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BOSSI E BERLUSCONI COME I LADRI DI PISA

Aprile 30th, 2011 Riccardo Fucile

LITIGANO DI GIORNO E VANNO A RUBARE INSIEME DI NOTTE: FINGONO DI DARSELE DI SANTA RAGIONE, SALVO CONTINUARE A TENERE IN VITA IL GOVERNO PER GARANTIRSI CHI POLTRONE E CHI IMPUNITA’

Berlusconi e Bossi sembrano — sputati — quelli del detto toscano: i due ladri di Pisa che litigano di giorno e vanno a rubare insieme di notte. In questo caso non stiamo facendo riferimento alle grassazioni ennesime e infinite delle cricche di regime che prosperano grazie al malgoverno di B e B, ma al miserabile minuetto che stanno intrecciando sui bombardamenti contro Gheddafi.
Di giorno fanno finta di darsele di santa ragione, il “celoduro” gracchia che “o lo stop ai raid o può succedere di tutto”, il “culomoscio” (come lo chiamano le sue prezzolate) risponde chiedendo che Napolitano protegga il governo contro i celti che vogliono fargli la bua.
Di notte, però, in quella notte della democrazia liberale che è ormai diventato il parlamento degli Scilipoti, si scambiano amorosi sensi per continuare a tenere in vita il governo di Roma-Milano-ladrone, tanto i telegiornali minzolinizzati daranno a bere agli italiani quello che fa comodo al Narcisocrate di Arcore e al suo scudiero di Pontida.
Nel frattempo l’opposizione non c’è, per non smentirsi.
E se per caso c’è, dorme.
L’altro giorno, per dire, poteva tranquillamente mandare sotto il governo su un documento cruciale di politica economica, ma erano assenti in quaranta.
Sarà  bene che ogni cittadino si attrezzi perciò per l’“opposizione fai da te”, si consideri comitato centrale di se stesso, non si limiti più a essere “opinione pubblica” e neppure pubblico manifestante quando c’è da scendere in piazza, ma cominci a organizzare club ispirati ai valori costituzionali di “giustizia e libertà ” per vincere le battaglie che l’opposizione canonica spesso non vuole neppure combattere.
I referendum, in primo luogo. I ladri di Pisa faranno di tutto per scipparli al popolo sovrano, visto che per loro deve coincidere col popolo bove.
Se ciascuno di noi si attiva fin da ora, in prima persona, considerando la politica “diretta” un appassionante e personale “bricolage”, la sinergia esponenziale dei volantini e manifesti creati dal basso, fatti circolare di sito in sito, realizzati e diffusi artigianalmente, possono diventare quella tv alternativa che faccia affogare il regime nell’acqua pubblica, lo faccia esplodere nel nucleare e lo mandi alla sbarra senza più legittimo impedimento.

Paolo Flores D’Arcais
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GOVERNO DEI MATTI, BOSSI CHIEDE CON UNA MOZIONE DI FISSARE UNA DATA IN CUI TERMININO LE OSTILITA’ IN LIBIA: VADA A TRIPOLI A FARLO FIRMARE DAL SUO COMPAGNO DI MERENDE ASSASSINO

Aprile 30th, 2011 Riccardo Fucile

DAL MANICOMIO ITALIA BERLUSCONI ASSICURA: “CON LA LEGA NESSUN PROBLEMA” , LA BRAMBILLA ANNUNCIA CHE LAMPEDUSA E’ RESTITUITA AL TURISMO PROPRIO MENTRE SBARCANO ALTRI 800 PROFUGHI E MARONI DELIRA: “I NUOVI SBARCHI CONSEGUENZE DELLE NOSTRE   DUE BOMBE”

Il Senatùr è intervenuto ieri sera alla festa leghista nel capoluogo lombardo. Con lui il sindaco Letizia Moratti.
Su Parmalat ha detto: “Non so se riusciranno a portarla via” (forse non gli hanno ancora notificato che ormai i francesi se la sono di fatto presa)
Umberto Bossi ha parlato a Milano durante la festa dei giovani padani organizzata al castello Sforzesco.
Le prime parole del Senatùr sono per la crisi libica e il contrasto con il premier.
”Oggi — ha annunciato — abbiamo presentato una mozione, la potete leggere domattina sulla Padania, in cui tra le altre cose si chiede di stabilire la data in cui si terminano le ostilità ”.
Certo, sono con le mozioni nel Parlamento italiano che si convince Gheddafi a terminare di massacrare il suo popolo.
Ma perchè il Senatur non va a farla firmare a Tripoli al suo compagno di merende, nonchè criminale di guerra e assassino di bambini, Gheddafi?
O pensa che i contendenti firmino un cessate il fuoco dopo la sua mozione patacca?
Poi Bossi ha attaccato l’opposizione: “Alla sinistra non gliene frega niente della guerra, gli interessa solo fare cadere il governo, noi siamo contrari alla guerra per un altro discorso”.
Certo, per continuare a far affogare i profughi da Gheddafi contro pagamento di 20 miliardi di euro.
Ma, chissà  come mai, sulla crisi di governo il leader leghista non vuole strappi.
E così a un militante che dalla platea gli ha urlato “bisogna mandare a casa Berlusconi”, Bossi ha risposto: “Va pian”.
Parole di cautela che pochi minuti dopo sono state seguite da quelle di Berlusconi, intervenuto telefonicamente a un convegno Pdl a Gubbio. ”La nostra coalizione non corre rischi”, ha detto il premier che ha poi spiegato: “La Lega sta preparando una mozione per quanto riguarda il nostro doloroso impegno in Libia. E’ un problema questo che ha creato qualche scombussolamento e qualche fibrillazione, ma che stiamo assolutamente superando. Già  ci sono le loro dichiarazioni che non hanno mai pensato di creare problemi alla nostra maggioranza”.
Intanto, velate minacce al Pdl arrivano anche dal ministro Maroni intervenuto in serata a Desio che la spara più grossa del solito: “I nuovi sbarchi sono conseguenza delle bombe”.
Peccato che i nuovi arrivati siano in gran parte partiti dalla Tunisia e pure prima che sganciassimo due-bombe-due: che c’entrano con i bombardamenti italiani lo sa solo lui.
Da Milano, poi, Bossi, archiviato l’argomento Libia, ha confermato il sostegno alla Moratti, ma con un avvertimento: “Questa volta ti controlliamo”.
Prima si vede che i leghisti hanno dormito per 5 anni.
Ridicoli.
E poi: “Penso che il sindaco di Milano che sarà  eletto avrà  un vantaggio rispetto a quelli precedenti: avrà  un sacco di soldi in più grazie al federalismo fiscale”.
Ma certo: con le nuove tasse che applicherà  ai cittadini grazie al federalismo, avrà  più soldi da sputtanare, concordiamo.
Il manicomio Italia continua.
Tranquilli: quelli dalle poltrone non si smuovono neanche se Gheddafi li bombardasse con gli ordigni a grappolo.

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BERLUSCONI BALLA SUL TITANIC: BOSSI, MILANO E LA TENTAZIONE DELLA “CAROGNATA FINALE”

Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile

I COLONNELLI LEGHISTI SPINGONO PER IL TRADIMENTO DOPO LE ELEZIONI AMMNISTRATIVE…LOTTA INTERNA TRA MARONI E CALDEROLI DA UNA PARTE E “CERCHIO MAGICO” DALL’ALTRA… RISPETTO AL 1996, QUANDO ANDO’ DA SOLA,   LA LEGA HA PERSO UN MILIONE DI VOTI…E SI PROFILA UN DISIMPEGNO SU MILANO

Secondo giorno, ieri, di bombardamento leghista sul Cavaliere.
Altro titolo celodurista della Padania, house organ del Senatur mai compulsato come in questi giorni: “Bombe uguale più clandestini. Il Carroccio non arretra”. La crisi libica, col passare delle ore, rischia di non essere più il solito giochino delle parti tra il premier e Umberto Bossi.
Anzi, se prima questo era un sospetto rassicurante nell’inner circle di Palazzo Grazioli, adesso inizia a diventare una speranza.
Di qui la reazione del Giornale di famiglia che ha sparato contro “Tremonti che aizza la Lega”, avvisaglia di un possibile trattamento Boffo per il ministro dell’Economia e anche estremo tentativo di offrire una sponda al Senatur, visto che il “cattivo” viene individuato nel divo Giulio della Seconda Repubblica.
A questo punto, infatti, quella che potrebbe essere la partita finale del governo, tra le bombe su Tripoli e le elezioni di Milano, ruota interamente al patto umano e anche notarile (ne fu testimone l’eurodeputato leghista Speroni) tra B. & B., Berlusconi e Bossi, sottoscritto un decennio fa.
È stato lo stesso premier a dirlo nella cena dell’altra sera a casa di Melania Rizzoli, deputata del Pdl e moglie dell’editore Angelo: “Io e Umberto ormai ci conosciamo da vent’anni, il nostro rapporto è solido, lui non mi farebbe mai scorrettezze”.
A detta sempre del premier la colpa sono le “fibrillazioni del Carroccio” che finiscono per alimentare le ambizioni tremontiane, che ci sono eccome.
Non a caso, il correntismo che scuote la Lega è stato denunciato anche dal direttore del Giornale nel suo editoriale di ieri: “Nella Lega c’è chi getta acqua sul fuoco. Sfasciare tutto per cosa?”.
Una paura che corrisponde alla fotografia consegnata alle otto di ieri sera da un alto esponente della Lega a microfoni spenti: “Il Capo è incazzatissimo con Berlusconi e ancora non gli risponde al telefono. Vuole votargli contro in Parlamento e Maroni e Calderoli lo sobillano in nome di Tremonti”.
Nel Carroccio la tentazione di rompere è forte e questo spaventa molto il cerchio magico che da qualche anno protegge e circonda il Senatur anziano e malato, che beve litri di Coca Cola e fuma sigari fino a notte fonda.
Quel cerchio magico composto dalla moglie Manuela Marrone, dalla vicepresidente del Senato Rosi Mauro, dai capigruppo parlamentari Marco Reguzzoni e Federico Bricolo, dal sottosegretario Belsito.
La loro pressione per ricucire con il Cavaliere è forte, ma stavolta Bossi sta pensando davvero alla rottura.
Per un motivo molto semplice: nonostante i postumi dell’ictus e un cuore malandato da novantenne, il Capo ha intuito che il tasso di antiberlusconismo della base leghista è salito oltre il livello di guardia.
Lo confermano le telefonate dei militanti arrivate anche ieri a Radio Padania, senza filtro: “Sono deluso da Berlusconi. Sono molto, molto deluso soprattutto per le scelte sulla Libia” (Giacomo da Varese); “Secondo me Berlusconi è cambiato da quando si è separato dalla moglie. Poi io dico che un ricco non può capire chi tira la cinghia per arrivare a fine mese” (Rosetta da Varese); “Chi è il nostro alleato lo scopriamo adesso?” (sms); “Meglio che Berlusconi si dimetta, non se ne può più” (sms).
Per quanto incline a seguire i consigli della moglie e del cerchio magico, il Capo sa perfettamente che “la nostra gente” è decisiva per la sopravvivenza della Lega.
Anche perchè il Carroccio guadagna sì in percentuali elettorali ma continua a perdere voti in termini assoluti.
Rispetto al 1996, quando andò da solo, manca all’appello un milione di voti.
Nei dubbi del Senatur si sono infilati i due colonnelli Maroni e Calderoli, rivali ma uniti contro il cerchio magico.
Il ministro dell’Interno, mercoledì scorso, ha sconfessato Reguzzoni, che potrebbe perdere il posto di capogruppo e fare il sottosegretario (la rosa comprende anche Brigandì e Sgarbi in quota Lega).
Nello stesso giorno, ai funerali di Ferrero ad Alba, Calderoli è stato gelido con Berlusconi.
Maroni lavora per una Lega autonoma da Berlusconi.
Calderoli ha un asse con Tremonti e ha commentato così l’inizio dei raid: “Solo quattro parole: di male in peggio”.
La nottata per Berlusconi sarà  lunga.
Perchè dopo la Libia, ci sono le elezioni a Milano e il Capo potrebbe optare per l’effetto Brunetta, ossia il disimpegno leghista che ha fatto perdere il ministro della Funzione pubblica a Venezia.
Un modo per salvare il rapporto umano e scaricare la caduta del governo sulla “nostra gente che non ne può più”.
In pratica, una “carognata”.
L’ultima di Bossi a Berlusconi

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BOCCIATA DALLA UE LA NORMA ITALIANA SUL REATO DI CLANDESTINITA’: ALL’INCAPACE MARONI SI E’ SFASCIATO IL “PACCO” SICUREZZA

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

LA CORTE DI GIUSTIZIA DEL LUSSEMBURGO CONSIDERA LA PENA DELLA RECLUSIONE PER GLI IRREGOLARI IN CONTRASTO CON LA DIRETTIVA COMUNITARIA SUI RIMPATRI “NEL RISPETTO DEI DIRITTI FONDAMENTALI”…L’ORGANISMO INVITA I GIUDICI ITALIANI A NON APPLICARE LA LEGGE: QUESTO E’ IL RISULTATO DELLA POLITICA XENOFOBA DEL GOVERNO DEGLI ACCATTONI

Quasi isolati, a destra, lo avevamo sostenuto due anni fa.
Ora la Corte di Giustizia della Ue ha bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinità , introdotto nell’ordinamento italiano nel 2009 nell’ambito del “pacchetto sicurezza” e che punisce con la reclusione gli immigrati irregolari.
La norma – spiegano i giudici europei – è in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei clandestini.
Nell’esprimere il suo verdetto, la Corte, composta da un giudice per ognuno degli Stati membri dell’Unione, assolve alla più importante delle sue prerogative: garantire che la legislazione Ue sia interpretata e applicata in modo uniforme in tutti i paesi dell’Unione per rendere effettivo il principio che la legge è uguale per tutti.
A porre in evidente contrasto la legge italiana con la direttiva comunitaria, si legge in una nota diffusa dalla Corte, è la reclusione con cui l’Italia punisce “il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato a un ordine di lasciare il territorio nazionale”.
Reclusione che compromette la realizzazione dell’obiettivo della direttiva Ue “di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”.
Compromette l’obiettivo della direttiva comunitaria, ad esempio, il caso di Hassen El Dridi, algerino condannato a fine 2010 a un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non aver rispettato l’ordine di espulsione.
Sentenza che El Dridi impugnò presso la Corte d’appello di Trento, da cui partì la richiesta alla Corte di Giustizia di chiarire se la legge italiana fosse in contrasto con la direttiva Ue sul rimpatrio dei cittadini irregolari di paesi terzi.
Secondo i giudici europei, “gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perchè un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio”.
In conseguenza della sentenza Ue, conclude la Corte del Lussemburgo, il giudice nazionale “dovrà  quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva – segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni – e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri”.
La Corte afferma come gli Stati membri non possano applicare regole più severe di quelle previste dalle procedure della direttiva Ue sui rimpatri.
Una procedura graduale, divisa in più fasi.
La prima consiste nell’adozione di una “decisione di rimpatrio”, nell’ambito di tale fase va accordata priorità , spiega ancora la Corte, “a una possibile partenza volontaria, per la quale all’interessato è di regola impartito un termine compreso tra sette e trenta giorni”.
Nel caso in cui la partenza volontaria non sia avvenuta entro il termine stabilito, “la direttiva impone allo Stato membro di procedere all’allontanamento coattivo, prendendo le misure meno coercitive possibili”. Lo Stato può procedere al fermo soltanto “qualora l’allontanamento rischi di essere compromesso dal comportamento dell’interessato”.
Il trattenimento deve avere “durata quanto più breve possibile”, essere “riesaminato a intervalli ragionevoli”, deve cessare “appena risulti che non esiste più una prospettiva ragionevole di allontanamento” e la sua durata “non può oltrepassare i 18 mesi”.
Inoltre, ricorda la Corte di Giustizia, “gli interessati devono essere collocati in un centro apposito e, in ogni caso, separati dai detenuti di diritto comune”.
Il primo a commentare la bocciatura comunitaria della legge italiana è Antonio Di Pietro. “E’ ormai provato – afferma il leader di Idv – che siamo di fronte a una dittatura strisciante in cui vengono presi provvedimenti contro la Carta dei diritti dell’uomo, si dichiara guerra senza passare per il Parlamento e si occupano le istituzioni per fini personali”.
Per il Pd, si tratta di “un altro schiaffo al ministro Maroni”.
“Sin da quando Maroni presentò il reato nel pacchetto sicurezza – ricorda Sandro Gozi, responsabile per le politiche europee del partito – avevamo denunciato l’evidente violazione delle norme europee e sono due anni che chiediamo al governo di recepire la direttiva Ue sui rimpatri, che giace dimenticata da qualche parte alla Camera, surclassata da processo breve e testamento biologico”.
Laconico il commento di Rosy Bindi. “Sull’immigrazione le figuracce del governo italiano non finiscono mai – dice la presidente dei democratici -. La Corte di Giustizia europea mette a nudo le violazioni dei diritti umani, l’approssimazione e i ritardi di norme approvate solo per fare propaganda, dimostrando un’efficacia che alla prova dei fatti pari a zero. Del resto, cosa aspettarsi da un governo prigioniero delle parole d’ordine della Lega e incapace di affrontare con serietà  e giustizia il fenomeno globale e inedito dell’immigrazione”.
Per Benedetto Della Vedova, capogruppo di Fli alla Camera, la bocciatura “non è, come molti vorranno fare apparire, una sentenza buonista. A essere stata bocciata è una norma demagogica e inefficiente, che aggrava l’arretrato giudiziario e il sovraffollamento carcerario, senza migliorare e al contrario intralciando le procedure di espulsione e rimpatrio degli immigrati irregolari”.

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TRA “IL GIORNALE” E “LA PADANIA” VOLANO GLI STRACCI: “TREMONTI AIZZA LA LEGA”, “IL CAV SBAGLIA”, “GIULIO PERDE LA TESTA”

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

DRAGHI ALLA BCE E OPA SU PARMALAT SONO SULLO SFONDO DEI MALUMORI…SALLUSTI AMMETTE MALUMORI, MA AMMONISCE: “SFASCIARE TUTTO PER CHE COSA?”…LA PADANIA USA IL SUO CHIODO FISSO: “BOMBE UGUALE PIU’ CLANDESTINI”

«Altro che Libia e clandestini: dietro lo strappo del Carroccio c’è la manina del ministro Tremonti che vuole vendicarsi della nomina di Draghi alla Bce e dell’Opa francese su Parmalat».
Alessandro Sallusti non è Bondi nè Verdini nè La Russa – il triunvirato di coordinatori del Popolo delle Libertà  -, ma il Giornale da lui diretto, quotidiano della famiglia Berlusconi, è considerato un termometro affidabile per misurare gli umori in casa Pdl e soprattutto dalle parti del Cavaliere.
Umori, ma soprattutto malumori, dopo le ultime sortite leghiste sulla questione libica con l’invito esplicito di Maroni a portare il caso in Parlamento.
Che Tremonti non abbia gradito le manovre francesi attorno al latte italiano e l’avallo arrivato all’opa dal premier in occasione del vertice italo-francese dei giorni scorsi è cosa nota.
Ma per il Giornale il ministro dell’Economia non si sarebbe limitato ad una manifestazione di disappunto.
Avrebbe invece in corpo un risentimento tale da indurlo ad «aizzare» – questo il verbo utilizzato – gli amici della Lega contro il governo.
Da cui sarebbe sortito l’altolà  di Bossi sui bombardamenti e l’invito di Maroni a portare in Aula la questione Libia.
Esplicito l’occhiello in rosso che sulla prima del quotidiano di via Negri introduce il titolo di apertura: «Giulio perde la testa».
Nel suo editoriale Sallusti riconosce che ci sono effettivi malumori in casa leghista, culminati nel titolo della Padania di mercoledì «Berlusconi in ginocchio a Parigi» ma si dice certo che Bossi «sa che il progetto federalista è realizzabile soltanto al fianco del Pdl» e ammonisce la Lega: «Sfasciare tutto per che cosa? Per vendicare Tremonti? Un po’ poco ed è difficile farlo digerire al popolo leghista».
La Lega, dal canto suo, torna ad insistere sulla questione immigrazione, che per il Giornale sarebbe solo un pretesto.
Anche oggi la Padania lo dice a caratteri cubitali: «Bombe uguale più clandestini».
Sottotitolo: «Il Carroccio non arretra e resta contrario all’intervento militare italiano, come anticipato da Bossi su la Padania».
E in un’intervista ad Affaritaliani.it il sindaco di Treviso, Gian Paolo Gobbo, che è anche il capo della Lega in Veneto, lo dice senza girarci troppo attorno: «Certamente ci sono due posizioni che sembrano inconciliabili…».
Ci può dunque essere la crisi? «Può darsi».

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MENTRE NEL GOVERNO ESPLODEVA LA GUERRA PER BANDE, SILVIO SE LA SPASSAVA NEGLI STUDI RAI

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER SI TRASFORMA IN “COREOGRAFO PER UNA NOTTE”, ORGANIZZA LO SHOW DI SGARBI E RACCONTA UNA PENOSA BARZELLETTA SU SARKOZY…OLTRE ALLE SEXYGAG STAVOLTA FA ANCHE UN TUFFO DA ROCKSTAR

Martedì 26 aprile, giornata faticosa, nervosa e irritante.
Un vertice lungo e umiliante con il presidente francese, ex amato ora odiato; una scalata in Borsa di Lactalis che stende il governo, ennesima lite con Giulio Tremonti; la bugia nazionale del nucleare e le bombe in Libia che accendono la Lega Nord.
Ma non immaginatevi un Berlusconi preoccupato.
Salutato Sarkò, liquidato Bossi e ignorato il superministro dell’Economia, il presidente del Consiglio ha ricevuto un invito galante, anzi curioso.
E corre con Vittorio Sgarbi, seguito da berline e blindati di scorta, verso gli studi Rai di via Tiburtina, periferia romana al confine con il centro.
Lì dove il sindaco di Salemi, moderno Bernini, ordina a operai e maestranze di alzare statue ad altezza d’uomo oppure di creare effetti speciali. In un cantiere promettente e ingarbugliato, a mezzanotte, Berlusconi libera la tensione e la rabbia francese, cerca l’ammirazione di ragazzi increduli, racconta le solite barzellette, sale sui ponteggi.
E quando è in alto, a un metro e mezzo dal suolo, pervaso dallo spirito di una rockstar, chiama i suoi uomini e si lancia come Jimi Hendrix.
Scarica subito il complesso di Sarkò, castigato dentro per un giorno orrendo: “Gli ho detto che mi sembra un maniaco, va sempre con la stessa donna… ”.
E poi rinforza l’autostima: “Dio mi rimprovera che con me fa solo il vicepresidente”.
Nessuno ride.
Ma fa una riflessione seria per un secondo, mentre la serata diventa notte e si fa l’una in punto: “Sgarbi, questo programma a Mediaset non l’avresti fatto, costa troppo”, e indica la merce preziosa distesa sul pavimento, le luci, le quinte, il marmo vero o finto che sia.
E dice il giusto: sette milioni di euro per cinque o sei puntate, più il contratto di un milione per il critico d’arte.
Da settimane Vittorio Sgarbi monta e smonta il suo programma di Raiuno, che debutta il 2 maggio, che forse scivola al 18, che magari torna a settembre.
Non importa.
Sgarbi ha milioni di idee e di euro che il Cavaliere può mettere in ordine, anche in onore di un conflitto di interessi plateale: l’autore di una trasmissione del servizio pubblico chiede una consulenza al proprietario dei rivali di Mediaset. Stavolta il sindaco di Salemi può vantare una consulenza di Berlusconi in trasferta; eppure, spesso, va lui con i collaboratori nella villa di Arcore.
A domicilio.
In quelle stanze cercò l’approvazione per Francesca Lancini — ex modella e ora giornalista, autrice del romanzo Senza tacchi, una scommessa di Elisabetta Sgarbi, sorella di Vittorio, direttore editoriale di Bompiani — come spalla nel suo programma.
Un bellissimo volto femminile, una ragazza di talento che detesta le passerelle su cui sfilava.
L’ex ministro gioca questa carta per convincere il Cavaliere che invece suggeriva Piero Chiambretti ed Elenoire Casalegno.
A una casta cena di lavoro, con la tradizionale compagnia di Nicole Minetti, Barbara Faggioli e altre arcorine, ecco che Berlusconi conosce Francesca.
Forse al premier sarà  piaciuta, ma la ragazza ha preferito mollare Sgarbi per continuare la sua carriera senza sprofondare in quel mondo che aveva rinnegato: “Non mi sento in grado di fare televisione, mi piace scrivere”.
Sgarbi s’infuria, e poi si consola con il suo collaboratore principale: il presidente del Consiglio

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I SOSPETTI DI BERLUSCONI SU TREMONTI: “E’ LUI CHE STA AIZZANDO BOSSI, GIULIO PUNTA A UN GOVERNO TECNICO”

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

RITORNA LO SPAURACCHIO DI UNA MANOVRA PER MARGINALIZZARE IL PREMIER CHE E’ CONVINTO DI RICUCIRE CON BOSSI LO STRAPPO ELETTORALE DELLA LEGA…MARONI COSTRETTO AD ALLINEARSI ALLA LINEA DURA, REGUZZONI ORA RISCHIA IL POSTO: PESANO ANCHE LE LOTTE INTERNE ALLA LEGA E L’ASSE CON TREMONTI

Il sospetto lo porta nuovamente a Giulio Tremonti.
Se è vero quello che circola con insistenza nel Pdl, il premier è a Tremonti che guarda come al regista di tutta “l’operazione Libia” messa in piedi dal Carroccio. Quello che sta “aizzando la Lega”.
Una manovra che “per ora non si capisce dove porta”, ripete Berlusconi ai suoi, ma che potrebbe avere come conseguenza ultima la caduta del governo e la sostituzione del Cavaliere con un altro premier.
Vista da palazzo Grazioli, la crisi in corso nella maggioranza sarebbe un tassello del piano messo a punto sull’asse Bossi-Tremonti per prendere progressivamente le distanze da Berlusconi.
E, in caso, di sconfitta di Letizia Moratti alle elezioni di Milano, staccare la spina e dar vita a un nuovo governo prima dell’estate.
Senza passare per nuove elezioni.
Certo, Tremonti ripete sempre che mai si presterebbe a un’operazione del genere.
E anche ieri, a chi gli chiedeva a bruciapelo se fosse arrabbiato, rispondeva sibillino: “Oggi no”.
È stato il giorno prima infatti, durante il vertice di villa Madama con Sarkozy, che il ministro dell’Economia ha misurato tutta la distanza che lo separa da Berlusconi.
Con quella benedizione politica all’operazione Lactalis-Parmalat di cui Tremonti era all’oscuro.
Anzi, a via XX Settembre è arrivata la voce che Berlusconi fosse stato messo a conoscenza dell’intenzione dei francesi di lanciare l’Opa già  da due giorni, senza tuttavia averne fatto parola con il suo ministro dell’Economia.
Un sospetto rafforzato dall’ostilità  alle norme anti-scalate di Tremonti già  espressa nei giorni scorsi “dalle uniche due persone davvero vicine a Berlusconi: Fedele Confalonieri e il figlio Pier Silvio”.
Il risultato è stato efficacemente sintetizzato da Umberto Bossi sulla Padania: “Berlusconi ha fatto fare a Tremonti e Maroni la figura dei cioccolatai”.
Da qui l’ira del ministro dell’Economia.
Una conflittualità , quella tra il premier e Tremonti, alimentata anche da altri dossier ancora caldi, come quello sul Decreto Sviluppo in cottura al ministero dell’Economia.
Un provvedimento molto sponsorizzato dalla Lega (Calderoli lo ha anticipato a sorpresa sulla Padania), che tuttavia lascia freddo Berlusconi proprio perchè, ancora una volta, si tratta di misure “a costo zero”.
La partita sulla Libia sarebbe dunque soltanto un pezzo del “great game” in corso nel centrodestra.
Anche se niente affatto scontata nel suo esito.
Ancora ieri sera Paolo Bonaiuti ammetteva con filo d’apprensione: “L’unica soluzione è in un incontro tra Bossi e Berlusconi. Se troveranno il modo di parlarsi faccia a faccia troveranno come sempre la quadra”.
Appunto, “se”. Perchè al momento Bossi non ha alcuna intenzione di facilitare la vita al premier, anzi ieri si è persino negato al telefono quando Berlusconi ha provato a rabbonirlo.
A fare le spese della rabbia leghista per la mancata consultazione prima della svolta bellica è stato ieri Marco Reguzzoni, spintosi troppo in là  nella politica distensiva con il Pdl.
Tanto da aver provocato la sollevazione dell’ala maroniana dei deputati, che ora ne chiedono la rimozione da capogruppo.
A nulla è servito il vertice convocato ieri pomeriggio in tutta fretta a Montecitorio, che ha visto intorno al tavolo lo stesso Tremonti, Calderoli, Bonaiuti, Cicchitto e La Russa.
Una riunione dalla quale Bonaiuti è uscito rinfrancato almeno sul ruolo di Tremonti: “Anche Giulio sta lavorando per trovare una via d’uscita con spirito collaborativo”.
Cicchitto, capogruppo del Pdl, ha poi visto Reguzzoni per provare a ragionare su un possibile testo condiviso da Pdl e Lega. Un tentativo senza successo. “Per fortuna – si consola Cicchitto – grazie a questa opposizione che ci ritroviamo, continuiamo a reggere. Malgrado tutto”.
A offrire una sponda al governo stavolta c’è anche Giorgio Napolitano, che non accetta spaccature in politica estera mentre le forze armate italiane sono impegnate in una difficile missione di combattimento.
Due sere fa il capo dello Stato ha parlato con Bossi e oggi riceverà  Berlusconi e Letta, proprio per ascoltare dal premier come intenda far fronte alla crisi politica della maggioranza.
In queste ore Berlusconi, trattenendo la rabbia per il calcio ricevuto dall’alleato, punta tutto sul rapporto personale con il capo del Carroccio: “Quando riuscirò a parlarci e potrò spiegare la mia posizione, Umberto capirà  la mia assoluta buonafede”.
Certo, Berlusconi rivendica anche il suo diritto di avere l’ultima parola sulle grandi scelte nazionali, perchè “la politica estera si fa a palazzo Chigi e non a via Bellerio”.
Ma non è questo il momento di sbattere i pugni.
“Quanto sta accadendo – confida La Russa prima di telefonare al segretario alla Difesa americano Gates – è anche un problema interno alla Lega, dove convivono correnti diverse. E Maroni ha dovuto alzare la voce per non sembrare da meno degli altri”.

Francesco Bei
(da “la Repubblica“)

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IL MINISTERO DEGLI INTERNI E’ SENZA SOLDI PER GESTIRE IMMIGRATI E PENTITI: LO AMMETTE PERSINO MANTOVANO

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

A FINE GIUGNO FINIRANNO I SOLDI PER I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA MENTRE NON SI HANNO NOTIZIE PER GLI INTERVENTI SULL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE, I CUI COSTI VENGONO SCARICATI SUL DIPARTIMENTO GIA’ GRAVATO DAI TAGLI… SPARITI 19 MILIONI IN TRE ANNI: ECCO IL DETTAGLIO DEI TAGLI ALLA SICUREZZA

Immigrati e pentiti, Mantovano ammette “Il Ministero sta finendo i soldi”
“Mancano i fondi per la gestione dei pentiti, con lo stanziamento del 2011 si riuscirà  appena a superare il semestre”.
A lanciare questo allarme è stato Alfredo Mantovano, il sottosegretario dell’Interno che nei giorni scorsi s’è dimesso (per poi ritirare le dimissioni) per contrasti con la politica governativa sull’immigrazione.
Mantovano, davanti a tutti i segretari nazionali dei sindacati di polizia che lo incalzavano chiedendogli quante risorse il governo fosse intenzionato a stanziare per l’emergenza immigrazione, ha risposto così: “Sappiate che il problema della mancanza dei fondi c’è. Io lo sto vivendo in prima persona come presidente della Commissione pentiti: rischiamo di non arrivare alla fine dell’anno”.
È la prima volta che un governo, da quando i “pentiti” sono diventati un’arma fondamentale per l’aggressione alle mafie, si trova in crisi di liquidità  addirittura per la gestione dei collaboratori di giustizia.
“Sì, è vero – ha confermato Alfredo Mantovano – il problema c’è, ma stiamo lavorando per risolverlo. Cercheremo di attingere al Fug, il Fondo unico giustizia”.
I pentiti sono circa 900, i loro familiari intorno ai tremila, un’ottantina i testimoni di giustizia e 300 i loro parenti.
Per capire il perchè dell’allarme del sottosegretario dell’Interno, basta osservare il trend delle spese per collaboratori di giustizia (in discesa negli ultimi anni dopo il picco di 70 milioni del 2006): 53 milioni nel 2009, 49 milioni nel 2010, 34 milioni nel 2011.
Un taglio nell’ultimo triennio di 19 milioni.
“È facile immaginare – commenta Enzo Letizia, segretario dell’Associazione funzionari di polizia – che non si possa arrivare alla fine dell’anno con il 35 per cento di risorse in meno rispetto a tre anni fa”.
Claudio Giardullo, segretario del Silp-Cgil, ricostruisce l’incontro con Mantovano: “Sono stato io a porre il caso dell’immigrazione perchè è inaccettabile che il governo la consideri una emergenza europea, e poi scarichi i costi solo sul dipartimento di Pubblica sicurezza. Volevo sapere se Palazzo Chigi fosse intenzionato a prevedere risorse specifiche perchè con i tagli di Tremonti abbiamo già  raschiato il fondo”.
Franco Maccari, del Coisp: “Mantovano ha fatto una battuta, “coi pentiti, ha detto, fra un po’ dovremo fare come per gli immigrati, e chiedere che gli altri Stati europei se ne prendano un po’ per uno”.
Enzo Letizia: “Il sottosegretario ci ha riferito che le risorse finanziarie per i pentiti non sono sufficienti per arrivare alla fine del semestre. Per quanto riguarda l’emergenza Libia, ci ha detto che “siamo solo all’inizio””.
Giuseppe Tiani: “Mantovano era amareggiato, ad un certo punto ha commentato: “Ragazzi, anche con il fondo dei pentiti fra un po sarò costretto a dire i fondi sono finiti, prendeteveli voi che non so più come fare”.
Non sono mancate le reazioni nel mondo della giustizia e in quello politico.
Pier Giorgio Morosini, gip antimafia a Palermo: “Al di là  della politica dei proclami e degli annunci rispetto all’azione antimafia, i fatti concreti per dimostrare che si fa davvero sul serio si manifestano anche attraverso una oculata politica di gestione dei fondi da dedicare a tutte le strutture di sostegno dell’azione anticriminalità . Il caso dei fondi per i collaboratori di giustizia è uno dei punti più importanti e delicati di questa politica di reperimento delle risorse in vista del contrasto alle mafie. Ai ministri della Giustizia e dell’Interno vorrei dire: meno proclami e più azioni concrete”.
Per il leader dell’Italia del valori, Antonio Di Pietro, il taglio al comparto sicurezza e giustizia “non può essere solo una esigenza di ristrettezze economiche, ma è una precisa scelta ideologica e programmatica del governo finalizzata non alla lotta al crimine, ma a rendere più difficile la lotta al crimine. Tagliare i fondi per i pentiti significa mettere il bastone tra le ruote agli operatori di giustizia sia sul piano della repressione che della prevenzione. È come togliere il bisturi al chirurgo”.
Le parole di Maroni secondo cui questo è il “governo che più di ogni altro ha combattuto la mafia” vanno ribaltate: questo è il governo che più di ogni altro ha tagliato fondi per la lotta alla mafia.
Ecco gli altri tagli alla sicurezza che stanno creando difficoltà  al Dipartimento di Polizia.
Acquisto automezzi: 40 milioni nel 2009, 45 nel 2010, e 31 nel 2011. Manutenzione automezzi: 60 milioni nel 2009, 59 nel 2010, 41 nel 2011.
Fondo funzionamento Dia: 18 milioni 2009, 17 milioni nel 2010, 15 nel 2011. Missioni interno (pedinamenti, appostamenti, cattura latitanti): 20 milioni nel 2009, 22 nel 2010, 15,5 nel 2011.
Missioni estero (indagini all’estero): 9 milioni nel 2009, 9 nel 2010, 6 nel 2011. Fondo riservato traffico stupefacenti (pagamento fonti): 800 mila nel 2009, 800 mila nel 2010, 500 mila nel 2011.
Fondo riservato lotta alla delinquenza: 1 milioni nel 2009, 1 milione nel 2010, 600 mila nel 2011.
Affitti: 154 milioni nel 2009, 152 nel 2010, 84 nel 2011).
E nonostante questo, Maroni e Co. hanno ancora il coraggio di prendersi il merito degli arresti di latitanti mafiosi, invece che vergognarsi.
Merito esclusivo di magistrati e forze dell’ordine costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori.

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PARMALAT, DEBACLE DELLA CORDATA TRICOLORE: LACTALIS LANCIA UN’OPA DA 3,3 MILIARDI E MANDA TUTTI A CASA

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

INTESA, UNICREDIT, MEDIOBANCA E CASSA DEPOSITI PRESI IN CONTROPIEDE: RISORSE INSUFFICIENTI PER RILANCIARE, APPENA 1,5 MILIARDI DISPONIBILI…LA REPLICA DEL VOLO ALITALIA STAVOLTA RESTA A TERRA

La cordata tricolore pronta a scendere in guerra per salvare Parmalat dai francesi rischia di alzare bandiera bianca prima di aver sparato un solo colpo. L’Opa da 3,3 miliardi di Lactalis ha spostato l’asticella a un livello (finanziario) inarrivabile persino per il Ghota del sistema bancario italiano e per l’arsenale in cassa alla Cdp.
Il pressing del governo (“Parmalat non andrà  ai francesi!”, pontificava giusto un mese fa Umberto Bossi) è servito a poco: semplicemente   –   dicono fonti attendibili   –   non ci sarebbero i soldi per sfidare Parigi a colpi di rilanci in Borsa.
L’ultima travagliata riunione alla vigilia di Pasqua tra Intesa-Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e la Cassa Depositi e prestiti   –   calcolati i mezzi a disposizione   –   era arrivata con fatica a ipotizzare un’Opa-bonsai da 1,5 miliardi sul 29,9% di Parmalat, una cifra lontana anni luce dai 5 necessari ora per conquistare Collecchio.
La famiglia Besnier è stata più veloce e più coraggiosa e ora   –   bontà  sua   –   è pronta al bel gesto: l’offerta di una quota nella società  (si parla del 10%) al nascituro Fondo di investimento strategico salva-imprese voluto da Giulio Tremonti.
Condita magari con un pacchetto di regole sulla governance che consenta al governo di salvare (almeno in apparenza) l’onore in Zona Cesarini.
La sconfitta è bruciante anche perchè Roma ha provato a replicare il modello Alitalia mettendo in campo la sua formazione migliore.
Prima Gianni Letta e Giulio Tremonti hanno lavorato ai fianchi Lactalis blindando con il milleproroghe il tesoretto di Parmalat (1,4 miliardi), varando in fretta e furia il decreto salva-imprese e schierando in campo la Cdp.
Poi è scesa in campo IntesaSanPaolo, già  deus ex machina dell’operazione salva-Magliana, per mettere assieme una cordata tricolore pronta a scalare Collecchio, un’impresa in cui è stata affiancata   –   grazie alla moral suasion del Tesoro   –   da Mediobanca e Unicredit.
L’Invencible Armada tricolore, pero, alla prova dei fatti, si è rivelata una sorta di armata Brancaleone.
I Ferrero, l’asso nella manica “industriale” di Cà  de Sass, si sono sfilati subito dalla partita.
Cdp ha bocciato l’ipotesi Granarolo.
In campo sono rimaste solo banche e Cassa depositi.
Ma alla resa dei conti, quando si è trattato di mettere i soldi sul tavolo per contrastare Lactalis, i soldi non sono arrivati: Cdp era pronta a mettere 500 milioni, Intesa 2-300, Unicredit e Mediobanca, tirate un po’ per la giacchetta, qualcosa come un centinaio a testa.
Spiccioli rispetto alla montagna di quattrini cavati dal cilindro (grazie a finanziamenti bancari) dai Besnier.
Che succederà  ora?
Qualcuno spera ancora di ribaltare le sorti della partita con un Vietnam giuridico destinato a scoraggiare Parigi.
Ma le aperture ai francesi di Silvio Berlusconi   –   in cuor suo forse contento della dèbacle di Tremonti   –   rendono improbabile questo scenario.
Magari la Consob alzerà  un po’ di fuoco di sbarramento facendo leva sulla scarsa trasparenza dei conti Lactalis (che non deposita bilanci) mentre Enrico Bondi potrebbe mettere i bastoni tra le ruote azionando i meccanismi del concordato.
Ma ben difficilmente questo basterà  a fermare Lactalis che dopo l’Opa   –   più o meno verso fine giugno   –   potrebbero alzare il tricolore (ma blu, bianco e rosso) su Collecchio grazie a un’operazione (va detto) trasparente e che alla fine premia tutti gli azionisti.
Il paradosso è che una parte del conto finale per l’operazione che porterà  l’ex impero dei Tanzi in mani transalpine lo pagheranno anche gli italiani.
I Besnier hanno stanziato in tutto per la scalata circa 4,5 miliardi.
Quasi un miliardo e mezzo se lo ritroveranno in tasca grazie alla liquidità  raccolta con le cause a banche e revisori da Bondi (forse oggi un po’ pentito di non averla spesa in acquisizioni o girata ai soci).
Qualche altro centinaio di milioni lo recupereranno riquotando la società  a Piazza Affari dopo l’offerta mentre un assegno (per il 10% della Parmalat potrebbero essere 4-500 milioni) lo incasseranno pure   –   quasi una beffa   –   dal Fondo salvaimprese destinato a salvaguardare l’italianità  delle aziende tricolori.
Una mission, visti i risultati della partita di Collecchio, quasi impossible.

Ettore Livini
(da “La Repubblica“)

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