALLA VIOLENZA
Nelle stesse ore in cui dal Salento risuonava l’appello accorato di Franco Isceri, padre di Lorena, ennesima vittima di femminicidio ammazzata da un uomo che l’ha gettata da un viadotto come si fa con una cosa di cui disfarsi, che chiedeva alle istituzioni di intervenire nelle scuole per educare i ragazzi ed evitare altre tragedie, una parte della nostra politica produceva il suo immancabile riflesso condizionato. Di fronte alla richiesta disperata di un genitore che chiede aiuto all’istruzione per spezzare l’infinita catena della sopraffazione maschile, il consigliere veneto Stefano Valdegamberi e la truppa sguinzagliata dal generale Roberto Vannacci hanno risposto con la solita, stancante chiamata alle armi contro la fantomatica “rieducazione dei maschi”.
La favola della “demonizzazione biologica”
Il bersaglio dell’ennesimo attacco è il protocollo d’intesa siglato tra il Ministero dell’Istruzione e la Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin. Valdegamberi, politico veronese di lungo corso, oggi vicino a Futuro Nazionale, lo ha bollato come un “cavallo di Troia” ideologico. L’accusa è una solfa polverosa: la storiella del bambino costretto a sentirsi colpevole soltanto perché nato con il cromosoma Y.
Ma basterebbe davvero sfogliare le carte di quel testo prima di agitarsi davanti a un microfono. In quelle pagine non c’è infatti alcuna condanna biologica, né di tribunali dell’inquisizione per preadolescenti: c’è, se mai, l’insegnamento minimo del consenso, la cura delle parole, il rispetto della vita e la decostruzione di quella grammatica del possesso che trasforma il “no” di una donna in un affronto da punire con la morte.
È il solito espediente retorico: sventolare la minaccia del complotto per non dover guardare dentro casa. Derubricare l’educazione al rispetto a una fantomatica “guerra ai maschietti” è infatti il riflesso condizionato di chi cerca una scorciatoia politica per anestetizzare la discussione prima ancora che cominci. Il pensiero femminista e il lavoro della Fondazione Cecchettin non trascinano lo studente di quattordici anni sul banco degli imputati, ma pongono al genere maschile una questione ineludibile: farsi carico di una responsabilità culturale collettiva e smettere di girarsi dall’altra parte mentre si riproduce una grammatica del possesso. La retorica del maschio perseguitato serve a un unico scopo: derubricare la violenza contro le donne a una sequenza accidentale di raptus o alla deviazione di poche mele marce, restituendo agli uomini il conforto dell’innocenza e della neutralità.
In altri termini, sbandierare la difesa dei figli maschi non significa proteggere la loro infanzia, ma difendere l’inviolabilità di un sistema che rifiuta di guardarsi allo specchio. Significa sostenere che la violenza sia sempre una faccenda altrui, una follia privata che non ci riguarda mai da vicino, pur di non ammettere che il dominio nasce e si nutre del nostro silenzio quotidiano.
Il manifesto del patriarcato come valore
Ma sarebbe fin troppo ingenuo considerare la sortita di Valdegamberi un’uscita estemporanea o un banale incidente di percorso. Non c’è quasi nulla di scioccante in quello che dice, se non il fatto stesso che lo si possa sostenere senza vergogna in un’aula consiliare. Le sue parole sono semplicemente l’applicazione fedele di una visione del mondo scritta nero su bianco nella “Base Ideologica e Programmatica” che Roberto Vannacci ha depositato per la sua Futuro Nazionale: un testo che noi di Fanpage.it abbiamo letto e analizzato punto per punto, svelandone ogni ingranaggio reazionario. In quel documento si teorizza apertamente la tutela del cosiddetto “patriarcato mediterraneo”, rivendicato come un presidio d’ordine da difendere contro l’isteria della critica femminista, e si arriva persino a contestare la parola femminicidio, preferendo la comoda neutralità di omicidio. Viene naturale ricordare, allora, la lezione limpida che ci ha lasciato Michela Murgia: la parola femminicidio non serve a indicare il sesso della vittima, serve a nominare il motivo per cui è stata uccisa. Cancellare quella parola significa voler cancellare la matrice stessa del problema.
Così, scorrendo quelle pagine, si rispolvera davvero di tutto: dal mito del maschio custode e protettore, dimenticando che la protezione che esige l’esclusiva non è tutela, ma soltanto la prima stanza del dominio, fino all’attacco frontale all’autodeterminazione. Lo stesso impianto in cui l’aborto viene dichiarato “non un diritto” e si ipotizza di imporre alle madri l’ascolto del battito del feto prima dell’interruzione di gravidanza, riducendo i corpi delle donne a materia da disciplinare e il maschio a figura d’autorità inviolabile.
Insomma, la sintesi del pensiero di Vannacci sta tutta qui: l’idea che la società possa reggersi solo sul ripristino delle vecchie gerarchie, dove l’uomo comanda per natura e la donna accetta la tutela per necessità.
La risposta della scuola e il nodo del referendum
In questa architettura ideologica, la pretesa di un’educazione sessuo-affettiva laica e strutturale diventa una minaccia mortale, perché rischia di svelare e smontare il privilegio della forza fin dai primi anni di scuola. È su questo terreno che la controriforma della destra ha provato a blindarsi con la legge Valditara, vietando i percorsi sulla sessualità alla materna e alle elementari e imponendo il consenso informato con l’allontanamento dall’aula degli studenti privi di autorizzazione. Ma la società civile ha già risposto. Il superamento delle 500mila firme per il referendum abrogativo della norma risponde esattamente alla necessità di restituire alle scuole l’autonomia didattica e i PTOF, garantendo percorsi inclusivi sul consenso e sulla dignità affettiva. Perché, come ricordano i promotori, l’educazione sessuo-affettiva non è una soluzione magica, ma è l’unico cantiere indispensabile per smontare l’analfabetismo emotivo prima che si trasformi in sopraffazione.
Un “mondo al contrario” per davvero
E’ dalla crociata di Valdegamberi, ricordando che insegnare la parità nelle aule scolastiche costituisce l’abc della convivenza civile. Una presa di distanza che rivela quanto sia profondo il solco tra chi cerca di misurarsi con la realtà e chi si arrocca nella propaganda: sottrarre i ragazzi alla cultura machista non è un’inquisizione o un’espiazione, ma l’unico vero atto di emancipazione possibile per restituire loro un’umanità complessa, liberata dalla gabbia della prestazione e del dominio.
Una prospettiva che incontra ahimè la naturale resistenza di Roberto Vannacci e dei suoi fedelissimi, il cui orizzonte resta l’architettura reazionaria di un vero e proprio mondo al contrario: un posto dove le donne tacciono, i ruoli restano incisi nel marmo e gli uomini continuano a scambiare il controllo sull’altro con la misura della propria libertà.
(da fanpage)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 36,5% HA FIDUCIA IN GIORGIA MELONI
Secondo l’ultimo Termometro politico resta pressoché invariata la sfiducia in Giorgia Meloni.
Alla domanda ‘Hai fiducia nella presidente del Consiglio Giorgia Meloni?’, il 23,5% ha risposto “molto”, mentre il 13,0% ha detto di averne “abbastanza”. Sommando le due percentuali si ottiene un 36,5% di risposte positive. Il 53,3% invece non ha “per nulla” fiducia, dato immutato rispetto alla settimana scorsa, e il dato di sfiducia rimane ancora al di sopra del 60% (sommando chi ha “poca” fiducia e chi non è ha “per nulla”).
Futuro Nazionale e Afd a confronto
Agli intervistati è stata posta una domanda sul partito di Vannacci, mettendolo a confronto con l’ultradestra tedesca dell’Afd, che domenica scorsa ha stravinto le elezioni regionali in Sassonia. Alla domanda “Secondo lei Futuro Nazionale di Vannacci rappresenta l’Adf italiana?”. Il 13,8% ha detto che come “Afd in Germania rappresenta l’unica forza politica che sfida il sistema economico e politico attuale”. Critico il 15%, che nota delle affinità tra i due partiti, e di Fn dice che è “un partito troppo estremista e populista” e “di cui non avevamo bisogno”. Il 27,4% ritiene che Fn come Afd “è un movimento neofascista” e “rappresenta un serio pericolo per la democrazia”. Il 17,8% invece pensa che Fn non sia una “forza di rottura come Afd”, ma piuttosto sarebbe “Più vicina ai partiti tradizionali di centrodestra”. Solo il 4,2% dice che Afd è “estremista”, mentre il partito di Vannacci sarebbe più “moderato”. Il 16,9% pensa invece che Vannacci rappresenti, al contrario dei leader dell’Afd tedesca, un personaggio “mediatico”, e non ci sarebbe dietro “un vero partito con un programma coerente”. Solo il 4,9% “non sa” o “non risponde”
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE SE IL VOTO IN PRIMAVERA RESTA UN’OPZIONE IN CAMPO (ALLA CAMERA, A FINE MESE, CI SARÀ L’ULTIMO PASSAGGIO, A SCRUTINIO SEGRETO, DELLA LEGGE ELETTORALE E LÌ SI POTREBBERO SCARICARE I MALUMORI CHE ATTRAVERSANO I PARTITI DI MAGGIORANZA) … IL CONTROCANTO ALLA MELONI DEL “FRATELLO COLTELLO” LA RUSSA: “IL VOTO A SETTEMBRE E’ UNA ANOMALIA, NON ESCLUDO CHE SI POSSA VOTARE QUALCHE MESE PRIMA”
“A settembre non si è mai votato, l’altra volta nel 2022 era un’anomalia”. Così Ignazio La Russa, presidente del Senato, a margine del convegno “Il tempo delle donne” alla Triennale di Milano. La legislatura è nata con il voto del 25 settembre 2022 e ha scadenza naturale nell’autunno 2027.
“Cose da fare ce ne sono, quindi la possibilità di andare a fine legislatura c’è – ha proseguito La Russa – Molto è stato fatto al governo e molto rimane da fare”. Sulla possibilità di anticipare: “Se non si vuol votare a settembre non escludo che si possa votare qualche mese o giorno prima, ma solo per un fatto settembrino”, ha concluso.
La legislatura non è ancora finita, c’è «moltissimo ancora da fare». La premier Giorgia Meloni manda un messaggio agli alleati per rasserenare il clima, nel pieno delle tensioni per la legge elettorale. Prova ad allontanare la sensazione che sia scattato un liberi tutti in vista delle Politiche. Lascia intendere si possa arrivare alla scadenza naturale della legislatura, nell’autunno 2027. Anche se il voto in primavera resta un’opzione in campo.
In ogni caso, questo il messaggio alla sua maggioranza, i mesi finali saranno ordinati, non si devono temere passaggi traumatici o brusche rotture. «Le sfide che questo tempo ci sta mettendo di fronte sono particolarmente complesse», dichiara in collegamento con la festa dell’Udc. «Gli italiani devono sapere che c’è un governo che tiene la barra dritta, che non ha paura, che non scappa».
Ancor più esplicito Antonio Tajani: «Non dovrebbero esserci elezioni anticipate. Il governo è stabile e c’è molto ancora da fare per questo Paese». E per Matteo Salvini, il più tenace oppositore del ritorno alle urne, parla il leghista Claudio Durigon: «Dobbiamo votare a ottobre del prossimo anno».
In Parlamento però c’è da superare per la maggioranza l’ultimo scoglio della legge elettorale, approvata a colpi di forzature. Senza sorprese, complice il voto palese, il Senato martedì darà il via libera al testo. Tra le proteste dell’opposizione, che reputa il Melonellum incostituzionale. Ma tra i gruppi – in particolare FI e Lega – c’è agitazione per il nuovo meccanismo misto di capilista bloccati e preferenze. A loro la premier lancia messaggi distensivi.
Perché alla Camera, a fine mese, l’ultimo passaggio sarà a scrutinio segreto. Lì si potrebbero scaricare i malumori che attraversano i partiti di maggioranza. A dividere è soprattutto la penalizzazione delle candidate nella norma che prevede il capolista bloccato senza quote di genere (ora i candidati di uno stesso genere non possono superare il 60% del totale).
L’esperienza non insegna. A luglio, a Montecitorio, il governo è stato battuto proprio perché le donne dei partiti di centrodestra, in particolare le deputate forziste e salviniane, si sono opposte nel voto segreto. A taccuini chiusi più d’una conferma che il problema esiste. «Per adesso non comunico, l’emendamento è stato da poco approvato, ma vedremo quando la legge arriverà alla Camera», risponde a domanda diretta la vicecapogruppo di Forza Italia, Deborah Bergamini, ostinata nella sua battaglia per la parità di genere. Le colleghe di opposizione cercheranno di convincere lei e le altre che è il caso di votare contro.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FATTO” LA INFILZA: “AVERE A DISPOSIZIONE TRE RETI RAI E ALMENO UNA RETE MEDIASET, POTER CONTARE SU QUATTRO GIORNALI DICHIARATAMENTE DI DESTRA OLTRE AL ‘CORRIERE DELLA SERA’, CHE LA GUARDA CON DOLCEZZA, EVIDENTEMENTE NON È ABBASTANZA…”
Come un Berlusconi qualunque, Giorgia Meloni si lamenta di “non essere riuscita a comunicare
meglio” i risultati del suo governo. Lo fa in una lunga intervista al Foglio e condotta dal direttore Claudio Cerasa. Intervista che avrebbe fatto impallidire il Secolo d’Italia, giornale del partito della presidente del Consiglio.
Ma, leggendo tra le righe del testo, si può percepire chiaramente la difficoltà di Giorgia Meloni, costretta a sciorinare una serie di misure e misurette senza poter vantare nessuna grande riforma. Persino Berlusconi, nella famosa gag di Adriano Celentano e Roberto Benigni, aveva in fondo realizzato l’abolizione del fumo nei locali pubblici. Ma anche lui si rese famoso per le lamentele contro chi non gli avrebbe consentito di governare, o per la mancanza di un “volante” a Palazzo Chigi.
Anche Meloni lamenta di aver dovuto spesso “nuotare nella colla”, in un Palazzo Chigi restio a rispondere pienamente ai suoi comandi. E forse non è un caso se proprio ieri si sia dimesso Tommaso Longobardi, coordinatore del settore web e social media della presidenza del Consiglio.
Interpretando magistralmente il ruolo di “cane da guardia” del potere, Cerasa ha l’ardire di chiedere a Meloni quale sia “il suo più grande rimpianto”. E lei: “Rimpianti veri e propri non ne ho. Mi pento forse di aver ritenuto sufficiente fare le cose, anche quando non riuscivo a raccontare tutto il lavoro. Sono convinta da sempre che i fatti siano molto più forti di qualsiasi narrazione”.
Meloni afferma che “mi sarebbe piaciuto riuscire ad aggiornare meglio gli italiani sul complesso di questo impegno”. Avere a disposizione tre reti Rai e almeno una rete Mediaset, poter contare su quattro giornali dichiaratamente di destra oltre al Corriere della Sera, che la guarda con dolcezza, evidentemente non è abbastanza.
Poi elenca, indisturbata, quei successi poco narrati agli italiani. Il primo, contenuto più nella mielosa domanda che nella risposta, è la “costante” Ucraina. Che lei difende perché ha sempre posto “la Patria e l’identità nazionale al centro del proprio agire”. Rivendica così le spese militari perché, riferendosi alla Russia, “è molto più saggio fare in modo di non essere facilmente attaccabili che non confidare sul fatto di non essere attaccati”.
Fa finta di non vedere i dati drammatici sul fronte dell’energia, ripetendo la favola delle “concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi”. Alla fine il vero valore che può vantare è “aver reso l’Italia, anche con la stabilità, più affidabile e più attrattiva” e questo grazie “a una maggioranza politica compatta”. L’unico vero successo da vantare: essere durata.
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI FRENA: L’INTELLIGENCE CONSIDERA GAZA ANCORA TROPPO PERICOLOSA E LA DUCETTA PREFERIREBBE EVITARE INCIDENTI NEI MESI CHE PRECEDONO LE ELEZIONI, SENZA CONTARE I DUBBI SULLA CATENA DI COMANDO, IL QUADRO GIURIDICO E LE REGOLE OPERATIVE
Sarebbe diventato sempre più insistente da dopo Ferragosto il pressing dell’amministrazione Trump sul governo Meloni per l’invio di militari italiani a Gaza. Secondo un retroscena di Giuliano Foschini e Tommaso Ciriaco su Repubblica, gli Stati Uniti chiedono all’Italia di tenersi pronta a partire in tempi brevi con la missione dei carabinieri destinata a formare le future forze di sicurezza gazawi.
Sul piano militare Roma avrebbe già pianificato ogni dettaglio. Ma Palazzo Chigi frena, chiede approfondimenti e vuole capire paletti e regole prima di muoversi, anche perché i report dell’intelligence descrivono un quadro ancora troppo instabile per considerare sicura la spedizione.
Che il governo italiano resti cauto lo suggeriscono anche i rapporti tra i due governi. Dopo i vari attacchi di Trump a Giorgia Meloni, una vera e propria tregua non è mai arrivata. Ma, spiega Repubblica, sottotraccia il lavoro di ricucitura non si è mai fermato.
La premier manterrebbe un canale con J. D. Vance e Marco Rubio, Antonio Tajani dialoga per lo più con il segretario di Stato Usa e Guido Crosetto ha incontrato Pete Hegseth già lo scorso giugno. A muoversi più di tutti per la distensione, secondo Repubblica, è l’ambasciatore americano a Roma Tilman Fertitta.
È in questo contesto che va letta la fretta della Casa Bianca: l’amministrazione Trump ha bisogno che il Board of Peace produca risultati concreti proprio mentre Benjamin Netanyahu affronta in Israele una campagna elettorale che ne deciderà il futuro politico.
Il piano prevede che almeno 200 carabinieri avviino la formazione della polizia della Striscia in alcune basi in Giordania. È la fase successiva a preoccupare di più: da mesi Washington lascia intendere che all’addestramento debba seguire il cosiddetto mentoring, cioè l’accompagnamento sul campo delle nuove reclute una volta concluso il corso. Per i carabinieri significherebbe, di fatto, entrare fisicamente a Gaza.
Il governo preferirebbe evitare incidenti nei mesi che precedono le elezioni. Roma ripete fin dall’inizio che la spedizione dovrà avvenire solo in condizioni di sicurezza adeguate, condizioni che al momento non si vedrebbero ancora.
Prima ancora di quella militare, restano aperte diverse questioni e ampi buchi all’organizzazione della missione, non solo per quel che riguarda l’impegno italiano. La prima riguarda la composizione della missione: Israele frena sul coinvolgimento della Turchia, nonostante le competenze e il peso politico di Ankara.
L’Italia, poi, siede solo come osservatore nel Board of Peace che dovrebbe sovrintendere l’amministrazione della Striscia, senza essere pienamente coinvolta nella catena di comando, che resta poco definita tra il Board stesso ed eventuali altri soggetti giuridici.
Manca infine chiarezza sul quadro normativo applicabile nell’area. Non si capisce ancora infatti a quali leggi dovrebbero fare riferimento i carabinieri italiani nell’affiancamento alla polizia locale. […] Una soluzione potrebbe essere quella di seguire le norme dell’Anp. Ma anche questo punto resta tutto da chiarire.
(da Open)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
“RUSSIA UNITA” CANDIDA 76 VETERANI, MENTRE TRA GLI ASPIRANTI DEPUTATI FIGURANO MILITARI, ESPONENTI DELLE AMMINISTRAZIONI DEI TERRITORI OCCUPATI E UOMINI DELL’APPARATO DI SICUREZZA E MILITARE-INDUSTRIALE… “JABLOKO”, L’UNICO PARTITO CONTRO “MAD VLAD” E ALL’INVASIONE, È STATO ESCLUSO DALLE LISTE
Quanto al sistema consociativo che vige in Russia, le dieci liste ammesse dalla Commissione
elettorale centrale – Russia Unita (il partito fondato da Putin e Shoigu), Rodina, Liberal-democratici, Comunisti Federazione Russa, Russia Giusta, Nuove Persone, Pensionati, Comunisti di Russia, Verdi e Democrazia Diretta – sono tutte schierate a senso unico, in particolare le prime cinque. Si tratta, in sostanza, del partito collettivo della guerra, l’unico ammesso a concorrere.
A latere, fino alla fine, ci ha provato anche Jabloko (“Mela”), il solo partito contro Putin e contro l’invasione dell’Ucraina. Lo scorso 10 agosto la Commissione elettorale centrale lo ha però escluso dalla partecipazione alla corsa per i seggi assegnati con il proporzionale.
I 141 candidati di Jabloko correranno dunque solo nei collegi uninominali, in nessun caso con la possibilità di vincere (tranne qualche sorpresa che andrebbe oltre il clamoroso). (…) Oggi due vicepresidenti (Šlosberg e Kruglov) e diversi altri membri del partito sono in carcere o in colonia penale. Segno evidente, oltre alla brutalità, che il regime non sia particolarmente perspicace né troppo sicuro di sé.
Considerando tutto il periodo post sovietico, l’assenza in Russia di reale pluralismo non è mai stata così forte.(
Tuttavia, persino da una duma che nasce su questi presupposti, c’è da aspettarsi qualcosa di nuovo e inquietante. Sarà infatti il parlamento di chi la guerra l’ha fatta e di chi dalla guerra aspetta un premio. Tutti i partiti hanno dato gratifiche ai partecipanti alla cosiddetta Operazione militare speciale.
Russia Unita, che candida addirittura 76 “veterani”, durante le primarie di partito ha previsto un meccanismo premiante che dava un bonus del 25 per cento delle preferenze a questi candidati. Categoria, quella dei veterani, che è insufficiente a descrivere il contesto generale, perché il 20 settembre si presenteranno anche esponenti delle amministrazioni dei territori occupati, gente colpita da sanzioni, propagandisti, funzionari, eccetera.
Alla fine, i nomi controversi sono tanti. Tra i militari, ad esempio, c’è Nursultan Mussagaleev, accusato dal servizio di sicurezza ucraino di aver fatto parte delle operazioni a Buca (l’accusa è di aver rapito, torturato e fatto uccidere un giovane del luogo).
È terzo nella lista di Russia Unita del gruppo regionale di Orenburg: ottima posizione, quasi blindata. Sempre allo scempio di Buca, secondo un’inchiesta della Novaja Gazeta, potrebbe esser legato Eduard Šonov, membro della 45ª brigata dei VDV (forze speciali, paracadutisti), brigata che appunto partecipò all’occupazione della cittadina alle porte di Kiev.
Šonov corre in un collegio uninominale moscovita per Russia Unita, l’elezione è a portata di mano. Ma i nomi da considerare sono davvero tanti. C’è Aleksandr Lapin, accusato dalle autorità ucraine di aver partecipato all’attacco al centro commerciale Epizentr di Charkiv (19 morti); per lui, secondo posto nella lista di Russia Unita in Tatarstan (elezione sicura).
Ci sono poi membri della 5ª brigata corazzata separata (strage di una colonna di civili nella regione di Kiev), della 155ª brigata della fanteria di marina (Irpin, Hostomel’, Buca). C’è Sergey Zacharcenko, figlio di Aleksandr, ex capo della Repubblica Popolare di Doneck (candidato del partito comunista di Zjuganov). C’è Vitalij Nariznij, ex procuratore della Repubblica popolare di Lugansk (sempre candidato comunista).
La lista dei candidati che hanno avuto ruoli centrali nell’Ucraina occupata è lunghissima. (…)
Se a tutti questi aggiungiamo i candidati legati all’apparato di sicurezza e al complesso militare-industriale, il quadro è quasi al completo. Migliaia di candidature figlie della campagna bellica, spesso coinvolte nel programma “Tempo degli eroi”, progetto presidenziale lanciato nel 2024 che prevede un corso di formazione manageriale volto a preparare i dirigenti della pubblica amministrazione e delle aziende statali a partire dai partecipanti alla guerra contro l’Ucraina. Insomma, la nuova infornata di deputati sarà l’ultimo e decisivo contributo del Cremlino alla trasformazione della Russia in grande caserma.
(da Domani)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
UNO SFRATTO DICHIARATO DA 23 ANNI E SEMPRE RIMANDATO
Il paradosso si riassume in una formula d’ordinanza: «prima o poi». Lo sgombero di CasaPound è diventato una promessa politica seriale: cambiano i governi, i ministri, le maggioranze, ma l’occupazione di via Napoleone III resta lì, con la tenacia di chi sa come aspettare.
Sono passati ventitré anni. Nel frattempo abbiamo avuto annunci, vertici, ricorsi, procedure, dichiarazioni solenni. E adesso il ministro Matteo Piantedosi promette lo sgombero. Di nuovo.
A questo punto la domanda non è più se CasaPound verrà sgomberata, ma se esista ancora qualcuno disposto ad aspettare la prossima puntata. Perché ormai lo sgombero è diventato un’operazione politica prima ancora che amministrativa: si trasforma l’esecuzione in un genere narrativo e la si deposita nel limbo delle cose da fare. È lo «sfratto» allo stato intenzionale: politicamente compiuto, praticamente rimandato.
Dopo quasi un quarto di secolo, CasaPound non è più soltanto una questione legale. È diventata una curiosa unità di misura della fermezza istituzionale nell’arte di procrastinare.
Piantedosi promette. Vedremo. Perché ormai anche lo sgombero ha bisogno del suo «sgombero politico»: qualcuno dovrebbe finalmente liberarlo dalle promesse, dalla retorica delle conferenze stampa e accompagnarlo, con tutte le carte in regola, fino alla porta di via Napoleone III.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
UNA VOLATA VERSO LE ELEZIONI CON CITTADINI IMPOVERITI E AZIENDE COSTRETTE A CHIUDERE
ùUna volata verso le elezioni con i prezzi dell’energia fuori controllo e l’aumento a cascata sui
beni di prima necessità. Il binario è doppio: i cittadini impoveriti dal carovita e le aziende costrette a licenziare o addirittura a chiudere. Giorgia Meloni, all’ultimo anno di legislatura, osserva i dati macroeconomici con grande apprensione.
Se il Pil può chiudere «verso l’1 per cento», come ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e l’occupazione raggiunge la quota del 63,1 per cento (con oltre 24 milioni di occupati), i timori sulla crescita – comunque fiacca – sono alti. Il carrello della spesa fuori controllo può diventare il miglior volano per dare forza al campo largo. «Sempre più imprenditori sono costretti a fare prestiti per pagare le bollette», ha denunciato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. L’energia è diventata la sua priorità: il numero uno di viale dell’Astronomia ha chiesto un grande piano nella prossima manovra.
Trivelle d’emergenza
Meloni ha colto il primo messaggio con grande celerità. Così ha varato, in fretta e furia, il decreto che vuole spingere le trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi. Lo scopo è quello di aumentare la produzione di energia “fatta in casa”, prevedendo commissari ad hoc contro i presidenti di regione renitenti alle trivelle. È anche il manifesto di una destra che preferisce il fossile alle rinnovabili. Con il rischio di aver avviato la solita iniziativa a favore di telecamera.
«Le riserve italiane sono scarse, costose, e capaci di coprire il fabbisogno solo per pochissimo tempo», ha ricordato l’eurodeputata del Pd, Annalisa Corrado. Sulla stessa falsariga è stato ripreso l’armamentario ideologico del nucleare, che tuttavia nei prossimi anni non farà sentire alcun miglioramento in materia di approvvigionamento. «Abbiamo avuto il coraggio di riaprire la strada del nucleare», ha detto la leader di Fratelli d’Italia.
La realtà, però, non è quella di un governo longevo e in piena salute. Palazzo Chigi sta guardando al presente per limitare l’impatto del caro-benzina. Serve qualcosa da rivendere subito sul mercato del consenso. Lo ha ammesso la presidente del Consiglio: «Stiamo lavorando su un provvedimento che vorremmo più targetizzato verso i consumatori che hanno maggiormente bisogno. Vorremmo anche un provvedimento facile, immediato per i cittadini».
Rinnovabili al palo, benzina alle stelle: sull’energia il governo Meloni ha sprecato quattro anni
È al vaglio, dunque, la più volte annunciata misura per contenere i costi del carburante per i ceti più deboli. A parole è facile, complicata rendere esecutiva l’idea. Il nodo resta la platea dei beneficiari. La Lega vorrebbe tutelare le partite Iva che per loro natura hanno bisogno di spostarsi con mezzi privati. Forza Italia punta a inserire nell’elenco i pensionati, che rischiano di essere maggiormente colpiti dagli aumenti alla pompa di benzina. Resta, insomma, da individuare la declinazione dell’idea meloniana di uno sconto selettivo. Dal governo emerge una sola certezza: la prossima settimana non ci sarà il rinnovo della misura così come è stata approvata, ossia con il taglio generalizzato ai prezzi del gasolio.
Gli interventi per contenere i rincari, d’altra parte, servono a poco. Più che i decreti servirebbe la pace, è il concetto che Giorgetti ha ripetuto ai colleghi in varie circostanze. Meloni paga il “peccato originale”, quell’antica amicizia con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, causa di molti mali in materia di carovita. Nonostante il persistente conflitto in Ucraina, il governo aveva trovato un punto di equilibrio, spezzato con l’attacco degli Usa all’Iran.
Sofferenza produttiva
I dati sull’occupazione vengono ostentati come il fiore all’occhiello del governo Meloni. Ma in filigrana si legge una tendenza tutt’altro che positiva sulla stabilità: cresce il lavoro intermittente, quella a chiamata. Nel secondo trimestre del 2026, questo dato è cresciuto dell’1,3 per cento rispetto ai primi mesi dell’anno e addirittura del 6,7 per cento in confronto allo stesso periodo del 2025. Da qui il passo verso le crisi industriali.
La vicenda ex Ilva si trascina ancora, ma le vertenze hanno un peso mediatico importante. L’ultimo caso è quello di Electrolux, che ha confermato i 1.450 esuberi. «Quando si sceglie di non avere una politica industriale, questi sono i risultati. Urso appare immobile, senza idee come un frigo vuoto», ha commentato il deputato di Alleanza verdi sinistra, Marco Grimaldi.
Ex-Ilva in altomare e inflazione alle stelle: i fallimenti di Urso non finiscono mai
Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha rivendicato negli anni la diminuzione del numero di tavoli di crisi. Ma restano vertenze molto scottanti. Così Meloni ha preparato la sua contro-strategia. Nelle ore in cui è esplosa la vicenda Electrolux, la premier ha vistato le aziende modello di manifattura: la Sambonet Paderno Industrie e Herno, in provincia di Novara. Una tacca propagandistica da aggiungere al presidio del tessuto produttivo.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI MODELLARE LA LEGGE ELETTORALE A SECONDA DELLA PROPRIA CONVENIENZA, L’INTERESSE COLLETTIVO VALE ZERO
Non mi ricordo più se sono favorevole al maggioritario o al proporzionale, e a pensarci bene, a furia di parlarne, ormai avrei difficoltà anche a definire con qualche precisione i due sistemi. Una specie di sfinimento rassegnato ha avuto la meglio, lungo gli anni, sul mio già moderato interesse per la questione “sistema elettorale”.
Credo, del resto, che nemmeno il politologo più secchione sarebbe in grado di fare un riepilogo delle varie leggi elettorali italiane, quelle andate in porto e quelle bocciate, quelle emendate e quelle ritoccate, in un guazzabuglio infinito che ha un solo merito evidente: quello di chiarire, una volta per sempre, che la mancanza di senso dello Stato non è solo un problema dei cittadini. È anche un vizio di molti politici, che dei cittadini sono, per altro, i degni rappresentanti. Dico questo perché se c’è una legge che, per natura, avrebbe l’insolito potere di mettere d’accordo tutti, perché non riguarda interessi di classe, o aspetti ideologici, o singoli partiti, questa è proprio la legge elettorale. Serve a tutti e vale per tutti allo stesso modo. È una legge funzionale. Tecnica. Non di indirizzo politico. Super partes.
Perché dunque su quella legge ci si accapiglia da decenni? Perché in troppi (quasi tutti) cercano di modellarla a seconda del momento immediato e a seconda della propria convenienza. Per fregare l’avversario. L’interesse pubblico, l’interesse collettivo, valgono zero. Non fosse così, di legge elettorale non si parlerebbe più da un bel pezzo. Andrebbe bene quella che c’è, perché disegnata nell’interesse della democrazia, non dei singoli partiti. Questa qui di Meloni non solo non fa eccezione: ma aggrava la penosa sensazione appena descritta.
(da Repubblica)
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