Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile
SPUNTA ANCHE UNA NUOVA INQUILINA NELL’ALLOGGIO DEL MARITO DELLA GOVERNATRICE…LA POLVERINI ORA DICE CHE E’ SEPARATA DI FATTO DAL MARITO, MA HA ABITATO IN QUELLA CASA SENZA AVERNE TITOLO, CAUSA REDDITO SUPERIORE…IL MARITO PAGA 380 EURO IN QUANTO LA OCCUPA ABUSIVAMENTE… E LO SFRATTO ORA RIPARTE
Chi abita realmente in via Bramante, nella casa dell’Ater dove Renata Polverini ha vissuto abusivamente per 15 anni, fino al 2004?
È questa la domanda a cui probabilmente sarà chiamata a rispondere la procura di Roma.
Secondo le indiscrezioni, alcuni dipendenti dell’azienda delle case popolari starebbero predisponendo un esposto da presentare a Piazzale Clodio per cercare di fare chiarezza su una situazione che si fa ogni giorno più misteriosa.
«Non vivo più lì e io e mio marito siamo separati di fatto (ma non legalmente, ndr)», si è difesa la presidente della Regione, che comunque ha vissuto in quell’appartamento anche quando era proprietaria di altri immobili e quando il proprio reddito familiare era ben superiore ai limiti di legge per ottenere l’alloggio pubblico.
Oggi nella casa popolare all’Aventino (380 euro di canone, compresa «l’indennità di occupazione abusiva») dai documenti risulta residente il marito Massimo Cavicchioli, già sfrattato dall’ente perchè non in possesso dei requisiti.
Lo sfratto però è stato misteriosamente bloccato in pratica proprio quando alla guida dell’Ater è arrivata Stefania Graziosi, nominata commissario da Renata Polverini.
In realtà però in quell’appartamento risulta residente anche un’altra persona: S.C., cittadina inglese di 53 anni.
Secondo i vicini invece non si vede spesso da quelle parti Massimo Cavicchioli.
«Forse abita da qualche altra parte», insinua qualcuno.
Era già successo in passato che avesse dato in prestito ad altre persone l’appartamento (cosa vietata dalla legge ed è anche questo uno dei motivi per cui in passato era stato avviato lo sfratto).
In ogni caso, essendo ancora sposato agli effetti di legge con Renata Polverini, Cavicchioli sfora ampiamente i tetti di reddito e disporrebbe, almeno in teoria, della casa della moglie.
«Se ci si fidasse delle separazioni di fatto, qualsiasi coppia potrebbe eludere la legge per mantenere la casa pubblica, pur avendone un’altra di proprietà . E un’amministratrice attenta come la presidente della Regione, dovrebbe saperlo bene», spiega uno dei dipendenti dell’Ater che sta preparando l’esposto alla procura.
L’assessore regionale alla casa, Teodoro Buontempo, proprio il giorno prima che scoppiasse lo scandalo, aveva annunciato insieme alla Polverini: «Cacceremo i furbi dalle case Ater».
Poi Buontempo è scomparso: non un commento, telefonino staccato da giorni.
E adesso, secondo il nuovo commissario Bruno Prestagiovanni, l’iter dello sfratto è ripartito.
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Marzo 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REGIONE DOVREBBE CHIEDERE ALL’ATER DI SFRATTARE IL MARITO DALLA CASA IN CUI RISIEDE: LA OCCUPA ABUSIVAMENTE…E’ L’APPARTAMENTO IN CUI ANCHE LA POLVERINI HA VISSUTO PER 15 ANNI E PER CUI PAGHEREBBE 400 EURO AL MESE, IN QUANTO OCCUPATO SENZA DIRITTO
Dopo l’esplosione dello scandalo della casa popolare sita nel quartiere lussuoso di
San saba, di proprietà dell’ente Ater della regione Lazio, che invece di essere affittata a una famiglia bisognosa è occupata dal marito del presidente della Regione, Massimo Cavicchioli, Renata Polverini ha diffuso una nota: “L’appartamento, posto al quarto piano senza ascensore con una metratura di circa 60 mq, senza balconi, è stato assegnato, nei primi anni del Novecento, a Cesare Berardi, padre di Pierina Berardi, mamma di Massimo Cavicchioli, consorte della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini”.
La nota spiega poi il primo mantenimento del diritto alla casa in capo alla nonna di Massimo Cavicchioli, Clementina Baratti che “è subentrata legittimamente nell’appartamento in forza del principio della necessaria tutela dei nipoti Massimo e la sorella, nel frattempo rimasti orfani”.
Il presidente però non prosegue nella saga familiare fino all’ultima generazione. E quindi non spiega perchè il marito continui a stare in quella casa.
La governatrice aggiunge un particolare apparentemente in suo favore: “Il canone, regolarmente pagato, non ammonta a 130 euro come l’articolo fa intendere in maniera subdola, ma a circa il triplo”.
Sessanta metri quadrati a San Saba valgono mille euro al mese di affitto e almeno 500 mila euro in vendita.
La famiglia Polverini ha pagato quindi un canone inferiore alla metà di quello di mercato e pagherà un prezzo di acquisto molto vantaggioso se e quando la casa sarà messa in vendita.
Ma certamente paga il triplo del canone dei suoi condomini.
Il motivo per cui pagherebbe circa 400 euro al mese però non rappresenta un punto a favore della Polverini ma una buona ragione per lasciare subito quella casa.
Da quanto risulta l’appartamento in oggetto risulta occupato abusivamente dal convivente marito e oggetto di contenzioso con l’Ater, motivo per il quale l’affitto risulta triplicato, ancorchè molto lontano dai prezzi del mercato degli affitti.
Finalmente Renata Polverini ha trovato un caso conclamato di occupazione abusiva delle case popolari dell’Ater: quello della sua famiglia.
Infatti, la presidente Renata Polverini (residente nella casa Ater dal 1989 fino al 2004) stando alle sue dichiarazioni dei redditi avrebbe percepito remunerazioni ben più alte rispetto ai 38.000 euro lordi annui che rappresentano la soglia massima per poter usufruire delle case Ater e l’assessore alle Politiche per la Casa, Teodoro Buontempo, ha recentemente istituito presso il suo assessorato una commissione di tecnici volta ad esaminare eventuali illeciti, improprie assegnazioni e abusi in merito alla gestione del patrimonio Ater.
Il primo caso di occupazione abusiva lo hanno già trovato.
Ora bisogna solo avviare le pratiche di sfratto.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 18th, 2011 Riccardo Fucile
ABITAVA IN UNA CASA DELL’ATER, DOVE RISIEDE ANCORA SUO MARITO: UN’ASSEGNAZIONE INCOMPRENSIBILE, VISTO IL SUO REDDITO…NEL FRATTEMPO ACQUISTAVA APPARTAMENTI IN GIRO PER LA CAPITALE…LA CASTA COLPISCE ANCORA
Renata Polverini ci è andata giù pesante. 
Lo scandalo Affittopoli e delle case di proprietà di enti locali svendute a quattro soldi ai soliti potenti l’ha davvero scandalizzata.
«L’era dei privilegi è giunta al capolinea», ha detto in un’intervista pochi giorni fa: «Sono contratti assolutamente fuori dai valori di mercato».
Una vera indecenza.
Sotto il fuoco di fila del Popolo della Libertà sono finite le giunte di centrosinistra, da quella di Francesco Rutelli a Walter Veltroni.
Accusate di aver girato appartamenti a sindacalisti e politici amici per pochi spicci, per non parlare degli immobili di lusso svenduti a prezzi di favore in aste pubbliche.
L’indignazione del presidente della Regione Lazio ha contagiato anche il suo assessore alla Casa, Teodoro Buontempo, che ha ordinato di bloccare all’istante la vendita dei gioiellini dell’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica.
«Non ci saranno sconti per chi ha violato la legge. Ecco perchè ho voluto una commissione straordinaria che faccia chiarezza».
Gianni Alemanno s’è subito accodato allo sconcerto generale, varando un’altra commissione ad hoc.
Stavolta al Campidoglio: «Non voglio fare nè allarmismo nè dossieraggio, solo appurare la verità ».
Chissà se per far luce sull’Affittopoli romana il sindaco farà un salto anche a via Bramante, nel cuore di San Saba.
Uno dei quartieri più belli della capitale, a pochi passi dall’Aventino, dove chi vuole acquistare una casa ai valori correnti può sborsare anche 10 mila euro al metro quadrato.
Al numero civico 3 e 5 ci sono i due ingressi di un condominio degli inizi del Novecento, sei palazzine di proprietà dell’Ater con giardinetto interno annesso.
In tutto una novantina di alloggi, destinati per legge a quei cittadini indigenti che non possono permettersi i canoni d’affitto imposti dal mercato.
Entrando nel vialetto, nascosto da felci e alberelli, in fondo a sinistra c’è l’edificio B.
Scorrendo i cognomi perfino Alemanno strabuzzerebbe gli occhi leggendo sul citofono, accanto al pulsante in alto a destra, “Cavicchioli-Polverini-Berardi”.
Massimo Cavicchioli lui lo conosce bene: è infatti il marito del governatore Polverini.
Un uomo schivo, ex sindacalista della Cgil, oggi esperto informatico da sempre lontano dalle luci della ribalta.
Berardi è il cognome di sua madre Pierina, morta anni fa.
«Un errore, forse un omonimo, non possono essere loro, lei guadagna oltre 10 mila euro al mese», penserebbe il sindaco di Roma passando dal portoncino, dove è attaccato un avviso del Comitato Inquilini Ater San Saba che annuncia l’apertura di un nuovo sportello di zona.
Eppure sulla buca delle lettere al piano terra ci sono anche le iniziali degli inquilini: “Cavicchioli M.-Polverini R.”.
Due indizi non fanno una prova. Ma tre?
La targhetta accanto alla porta dell’abitazione, al quarto piano, riporta gli stessi cognomi.
Una chiacchierata con i vicini fuga altri dubbi: «Mi ricordo della signora Clementina, la nonna del signor Cavicchioli. Lei non c’è più, anche i genitori di lui sono morti, e da sempre vedo entrare solo il figlio e i suoi amici. Quanto si paga qui? Dipende dalla metratura, ma la mia bolletta è di 130 euro al mese».
A “l’Espresso” risulta che nell’appartamento (quattro vani più bagno e cucina) risieda proprio il marito della Polverini.
Ma non è tutto: i documenti dell’Anagrafe dimostrano che la governatrice ha vissuto per ben 15 anni nella casa popolare di via Bramante.
Per la precisione, dal giorno del matrimonio (celebrato il 21 giugno del 1989) al settembre del 2004.
Periodo in cui Renata ha fatto carriera, diventando prima responsabile delle relazioni internazionali e comunitarie dell’Ugl, poi – dal 1999 – vice segretario della Confederazione sindacale di destra.
Non si sa quanto la famiglia Cavicchioli-Polverini guadagnasse al tempo (da leader dell’Ugl Polverini prendeva 3.500 euro al mese; nel 2008, secondo la dichiarazione dei redditi, sfiorava i 140 mila euro annui), ma i maligni sospettano che i due non avessero i requisiti per vivere negli appartamenti dell’ex Istituto autonomo case popolari.
«Se il reddito del nucleo familiare supera il limite stabilito, ora fissato a 38 mila euro lordi annui, l’assegnazione decade automaticamente. Chi ci resta diventa un occupante abusivo non sanabile», ragionano dall’Ater.
Forse le entrate dichiarate erano più basse, ma la coppia presidenziale non doveva passarsela male, visto che la Polverini – restando ferma a San Saba – chiedeva mutui e comprava altri immobili.
Per centinaia di migliaia di euro.
Già . Il governatore sembra avere una vera passione per il mattone, e grande fiuto per gli affari.
Mentre risiedeva nella casa popolare, si dava da fare per acquistare appartamenti a Roma, e non solo.
Andiamo con ordine.
Nel marzo del 2001 la Polverini compra un pied-à -terre nel piccolo borgo di Torgiano, tre vani più box in provincia di Perugia.
Città a lei cara, visto che sua madre è nata lì.
Firma l’atto di compravendita il giorno 21 dal suo notaio di fiducia, da cui torna dopo meno di una settimana per formalizzare l’acquisto di un’altra casa romana, quartiere Monteverde.
Cinque stanze, bagni e cucina a due passi da Villa Doria Pamphilj.
La casa forse non le piace (in effetti San Saba è molto più trendy), di certo un anno dopo la gira alla madre Giovanna.
L’atto di donazione è del 19 marzo 2002.
Dieci giorni dopo, il 28 marzo, un nuovo colpo da maestra: la Polverini compra un altro appartamento, stavolta al Torrino.
La zona è semicentrale, vicino all’Eur, ma l’abitazione è molto grande, sette vani più box.
Soprattutto, è un immobile ex Inpdap, e il prezzo è da record: come ha scritto Marco Lillo su “Il Fatto”, la Polverini se lo prende sborsando appena 148 mila euro, la cifra chiesta a tutti gli inquilini del palazzo dalla società di cartolarizzazione di Stato (Scip) che vendeva con forti sconti.
Sui documenti dell’Anagrafe consultati da “l’Espresso” risulta però che la Polverini al Torrino non abbia mai avuto residenza: chissà come ha fatto a condurre in porto l’operazione.
Anche stavolta l’appartamento non deve essere di suo gusto, tanto che nel 2007 lo vende a prezzo ben più alto (234 mila euro dichiarati) a un suo collega sindacalista, Rolando Vicari dell’Ugl.
Lo slalom tra gli acquisti di Renata non è finito.
Perchè sette mesi dopo, a dicembre del 2002, quando ancora risiede nella casa Ater, compra dallo Ior una bella casa con nove stanze, due box e tre balconi sull’Aventino.
Un posto da sogno, che la Banca Vaticana dà via per 272 mila euro.
Dopo due anni, il 20 settembre del 2004, l’ex leader dell’Ugl si allarga comprando l’appartamento gemello confinante con terzo box annesso. Stavolta dalla Marine Investimenti Sud, una società immobiliare da sempre in affari con la Santa Sede, un tempo partecipata al 90 per cento dalla Finnat di Giampiero Nattino, ma oggi controllata da società off-shore che rimandano fino a Montevideo, in Uruguay.
Renata spende altri 666 mila euro ed è finalmente soddisfatta.
Una settimana dopo il rogito dal notaio Giancarlo Mazza (finito sulle cronache dei giornali come recordman dell’evasione nazionale) cambia finalmente la sua residenza e dà l’addio alla casa dell’Ater, a soli 850 metri di distanza, dove lascia la sua residenza il marito Massimo (seppure sulle Pagine Bianche anche lui risulti all’indirizzo della moglie).
L’ultimo acquisto sull’Aventino la Polverini lo fa lo scorso agosto, quando compra un quarto box (ma di quanti posti auto ha bisogno la presidente?) nel condominio in cui abita da sola.
Nel palazzo di mattoncini rossi a via Bramante la vita scorre tranquilla.
Dei business immobiliari di Renata nessuno sa nulla.
Non sanno che per le valutazioni del Cerved su dati dell’Agenzia del Territorio solo la maison può valere 1,8 milioni di euro.
«Massimo e Renata sono persone gentilissime», dice un’anziana che s’appresta a portare a spasso il cane.
Anche il barista che conosce la coppia da vent’anni ha parole affettuose, e racconta – senza mai esserci andato – delle feste che Renata organizza nella casa dell’Aventino.
«Una donna forte e onesta, una che si è fatta da sola», chiosa un altro avventore.
«Ecco lì Cavicchioli, vede, è quello con le buste della spesa», dice un’inquilina del condominio Ater mentre appende i panni fuori dalla finestra. «Scrivete che qui il giardiniere non viene mai, e che le aiuole sono incolte. E soprattutto che a lor signori, quelli che comandano, non venisse mai in mente di aumentarci l’affitto».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
CASTELLI: IL 24 FEBBRAIO AVEVA SOSTENUTO DI AVER DISDETTO L’APPARTAMENTO A PREZZO DI FAVORE, MA LA RACCOMANDATA A ENASARCO NON E’ ANCORA ARRIVATA… “ESISTEVANO DELLE GRADUATORIE? NON LO SAPEVO”
Via dei Quattro Venti, Monteverde, ore 20: l’assemblea degli inquilini Enasarco riuniti nell’androne ha un sussulto.
Da due ore stanno discutendo di come affrontare la vendita delle loro case quando all’ingresso si presenta con un accompagnatore l’ex ministro Roberto Castelli.
Sta tornando a casa e non sapeva di questo assembramento.
Il senatore risolve la questione, rappresentata da un nugolo di inquilini che lo prendono d’assalto, invitando tutti a casa sua.
C’è anche una troupe di Annozero, l’evento finirà in tv.
Castelli fa entrare una nutrita delegazione nell’appartamento al terzo piano e lì gli viene contestato: «Ma insomma, senatore, ha dato o no questa disdetta dell’appartamento che il 24 febbraio ha annunciato alla stampa?».
Il senatore Castelli non si scompone: «Non hanno ricevuto ancora la mia raccomandata, io però l’ho inviata. Perchè l’ho fatta?».
Una voce: «Perchè è stato stanato…».
«No, ho deciso io dopo questa storia del Trivulzio, a Milano. Intanto ho anche trovato una nuova sistemazione a 950 euro, contro i 750 che pagavo qui». Brusio e altre contestazioni.
«Come ho trovato questo appartamento Enasarco? Ho fatto domanda, me l’hanno assegnato. E all’epoca ero un parlamentare di opposizione…Mi dite che ci sono graduatorie per gli appartamenti, ah questo proprio non lo sapevo».
Paolo Brogi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 14th, 2011 Riccardo Fucile
CADE IL REATO DI TRUFFA PER FINI E PONTONE, NON CI FU ALCUN RAGGIRO NELLA CESSIONE AD UNA SOCIETA’ OFF-SHORE DELL’APPARTAMENTO EX AN… PER I GIUDICI LA CASA E’ STATA VENDUTA “SENZA ARTIFIZI E RAGGIRI”: LA CAMPAGNA DEI KILLER BERLUSCONIANI E’ FINITA MALE
Nessun reato di truffa aggravata per Gianfranco Fini.
Il presidente dei Gip del Tribunale di Roma, Carlo Figliolia, ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulle presunte irregolarità legate alla cessione di un appartamento a Montecarlo ereditato da An.
Quello stesso appartamento di Boulevard Princess Charlotte (che il partito ereditò nel 1999 dalla contessa Anna Maria Colleoni), al centro di una violenta campagna di stampa da parte della stampa berlusconiana contro il presidente della Camera.
Accusato di aver favorito l’acquisto della casa da parte del fratello della sua attuale compagna, Elisabetta Tulliani.
Accuse da cui Fini si è sempre difeso.
E che adesso trovano definitiva smentita nella decisione dei giudici.
Il tribunale ha di fatto recepito le conclusioni del procuratore Giovanni Ferrara e dell’aggiunto Pierfilippi Laviani, secondo i quali nel 2008 non vi fu da parte dell’allora presidente di An e del tesoriere, Francesco Pontone, alcun artificio o raggiro nella cessione a una società off-shore dell’appartamento.
L’indagine della procura aveva preso il via dalla denuncia presentata da due esponenti di La Destra, Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, che si erano poi opposti alla richiesta di archivazione.
Secondo i denuncianti, i pm avevano omesso, tra l’altro, di sentire Giancarlo Tulliani, che, stando alla documentazione consegnata dal ministro della Giustizia del governo di Santa Lucia, risulterebbe titolare delle varie società off-shore protagoniste, in tempi diversi, della compravendita dell’appartamento di Montecarlo.
La procura, però, aveva definito del tutto “irrilevante” il contenuto della carte fatte pervenire “con una nota riservata e confidenziale” al nostro ministero degli Esteri dal governo di Santa Lucia.
Nel sostenere l’assenza di elementi penalmente rilevanti, la procura, che aveva iscritto sul registro degli indagati per truffa aggravata Fini e Pontone il giorno stesso della richiesta di archiviazione, riteneva che la questione della vendita dell’immobile, avvenuta a un prezzo inferiore al valore di mercato, poteva presentare al massimo aspetti civilistici.
Dalle indagini, avevano spiegato i pm, è risultato che Fini, all’epoca della vendita, era amministratore esclusivo di An e avevo deciso di vendere l’appartamento “senza artifizi o raggiri”.
A parere dei magistrati di piazzale Clodio, “nessun ruolo penalmente rilevante” aveva “il senatore Pontone, “mero mandatario” di Fini.
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Marzo 13th, 2011 Riccardo Fucile
SONO 12.000 I CASI SEGNALATI, SI TRATTA DI ILLECITI NON SANABILI, COSTRUZIONI CHE NON POSSOMO ESSERE CONDONATE… LA COLATA DI CEMENTO HA SPESSO DETURPATO I PARCHI DELLA CITTA’
Preti, costruttori, calciatori, avvocati. 
E poi circoli canottieri, associazioni culturali, malavitosi vari, e persino ristoranti e discoteche.
Due cd insabbiati in un ufficio del Campidoglio per mesi, con dentro tutta “la Roma che conta”.
Eccolo il libro nero dell’abusivismo edilizio, l’indice dei “furbetti del terrazzino”, e della verandina, del garage, della villetta, dell’appartamento extra lusso, dell’intero condominio.
Una colata di cemento frazionata in 12.315 abusi
Nomi, cognomi, indirizzi, inequivocabili foto aeree da quattro prospettive diverse, scattate prima e dopo l’abuso.
Costruzioni fuorilegge in centro, a due passi dal Colosseo, in periferia, nei parchi protetti, in zone con vincoli paesaggistici così stretti che anche tirare su una cuccia per cani è un crimine.
Strutture illegali tenute in piedi dalla pretesa di ottenere prima o poi l’assoluzione definitiva, che in edilizia si chiama appunto condono.
L’hanno chiesto tutti.
Anche di fronte a situazioni palesemente non sanabili.
Come l’appartamento con terrazza e tendoni sbocciato all’improvviso su un tetto a ridosso di Piazza Navona, o la villa in marmo con piscina stile “Scarface” eretta di nascosto spianando trecento metri quadrati di bosco nel parco di Veio.
Il bello è che il comune di Roma sa tutto. Ha sempre saputo tutto.
Perchè sono stati gli stessi proprietari, certi dell’impunità , ad “autodenunciarsi”.
Hanno inoltrato la domanda di condono e così si sono iscritti nella lista degli abusivi, sulla base della quale l’amministrazione avrebbe dovuto “ripulire” la città dagli scempi, o quanto meno trarne qualche vantaggio economico, acquisendoli.
E invece il più immobile di tutti è stato ed è tutt’oggi il sindaco Alemanno.
La lista fa la muffa da marzo dello scorso anno.
Nemmeno un atto è stato notificato.
Ruspe in deposito, vigili urbani ai semafori, abbattimenti zero.
L’elenco contenuto in quei due cd si riferisce al terzo condono edilizio concesso dallo stato italiano, quello del 2003 (governo Berlusconi), intervenuto dopo le sanatorie del 1985 e 1994.
Al comune di Roma arrivarono in tutto 85 mila richieste.
Gemma Spa è la società privata che ha avuto l’incarico di valutarle, con l’ausilio di un sistema a fotografia aerea che ha mappato dall’alto, metro per metro, tutto il territorio romano tra il 2003 e il 2005.
Un lasso di tempo non casuale: la normativa sul condono (L. 326/2003) concedeva la possibilità di sanare soltanto gli abusi ultimati tassativamente prima del 31 marzo del 2003.
Nel giugno scorso, poco prima che le venisse ritirato il mandato apparentemente perchè incapace di smaltire il monte dei fascicoli ai ritmi concordati, Gemma consegna ad Alemanno il frutto del proprio lavoro, la lista dettagliata delle “reiezioni”, le domande da respingere perchè – a vario titolo – violano i termini della legge 326.
12mila manufatti (e Gemma non era arrivata a lavorare nemmeno la metà delle 85 mila domande).
Perchè così tanti romani hanno chiesto il condono per abusi evidentemente insanabili?
Da chi avevano avuto la garanzia dell’impunità ?
Alemanno scorre con gli occhi l’elenco e suda freddo.
Sa bene quello che prevede la legge, abbattere o acquisire.
E sa altrettanto bene cosa ciò può comportare in termini politici: l’addio a migliaia di voti, alla simpatia dei grandi elettori, alle sintonia con gli ambienti che contano.
Tra chi ha provato a fare il furbo chiedendo il condono per una struttura costruita ampiamente dopo il 31 marzo 2003 – i cosiddetti “fuori termine”, circa 3.712 pratiche – spunta il nome di Luigi Cremonini, l’imprenditore modenese leader nel commercio della carne e proprietario di tre catene di ristoranti, che dal giorno alla notte si è costruito una terrazza modello villaggio vacanze in uno dei punti più pregiati di Roma, di fronte alla fontana di Trevi. O come Federica Bonifaci, figlia del costruttore Bonifaci (anche editore del Tempo) che ha dato un'”aggiustatina” alla sua casa ai Parioli.
Di vip o anche solo di personaggi e istituzioni in vista nell’elenco ce ne sono a volontà .
Si va da Maria Carmela d’Urso, alias Barbara d’Urso al calciatore nerazzurro ed ex laziale Dejan Stankovic, da Luciana Rita Angeletti, moglie del rettore della Sapienza Luigi Frati, all’Istituto figlie del Sacro Cuore di Gesù.
Le congregazioni religiose hanno una certa dimestichezza col cemento.
Nella lista nera figurano le Suore Ospedaliere della Misericordia, la Procura Generalizia delle Suore del Sacro Cuore, quella delle missionarie di Madre Teresa di Calcutta e la Famiglia dei Discepoli della diocesi romana.
Non mancano i templi dove la Roma bene ama riunirsi per celebrare i suoi riti di socialità .
Il Parco dè Medici sporting club, il country club Gianicolo, il Tennis Club Castel di Decima, la discoteca Chalet Europa nel parco di Monte Mario.
E nemmeno le ville mono e bifamiliari con piscina dell’alta borghesia, cresciute come gramigna nel parco di Veio, ai lati di via della Giustiniana, la strada più abusata di Roma.
Ancora, scorrendo la lista balzano agli occhi decine di società immobiliari, alcuni distributori di carburante della Esso e la sede centrale della “Fonte Capannelle Acque Minerali” nel parco dell’Appia Antica.
L’aspetto più buffo o forse drammatico è che nell’elenco dei più furbi tra i furbi compaiono anche molte aziende comunali di servizio, come l’Ama, l’Acea e addirittura Risorse per Roma, la municipalizzata che da gennaio ha il compito di occuparsi proprio delle pratiche di condono.
Ma il top lo si raggiunge con la pratica numero 577264 contenuta nel faldone riservato alle richieste di sanatoria nei parchi.
Bene, a guardare sotto la voce “proprietario” dell’abuso si scorge l’incredibile dizione “Comune di Roma” (ovviamente residente in “via del Campidoglio 1”). In sostanza: il Comune è contravvenuto alle proprie regole e poi si è chiesto da solo il condono sapendo benissimo di non poterselo dare. La manovra serviva a “legalizzare” un’opera abusiva in via del Fontanile di Mezzaluna, in pieno parco del Litorale romano dove i limiti all’edificazione sono strettissimi. Come del resto negli altri undici parchi di Roma.
Che, ciononostante, sono probabilmente l’obbiettivo preferito dagli speculatori.
E forse proprio per questo la Regione Lazio, con la legge 12 del 2004 aveva messo dei paletti all’ultimo condono: “Gli abusi realizzati nei parchi e nelle aree naturali protette – dice la norma – non sono sanabili”.
Parole vane.
Il comune oggi si ritrova, nero su bianco, 2099 domande (compresa la sua e quelle delle sue aziende) di condono per porzioni di villette, garage, interi fabbricati. Veio, Decima Malafede, Marcigliana, Appia Antica, Bracciano Martignano, Tenuta di Acquafredda.
Non uno dei parchi di Roma è rimasto immacolato.
Chi c’è dietro?
Ancora una volta l’occhio scorre sugli elenchi e individua i nomi grossi della città .
Come Tosinvest spa, la finanziaria della potentissima famiglia Angelucci, i signori delle cliniche private nonchè editori di Libero e il Riformista.
A nome di Tosinvest spa ci sono tre domande di condono per una struttura aziendale nel parco dell’Appia Antica.
In quello di Veio c’è un abuso a nome di Acea Spa, il colosso dell’energia e dell’acqua per metà pubblico (proprietà appunto del comune di Roma), in parte nelle mani del costruttore Francesco Caltagirone.
Siccome il giochino era molto semplice, in molti hanno esagerato. Fanno impressione ad esempio le 28 domande di condono chieste per lo stesso indirizzo, via Cristoforo Sabbatino 126: un intero complesso di case in pieno Litorale Romano, a nome di Abitare Srl.
La procura di Roma si è accorta che qualcosa non va.
Pochi giorni fa ha sequestrato, negli archivi di Gemma, 5000 pratiche fuori termine.
Vuole capire perchè non sono state notificate ai proprietari.
La verità è che impostate così, con le domande presentate e automaticamente insabbiate dal comune, senza ruspe nè multe, senza procedimenti nè scandali, le sanatorie edilizie sono uno dei business più redditizi e politicamente più convenienti.
Fanno girare soldi, ingrassano le casse delle amministrazioni quel tanto che basta e non scontentano nessuno.
Dal 1994 al 2000 (giunta Rutelli) il comune di Roma ha incamerato 383 milioni di euro grazie alle 251 mila concessioni rilasciate per i precedenti condoni.
Il successore di Rutelli, Veltroni, è stato anche più fortunato: dal 2001 al 2005 le concessioni, circa 84 mila, hanno fruttato mezzo miliardo di euro. Una montagna di soldi, spalmata in oneri di urbanizzazione e costi di costruzione, sborsata dai proprietari per “perdonare” il mattone nato illegale. Il segreto è non arrivare mai alle demolizioni.
Che spezzerebbero la catena di interessi che tiene in piedi tutto.
Ma cosa muove la macchina del mattone selvaggio nella capitale?
Chi ha voluto che prosperasse indisturbata per anni?
Dove si inceppava il sistema dei controlli?
Prima partecipata dal Comune, poi vincitrice dell’appalto esclusivo per il condono nel 2006 come società privata, Gemma a fine anni Novanta viaggia a una media di 24 mila pratiche, o meglio concessioni, all’anno.
Nell’ultimo decennio la media scende a 12 mila, fino alle misere 1103 del 2007.
Risultati al di sotto degli standard del contratto di servizio, per i quali comune e Gemma si accusano reciprocamente. “Fino all’agosto del 2009 (quando viene stipulato un nuovo contratto di servizio, ndr) non abbiamo mai avuto accesso libero alle pratiche – sostiene Renzo Rubeo, presidente di Gemma – quelle da lavorare le sceglieva l’Ufficio Condono”.
Fatto sta che, nonostante la lentezza, Gemma negli anni viene regolarmente pagata fior di milioni, e questo insospettisce i pm romani che mettono sotto indagine tutti i vertici dell’azienda, a cominciare da Rubeo, e gli ultimi due assessori romani all’Urbanistica, Roberto Morassut del Partito Democratico e Marco Corsini, della giunta Alemanno. I
l sospetto/certezza degli investigatori è che Gemma fosse un carrozzone, una sorta di Bancomat della politica.
E che tutti sapessero delle concessioni troppo facili.
Sospetti pesanti, messi nero su bianco da uno degli ultimi direttori dell’Ufficio Condono nominato da Veltroni, l’avvocato Roberto Murra, in un documento confidenziale a uso interno. “Dietro tali procedure – scrive Murra al sindaco nel 2007 – spesso si è nascosta la tentazione di poter agire al limite della norma se non, addirittura, in esse si è annidato il malaffare”.
Pure il sistema informatico “Sices” della Unisys, utilizzato per la lavorazione dei fascicoli, è sotto accusa: la Guardia di Finanza ha dimostrato che i dipendenti dell’Ufficio Condono avevano la possibilità di accedervi e modificare i fascicoli senza lasciare traccia.
Un porto delle nebbie, appunto, dove ancora giacciono 250 mila pratiche. Secondo Gemma almeno la metà sono da rigettare.
Per ora però non si muove una ruspa.
E i furbetti dormono sogni tranquilli.
Sotto un tetto abusivo.
Fabio Tonacci e Marco Mensurati
(da “La Repubblica“)
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Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile
E SULLA NOMINA A MINISTRO DI SAVERIO ROMANO SI ADDENSANO NUBI PER I PRECEDENTI GIUDIZIARI…LA STRADA DEL RIMPASTO E’ SEMPRE PIU’ IN SALITA
Ci sono due problemi, non di poco conto, sulla strada di Berlusconi alle prese con un rimpasto
rinviato di settimane in settimane.
E’ vero che finora ha aspettato l’arrivo di altri deputati per raggiungere quota 330 alla Camera e mettere così in totale sicurezza il suo governo.
Adesso però c’è dell’altro che gli complica la vita.
Intanto è scoppiato il caso Scajola.
Poi Galan sembra restio a trasferirsi alla Cultura, visto che Tremonti non ne vuol sapere di finanziare questo dicastero: «Non voglio fare la fine di Bondi». E infine circolano con insistenza voci sul fatto che la nomina di Saverio Romano a ministro dell’Agricoltura sia in salita.
In quest’ultimo caso non si tratta più del veto della Lega: lunedì scorso Bossi ha dato il via libera al presidente del Consiglio, il quale il giorno dopo ha confermato allo stesso Romano di tenersi pronto con il vestito buono per la prossima settimana.
Il Cavaliere dovrebbe salire al Quirinale con l’ex Udc tra martedì e mercoledì. Ma in alcuni ambienti politici (anche del centrodestra) sono stati attribuiti al Colle perplessità e riserve per via di una vicenda giudiziaria (l’incontro con l’ex cassiere della mafia Siino) per la quale la procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione.
Poi c’è l’accusa del tributarista Giovanni Lapis, condannato con Massimo Ciancimino per riciclaggio, di avere dato soldi illegali ad alcuni politici siciliani tra i quali Romano.
Lo stesso Lapis in un secondo momento ha tuttavia precisato che non si tratta di Saverio bensì di Romano Tronci (ex dipendente delle coop rosse processato per mafia e mediatore degli affari di Lapis e Ciancimimo nei Paesi dell’Est).
«Io sono una persona incensurata: in vita mia – spiega il ministro dell’Agricoltura in pectore – non ho mai subito un processo, una condanna e non ho mai ricevuto nemmeno un avviso di garanzia».
Si teme che possano venire fuori altre storie compromettenti?
Romano risponde con una risata amara: «Certo, in Italia siamo tutti potenzialmente indagati. Noi siciliani purtroppo viviamo sempre con un peccato originale…».
Come andrà a finire questa storia lo vedremo la prossima settimana, ma non sembra che Berlusconi abbia cambiato tabella di marcia.
L’altra grana, quella di Scajola, potrebbe invece rivelarsi molto insidiosa.
L’ex ministro delle Attività produttive è pronto allo strappo con la formazione di gruppi parlamentari autonomi dal Pdl, sia alla Camera sia al Senato. Presto, già domani forse, dovrebbe incontrare il presidente del Consiglio, dopo l’incontro burrascoso di alcune settimane fa.
Scajola avrebbe chiesto al premier di essere reintegrato nel governo oppure di essere nominato coordinatore del partito al posto di Sandro Bondi. Berlusconi gli avrebbe negato sia l’una sia l’altra possibilità .
Da qui l’ira di Scajola che in questi giorni ha chiesto ai suoi amici nel Pdl di aderire ad un gruppo autonomo.
Sembra che gli siano arrivate le adesioni di 23 deputati e di 12 senatori. Numeri sufficienti, se confermati, per dare vita a gruppi parlamentari.
La motivazione ufficiale è di voler articolare e aiutare la maggioranza, non una fuoriuscita.
Non viene esclusa una rottura (e un successivo passaggio con il Terzo Polo) se le sue richieste non verranno soddisfatte.
A chi ha chiesto di aderire al suo progetto ha spiegato che nel Pdl La Russa e Verdini fanno il bello e cattivo tempo, piazzando i loro uomini.
Quanto al rimpasto, Scajola lamenta che i futuri ministri e sottosegretari sono persone non preparate, che non hanno mai lavorato in vita loro.
Persone che hanno abbandonato il partito e che ora sono rientrate per convenienza.
Ecco, Berlusconi deve fare i conti con il suo ex fedelissimo che ha dovuto lasciare il governo dopo la vicenda della casa affacciata sul Colosseo.
Un appartamento pagato in parte da un imprenditore a sua insaputa, almeno stando alla sua versione dei fatti.
Scajola comunque ha sempre goduto di una forza autonoma dentro il Pdl e l’ha voluto dimostrare con la fondazione Cristoforo Colombo alla quale si sono iscritti più di sessanta parlamentari.
Se si dovesse consumare la rottura, i 23 deputati e i 12 senatori scajoliani, porterebbero il centrodestra a perdere quella maggioranza tanto faticosamente ricostruita da Berlusconi.
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Marzo 9th, 2011 Riccardo Fucile
AMORUSO E’ ANCHE IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA, AVREBBE DOVUTO QUINDI VIGILARE SU SE STESSO… HA PURE RISTRUTTURATO L’APPARTAMENTO, MA LA SPESA DI 12.241,97 EURO LE HA PAGATE ENASARCO, NON LUI…LA CASA DEL LEGHISTA CASTELLI A 750 EURO, QUELLE DEL PD ADRAGNA, DI GAUCCI, DI PIO POMPA, DI MANGANELLI, DI ELIO VITO (PDL)
Mentre procede l’avviata dismissione delle case Enasarco, sulla cassa di previdenza degli
agenti e rappresentanti di commercio – già coinvolta nel caso Affittopoli per un lungo elenco di assegnazioni a personaggi noti e politici -, piove un’altra tegola.
Uno degli affittuari vip dell’ente è, infatti, l’ex presidente della «Commissione parlamentare di controllo sugli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale»: il senatore del Pdl Francesco Maria Amoruso.
Insomma, il controllore è locatario dei controllati.
Intestato a lui il contratto di una casa da 150 metri quadrati ai Parioli, quartiere di lusso della Capitale: a 1.300 euro al mese, spese incluse.
Intanto le dismissioni vanno avanti: agli affittuari di una prima manciata di appartamenti – circa 200 (sui 18 mila censiti dall’ente), tutti a Roma – sono state recapitate le lettere per poter esercitare entro sessanta giorni i diritti di prelazione.
I cinque stabili in vendita sono in via Sacchetti e in via Baldo degli Ubaldi, in pratica un intero isolato, via Monte Senario (una traversa di viale Jonio), via Cento (a Dragona) e via Dante Alighieri (a Pomezia).
L’operazione è stata accompagnata da pagine pubblicitarie a pagamento sulla stampa intitolate «Con gli agenti, con i cittadini, contro i prepotenti».
Oscura la spiegazione che si legge nella pagina pubblicitaria a proposito dei “prepotenti”: «C’è chi vuole mantenere lo status quo e non vuole la modernizzazione, per favorire interessi di pochi o di singoli».
Un fatto è certo: mentre cresce il malumore tra gli inquilini standard, tra quelli doc privilegiati (un’eredità del passato secondo il direttore generale Enasarco Carlo Maggi) la vendita è un’occasione insperata che va ad aggiungersi a precedenti privilegi.
Molti dei contratti a rappresentanti politici risalgono al 2004 e sono tutt’altro che un’eredità del lontano passato.
Nel 2004 si è assistito a una vera e propria infornata di politici.
Il 2004 è anche l’anno in cui spesso l’Enasarco ha deciso di fare concessioni dorate ai nuovi inquilini, come la prassi piuttosto diffusa di scomputare ad alcuni di loro, soprattutto a quelli provenienti dal Palazzo, i lavori di restauro degli appartamenti, defalcandoli dai canoni di affitto.
A beneficiarne sono stati perfino rappresentanti politici che hanno ottenuto casa mentre erano a capo di commissioni parlamentari di controllo sugli enti.
Un fatto è certo: se due sono le tipologie di inquilini Enasarco – a «prezzo concordato», cioè tenuto conto di parametri sociali, e a «prezzo libero», in sostanza con affitti più vicini a quelli di mercato – , molto spesso si trovano negli elenchi degli affitti a prezzo concordato inquilini inaspettati.
Come il senatore del Pd Benedetto Adragna – già membro della Commissione Lavoro e previdenza sociale – e il direttore di Raidue Massimo Liofredi (ci abiterebbero, però, i suoi genitori) in via Ragni, l’ex collaboratore del Sismi Pio Pompa (cointestatario con Gaetano Pezzella di 169 metri quadri) e l’imprenditore Luciano Gaucci (168 metri quadri per 700 euro) in via dei Georgofili.
C’è poi – era già noto – l’ex ministro leghista Roberto Castelli in via dei Quattro Venti (94 metri quadri per 750 euro): quest’ultimo ha recentemente annunciato alla stampa la disdetta dell’affitto, ma all’ente non risulta ancora nulla.
Così ha dichiarato infatti nei giorni scorsi il direttore Enasarco Maggi a un quotidiano: «Il ministro Castelli ha lasciato la casa? Così ho letto, ma noi non abbiamo ancora ricevuto niente. Ma non è una gran casa. Bassa, poca luce, lontana dalla strada».
Non è del tutto esatto: l’appartamento è al terzo piano, ottimamente illuminato con le finestre sull’importante arteria di Monteverde Vecchio, aldilà della quale c’è un grande spazio aperto.
E’ però il senatore Francesco Maria Amoruso a trasferirci nel più pieno conflitto di interessi.
Il senatore pugliese del Pdl è stato, nella XIV legislatura (2001-2006), presidente della Commissione parlamentare di controllo sugli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale.
«In questa veste — spiega il suo sito ufficiale – ha contribuito alla riforma previdenziale del governo Berlusconi e ha condotto importanti indagini conoscitive sull’efficienza dell’Inps, dell’Inpdap e degli altri enti, sia pubblici che privati, previdenziali».
Tutto ciò capitava nello stesso periodo in cui il senatore diveniva assegnatario a Roma di una casa dell’Enasarco. Dall’ente infatti Amoruso ha ottenuto nell’aprile 2004 un prestigioso appartamento di via Civinini ai Parioli: soggiorno, 5 camere e doppi servizi, per un totale di 147,30 metri quadri.
Amoruso che vive normalmente a Bisceglie (Bari), cittadina in cui è vicesindaco e dove risiede la sua famiglia, è subentrato al precedente inquilino di via Civinini e ha ottenuto il suo spazioso appartamento ai Parioli per la modica somma di 1.141,11 euro di affitto più 70 di quote condominiali e 91 di riscaldamento.
E fin qui ha già avuto molto.
Cinque camere per una casa d’appoggio ai Parioli, a Roma, non è male.
In più, però, il senatore Amoruso ha ottenuto anche l’autorizzazione a lavori in proprio di riordino «con successivo scomputo dai canoni di locazione» per un ammontare di oltre 12 mila euro, lavori autorizzati dall’architetto dell’ente Carmelo Francot.
Così l’allora presidente della Commissione di controllo si è aggiudicato gratuitamente la copertura economica per rifare i bagni, la cucina «compreso l’impianto idrico, la demolizione e rifacimento di pavimento e rivestimento, la fornitura di lavello, sottolavello, rubinetteria e cappa», nonchè il rifacimento dell’impianto elettrico dell’unità immobiliare, «la revisione di infissi e verniciatura, la lucidatura a piombo dei pavimenti, la muratura di un tratto di tramezzo, stuccatura e rasatura».
Totale? Le spese ammontano a 12.241,97 euro che Enasarco ha accettato di defalcare poi dall’affitto del senatore.
Autorizzati e non rimborsati, invece, altri lavori effettuati per tramezzi, controsoffitti e tinteggiatura generale.
Certo, Amoruso non è l’unico vip politico all’Enasarco.
Condivide la condizione di affittuario dell’ente con l’ex ministro della Sanità del secondo governo Berlusconi Girolamo Sirchia, in via Nomentana.
Ma anche con il Garante dei detenuti Angiolo Marroni (Pd) – che nei giorni scorsi avrebbe dichiarato: «…E’ colpa mia se l’Enasarco non mi ha adeguato il canone e quindi pago 381 euro al mese per 80 metri quadri?» -, con il sindacalista Giovan Battista Baratta in via del Nuoto.
Eppoi con il ministro per i Rapporti col Parlamento Elio Vito (Pdl) in via della Camilluccia, con Nicola Procaccini – portavoce del ministro Giorgia Meloni – in via della Panetteria, con il capo della polizia Antonio Manganelli, cointestatario con la moglie Adriana Piancastelli di un appartamento in via Civinini, a suo tempo ceduto da Francesco De Gennaro (figlio di Gianni, ex capo della polizia).
Quello che però salta agli occhi nel caso del senatore Pdl Amoruso, oltre al canone irrisorio, è la concessione dell’ente a scalare dall’affitto i lavori di ristrutturazione.
Una gentile autorizzazione che peraltro è stata privilegio non trascurabile di qualche altro notabile.
L’Enasarco dà casa facendola pagare una sciocchezza e poi se ne accolla anche i lavori di ripristino.
Paolo Brogi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL CASO SCOPERTO A CAUSA DEL MANCATO PAGAMENTO DI UNA RATA AL PROGETTISTA…LA TRASFORMAZIONE DI CINQUE CAPANNONI IN PERIFERIA IN UNA MEGAVILLA SENZA PERMESSI… IL COMUNE AVREBBE CONDONATO TUTTO
Il figlio del sindaco di Milano, il trentaduenne Gabriele Moratti, avrebbe trasformato
cinque capannoni alla periferia nord-ovest di Milano in una villa ispirata a quella di Batman – senza permessi – e il nuovo piano regolatore del Comune avrebbe di fatto condonato tutto.
E’ quanto sostiene L’Espresso nel prossimo numero.
Secondo la ricostruzione del settimanale, Gabriele Moratti ha comprato in via Cesare Ajraghi 30 cinque capannoni coperti da vincolo di destinazione industriale e il 4 agosto 2009 ha chiesto di accorparli in un unico laboratorio, pagando al Comune oneri per 6.687 euro.
A lavori quasi ultimati il gruppo Hi-Lite/Brera 30, specializzato in interni per case di lusso, ha accusato Moratti di non aver pagato l’ultima rata pattuita e l’architetto Gian Matteo Pavanello avrebbe ottenuto un decreto ingiuntivo per 127mila euro e avrebbe portato in tribunale carte dove sarebbe risultato che al posto dei capannoni c’era una villa, ispirata alla casa di Batman.
Poi, aggiunge L’Espresso, la proprietà ha versato 102mila euro di oneri urbanistici e il 12 agosto l’immobile è diventato commerciale.
Il Comune allora avrebbe mandato i controlli, ma senza trovare traccia della villa che, secondo Pavanello, sarebbe stata risistemata con strutture in cartongesso in vista dell’ ispezione.
Il nuovo Pgt milanese, approvato in febbraio, avrebbe inserito l’immobile di via Ajraghi in uno degli ‘ambiti di rinnovamento urbano’ in cui cadono tutti i vincoli di destinazione.
Così, se ora Gabriele Moratti rivendicasse la destinazione residenziale, secondo i calcoli dell’Espresso, vedrebbe il valore della sua proprietà aumentare di un milione di euro.
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