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VIVACCHIARE AL TEMPO DELLA CRISI, PREVALE TREMONTI: CHI MINACCIAVA FUOCO E FIAMME HA DOVUTO METTERE MANO AGLI ESTINTORI

Giugno 29th, 2011 Riccardo Fucile

SULLA PROPAGANDA ELETTORALE HA   AVUTO LA MEGLIO LA FORZA DEI NUMERI: NESSUNO TAGLIO ALLE TASSE SAREBBE POSSIBILE IN QUESTO MOMENTO SENZA RISCHIARE LA BANCAROTTA… E BOSSI SI RITROVA CON UN PUGNO DI MOSCHE

La lunga e tremebonda giornata di vigilia del varo della manovra economica s’è conclusa ieri più per sfinimento che per vero accordo.
E’ rimasto deluso chi pensava, ed erano in tanti, che Berlusconi, come già  fece nel luglio del 2004, alla fine sacrificasse Tremonti, e con lui il rigore dei conti pubblici, sull’altare della maggioranza, della stabilità  politica e della necessità  di recuperare consensi dopo due sconfitte elettorali.
Ma non ha potuto cantare vittoria neppure chi si aspettava che Bossi, mortificato nelle sue principali aspettative, dall’allentamento dei vincoli per la finanza locale al rifiuto dell’allungamento dell’età  pensionabile per le donne, cogliesse l’occasione per far saltare il banco.
Al di là  delle versioni di comodo, che parlano di una ritrovata «collegialità », la verità  è che sui singoli obiettivi e sulle strategie personali, in conclusione, ha avuto la meglio la forza dei numeri e l’espediente di limitare al massimo gli interventi quest’anno e il prossimo, riservando le stangate più pesanti al 2013 e 2014 e a chi si troverà  a governare nella prossima legislatura.
Ma anche se fino all’ultimo le cose potranno cambiare, per consolidare il fragile compromesso siglato ieri, sulla necessità  di una manovra da quaranta miliardi, che potrebbero diventare quarantasette, per evitare di finire nel giro dei Paesi a rischio dell’Europa, nessuno ha potuto tirarsi indietro.
Ha un bel dire Berlusconi, di voler mantenere a qualsiasi costo la promessa fatta agli elettori ormai quasi vent’anni fa di tagliare le tasse.
Al momento, più di una legge delega che dia al governo i mezzi per l’eventuale riforma, senza alcuna certezza che davvero sarà  fatta, non si può andare.
E ha un bel dire Bossi – soddisfatto neppure un po’ – che il Nord, i sindaci della Lega e i Comuni rigorosi hanno il diritto di spendere i soldi che hanno risparmiato: attualmente una qualche concessione ai cosiddetti virtuosi rischierebbe di aprire uno spiraglio, e poi una fessura, e poi un tunnel, a quelli che tali non sono stati, ma vogliono egualmente fare di testa loro.
Forse non si era mai vista una situazione del genere, in cui il governo, per non dire il principale ministro del governo, impone dall’alto, a qualsiasi livello, una linea obbligata: ma neppure si può far qualcosa per cambiarla, senza rischiare le sanzioni europee.
Si dirà  che in un quadro del genere, dettaglio più dettaglio meno, Tremonti l’ha avuta vinta nuovamente, e i due principali soci del governo, gli alleati di ferro Berlusconi e Bossi, che avevano minacciato fuoco e fiamme in mancanza di una svolta nella politica economica, hanno dovuto metter mano agli estintori.
In realtà , sottotraccia s’intravede una tela che nel giro di pochi giorni ha cambiato contenuti e contorni.
Entrato nell’ultimo giro di trattativa, prima delle decisioni, a braccetto con il Senatur, Berlusconi s’è subito spostato al fianco del suo vituperato ministro dell’Economia quando ha capito che una forzatura sui conti e sul taglio delle tasse in questo momento poteva risultargli esiziale.
Il suo obiettivo principe era e resta arrivare al 2013 e concludere la sua seconda intera legislatura a Palazzo Chigi: al di là  delle modeste realizzazioni del governo, rappresenterebbe per lui, fissato con i record sportivi, una sorta di scudetto, visto che nessun presidente del Consiglio della Prima o della Seconda Repubblica c’è mai riuscito.
Per questo s’è adattato a galleggiare, vivacchiare, durare purchessia, proseguendo nel percorso precario in cui è entrato da dicembre dell’anno scorso.
Bossi ha mezzo partito che vuol rompere, tutto o quasi il suo popolo che gli chiede di farla finita con il Cavaliere, ma si è convinto che non era il momento di buttare giù il governo e tagliare l’alleanza con il Pdl: non sarebbe stato un buon affare, nè per lui nè per il suo partito.
Romperà , questo è certo, un minuto prima delle elezioni, quando verranno.
E la Lega tornerà  a correre da sola.
Resta da dire di Tremonti: stavolta più di altre ha visto la morte con gli occhi, e s’è salvato alla sua maniera: senza muovere un dito, senza spostarsi di un centimetro.

Marcello Sorgi
(da “La Stampa“)

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ORA FANNO FINTA DI VOLERSI BENE: BOSSI HA IMPOSTO UNA TREGUA ALLE FAZIONI, MA IN AUTUNNO I LEGHISTI REGOLERANNO I CONTI INTERNI

Giugno 28th, 2011 Riccardo Fucile

MARONI: “CON UMBERTO TUTTO A POSTO”…ROSY MAURO: “E’ ANDATA BENISSIMO”… IL CONGRESSO DEL VENETO SARA’ OCCASIONE DELLA CONTA AUTUNNALE, CON I MARONITI IN NETTO VANTAGGIO

“Armatevi e fate la pace».
Se basta una battuta per sintetizzare due ore di tensione e cristallizzare una tregua di facciata, la più riuscita è questa.
Chi la serve – la segreteria politica della Lega si è chiusa da un’ora, l’autore della freddura racconta di avere partecipato come altri a un «incontro bilaterale preventivo» con Bossi non senza un certo «imbarazzo» – non sdrammatizza più di tanto perchè sa benissimo che il braccio di ferro tra le «due Leghe» – colonnelli storici da una parte, Cerchio magico dall’altra – è solo rinviato.
A dopo l’estate.
Doveva essere il giorno della pacificazione ufficiale tra Bossi e Maroni: e così è stato. Con tanto di sigillo maroniano finale: «Con Bossi è tutto a posto» (unica frase in chiaro, unico a parlare, il ministro dell’Interno, oltre all’altrettanto rassicurante vicepresidente del Senato Rosy Mauro).
Il copione era già  scritto, il demiurgo, anche oggi, è stato lui, il Senatur.
«Basta casini, dobbiamo andare avanti e stare uniti».
Il Capo lo ha ripetuto come un mantra. A tutti.
Li ha convocati nel suo ufficio, uno per volta, prima che iniziasse la riunione vera e propria durante la quale –così era stato deciso e così è stato–la crisi o crisetta interna al Carroccio è stata tenuta prudentemente fuori.
Bossi se li è presi in disparte uno a uno: Calderoli, Maroni, Cota, Reguzzoni, Bricolo, Mauro, Giorgetti, i veneti Zaia e Gobbo.
Un balsamo per provare faticosamente a tenere insieme – almeno finchè gli riesce – le due anime del Carroccio.
Divise da una crepa sempre più larga che lo stesso Bossi, negli ultimi giorni, aveva divaricato minacciando epurazioni e bacchettando I’«irresponsabile» Maroni e i suoi fedelissimi per le firme raccolte in favore di Giacomo Stucchi al posto di Reguzzoni come capogruppo alla Camera.
«Da oggi tutti sotto a lavorare senza invasioni di campo e senza personalismi», è stato il monito del segretario federale.
II quale, contrariamente a quanto affermato in pubblico, ieri non ha avuto nemmeno bisogno di ribadire ai suoi interlocutori che in Lega «decido io».
Lui e nessun altro: nemmeno Maroni e cioè il delfino che una larga fetta della base vorrebbe «presidente del Consiglio».
Il ministro dell’Interno lasciando via Bellerio si è fermato, è sceso dalla macchina e ai cronisti ha consegnato la frase fatidica: «Con Bossi è tutto a posto».
Ma il Senatur ha fiuto, sa bene che quella appiccicata ieri è solo una toppa provvisoria.
Il problema non sono (tanto) lui e Maroni.
Il problema sono le lame sempre più affilate che volano nella Lega.
«E’ solo tutto rimandato di qualche mese» – riferisce una fonte che ha partecipato all’ufficio politico.
Il cessate il fuoco siglato ieri – nei piani condivisi da entrambe le fazioni interne al movimento – dovrebbe servire a traghettare la balena verde fino ai congressi regionali che i maroniani hanno chiesto e ottenuto entro ottobre al massimo novembre.
«Lì si andrà  alla conta e vedremo chi ha i numeri», minaccia un dirigente vicino al titolare del Viminale.
Gli oppositori che vorrebbero ridimensionare il Cerchio magico – del quale fanno parte Rosy Mauro, Reguzzoni, Bricolo e Cota – sono convinti di potere arrivare a una scontro finale. Con successo.
Il primo congresso sarà  quello del Veneto.
Da una parte Bricolo, che si candida a segretario, dall’altra il candidato espresso dal blocco Tosi-Zaia.
Poi i delegati voteranno in Lombardia e Piemonte.
Raccontano che allo stato i numeri danno ragione alla corrente che fa capo ai colonnelli.
Con percentuali addirittura schiaccianti.
Ne è stata prova la raccolta di firme per Stucchi capogruppo alla Camera:46 deputati su 59. Una petizione poi sciolta nel pentolone da Bossi. Che ha confermato direttamente Reguzzoni fino a dicembre (poi subentrerà  Stucchi).
In vista della riunione di ieri per riportare il sereno nel Carroccio Roberto Calderoli aveva addirittura preparato un documento: è stato accolto nei fatti, ma non c’è stato bisogno di firmarlo perchè la pax è arrivata con un accordo a parole.
«E’ andato tutto benissimo», ha chiosato alla fine Rosy Mauro.

Berizzi Paolo
(da “La Repubblica“)

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TREMONTI MINACCIA LE DIMISSIONI: “NON ACCETTO DI FARE LA FINE DELLA GRECIA”

Giugno 28th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO RESISTE A OGNI RICHIESTA DI SPUTTANARE SOLDI PER FINI ELETTORALI DI PDL A LEGA….BERLUSCONI: “STAVOLTA FINISCE MALE”…GIA’ CIRCOLA IL NOME DEL SUCCESSORE: BINI SMAGHI

È una guerra di nervi quella tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, ma l’epilogo è vicino.
E potrebbe portare a un clamoroso abbandono del ministro dell’Economia proprio alla vigilia della presentazione della manovra. I segnali ci sono tutti, le voci nel governo si rincorrono.
Chi ha sondato Tremonti riferisce che il ministro resta impermeabile a ogni richiesta di ammorbidimento della manovra.
“Chi parla in questi termini – ripete Tremonti – non ha capito cosa sta succedendo sui mercati. Venerdì scorso lo spread tra Btp e Bund ha sfondato il record, pensavamo fosse finita, e oggi il differenziale ha raggiunto i 223 punti: 9 in più rispetto a venerdì”.
Ma le prediche di Tremonti restano inutili.
Ha un bel dire il ministro che “rischiamo la Grecia”, che lui non metterà  mai la firma su una manovra all’acqua di rose che possa “mettere a rischio i titoli pubblici e quindi i risparmi di milioni di famiglie italiane”.
Berlusconi non ci sente, Bossi nemmeno.   A loro interessano i voti.
Eppure a Via XX Settembre la risposta per ora è ancora più netta: “Va a finire che i nostri btp diventeranno come i Tango-bond. I mercati non ci perdonerebbero una manovra soft”.
Questa mattina i tre si vedranno prima del vertice di maggioranza per tentare un’ultima mediazione.
Ma Tremonti avrebbe persino deciso di disertare il summit allargato a palazzo Grazioli per non farsi mettere in un angolo.
Giocando la carta finale, quella minaccia di dimissioni che dovrebbe riportare
alla ragione i due azionisti del centrodestra, Bossi e Berlusconi.
E tuttavia, se in passato questa tattica ha prodotto risultati, sembra proprio che il premier stavolta non sia dell’idea di trattenere Tremonti.
Lasciandolo andare, insalutato ospite, al suo destino.
La violenta polemica scatenata contro il ministro da un fedelissimo del premier, Guido Crosetto, è stata la spia del malumore che cova a palazzo Grazioli.
“Sono stanco – dice in privato il Cavaliere – di sentirmi dire: o così o niente. Questa volta Giulio, se insiste, potrà  essere sostituito”.
Decisioni non sono ancora state prese, si tratta al momento di una partita a scacchi appena iniziata tra due giocatori – Berlusconi e Tremonti – che conoscono a menadito ciascuno le mosse dell’altro.
“Io – osserva il premier – condivido l’obiettivo del pareggio di bilancio, la tutela del debito italiano. Ma Tremonti non propone nulla per lo sviluppo e se il Pil non cresce, anche il rapporto con il debito è destinato a peggiorare”.
Sono due “verità ” al momento inconciliabili e destinate a cozzare.
Oltretutto, a peggiorare il clima, c’è anche una certa ruvidezza del personaggio, che sta facendo andare fuori dai gangheri i suoi colleghi di governo. “Nessuno di noi conosce questa benedetta manovra – confida un ministro furioso – , Tremonti non ce l’ha fatta leggere. Ma se pensa di fare come l’altra volta, di farci votare in 3 minuti un pacco misterioso, si sbaglia di grosso”.
Tremonti non si è fatto molti amici neppure in Parlamento, dove il progetto di tagliare i costi della politica ha fatto andare sulle barricate mezza maggioranza.
“Quello che tagliò meglio di tutti i costi della politica – ricorda il ministro Gianfranco Rotondi – fu il cavaliere Benito Mussolini. E anche allora i giornali applaudirono. Questo non significa che fosse una cosa giusto. Oltretutto è come se il Cda di un’azienda pensasse di andare avanti insultando e prendendo a schiaffi gli azionisti: i parlamentari alla fine si arrabbiano e ti mandano a casa, tanto dal primo maggio non si può più minacciare elezioni anticipate. E io a casa non ci voglio andare”.
L’arma forte di Tremonti, quella con cui è certo di poter mettere ancora una volta a tacere tutte le critiche, è ovviamente la minaccia di un attacco fenomenale della speculazione.
Il rischio c’è, è concreto, e il crollo simultaneo di tutti i titoli bancari lo scorso venerdì è stata un’avvisaglia di quello che potrebbe accadere.
Anche Napolitano predica cautela e vigilia sulle mosse del governo.
Per questo il Cavaliere, consapevole che la linea di Tremonti al momento è “dopo di me il diluvio”, per rafforzare la sua posizione negoziale si sta dando da fare per immaginare un sostituto.
Purtroppo per lui i nomi spendibili, quelli davvero in grado di rassicurare i mercati, non sono molti e quei pochi titolati non hanno intenzione di farsi arruolare in un esecutivo dalle prospettive incerte.
Ma nelle ultime ore si sta facendo strada un candidato su tutti gli altri: Lorenzo Bini Smaghi. Membro del board della Bce, Bini Smaghi è in corsa per andare al vertice della Banca d’Italia dopo l’accordo raggiunto all’ultimo Consiglio europeo sulle sue dimissioni da banchiere europeo.
Un nome in grado di tranquillizzare i mercati, soprattutto se iniziasse a circolare da subito, su cui il Quirinale non potrebbe sollevare obiezioni.
Al momento tuttavia si tratta solo di voci dentro il governo, la partita deve ancora cominciare.
Giorni fa, sicuro del fatto suo, Tremonti ha ricordato un aneddoto a un amico, a dimostrazione che il Cavaliere fa la faccia feroce ma alla fine si rivela un agnellino. “L’anno scorso ci provò allo stesso modo ad evitare la manovra. Mi disse: ma perchè non facciamo un bel condono? Poi se andò a via dei Coronari, in giro per antiquari, e dichiarò alle agenzie che lui il decreto ancora non l’aveva firmato. In realtà  la manovra stava già  sul tavolo di Napolitano per la promulgazione”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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INCUBO FEDERALISMO NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI: SI STA TRADUCENDO IN UN SALASSO AGGIUNTIVO QUANTO IMPREVISTO

Giugno 28th, 2011 Riccardo Fucile

IL FEDERALISMO FISCALE SI SCOPRE DEBOLE QUANTO LA SUA RETORICA…..IL “SOLE 24 ORE” RIVELA: GIA’ NEL 2010 AUMENTO DEL 7% DELLE TASSE LOCALI… IN FUTURO I RIDOTTI TRASFERIMENTI STATALI PORTERANNO ALTRI AUMENTI DEI TRIBUTI LOCALI

Con l’approvazione del provvedimento voluto dalla Lega, gli enti locali hanno cominciato a battere cassa per recuperare i mancati trasferimenti dal governo centrale. Risultato, una raffica di aumenti sulle imposte locali, nonostante le promesse elettorali.
Addizionale sulla Rc auto in aumento per 29 province fino alla soglia massima del 16%, l’omologa Irpef in crescita, +0,2% per due anni, in almeno 50 comuni, con l’elenco destinato probabilmente ad allungarsi.
Bastano questi esempi per alimentare l’allarme sempre più concreto lanciato dalle colonne del Sole 24 Ore.
In sintesi: gli enti locali battono cassa mentre il federalismo fiscale si scopre debole quanto la sua retorica.
Alla faccia di quella visione che la vorrebbe panacea delle sofferenze contabili, la tanto celebrata devolution fiscale si sta traducendo in un salasso aggiuntivo quanto imprevisto (almeno a prendere per buoni i proclami governativi) per circa 10 milioni di italiani.
Per i quali la tassazione viaggia inesorabilmente verso nuovi aumenti.
Il federalismo fiscale come strumento irrinunciabile per la riduzione delle tasse.
Per la Lega è il leitmotiv di una vita, il fulcro di una retorica “efficientista” da “padroni in casa nostra” (sic) secondo la quale la devolution delle imposte dovrebbe garantire la permanenza delle risorse sul territorio, la riduzione degli sprechi e lo sgravio generalizzato delle imposte caricate sui cittadini.
Un principio nemmeno sbagliato, in teoria, che disgraziatamente, però, si sta rivelando per ciò che è realmente: una clamorosa presa in giro.
Le cifre non mentono, come aveva già  rilevato lo stesso quotidiano della Confindustria negli scorsi mesi.
Nel 2010, notava già  ad aprile il Sole, le entrate tributarie dei comuni italiani erano aumentate di 1,3 miliardi rispetto all’anno passato registrando per i contribuenti un poco rassicurante +7% in termini di maggior carico fiscale.
Alla faccia delle promesse elettorali.
Già , le promesse elettorali.
A ben vedere il peccato originale si collocherebbe proprio lì, come risulta chiaro ormai da tempo.
“Aboliremo l’Ici sulla prima casa, avete capito bene” sentenziò Silvio Berlusconi al termine del (soporifero) duello televisivo con Romano Prodi alla vigilia delle elezioni 2006.
Una promessa divenuta realtà  due anni più tardi — con l’estensione di un provvedimento con il quale il centro-sinistra aveva realizzato un primo significativo sgravio — con conseguenze semi disastrose per la maggior parte dei comuni italiani per i quali proprio l’imposta sugli immobili aveva rappresentato fino a quel momento una fondamentale fonte di reddito.
Per ovviare all’inconveniente gli enti locali scelsero allora l’unica strada percorribile: l’aumento delle imposte laddove possibile.
Nel 2010, ha notato il Sole, gli incassi derivanti dalla Tarsu, l’imposta sui rifiuti, hanno registrato una crescita del 15,8%.
Le tariffe per i servizi comunali sono aumentate mediamente dell’8% sulla scia di incrementi da record: +6,6% per gli asili nido, ha ricordato ancora il quotidiano finanziario, +10,6 per i parcheggi a pagamento, più 4,6 per le mense, più 10,8 per tutti i cosiddetti “altri servizi”.
Una tempesta di costi occulti, in altre parole, si sarebbe abbattuta sui cittadini per i quali l’abolizione della tassa immobiliare si sarebbe rivelata niente meno che una beffa senza eguali, specialmente nel confronto con il resto dell’Europa, dove la tassa sulla casa si conferma non senza ragione un punto cardine nella gestione dei conti pubblici locali.
Sul circolo vizioso, ovviamente, non pesa solo l’eliminazione dell’imposta.
A gravare sulle spalle degli enti c’è infatti anche, se non soprattutto, la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato.
Un fenomeno alimentato dalla difficile impresa del governo di far quadrare i conti riducendo il disavanzo pubblico con un progressivo taglio alla spesa.
Ad oggi, intanto, le entrate per l’erario sono tornate sui livelli pre crisi (115,4 miliardi di gettito complessivo nei primi 4 mesi del 2011) mentre il livello della pressione fiscale italiana si conferma il terzo del mondo (dopo Danimarca e Svezia) con un carico aggiuntivo, rispetto alla media Ocse, di 54 miliardi annui. Circa 850 euro in più per ciascun contribuente.

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TRA BOSSI E MARONI E’ SOLO TREGUA ARMATA

Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI INTERNI AMAREGGIATO PER LA MINACCIA DI ESPULSIONE LANCIATA SABATO DAL SENATUR: “SBAGLIA CHI MI ACCUSA DI COMPLOTTI”….COTA MEDIA TRA MARONITI E CERCHISTI MAGICI, MA SUL TERRITORIO LA BATTAGLIA DIVAMPA

“La gente ci vuole vedere uniti, dobbiamo dare retta alla base”.
Umberto Bossi cerca di mettere pace nella Lega.
Il movimento è sempre più spaccato, la tensione tra colonnelli storici e Cerchio magico è alle stelle, con la guerra civile che ormai serpeggia anche sul territorio.
Il Senatùr sulle rive del Ticino riflette ad alta voce. Intorno a lui ci sono militanti e dirigenti.
“Ora metto in riga tutti – ringhia – ognuno deve fare il suo mestiere senza ingerenze, perchè qua il capo sono io”.
Il Capo cerca la tregua, anche se armata. E un’idea gliela fornisce il vulcanico Calderoli, che a casa sua a Bergamo lavora al documento che dovrebbe pacificare il movimento.
Dopo essersi sfogato con i suoi Bossi dice alla stampa che “Maroni ha sbagliato, ma ci siamo chiariti”.
Un modo ruvido per placare gli animi dopo che sabato sera, a Magenta, aveva sparato sul ministro dell’Interno e sui suoi minacciandoli di espulsione per via delle firme in favore di Stucchi al posto di Reguzzoni come capogruppo alla Camera, portando il livello di scontro ben oltre i limiti di guardia.
Maroni non commenta la correzione di tiro di Bossi, ma con un amico si dice soddisfatto: “Per me il caso è chiuso”.
Un bel sospiro di sollievo, visto che fino a poco prima lo stato d’animo che descriveva ai suoi interlocutori era di “sorpresa e amarezza” per un attacco che riteneva “ingiustificato”.
Si racconta che in realtà  un chiarimento a quattr’occhi tra Bossi e Maroni potrebbe arrivare solo oggi in via Bellerio, in occasione della segreteria politica convocata per parlare di manovra e rifiuti.
Fin qui il paciere sarebbe stato il governatore del Piemonte Roberto Cota.
Con lui Maroni si è sfogato ieri mattina, dopo avere letto i giornali con le parole di fuoco del Senatùr, ripetendo per la millesima volta che le firme per Stucchi “non erano contro Bossi”, ma la semplice richiesta di mantenere la promessa di avvicendamento a Montecitorio fatta un anno fa.
“Non c’è stata nessuna ingerenza, nessun complotto come invece qualcuno ha cercato di fargli credere”.
Sottinteso, quel qualcuno sono i tre del Cerchio, Reguzzoni, Bricolo e Rosy Mauro, che i big accusano di avere troppo peso sulle decisioni del Capo.
Il messaggio Cota lo recapita a Bossi lungo il Ticino, dove i leghisti celebrano (con molta sfortuna) il tiro alla fune tra le due sponde del fiume.
Ma la tregua è fragile.
Lo sa Calderoli, che dopo la parziale retromarcia di Bossi su Maroni proverà  a sfruttare il clima più disteso, portando in segreteria un documento pacificatore.
La sua proposta mette nero su bianco lo spazio e i ruoli di ogni dirigente all’interno del partito, in modo che ognuno abbia il proprio spazio senza invasioni di campo. Fondamentalmente Bossi deciderà  bilateralmente con i ministri e i dirigenti le questioni di loro competenza, senza che nessun altro si sovrapponga.
Un modo per evitare nuovi attriti, ma anche, secondo molti, per limitare lo spazio del Cerchio. “Se si consiglia con loro si deve consigliare anche con noi”, riassume un deputato vicino alla Lega dei colonnelli.
Ma se uno dei leader cerchisti ieri sera gongolava dicendo che “Bossi ha voluto riaffermare la sua leadership e sono spariti tutti”, vuol dire che anche sull’altro versante si sentono vincitori.
Insomma, lo scontro potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento. Già  oggi. Per mano di una o dell’altra fazione.
Sullo sfondo la rabbia dei deputati che hanno firmato per Stucchi e che si sono sentiti trattare come traditori da Bossi.
Se, come altri dirigenti, erano pronti ad andare fino in fondo anche lasciando la Lega, dopo le parole di Magenta lo sono ancora di più.
Chiederanno i congressi regionali entro ottobre-novembre, “così vediamo chi conta nel movimento e chi tradisce”, dicono sicuri di avere i numeri in tutte le regioni.

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NELLA LEGA ORMAI SI E’ SPEZZATA LA CORDA: ANCHE QUELLA DEL TIRO ALLA FUNE SUL TICINO, TRENTA FERITI, TRA CUI ANCHE GIORGETTI

Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile

INCIDENTE ATIPICO ALLA TRADIZIONALE INIZIATIVA DEL CARROCCIO: IL TIRO ALLA FUNE SULLE SPONDE LOMBARDA E PIEMONTESE QUEST’ANNO HA CORRISPOSTO ALLE TENSIONI INTERNE LEGHISTE…. LA CORDA SI E’ SPEZZATA NON SOLO TRA GLI ELETTORI PADANI MA ANCHE SUL FIUME: DECINE DI PERSONE FINISCONO A GAMBE ALL’ARIA E CON ABRASIONI ALLE MANI

Una trentina di contusi e due sospette fratture.
È questo il bilancio dell’incidente a Sesto Calende (Varese) che ha rovinato la festa ai leghisti, riuniti per il tradizionale tiro alla fune organizzato ogni anno tra la sponda lombarda e quella piemontese del Ticino.
Mentre numerosi militanti da ambo le parti la stavano tirando, la corda sul fiume si è spezzata.
Almeno dieci persone, sulla sponda di Sesto Calende, sono cadute a terra, chi battendo violentemente la schiena, chi procurandosi escoriazioni a braccia e gambe.
Trenta in tutto i contusi, che si sono fatti medicare subito dai volontari di una ambulanza presente sul posto, mentre due militanti del Carroccio hanno riportato sospette fratture.
La manifestazione si è conclusa prima del previsto.
Lo stesso Umberto Bossi ha rinunciato all’intervento dal palco e si è seduto a sorseggiare una bibita ai tavolini all’aperto di un bar, senza fermarsi a parlare coi giornalisti.
Il leader del Carroccio era in compagnia, tra gli altri, del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del presidente del Piemonte, Roberto Cota, del capo delegazione all’Europarlamento Francesco Enrico Speroni e dell’europarlamentare Mario Borghezio.
“Vi piacerebbe vederci divisi — aveva dichiarato Marco Reguzzoni prima della gara —, ma non è così, oggi siamo qui a una manifestazione che vuole essere un simbolo di unione della Lega e di due territori”.
Mai parole furono di peggior auspicio.
Appena qualche minuto dopo, quella stessa fune che era stata caricata del ruolo di simbolo dell’unione del partito, si è spezzata.
Non solo: dopo la rottura, i leghisti sono finiti a terra e ne sono usciti con le ossa rotte, emaciati e feriti.
Per qualcuno è Reguzzoni che ha portato sfiga,
Tra i “caduti” di Sesto Calende c’era anche una folta rappresentanza di deputati e senatori, il più malconcio è sembrato essere Giancarlo Giorgetti che, finendo per terra si è procurato una profonda abrasione alle mani, tanto da dover ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Gallarate.
Questo non deve proprio essere il suo periodo fortunato.
La caduta di questo pomeriggio arriva al culmine di un momento decisamente difficile per il segretario nazionale lombardo, che nei giorni del dopo Pontida era finito al centro di un tesissimo braccio di ferro interno al partito.
Una bagarre iniziata proprio dalla richiesta del commissariamento della sua segreteria e che è continuata per una settimana tra attacchi e contrattacchi, scambi di accuse e sotterfugi.
La maggior parte dei partecipanti che tirava la corda senza guanti ha subìto abrasioni alle mani.
La fune si è spezzata poco dopo l’inizio della gara, provocando un contraccolpo che ha fatto cadere in avanti i partecipanti.
Probabile causa della rottura la forte tensione accumulata sulla fune vicino al punto in cui era collegata al trattore, che «partecipava» alla competizione come fosse un concorrente.
Qualcuno ha detto che la “Lega è sempre in grado di rialzarsi e di ripartire più forte di prima”, ma la sensazione è che nonostante l’ostentazione di sicurezza e tranquillità , qualcosa nella lega si sia rotto, e non si tratta di una corda.

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EGOISMO PADANO: LA LEGA INCAROGNISCE E COMINCIA A DARE IL PEGGIO DI SE’

Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile

SGOMINATA AL NORD CHE SOGNAVA GIA’ SUO, ASSERRAGLIATA NEL GOVERNO DI ROMA DOVE SI E’ DISTINTA SOLO PER LOTTIZZAZIONE E CLIENTELISMO…. INCAPACE DI EMANCIPARSI DAL CAPO CHE NON NE AZZECCA PIU’ UNA, SCATTANO I RIFLESSI PAVLOVIANI DELL’EGOISMO TERRITORIALE

I confini della Padania immaginaria che nella fase espansiva si fantasticavano estesi fino all’Umbria e alle Marche, ora vengono ristretti alle ridotte pedemontane; all’antimeridionalismo delle origini; alla ricerca, un quarto di secolo dopo, dell’impossibile revival purificatorio.
Dà gli ai napoletani, allora!
Con becero compiacimento i gerarchi incanutiti sogghignano dell’emergenza rifiuti campana e giocano a boicottare il decreto governativo che ne consentirebbe lo smaltimento in altre regioni, già  pronte a trattarli.
Piace loro, nel centocinquantenario della nazione, riprodurre la dinamica degli staterelli preunitari.
Alla faccia di un federalismo solidale in cui non hanno mai creduto, sposano la burocrazia delle dogane e delle frontiere interne alla penisola.
Il loro giornale titola soddisfatto: «Napoli soffoca nei rifiuti ed è senza vie d’uscita».
Si arrogano il merito di far soffrire i partenopei, descritti come topi in gabbia (testuale), vicini alla catastrofe (testuale).
La responsabilità  storica di avere portato al governo questi energumeni nemici dell’italianità , disposti a giurare sulla Costituzione pur di fare i ministri, per poi rinnegarla, grava sulle spalle di Silvio Berlusconi.
Come dimenticare, del resto, le parole minacciose e vendicative con cui il presidente del Consiglio apostrofò gli elettori dopo la vittoria di De Magistris?
La frase sfuggitagli dopo l’esito dei ballottaggi —”I napoletani si pentiranno moltissimo”- acquista oggi un eco sinistro.
Difficile pensare che non vi sia stato un calcolo cinico da parte di Berlusconi nel rinviare l’approvazione del decreto di smistamento per due, tre sedute del Consiglio dei ministri.
Solo che l’apprendista stregone, disposto a tollerare e strumentalizzare l’energia distruttiva del leghismo pur di tirare a campare, ora rischia di esserne a sua volta travolto.
Il ministro della Complicazione normativa, Roberto Calderoli, promette di far “volare le sedie” anche contro di lui.
Il linguaggio rozzo e violento dei capi leghisti messi alle strette perde la sua aura carnevalesca.
Il buffone incattivito altri non è che una carogna.
Il raduno di Pontida ha evidenziato come la Lega abbia esaurito i suoi spazi di manovra. Decaduto il mito dell’abilità  tattica di Bossi, consumato il repertorio delle trovate demagogiche con l’ultima farsa dei ministeri al Nord, il Carroccio è costretto a giocarsi anche l’ultima sponda del rapporto diplomatico con il Quirinale.
Già  era entrato in rotta di collisione con Giorgio Napolitano pretendendo la violazione degli accordi internazionali sulle missioni militari in Libia, in Libano e in Afghanistan.
Ma adesso il veto leghista al soccorso di Napoli suona come un’offesa diretta alle sollecitazioni del Capo dello Stato.
Il governo, minoritario nel paese, reagisce abdicando al suo mandato di operare nell’interesse di tutta la nazione.
Diviene attore della sua spaccatura, nella miope aspettativa di trarre vantaggio dalle pulsioni meschine dell’antimeridionalismo.
Con ciò dimostrando di ignorare, ormai, le aspettative assai più degne degli stessi cittadini settentrionali.
L’involuzione estremista della Lega, purtroppo, non la riporta automaticamente alla sua collocazione naturale di movimento destinato all’opposizione.
La nomenclatura del Carroccio è composta da uomini seduti da quindici, vent’anni in Parlamento.
Fingono, quando si dicono pronti a lasciare le poltrone.
Temono con ragione che l’abbandono del potere determini la frantumazione del loro movimento.
Mai come oggi l’Italia avrebbe bisogno di recuperare un sentimento di partecipazione comune al dramma dei napoletani.
La crisi dei rifiuti, originata certo — come dimenticarlo — da gravi colpe delle amministrazioni locali, non potrà  mai essere gestita senza un armonioso concorso delle istituzioni, dal Comune alla Provincia, dalla Regione al Governo nazionale.
Il boicottaggio di questa urgente collaborazione fra poteri pubblici, scatenato per biechi pseudo-interessi di partito, esaspera, insieme alla sofferenza della popolazione, la crisi della nostra democrazia.
Napoli sommersa dai rifiuti non è una vergogna che si possa liquidare solo come fallimento della sua classe dirigente.
Altrettanto vergognoso è lo spettacolo di ministri della Repubblica che irridono alla sciagura e voltano le spalle ai cittadini, venendo meno al proprio dovere

Gad Lerner
(da “La Repubblica”)

argomento: Bossi, governo, LegaNord, Parlamento, Politica | Commenta »

BOSSI PROVA A FARE LA VOCE GROSSA: “CHI FA CASINO LO CACCIO DALLA LEGA”: MA SE NE STANNO ANDANDO VIA GLI ELETTORI

Giugno 26th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LE TENSIONI TRA I MARONIANI E REGUZZONI, IL SENATUR PARE RITORNATO SOTTO LE “AMOREVOLI CURE” DELLE BADANTI DEL CERCHIO MAGICO…IN UN COMIZIO A MAGENTA PAROLE POCO GENTILI VERSO I MARONITI

“Ci metto due secondi a chiedere al Consiglio federale l’espulsione di chi si mette di traverso, anche se ci sono persone importanti: la base sa bene che chi fa casino nel partito non lo fa per interesse comune, ma per interesse di altri”.
Lo ha detto ieri sera Umberto Bossi che,   in un comizio a Magenta, ha spiegato che in questa settimana «c’è stato un momento difficile» quando si è dovuto votare sul capogruppo alla Camera.
Il riferimento è al caso Reguzzoni e alle tensioni che ne sono seguite.
Questa settimana c’è stato «un momento difficile, ho avuto problemi perchè si trattava di votare per il capogruppo alla Camera. Il capogruppo è uno che dev’essere bravo a trattare ed esperto: volevano mettere uno che non era esperto, non avrei dormito più a saperlo a Roma» ha spiegato il Senatùr.
In pratica il riferimento e’ al candidato bergamasco gradito a Maroni   e sul quale ci sarebbe stata la convergenza dell’80% del gruppo del Carroccio. Vista la malaparata, i vari Bricolo, Reguzzoni, Rosi Mauro, con il sedicente dottor Belsito a reggere lo strascico, ovvero i “cerchisti magici” che proteggono il pisolino del Senatur, hanno trascinato Bossi a presiedere la riunione per l’elezione del nuovo capogruppo.
Bossi ha detto che si poteva solo “acclamare” (Reguzzoni, ovvio, come da indicazione della Manuela) ma non votare.
E Reguzzoni è rimasto capogruppo, almeno fino a quando (governo reggendo e quindi permettendo) non assumerà  la carica di ministro verso l’autunno.
Il fatto che Bossi ieri sera abbia dovuto minacciare di cacciare chi non si allinea è in realtà  più una dimostrazione di debolezza che di forza.
Fa sorridere poi che pensi ad espellere qualcuno, quando sono ormai gli elettori del Carroccio ad allontanarsi volontariamente da lui.
Non è poi mancato durante il comizio il solito avvertimento al premier.
“L’accordo è semplice – è l’aut aut del capo lumbard – Berlusconi deve fare quello che gli abbiamo chiesto a Pontida o la Lega non andrà  più con lui: ma non sarà  la sinistra a portarci a quel punto».
Insomma il Senatur ormai spara con la pistolina ad acqua sbagliando sempre la mira.

argomento: Berlusconi, Bossi, Comune, Costume, elezioni, Giustizia, governo, Politica | Commenta »

IL COMPLESSATO DELLA LEGA ALLA DEPUTATA PICIERNO: “SE CI CALIAMO LE BRAGHE NOI, PUO’ ESSERCI UNA BELLA SORPRESA PER TE”

Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO DEL CARROCCIO MASSIMO POLLEDRI, DI PROFESSIONE NEUROPSICHIATRA, PRONUNCIA UNA FRASE OSCENA IN TV DURANTE UN CONFRONTO POLITICO…E’ LO STESSO CHE AVEVA DEFINITO LA PARLAMENTARE DISABILE ARGENTIN “HANDICAPPATA DEL CAZZO”

“Agorà “, Rai3, puntata di giovedì 23.
In studio, tra gli altri, il deputato leghista Massimo Polledri, neuropsichiatra di 50 anni di Piacenza, e la giovane collega del Pd, Pina Picierno.
Che argomenta: «La Lega a Pontida lancia segnali di celodurismo, ma poi arriva e Roma e si cala le braghe».
Polledri, già  assurto alle cronache per aver dato alla deputata Ileanda Argentin «dell’handicappata del c..zo», replica a mezza bocca: «Se ci caliamo le braghe noi, può esserci una bella sorpresa per te».
La Picierno lì per lì non sente, ma in studio tutti se ne accorgono, a cominciare dal conduttore Andrea Vianello che pretende le scuse immediate, pronunciate anche queste a mezza bocca.
«Non ho capito cosa ha detto – spiega la deputata originaria di Teano, in provincia di Caserta – ma mi sono incuriosita perchè in studio hanno cominciato ad agitarsi. Ho chiesto agli altri. E tutti: lascia perdere, lascia perdere. Pensavo fosse una stupidaggine, invece poi ho visto la registrazione».
E che ne pensa? «Che questo signore non è una persona civile».
Scoppia l’inevitabile rodeo di reazioni indignate, si fanno sentire le deputate del Pd, persino qualche parlamentare del Pdl.
Le donne della Lega invece sono solidali col collega maschio, evidentemente avvezze a interloquire con puttanieri e calabraghe.
Si legge in un comunicato firmato da Erica Rivolta ed Emanuela Munerato del Carroccio: “Chi realmente si dovrebbe vergognare e chiedere scusa per un tale comportamento sono quelli che creano il mostro da mettere alla gogna per farsi pubblicità “.
Le donne che frequentano via Bellerio, come racconta Lynda Dematteo in un suo libro, “L’idiota in politica”, sono abituate a farsi leccare il gelato sulla spalla o a sentirsi proporre “non mi daresti una tetta per mangiarci sopra la Nutella?”.
Che importanza volete che abbia per loro una volgarità  in più o in meno, quando essa è istituzionalizzata nella loro prassi politica del partito?

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