L’AUTORITARISMO CHE SI INSINUA NELLA DEMOCRAZIA. IL COSTITUZIONALISTA MICHELE AINIS NEL SUO ULTIMO LIBRO RACCONTA COME LA PAURA SI È PRESA LE STRUTTURE DEMOCRATICHE DEGLI STATI IN TUTTO IL MONDO: “I REGIMI AUTORITARI GIUSTIFICANO LE OFFESE ALLA LEGALITÀ COSTITUZIONALE IN NOME DELLA SICUREZZA. DA QUI UNO STATO D’EMERGENZA PERMANENTE, CHE TRASFORMA LA SOCIETÀ POLITICA IN UNA FORTEZZA MILITARE. DA QUI L’ABUSO DEI DECRETI LEGGE O DI ALTRI STRUMENTI NORMATIVI ECCEZIONALI, LA MOLTIPLICAZIONE DEI DIVIETI, DEI NUOVI REATI, DEGLI AGGRAVI DI PENA”
“MA QUESTA LEGISLAZIONE SECURITARIA, QUESTA DOTTRINA ILLIBERALE, È FIGLIA DI UN EQUIVOCO, DI UN ABBAGLIO COSTITUZIONALE. PERCHÉ LA SICUREZZA NON È UN DIRITTO, BENSÌ UN LIMITE ALL’ESERCIZIO DEI DIRITTI”
Estratto dall’introduzione di “Fascismo bianco”, di Michele Ainis, ed. Garzanti
È il tempo della paura. […] E la paura libera un’energia negativa, puramente difensiva, che oscura l’idea stessa della libertà in cambio di maggiore sicurezza, in nome d’un bisogno di protezione, di rassicurazione. L’uomo moderno – diceva Sigmund Freud – rinunzia volentieri alla possibilità d’essere felice se questo è il prezzo per sentirsi più sicuro.
Ma è un fenomeno globale, sospinto dal vento della storia. Guardiamoci attorno, a partire dai quattro Stati più potenti del pianeta. Due di loro (Cina e Russia) sono autocrazie, se non vere e proprie dittature. Gli altri due (India e Stati Uniti) si qualificano come democrazie, almeno sulla carta.
Tuttavia in India governa da più di un decennio un Premier nazionalista (Narendra Modi), artefice di politiche discriminatorie contro la minoranza musulmana, oltre che d’una stretta sul dissenso e sulla libertà di stampa. Mentre negli USA ha (ri) vinto Donald Trump, aprendo una nuova stagione: deportazioni di massa per i clandestini, pugno di ferro contro l’opposizione, una museruola sul potere giudiziario.
Non sarà un caso se Trump, al pari di Modi, Putin e Xi Jinping, sia un leader ultrasettantenne. Quando il futuro genera angoscia, allora ti rifugi nel passato, nei vecchi che incarnano il passato.
Nemmeno è un caso se la stagione dei diritti – mezzo secolo fa, ma sembra ormai un millennio – sia stata inaugurata dal più giovane presidente degli Stati Uniti: John F. Kennedy, eletto a quarantatré anni. Ma quello era un tempo di speranza, d’ottimismo, di fiducia nel progresso. Il tempo che allevò i primi movimenti ambientalisti, pacifisti, femministi. Il tempo delle libertà.
Accadde anche in Italia, quando la Costituzione generò i suoi frutti più maturi, con un ventaglio di riforme che hanno trasformato il nostro vivere civile. L’approvazione della legge elettorale che permise d’introdurre le Regioni, nel 1968. Lo statuto dei lavoratori del 1970.
Sempre in quell’anno, la legge che ha permesso di celebrare i referendum e la legge sul divorzio, confermata da un referendum nel 1974. […] L’istituzione del Servizio sanitario nazionale, nel 1978. […] Infine la legge Basaglia, che in quello stesso anno chiuse i manicomi.
Ma la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: «La lascio cadere e non si muove». Affinché si muova, serve un popolo che la sostenga. I diritti vivono sulle gambe degli uomini, non sulle colonne a stampa delle Gazzette ufficiali. E non sono mai per sempre.
Ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, riconquistarli, giacché altrimenti appassiscono, benché scolpiti in una Carta costituzionale.
È la lezione (questa sì, perennemente attuale) dei fascismi: Mussolini non si curò d’abrogare lo Statuto albertino del 1848, pur calpestando una per una le sue garanzie liberali; Hitler lasciò sopravvivere la Costituzione di Weimar del 1919 – madrina dello Stato sociale – mentre il nazismo compiva i suoi misfatti.
Serve insomma una reazione, o almeno una presa di coscienza, rispetto alla stretta autoritaria che anche in Italia sta corrodendo le nostre libertà. Difatti è un fenomeno che cade goccia a goccia, generando assuefazione.
Dopotutto, la lezione del COVID ci ha mostrato che è possibile vivere senza libertà – anzi, che per sopravvivere dobbiamo rinunziarvi. Sarà che di libertà ne abbiamo ricevuta in dote troppa, e allora non ne riconosciamo più il valore. O forse sarà che in passato ne abbiamo fatto abuso: come osservò Platone, «dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce».
Tuttavia il pericolo maggiore giunge dall’accondiscendenza, figlia della paura ma altresì dell’ignoranza. Non conosciamo il nostro patrimonio di diritti, pochi hanno letto la Costituzione che dovrebbe garantirne la tutela. E non abbiamo perciò alcuna difesa contro la loro violazione. Tanto più se quest’ultima avviene in forme subdole e indirette, anziché palesi.
Senza negarne la validità formale, però svuotandoli di fatto, come un guscio d’arsella. Aggirandoli, tradendone lo scopo. In questi casi la regola costituzionale viene usata contro sé stessa, viene forzata al limite dell’autolesionismo. È il fenomeno della «frode alla Costituzione», su cui Georges Liet-Veaux scrisse pagine illuminanti già nel 1943.
È la prassi dei regimi autoritari, che in ogni tempo s’accompagnano all’ossequio formale delle regole, congiunto al loro disprezzo sostanziale. E che giustificano le offese alla legalità costituzionale in nome della sicurezza, dell’allarme verso questo o quel pericolo incombente, vero o falso che sia.
Da qui uno stato d’emergenza permanente, che stressa la società civile e che trasforma la società politica in una casamatta, in una fortezza militare. Da qui l’abuso dei decreti legge o di altri strumenti normativi eccezionali, come gli executive or ders del presidente americano, ormai divenuti strumenti ordinari di legislazione. Da qui la moltiplicazione dei divieti, dei nuovi reati, degli aggravi di pena, frutto d’un pensiero otte nebrante come un anestetico. A danno di chi? Dei diseredati, come i detenuti o gli immigrati.
Dei dissidenti, di chi canta fuori dal coro. O più in generale di chi coltiva uno stile di vita irregolare rispetto ai crismi dell’autorità costituita. Accade in Italia, sta accadendo in tutto l’Occidente.
C’è insomma in circolo un vento autoritario, che sta spazzando via le nostre libertà. Riconoscerne il pericolo, denunziarlo, contrastarlo, non è una battaglia di partito, quale che sia il partito. È un obbligo costituzionale. […]
Ma questa legislazione securitaria, questa dottrina illiberale, è figlia di un equivoco, di un abbaglio costituzionale. Perché la sicurezza non è un diritto, bensì un limite all’esercizio dei diritti.
Vale per la privacy, che può ben essere violata quando entra in gioco l’esigenza di perseguire i criminali. Vale per cortei e manifestazioni, vietati se mettono a rischio l’incolumità pubblica. Vale per la libertà di domicilio, così come per ogni altra libertà. Ma se nessun diritto è incondizionato, allora non potrà mai dirsi assoluta la sete di sicurezza, che non assurge nemmeno al rango di diritto. Da qui la conclusione: se per respingere i migranti o i disobbedienti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. E in ultimo l’ossessione della sicurezza ci recherà in dono la più acuta insicurezza.
(da agenzie)
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