Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
LA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA STAVOLTA VA IN ONDA A CASTEL MELLA: I LEGHISTI CORROTTI CON 22.000 EURO PER COSTRUIRE UN CENTRO COMMERCIALE SU UN TERRENO A VINCOLO AMBIENTALE… IN MANETTE ANCHE IL COSTRUTTORE E UN GEOMETRA
Una tangente da 22mila euro per «ammorbidire» i controlli e realizzare un centro
commerciale su un terreno sottoposto a vincolo paesaggistico-ambientale.
E’ questa l’accusa con cui sono finiti in carcere l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Castel Mella, Mauro Galeazzi, 48 anni, e il capoufficio tecnico dello stesso Comune Marco Rigosa, 45 anni (che è anche assessore a Rodengo Saiano, comune estraneo alle indagini).
Con loro sono stati arrestati Andrea Piva, 36enne di Rodengo Saiano, geometra, libero professionista, e Antonio Tassone, 68 anni, di Lumezzane, imprenditore, il costruttore del futuro centro commerciale.
I provvedimenti sono stati emessi dal Gip del Tribunale di Brescia, Cesare Bonamartini, su richiesta del pm Silvia Bonardi, al termine di un’indagine condotta, negli ultimi mesi, dai carabinieri del Nucleo investigativo di Brescia. È indagato anche un altro dipendente dell’ufficio urbanistica del Comune di Castel Mella.
I reati contestati sono, per tutti, di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; nel caso del solo Galeazzi, c’è anche l’accusa di peculato, per una storia di telefonate private con il cellulare di servizio.
L’imprenditore Antonio Tassone aveva già opzionato con un contratto preliminare, nel Comune di Castel Mella, un terreno sottoposto a vincolo paesaggistico-ambientale, su cui intendeva realizzare il suo centro commerciale.
Tramite il geometra Andrea Piva, aveva intessuto rapporti con il responsabile dell’ufficio tecnico Rigosa e con l’assessore Galeazzi.
Nella ricostruzione dell’accusa, per rendere più veloce e sicuro l’iter di approvazione del piano urbanistico, ammorbidendo i controlli, in particolare della commissione paesaggistica, Tassone aveva pattuito un versamento di 22 mila euro, dei quali 12 mila pagati a favore della società di Piva ed 10 mila, versati in contanti dallo stesso imprenditore a Piva e da questo consegnati al Rigosa, che infine ne aveva versato una parte all’assessore Galeazzi. Galeazzi è indagato anche per peculato, poichè nella sua veste di pubblico ufficiale, aveva nella sua disponibilità un cellulare di servizio, intestato alla Provincia di Brescia, con cui aveva fatto centinaia di telefonate a fini esclusivamente privati.
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
L’ASSURDA ALLEANZA ELETTORALE TRA FUTURO E LIBERTA’ E LEGA PER APPOGGIARE UN CANDIDATO SINDACO LEGHISTA STA SUSCITANDO UNA RIVOLTA NELLA LOCALE BASE FUTURISTA… BASTA COI MANEGGIONI LOCALI SENZA ANIMA E SENZA IDEALI CHE PENSANO SOLO AI PROPRI INTERESSI
Per dare voce alla base di Fli, pubblichiamo i contributi di due militanti di Gallarate, giustamente indignati per la “porcata” della lista che vede alleati i razzisti e i secessionisti padani con i futuristi.
Scelta immotivata e su cui a Roma nessuno si indigna.
Nemmeno Urso, sempre così attento a bacchettare le intese “fascio-comuniste” come quella di Latina.
Ci rivolgiamo a Fini per capire dove ci stanno portando i nostri dirigenti regionali e varesini.
La questione è evidente, è l’accordo tra i finiani di Ferrazzi e Lega a Gallarate.
Una volta si diceva “la politica è l’arte del possibile” però a tutto c’è un limite.
Noi della base della prima ora siamo gente del popolo ed al popolo ci rifacciamo e vorremmo capire dove andiamo.
I motivi sono i seguenti: il nostro responsabile provinciale si presenta con una lista civica, come mai?
Di solito quando si scende in campo con una forza nuova si sente la necessità ed anche l’orgoglio di presentarsi agli elettori per capire il peso effettivo della nuova formazione.
A Gallarate si sceglie un’altra via meno impegnativa, la lista civica con un candidato sindaco di un altro partito!
Non è che forse qualcuno ha paura di esporsi, di non essere così trainante dopo aver puntato i piedi per essere il numero della provincia?
Il candidato sindaco scelto da Bossi mentre era dal dentista la dice lunga sullo spirito democratico che permea la Lega, ma questi sono affari loro?
Non direi visto che “il soldato” Giovanna Bianchi Clerici” occupa una poltrona pubblica importante nel Consiglio di Amministrazione della Rai.
E non può dire di no a Bossi, ma nel caso vincesse le elezioni (si fa per dire…) che farà , lascerà la ben pagata poltrona per dedicarsi a Gallarate?
Nel Pdl sono sbigottiti, come dichiara il candidato sindaco,: “Ritengo che nel Carroccio ci sia molta confusione. All’inizio avevano lanciato Ugo Gaspari, che rimane la candidatura migliore. Poi per i loro scontri interni hanno puntato su Stefano Gualandris, una candidatura debole voluta da Marco Reguzzoni. Alla fine Bossi si è reso conto che era sbagliato, ed ha cercato di tamponare con Giovanna Bianchi Clerici, che obiettivamente resta una buona scelta. Ma pagheranno la loro confusione. Gli elettori non capiranno”.
Non ci sono alleanze Fli-Lega a Busto e Varese, gli altri comuni importanti della provincia, mentre a Gallarate ci si muove diversamente.
E’ uno scenario da Prima Repubblica, quella delle “ convergenze parallele”, in cui si danno segnali discordanti per poi chiudere partite importanti sulle spalle dei cittadini.
Gallarate scenario alternativo, modello di un nuovo progetto politico? Così almeno ci viene suggerito dal nostro responsabile regionale.
Se fosse così perchè partire da Gallarate e non da Varese o Busto oppure da Milano?
Che interesse avrebbe Umberto Bossi a osteggiare il Pdl creando una tale frattura?
Anche a Varese i rapporti non sono idilliaci tra gli alleati, eppure sono stati ricomposti buttando fuori Fli come negli altri comuni, ora è successo qualcosa che non sappiamo?
Sono scontri interni alla Lega, mettendo da parte Gualandris, uomo di Reguzzoni?
Ci si può fidare della Lega, che fino a ieri ha governato a Gallarate, pur con distinguo ed ora Umberto Bossi dice: «Vincere a tutti costi!».
Certo se fossi un leghista direi: la base l’avete sentita? Sicuri che ieri Fli faceva schifo ed oggi è alleato tanto da offrirgli la poltrona di vice-sindaco?
Ma guardiamo all’interno di Fli: «malagestione del PdL gallaratese», come la definisce senza mezzi termini Luca Ferrazzi, sarebbe il punto fondamentale che avrebbe fatto scegliere l’alleanza con la Lega?
L’accordo innaturale però ha fatto il giro dell’Italia, Fli è il partito dell’Unità Nazionale, la Lega che brucia il tricolore, che scappa quando si canta l’Inno, la Lega dei Padani!
Il candidato sindaco di “Libertà per Gallarate” dichiara: “Voglio amministrare non fare affari”, e aprire alla società civile: “Stiamo preparando un dettagliato programma politico — spiega ancora- che parta da un aspetto fondamentale: dare ascolto alle associazioni sul territorio per determinare un cambiamento vero. Basta con quei partiti che non accettano il dialogo, che impongono strategie dall’alto: la nostra strada non sarà questa. Quella che ormai governa Gallarate è una classe dirigente isolata che ha perso i pezzi : prima l’Udc, poi la Lega, poi Futuro e Libertà . Non rappresenta più nessuno. E’ ora di cambiare davvero”.Il testo dell’accordo non prevede cose avveniristiche sul sociale e politico di sicuro il vice-sindaco e un assessore da definire per la lista civica-finiana ( alla gallaratese).
In conclusione ci sembra di capire che non si tratta di chissà quale progetto politico innovativo, che non porterà da nessuna parte perchè avversato sia dalla base leghista che dai futuristi puri, e mette alla luce disagi interni alla Lega, ponendo in dubbio la governabilità di Gallarate.
Avremmo preferito un messaggio forte e chiaro: Fli è l’altro centro-destra quello vero e genuino, quello dei valori, dell’Unità Nazionale, della legalità , dei giovani e del futuro, non dei vecchi marpioni della politica che per avere una poltrona fanno accordi col diavolo.
Accordi che alla fine saranno un boomerang politico, ma l’intento è chiaro: io dò una cosa a te e tu dai una cosa a me….
Giuseppe Criseo
www.ilfiniano.it
Ricordiamo tutti (almeno noi che il 22 Aprile siamo rimasti incollati alla TV ed avevamo già una scelta nel cuore) il suo splendido discorso, vibrante nei contenuti e nei toni, un discorso di valori, di dignità , di condanna a chi non aveva attuato alcuno dei punti programmatici indicati dal gruppo AN perchè sottomesso alla volontà ed alle indicazioni della Lega.
Quella Lega che non è destra nè sinistra, ma è secessione e razzismo, che criticava Roma e poi una volta raggiunta Roma ha imparato così bene da essere il più abile partito nel procacciarsi posti al sole e Presidenze di cda.
Un Partito che ha illuso la gente facendo credere che avrebbe lavorato per loro, e che nei Comuni dove detiene il potere (ad es. Varese) si disinteressa completamente dei bisogni dei cittadini.
Il volontariato per loro è un “corpo estraneo”, l’assessorato alla Cultura oramai è per prassi delega in mano al Sindaco che semplicemente la ignora..tanto c’è sempre qualche privato che si dà da fare e supplisce.
E non entriamo nel merito della cementificazione selvaggia, i buchi nelle municipalizzate etc etc.
Non condivido chi ha fatto questa scelta: su Gallarate la spaccatura tra Pdl (F.I. e A.N.) da una parte e Lega dall’altra è storia vecchia, risale a tensioni nate durante la prima giunta Mucci dove erano insieme, dopo di allora già nel 2006 avevano corso l’un contro l’altra armata, ed ancora nel 2011 -prima dell’accordo con Fli (mascherata malamente da Lista Civica)- era scontato che sarebbe stata una guerra tra di loro.
E allora perchè schierarsi con la Lega?
Comunque sarebbe stato uno scontro feroce tra quei 2 Partiti.
E’ stato detto ad un giornale locale che i finiani corrono con la Lega perchè condannano la gestione padronale di Gallarate.
Vero, è stata una gestione padronale, ma non solo negli ultimi 3 mesi cioè da quando è stata tolta la Pres. di un cda a Liccati e – prima di essere buttati anche loro fuori – l’assessore Carabelli e altri membri di cda in quota Fli sono usciti. Quella gestione è stata così da anni, già dalla prima giunta Mucci, e durante tutto il secondo mandato..quando l’attuale Coord. provinciale di Fli coordinava A.N. in sinergia ed amicizia con il “patron” di F.I. Nino Caianiello, e in quota A.N. Vicesindaco, assessori e Consiglieri comunali.
Allora qual’è la verità , l’unica che rimane e che comunque è colta dalla gente: c’è la possibilità di tornare ad avere degli spazi di Governo, Fli ci si butta!.
Qualsiasi altra valutazione politica avrebbe forse potuto essere recepita se in quella lista non ci fossero state persone che fino a 3 mesi fa erano parte integrante del Governo cittadino.
E se Lega e Pdl avessero ipotizzato una qualsiasi forma di accordo.
Certo, per un Partito qualsiasi l’ipotesi di un ViceSindaco ( e chissà che altro, Bossi quando si muove personalmente mi dicono è generoso) potrebbe essere allettante, ma io credo che per il progetto di Fini, per quanto ci ha detto a Mirabello, e poi a Bastia ed ancora a Rho, le tattiche per uno spazietto debbano lasciare il posto a strategie a lungo respiro, dobbiamo ancora crearci un immagine, consolidarci con dei riferimenti qualificati e qualificanti nell’immaginario collettivo, ed io credo che questo sarebbe stato il momento per giocare la Partita della linearità , della saldezza dei principi, della volontà di proporre un’alternativa a delle vecchie logiche da 1a Repubblica che sempre più allontanano la gente dalla Politica.
A mio parere sarebbe stato opportuno mantenere la linea del Terzo Polo ovunque e, laddove non praticabile, alleanze con Liste civiche o soli.
Forse Fli riuscirà a prendere un Vicesindaco a Gallarate, ma sarà con un Partito col quale non condividiamo nulla, e sappiamo tutti che su Varese la Lega è quella Doc, quella dei celoduristi che sparerebbero agli immigrati e che scrivono il Manifesto Leghista sulla Razza.
Scusatemi se, schifata, mi dissocio.
Laura
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
D’ALTRONDE LASSINI NON AVEVA CHE RIPETUTO IL CONCETTO DI “BRIGATISMO GIUDIZIARIO” A LUI CARO, DIVENTANDO DI FATTO IL SUO MANDANTE MORALE… BOSSI AVVERTE: “TROPPI ERRORI, COSI’ IL GOVERNO CADE”
“Quel Lassini avrebbe fatto bene a non dimettersi, fosse dipeso da me…”. 
Chi entra ed esce da Palazzo Grazioli e ascolta il presidente del Consiglio ringrazia il cielo che non ripeta in pubblico cosa ne pensi di tutta questa storia. Dei manifesti di Milano.
Di chi lo difende “e finisce sulla graticola”.
E del monito senza precedenti del presidente della Repubblica Napolitano.
Ecco, non è un caso se su quella lettera dai toni assai ultimativi il Cavaliere ha fatto calare una cappa di silenzio, fanno notare i più fidati consiglieri.
“Il capo dello Stato è stato prontissimo a bollare come ignobile provocazione i manifesti sulla procura – tuona Berlusconi al cospetto di ministri e avvocati – ma nessuno si è sognato di intervenire o di aprire un’indagine su Asor Rosa che ha progettato un golpe sulla prima pagina di un giornale”.
D’altronde, per capire gli umori di Palazzo Chigi è bastato ascoltare i toni della filippica di Giuliano Ferrara a “Radio Londra” ieri sera, dedicata al “gentile presidente della Repubblica: lei non può ignorare…” e giù con “golpe”, “eversori” e tutto l’armamentario antigiudici già sfoderato dal premier nel week end.
Ha evitato di aggiungere dell’altro, il Cavaliere.
Ma certo non si pente di quanto detto.
Eppure, ieri per la prima volta la Lega ha preso pubblicamente le distanze su questo modo di gestire i rapporti col Quirinale ma soprattutto sulla piega che ha preso la campagna elettorale a Milano.
Lo ha fatto, con l’apprezzamento del capogruppo Marco Reguzzoni alle parole di Napolitano.
Bossi non vede nè sente Berlusconi da parecchi giorni. Le cose a sentire il Senatur non vanno come dovrebbero.
La decisione del premier di investire tutta la campagna milanese sul nodo giustizia e sui processi personali dell’imputato Berlusconi non piace affatto in via Bellerio.
Oltre a essere considerato un rischio, alla luce dei sondaggi che non offrono alcuna garanzia di un successo della Moratti.
Bossi ai suoi lo ripete con tono grave da qualche giorno: “Se vince Pisapia a Milano, noi apriamo la crisi”.
E il Carroccio è già in stato d’allerta.
La parola d’ordine in campagna elettorale intanto è distinguersi dai berlusconiani. Nei toni ma anche nei contenuti.
“Noi la imposteremo su altre basi, la giustizia non sarà il nostro traino” dice chiaro Reguzzoni in Transatlantico.
Su quella linea, come dire, loro non ci stanno.
Di più.
È stato proprio su input dei leghisti che ieri, durante il vertice di maggioranza tra capigruppo e Guardasigilli Alfano a Montecitorio, è stato messo nero su bianco l’impegno di portare avanti la riforma della giustizia nel suo complesso, assieme alle legge che stanno più a cuore al premier.
Norme ad personam sì, ma dentro una cornice più “presentabile” per gli elettori leghisti.
Berlusconi va per la sua strada, consapevole anche lui di giocarsi tutta la partita delle amministrative a Milano.
È lì che sta spendendo d’altronde la sua “faccia”, come ama dire.
Alle amministrative del 2006 il centrosinistra ha conquistato 27 centri, dopo cinque anni – stando ai suoi calcoli – ne confermerebbe non più di 15.
Numeri alla mano, dunque, il premier potrà comunque dire di aver vinto.
Ma se perderà nell’unica piazza in cui è “sceso in campo” da capolista, se anche dovesse andare al ballottaggio la Moratti, questo segnerebbe l’inizio del suo declino anche elettorale.
Con l’alleato più fedele pronto a presentare il conto.
“Sarebbe – ammonisce il Senatur – la fine del berlusconismo”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
STOP AI LAVORI PER UN’AZIENDA VICINA AL CARROCCIO E IMPEGNATA NELA COSTRUZIONE DELLA TANGENZIALE A NOVELLARA…IL PREFETTO DI REGGIO EMILIA: “NELLA NOSTRA PROVINCIA C’E’ LA MAFIA”…SI TRATTA DELLA DITTA BACCHI DI BORETTO, SPECIALIZZATA IN ESCAVAZIONI: HA DATO IN SUBAPPALTO I LAVORI A DUE AZIENDE COLLEGATE ALLA FAMIGLIA MATTACE
Le infiltrazioni mafiose — o i tentativi — al Nord continuano a destare allarme nella politica. 
Questa volta la bufera si abbatte sul Reggiano.
Durante un convegno della Cna il prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro, ha rilanciato: “A Reggio la mafia c’è”.
A corollario dell’ultima notizia che riguarda lo stop imposto dalla Dia all’appalto per la costruzione della circonvallazione a Novellara.
Evento che ha scosso il mondo politico.
Le amministrazioni locali hanno chiesto di “continuare i lavori della tangenziale”.
L’ex vicesindaco di Guastalla ed ex leghista Marco Lusetti, espulso dal Carroccio la scorsa estate e fondatore del movimento “Agire Comune”, ha difeso a spada tratta la ditta che ha vinto l’appalto.
Nessun commento sulla vicenda è arrivato ad oggi dal segretario della Lega Nord Emilia, l’onorevole leghista Angelo Alessandri, presidente della Commisione lavori pubblici ed Ambiente della Camera dei Deputati ed originario di Guastalla, paesi a pochi chilometri dal Po e da Boretto.
Invece il consigliere regionale Andrea Defranceschi (Movimento 5 Stelle) annuncia una interrogazione in Regione chiedendo il “check-in” di tutti gli appalti sulle estrazioni di sabbie dal Po negli ultimi anni.
Ma qual è il punto di tutta la vicenda?
E perchè imbarazza così tanto la Lega?
Riguarda Novellara, appunto, paese della provincia di Reggio Emilia, e quella che gli ambietalisti la chiamano la “tangenziale discarica”.
Un progetto partorito all’inizio del millennio tra le contestazione in primis da Legambiente, in quanto il finanziameno di questa opera pubblica è nato come compensazione per l’ampliamento della locale discarica gestita dalla municipalizzata pubblica Sabar spa di cui il Comune è socio.
Su quest’opera pubblica, cavallo di battaglia di tutti i sindaci di centrosinistra degli ultimi dieci anni, è arrivato lo stop dell’antimafia.
Il 23 marzo scorso alla Prefettura di Reggio Emilia è stata consegnata una dettagliata relazione, arrivata dopo la richiesta degli accertamenti sui cantieri, disposti dalla Direzione investigativa antimafia di Firenze.
Controlli attivati a metà febbraio tramite il prefetto De Miro.
Le indagini hanno portato alla sospensione dell’appalto e alla revoca della certificazione antimafia alla ditta Bacchi di Boretto, notissima in zona anche per le escavazioni nel Po fortemente contestate da associazioni ambientaliste come Legambiente.
Una ditta la Bacchi spa nota anche per gli ottimi rapporti istituzionali con diversi politici in primis con quelli della Lega Nord, tanto che il Carroccio nel 2006 ricevette un regolare finanziamento di 5.000 euro registrato alla Camera dei Deputati.
Agli investigatori del centro operativo del capoluogo toscano era stata segnalata la presenza nel cantiere di soggetti vicini alla criminalità organizzata.
Le ispezioni hanno dato esito positivo.
Da quanto è emerso l’azienda di Boretto avrebbe assegnato due subappalti ad imprese con sede in provincia di Parma, il Consorzio edile M2 di Soragna e la Tre Emme Costruzioni di Roccabianca.
La Direzione investigativa antimafia ha ricostruito che le due le imprese sono collegate alla famiglia Mattace di Cutro, ritenuta dagli investigatori molto vicina al clan Grande Aracri.
Secondo quanto emerge dai documenti della Prefettura, nell’assegnazione di questi lavori alle ditte riconducibile ai Mattace, la Bacchi avrebbe eluso in maniera consapevole la legge antimafia per il controllo dei subappalti.
Le ditte dei Mattace non avrebbero mai ottenuto la certificazione antimafia dalla Prefettura.
La legge prevede che l’obbligo dell’autorizzazione antimafia scatta solo per subappalti di importo superiore ai 155 mila euro.
E’ stato così, come emerge dall’ispezione, che la Bacchi avrebbe aggirato l’ostacolo.
Spezzando il subaappalto tra le due ditte: 50mila euro di lavori al Consorzio M2 e 130mila euro alla Tre Emme.
Ma non è finita qui. Ispezionando il cantiere le forze dell’ordine hanno trovato Giuliano Floro Vito.
Chi è ? E’ l’ex cognato di Domenico Mattace, il presidente della TreEmme e considerato dagli inquirenti un elemento di grande spessore criminale, legato al clan della n’drangheta dei Dragone e poi dei Grandi Aracri, già posto agli arresti nel 2001 e poi assolto per l’operazione “Scacco Matto”, finito poi in manette per usura nell’aprile 2010.
Per questa vicenda Floro Vito, per la legge dovrebbe essere agli arresti domiciliari e sorvegliato speciale.
Peccato che si trovasse sul cantiere di Novellara come dipendente della Tre Emme.
Dalle fatture poi risulta che la Bacchi ha versato alla Tre Emme 161 mila euro.
Una cifra superiore a quello concordata.
In particolare maggiore alla soglia che fa scattare l’obbligo di certificazione antimafia.
Altra anomalia. L’azienda di Boretto ha chiesto alla stazione appaltante, Iniziative Ambientali, società mista che vede tra i soci le municipalizzate Sabar Spa, Iren Spa e Unieco, di poter procere all’affidamento del subappalto solo il 21 giugno 2010.
Ma i Bacchi avevano già firmato il contratto con la ditta dei Mattace da circa un mese e mezzo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 19th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLA DIFESA: “BASTEREBBE PENSARE AI VOTI CHE NON ARRIVERANNO DA UDC E FLI”…L’IPSOS DA’ AL PRIMO TURNO LA MORATTI AL 43,8% E PISAPIA AL 42,1%, MA AL SECONDO TURNO VINCEREBBE PISAPIA CON IL 52,4% CONTRO IL 47,6% DEL SINDACO USCENTE
Nel Pdl milanese cresce la paura di non farcela a rieleggere Letizia Moratti. 
«Lei pensa ancora di vincere al primo turno, ma se lo sogna – si sfogava dagli Stati Uniti il ministro della Difesa e coordinatore nazionale del partito, Ignazio La Russa – Basta prendere i voti delle precedenti elezioni e sottrarre quelli dell’Udc e del Fli: basta un 5 per cento in meno e si è già sotto il 50».
Per una volta, La Russa è d’accordo con Gianfranco Fini, il quale avrebbe detto che Berlusconi sarebbe «molto preoccupato per i sondaggi milanesi» che darebbero alla Moratti solo il 42 per cento.
Anche il sindaco di Milano è preoccupata. Teme una fuga di voti moderati dopo lo scandalo dei manifesti con la scritta ‘Via le Br dalle Procure’ ideati da Roberto Lassini, candidato nella lista del Pdl al consiglio comunale.
Per questo motivo, ha puntato i piedi durante un faccia a faccia con il coordinatore lombardo pidiellino Mario Mantovani e chiesto il ritiro della candidatura di Lassini.
Il Pdl milanese è sotto choc.
Una nuova tegola è caduta sul partito proprio dopo che Silvio Berlusconi domenica al teatro Nuovo aveva chiesto ai suoi di «fare un salto di qualità » nella campagna elettorale per Milano.
Mentre procede l’inchiesta sulla denuncia dei Radicali per le firme false raccolte a sostegno del listino di Roberto Formigoni alle ultime elezioni regionali, nel Pdl è in atto una guerriglia interna che rischia di compromettere non solo il clima della campagna elettorale, ma anche l’esito.
Un tutti contro tutti che riguarda anche la gestione del partito in Lombardia.
La Lega con Matteo Salvini ha già avvisato gli alleati pidiellini che passerà queste settimane «a parlare di Milano, non di magistrati, di Br, di intercettazioni».
Un sondaggio Ipsos realizzato a fine marzo dava il seguente scenario: Moratti al 43,8% con Pisapia che la tallona al 42,1% al primo turno.
Al secondo turno vincerebbe Pisapia con il 52,4% con la Moratti al 47,6%.
Decideranno gli incerti e l’area del non voto: 35,5% al primo turno, 46,4% al secondo.
Pesa il buon successo al primo turno del candidato del Terzo Polo, Manfredo Palmeri, con oltre l’8%, sostenuto da finiani e dall’Udc di Tabacci.
Al ballottaggio come si orienteranno?
“Ci penseremo quando sarà il momento – risponde il senatore Giuseppe Valditara di Fli – ora lavoriamo per arrivarci noi al secondo turno. La linea è quella di non stringere accordi nè con la Moratti, nè con Pisapia, poi vedremo. Di sicuro non sosterremo la Moratti”.
Al ballottaggio si dà per scontato che anche i leghisti non correranno in massa per sostenere la signora.
Molti ricordano che nel 1999 Massimo D’Alema fu travolto proprio da elezioni amministrative andate male e dovette lasciare la guida del governo.
Il rischio che la Lega, in caso di sconfitta, faccia suonare la campanella di fine lezioni, ha messo in allarme il premier.
Ma essersi posto come capolista stavolta potrebbe rivelarsi un boomerang: nessuno potrà dire “io non c’ero”.
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Aprile 19th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI IRRITATO PER IL LANCIO DEL DELFINO ALFANO, LUI E’ ABITUATO ALLE TROTE: “IL NOSTRO PATTO E’ CON SILVIO, NON CON IL PDL, SE NON SI RICANDIDA PER NOI C’E’ MARONI”…PER QUESTO SILVIO SI PRESENTA CAPOLISTA NEL CAPOLUOGO LOMBARDO
«Speriamo di perdere Milano».
La battuta circolava la scorsa settimana tra i deputati leghisti.
Erano i giorni in cui la Camera era bloccata per votare la prescrizione breve a beneficio di Silvio Berlusconi e la frustrazione delle camicie verdi saliva oltre il livello di guardia.
Non che la Lega non ce la metterà tutta per fare il pieno di voti all’ombra della Madonnina, ma la battuta nasconde una verità che il Cavaliere ieri ha in parte svelato.
Anche per il Carroccio il voto di maggio è qualcosa di più di una tornata amministrativa: una sconfitta nel capoluogo lombardo potrebbe spingere i lumbard ad accorciare la vita al governo.
Il messaggio è stato recapitato al premier.
I leghisti hanno mal digerito la conferma di Letizia Moratti. L’hanno vissuta come un «colpo di mano» del premier quando le trattative con Bossi su chi candidare erano ancora aperte.
E Berlusconi dopo l’ultimatum dei colonnelli leghisti – «o si vince o salta tutto» – è corso ai ripari, iscrivendo il suo nome in cima alla lista milanese al posto di Mariastella Gelmini.
Se la vittoria al primo turno è vista come un miraggio, una sconfitta al ballottaggio contro il candidato del Pd Giuliano Pisapia sarebbe la Waterloo del premier. Potrebbe costargli Palazzo Chigi.
A Via Bellerio spiegano che perdere a Milano «farebbe riflettere tutti su quelle alternative che oggi in molti fingono di non vedere. Farebbe capire che Berlusconi non è imbattibile e accelererebbe un processo già in corso». Quello dello sganciamento dal governo o, quanto meno, di una richiesta che potrebbe diventare un ultimatum: il prossimo candidato del centrodestra alla guida del governo dovrà essere Bobo Maroni.
Nel 2013, se non prima.
I segnali della strategia leghista stanno ormai emergendo.
Da un lato la politica della «differenziazione» dal premier e dal Pdl. Basti pensare che il giorno dell’approvazione del processo breve La Padania non ha nemmeno riportato la notizia in prima pagina.
Poi il nome di Maroni come prossimo presidente del Consiglio che torna sulla bocca di molti padani, come il sindaco di Verona Flavio Tosi o dell’europarlamentare Francesco Speroni.
Non che Angelino Alfano (innalzato a delfino da Berlusconi con successiva smentita) non piaccia allo stato maggiore leghista (anzi, piace eccome), ma Bossi si sente pronto a prendere in mano il governo con Maroni.
Nel 2013 – spiegano i suoi più stretti collaboratori – o anche prima se Napolitano dovesse bocciare la prescrizione breve e lo scontro istituzionale con la pretesa del Pdl di riapprovarlo subito arrivasse ad intensità mai viste prima.
In questo senso sarà decisiva Milano.
In una mano Bossi avrà il «termometro» delle decine di comuni dove la Lega corre da sola: serviranno a capire quanto il movimento tenga nonostante le difficoltà del governo (tutte imputate al Cavaliere e alle sue leggi ad personam).
Se dovesse fare il pieno dove corre da solo e perdere a Milano nonostante un eventuale impennata dei voti leghisti («dal 4% puntiamo a salire a percentuali lombarde», dice Matteo Salvini), allora anche la fetta del partito più legata a Berlusconi potrebbe decidersi al grande passo.
A maggior ragione nel momento in cui il premier parla di una sua successione.
Se in via Bellerio tutti credono che sia solo tattica («per Berlusconi il prossimo candidato sarà Berlusconi, al massimo Berlusconi junior, ovvero Silvio dopo un bel lifting», scherza Calderoli), in caso il premier dovesse lasciare sul serio tutto si riaprirebbe.
«Il patto è con Berlusconi, non con il Pdl – va ripetendo il Senatùr – quindi andrebbe ridiscusso a 360 gradi, anche sulla premiership».
Insomma, da Milano si potrebbero aprire nuovi scenari con un tempo di «incubazione» che molti leghisti indicano al massimo in 10-12 mesi.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Aprile 19th, 2011 Riccardo Fucile
LA FRANCIA SPIEGA: “CONVOGLI FERMATI A MENTONE PER PROBLEMI DI ORDINE PUBBLICO”….ANCHE IN BELGIO CONTROLLO DEI PASSAPORTI IN AEROPORTO PER CHI ARRIVA DALL’ITALIA…. SPAGNA E FRANCIA SNOBBANO MARONI E NON VANNO ALL’INCONTRO DI CIPRO: ITALIA SEMPRE PIU’ ISOLATA
“Incidente chiarito e risolto”. 
Così la Farnesina disinnesca di fretta il contenzioso con la Francia dopo l’altissima tensione causata sull’asse Roma-Parigi dal blocco ferroviario di alcune ore attuato domenica dai francesi alla frontiera con Ventimiglia.
Negando anche l’isolamento della posizione italiana, il portavoce Maurizio Massari spiega che, con la Francia, “stiamo lavorando insieme, costruttivamente, non c’è nessuna escalation di tensione, al fine di arrivare a iniziative comuni in vista del vertice italo-francese del 26 aprile”.
Dall’Italia, dunque, giungono parole distensive che seguono l’affermazione da parte della Commissione Ue della legittimità del blocco francese in quanto motivato da “ragioni di ordine pubblico”.
Ma non è solo la Francia a ostacolare la libera circolazione all’interno della Ue: da giovedi scorso, negli aeroporti del Belgio è stato introdotto un controllo, non sistematico, sui documenti dei viaggiatori provenienti dall’Italia.
“La Francia aveva diritto di bloccare temporaneamente i treni provenienti dall’Italia” dichiara il commissario europeo agli Affari interni, Cecilia Malmstroem.
Per ragioni di ordine pubblico, il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea può essere sospeso.
Per questo, il blocco posto ieri dalla Francia al traffico ferroviario proveniente dall’Italia, giustificato dalla manifestazione dei centri sociali al valico di Ventimiglia, non è una violazione delle regole europee.
La Commissione europea, tra l’altro, afferma di non aver ricevuto alcun reclamo italiano sulle presunte violazioni francesi delle regole Schengen, spiega Michele Cercone, portavoce del commissario Malstrom, ricordando un significativo passaggio del Codice delle frontiere di Schengen: “Solo gli Stati membri hanno la responsabilità di valutare la gravità delle minacce all’ordine pubblico, che possono, in casi eccezionali, consentire la reintroduzione dei controlli alle frontiere, prevista dall’articolo 24 del Codice”.
Ma, conclude il portavoce, riguardo a quanto avvenuto ieri a Ventimiglia “non c’è ancora una posizione ufficiale” di Bruxelles.
Le autorità francesi spiegano di aver sospeso la circolazione dei treni a causa di una manifestazione non autorizzata a sostegno dei migranti tunisini “per evitare rischi di incidenti”, una misura “temporanea” che “non è andata oltre lo stretto necessario”, ovvero sei ore.
Da registrare anche l’assunzione di responsabilità del prefetto francese della regione delle Alpes Maritimes, Francis Lamy, in un’intervista al quotidiano Nice Matin. “Sono stato io, di mia iniziativa, a segnalare alle ferrovie francesi militanti di estrema sinistra a bordo di un treno proveniente da Ventimiglia. Poi le ferrovie hanno bloccato i treni”.
Prima della nota conciliante della Farnesina, il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva considerato i 300 no global non una “ragione sufficiente” per chiudere la frontiera ferroviaria a Ventimiglia, “uno degli assi transeuropei più trafficati e delicati”, come aveva spiegato a Repubblica.
Blocco ferroviario che ieri la Farnesina non aveva esitato a definire “misura illeggittima”, una “chiara violazione” dei principi generali dell’Unione.
Da Bucarest dove si trova in visita ufficiale, il ministro dell’interno francese, Claude Gueant, risponde affermando che il suo Paese “rispetta alla lettera” gli accordi di Schengen nella questione dei migranti tunisini.
Gueant sottolinea che la decisione del governo italiano di concedere permessi temporanei a più di 20mila migranti tunisini “è stata contestata da molti Paesi dell’Unione europea”.
Malgrado ciò “noi abbiamo accettato questa misura” sebbene ad alcune “condizioni”.
In particolare il ministro dell’Interno francese ricorda la necessità per i migranti di disporre di “sufficienti risorse finanziarie”.
Ventimiglia è solo l’ultimo capitolo, non l’unico, della crescente tensione tra Italia e Francia, dopo i giorni dell’emergenza a Lampedusa, mentre si avvicina il 26 aprile, giorno del vertice tra Roma e Parigi.
In attesa dell’incontro bilaterale, il ministro dell’Interno Roberto Maroni sottolinea l’assenza della Francia alla riunione ministeriale sull’immigrazione di domani a Cipro.
“Non ci sarà la Francia e non ci sarà la Spagna – annuncia Maroni da Lecco -, ma sarà un vertice dei ministri di Italia, Grecia, Cipro e Malta allo scopo di continuare un’azione comune per tenere al centro dell’attenzione dell’Europa il Mediterraneo”.
Dal Belgio arriva la conferma che da giovedì scorso sono iniziati i controlli sui passaporti dei viaggiatori in volo dall’Italia.
Le verifiche, spiega un portavoce del ministero per le Politiche migratorie, “non sono sistematiche” e vengono fatte “non alla frontiera ma all’uscita dei passeggeri dall’aereo”.
Secondo la Commissaria europea Cecilia Malmstrom, il Belgio non ha notificato provvedimenti di interruzione dell’accordo Schengen.
Il portavoce del ministero belga conferma: la notifica non è stata fatta perchè i controlli sugli aerei in provenienza dall’Italia “non rappresentano una reintroduzione dei controlli alle frontiere”. T
ali controlli hanno come scopo – secondo quanto specificato dal portavoce – di “verificare il diritto di accesso allo spazio Schengen”, ovvero per controllare “se chi arriva nel Paese in provenienza dall’Italia ha i documenti di viaggio, se il suo è un viaggio a scopo turistico, se la persona ha i mezzi minimi necessari per la sua permanenza, ovvero almeno 60 euro al giorno”.
Come potuto constatare da giornalisti italiani tra gli aeroporti internazionali di Bruxelles-Zaventem e Charleroi (quest’ultimo dedicato ai voli low cost), non tutti i voli vengono effettivamente sottoposti a controllo.
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Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile
DENUNCIA DEI RADICALI: ISITITUZIONI USATE COME UN BANCOMAT PER IMPRENDITORI AMICI DEI POTENTI….PER GLI UFFICI DI 86 SENATORI LO STATO SPENDE 5.654 A TESTA PER UNA STANZA A ROMA…SI SPENDE DI PIU’ DI AFFITTO CHE SE AVESSERO COMPRATO LO STABILE
Ottantuno milioni e 600 mila euro: è lo spaventoso conto che è stato presentato ai contribuenti italiani per gli uffici di 86 senatori a partire dal 1° maggio 1997.
Circa 950 mila euro ciascuno. Ovvero, 67.857 euro l’anno, 5.654 al mese, per una stanza nel centro di Roma.
Tanto per capire, con quei soldi si paga a Roma la pigione di una decina di appartamenti in periferia.
Oppure l’affitto di almeno un paio di uffici da 123 metri quadrati come quello di proprietà dell’Ipab occupato in piazza Campitelli dall’assessore alla Casa del Comune, l’europarlamentare Alfredo Antoniozzi.
Ma per capire come si è arrivati a spendere una cifra che ha dell’incredibile è necessario tornare al 1997, quando l’amministrazione di palazzo Madama (presidente del Senato era Nicola Mancino e segretario generale Damiano Nocilla) stipula con una società dell’immobiliarista Sergio Scarpellini un contratto d’affitto di un ex albergo romano, il Bologna, dove collocare 86 studi di altrettanti senatori.
Prezzo, tre miliardi e mezzo di lire l’anno: un milione 807.599 euro più Iva e rivalutazione Istat.
Scarpellini è un personaggio piuttosto noto negli ambienti istituzionali: è il proprietario dei palazzi Marini, occupati, con un meccanismo contrattuale di cui beneficia la sua società Milano 90, del tutto analogo a quello dell’ex albergo Bologna, dagli uffici dei deputati.
Ma per cifre molto più ingenti, considerando i volumi: in 13 anni l’amministrazione di Montecitorio ha speso 561 milioni per gli affitti e i servizi annessi.
I contratti prevedono infatti che Scarpellini fornisca alla Camera non solo gli spazi fisici ma anche il servizio chiavi in mano: portineria, commessi, pulizie, bar…
Così anche all’ex albergo Bologna.
Dove il Senato paga dal 1997 per i servizi una cifra netta aggiuntiva alla pigione pari a un milione 291.142 euro l’anno.
Tutto sembra filare liscio fino al 2001, quando il Senato decide di far valere una clausola contrattuale che gli garantisce il diritto ad acquistare l’immobile. Il prezzo viene fissato da un collegio arbitrale in 23 milioni 920.475 euro.
Ma Scarpellini lo contesta e ne nasce un contenzioso.
Alla fine il Senato rinuncia all’acquisto e Scarpellini rinuncia a due anni di pigione.
E si va avanti con l’affitto, grazie a un nuovo contratto di 10 anni con scadenza il 1° maggio 2013.
Nel frattempo però l’amministrazione del Senato, dove è salito alla presidenza Marcello Pera e Antonio Malaschini è diventato segretario generale, non se ne sta con le mani in mano.
Sono gli anni in cui non si bada a spese e qualche mese prima compra un palazzetto a Largo Toniolo dalla società di un signore che ha rilevato quello stabile da un fallimento e non è certamente un illustre sconosciuto.
È un senatore in carica. Si chiama Franco Righetti, autore di una lunga traversata centrista dal Ccd all’Udeur.
Pur senza i numerosi protesti bancari che per giunta affliggono l’onorevole in questione, ce ne sarebbe abbastanza per porsi più d’una domanda.
Che però, al Senato, nessuno si pone.
In quel palazzetto, secondo i piani, dovrebbero in futuro finire una parte degli uffici dell’ex albergo Bologna.
Ma l’avventura immobiliare si rivela un mezzo disastro: il palazzetto è composto da una decina di appartamenti classificati come abitazione, e il Comune di Roma non concede il cambiamento di destinazione d’uso.
La pratica si sblocca soltanto nel 2008, quando il sindaco Walter Veltroni si candida alle politiche e nella giunta tecnica che gli subentra compare come «sub commissario» con delega all’urbanistica proprio una dirigente del Senato. Fulmineo, a quel punto, il via libera del Comune.
E i lavori possono partire: in quel palazzetto troveranno posto 30-35 uffici.
Non contenti, mentre si sta comprando il palazzetto di Largo Toniolo, i signori del Senato concludono un’altra ardita operazione immobiliare: l’affitto dall’Isma, l’Istituto Santa Maria in Aquiro, di un altro palazzetto di 3 mila metri quadrati a poca distanza dal Pantheon.
È così malandato che saranno necessari interventi costosissimi.
Ma la ristrutturazione sarà quasi interamente a spese dello Stato. S
enza considerare che il Senato comincia fin da subito, prima ancora dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, a pagare l’affitto: 425 mila euro l’anno più Iva e adeguamento Istat.
Il calvario va avanti otto anni e oggi non è ancora finito.
Dopo lavori interminabili, soltanto nei giorni scorsi sono stati consegnati i primi 21 uffici.
La ristrutturazione, gestita come quella del palazzetto di Largo Toniolo dal provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, già regno di Angelo Balducci, è costata allo Stato 26 milioni: quasi 9 mila euro al metro quadrato, cifra addirittura superiore, secondo le quotazioni di mercato, al valore dell’immobile.
Ben 7 volte il costo che una perizia del Demanio, rivelata dalla trasmissione Le Iene su Italia 1, aveva considerato congruo: pena la possibilità di dichiarare nullo quel contratto.
Che però, guarda caso, nessuno si sogna di impugnare.
Commenta il segretario radicale Mario Staderini: «Sembra che la priorità fosse far girare soldi più che avere nuovi uffici. La sensazione è che Camera e Senato siano stati utilizzati come un bancomat per imprenditori d’area e annesse spartizioni partitocratiche. E ora ci ritroviamo una città della politica che occupa 220 mila metri quadrati, quattro volte il Louvre».
E il bello è che se i radicali non avessero preteso che fossero resi pubblici tutti i contratti, di questo pasticcio non si conoscerebbero molti dettagli.
Il bilancio è agghiacciante.
Per affittare gli 86 uffici dell’ex hotel Bologna il Senato ha già sborsato, Iva compresa, circa 26 milioni mezzo: tre milioni in più di quello che, secondo la stima contestata da Scarpellini, sarebbe costato acquistare l’immobile.
Altri 25,7 milioni per comprare e ristrutturare il palazzetto di Largo Toniolo dove andrebbero 35 uffici.
Per non parlare dei 29,4 milioni andati in fumo per Santa Maria in Aquiro, che dovrebbe accogliere altri 51 (ma c’è chi dice 54) uffici: 26 milioni per ristrutturarlo più 3,4 milioni di affitti inutilmente pagati per 8 anni, dal 1° marzo 2003 a oggi.
Per questo immobile lo Stato ha speso più quattrini di quanti ne sarebbero serviti per comprarlo.
Invece l’immobile resterà di proprietà dell’Isma e quando sarà scaduto il contratto, nel 2021, se il Senato vorrà continuare a occupare quegli uffici dovrà pagare una pigione raddoppiata: 850 mila euro.
Un affarone.
Il totale speso finora per quegli 86 uffici è dunque di 81,6 milioni.
Oltre alle bollette e ai servizi necessari al loro funzionamento.
Il tutto per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, se si eccettua il piccolo stabile di Largo Toniolo.
Risponderà mai qualcuno per questo immane spreco di denaro pubblico?
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL SUCCESSORE DI SILVIO SARA’ ANGELINO JOLIE? CRESCE LO SGOMENTO NELLE FILE BERLUSCONIANE
Ha suscitato comprensibile sgomento nelle file del Pdl l’ipotesi che sia Angelino Jolie, al
secolo Alfano, a succedere al Cainano quando verrà a mancare all’affetto dei suoi cari, ma soprattutto delle sue care.
L’idea che questo allampanato e allampadato avvocaticchio agrigentino possa fare il leader di qualsiasi cosa, foss’anche una bocciofila o una filodrammatica, non può che seminare il panico nel centrodestra e risate omeriche dall’altra parte.
E, siccome l’ha lanciata il Cainano, dà la misura di quanto questo sia bollito.
Ma anche di quale sia il livello medio della classe dirigente Pdl, se un Alfano qualsiasi passa per il migliore (seconda classificata, per dire, la Gelmini; dal terzo posto in giù, alcune specie di alghe e plancton).
In un paese serio, un partito che avesse fra le sue file un Alfano lo terrebbe ben nascosto, perchè non si sappia in giro.
Questi l’han fatto ministro della Giustizia, ruolo riservato a chi è disposto a tutto, anche a perdere la faccia, dunque è meglio se non ne ha una o l’ha già persa.
Il tapino manifesta preoccupanti carenze non solo in diritto costituzionale e penale, ma persino in aritmetica elementare.
Tre estati fa, per spiegare l’assoluta urgenza della sua legge bavaglio contro le intercettazioni, comunicò testualmente al Parlamento: “Secondo un mio calcolo empirico non scientifico, è probabilmente intercettata una grandissima parte del Paese. Le persone intercettate in Italia nel 2007 sono state 124.845. Ma poi ciascuna fa o riceve mediamente 30 telefonate al giorno. Così si arriva a 3 milioni di intercettazioni”.
Difficile concentrare una tale densità di balle in così poche parole. Gli italiani intercettati ogni anno sono circa 6 mila (non “la grandissima parte del Paese”, ma lo 0,001% della popolazione).
Poi è vero che parlano con altri (difficile che uno si telefoni da solo).
Ma è improbabile che ciascun italiano ogni giorno parli in media con 30 persone.
Ed è demenziale pensare che l’indomani parli con altre 30 totalmente diverse da quelle del giorno prima.
Ma soprattutto: che vuol dire “secondo un mio calcolo empirico”?
Il ministero della Giustizia ha un ufficio studi che sforna dati scientifici.
Ma Alfano teme che quelli scientifici smentiscano le baggianate che dice e preferisce usare un suo personalissimo pallottoliere, ovviamente guasto.
Lo stesso che ha consultato l’altro giorno prima di dichiarare al Parlamento che il disastro ferroviario di Viareggio si prescrive nel 2032 e gli omicidi colposi de L’Aquila nel 2044.
Dunque la prescrizione breve non impedirà di celebrare quei processi: a suo dire, siccome i fatti risalgono rispettivamente al 2010 e al 2009, il disastro colposo si prescriverebbe in 22 anni e l’omicidio colposo plurimo in 35.
In realtà si prescrivono al massimo in 12 e mezzo e in 19. La metà di quel che dice Alfano.
Ma, siccome gl’imputati sono incensurati e qualche attenuante spetta loro di diritto, la prescrizione scende a 7 anni e mezzo, che con la prescrizione breve diventano 7.
Ergo bisognerà chiudere i processi in Cassazione entro il 2016-2017.
Cioè, con buona pace di Alfano, si prescriveranno.
Ora il premier ha designato questo Archimede Pitagorico a spiegare a Napolitano che la prescrizione breve è conforme alla Costituzione.
L’impresa sarebbe titanica già per un giurista vero, visto che la legge è un concentrato di incostituzionalità (cambia le regole dei processi già iniziati e crea una disparità di trattamento fra le vittime di incensurati e quelle di pregiudicati): figurarsi per questo giurista per caso.
Che sarà venuto in mente a B. di affidare la lezione sulla costituzionalità di una legge a un ministro che in due anni se n’è viste radere al suolo due dalla Consulta perchè incostituzionali (“lodo” Alfano e legittimo impedimento)? Forse non ha trovato di meglio.
O forse è davvero convinto che Angelino Jolie sia il meglio.
Del resto, diceva Voltaire, “chiedete al rospo che cos’è la bellezza: vi risponderà che è la rospa”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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