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SCONTRO NELLA LEGA, BOSSI ZITTISCE MARONI: “INSODDISFATTO? PEGGIO PER LUI”

Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile

NEL PARTITO C’E’ CHI AMMETTE: “SE UMBERTO STA CON I PRETORIANI DIVENTA UN PROBLEMA”…MARONI: “VOGLIO PIU’ DEMOCRAZIA”

Tre parole che rischiano di mettere in discussione un lunghissimo sodalizio politico.
Quello tra Bossi e Maroni.
Il ministro dell’Interno reduce dal successo personale di Pontida ha mostrato una forte insoddisfazione per la riconferma di Marco Reguzzoni alla guida del gruppo di Montecitorio.
E il Senatùr gli risponde con un’alzata di spalle: «Peggio per lui».
Del resto, aggiunge, «è la base che tiene sotto controllo la situazione della Lega, non Maroni». Poi torna sulla riunione dell’altra sera, quella dove Reguzzoni è passato perchè così voleva Bossi, pur avendo contro la stragrande maggioranza del gruppo: «è andata benissimo, non ci sono liti dove ci sono io».
Già . Basta lui (con buona pace della rissa sfiorata tra esponenti delle due fazioni).
Così è sempre stato, eppure così comincia a non essere più.
Perchè dopo quell’investitura avvenuta con tocco regale, e soprattutto dopo la violenta sconfessione di ieri («Peggio per lui»), nella Lega sembrerebbe farsi strada qualcosa di nuovo. La fine del monolitismo attorno a Bossi, la fine di quel “partito leninista”di cui ha sempre parlato con orgoglio lo stesso Maroni.
La novità  prova a raccontarla così un colonnello di osservanza maroniana: «Finora Umberto ha sempre vestito i panni del padre nobile, se tra noi si litigava lui faceva da paciere; adesso si è schierato dalla parte di pochi pretoriani che lo circuiscono, e questo costituisce un grosso problema».
Bossi come «problema». Un inedito assoluto.
I «pretoriani», va da sè, sono quelli del Cerchio magico, di cui fanno parte tra gli altri Reguzzoni e Rosy Mauro.
E per spiegare la natura del rapporto che intercorre tra il Capo e questo gruppo ristretto di fedelissimi, gli amici del ministro fanno filtrare una notizia: da un anno la Mauro ha preso casa a Gemonio, «così passa tutti i fine settimana con Bossi e può controllarlo ancora di più».
Clima velenoso, clima da resa dei conti.
Con Maroni deciso a proseguire nel ruolo di contraltare politico nei confronti dei cerchisti.
E – come ha confidato nelle ultime ore a chi gli sta vicino–a proporsi come «punto di riferimento dei tantissimi militanti che me lo stanno chiedendo».
Militanti «rinfrancati» dal suo protagonismo politico come leader di partito.
Ma la prudenza è d’obbligo.
Se tra i suoi ora c’è chi parla apertamente di «andare alla conta» con la richiesta di celebrare in autunno i congressi regionali, lui preferisce evitare «i gesti eclatanti».
Perchè pensa che la migliore risposta agli avversari sia «l’esercizio della democrazia interna alla Lega».
La replica all’attacco di Bossi è soft: il ministro fa sapere di non avercela affatto con lui, ma solo con i «pretoriani».
Nel suo entourage qualcuno traduce: «Bisogna colpire quelli cerchio, ma non lo scudo umano di cui si servono per i loro giochini».
E, va da sè, lo scudo umano è Bossi.
Un Bossi che nella riunione dell’altra sera si è rivolto così a un deputato che aveva firmato la mozione contro Reguzzoni: «Questi sono metodi mafiosi».
E un esponente del cerchio ha accusato Maroni: «State preparando la stessa cosa anche al Senato, volete far fuori Bricolo, lo sta dicendo in giro uno dei tuoi».
Parlava di Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo. Il quale, un’ora dopo, ha ricevuto una telefonata di fuoco.
Era Renzo Bossi, anche lui esponente della “Lega di Gemonio”.

Sala Rodolfo
(da “la Repubblica“)

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BOSSI IMPONE ANCORA REGUZZONI COME CAPOGRUPPO ALLA CAMERA, MA E’ RISSA ALLA RIUNIONE DELLA LEGA

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

SCONFITTO MARONI: “PARTITA SOLO RINVIATA”…. BOSSI IMPONE ALL’ASSEMBLEA DEI DEPUTATI: “NON VOGLIO CHE VOTIATE”…FINISCE A PUGNI TRA DUE PARLAMENTARI DEL CARROCCIO

“E’ una sconfitta parziale, abbiamo evitato l’operazione contro Giorgetti. Certo non sono contento, ma la partita è solo rinviata”: alla fine della riunione più drammatica della storia della Lega, Roberto Maroni si sfoga con un suo amico lombardo.
I suoi parlamentari sono ancora più espliciti e commentano la conferma di Reguzzoni al vertice del gruppo alla Camera con espressioni non riferibili.
Niente in confronto a quello che è successo nello stanzone dei padani a Montecitorio dove le due anime del Carroccio sono venute letteralmente alle mani.
Da un lato i maroniani, dall’altro il Cerchio magico di Reguzzoni, Bricolo e Rosy Mauro.
Le accuse sono ormai pesantissime: i primi, insieme ai colonnelli storici, accusano gli avversari di influenzare troppo Bossi e di essere troppo berlusconiani; i secondi parlano di tradimento e di tentativi di deporre Bossi.
Dopo il tentativo dei “cerchisti” di commissariare il segretario lombardo Giorgetti, i maroniani avevano puntano sulla sostituzione di Reguzzoni.
E in fondo speravano dopo le parole mattutine di Bossi: “se lo voteranno liberamente loro”.
Ma durante la giornata è cresciuta la tensione: Maroni incontra Bossi e Reguzzoni, ma non si raggiunge l’accordo.
Si arriva alle 19 quando Bossi inizia la riunione: “non voglio che si voti, così si darebbe solo spazio ai giornali per presentarci come divisi”
E aggiunge: “questa roba delle firme è contro di me”.
Scende il gelo, Bossi è nervosissimo: su 59 deputati, ben 49 avevano firmato per sostituire Reguzzoni con il bergamasco Stucchi.
Maroni prende la parola per ricordare che c’era un impegno per la staffetta tra Reguzzoni e Stucchi, il quale aveva già  rinunciato una volta.
A quel punto Bossi chiude a ogni intesa: “Reguzzoni resta fino a dicembre, poi Stucchi prenderà  il suo posto”.
Maroni ribadisce che non è d’accordo ma da “soldato” obbedisce.
Tutti si adeguano e Reguzzoni viene confermato per acclamazione.
Poi però gli animi si scaldano e scoppia una rissa con i deputati che faticano a dividere due bestioni come il ligure Chiappori e il mantovano Fava, ex rugbista e maroniano di ferro.
Ai cronisti Bossi si dichiara soddisfatto: “hanno votato e ha vinto Reguzzoni”.
I cerchisti sooddisfatti non rilasciano dicbiarazioni, i maroniani vanno a cena per studiare le contromosse: c’è chi ipotizza i congressi regionali per fare pulizia nel partito.
Il rischio sfascio è però dietro l’angolo.

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ORA BERLUSCONI PUNTA SUL RIMPASTO: LA BERNINI AL POSTO DI ALFANO, CHIUSURA VERSO CASINI, IL CASO DECRETO SALVA-NAPOLI

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER CERCA DI PACIFICARE LA MAGGIORANZA DISTRIBUENDO I POSTI DI GOVERNO VACANTI

E adesso il rimpasto.
Per “pacificare” una maggioranza scossa dall’inchiesta sulla P4 e provare a gettare olio sulle onde, Berlusconi mette all’asta i posti vacanti nel governo.
Superata la verifica, il Cavaliere è deciso infatti a rimettere mano alla squadra, a partire dalla postazione più prestigiosa, quella di ministro della Giustizia. Un’operazione imposta nei tempi dalla imminente ratifica – il primo di luglio – di Angelino Alfano come segretario del Pdl, una carica che gli imporrà  di dare le dimissioni da Guardasigilli.
Che voglia tranquillizzare la coalizione lo si è capito pure dalla telefonata fatta ieri a Bossi per invitarlo a lasciare Reguzzoni alla guida del gruppo leghista.
La partita per la successione a via Arenula sembra sul punto di chiudersi: ieri Berlusconi ha confidato di avere su quell’incarico “le idee chiarissime”, ma in realtà  l’incastro di sta rivelando più difficile del previsto.
L’intenzione del premier è infatti quella di indicare per la poltrona che fu di Togliatti l’avvocato Anna Maria Bernini, 45 anni.
Agli amici l’interessata ha confidato di essere abbastanza sicura della promozione, facendo i debiti scongiuri: “Già  altre volte sono entrata nel totonomine e poi non se n’è fatto niente… vedremo”.
Il fatto è che, benchè il premier la sostenga, il resto del Pdl e soprattutto quelli che si occupano di giustizia, le hanno già  fatto terra bruciata intorno.
In queste ore stanno sussurrando nell’orecchio del Cavaliere mille obiezioni: “È alla sua prima legislatura… Napolitano sarebbe contrario… Stiamo andando allo scontro finale con i pm, ci serve un ministro di guerra”.
Dubbi che tuttavia non avrebbero fatto breccia in Berlusconi, che si è preso ancora una settimana di tempo per la decisione definitiva: “Ne parleremo al mio rientro dal consiglio europeo di Bruxelles”.
Sul tavolo anche l’ingresso di un altro leghista al governo – sarebbe Marco Reguzzoni – per premiare la fedeltà  di Bossi all’alleanza.
La poltrona sarebbe quella liberata da Andrea Ronchi: le politiche comunitarie. In alternativa a Reguzzoni potrebbe essere promosso Roberto Castelli.
Il rimpasto è rimasto comunque fuori dall’incontro al Colle tra Berlusconi, Letta e Napolitano.
Il capo dello Stato non intende infatti farsi trascinare in uno screening preventivo dei candidati, lasciando al governo la responsabilità  politica delle nomine. Nel faccia a faccia si è discusso invece della verifica parlamentare, dalla quale Berlusconi è uscito ringalluzzito. “Vado avanti fino al 2013, ha visto che numeri presidente?”, si è vantato il Cavaliere con Napolitano, forte di quella “quota 317” raggiunta il giorno prima alla Camera.
Il capo dello Stato, che aveva espressamente chiesto al governo di riferire in Parlamento sulla nuova maggioranza (quella nata dopo l’ingresso di Scilipoti & Co.), si è mostrato soddisfatto per l’andamento del dibattito.
Soprattutto perchè ha potuto apprezzare, da parte della maggioranza ma anche di tutte le opposizioni, la “consapevolezza comune” della necessità  imprescindibile della manovra di correzione dei conti.
Insomma, a differenza della Grecia, pur mantenendo ogni partito le sue ricette, in Italia nessuno gioca al peggio.
Anche per questo la verifica, dice Napolitano, “è stata utile”.
Ma, in questo momento, c’è un’altra faccenda complicata che sta molto a cuore al presidente della Repubblica.
Sono i cumuli di immondizia che soffocano la sua città , persino la strada dove è nato. Così Napolitano ha chiesto al Cavaliere di intervenire immediatamente, approvando senza altri indugi, al prossimo Consiglio dei ministri, il decreto sui rifiuti che è stato bloccato dalla Lega.
Se sulla verifica parlamentare Berlusconi può dirsi soddisfatto, c’è una cosa tuttavia che l’ha fatto imbestialire.
È stata la risposta che Pier Ferdinando Casini ha dato alla sua apertura. “Adesso basta corrergli dietro – è sbottato il Cavaliere dopo aver ascoltato il leader dell’Udc – la partita con Casini è chiusa”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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LEGA: LA SPINTA PROPULSIVA E’ FINITA, DI FOLKLORE SI MUORE. LO STRISCIONE SEQUESTRATO A PONTIDA DAL SERVIZIO D’ORDINE HA COLPITO MOLTI

Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile

SOLO QUANDO SI E’ A CORTO DI ARGOMENTI SI TENDE AD ALZARE LA VOCE…CHIEDERE LA FINE DEI BOMBARDAMENTI PERCHE’ MUOIONO ESSERE UMANI HA UN SENSO, FARLO PERCHE’ COSTANO TROPPO E “FINISCE CHE ARRIVANO ALTRI IMMIGRATI” E’ PENOSO

E passi per i tanti militanti che affollano il pratone di Pontida vestiti da Alberto da Giussano, con mantello, spadone e tutto il resto, nonostante i trenta gradi all’ombra.
E passi anche per quelli che sfoggiano elmi da unni o da vichinghi, con belle corna lunghe e arcuate.
Ma quando in attesa dell’arrivo di Bossi il segretario della forte Lega di Bergamo chiama sul palco «i templari del bel fiume Serio» – e loro sul palco ci salgono davvero – allora il dubbio svanisce, e si può dire con certezza che da queste parti qualcosa non va: o almeno non va più.
E non va più perchè il folklore va bene quando adorna e rappresenta – come è stato fino a ieri – una linea corsara, furba e spesso fin troppo aspra; ma quando quella linea non c’è più, quando l’affanno è evidente e il Capo non ha una rotta da indicare alla sua gente, allora non resta che il folklore: e di folklore anche una forza come la Lega, ben radicata nelle valli di quassù, lentamente può morire.
Forse è questo, al di là  degli ultimatum veri o presunti spediti all’indirizzo di Silvio Berlusconi, il messaggio che arriva da Pontida: il vecchio Carroccio è nei guai, fermo e incerto sulla via da imboccare perchè scosso e stupito – forse perfino più del Pdl – dal doppio capitombolo elezioni-referendum.
La battuta d’arresto ha lasciato cicatrici profonde in un partito non abituato alla sconfitta: e la reazione, a cominciare dal gran raduno di ieri, non sembra affatto all’altezza dei problemi che ha di fronte.
E’ come se, gira e rigira, la Lega avesse esaurito la propria spinta propulsiva, fosse d’improvviso a corto d’argomenti e a nulla servisse – anzi – riproporre gli stessi con più enfasi e più durezza.
E’ un problema non da poco perchè – al di là  delle tattiche su quando e come votare – riguarda il futuro stesso del movimento.
Ed è un problema – alla luce di quel che si è visto e sentito ieri a Pontida, tra bandieroni e facce dipinte di verde – che la Lega farebbe bene ad affrontare.
Dovrà  chiedersi, per esempio, quale ulteriore forza espansiva può avere un movimento che chiede la fine dei bombardamenti in Libia non perchè lì continuino a morire donne e bambini, ma perchè costano troppo e poi finisce che arrivano nuovi immigrati a Ponte di Legno o a Gallarate.
O che ha individuato l’approdo della Grande Guerra a Roma ladrona nella richiesta che almeno qualche ministero, anche di serie B, venga trasferito al Nord.
Si può crescere ancora con slogan e obiettivi così? Forse nelle valli. O lungo le sponde di fiumi custoditi dai templari…
Ma già  se si guarda a Milano, moderna capitale del Nord, occorrerebbe interrogarsi sul perchè alle ultime elezioni solo un cittadino su 10 ha deciso di votare Lega.
Quella della modernità  – modernità  di linea, di organizzazione e di idee e proposte per il Paese – è un’altra questione che a Pontida è saltata agli occhi in maniera ineludibile. Sembra paradossale dirlo della Lega che al suo irrompere sulla scena modernizzò non poco in quanto a temi (quello della sicurezza nelle città , per dirne uno) e perfino in quanto a proposte istituzionali (il federalismo): ma ieri il folklore e il richiamo all’identità , utilizzati per supplire all’assenza di linea, sono apparsi d’improvviso vecchi, inattuali e quasi figli di un’altra epoca.
Tra un supermercato e un nuovo grande parcheggio, la modernità  sta letteralmente (e simbolicamente) mangiandosi il pratone di Pontida: e a fronte dei tanti cambiamenti, la Lega risponde riscoprendo la secessione (tema degli esordi), l’identità  padana e inasprendo la lotta ai clandestini (triplicato il tempo di internamento nei Cie).
Difficile andar lontano, così.
E difficile anche – se non in virtù dei meri numeri – mettere davvero spalle al muro l’amico-nemico Berlusconi.
Se serviva una controprova di quanto fosse ormai logorato il rapporto tra la Lega e il premier, la folla di Pontida – una gran folla, come solo nei momenti di grandi vittorie o di grandi difficoltà  – l’ha fornita.
Fischi ogni volta che veniva citato il suo nome, grandi striscioni per invocare «Maroni premier».
Bossi ha definito la leadership di Berlusconi alle prossime elezioni «non scontata»: ma si è dovuto fermare lì, avendo chiaro che una parola in più lo avrebbe spinto in un vicolo al momento del tutto cieco.
Il punto è che la base leghista – antiberlusconiana per ragioni quasi antropologiche e caricata per anni a pallettoni fatti di slogan duri e modi spicci – digerisce sempre peggio certe prudenze (obbligate) del Gran Capo.
E’ a Berlusconi, alle sue ossessioni giudiziarie e ai suoi bunga bunga che vengono infatti attribuite le sconfitte dolorose non solo di Milano ma di Comuni-simbolo nell’iconografia leghista, da Gallarate a Desio, fino a Novara.
A fronte di questo, la prudenza dei capi è sempre meno accettata, e molti non nascondono di avercela anche con chi, nella Lega, si sarebbe «romanizzato»…
Un’immagine ha colpito molti dei cronisti accorsi a Pontida.
E’ accaduto quando, poco prima dell’arrivo di Bossi sul palco, volontari del servizio d’ordine leghista hanno sequestrato e poi minuziosamente sbrindellato un lungo striscione bianco con delle frasi vergate in nero: «Datevi un taglio. Abolite le Province e dimezzate il numero dei parlamentari. Ce lo avevate promesso».
Una contestazione figlia dei furori del passato, certo; e frutto, magari, di quelle compatibilità  politiche che nessun capo leghista, nelle valli, ha mai spiegato ai militanti della base e ai templari che vigilano sul fiume Serio…
Un problema, anche questo. E a giudicare da certi umori, nemmeno semplicissimo da affrontare.

Federico Geremicca
(da “Il Corriere della Sera“)

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E’ DAL NOTAIO IL PATTO SEGRETO BERLUSCONI-BOSSI:

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

LO CONFERMA GILBERTO ONETO, IL TEORICO DELLA SECESSIONE: “L’ACCORDO E’ COSTATO A BERLUSCONI IL DENARO PER SALDARE I DEBITI DELLA LEGA E PER ESTINGUERE LE QUERELE CHE PENDEVANO SUL PARTITO”

Tanto per intenderci, Gilberto Oneto è uno che quando detta il suo indirizzo mail non pronuncia il suffisso “it”.
Al massimo lo sostituisce con itterizia.
Si è iscritto alla Lega di Bossi nel 1986 e ha rinnovato la tessera fino al 2006. Architetto, giornalista è studioso dell’autonomismo delle regioni padano-alpine.
Nel 1996 viene nominato responsabile dell’identità  culturale nel “Governo della Padania”.
Per anni — prima di entrare in polemica con la dirigenza leghista — ha tenuto rubriche settimanali di storia identitaria sul quotidiano La Padania e su Radio Padania Libera. Per Libero ha praticamente riscritto la storia del Risorgimento in salsa leghista.
Amico e collaboratore di Gianfranco Miglio, Oneto conosce la Lega da dentro.
All’Infedele di Lerner lei ha confermato che tra Lega Nord e Berlusconi esiste un patto firmato da un notaio in virtù del quale i dirigenti del Carroccio non potranno mai ribellarsi al Cavaliere.
Un fatto risaputo da tutti nel partito e scritto anche in diversi libri (il primo fu Leonardo Facco nel suo Umberto Magno, ndr). Quel patto esiste.
Un accordo tra due persone (Bossi e Berlusconi ndr.), che quindi non ha la valenza legale ma poco importa.
Quel pezzo di carta per Bossi è un patto d’onore che verrà  rispettato fino alla morte.
Quanto è costato l’accordo?
A Berlusconi, sembrerebbe, i soldi per saldare i debiti della Lega e per cancellare centinaia di querele che pendevano sul quotidiano di via Bellerio (che al tempo titolava: “Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi”, mettendo in prima pagina le foto di Riina, Brusca, Bagarella, Berlusconi e Dell’Utri ndr.). A Bossi costa accettare e farsi andare bene le scelte più immonde.
Come quando nel ’98 alla Camera dei deputati la Lega Nord votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti, uomo di fiducia di Berlusconi?
In qualche modo fu l’anno della svolta per la Lega che smise i panni di movimento per indossare la cravatta d’ordinanza di un partito che di “sì” in “sì” ha addirittura accettato la guerra in Libia, contravvenendo persino all’articolo 11 della Costituzione. Argomento questo che peraltro mi sembra abbia avuto poco peso anche per lo stesso presidente della Repubblica, che sulla vicenda non ha mosso un dito. Ma tornando alla missione in Libia che senso ha andare a Pontida proclamando che ora bisogna ritirarsi? La dichiarazione di guerra non l’ha fatta certo Harry Potter e i leghisti di Roma dove se ne stavano? Ora si sono inventati la trovata della guerra a tempo…
Del raduno di domenica cosa rimane?
Un Bossi che cerca di fare il punto su una situazione difficile in cui si è cacciato da solo. Per la prima volta in 20 anni il popolo ha interrotto il discorso del Capo — mai accaduto prima — urlando se-ces-sione. Poi quel tentativo, quasi vano, di ufficializzare il passaggio di testimone a Roberto Maroni.
Perchè quasi vano?
Perchè faranno di tutto per non permetterglielo.
Chi?
Quelli della “banda del buco” che generalmente i giornali definiscono come quelli del “cerchio magico” fatto dalla moglie (assente a Pontida ndr) all’ interno del quale stanno, come dei figuranti, i vari Francesco Belsito (tesoriere della Lega), Marco Reguzzoni, Federico Bricolo e Rosi Mauro. Bossi di tanto in tanto cerca di sfuggire a quella presa mortale perchè si è reso conto che è arrivato il momento delle consegne. Sono convinto che proprio nel discorso di Pontida, quando ha parlato dei 15 anni di politica, abbia cercato di farlo capire anche a Berlusconi.
Quindi cosa accadrà ?
Bossi pensa che Roberto Maroni sia l’uomo giusto, anche se non sarà  mai un leader semplicemente perchè non ne ha le caratteristiche. In fondo Maroni è uno che preferisce stare tranquillo, ma è l’unico che può evitare lo sfacelo della Lega.
Un’altra ipotesi è che a Maroni venga almeno concesso di fare da traghettatore verso i diversi appuntamenti congressuali dove si scanneranno gli uni con gli altri. Alla fine vincerà  il migliore magari proprio riuscendo a fare fuori i vari “leccachiappe e cadregari”.
E poi?
Poi sarà  ora che anche gli altri partiti si sveglino, compresa la sinistra. Il futuro è nelle Leghe quelle che, però, a Roma non ci vanno. Parlo di identità  autonome siano esse liberali, ma anche cattoliche. Mi chiedo: che fine hanno fatto le proposte autonomiste di Cacciari e Chiamparino che sembrano rientrati nella dimensione monolitica di un partito unico. A lei sembra che in Catalogna stiano forse male? Io penso che l’autonomia farebbe bene a tutti. E guardi che in fondo i militanti della Lega sono arrabbiati perchè chi è andato a Roma si è dimenticato quello che sta scritto nello statuto della Lega.
Cioè?
L’indipendenza della Padania.
Secessione?
No, quello è uno strumento e non il fine. Io parlo di autodeterminazione che, come diceva Gianfranco Miglio, significa libera scelta di stare con chi si vuole e con chi ci vuole. Quello è l’unico vero obiettivo. Poi però mi chiedo come sia possibile definirsi indipendentisti e contemporaneamente fare il ministro “di Polizia” dello Stato italiano.

Elisabetta Reguitti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I MINISTERI RESTERANNO A ROMA, BOSSI SCONFITTO: “NON SI PUO’ AVERE TUTTO”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

CONTRORDINE PADANI, A PONTIDA VI HANNO SOLO PRESO PER IL CULO, COME SEMPRE…NIENTE TRASFERIMENTO DI MINISTERI: LA TARGA CALDEROLI SE LA ATTACCHERA’ A CASA E LA PIANTA DEL PALAZZO REGIO IL SINDACO DI MONZA POTRA’ RIVENDERLA SULLE BANCARELLE DELL’USATO

Finisce in «ammuina», assai poco padana.
Coi ministeri che non si smuovono da Roma.
Con la Lega che strappa “uffici di rappresentanza” al Nord per salvare la faccia.
E con un gran pasticcio parlamentare che consente però al governo di non andare sotto ed evitare che il testo dell’accordo Pdl-Lega venga messo ai voti.
Il Carroccio si accontenta. «Un passo alla volta, non si può avere tutto e subito» commenterà  Bossi. Che comunque non rinuncia alla la legge di iniziativa popolare e al «milione di firme».
Bersani ironizza: «Storia finita nel ridicolo in 48 ore: poveri leghisti, andati a Pontida per nulla». «Lega umiliata», sintetizza D’Alema.
Sta di fatto che alla guerra pomeridiana degli ordini del giorno, alla fine, tutti possono dichiararsi vincitori.
A buon titolo Pd, Idv e terzo polo, che ottengono l’approvazione dei rispettivi documenti, nonostante prevedano il categorico «no a ogni ipotesi di delocalizzazione» dei ministeri: incassano a sorpresa perfino il parere favorevole del governo (per evitare sorprese dal pallottoliere). Di più.
Il testo dei democratici viene approvato anche da una massiccia fronda formata da 16 deputati Pdl e tre Responsabili.
Compresi sei sottosegretari: Giorgietti, Cesario, Saglia, Crimi, Giro e Rosso.
La maggioranza dei berlusconiani invece si astiene.
A Palazzo Chigi tirano un sospiro di sollievo però quando Cicchitto riesce a scongiurare la votazione sull’ordine del giorno Pdl-Lega-Responsabili: il loro.
Quello che prevede appunto il mantenimento dei dicasteri nella Capitale con la possibilità  di aprire sedi di rappresentanza «operative» altrove «senza costi aggiuntivi».
E il frutto della mediazione raggiunta nottetempo a Palazzo Grazioli tra il premier Berlusconi e il ministro Calderoli, per disinnescare la mina di un documento dei pidiellini romani ispirato da Alemanno e Polverini e sostenuto dal ministro Giorgia Meloni.
L’ordine del giorno della “pace” viene depositato in mattinata per essere messo ai voti. Ma è a rischio “ko”, il governo allora lo fa proprio, come si dice in gergo, ne accoglie cioè i contenuti. E finisce lì.
Un pasticcio, appunto, dato che poco prima lo stesso governo si era schierato a favore dell’ordine del giorno Pd che escludeva le sedi decentrate.
«Qui non siamo a Bisanzio» sbotta il presidente della Camera Fini. Che accusa il capogruppo Pdl Cicchitto di «furberia tattica» Sono scintille.
I leghisti non gradiscono, loro vorrebbero che venisse votato e approvato l’ordine del giorno. Infatti escono dall’aula e non parteciperanno ad alcuna votazione.
Eppure, perBossi la soluzione trovata non è un «passo indietro».
Comunque va avanti perchè «quella roba li (i ministeri decentrati, ndr) la fanno in Gran Bretagna e Germania e in tutta Europa».
Alemanno, Polverini e la Meloni cantano vittoria, anche perchè nello stesso giorno viene stoppata la norma sul pedaggio sul Raccordo anulare nel decreto Sviluppo.
Il sindaco di Roma festeggia a pranzo con cotoletta al self service perchè comunque lui «non ce l’ha con i milanesi».
Da Milano, sbeffeggia a suo modo i leghisti anche il governatore Formigoni: «Tanto, nella Villa Reale di Monza non c’era un solo mq per i ministeri».

Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)

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I MARONIANI AL CONTRATTACCO, NELLA LEGA LOTTA DI POTERE SENZA ESCLUSIONE DI COLPI: OGGI CERCHERANNO DI SILURARE IL CAPOGRUPPO REGUZZONI

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

BOSSI SE NE LAVA LE MANI: “SIETE MAGGIORENNI E VACCINATI, FATE VOI”…IL MANDATO DELL’UOMO VICINO AL CERCHIO MAGICO E’ SCADUTO, UN RINNOVO APPARE DIFFICILE, ANCHE SE REGUZZONI HA UN SOLIDO RAPPORTO CON IL SENATUR… IL BERGAMASCO STUCCHI POTREBBE ESSERE IL NUOVO CAPOGRUPPO

È raro vedere i leghisti formare capannelli alla Camera e parlare fitto fitto.
È ancor più raro che qualcosa di quello che si dicono filtri all’esterno. Ma questa volta la tensione è talmente alta che le notizie sfuggono dal controllo di un partito che del silenzio ha sempre fatto una regola ferrea: nella Lega è arrivato il momento della resa dei conti, con i maroniani che puntano alla rimozione di Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera ed esponente di spicco del Cerchio Magico.
Una lotta di potere destinata a cambiare gli equilibri nel movimento con inevitabili ripercussioni nell’ottica di una possibile successione a Umberto Bossi.
Se i colonnelli storici sono più inclini a lasciare Berlusconi, i cerchisti preferiscono aspettare.
Lui, il Senatùr, se la ride con la stampa dicendo “sono ancora giovane, a Pontida la gente gridava secessione, non successione”.
Ma la Lega al suo interno sta vivendo una vera e propria stagione di veleni, un terremoto testimoniato dalle facce stralunate esibite ieri dai deputati padani.
Tutto è iniziato proprio a Pontida. I cori per Maroni, quello striscione che lo acclamava a Palazzo Chigi, il suo discorso dopo quello di Bossi con l’impressione di tutti che il successore fosse proprio lui.
Da qui la reazione del Cerchio Magico composto dai capigruppo Reguzzoni e Bricolo e dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro, i tre che dalla malattia quasi sempre circondano fisicamente Bossi (da qui il nome del loro gruppo).
Dopo aver sparso la voce che le ovazioni di Pontida per Maroni erano state organizzate da una claque, il giorno dopo (lunedì) in via Bellerio scatenano l’attacco a un pilastro del potere leghista: Giancarlo Giorgetti, il segretario della Lombardia vicino a Maroni.
L’obiettivo è quello di addossargli la sconfitta elettorale e farlo commissariare da Rosy Mauro.
Ma i sindaci e i parlamentari lombardi minacciano di restituire la tessera della Lega, così come Calderoli e Maroni che bloccano il blitz.
Ieri il tentativo di insabbiare, con la Mauro che pubblica una smentita di fuoco contro i giornali che hanno raccontato l’attacco a Giorgetti.
Non sarà  successo nulla, come dicono i cerchisti, ma il contrattacco del resto del partito è immediato: l’obiettivo dei maroniani, ai quali si sono affiancati gli altri colonnelli e gran parti dei deputati non schierati con il Cerchio, è far saltare Reguzzoni.
Obiettivo ambizioso, visto che “il Reguzz” gode della piena fiducia di Bossi, al quale è legato da un rapporto molto stretto. Ma i numeri dovrebbero essere contro di lui. Alla riunione del gruppo di ieri quando è stato posto il problema (il mandato di Reguzzoni è in scadenza) si rischiava l’impasse, ma poi è intervenuto Maroni in persona che secondo i presenti ha forzato: “Beh, allora domani facciamo l’assemblea per il rinnovo”.
Bossi a quel punto avrebbe acconsentito: “Siete maggiorenni e vaccinati, decidete voi”.
Poi, nel pomeriggio, con i cronisti ammette: “Dopo un po’ i capigruppo vengono rieletti”.
Dal canto suo Reguzzoni sembra tranquillo, si presenta alla votazione finale sul dl sviluppo a braccetto del Senatùr (chi vuol intendere…) e a domanda risponde “non è nulla di trascendentale, ma dipende da Bossi”.
Frase che riporta la memoria a un anno fa, quando dopo l’addio di Cota tutti davano per scontato l’avvento di Giacomo Stucchi, salvo poi rimanere a bocca aperta quando all’ultimo minuto il Capo scelse Reguzzoni (e tutti si allinearono votandolo).
Il via libera di Bossi all’assemblea, che si celebra oggi pomeriggio, ha stoppato la raccolta di firme per mettere in discussione la poltrona di Reguzzoni.
Se si vota – e sarebbe la prima volta nella storia del Carroccio che una competizione sfugge al controllo di Bossi – Reguzzoni dovrebbe perdere, se è vero che la Lega di Gemonio (alias Cerchio Magico) conta su 5-6 deputati su un totale di 60.
Il candidato anti-Cerchio dovrebbe essere ancora una volta Stucchi, cinquantenne bergamasco gradito da Maroni e Calderoli (ormai sempre più vicini).
Ma con Bossi non si è mai sicuri di niente.
Sarebbe una grande vittoria per tutti quegli amministratori e parlamentari insofferenti verso il Cerchio Magico.
Ma è difficile ipotizzare che Reguzzoni venga abbandonato da Bossi. Anzi.
Da qui l’ipotesi circolata in serata di un suo passaggio alla guida della Lega Lombarda al posto di Giorgetti o una promozione al governo.
Già , perchè se Maroni riferendosi a un futuro da leader ai suoi amici confida che “è stata Pontida a decidere gli equilibri della Lega e non io”, tutti ricordano che la strategia di Bossi si è sempre basata sul divide et impera.
E un Reguzzoni forte servirebbe a tenere in tensione (e a bada) gli altri colonnelli.

Alberto D’Argenio e Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)

argomento: Bossi, governo, la casta, LegaNord, Parlamento, Politica | Commenta »

IL POPOLO LEGHISTA SI SFOGA: “MINISTERI AL NORD? SOLO ALTRO SPRECO”

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

I GIORNI DOPO PONTIDA, LA BASE LEGHISTA E’ DELUSA: “UMBERTO NON E’ PIU’ QUELLO DI UNA VOLTA, BERLUSCONI CI HA DISTRUTTI”

“Aspetto con ansia il giorno, è il momento della svolta”, scrivevano online i leghisti alla vigilia di Pontida.
La base del Carroccio era in attesa delle parole di Umberto Bossi che, dopo la batosta delle amministrative e del referendum, avrebbe dovuto annunciare sul “sacro” prato le linee di una nuova rotta politica.
I militanti sognavano l’addio all’abbraccio mortale di Silvio Berlusconi e la corsa solitaria alle prossime elezioni politiche da indire, se necessario, anche a breve. L’epilogo del raduno?
Applausi per il Senatùr e ovazione per Maroni premier.
Ma anche tanta delusione tra le fila degli elettori del Nord.
Non c’è consenso sul trasloco dei ministeri in Padania che, anzichè trasferiti, per alcuni “andrebbero bruciati”.
Sul forum dei giovani padani questa proposta è definita contraria alla linea della Lega, perchè promuove assenteismo e sprechi.
Secondo lonewolf 10 infatti “spostare ministeri significa (nel breve termine) aumentare la spesa pubblica” oltre alle “difficoltà  logistiche: che facciamo licenziamo tutti i romani che lavorano al ministero, resettiamo e assumiamo tutta gente del Nord? Suvvia, è solo uno spot elettorale!”.
Senza contare che “i ministri sono anche parlamentari e devono votare perchè la maggioranza è risicata. E allora chi ci lavora al ministero? Evviva l’assenteismo!”. Andromeda, in sintesi, riassume perfettamente il pensiero padano: “Per essere più precisi, che ci siano 4 ministeri a Milano, al padano veneto o piemontese probabilmente non gliene frega una mazza”.
Pollice verso anche sul carisma di Umberto Bossi.
Gianfranco M definisce Pontida “uno spettacolo patetico”, Durin Cuoracciaio avverte invece i malumori e scrive del Senatùr: “Mi sembra proprio che la base leghista non lo voglia più. Sinceramente, vedo molto più leghista Maroni (sebbene non mi sia simpatico)”.
Alsesto22 rincara la dose. Vede in Matteo Salvini il futuro leader e attacca il premier: “Sono delusissimo. Scrivo dal mio palmare mentre ascolto Bossi. Umberto non è più quello di una volta. Salvini a capo della Lega. Berlusconi ci ha distrutto”. L’eurodeputato milanese ai vertici delle preferenze fra gli elettori del Carroccio si è detto favorevole all’ipotesi di Maroni a Palazzo Chigi visto che è “leghista e milanista”.
Una dichiarazione che fa sorgere qualche dubbio a Exfisio: “Un eurodeputato che dice che un premier può andar bene perchè tifa per quella squadra mi sembra riduttivo, sbaglio?”.
Il cambio di leadership, però, pare sia un’esigenza ormai diffusa per chiudere l’epoca del sodalizio “B&B”, ovvero Bossi e Berlusconi, come lo chiama Dodo_Pd: “Basta Bossi. Inutile prenderci in giro. A chi guarda ai fatti più che alle parole e ai contenuti più che al tono, domando: quali sono stati i grandi successi di Bossi in questi innumerevoli anni di governo? Il federalismo? Tutto da vedere e poi preso così non significa nulla”.
Malumori pure sulla pagina facebook del ministro Maroni, con oltre 12mila iscritti. Biagio chiede alla Lega di svegliarsi dal torpore e di abbandonare il premier (“Leghisti svegliatevi ma che avete avuto in cambio per aver salvato dalla galera Berlusconi?”) e Massimiliano osserva che il Carroccio si è fatto circuire da cadreghe (poltrone) e danè (soldi).
Roberto è indignato invece da un ministro della Repubblica che, pagato con il denaro di “Roma ladrona”, grida ‘Viva la Lega’ e ‘Padania libera’ e poi “prende migliaia di euro al mese di stipendio”.
Emergono anche le critiche contro la proposta dei ministeri al Nord (“La lega vuole la secessione e i ministeri al nord. E’ un controsenso”) e Marco evidenzia la demagogia della proposta a fronte della mancata abolizione delle province.
Una promessa non mantenuta.
Commenti piccati anche sulla pagina di Matteo Salvini contro il porcellum di Calderoli (“Prima concordate una nuova legge elettorale con l’opposizione meglio è per voi”).
Ma il leit motiv è sempre il divorzio da Berlusconi. E se non dovesse avvenire?
“Buon suicidio”, nota Andrea.
Passata Pontida, Salvini prova a distogliere l’attenzione dei militanti e, tornato in Consiglio comunale a Milano scrive oggi pomeriggio su facebook: “Nel discorso in aula sulla Milano di domani penso di citare fra gli altri Gianni Brera e Monsignor Maggiolini. Che ne dite?”.
E sul forum di Radio Padania cosa ne pensano?
Impossibile saperlo, è “momentaneamente chiuso”.
Ma il blackout dura dal primo turno delle amministrative.

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NON BASTAVA AVERE UN MINISTRO DEGLI INTERNI CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA PER RESISTENZA ALLE FORZE DELL’ORDINE, ORA INVOCA PURE LA SECESSIONE

Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NESSUNA ISTITUZIONE HA COMMENTATO IL DELIRIO SECESSIONISTA DI MARONI A PONTIDA…IN PIENA TRANCE AGONISTICA E IN UN CRESCENTE DELIRIO DI ONNIPOTENZA IL SASSOFONISTA SI SENTE UNA ROCK STAR E SI AGITA SUL PALCO

Il sogno secessionista di Roberto Maroni espresso poeticamente domenica a Pontida sembra non l’abbia ascoltato praticamente nessuno.
O, quanto meno, nessuno ha deciso di prenderlo abbastanza sul serio da replicare, attaccare o preoccuparsi.
Singolare circostanza visto che dal palco del raduno leghista un illustre esponente delle
istituzioni come il ministro dell’Interno si è lasciato andare alle seguenti dichiarazioni: “Abbiamo un grande sogno: una Padania libera e indipendente”.
Affermazione forte che sembra ignorare l’articolo 5 della Costituzione italiana.
Dove si legge che la Repubblica “è una e indivisibile”.
La dichiarazione d’amore di Bobo Maroni, domenica omaggiato dalla folla (e persino incoronato dallo striscione a futuro premier) è caduta nel silenzio più assoluto.
E a mettere con forza l’accento sul pericolo costituito dalle tentazioni secessioniste ieri è stata solo la Cei: “La Chiesa deve frenare le mire secessionistiche”, ha dichiarato l’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace, commentando la richiesta leghista di spostare i ministeri al Nord. L’affermazione che “L’Italia del Sud si sentirà  ancora più deprivata” ha sortito pure un effetto da parte del ministro Calderoli (“I trasferimenti si faranno anche al Sud”).
Su Maroni e la sua Padania libera, però, nessun commento istituzionale.
Il Quirinale non entra nel merito delle dichiarazioni di Maroni, ma rimanda alla nota rilasciata alle agenzie domenica sera.
Dove “non a caso” si fa riferimento all’intervento di venerdì scorso di Napolitano a Verona, quando il capo dello Stato ha citato — appunto — l’articolo 5 della Costituzione.
Sottolineatura, si faceva osservare, che può essere riferita anche alla richiesta leghista di trasferimento di alcuni ministeri al Nord.
Trasferimento al quale il Colle ha più volte detto di essere contrario.
Se è un commento “per deduzione” quello della presidenza della Repubblica, da parte sia della presidenza della Camera che del Senato arriva un “no comment” ufficiale.
Facile cogliere un certo imbarazzo.
E la tentazione di “dividere” la figura del leader leghista da quella del ministro.
Difficile, visto che si tratta della stessa persona.
Dice, per esempio, Giorgia Meloni “Lui parla così per aizzare la folla. Ma è comunque un grande ministro”.
L’eco “secessione secessione” di Pontida si riverbera comunque soprattutto nelle parole di Maroni.
Il quale ieri durante un dibattito con Bersani sulla sicurezza organizzato dal Pd (dove peraltro viene accolto dalla platea con un applauso) a proposito della richiesta della base si limita a dire: “Pontida è Pontida. Solo chi c’è stato capisce”.
Nessuno affonda, nè il segretario del Pd, nè il moderatore, Mario Orfeo.
E il ministro dell’Interno, a fine dibattito così replica: “Non è vero che le mie dichiarazioni sulla Padania libera sono in contrasto con il mio dicastero. D’altra parte io sto in Parlamento con un partito che si chiama Lega Nord per l’indipendenza della Padania. È un problema del Parlamento”, dice con tono più che piccato.
Accanto a lui Bersani, alla stessa domanda, si limita ad alzare gli occhi al cielo, ad allargare le braccia e a dire pacatamente: “Ha parlato di un sogno. È un sogno. D’altra parte sui sogni…”.
L’unico evidentemente a preoccuparsi per “i sogni” del titolare del Viminale è un cittadino di Alessandria che lo ha denunciato formalmente per le parole sulla Padania, che configurerebbero il “vilipendio alla Costituzione, l’istigazione a sentimenti antinazionali, l’alto tradimento”.
Aldo Flora, 67 anni, ex manager in pensione così ha spiegato la sua denuncia: “Un ministro non può dire tutto quello che vuole. Un ministro ha giurato sulla Costituzione. E non può togliersi la giacca da ministro a suo piacimento”.
Meno male che un semplice cittadino la colto nel segno: il problema della secessione e di chi istiga alla medesima si risolve semplicemente mandando le forze dell’ordine a notificare la denuncia ai “rivoluzionari da salotto” a casa loro.
Che poi la denuncia venga recapitata a un ministro degli Interni, ovvero al loro superiore, è una cosa che puà  accadere solo in Italia.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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