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BERLUSCONI: “LEGGE SALVA-FININVEST? NON L’HO SCRITTA IO. E TREMONTI SAPEVA TUTTO”

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI SCILIPOTI ACCUSA: “CALDEROLI ERA D’ACCORDO”… IL MINISTRO LEGHISTA SMENTISCE… ORMAI SIAMO AL TEATRINO DELLA POLITICA

«Fininvest si salva senza bisogno di nessuna norma e la norma è molto equilibrata. La più giusta che si possa immaginare. Ma non l’ho scritta io. E per Tremonti era sacrosanta».
Ecco la verità  di Silvio Berlusconi sulla cosiddetta Salva-Fininvest, prima inserita e poi tolta dalla manovra.
Una che avrebbe consentito al gruppo di proprietà  del presidente del Consiglio di non pagare una multa da 750 milioni di euro.
Ecco le dichiarazioni del premier intervenuto alla presentazione di un libro di Domenico Scilipoti:. “Non sono io che ho scritto quella norma ma siamo in un paese in cui non c’è legge giusta che possa passare se favorisce Berlusconi o le sue aziende. Uso esempi non miei: se si inventa la penicillina ma serve a me non va bene. Se una nave affonda ma ci sono io , la si lascia affondare»
«Ne abbiamo discusso in Consiglio dei ministri: Tremonti non ha ritenuto di portarla a un voto, essendo quella norma sacrosanta sui cui nel tempo si era intervenuti, pensando che fossero tutti d’accordo e io ne ho avuto precisa e assoluta conferma perchè ad esempio Calderoli che non la conosceva mi ha detto “perbacco se lo sapevo la potevo scrivere meglio”.
“Non c’è nessun giallo – ha sottolineato Berlusconi – appena ho visto le polemiche ho scritto una dichiarazione e ho ritenuto di farla togliere».
«Ribadisco, ancora una volta, di non aver mai nè letto nè visto la cosiddetta norma sul Lodo Mondadori e di aver appreso della sua esistenza soltanto dai lanci delle agenzie di stampa, la settimana successiva al Consiglio dei Ministri » ha detto Carlderoli dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi.
Anche Umberto Bossi ha poi smentito Berlusconi. Della norma salva Fininvest in manovra «non lo sapeva nessuno, nemmeno Tremonti», ha detto il leader della Lega ai giornalisti lasciando Montecitorio.
Quanto all’ipotesi che al Senato possa essere presentata una norma simile, il Senatur ha tagliato corto: «Non ne so nulla».
Ha aggiunto Berlusconi: «Non è compito della politica e dello Stato dare tutte le risposte. Per agganciare la crescita serve anche «lo spirito di sacrificio con cui i cittadini sono disposti alla revisione di un welfare obsoleto che per garantire tutti non garantisce chi ha davvero bisogno». Da quando ho lasciato le aziende che ho creato e fatto crescere non ho mai abbandonato l’ idea che la politica invadente è un fardello. Cultura del fare che abbiamo acquisito nel mondo del lavoro, nel mondo dell’impresa, è una filosofia di vita alla quale non posso rinunciare».
Ciliegina finale di Scilipoti: “La mia scelta l’ho fatta perchè ci credo. Berlusconi è una persona perbene e lo dovrebbero ringraziare anche dall’ opposizione. L’Italia è il paese della libertà  e della democrazia grazie al presidente”.
Siamo alle comiche finali.

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PENSIONI NEL 2020: UOMINI A 67 ANNI, DONNE A 62

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

ETA’ PARIFICATA NEL 2035: TUTTI A 68 ANNI….COSTI DELLA POLITICA: SPARISCE IL TAGLIO AI VITALIZI….GLI EFFETTI SULLE DIPENDENTI, FINESTRE E SPERANZE DI VITA

Nel 2020, uomini in pensione a 67 anni e donne a 62. Poi, nel 2035 tutti fuori a 68 anni. Uomini e donne. Dipendenti e autonomi del settore privato.
Secondo alcune inedite proiezioni dell’Inps, la parità  dei generi sul piano previdenziale avverrà , dunque, a un’età  ben più alta di quanto previsto sinora.
L’Istituto di previdenza ottiene questo risultato combinando l’effetto di provvedimenti vecchi e nuovi.
Ovvero le finestre mobili, efficaci dall’1 gennaio scorso: un anno in più per i lavoratori dipendenti e 18 mesi in più per gli autonomi dalla maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione.
E le due norme inserite nella manovra appena licenziata dal governo, ora all’esame del Quirinale: l’anticipo al 2014 dell’età  di pensionamento agganciata all’aumento della speranza di vita (un mese in più ogni anno) e l’innalzamento graduale dell’età  di uscita per le donne del settore privato a partire dal 2020 per arrivare a 65 anni nel 2032.
In realtà , le lavoratrici, secondo il più inclusivo calcolo dell’Inps, per andare in pensione nel 2032 dovranno avere 67 anni e 11 mesi, se dipendenti, e 68 anni e 5 mesi, se autonome.
Per quanto riguarda, poi, l’altro capitolo in manovra, ovvero il blocco delle rivalutazioni per le pensioni che superano di 5 volte l’assegno minimo e la riduzione al 45% dell’adeguamento all’inflazione di quelle comprese tra le 3 e le 5 volte il minimo, fonti governative chiariscono che l’aggravio per i pensionati varierà  tra i 50 centesimi al mese, per una pensione da 1.500 euro lordi mensili, ai 24 euro per gli assegni da 4 mila euro.
Dal decreto della manovra, poi, sparisce il taglio ai vitalizi dei parlamentari, pur presente in bozza e discusso nei giorni scorsi.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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ABOLIZIONE DELLE PROVINCE, IL PD SALVA PDL E LEGA: COSA VUOL DIRE PREDICARE BENE E RAZZOLARE MALE

Luglio 6th, 2011 Riccardo Fucile

VELTRONI ATTACCA BERSANI: “LA GENTE VUOLE ABBATTERE I COSTI DELLA POLITICA E NOI SALVIAMO IL GOVERNO?”..IDV E TERZO POLO SCHIERATI INSIEME PER ELIMINARE LE PROVINCE…FLI VUOLE LANCIARE UNA PROPOSTA DI INIZIATIVA POPOLARE PER ABOLIRLE

E infine le Province non si toccano.
Ci ha provato Di Pietro ad abolirle con una norma costituzionale che si è affacciata ieri nell’aula della Camera ma che subito uno schieramento ampio di parlamentari – 225 no di Pdl e Lega e 240 astensioni di tutto il Pd e di 43 dissidenti del Pdl, tra cui Lupi e Paniz – ha archiviato.
Eppure gli 83 favorevoli (oltre all’Idv, il Terzo Polo di Casini, Fini e Rutelli), avevano un formidabile argomento al loro arco: battere un colpo contro la casta e gli sprechi politico-istituzionali.
È proprio su questo che Di Pietro si scatena e parla di “traditori”: «Oggi si è verificato il tradimento generalizzato degli impegni e dei programmi elettorali da sinistra e da destra. Tutti hanno fatto a gara nel fare sognare in campagna elettorale gli italiani sul fatto che si sarebbe tagliata la casta eliminando le Province e poi non hanno mantenuto gli impegni».
Ha buon gioco il leader Idv ad accusare: «In aula si è verificata una maggioranza trasversale, la maggioranza della casta».
Usa parole pesanti contro il Pd: «È stato patetico che anche nella coalizione di centrosinistra si sia chiesto un rinvio dopo che da 51 anni si rinvia. La verità  è che c’è una enorme differenza tra le chiacchiere elettorali e i fatti».
Del resto, è sul nodo politico – al di là  delle ragioni di merito – che si spaccano i Democratici.
Dura quattro ore l’assemblea del gruppo Pd per decidere cosa fare. I Democratici hanno un’altra proposta che Gianclaudio Bressa, capogruppo in commissione Affari costituzionali, chiede di fare valere, senza seguire la demagogia dipietrista.
Dario Franceschini, il capogruppo, condivide rischiando di restare in minoranza.
Però il messaggio politico è devastante: a farlo notare è Walter Veltroni. «Non si può in un momento come questo così drammatico per il paese dal punto di vista sociale, in cui i privilegi in primo luogo dei politici, sono insopportabili, non dare un segnale concreto di abbattere i costi della politica, non stare dalla parte del vento che cambia, non essere innovativi», si sfoga l’ex segretario Pd. Poi, aggiunge, di votare con la maggioranza – ovvero un “no” con Pdl e Lega – non se ne parla, è improponibile.
I toni si alzano. «Io non lo farò per nessuna ragione», s’inalbera Sandra Zampa.
Lo schieramento democratico che voterebbe con Di Pietro è ampio: va dal vice capogruppo Michele Ventura a Pier Luigi Castagnetti passando per Ugo Sposetti fino a Paola Concia («Bisognava lavorare con Di Pietro»), Pier Paolo Beretta («Non si può parlare alla pancia sui costi della politica e poi diventare razionali sulle Province») e Beppe Fioroni.
Walter Verini, veltroniano, sostiene che «si è sottovalutato il danno».
Pure Rosy Bindi preferirebbe nettezza, poi comunque apprezza l’astensione sofferta. Enrico Letta loda Veltroni: «Bravo, bel discorso».
Bersani il segretario Pd, a cose fatte, cerca di riprendere il filo concreto delle cose: «Vanno ridotte ma va detto come si fa». Perchè la decostituzionalizzazione di Di Pietro creerebbe il caos.
Stesso sentire di Franceschini che nell’astensione vede il modo di non spaccare il partito.
Che spaccato però è.
Casini e i centristi rincarano: «Avevamo un’occasione d’oro per tagliare le Province. Invece è stata sprecata per colpa della maggioranza e anche del Pd».
A rilanciare sono i finiani con una legge di iniziativa popolare.
Italo Bocchino il vice presidente di Fli, lancia l’appello online (www. aboliamole. it) sul sito del partito.
La Lega annaspa e Reguzzoni, il capogruppo lumbà rd, sposta la mira: «Aboliamo i prefetti».

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BAVETTA BECCARIS

Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile

CONSIDERAZIONI DI MARCO TRAVAGLIO SU MARONI, GRILLO, VAL DI SUSA E VIA BELLERIO

Paragonare il ministrucolo degli Interni Bobo Maroni, già  avvocato della Avon di Varese, al generale Fiorenzo Bava Beccaris suona ridicolo, e anche un po’ offensivo per la memoria del generale. La storia, diceva Marx, si ripete spesso, ma in forma di farsa. Infatti oggi siamo ai Maroni.
Col contorno dei politici e giornalisti servi che fanno da degno sottofondo.
Per un intero giorno ci han raccontato che Beppe Grillo aveva definito “eroi” i black bloc, qualcuno l’ha chiamato addirittura “cattivo maestro”, poi s’è scoperto che Grillo parlava dei valligiani pacifici con cui stava parlando, ben prima che scoppiassero le violenze degli infiltrati.
Allora ci han raccontato che Grillo aveva fatto “marcia indietro”, “smentendo” o “rettificando” cose mai dette.
Così si parla del nulla (il Giornale passa al situazionismo ed evoca il ritorno delle “Brigate rosse”), pur di non confrontarsi coi dati scientifici che dimostrano l’inutilità  del Tav.
Solo una caricatura di ministro può immaginare di tenere in stato d’assedio la Val di Susa per vent’anni, schierando 2 mila agenti e militari armati di tutto punto in assetto antisommossa a presidio di cantieri trasformati in fortilizi, con cavalli di frisia, filo spinato e sacchi di sabbia dappertutto, per mandare avanti un’opera che scava un buco di 60 km nella montagna e un altro di 20 miliardi in quel che resta del bilancio dello Stato.
Solo un dilettante del diritto può pensare che qualche magistrato accuserà  i (pochi, per fortuna) violenti No Tav di “tentato omicidio”.
Ma la sua pretesa di sostituirsi alle Procure va compresa.
Maroni è l’unico ministro dell’Interno della storia dell’umanità  condannato per resistenza a pubblico ufficiale, per aver messo le mani addosso ad alcuni agenti della Digos che stavano compiendo il proprio dovere.
È il 1996 e, per conto della Procura di Verona, indagano sulla formazione paramilitare fuorilegge denominata “Guardia nazionale padana”, le celebri camicie verdi: un esercito parallelo armato, come risulta dalle intercettazioni di vari leghisti che, compreso Bossi, parlano di armi.
Il 18 settembre il procuratore Guido Papalia ordina la perquisizione del capo dell’allegra brigata, Corinto Marchini. Ma questi sostiene che il suo ufficio è nella sede della Lega, in via Bellerio a Milano.
La Digos lo porta lì per la perquisizione, salvo scoprire che il presunto ufficio di Marchini è in realtà  di Maroni.
Militanti, dirigenti e parlamentari leghisti si mettono di traverso per impedire il passaggio ai poliziotti, un po’ come le famiglie dei camorristi in certi quartieri di Napoli, quando le forze dell’ordine vanno ad arrestare un boss.
I nostri tutori della legalità  e dell’ordine pubblico insultano gli agenti al grido di “fascisti”, “mafiosi”, “Pinochet” e malmenano tre ispettori.
Maroni, secondo l’accusa, “afferrò per le gambe e trascinò a terra” due poliziotti, Bossi ne “strattonò” un terzo “strappandogli il giubbino e la giacca d’ordinanza”.
Alla fine molti contusi su entrambi i fronti (oggi Maroni direbbe “poliziotti feriti dai terroristi”, solo che all’epoca il terrorista era lui).
Maroni fa in tempo ad azzannare un agente al polpaccio prima di prendere una botta al setto nasale ed essere portato via in barella.
Due anni dopo viene condannato in primo grado a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
Sentenza confermata in appello nel 2001, pena ridotta a 4 mesi e 20 giorni perchè nel frattempo una legge ad Legam ha depenalizzato l’oltraggio.
Condanna definitiva in Cassazione: la “resistenza passiva” dei partigiani verdi “non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento ingiusto a opera dei pubblici ufficiali”.
E quelli di Maroni erano “inspiegabili episodi di resistenza attiva e proprio per questo del tutto ingiustificabili”.
Da allora, quando arriva il loro ministro, gli agenti corrono a indossare stivali molto alti. Inguinali.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I PROCLAMI DI BOSSI A PONTIDA SONO GIA’ LETTERA MORTA

Luglio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

LEGA NORD TRA SLOGAN, PALLE PER I GONZI E REALTA’: DISATTESO IL PENULTIMATUM CON LE RICHIESTE A BERLUSCONI.. STASERA SCADEVA IL PRIMO LOTTO DI RICHIESTE, TUTTE INEVASE: MA I LEGHISTI NON MOLLANO LA POLTRONA

“Fatti in tempi certi. Impegno da parte del governo a realizzare 12 punti programmatici nei prossimi 180 giorni entro le date stabilite”.
L’ultimatum del Carroccio era stilato in una paginetta asciutta, distribuita in migliaia di copie due domeniche fa sul pratone di Pontida.
«Caro Silvio, prendere o lasciare», sibilò Umberto Bossi sotto il sole a picco.
Proprio oggi scade il primo mini lotto dell’aut aut leghista e se prendiamo alla lettera il Contratto con i padani, già  stasera il governo Berlusconi dovrebbe cadere per il ritiro dell’appoggio leghista.
Entro due settimane da Pontida, cioè oggi, infatti, si legge, «il consiglio dei ministri deve varare la riforma costituzionale che stabilisce il dimezzamento del numero dei parlamentari e la nascita del senato federale. Tempo per l’approvazione definitiva da parte del Parlamento: 15 mesi».
Ma di questo provvedimento non c’è traccia.
Solo una vaga notizia di invio all’esame del pre Cdm di una bozza di riforma costituzionale di cui sopra. Ma se anche fosse, e venisse approvata chiavi in mano, sarebbe fuori tempo rispetto al timing di Pontida.
Altra scadenza fissata a due settimane: «approvazione in Cdm del decreto legge sulle missioni militari: riduzione dei costosissimi contingenti all’estero». Anche qui. Nulla di ciò è arrivato sul tavolo di palazzo Chigi.
La Padania ieri vantava come un successo l’aver bloccato «il tentativo di incrementi per gli stanziamenti per missioni militari». Di più. «A breve, nel decreto legge relativo, chiederemo la loro concreta riduzione».
Il fatto stesso che si annunci un decreto a breve, dimostra la (seconda) violazione contrattuale dell’agenda di Pontida.
Nè basta il solito Roberto Calderoli che minaccia fuoco e fiamme: «O il governo ridurrà  l’impegno nelle missioni internazionali o la Lega non voterà  il decreto per il rifinanziamento» e avverte e insiste: «O la Lega porta risultati o se ne va e lascia Berlusconi ai suoi divertimenti».
«La guerra in Libia? Cesserà  a settembre», rincara da Cassano Magnago il Senatùr.
Può darsi, per ora di certo c’è solo il seguente comma in manovra: «al fine di prolungare la partecipazione italiana alle missioni internazionali, per il 2011 la dotazione del relativo fondo è incrementata di 700 milioni di euro».
Del resto si discuterà  al Consiglio supremo di difesa convocato per il 6 luglio. Forse.
Insomma basterebbero queste due violazioni per aprire la crisi di governo carta padana canta – se la Lega facesse la Lega; invece un Carroccio ormai romanizzato e avvinghiato mestamente al Cavaliere decide persino di festeggiarsi.
«Primo tagliando dopo Pontida», spara La Padania di ieri, rivendicando il drizzone al governo che l’ultimatum bossiano avrebbe magicamente prodotto. E via con una maxi tabella su 15 punti titolata «Obiettivi di Pontida, tabella di marcia».
All’interno ci sono tante cose, alcune raggiunte o avviate, altre solo dei desiderata.
Ad esempio la rivendicazione sbandierata su due ministeri decentrati a Monza «entro fine luglio», nel contratto di Pontida non è contemplata, nonostante Bossi continui a ripetere che anche Tremonti si trasferirà  a Villa Reale (sic!).
E ancora. La celebrazione di alcuni punti fissati ad un mese nell’agenda di Pontida («attivazione delle norme per dare ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste; riduzione delle bollette energetiche; riforma del patto di stabilità  interno per Comuni e Province; taglio dei costi della politica; finanziamento del trasporto pubblico locale; avvio dell’abolizione delle misure fiscali vessatorie di Equitalia»), secondo la Padania addirittura già  centrati, richiedono un chiarimento.
Sulla riduzione delle bollette energetiche va detto che il Carroccio ammette il flop arrendendosi ai rincari di luce e gas previsti in manovra.
Ma anche sui costi della politica ci si deve accontentare di un taglio del 10% dei rimborsi elettorali.
Il resto è rinviato ad una Commissione e comunque a partire dalla prossima legislatura.
C’è poi la promessa solenne di revisione del patto di stabilità  per i comuni virtuosi e l’esclusione dai tagli per quegli enti coi conti a posto.
«Tremonti lascia stare i nostri comuni, altrimenti i voti non te li diamo», tuonò Bossi dal pratone.
In teoria il processo è avviato ma c’è molto scetticismo sul provvedimento. Per gli esperti de Il Sole 24Ore andrebbero «aboliti due difetti importanti degli indicatori di virtuosità : la difficile applicazione e gli effetti distorsivi che premiamo e o puniscono a prescindere dal vero merito della gestione».
In ogni caso sarà  una riforma in vigore dal 2013. Cioè tra 2 anni.
Subito per gli enti locali ci sono i tagli: altri 9,6 miliardi sul biennio 2013-2014 dopo i 14,8 sul 2011-2012 che uccidono in culla il federalismo fiscale.
Te lo dicono scoraggiati molti sindaci leghisti, divisi tra ragion di partito e comunità  allo stremo.
Solo in Lombardia, se confrontiamo le entrate correnti con le spese di personale e servizi, ci sono mille Comuni su 1536 a rischio default.
In Veneto, l’altra Vandea leghista, i Comuni hanno subito tagli al 27% del totale trasferimenti da Roma nel quinquennio 2004-2009.
A cui si aggiunge un altro colpo di scure da 260 milioni quest’anno e da 300 nel 2012. Non basta.
Nella tabella di ieri La Padania rivendica come punti già  messi in cantiere alcune promesse che l’agenda di Pontida fissa a due mesi o scagliona entro l’anno.
Si tratta della «definizione dei costi standard da applicarsi alle amministrazioni dello Stato; approvazione della proposta di legge di riforma fiscale con approvazione definitiva in Parlamento per fine anno; soluzione definitiva della questione quote latte; varo codice delle autonomie».
Anche qui: sulle quote latte la Lega in effetti ha vinto in anticipo ottenendo in manovra lo stop alle procedure di riscossione coattiva di Equitalia, alla faccia degli allevatori che hanno pagato regolarmente.
Sulla riforma fiscale tanto attesa, partirà  una legge delega a 3 anni, dunque i benefici saranno molto posticipati.
Non è invece menzionato nella tabella di ieri il Codice delle autonomie promesso a Pontida, ma tanto c’è tempo fino a Natale.
Sempre che il governo resti in piedi.
Da Contratto con i padani, infatti, dovrebbe cadere entro sera…

Marco Alfieri
(da “La Stampa”)

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STRETTA INACCETTABILE SULLE PENSIONI: SINDACATI E OPPOSIZIONI ALL’ATTACCO, MA ANCHE NEL PDL C’E’ DISSENSO

Luglio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

PREVISTO IL BLOCCO DELLE RIVALUTAZIONI ANCHE PER ASSEGNI MENSILI MODESTI…COLPITE LE PENSIONI A PARTIRE DA 1.428 EURO MENSILI: PAGHERANNO 13 MILIONI DI ITALIANI: E’ UNA PATRIMONIALE SUI POVERI

Anche Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, va giù pesante: “Devono correggere il   provvedimento che blocca la rivalutazione delle pensioni”.
Il suo è solo l’ultimo di una serie di commenti molto negativi sollevati dall’iniziativa del Consiglio dei Ministri in fatto di previdenza.
I tagli colpiranno infatti anche gli assegni di modesta entità , a partire dai 1428 euro e riguardano ben 13 milioni di italiani.
Nel decreto per risanare i conti pubblici, è stata inserita la mancata rivalutazione delle pensioni oltre i 2300 euro mensili per il 2012 e il 2013 e il tetto per quelle di fascia inferiore che sarà  bloccato al 45 per cento di quanto dovuto.
Inoltre è previsto l’aumento di almeno tre mesi dell’età  minima pensionabile.
Un intervento pesante che colpisce non le pensioni ricche, ma quelle medie.
Una misura che conferma il carattere di ingiustizia sociale di questo provvedimento.
Il governo ed il Parlamento, per Bonanni, «devono correggere il provvedimento che blocca la rivalutazione delle pensioni”.
Spiega il leader sindacale: «La norma della manovra economica che riduce la rivalutazione delle pensioni per la fascia da tre a cinque volte il trattamento minimo, tenendo conto dell’inflazione, rende ancora più vulnerabili quei pensionati che negli ultimi quindici anni hanno già  visto ridursi il potere di acquisto delle loro pensioni. Non solo ci aspettiamo subito un chiarimento dal Governo, ma il Parlamento, nel percorso di approvazione della manovra stessa, potrà  correggere questa palese iniquità , individuando nella riduzione dei livelli amministrativi, negli sprechi e nei costi impropri della politica, la copertura necessaria per dare soluzione ad un provvedimento ingiusto e socialmente non sostenibile».
Per l’Idv “Il governo, come al solito, mantiene intatti gli interessi dei soliti privilegiati. E’ un vero e proprio insulto colpire da un lato 13 milioni di pensionati, molti dei quali già  stentano ad arrivare a fine mese e, dall’altro, pesare con il misurino del farmacista, dilatandoli nel tempo, i tagli dei costi della politica. Questo governo continua a prendere a schiaffi precari, pensionati e dipendenti pubblici con parole e fatti”.
Anche Nichi Vendola si scaglia contro il provvedimento del governo.   “La manovra Berlusconi-Tremonti candida chi dirige le amministrazioni territoriali, presidenti di regione, di province e sindaci a diventare esclusivamente dei curatori fallimentari. Guardando ad esempio l’incredibile vicenda del blocco delle pensioni si capisce che si tratta della patrimoniale sui ceti medio bassi del nostro Paese. E’ la patrimoniale sui poveri”.
La stretta sulle pensioni contenuta in manovra “è inaccettabile” e “ci opporremo anche con la mobilitazione”.
Il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica, boccia la norma che blocca al 45% la rivalutazione per gli assegni di valore compreso tra 3 e 5 volte il minimo, quelli superiori ai 1.428 Euro.
“Siamo assolutamente contrari e ci opporremo con tutti gli strumenti della mobilitazione. E’ una misura inaccettabile, iniqua e vessatoria che ancora una volta colpisce gli stessi e non le grandi ricchezze. E’ il segno di una manovra che scarica su lavoratori e pensionati il costo del risanamento e non colpisce la ricchezza.
Italia Futura boccia la manovra. Luca Cordero di Montezemolo si unisce al coro di critiche.
E attraverso la sua associazione, Italia Futura, fa sapere: “E’ il minimo sindacale, con alcune ridicole prese in giro. Sui costi della politica ad esempio, dove si annunciano misure puramente simboliche, e una buona quantità  di assegni post-datati”.

 

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LA LEGA REGALA SOLDI AGLI EVASORI: NIENTE MULTE SULLE QUOTE LATTE

Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

STOP ALLA RISCOSSIONE PER I 600 ALLEVATORI CONDANNATI PER IRREGOLARITà€ DALLA COMMISSIONE EUROPEA…LA COLDIRETTI: “QUESTO NON E’ PIU’ UNO STATO DI DIRITTO, ANCHE NOI ADESSO VOGLIAMO INDIETRO I NOSTRI SOLDI”

Stop alla riscossione coattiva delle quote latte da parte di Equitalia.
È la dote elettorale ottenuta dalla Lega Nord e inserita nella manovra finanziaria da 40 miliardi in via di approvazione in Parlamento.
Una manna per il manipolo dei 500, al massimo 600 allevatori che devono ancora finire di pagare le multe commissionate dalla Commissione europea per le irregolarità  relative alla loro produzione.
E un regalo alla Lega che questi produttori li ha sempre difesi, in un momento in cui si trova a fronteggiare le liti interne, i malumori della base e il calo dei consensi.
“Questa è la conferma della volontà  di andare al voto anticipato nel 2012, rinviando il risanamento dei conti pubblici a carico del prossimo governo post elezioni” è l’interpretazione dell’Udc nelle parole del deputato e responsabile agli enti locali Mauro Libè.
Insomma un’arma carica che la Lega potrà  usare quando dovrà  raccattare voti, e una “vendetta” nei confronti dell’ente incaricato finora di riscuotere le multe, l’odiata Equitalia.
Nella bozza si legge che “a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le procedure di riscossione mediante ruolo in materia di prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari avviate dall’agente della riscossione sono interrotte e lo stesso agente è automaticamente discaricato dalle relative quote.Resta ferma la validità  degli atti posti in essere sino a quella data”.
Un provvedimento che accontenta solo una parte — molto esigua — dei 42mila produttori di latte attivi in Italia.
Di questi il 60% aderiscono a Coldiretti, e si dichiarano ferocemente contrari al blocco delle riscossioni coatte e pronti a dare battaglia.
Duro e diretto Diego Meggiolaro presidente della sezione Coldiretti di Vicenza (uno che i Cobas ce li ha in casa) che esprime comunque la posizione dell’intera associazione nazionale. “A questo punto abbiamo la certezza di non essere in uno stato di diritto, e quindi considerato che siamo al Far West legislativo e politico, Coldiretti ha intenzione di chiedere la restituzione delle multe pagate finora da tutti nostri soci. E vi assicuro che siamo una macchina da guerra, se ci muoviamo noi siamo tanti, possiamo scatenare un putiferio”.
Una situazione complicata, che Luca Zaia da ministro dell’agricoltura aveva cercato di sanare con la legge 33 che prevedeva la possibilità  di rateizzare le sanzioni.
“Ma nemmeno questo è bastato — prosegue Meggiolaro — abbiamo assistito allo scandalo di una commissione nominata ad hoc per far luce sulla faccenda, commissione che quando è stata convocata in Parlamento non si è nemmeno presentata, e poi all’ulteriore scandalo dell’ultima Finanziaria che stornava i soldi destinati ai malati oncologici per tamponare le perdite delle quote latte”.
Insomma la questione delle quote latte rischia di non fermarsi nemmeno ora che le multe coattive sono state “amnistiate”, e che fa intendere che la Lega ha in qualche modo chiesto “la testa” dell’odiata Equitalia, fulcro di ogni male secondo tanti suoi militanti.
Del resto anche all’interno di Agea, l’ente incaricato dalla Comunità  europea di erogare i contributi, c’è stato di recente un regolamento di conti: il ministro alle politiche agricole Francesco Saverio Romano ha commissariato Agea e il presidente Dario Fruscio (in quota Lega) è stato rimosso.
Al suo posto è stato nominato come commissario il generale di corpo d’armata Mario Iannelli. «Evidentemente anche Fruscio, che è un uomo della Lega, non andava bene perchè da persona corretta doveva rispondere delle sue azioni alla comunità  europea”.

Erminia Della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI E LA PARALISI DELLA MAGGIORANZA: “COSI’ ANDIAMO A CASA”

Giugno 30th, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNO VA SOTTO SULLA LEGGE COMUNITARIA, 43 DEPUTATI PDL ASSENTI, LEGA SPACCATA…”CENTO DI NOI NON SARANNO RIELETTI E A LORO NON GLIENE FREGA PIU’ NULLA”…SCAJOLA CONTRO ALFANO, GIORGETTI CONTRO REGUZZONI: E’ GUERRA PER BANDE NEL PDL E NELLA LEGA

“Dov’è Scilipoti? Chiamatemi subito Scilipoti!”.
Alle sette di sera, piombato a Montecitorio dopo che la sua maggioranza si è sfarinata, inchiodata da 50 assenze, il Cavaliere grida ai dirigenti del Pdl tutta la sua rabbia. “Presidente, Scilipoti oggi sta alla Camera … dei Lord, a Londra”. “Ormai è un divo, qua si vede poco”.
È l’immagine di un centrodestra che, nonostante abbia i numeri quando viene messa la fiducia, non esiste più nell’ordinaria gestione dei lavori parlamentari.
E Berlusconi è il primo a rendersene conto: “Con questi giochi si rischia di far saltare il governo. Non ci si può comportare in questo modo, bisogna restare in aula a votare”.
Il premier è furibondo per il doppio scivolone di ieri. Quando Paolo Bonaiuti lo ragguaglia sulla situazione a Montecitorio, è il Cavaliere in prima persona a richiamare freneticamente al cellulare tutti gli assenti di governo: “Sono io, devi venire immediatamente a votare alla Camera, altrimenti andiamo sotto!”.
Neppure questo basta a evitare il patatrac.
Oltretutto, anche se il gruppo leghista è quello che ieri aveva meno assenti (soltanto 2), le divisioni tra i padani sono ormai un fattore destabilizzante per l’intero centrodestra.
Lo dimostra proprio l’affossamento della legge comunitaria, che ha visto una clamorosa divaricazione tra il presidente della commissione Bilancio, il maroniano Giorgetti, e il capogruppo Reguzzoni, appartenente al cosiddetto “cerchio magico”. Una spaccatura su un emendamento dell’Italia dei valori che imponeva il pagamento “entro trenta giorni” per i creditori della pubblica amministrazione.
Una spesa imprevista ed enorme per lo Stato, se fosse passata.
Giorgetti se ne accorge ed esprime il parere contrario della Bilancio, ma Reguzzoni si mostra d’accordo con la proposta.
È il caos, suggellato dalla decisione del governo di alzare le mani e rimettersi all’aula: l’emendamento passerà  e solo grazie all’affossamento di tutto l’articolo uno della legge la Pubblica Amministrazione non finirà  gambe all’aria.
“Che il governo – spiega il Fli Benedetto Della Vedova – si sia rimesso all’aula su una rivoluzione come questa, che sarebbe costata più della Finanziaria, è il segno della loro devastazione. Questi non passano l’estate”.
Si può capire l’esagerazione di un capogruppo d’opposizione, ma anche tra i dirigenti del Pdl prevale lo sconforto: “Ci sono 100 parlamentari che sanno già  che non verranno rieletti e quindi non gliene importa più nulla. Vengono a votare quando gli pare a loro”.
C’è anche chi mette sotto accusa la gestione d’aula e se la prende con il capogruppo Fabrizio Cicchitto. Chi mette sul banco degli accusati i responsabili (ne mancavano, oltre Scilipoti, altri cinque), tanto che il loro “capogruppo ombra”, Denis Verdini, in serata si precipita alla Camera per correre ai ripari e tirare le orecchie ai suoi.
Ma sono tante le spine del Cavaliere.
La prossima è il voto su Alfonso Papa, il deputato finito nell’inchiesta P4 di cui i magistrati chiedono l’arresto. Dopo l’uscita di Bossi – “la Lega quelle porcherie non le fa” – la tensione nel Pdl è altissima.
Si teme che l’ala maroniana del Carroccio, che è maggioranza nel gruppo alla Camera, nel segreto del voto possa dare una botta al Pdl, facendo traslocare Papa da Montecitorio a Poggioreale.
Per questo l’unica speranza di salvarlo per il Pdl è rinviare il voto a dopo la pausa estiva.
C’è poi il nodo della manovra, con Giulio Tremonti subissato di richieste da parte di tutti i ministeri coinvolti nei tagli.
Ieri il ministro dell’Economia girava per il cortile di Montecitorio con le cuffie del cellulare nell’orecchio, fingendo di telefonare pur di non farsi dai ministri inferociti. Maurizio Scelli, ex commissario della Croce Rossa, sarebbe però riuscito a strappargli la cancellazione della prevista privatizzazione della Cri.
“Tanto – gli ha risposto Tremonti – ormai è un ente decotto”.
Sui rifiuti ancora un braccio di ferro, con Berlusconi che è stato costretto a cedere al diktat della Lega.
Il decreto si farà , ma prevede che i rifiuti della Campania andranno solo nelle regioni che “volontariamente” li accettano. Esattamente quello che chiedeva Bossi.
E tuttavia il fronte più caldo è quello del partito.
Il Pdl venerdì riunirà  il Consiglio nazionale per ratificare la nomina di Angelino Alfano, ma il partito è tutt’altro che unito dietro il nuovo segretario.
Claudio Scajola non s’arrende e non è stato sufficiente il faccia a faccia di ieri con Berlusconi a palazzo Grazioli per farlo desistere dai suoi propositi bellicosi.
Alfano lo teme, tanto da aver chiesto a Frattini, Gelmini e gli altri di Liberamente, di difenderlo con una nota pubblica in cui veniva stigmatizzato l’atteggiamento di Scajola.
Ma neppure questo è bastato (tanto che a Montecitorio sospettano che ci sia anche questo malessere degli scajoliani tra le cause del flop sulla legge comunitaria).
Per salvare l’appuntamento del Consiglio nazionale, e garantire il quorum per la nomina di Alfano, a via dell’Umiltà  le stanno pensando tutte.
A ogni capogruppo e coordinatore sono stati assegnati dei “target” da raggiungere: tot di delegati ciascuno da far arrivare a Roma, a seconda del peso politico del padrino.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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STANGATA AD OROLOGERIA: DALLA “FINANZA CREATIVA” ALLA “FINANZA TARDIVA”

Giugno 29th, 2011 Riccardo Fucile

SU 47 MILIARDI DA COPRIRE, IL GOVERNO NE   SCARICA 40 TRA DUE ANNI, QUANDO SARANNO ALTRI A GUIDARE L’ESECUTIVO: LA FRODE POLITICA E’ EVIDENTE…UN ESEMPIO DI TIPICA SCUOLA DEMOCRISTIANA DA PRIMA REPUBBLICA…SI COLPISCE IL CETO MEDIO-BASSO,   CON I SOLITI STRUMENTI: TICKET, BLOCCO DEL TURN OVER, TAGLI ALLA SCUOLA

Una legge truffa per galleggiare fino alla fine di questa legislatura.
Poi l’abisso, a spese di quelli che verranno.
La manovra che il governo Berlusconi approverà  domani in Consiglio dei ministri colpisce non per la sua entità  (con la quale soddisfa effettivamente i target quantitativi concordati con la Ue) ma per la sua “slealtà ” (con la quale scarica colpevolmente gli impegni qualitativi sui prossimi governi).
Questa manovra illude gli italiani, inganna l’Europa e imbroglia i mercati.
Il centrodestra, che ha inventato a suo tempo la “finanza creativa”, lancia adesso la “finanza tardiva”.
La perfida ipocrisia del decreto è racchiusa non tanto nella sua nella sua dimensione economica, ma nella sua scansione temporale.
Dei 47 miliardi di sacrifici totali che lo compongono, i pannicelli caldi saranno somministrati nel primo biennio (1,8 miliardi nel 2011 e 5,5 nel 2012).
Le lacrime e il sangue, invece, saranno concentrate nel secondo biennio (20 miliardi nel 2013 e altri 20 nel 2014).
La frode politica contenuta nell’operazione è chiarissima.
Nei due anni che restano alla coalizione Pdl-Lega i contribuenti sentiranno le carezze. Dall’anno successivo, cioè in concomitanza con il ciclo elettorale, patiranno le stangate.
Stangate a orologeria, dunque.
La responsabilità  del doloroso ma doveroso rientro dal deficit e dal debito pubblico, in altri termini, sarà  in carico al futuro governo, perchè quello in carica non ne vuole sapere.
E i costi più dolorosi del risanamento dei conti non lo sosterranno i contribuenti che hanno votato per l’alleanza forzaleghista il 13 aprile 2008.
Li pagheranno invece le future generazioni, come da collaudata tradizione dei politicanti della Prima Repubblica, abbracciata senza riserve dai replicanti della Seconda.
Nel metodo, alla vigilia del vertice di Palazzo Grazioli la domanda cruciale era: chi vincerà  il duello, tra il rigorista Tremonti e il lassista Berlusconi?
Alla luce di ciò che vediamo, non ha vinto nessuno dei due contendenti. Ha perso l’Italia.
Lo scontro in atto non era tra due irriducibili forze, ma tra due resistibili debolezze.
Tremonti – isolato nel governo, privato del sostegno di Bossi e sostenuto solo dalla sponda indiretta di Bruxelles e delle agenzie di rating – ha dimostrato di non avere la forza per mettere alle corde i suoi troppi nemici interni.
Berlusconi – azzoppato dagli scandali, fiaccato dall’epistassi della sua piattaforma politica e gravato dal peso del “vincolo esterno” – ha dimostrato di non avere la forza di mandare al tappeto il suo ministro dell’Economia.
Il risultato di questo match non poteva che essere un compromesso al ribasso, in perfetto stile doroteo.
Nel merito, è vetero-democristiana l’abitudine a infarcire di ipocrisia le manovre a cui manca la fantasia.
Due soli esempi: il ripristino dei ticket sulla sanità  e il blocco del turn-over nel pubblico impiego.
Non c’è stato governo Andreotti dei fetenti Anni Ottanta che non abbia inserito misure del genere nella sue Finanziarie balneari.
Misure che colpiscono i soliti ceti medio-bassi e preferibilmente del pubblico impiego, per altro già  ampiamente bastonati dalla Legge di stabilità  da 25 miliardi varata l’anno scorso, e notoriamente schierati nell’area elettorale del centrosinistra.
La famosa “Italia peggiore” di Brunetta, da colpire senza pietà  e senza equità .
Per il resto, le norme buone stingono dentro un quadro di incertezza contabile.
L’accelerazione degli interventi sulle pensioni è positiva, ma presupporrebbe un intervento contestuale a vantaggio delle prestazioni minime (ormai da fame) e delle prestazioni integrative (ancora da implementare).
Il taglio dei costi della politica sarebbe eccellente, se l’operatività  degli interventi non fosse (anche in questo caso) rimandata nel tempo, come nel caso della riduzione degli stipendi dei parlamentari (ma solo a valere dalle prossime elezioni) o della limitazione delle auto blu (ma solo ad esaurimento del parco macchine attualmente in circolazione).
Come si raggiungeranno i 47 miliardi nel quadriennio?
Il capitolo della previdenza, quello della sanità , e quello dei ministeri, dovrebbero valere grosso modo 6 miliardi ciascuno. Il totale fa 18.
Da dove arriveranno gli altri 29? È un mistero.
Dal mistero alla beffa: che dire dell’ulteriore colpo di scure su una scuola già  distrutta, con l’accorpamento delle cattedre e il dimezzamento dei docenti di sostegno?
E dalla beffa alla farsa: che dire dell’ennesima norma sulle liberalizzazioni?
Si prevede un “accesso più facile al settore delle professioni”, ma esclusi “i notai, gli architetti, gli ingegneri, i farmacisti e gli avvocati”.
Non si capisce quali professioni restino, tra quelle da liberalizzare: salvata la rendita delle corporazioni più potenti, il governo aggredirà  forse quella dei barbieri, degli idraulici, dei fisioterapisti.
Su queste basi, la legge delega sul fisco non promette niente di buono.
E su queste basi, non è affatto certo che le “locuste della speculazione”, invece di essere confortate, non si sentano autorizzate ad aggredire questa povera Italia, fragile nell’economia e irresponsabile nella politica.
Del resto, a dispetto degli allarmi e dei penultimatum, questa manovra non è che l’ultimo “test”, per verificare se la crisi di governo si apre subito e si va a votare in autunno.
Il compromesso doroteo implicito in questa legge-truffa consente al Cavaliere di resistere, almeno fino al 2012.
Se poi sul Paese si scatena il diluvio, poco male.
Saranno problemi del centrosinistra, se vincerà  le elezioni.
Perchè devo fare qualcosa per i posteri? Cosa hanno fatto questi posteri per me?
Un tempo era il motto di Groucho Marx.
Oggi è la regola di Silvio Berlusconi.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)

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