INTERVISTA A LUCA TELESE: “MENTANA HA TORTO, NON SIAMO UNA TV ANTI-MELONI. SPIEGHIAMO SE UNA LEGGE ELETTORALE E’ UNA LEGGE-TRUFFA”
SU RANUCCI: “SONO RIUSCITI A PRENDERE UNO CHE E’LA VITTIMA DI UN ATTENTATO E FARLO DIVENTARE COLPEVOLE”… SULLE PRIMARIE: “SERVE IL LEADER SUBITO”
In Onda ha chiuso l’estate sul podio. Nella classifica dei programmi tv d’informazione più
attivi sui social a luglio e agosto, elaborata da Sensemakers per Prima Online, il talk di La7 condotto da Luca Telese e Marianna Aprile si piazza subito dietro Tg1 e Tg3. Supera di slancio il Tg La7, con 72,1 milioni di visualizzazioni complessive. Un risultato che arriva proprio mentre il format è tornato con la programmazione autunnale, ogni domenica.
Telese, che da due anni dirige anche Il Centro, primo quotidiano d’Abruzzo, a Fanpage.it risponde alle critiche interne di Mentana sul fatto che La7 sia una “tv anti-Meloni”: “Noi non siamo una tv anti-Meloni. Siamo una tv che spiega se una legge è una legge truffa”. E sulla riforma elettorale voluta dalla premier va giù duro: “Imbroglia, quindi è una legge tarocca”. Nel mezzo c’è il racconto della macchina di In Onda e il sodalizio con Marianna Aprile, che definisce “lei una dieta riuscita benissimo, io sono tante diete fallite”. E poi un commento sulla stretta attualità: il centrodestra che rincorre Vannacci, la sfida congressuale di Salvini, le primarie del centrosinistra e la sua idea su Sigfrido Ranucci, rimosso dalla conduzione di Report.
Luca, partiamo dal Centro. Tra poco festeggi due anni da direttore. Il giornale ha fatto un salto evidente, più generalista ma sempre attento al racconto del territorio abruzzese. Come ci sei riuscito?
Siamo contentissimi, i lettori sono esplosi. Quando sono arrivato vendevamo 6000 copie, comprese quelle digitali, oggi siamo ancora lì. Lo considero un grande risultato, perché gli altri giornali perdono il 14, il 13, l’11, l’8 per cento. Ho introdotto da 13 a 15 pagine fisse di esteri e politica nazionale, e questo ha premiato: così non hai bisogno di prendere un altro giornale. Il giornale è diventato un sismografo: arriva una notizia e in un attimo apriamo il dibattito. Io penso che un giornale, per essere buono, debba avere almeno una o due cose che fanno dire: “Cavolo, me lo volevo proprio leggere oggi questo pezzo”.
Sei arrivato nella stagione del ritorno del Pescara in B con una partita storica.
È stato un racconto bellissimo, il Pescara in B lo abbiamo praticamente accompagnato noi del Centro. Appena sono arrivato, una delle prime cose che ho fatto è stata invitare Baldini al giornale, e da quel momento ci siamo proprio connessi.
Veniamo a In Onda. Avete chiuso l’estate con una media del 6,94%, la più alta in sedici anni di programma. Qual è il segreto?
In Onda è una specie di semilavorato. C’è una lunga programmazione su alcune cose: le puntate lunghe hanno sempre dei contenuti lunghi, la puntata degli esteri, l’inchiesta, i reportage della Mannocchi, che sappiamo che il giorno X tornerà e ci porterà, magari, un pezzo su Gaza. E poi ci sono dei contenuti freschissimi: è un modo molto rapido di mettere in padella le notizie del giorno. Tante volte abbiamo cambiato le aperture nel nostro ultimo check possibile, una riunione volante che facciamo nel camerino di Marianna, perché è più largo del mio. Io, gli autori, lei. Una cosa senza l’altra forse è una buona cosa, ma avere entrambe fa sì che qualcuno ti dica: “Che bello quel pezzo ieri di Zerocalcare, col fumetto fatto apposta sul fascismo” (il riferimento è alla prima puntata della stagione autunnale, in onda domenica 20 settembre, ndr). Ma era legato a una cosa freschissima, che avevamo immaginato: avevamo già Tonia Mastrobuoni collegata da Berlino, il racconto di Zerocalcare sulla crescita della destra in Europa e l’ultima ora: chi ha vinto, come, perché, qual è l’analisi.
Poi c’è la squadra.
Paolo Mieli ormai è una presenza fissa, viene una volta a settimana. D’estate abbiamo costruito quello che noi chiamiamo il gruppo degli esteri, con Giovanna Botteri, con Di Bella, con Cecilia Sala, con Arianna Farinelli, che è un’ospite fissa e secondo me è una narratrice straordinaria. Ogni zona nevralgica del racconto globale che abbiamo nella testa, gli Stati Uniti, l’Iran, il Medio Oriente, la Palestina, la Cisgiordania che abbiamo raccontato in questi giorni, in questi mesi, in questi anni, ha il suo racconto. Siamo un po’ dei rapsodi: come i rapsodi omerici, ognuno canta il suo poema.
E con Marianna Aprile? Vi accusano di essere due voci della stessa parte.
Ma in realtà siamo totalmente diversi: per metodo, per indole, per vocazione. Anche fisicamente: lei è una dieta riuscita benissimo, io sono tante diete fallite. Io sono tondo, lei è aguzza. Io sono un po’ più vecchio di lei, quindi ho una memoria che arriva persino alla Prima Repubblica. Lei però è stata sulla nave di Emergency a fare salvataggi, e non prendevano giornalisti. È una così testarda che non è Verdelli che le ha detto “vai a raccontare”: è lei che ha detto “voglio andare a raccontare”. E quando Emergency le ha detto che poteva salire solo come parte dell’equipaggio, ha fatto il corso, un mese, per poter fare anche il triage, la rianimazione. Dico sempre che è pronta a qualunque evenienza, anche in caso di catastrofe. Sul collo ha tatuato il numero delle persone salvate dalla sua nave nel penultimo giorno della sua missione.
Mai uno scontro tra voi?
In alcuni casi discutiamo, siamo molto diversi. In alcuni casi litighiamo, e lo palesiamo anche. Credo che questo dia anche una rappresentazione.
Il libro che avete scritto insieme si chiama “Materiali resistenti”.
È un po’ la nostra piccola Bibbia. Sono le storie, per esempio, di Don Ciotti, di Don Gallo, di Emergency: di quelli che nell’Italia contemporanea realizzano i valori costituzionali in modo attivo.
Restiamo sull’attualità. Le parole di Tajani sulla donna ideale, quelle di Giorgia Meloni alla festa della giovanile di Fratelli d’Italia: la destra, pur di non allearsi con Vannacci, lo sta inseguendo?
C’è una radicalizzazione. Avere lo stesso giorno l’idea delle classi differenziali su base etnica e l’idea della donna angelo del focolare: sembra che prendano il programma di Vannacci e poi facciano le variazioni sul tema. Questa è la cosa che stupisce molto. E ha anche un problema dal punto di vista del racconto, perché poi uno dice: “Ah, ma allora siete una tv della sinistra”. No, siamo una tv indipendente. Però, siccome il coro dei media è intonato e governativo, c’è qualcuno che può dirti pure: “Ah, ma tu sei un anti-Meloni”. No, non sono un anti-Meloni. Però se c’è una proposta incredibile come quella sulla legge elettorale, in cui il comunicato della Meloni dice “abbiamo introdotto le preferenze”, ma poi tecnicamente le preferenze non funzionano, ci siamo interrogati: possiamo dire che è una legge tarocca? Sì: imbroglia, quindi è una legge tarocca. Però siamo credibili perché abbiamo detto lo stesso quando c’era la legge di Renzi. Se avessimo detto “che bello il Rosatellum”, allora uno direbbe: “Eh, però questi di In Onda…”. Invece quando c’era il Rosatellum abbiamo spiegato perché, con la sua follia, per esempio l’effetto flipper, era illiberale. E adesso abbiamo tutto il titolo per dirlo anche con molta forza. Noi abbiamo degli ascoltatori di destra con cui io discuto: mi mandano mail, li incontro per strada, ci guardano un po’ col mal di pancia. E io dico: “Ma non sarà che tu ci guardi proprio perché noi ti diciamo che il Melonellum è una fregatura anche per te?”.
Spostiamoci sulla Lega. A Pontida Salvini ha rilanciato, annunciando a breve la resa dei conti interna, convocando un congresso a ottobre. Che succede?
Secondo me Salvini ha fatto, l’ho detto in tv, una mossa coraggiosa. Il punto dei suoi oppositori è un po’ quello delle guerre moderne: se vuoi sminare Salvini, come a Hormuz, devi scendere sul terreno. Quindi uno di voi deve rinunciare al Senato, alla presidenza della Regione, e deve dire: “Io ti sfido”. Salvini, che l’ultimo congresso l’aveva già vinto su base organizzativa in modo clamoroso, ha avuto tutto il coraggio e l’intelligenza di dire: “Non aspetto quello che avete in mente voi, cioè che mi fregate dopo una sconfitta elettorale. Vi sfido, facciamolo prima, al congresso”. E qui gli oppositori, e Zaia è sicuramente più brillante di questi, dovranno decidere: smetto di fare altre cose piacevoli e lo combatto su quel terreno, con le truppe di terra. Senza truppe di terra non si prendono le segreterie dei partiti.
E il centrosinistra? Facciamo che le primarie si tengano domani: chi vincerebbe?
Io sono molto critico con il centrosinistra. Non una critica contro, ma una critica perché spero nel campo largo. Quindi, se vogliono vincere, devono fare il contrario di quello che hanno fatto finora. Uno: dovrebbero provare a trovare un nome condiviso, rinunciando tutti alla leadership.
È impossibile.
A quanto pare non l’hanno voluto fare. Poi hanno inventato questa nenia insopportabile: prima il programma, poi il leader. Io contesto entrambe le affermazioni. Intanto “prima il programma” è diventato “non famo nulla fino a dicembre”. In secondo luogo, il programma poi che cos’è? Ho abbastanza memoria per aver letto i pezzi sulle 300 pagine di un programma che fu fatto a pezzi perché aveva mille espressioni paradossali, contraddittorie. Il leader deve scegliere il programma insieme alla sua squadra, come il sarto che ti cuce il vestito su misura. Terzo: vorrei scrivere un pezzo, non ho ancora trovato il tempo, come vedi, ma lo farò presto. Ho visto da inviato le primarie del 2010 della Puglia, le prime dell’età moderna italiana, con le file in mezzo alla neve. E che cosa si diceva? “Se vince Vendola sarà troppo radicale. Vince le primarie, ma poi la coalizione si spacca. Vince le primarie a sinistra, ma poi si tratta di vincere al centro e non ce la fa”. In realtà Vendola vinse quelle primarie, vinse le secondarie, cioè le elezioni, vinse delle altre primarie con una coalizione iper lacerata e vinse delle altre secondarie. E ha cambiato faccia alla Puglia. Poi ho seguito le primarie di Genova, e si dissero esattamente le stesse cose. Ho seguito le primarie di Milano, dove vinse Pisapia, e si disse: “Ma come può vincere?”. Quindi ho abbastanza capelli grigi per sapere che chi vince le primarie non conquista semplicemente a freddo un segmento elettorale: mette in moto un racconto di sintesi che poi, se vince, lo porta a vincere.
Quindi tu faresti prima il leader.
Io farei prima il leader, e poi il programma insieme al leader. Ma il leader subito. Ieri, non oggi. Fateli girare l’Italia, fategli trovare la sintesi. La sintesi la trovano gli elettori, e questo fa impazzire le segreterie dei partiti. “Ma come? E adesso ci affidiamo alla gente?”. Eh sì, ci affidiamo alla gente. Tanto è vero che hanno votato Schlein, che è diventata la segretaria più longeva della storia del Pd.
L’esito del referendum sulla giustizia ha avuto un peso per la sfida elettorale?
Ha assolutamente riaperto la partita. È vero che siamo un paese di memoria breve, ma questa vittoria non ha il timbro di qualche partito, ha quello della società civile. In Abruzzo il Centro non aveva più neanche la pagina, lo spazio, per quanti appuntamenti c’erano, organizzati dal basso da associazioni, giornali, circoli culturali, sindacati. Quella battaglia è stata vinta dai Ranucci, e lasciami dire, dai Cancellato e da Fanpage, dai Gratteri. Non è stata regalata da qualche partito. E questa è un’altra cosa che anche a sinistra fa venire un po’ di mal di pancia. È un enorme voto d’opinione di persone credibili che riescono a sconfiggere anche dei monopoli informativi, perché sono credibili. E qui il cerchio si chiude, e si spiega un po’ anche il successo di In Onda. Contro Report sono arrivati a pubblicare in modo falso gli stipendi dei collaboratori, per sputtanarli e dire: “Guarda questi ricconi”. E dentro c’erano pure le spese di montaggio. Noi facciamo controinformazione, e la gente, anche quella di destra, ce lo riconosce. Perché noi non difendiamo parti, difendiamo idee e valori costituzionali.
A proposito di Report, parliamo di Sigfrido Ranucci: sei un suo grande amico, ti sei schierato al suo fianco, e domenica scorsa eri a una delle sue serate.
Voglio precisare una cosa. È vero che conosco Sigfrido da tanto tempo e che sono un suo amico, ma non è che sostengo che ci sia una battaglia politica contro di lui perché sono suo amico. C’è stato un trappolone mediatico contro di lui, che tra l’altro è l’ennesima prova di quanto siano sproporzionate le macchine dell’informazione: la destra ha tre giornali con cui detta l’agenda a tutti. Ed è soprattutto un capolavoro di falsificazione mediatica. Sono riusciti a prendere uno che è la vittima di un attentato e farlo diventare colpevole dell’attentato. Seconda cosa: non c’è un movente, e questa è un’altra cosa curiosa. Questa inchiesta ha avuto l’obiettivo di colpire la credibilità di Ranucci, però non c’è un movente. Quando l’attentatore ne ha dato uno, hanno detto che non va bene. E sto ancora aspettando che qualcuno, oltre a un meraviglioso menù di titoli, di pezzi, di inchieste, mi dica: “Ma il movente qual è?”. Se non è quello che ha rivelato l’attentatore, ci sarà un movente. Siccome mi piace stare ai fatti: quando dovessero riuscire a provare che Ranucci si è messo la bomba da solo, allora, malgrado la mia amicizia con lui, sono pronto a fucilarlo. Ma finora lui si è difeso molto bene. E l’essere ingannati non è una colpa, o almeno non lo è stato per Berlusconi, per Bossi, per Fini. Improvvisamente diventa una colpa tremenda.
Ha anche tanta gente dalla sua parte.
L’abbiamo visto quando l’abbiamo seguito con un inviato: aveva 2000 persone in piazza.
Chiudiamo con Enrico Mentana, che a Dogliani ha definito La7 “la tv anti-Meloni” e “la nuova Rai3”. Cosa gli rispondi?
In parte ti ho già risposto. È la sua opinione, legittima. Tu vuoi la mia, è questa: se fosse vero quello che dice Mentana, avrebbe ragione. E invece su quello Mentana ha torto. Per tutta l’estate a In Onda sono passati tantissimi esponenti e colleghi giornalisti d’area di destra: da Italo Bocchino a Pietro Senaldi, ma soprattutto Francesco Borgonovo, protagonista di diversi battibecchi proprio con Marianna. Persino Vannacci! Noi non siamo una tv anti-Meloni. Siamo una tv che spiega se una legge è una legge truffa. L’ha fatta la Meloni? E allora diremo che la legge truffa l’ha fatta la Meloni. L’ha fatta Renzi o Calderoli? Diremo che l’ha fatta lui. Siamo la tv che difende i valori della Costituzione. C’è qualcuno che vuole fare le classi differenziali senza i disabili? E diremo che è un attentato alla Costituzione. Non stiamo da una parte: stiamo dove sono i valori della Costituzione, e anche quelli della libera informazione. Rompiamo un monopolio? Bene: se fosse di sinistra lo faremmo uguale. Cairo non è un editore bolscevico. Cairo però è un editore indipendente che ha spiegato molto bene come abbiamo conquistato un mercato. Siamo la terza rete in prima serata. Ti rendi conto che quando io ho iniziato a lavorare a La7, nel lontano dicembre 2004, con Tetris, era una tv in cui se uno faceva il 4% stappava lo champagne? Era il periodo in cui un programma bellissimo come quello di Ferrara e Lerner faceva il 2%. Siamo diventati una corazzata che riesce a dare un’offerta diversa al mercato. Noi non esisteremmo se non ci fosse un mercato. E se vuoi ti dico la cosa più buffa, possiamo chiudere con questa immagine. Due anni fa i fan che ti fermavano per strada dicevano: “Bravi”. Adesso i fan de La7, che sono molti di più e sono in tutta Italia, che vai a Pescocostanzo o in Valtellina, ti dicono: “Tenete duro”. E non credo che sia un “tenete duro” perché sono legati a un partito. È un “tenete duro” perché nel mondo reale della società italiana c’è una grande preoccupazione per un attacco alle condizioni minime di cittadinanza democratica. E l’informazione è la prima di queste condizioni.
(da Fanpage)
Leave a Reply