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SONDAGGIO ELEZIONI COMUNALI A BOLOGNA: CROLLA IL PDL DAL 25% AL 16%, IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA SI AVVICINA AL 51%, IL TERZO POLO INTORNO AL 10%

Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile

TRA GLI ALTRI PARTITI, STABILE IL PD, CRESCE LA LEGA MA NON RECUPERA I VOTI PERSI DAL PDL…PERDONO QUALCHE PUNTO I GRILLINI E L’IDV, CRESCE IL TERZO POLO

Virginio Merola lotta per vincere al primo turno, “in bilico” nel nuovo sondaggio Ipr Marketing attorno al 51%.
Dietro di lui, ma molto staccato, Manes Bernardini per il centrodestra si piazza secondo al 33% e Stefano Aldrovandi, civico sostenuto dal Terzo polo, ha una forbice tra l’8% e il 10%.
Tra i partiti risulta in crollo il Pdl, con un 16% che rappresenta quasi dieci punti in meno rispetto alle ultime regionali.
Sorpasso del Carroccio,   che sale al 16,5%, ma non recupera la percentuale persa dal Pdl.
A un mese dal voto, la fotografia scattata da Ipr Marketing , non scioglie del tutto le riserve.
“Esiste comunque una “forchetta” nei risultati dei sondaggi – spiega il direttore di Ipr marketing, Antonio Noto – quindi anche se il risultato è 51% per Merola questo significa che le percentuali oscillano tra 49 e 53%”.
Tra i sondaggi in circolazione in questi giorni infatti ce n’è anche uno che colloca Merola in una forbice poco sotto il 50%.
Con la rilevazione effettuata tra sabato e lunedì, su un campione di 1.000 elettori selezionati per età , sesso e residenza e poi elaborati col sistema Cati, Ipr Marketing ha “scattato una fotografia della situazione a un mese dal voto”, precisa Noto.
Cioè si dà  ai candidati la “griglia di partenza” prima della corsa finale all’ultima preferenza.
Il Pd mantiene più o meno il suo ultimo risultato, con un calo contenuto (38% contro 39,9% del 2009 e 40,97% delle ultime regionali) quindi la possibilità  di passare al primo turno di Virginio Merola sono legate a doppio filo alla performance della lista di Amelia Frascaroli.
Il sondaggio Ipr le attribuisce un 7% ben oltre l’Idv (il partito di Di Pietro fermo al 4%, aveva alle regionali di due anni fa il 7,3%) superiore anche alla somma dei partiti che appoggiano la “primarista”.
Stabile la Federazione della sinistra che passa dall’1,8% del 2009 all’1% di questo sondaggio.
“Più i partiti sono piccoli e i numeri sono bassi, più è difficile calcolare la “forchetta” – dice Noto – più i numeri sono alti e maggiore è l’oscillazione”. Questa tendenza sarebbe confermata da rilevazioni nazionali dei partiti della coalizione.
Alle prossime elezioni mancano all’appello anche le liste di Bologna Città  Libera di Valerio Monteventi e la lista civica Pasquino per Bologna, un 4% di voti sempre concentrati a sinistra.
Sempre più ago della bilancia i “grillini” del Movimento 5 stelle, che non eguagliano però la performance delle ultime regionali, quando Giovanni Favia portò a casa il 9,3% a Bologna.
Oggi il candidato “debuttante” Massimo Bugani può contare sul 5,5% degli intervistati da Ipr Marketing, piazzandosi comunque quarto e con il 2% in più rispetto alle ultime amministrative.
Una crescita che “pesca” soprattutto nell’elettorato di centro sinistra e che quindi può mandare Merola al ballottaggio anche per pochissimi voti.
In caso di ballottaggio, secondo questa rilevazione, sarebbe Manes Bernardini a piazzarsi secondo col 33%.
Il partito di Bossi, che esprime anche il candidato sindaco, registra un vero e proprio boom sotto le Due Torri.
Dal’9,6% dello scorso anno alle regionali, il Carroccio vola al 16,5% di oggi, superando anche il Pdl.
Per il partito del premier una brusca frenata, che in questo caso si tradurrebbe anche in un numero molto più basso di consiglieri comunali.
Il Pdl, accreditato di un 16% aveva alle regionali a Bologna città  ottenuto il 24% e alle scorse comunali , diviso in due liste, al 25,5%.
Una perdita di quasi il 10%.
Stefano Aldrovandi, invece, civico sostenuto dal Terzo polo e appoggiato anche dall’ex sindaco Giorgio Guazzaloca,   si ferma all’8%, ma in altre rilevazioni raggiunge una percentuale maggiore, oltre il 10%.
Va considerato che l’Udc qua non raggiungeva il 4% alle scorse regionali.
Ma resta un mese tutto da giocare, la campagna elettorale adesso entra nel vivo.

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IL GOVERNO BERLUSCONI-SCILIPOTI SI E’ FATTO SOLO UN’AGOPUNTURA: LA POLITICA SI FA FUORI DAL PALAZZO

Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO MESI DI CAMPAGNA ACQUISTI LA MAGGIORANZA E’ SEMPRE FERMA A 314 VOTI, INVECE DEI 316 NECESSARI E DEI 330 ANNUNCIATI… ORA SARANNO IMPORTANTI LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DOVE IL CASTELLO DI CARTA DEL PREMIER POTREBBE CROLLARE

Era il 14 dicembre 2010: viene votata la sfiducia al governo.
Votano a favore della maggioranza in 314, contro in 311.
Nei giorni precedenti si era assistito a uno squallido mercato di compravendita di voti in Parlamento per permettere al premier di non dover presentarsi in tribunale senza più immunità .
Non a caso i provvedimenti in tema di giustizia nei mesi seguenti sono stati tutti caratterizzati dall’obiettivo di assicurarsi l’immunità  giudiziaria, nel caso qualcuno avesse avuto dei dubbi.
Nasce il governo Berlusconi-Scilipoti & soci, ma il premier annuncia da subito che “altri seguiranno, saremo in 330, Fli si sfascerà , c’è la ressa per rientrare nel Pdl”.
Lasciamo parlare i fatti.
26 gennaio, sfiducia a Bondi, maggioranza prende 314 voti
13 febbraio, caso Ruby, maggioranza sale a 315 voti
25 febbraio, fiducia sul Milleproroghe: maggioranza scende a 309 voti
2 marzo, federalismo municipale, maggioranza risale a 314 voti
24 marzo, risoluzione sulla Libia, maggioranza riscende a 300 voti
5 aprile, conflitto di attribuzione, maggioranza risale a 314 voti
13 aprile, processo breve, maggioranza ferma a 314 voti
In pratica da dicembre il governo non ha mai raggiunto, su un provvedimento, la maggioranza richiesta di 316 deputati su 630.
Nonostante i tentativi vergognosi di comprare deputati con promesse, posti di governo e di sottogoverno, garanzia di ricandidature.
Nulla, da quota 314 Silvio non si è smosso.
E quella quota la raggiunge solo con tutti i ministri precettati e presenti in Aula, senza missioni, malattie e impegni vari.
Cosa che può sostenere solo programmando le votazioni, non certo nel normale iter parlamentare dove andrebbe spesso sotto.
Per questo il Parlamento è fermo, per non correre rischi.
Ma questa era solo la doverosa premessa, peraltro necessaria per rendere evidente il bluff permanente del premier.
Da qui discende in molti la domanda: ma questo governo resisterà  fino a fine legislatura?
Il premier è intanto finora riuscito a distribuire pochi posti di governo e, avendone altri a disposizione, ha giocato con gli “aspiranti” a nascondino, trattenendoli sulle spine.
Non potevano così non sostenerlo, confidando nella mancia promessa.
Ora che dovrà  accogliere le loro richieste, è chiaro che qualche scontento emergerà .
Ma più di questo aspetto, conterà  l’esito “fuori dal Palazzo” ovvero il consenso elettorale.
Se venisse meno questo, il Pdl imploderà  da sè.
Sono quindi fondamentali gli esiti delle elezioni amministrative tra un mese: dovesse cadere la Moratti a Milano, tanto per capirci, e il Pdl perdesse ovunque diversi punti in percentuale, va da sè che i “riposizionamenti interni” porterebbero sull’orlo della crisi.
E qualcuno comincerebbe a guardare ad un’alternativa per non essere tagliato fuori dai giochi futuri.
In conclusione avere la maggioranza risicata in Parlamento può fare sopravvivere, ma non averla nel Paese porta solo ai funerali di Stato.
E allora neanche l’agopuntura di Scilipoti può fare miracoli.

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SI AGGRAVA LA POSIZIONE DEL LEGHISTA BRIGANDI’: DOPO LA CACCIATA DAL CSM, ORA GLI TOCCA IL PROCESSO PER ABUSO D’UFFICIO

Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile

DICHIARATO DECADUTO DAL CSM IN QUANTO LA CARICA DI CONSIGLIERE E’ INCOMPATIBILE CON QUELLA DI AMMINISTRATORE DI UNA SOCIETA’ COMMERCIALE… SOTTO PROCESSO PER AVER ILLECITAMENTE DIFFUSO UN FASCICOLO RISERVATO, PASSANDOLO A UN GIORNALISTA…   IN POCHI MESI HA COMBINATO SOLO GUAI

Comincerà  il 31 ottobre prossimo, davanti alla decima sezione penale del tribunale di Roma, il processo per abuso d’ufficio a carico dell’esponente della Lega Matteo Brigandì, che il Consiglio superiore della magistratura ha dichiarato decaduto dalla carica di componente laico.
Il gip Daniela Parasporo ha accolto la richiesta di giudizio immediato sollecitata dal pm Sergio Colaiocco che ha contestato a Brigandì di aver acquisito e illecitamente diffuso, passandolo a una giornalista, un fascicolo relativo a un procedimento disciplinare risalente agli anni Ottanta sull’attuale procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini.
Per questa vicenda, sarà  processato anche l’assistente di Brigandì, Fabio Faccaro.
Si è chiuso invece una decina di giorni fa, con l’avviso di fine indagine notificato al diretto interessato, il capitolo di inchiesta per il reato di falso, caso da cui è scaturito il processo disciplinare al Csm.
Brigandì, in particolare, è accusato dalla procura di aver omesso di dichiarare di essere amministratore di una società  della Lega, la Fingroup spa, ruolo incompatibile con quello di consigliere di Palazzo dei Marescialli, e così facendo ha indotto in errore lo stesso organo di autogoverno della magistratura al momento della sua nomina.
Con una decisione senza precedenti — passata con 19 sì, tre no e due astenuti — il Plenum del Csm ha infatti dichiarato la sua decadenza.
La legge stabilisce l’incompatibilità  tra l’essere componente di un consiglio di amministrazione di una società  commerciale e l’incarico di consigliere del Csm.
Con la sua uscita dal Csm e sino a quando il Parlamento in seduta comune non nominerà  il suo successore, il gruppo dei laici che fanno riferimento alla maggioranza di Governo scende a 4 consiglieri.
Si tratta di una soglia che non consente di far mancare il numero legale alle sedute del Plenum del Csm; un’arma di cui i laici di Pdl e Lega non si sono mai avvalsi in questa consiliatura, a differenza di quanto accaduto in quella precedente.

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PERCHE’ LA PRESCRIZIONE BREVE METTE A RISCHIO TANTI PROCESSI

Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile

DAL TERREMOTO DELL’AQUILA AL CASO PARMALAT, DALLA CIRIO ALLA THYSSEN KRUPP, TUTTI I PROCEDIMENTI A RISCHIO… TRATTANDOSI DI PROCESSI GIA’ LUNGHI E COMPLESSI DI NATURA GLI AVVOCATI DEGLI IMPUTATI ORA AVRANNO UN’ARMA IN PIU’ PER SOLLEVARE CAVILLI TENDENTI A POSTICIPARE LE SENTENZE NEI TRE GRADI DI GIUDIZIO… E LA PARTE LESA RISCHIA DI NON AVERE GIUSTIZIA

Il processo breve è stato approvato alla Camera.
Adesso il Cavaliere è ad un passo dalla prescrizione del processo Mills e, in successione, da quello Mediaset e Mediatrade, mentre per l’affaire Ruby forse dovrà  attendere che la norma Mugnai presentata al Senato sul processo lunghissimo, vanifichi anche questo ennesimo sforzo della magistratura.
Il processo breve, però, è anche altro, oltre a essere l’ennesima legge ad personam.
E’, soprattutto, un colpo mortale alla giustizia italiana e a tutte quelle persone che da anni, spesso davvero da troppi anni, attendono di vedere pagare i colpevoli di alcuni dei più gravi delitti che hanno punteggiato gli ultimi decenni della storia criminale del Paese.
Scandalo della Clinica Santa Rita a Milano.
Tra il 2005 e il 2008, si ricorderà , presso la Santa Rita venivano effettuati interventi abnormi e invasivi su pazienti eseguiti ‘in totale disprezzo delle condizioni di fragilità ‘ del malato.
Le accuse portate ai responsabili vanno dalla truffa al falso ideologico, passando per la falsificazione delle cartelle cliniche e sopratutto, per una serie di interventi inutili o dannosi che hanno provocato lesioni gravi o gravissime per circa novanta persone, oltre alla morte di cinque pazienti. Infatti, tra le accuse mosse agli indagati (in tutto, non meno di diciotto), figura anche l’omicidio volontario aggravato da crudeltà .
Ebbene, in virtù del fatto che gli imputati sono tutti incensurati, potranno beneficiare della prescrizione breve.
Processo Cirio, a Roma.
Il 14 marzo 2008, a sei anni dal default da 150 miliardi di vecchie lire è cominciato il processo a Cragnotti e ad altri 32 imputati, tra cui Cesare Geronzi. Tutti accusati di bancarotta per distrazione e truffa aggravata ai danni dei risparmiatori della Cirio.
La vicenda risale al 2003, quando il fallimento del gruppo Cirio, allora guidato da Cragnotti, aveva fatto andare in default obbligazioni per 1,125 miliardi di euro, emesse tra il 2000 e il 2002.
Il 2 marzo 2011 la Procura della Repubblica di Roma ha richiesto per il crac Cirio 15 anni di reclusione per Sergio Cragnotti e 8 per Cesare Geronzi. Anche qui, tutti gli imputati sono incensurati, tutti potranno beneficiare della prescrizione breve.
Caso Thyssen Krupp.
A Torino il 6 dicembre 2007, per rispolverare la memoria, scoppiò un incendio nello stabilimento e morirono sette operai, alcuni dopo settimane di agonia. Gli imputati sono sei. Harald Espenhahn, l’ammistratore delegato della Thyssen è accusato di omicidio volontario per il rogo della Thyssenkrupp. Con lui è anche Gerald Priegnitz, consigliere di amministrazione e membro del board della multinazionale dell’acciaio.
Le richieste finali del pm, Raffaele Guariniello pronunciate il 14 dicembre 2010, sono state di sei condanne per quasi 80 anni di carcere complessivi. Solo per l’amministratore delegato del gruppo Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, Guariniello, ha chiesto 16 anni e 6 mesi anni di reclusione.
Anche in questo caso, tutti gli imputati sono incensurati e così anche qui tutti potranno beneficiare della prescrizione breve.
Scandalo della sanità  pugliese.
Dove Giampaolo Tarantini, dal maggio 2009, con altre 78 persone, è imputato a Bari per corruzione, favoreggiamento della prostituzione, spaccio di sostanze stupefacenti e falso nell’ambito dell’inchiesta sugli scandali della sanità  pugliese. Per lui come per i suoi complici, la prescrizione breve sarà  d’obbligo: tutti incensurati.
Caso Fincantieri a Palermo.
Il 15 febbraio 2010 muoiono 40 operai. Undici ex rapresentanti legali di Fincantieri e di una serie di imprese dell’indotto sono accusati di omicidio colposo e di lesioni colpose gravissime. Non sono state adottate le misure di sicurezza adeguate che hanno poi causato la morte di 40 lavoratori che hanno contratto gravi forme tumorali per aver lavorato con l’amianto. Tutti i dirigenti risultano incensurati, potranno beneficiare delle norme che si stanno per approvare.
Caso processo Eternit, lungo e penoso. I
I fatti: dal 1907 al 1986 a Casale Monferrato ha operato la multinazionale Eternit, specializzata nella produzione di prodotti in cemento amianto per l’edilizia.
Il maxi processo eternit di Torino riprenderà  il prossimo 14 giugno 2011. Il male d’amianto ha colpito migliaia di persone a Casale, a Cavagnolo, a Rubiera, a Bagnolo, tutti stabilimenti della società  eternit.
Gli indagati sono accusati dalla procura di Torino di disastro doloso permanente ed omissione dolosa di misure anti infortunistiche. Anche qui, grazie alla norma salva Berlusconi, tutti gli imputati resteranno impuniti.
Crac Parmalat, il più grande scandalo di bancarotta fraudolenta e aggiotaggio perpetrato da una società  privata in Europa.
Il buco lasciato dalla Parmalat si aggirava sui quattordici miliardi di euro.
Il fallimento della Parmalat è costato l’azzeramento del patrimonio azionario ai piccoli azionisti, mentre i risparmiatori che avevano investito in bond hanno ricevuto solo un parziale risarcimento.
Con l’accusa di bancarotta fraudolenta, è stato condannato a diciotto anni di reclusione il patron della Parmalat, Calisto Tanzi, nonchè numerosi suoi collaboratori tra dirigenti, revisori dei conti e sindaci.
Si sono svolti due processi paralleli cominciati nel 2004: al tribunale di Milano per i reati di aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza, falso in comunicazioni (sociali e ai revisori) e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob.
A quello di Parma per associazione a delinquere e bancarotta.
In particolare, a Milano, tra le persone fisiche giudicate con rito ordinario, risulta condannato il solo Calisto Tanzi, a 10 anni di reclusione.
Tra pochissimi giorni le banche potrebbero non dover pagare più nulla a oltre 120 mila obbligazionisti, mentre per 80 mila di quei risparmiatori si potrebbe chiudere l’ultima finestra per sperare nei rimborsi.
Questo perchè il 18 Aprile del 2011 è attesa la sentenza di primo grado nel processo per aggiotaggio, reato che per le persone fisiche scatta dopo sette anni e mezzo.
Se anche si dovesse arrivare a una sentenza di colpevolezza di primo grado sarebbe penalmente una vittoria di Pirro, perchè con l’appello scatterebbe senz’altro la prescrizione del reato.
Tutte le condanne di Milano e Parma saranno annullate a breve dalla prescrizione, anche grazie alla beffa finale di questa legge, tutti gli imputati erano incensurati e tutti potranno beneficiare anche della prescrizione breve.
Il terremoto dell’Aquilae il crollo della Casa dello Studente .
È stata rinviata al 5 novembre prossimo l’udienza preliminare relativa a quel crollo che accoglieva gli studenti vincitori di borsa di studio dell’Università  abruzzese, uno dei filoni simbolo della maxi inchiesta sul terremoto che nel 2009 devastò il capoluogo abruzzese.
I capi di imputazione per gli indagati sono omicidio colposo e disastro colposo reati puniti dal Codice con una pena fino a 10 anni.
Da mesi oltre al dolore per le loro perdite e per la lentezza dei procedimenti giudiziari, i parenti delle vittime del terremoto dell’Aquila ringraziano per il processo breve.
Se il disegno di legge andasse in porto, potrebbe voler dire dover rinunciare alla possibilità  di veder condannati i colpevole dei crolli.
Strage di Viareggio: 33 vittime innocenti.
Nell’inchiesta aperta dalla Procura di Lucca sul disastro ferroviario di Viareggio sono 38 gli indagati: ci sono manager e dipendenti di Ferrovie dello Stato, di Rfi (Rete ferroviaria italiana), di Trenitalia, di Fs Logistica, di Cima Riparazioni, della tedesca GATX Rail Germania e dell’austriaca GATX Rail. Per tutti gli indagati la Procura di Lucca formula le seguenti ipotesi di reato: incendio e disastro ferroviario colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. Tutti gli imputati sono incensurati, tutti potranno beneficiare della prescrizione breve. Le vittime non avranno mai giustizia.
Solo perchè Silvio voleva salvarsi dai suoi processi.

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A GALLARATE “FUTURO E LIBERTA'” SI ALLEA CON LA LEGA, INSORGONO I MILITANTI FINIANI: “QUALCUNO SI E’ VENDUTO PER UNA POLTRONA”

Aprile 14th, 2011 Riccardo Fucile

FUORI DA FLI CHI FA ALLEANZE CON I RAZZISTI E CON CHI “COL TRICOLORE SI PULISCE IL CULO”….FUTURO E LIBERTA’ DEVE AVERE UN’UNICA PREGIUDIZIALE: “MAI CON LA FECCIA LEGHISTA”…E SE A ROMA QUALCUNO PROTEGGE CERTI MANUTENGOLI LOCALI, TORNI PURE AD OCCUPARE LA POLTRONA CHE SILVIO GARANTISCE AI SERVI

«Lega becera, arrogante, che conserva nello Statuto come articolo unico la secessione. La Lega che vuole la Padania fuori dall’Italia e l’Italia fuori dall’Europa. E con Castelli che dichiara che non possiamo sparare agli emigranti…per ora. Non possiamo accettarlo, noi non vogliamo essere un supporto per i politicanti della Prima Repubblica che si vendono per una poltrona, ma ci stiamo rendendo conto che l’entusiasmo, lo spontaneismo che ci hanno guidati fin dall’inizio iniziano a essere soffocati da queste logiche di interessi».
Parole dure, quelle espresse in una lunga lettera inviata al Futurista, da parte di una giovane militante di Futuro e libertà .
La notizia che ha spinto un gruppo di giovani a protestare contro la “logica della poltrona”, è stato l’accordo elettorale — stretto a Gallarate, in provincia di Varese — tra la Lega e una lista civica messa in piedi da esponenti “finiani”: un progetto che mira a fare fuori il Pdl in occasione delle prossime elezioni amministrative.
L’accordo sarebbe stato siglato dal consigliere regionale ex An Luca Ferrazzi, responsabile provinciale di Fli, e dal coordinatore provinciale della Lega Stefano Candiani.
Nella lettera, la giovane militante esprime amarezza.
E ricorda quando l’assessore ai servizi sociali di Malnate, Barbara Mingardi, che scrisse su Facebook che “il tricolore va usato come carta igienica” (riprendendo l’ormai celebre invettiva del Senatùr).
O quando in occasione della festa della Repubblica il 2 giugno, in presenza del ministro Maroni l’inno d’Italia venne sostituito da “la gatta” di Gino Paoli, per un “evento totalmente a carico dei contribuenti italiani”.
“La società  civile rientra nei ranghi, torna a non credere più che il presidente Fini aveva teso loro una mano. Questa politica non gli piaceva prima, e continua a non piacergli”, dice sconsolata.
Questa vicenda merita una riflessione.
Mentre in Fli sta prendendo corpo, in varie parti d’Italia, una base giovanile militante e “futurista”, proiettata verso nuovi obiettivi e rinnovate metodologie operative, è innegabile che all’interno del partito permangano le incrostazioni della vecchia politica.
Personaggi che, anche a livello nazionale, non perdono occasione di richiamare il Fli al presunto dovere di fedeltà  a quella fogna a cielo aperto che è l’alleanza affaristico-razzista tra Pdl e Lega.
Personaggi che rappresentano solo le quinte colonne del “gran puttaniere”   e di quella congrega che ha sputtanato la destra italiana a livello internazionale, con conseguenze che la destra pagherà  per anni.
Un piede dentro a Fli e uno quotidianamente fuori, costoro non contano un cazzo a livello interno, ma ogni giorno stilano pagelle su ciò che è permesso e ciò che non sarebbe opportuno.
Neanche qualcuno gli avesse riconosciuto una laurea honoris causa sui valori della destra italiana.
Perchè se avessero solo seguito la prima lezione del teorico corso dell’ateneo in questione, avrebbero appreso che una destra vera non può avere nulla a che fare con puttanieri, inquisiti, corrotti, razzisti e secessionisti.
Questa è l’unica pregiudiziale che dovrebbe avere Fli nella ricerca delle alleanze alle prossime amministrative: se Terzo Polo deve essere, si abbia la coerenza di presentarsi sempre come tale.
Qualche poltrona in meno poi, non potrà  che fare bene, scremerà  la classe dirigente del partito e allontanerà  chi pensa di ricavarne qualche beneficio, monetizzando la sua scelta.
Che da Roma qualcuno scelga: o si rappresenta la base o il furbetto del quartierino gallaratino.
Se poi a qualcuno la cosa dà  fastidio, può sempre togliere il disturbo.
Possibilmente prima di essere accompagnato alla porta con metodologie meno raffinate.

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LA VERA FACCIA DELLA LEGA: C’ERA UNA VOLTA IL CARROCCIO DI LOTTA E DI GOVERNO, ORA E’ RIMASTO PRIGIONIERO DELLA SUA STESSA PROPAGANDA

Aprile 13th, 2011 Riccardo Fucile

NON LOTTA PIU’ COME VORREBBE E NON GOVERNA COME SAREBBE NECESSARIO…LA MACCHINA POPULISTA SI E’ INCEPPATA DAVANTI AI PROBLEMI REALI DEL PAESE DA RISOLVERE…E TENERE BORDONE ALLE LEGGI AD PERSONAM DEL PREMIER RIVELA UNA PROFONDA CORRUTTIBILITA’ MORALE

Le prime avvisaglie del cambiamento si sono avute nelle splendide giornate di Torino e di Milano, in occasione della visita del presidente della Repubblica per le celebrazioni dell’Unità  d’Italia.
Le manifestazioni sono state accompagnate da un successo popolare superiore alle più rosee aspettative e, forse per la prima volta, la Lega non ha saputo intercettare la tanto evocata «pancia del Paese».
Proprio la gente del Nord ha preferito guardare da un’altra parte, verso l’unità  e non la divisione, verso la solidarietà  e non l’egoismo.
Il Carroccio appare prigioniero della sua propaganda, incapace di governare i problemi che una perenne retorica dell’emergenza e della radicalizzazione dei conflitti hanno amplificato presso il proprio elettorato di riferimento che ora inizia a chiedergli il conto.
Basta ascoltare in questi giorni Radio Padania o sfogliare il quotidiano del partito per percepire l’insoddisfazione della base che denuncia il tradimento dei suoi ministri e attacca la Lega che prima «era tigre» e adesso «Roma l’ha ridotta a un gattino».
Naturalmente il bacino elettorale leghista è più ampio di queste manifestazioni militanti, ma sarebbe sbagliato sottovalutare un simile rumore di sottofondo.
La prima difficoltà  della Lega riguarda la crisi della leadership berlusconiana impelagata in una lotta senza quartiere contro la magistratura.
Inevitabilmente questa crisi si riverbera sulla qualità  dell’azione di governo, tutta concentrata, e ormai da troppo tempo, sulla sorte giudiziaria del premier. La Lega ha patteggiato il sostegno alle leggi ad personam con l’appoggio al federalismo, sottovalutando però il fatto che le prime sono immediatamente percepibili nei loro costi sociali in termini di tutela della legalità  generale, mentre la riforma federale rimanda a un futuro incerto ed evanescente, nel frattempo accompagnato da un tangibile aumento della pressione fiscale.
La seconda difficoltà  concerne l’impianto culturale della classe dirigente leghista a livello locale e nazionale.
Molti di loro potranno essere buoni sindaci e amministratori del territorio, ma hanno difficoltà  a guardare al sistema Italia nel suo insieme dentro un quadro di rapporti europei e internazionali sempre più complesso.
Davanti a questi ostacoli i dirigenti leghisti provano a reagire, giocando la carta dell’antieuropeismo (si pensi alle dichiarazioni del ministro Maroni in favore di telecamera) e quella della xenofobia (si legga l’intervista del governatore Zaia che accusa i tunisini di «pretendere che tu non dia loro carne di maiale da mangiare») così da rientrare in connessione emotiva con i propri militanti, i quali rivendicano ai microfoni di Radio Padania il loro razzismo quando auspicano di invadere di maiali Lampedusa o di sparare addosso a quei tunisini in fuga. In verità , i leghisti sanno bene che il loro elettorato del Nordest conosce la realtà  dell’immigrazione, quella che lavora e produce e che consente già  oggi, ad esempio, di pagare le pensioni degli italiani.
Solo che la vogliono a basso costo e dunque agitano lo spettro criminale perchè sanno che un lavoratore senza diritti è più debole e quindi ricattabile sul piano economico e psicologico.
Se per un immigrato fosse più semplice ottenere la cittadinanza, dentro una cornice di diritti e di doveri riconosciuti, non sarebbe più disponibile a lavorare a qualsiasi prezzo, nero e clandestino come nera e clandestina è la sua condizione di sfruttamento.
Sono queste verità  elementari, patrimonio comune delle classi dirigenti europee conservatrici come progressiste, che solo in Italia vedono i leghisti al governo fingere che non esistano e anzi soffiare irresponsabilmente sul fuoco che ora li sta lambendo.
L’impressione è che le vele della demagogia si stiano sgonfiando e che il vento abbia cominciato a cambiare direzione: il tempo dell’incantesimo populista sembra ormai alle nostre spalle.
Unità  nazionale, coesione sociale e patto costituzionale sono i tre pilastri su cui costruire un’alternativa a questa destra incardinata lungo l’asse Lega-Berlusconi, che in realtà  non è più maggioranza nel paese, ma resiste arroccata al potere, tra uno Scilipoti e l’altro, e abbaia all’Europa perchè non riesce più a governare l’Italia.

Miguel Gotor
(da “La Repubblica“)

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ORA GLI IMMIGRATI DOVRANNO ESSERE DISTRIBUITI ANCHE NELLE REGIONI DEL NORD: 3.200 IN LOMBARDIA, 1.600 IN VENETO, 1.400 IN PIEMONTE

Aprile 13th, 2011 Riccardo Fucile

SCOPERTO IL BLUFF DI MARONI, ORA ANCHE LE REGIONI LEGHISTE DOVRANNO DARE OSPITALITA’ AI TUNISINI E AI PROFUGHI, SENZA PIU’ SCARICARE L’ACCOGLIENZA SULLE REGIONI DEL CENTRO-SUD… LA SOLIDARIETA’ NON DEVE AVERE PIU’ STECCATI

Per il ministro dell’Interno e Palazzo Chigi si fa notte fonda.
Perchè a dispetto della telefonata con cui Silvio Berlusconi ha «rassicurato» Roberto Maroni sulla «condivisione della linea assunta in Europa», il vertice in Lussemburgo, nel sigillare di fatto l’emergenza profughi all’interno delle nostre frontiere, promette una immediata reazione a catena tutta di segno domestico.
Di più: caccia la Lega e il suo ministro in un angolo.
Evaporata la possibilità  di “disperdere” oltre la frontiera francese buona parte dei 20 mila, tra clandestini e profughi, che hanno raggiunto il nostro Paese in questi primi quattro mesi dell’anno, si riapre infatti da oggi il redde rationem della «solidarietà  nell’accoglienza» tra il Centro-Sud e le grandi Regioni del Nord a trazione leghista: Lombardia, Piemonte, Veneto.
E dunque torna a materializzarsi l’incubo elettorale che ha sin qui orientato le scelte del Governo.
Per settimane, rassicurati da Maroni e dalla “trovata” dei permessi di soggiorno temporanei che, nell’azzardo di Palazzo Chigi, avrebbero dovuto spalancare le porte dell’area Schengen ad almeno 15 mila cittadini tunisini, Cota (governatore del Piemonte), Zaia (governatore del Veneto), Formigoni (governatore della Lombardia) non sono infatti andati oltre un generico impegno ad «accogliere i soli profughi».
Certi che il giorno in cui avrebbero dovuto fare sul serio e misurarsi con la pancia del loro elettorato sarebbe stato lì da venire.
Ma, oggi, Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile e neo commissario straordinario per l’emergenza profughi, forte dell’accordo siglato la scorsa settimana nella “cabina di regia” Stato-Regioni, presenterà  il conto di quell’impegno alla «condivisione dell’emergenza».
Ebbene, il conto dice che nel giro di pochi giorni, la Lombardia dovrà  mettere a disposizione strutture per ospitare oltre 3.200 tra profughi e clandestini con permesso di soggiorno temporaneo: un terzo in più di Lazio e Campania, una volta e mezza la quota assegnata alla Puglia.
Il Piemonte dovrà  farsi carico di oltre 1.400 presenze.
Il Veneto di 1.600.
In un’aritmetica che, a questo punto, non contempla margini di negoziazione e che – a stare al piano di emergenza licenziato dal Viminale – fissa in una proporzione di 1 migrante ogni 1.000 abitanti la soglia massima di accoglienza delle 18 Regioni (l’Abruzzo è escluso) e delle due provincie autonome del nostro Paese.
«Per fortuna la matematica e i dati Istat sulla distribuzione della popolazione in Italia non sono opinabili», ripetono in queste ore i tecnici del Viminale e della Protezione Civile.
«Se la Lombardia, con i suoi 9 milioni e 800 mila abitanti, conta per il 16 per cento della popolazione italiana, contribuirà  all’accoglienza del 16 per cento dei 20 mila tra clandestini e profughi presenti in questo momento sul nostro territorio. E se la Basilicata conta per lo 0,9 per cento, alla Basilicata non si potrà  chiedere, al momento, di accogliere più di 200 migranti».
Questo significa – aggiungono le stesse fonti – che, di qui ai prossimi giorni, «andranno progressivamente smantellate le tendopoli in Sicilia, in Puglia, in Campania e redistribuito il carico dell’accoglienza sull’intero territorio nazionale, alleggerendo quelle Regioni che oggi contano presenze superiori a quanto stabilito dal piano».
Il passaggio promette di essere tutt’altro che politicamente agevole.
Cota e Zaia, ieri, si sono precipitati ad accusare l’Unione («Europa scandalosa e vergognosa»), ma si sono guardati bene (al contrario di quanto accaduto per l’intera giornata in Umbria, Emilia Romagna, Basilicata) dal dare alcuna indicazione su numeri e strutture pronte per l’accoglienza, di cui pure, entro oggi, dovranno dare conto al Governo.
Non esattamente un buon inizio, pensando che i numeri dell’emergenza, oggi fermi a 20 mila migranti, dovrebbero comunque essere destinati a salire con l’aumento del flusso dei profughi dalla Libia.
E che la situazione di Lampedusa e dei respingimenti promette settimane molto complicate.
L’isola ha cominciato a bruciare dei fuochi dei 1.000 clandestini in attesa di essere rimpatriati. Sono i primi segnali della rivolta. Non saranno gli ultimi. Non fosse altro perchè il loro rientro – ammesso e non concesso che dalle coste tunisine non ci siano nuovi arrivi – potrà  procedere, secondo gli accordi con Tunisi, a un ritmo di 60 migranti al giorno, sei giorni su sette.
E, dunque, non sarà  completato prima di venti giorni.

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“GLI ITALIANI IN SVIZZERA? VIA A CALCI IN CULO”: COSI’ LA LEGA TICINESE VUOLE TRATTARE I LAVORATORI DELLA PADAGNA

Aprile 13th, 2011 Riccardo Fucile

IL VIRUS LEGHISTA FINISCE QUESTA VOLTA AD INVOCARE PER GLI ITALIANI IL TRATTAMENTO CHE BOSSI VUOLE RISERVARE AGLI IMMIGRATI.. IL PROGRAMMA DELL’IMPRESENTABILE GIULIANO BRIGNASCA DALLA RICCA FEDINA PENALE

“Tremonti con la Svizzera sta facendo il pirla. Ma è un somaro se non tratta con noi. Ora deve ascoltarci”.
Con ragionamenti politici come questo — e con slogan come “i frontalieri (gli italiani pendolari che vengono in Svizzera a lavorare, ndr) verranno cacciati a calci in culo” — Giuliano Bignasca ha conquistato il cuore (e i voti) degli abitanti del Canton Ticino, che hanno riservato alla sua Lega dei ticinesi un pienone di consensi, quasi il 30 per cento.
Che tradotto significa due scranni su cinque nel Consiglio di Stato (il governo del Cantone, assegnato su base proporzionale).
Un potere senza precedenti.
Le ragioni di questa ondata xenofoba non vanno ricercate solo nella crisi economica, che ha portato disoccupazione anche nel Cantone più “italiano” della vicina Svizzera.
L’insofferenza di una parte dei ticinesi per “gli italiani che ci portano via il lavoro”, e soprattutto per quella parte di tasse pagate sui dipendenti che il governo svizzero restituisce al nostro Paese, è un sentimento che brucia sotto la cenere da diversi anni.
Solo 6 mesi fa l’Udc, che non è la versione svizzera del partito di Casini ma è al contrario un movimento con posizioni di destra radicale, aveva lanciato una campagna contro i “frontalieri topi”.
Alla fine erano arrivate le scuse all’Italia, ma il messaggio intanto era passato. E l’assist al partito di Bignasca era servito.
Lui, soprannominato “il nano”, non è “l’uomo nuovo”, nè tantomeno “l’uomo—immagine”.
Figlio di uno scalpellino, ha ereditato l’azienda del padre e, insieme al fratello (anche lui nel partito) ha messo in piedi diverse imprese di costruzioni.
Il suo casellario giudiziario non è certo immacolato: nel corso degli anni si sono sommate condanne passate in giudicato per calunnia, diffamazione, ingiuria, droga.
E anche per avere sottratto gli oneri sociali ai suoi stessi dipendenti stranieri.
Eppure oggi, dopo un primo trionfo elettorale negli anni ’90 e una successiva crisi di consensi, è tornato sulla cresta dell’onda, sempre con slogan che contrappongono gli svizzeri agli usurpatori italiani.
Il personaggio è ruvido e non si fa problemi a mandare “a quel paese” i cronisti.
Ma ne ha anche per i ministri italiani e i governanti della sua stessa Svizzera: “O Tremonti mette a posto (rinnovando gli accordi bilaterali sulle tasse dei frontalieri, ndr), altrimenti buttiamo fuori 10 mila frontalieri. Ne abbiamo 48 mila, entro tre anni dobbiamo andare a 35 mila. Se lo capisce va bene, altrimenti gli spacchiamo le ossa. Tremonti fa il pirla con la Svizzera. Il blocco dei pagamenti ai comuni per i frontalieri? Questione di dieci giorni”.
Tutti avvisati.
Ogni giorno dalle provincie lombarde di Varese, Como e Sondrio migliaia di lavoratori varcano il confine attratti da stipendi mediamente più alti di quelli italiani.
Sono operai, impiegati, addetti alla grande distribuzione, ma anche camerieri, commessi o infermieri che da anni si rivolgono alle imprese del Canton Ticino per guadagnarsi la pagnotta.
Tanti italiani che provengono da zone tradizionalmente leghiste.
“Io faccio il frontaliere da sei anni — spiega un salumiere che lavora nella centralissima via Nassa di Lugano — e in Italia ho sempre votato Lega. Se ci mandassero via e ci rimpiazzassero con dei tunisini, mancherebbe la manodopera italiana, perchè noi veniamo qui a lavorare seriamente, non siamo in Svizzera per rubare o per scavalcare gli svizzeri”.
Insomma, la Lega dei ticinesi vuole far perdere il lavoro ad almeno 10 mila frontalieri.
Eppure la Lega Nord italiana appoggia e approva.
“Mi ha chiamato l’onorevole Giancarlo Giorgetti per complimentarsi”, spiega Bignasca.
E, interpellato dal Fatto Quotidiano, anche il sindaco leghista di Varese Attilio Fontana, dice: “Mi fa piacere che abbiano fatto questo risultato alle elezioni, si tratta di un movimento vicino al territorio, con cui la Lega Nord è sempre andata d’accordo”.
I frontalieri? Un dettaglio: “Credo che farebbero fatica a sostituire i lavoratori italiani con altrettanti lavoratori seri e di valore. I lavoratori frontalieri sono una risorsa per il Canton Ticino, lo sono doppiamente, perchè lavorano, producono e alla sera rientrano a casa loro, senza dunque appesantire infrastrutture e servizi”.
Le due Leghe, in effetti, hanno molto in comune: “L’unico elemento distintivo è quello degli italiani”, spiega Daniele Fontana (nessuna parentela con il sindaco), giornalista e responsabile della comunicazione del Partito socialista del Cantone.
“Tutti gli altri stereotipi sono uguali”, aggiunge.
Che cosa deve fare Bossi per accontentare i cugini svizzeri? Giuliano Bignasca ha le idee chiare: “Deve tagliare l’Italia sotto Bologna — azzarda serio — altrimenti siete falliti”.
E con il leader lumbard, Bignasca ha in comune anche l’avversione per la Carta costituzionale: “Io la Costituzione non l’ho mai letta e non la voglio leggere, al massimo la straccio. Che rapporto abbiamo con Berna? Come con Roma. Li mandiamo affan..”

Simone Ceriotti e Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MARONI CHE BRUTTA FIGURA: AL VERTICE EUROPEO DI IERI CHE HA DETTO NO ALL’ITALIA SUL PERMESSO DI SOGGIORNO EUROPEO HA VOTATO SI’ ANCHE LUI

Aprile 12th, 2011 Riccardo Fucile

LINEA DURA SOLO A USO GIORNALISTI E PER RABBONIRE LA BASE LEGHISTA… “MI SONO ASTENUTO” AVEVA DETTO, MA  IL PRESIDENTE LO SMENTISCE: “HA ESPRESSO RISERVE, MA ALLA FINE HA VOTATO SI'”… AVREBBE POTUTO PORRE UN “VETO”, MA NON LO HA FATTO

L’Italia non è stata messa all’angolo dall’Europa, ci si è messa da sola, sapendo bene quello che poteva e non poteva ottenere. E sapeva che la ridistribuzione dei 20.000 profughi tra i Ventisette non era nemmeno ipotizzabile.
La sconfitta pilotata del vertice dei ministri degli Interni europei è comunque il culmine della crisi dei rapporti tra Roma e Bruxelles, una storia difficile da quando Berlusconi è arrivato al potere e che ora l’Italia minaccia di portare alle conseguenze definitive.
Lo fa però solo con la stampa e, anzi, nel Consiglio Roberto Maroni “dopo aver difeso con fermezza le sue posizioni, ha approvato le conclusioni”, come ha raccontato il presidente di turno ungherese Sandor Pinter.
A queste parole i giornalisti hanno fatto un salto sulla sedia: Maroni aveva detto di   essersi astenuto.
“No, ha votato a favore” ribadisce il presidente che prende il verbale e legge: “Accettiamo le conclusioni – ha detto Maroni – ma siamo insoddisfatti”.
Non solo: l’Italia avrebbe potuto porre un veto, ma non l’ha fatto.
Quando è stato illustrato il documento finale, Maroni la avanzato la sua proposta, ma non ha chiesto di negoziare tra le due e ha incassato il “no” venuto da tutti gli altri Stati, Malta esclusa.
Il ministro spagnolo è stato chiaro: “Noi, come la Francia, rimanderemo indietro persone che arrivassero con il permesso italiani e Maroni ci ha risposto che l’Italia se li riprenderà “.
Secondo un funzionario del Consiglio europeo “Maroni sapeva fin dall’inizio che la linea scelta dal governo italiano sarebbbe stata perdente, ma ha voluto insistere per rivolgersi al proprio pubblico di casa”.
A quel punto, non a caso, Maroni ha parlato frettolosamente coi giornalisti sulla porta d’uscita senza la consueta conferenza stampa ed è scappato via.
L’Europa ha ribadito in pratica che “non siamo in una situazione d’emergenza necessaria per far scattare il meccanismo della protezione europea”.
In effetti altri Paesi in passato hanno subito pressioni ben più elevate e se la sono cavati da soli.
Maroni alla fine non ha esercitato il diritto di veto per bloccare i lavori, ha votato a favore e se n’è tornato a casa dichiarando il falso, ovvero che si era astenuto.
Se non ci fosse andato, forse avrebbe fatto un a migliore figura.

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