Destra di Popolo.net

FERROVIE: AI PENDOLARI TRENI PIU’ VECCHI E CARI

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

TAGLIATA LA RETE ORDINARIA DI 1.189 KM, RIDOTTI I FONDI STATALI AL TRASPORTO LOCALE DI 1,4 MILIARDI, ALZATE LE TARIFFE PER UN SERVIZIO SEMPRE PIU’ INEFFICIENTE

L’Italia su rotaie viaggia a due velocità : rapidissima — e non potrebbe essere altrimenti — dove corrono i Frecciarossa e Italo.
A passo di lumaca (spesso all’indietro come i gamberi) sui treni dei pendolari e sugli intercity, vittime collaterali — come molti servizi pubblici — dei tagli degli investimenti statali e dei trasferimenti alle Regioni.
I numeri, in questo caso, sono pietre: la cavalcata dell’alta velocità  non ha freni.
Nel 2007 tra Roma e Milano viaggiavano 17 Eurostar al giorno. Ora sono oltre 80. Questi “servizi a mercato”, come li chiamano alle Fs — coccolati, promossi e sostenuti da adeguati investimenti per garantire un servizio al top e sopravvivere alla concorrenza — sono diventati il vero tesoretto dei conti del gruppo, visto che solo nel 2014 hanno garantito 113 milioni di ricavi in più con una crescita dell’8% dei passeggeri.
Gli altri treni vivono invece in una realtà  diversa, confinati in una sorta di serie B delle strade ferrate: dal 2009 ad oggi le linee ad alta velocità  si sono allungate di 740 km. mentre i tecnici di Rfi hanno deciso di chiudere ben 1.189 chilometri della vecchia rete, calcola il rapporto Pendolaria di Legambiente.
L’offerta di Intercity a lunga percorrenza — i convogli che dagli anni ’60 in poi hanno scritto la storia del boom italiano — è calata del 22% tra il 2010 e il 2013 con un altro -1,3% nel 2014.
Per chi vive la Cayenna quotidiana dei pendolari, va se possibile ancora peggio: le risorse statali a loro disposizione sono diminuite dal 2009 al 2014 di un quarto — complici soprattutto i drammatici tagli decisi dal Governo Berlusconi — crollando da 6,2 miliardi a 4,8.
Risultato: i servizi, inevitabilmente, peggiorano.
Anche perchè le Regioni, che non nuotano nell’oro, non sono in grado di tappare il buco dei tagli dello Stato.
E i clienti, disperati, gettano la spugna: il numero di italiani che usa il treno per andare a lavorare è diminuito nel 2014 di 90mila unità  al giorno, scendendo da 2,86 a 2,77 milioni di persone.
Nessuno, in realtà , si stupisce.
Le Ferrovie — in un paese costruito sull’auto — sono da sempre la Cenerentola dei nostri trasporti.
Il 66% dei finanziamenti del piano infrastrutture 2002-2014 sono finiti in un modo o nell’altro sulle strade, per costruire viadotti, aggiungere corsie alle autostrade o stendere asfalto drenante antipioggia.
Ben 6,9 sono andati all’alta velocità , 12,7 (il 12% del totale) al treni dei comuni mortali.
Tanti o pochi? La risposta, cruda, la dà  la realtà  quotidiana di chi ci viaggia sopra. Certo, le tariffe per i pendolari in Italia sono tra le più basse (spessi di gran lunga) d’Europa.
L’età  media dei 3.290 convogli in viaggio è però di 18,6 anni e in alcune aree le cose vanno ancora peggio: in Abruzzo l’84% dei mezzi ha più di vent’anni, in Puglia il 66%. Non solo.
Anche a velocità  — uno degli indicatori di qualità  del servizio — non brilliamo: la media lungo lo stivale è di 35,9 chilometri all’ora, contro il 46 della Francia, il 48 della Germania e al 51 della Spagna.
Secondo uno studio Ansaldo-Breda e Legambiente basterebbero 4-5 miliardi per comprare 1.293 treni locali per ribaltare la situazione e metterci al passo dell’Europa. Ma per ora bisogna accontentarsi della buona volontà  e delle promesse delle Fs che nel loro piano al 2017 — al netto dei 50 Frecciarossa mille ordinati per 1,6 miliardi — prevedono di mettere in circolazione 200 nuovi treni regionali e di rinnovarne 235. Gli investimenti, anche sul fronte del trasporto locale, fanno la differenza.
Provare per credere: la Provincia di Bolzano è uno degli enti locali che più ha puntato sui servizi su rotaia, impegnando anche nel 2014 il 2,07% del suo bilancio per scommettere sulle ferrovie.
E i conti tornano: dal 2001 allo scorso anno i passeggeri sono cresciuti da 11mila a 29mila. Lombardia, Friuli, Trento, Emilia Romagna e Toscana sono le altre regioni virtuose che stanziano più dello 0,5% del bilancio per i treni.
Mentre in maglia nera ci sono Piemonte (nel 2014 ha investito 6,5 milioni per Pendolaria, lo 0,05% dei suoi soldi) e la Sicilia con 2,3 milioni.
Cifra che spiega da sola come mai nell’isola ci siano 1.247 chilometri su 1.420 della rete a binario unico
I governatori, ovviamente, tendono a puntare il dito contro lo Stato che tagliando i trasferimenti non li mette in condizione di scommettere sul treno.
Un modo per supplire alla carenza di fondi, ovviamente, c’è. Ed è quello di alzare le tariffe per recuperare le risorse.
L’hanno fatto in molti: tra il 2010 e il 2014 il Piemonte le ha aumentate del 47%, la Liguria del 41%, la Campania del 23,7%.
Peccato che i ritocchi non siano serviti ad ampliare l’offerta, anzi: Torino l’ha tagliata del 7,5%, la Liguria del 9,8%, la Campania del 19%.
E i viaggi dei pendolari in quest’ultima regione, per dire, sono crollati dai 429mila persone al giorno del 2009 ai 271mila del 2013.
Mentre in Lombardia, Toscana e Puglia, dove si è speso di più, i numeri hanno tutti davanti il segno più.
Il futuro, come sempre accade in Italia fino a che non diventa passato, è rosa.
Qualche appalto ferroviario (ultimo in ordine di tempo quello da 1,3 miliardi per il Brennero) è stato sbloccato.
Le Fs, garantiscono i nuovi vertici (come facevano i vecchi, va detto), hanno garantito un cambio di rotta rispetto all’era non troppo lontana in cui l’alta velocità  faceva la parte del leone, assorbendo il 65% delle risorse disponibili.
Oggi come oggi si guadagna più tempo a minor costi puntando sulla velocizzazione di Freccia bianca e Frecciargento.

Ettore Livini
(da “La Repubblica“)

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MACCHINISTA UNICO SUI TRENI, INDAGATO L’AD DI TRENITALIA

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

A RISCHIO L’INCOLUMITA’ DOPO AVER ELIMINATO LA FIGURA DEL SECONDO MACCHINISTA

Rischia una disavventura giudiziaria l’amministratore delegato di Trenitalia, Vincenzo Soprano.
Il procuratore Raffaele Guariniello, che coordina da mesi verifiche sui treni condotti da un macchinista unico, lo ha iscritto sul registro degli indagati per violazione del Testo unico sulla sicurezza ed omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche.
È chiamato a rispondere degli stessi reati anche l’uomo alla guida della Svi, Frèdèric FHAL.
La Società  viaggiatori italia aveva lanciato nel 2011 una nuova offerta di Tgv Parigi-Milano.
Entrambe le aziende, secondo il magistrato torinese, sarebbero responsabili di mettere a rischio l’incolumità  del macchinista del treno, da quando hanno eliminato, da quasi ormai tutti i convogli circolanti, la figura del secondo ferroviere, fino ad alcuni anni fa presenza fondamentale e obbligatoria su tutti i treni.
La vicenda
Sia Trenitalia che Svi avevano ricevuto, alcuni mesi fa, delle prescrizioni da parte degli ispettori mandati da Guariniello, che avrebbero dovuto rispettare per minimizzare i rischi.
Ma, secondo quanto risulta alla procura, queste indicazioni non sarebbero state rispettate. Per questo motivo il pm ha indagato formalmente entrambi gli amministratori.
Le verifiche svolte dalla polizia giudiziaria sono state effettuate su diverse linee ferroviarie del Piemonte – ma il caso è nazionale – soprattutto nei tratti in galleria.
Dai test è emerso che nei treni con un uomo solo al comando, in caso di infortunio o malore, con l’arresto del mezzo in galleria, non sarebbero garantite le tempistiche adeguate per il soccorso sanitario da effettuare nei tempi più rapidi possibili.
In una simulazione in galleria nei pressi di Cuneo, con blocco del convoglio, il tempo calcolato per l’arrivo del soccorso è stato stimato oltre i 40 minuti. Decisamente troppo per salvare la vita di una persona.
Le regole sul soccorso in ambito ferroviario
E’ il decreto ministeriale del 24 gennaio 2011 che stabilisce le regole sul soccorso in ambito ferroviario, sottolineando come occorra effettuare il primo intervento “nei tempi più rapidi possibili» e come sia necessario che, in ogni punto della rete, «si adottino le modalità  più efficaci per garantire al macchinista con l’arresto del treno in linea, un soccorso» tempestivo.
Soltanto una delle aziende monitorate dalla Procura non è stata coinvolta nell’inchiesta perchè ha ottemperato le prescrizioni diramate da Guariniello: è la Captrain, società  che si occupa di trasporto merci.
Il caso del macchinista unico è scoppiato, dopo gli esposti inoltrati da alcuni sindacati, dopo l’accordo
Fra Trenitalia e alcune sigle sindacali. Nel 2013 già  la procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per verificare le ripercussioni dell’intesa sulla sicurezza dell’uomo solo lasciato al comando.

Elisa Sola
(da “La Stampa”)

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MACCHINISTA UNICO SUI TRENI, INDAGATO L’AD DI TRENITALIA

Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile

A RISCHIO L’INCOLUMITA’ DOPO AVER ELIMINATO LA FIGURA DEL SECONDO MACCHINISTA

Rischia una disavventura giudiziaria l’amministratore delegato di Trenitalia, Vincenzo Soprano.
Il procuratore Raffaele Guariniello, che coordina da mesi verifiche sui treni condotti da un macchinista unico, lo ha iscritto sul registro degli indagati per violazione del Testo unico sulla sicurezza ed omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche.
È chiamato a rispondere degli stessi reati anche l’uomo alla guida della Svi, Frèdèric FHAL.
La Società  viaggiatori italia aveva lanciato nel 2011 una nuova offerta di Tgv Parigi-Milano.
Entrambe le aziende, secondo il magistrato torinese, sarebbero responsabili di mettere a rischio l’incolumità  del macchinista del treno, da quando hanno eliminato, da quasi ormai tutti i convogli circolanti, la figura del secondo ferroviere, fino ad alcuni anni fa presenza fondamentale e obbligatoria su tutti i treni.
La vicenda
Sia Trenitalia che Svi avevano ricevuto, alcuni mesi fa, delle prescrizioni da parte degli ispettori mandati da Guariniello, che avrebbero dovuto rispettare per minimizzare i rischi.
Ma, secondo quanto risulta alla procura, queste indicazioni non sarebbero state rispettate. Per questo motivo il pm ha indagato formalmente entrambi gli amministratori.
Le verifiche svolte dalla polizia giudiziaria sono state effettuate su diverse linee ferroviarie del Piemonte – ma il caso è nazionale – soprattutto nei tratti in galleria.
Dai test è emerso che nei treni con un uomo solo al comando, in caso di infortunio o malore, con l’arresto del mezzo in galleria, non sarebbero garantite le tempistiche adeguate per il soccorso sanitario da effettuare nei tempi più rapidi possibili.
In una simulazione in galleria nei pressi di Cuneo, con blocco del convoglio, il tempo calcolato per l’arrivo del soccorso è stato stimato oltre i 40 minuti. Decisamente troppo per salvare la vita di una persona.
Le regole sul soccorso in ambito ferroviario
E’ il decreto ministeriale del 24 gennaio 2011 che stabilisce le regole sul soccorso in ambito ferroviario, sottolineando come occorra effettuare il primo intervento “nei tempi più rapidi possibili» e come sia necessario che, in ogni punto della rete, «si adottino le modalità  più efficaci per garantire al macchinista con l’arresto del treno in linea, un soccorso» tempestivo.
Soltanto una delle aziende monitorate dalla Procura non è stata coinvolta nell’inchiesta perchè ha ottemperato le prescrizioni diramate da Guariniello: è la Captrain, società  che si occupa di trasporto merci.
Il caso del macchinista unico è scoppiato, dopo gli esposti inoltrati da alcuni sindacati, dopo l’accordo
Fra Trenitalia e alcune sigle sindacali. Nel 2013 già  la procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per verificare le ripercussioni dell’intesa sulla sicurezza dell’uomo solo lasciato al comando.

Elisa Sola
(da “La Stampa”)

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NON TI PAGO: OCCORRE UNA RIVOLTA CONTRO I DISSERVIZI PUBBLICI

Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile

GLI ITALIANI HANNO DIRITTO AD AVERE SERVIZI DECENTI ALL’ALTEZZA DELLE IMPOSTE CHE PAGANO?

Dopo il raccontino su un giorno di ordinario Frecciarossa, sono stato alluvionato dai messaggi di amici e lettori impazienti di denunciare le proprie disavventure, simili o addirittura peggiori, sui leggendari “trasporti pubblici” in quest’estate italiana.
È come se fosse saltato il tappo di un’esasperazione troppo a lungo covata e repressa, che ha trovato finalmente uno sfogo pubblico dopo tanta rabbia silenziosa.
Chiunque abbia una storia simile da raccontare in treno, in autobus,sulla metro o in aereo, può inviarcela in poche righe a segreteria@ilfattoquotidiano.it  e la pubblicheremo, magari corredata da qualche foto scattata con l’iPhone ai mesti display delle stazioni e degli aeroporti che segnalano ritardi di 100, 200, 300 minuti, fino alle 20 ore di attesa del volo Firenze-Palermo che ieri spopolavano sul web.
Qui non si tratta di fare del qualunquismo a buon mercato intonando il solito“Piove, governo ladro”, ma di dare voce a una rivolta contro i disservizi pubblici che tutti, dai “responsabili” menefreghisti agli utenti rassegnati, considerano un accidente inevitabile, connaturato col Dna italiota.
Una rivolta che, in un Paese meno cinico e assuefatto del nostro, avrebbe già  provocato uno sciopero di massa: se arrivo in stazione e il mio treno è in ritardo di un’ora, io salgo senza pagare e faccio verbalizzare il motivo della mia protesta; se il controllore mi applica — per cambiare il biglietto dalla seconda alla prima classe che sul sito web risultava esaurita e invece si scopre semivuota — la multa di 8 euro oltre al sovrapprezzo, io non pago e motivo il senso del mio gesto; se, per un errore materiale di data o di orario sul biglietto, il controllore anzichè correggere la svista mi infligge una multa di 50 euro e mi insulta pure, io non pago e metto tutto nero su bianco. Finchè, a comportarsi così, saranno pochi rompipalle isolati, non cambierà  nulla.   ùMa, se la rivolta sarà  di massa, i vertici aziendali dovranno preoccuparsi e provvedere.
Si tratta di rimettere le cose nel giusto ordine: il cliente ha sempre ragione, a meno che non voglia fare il furbo rubando una corsa gratis (nel qual caso, nessuna pietà ); e il consumatore ha tutto il diritto di ricevere servizi decenti, all’altezza delle imposte che paga (se le paga: se invece evade, non dovrebbe poter entrare in un ospedale pubblico, accedere a un’autostrada, salire su un autobus o una metro, mandare i figli in una scuola statale, e così via).
Oggi invece nel Paese di Sottosopra — come lo chiamava Giorgio Bocca- noi cittadini siamo considerati (e finiamo per considerarci noi stessi) sudditi a cui infliggere qualunque angheria e sopruso, da una classe dirigente che non dirige un bel nulla, se non i propri lauti stipendi.
E pretende che paghiamo cari e salati i nostri errori, anche se in buona fede, mentre chi dovrebbe dare il buon esempio sbaglia continuamente e dolosamente, e non ne paga mai lo scotto.
Ricordate la campagna forsennata dei politici e della stampa al seguito contro le toghe,   al grido di “Chi sbaglia paga”?   Ha prodotto un aborto di responsabilità  civile dei magistrati che li ha messi tutti sotto scacco, con la minaccia di azioni civili per danni per le indagini e i processi che fanno.
E il governo continua a sfornare decreti per riaprire stabilimenti inquinanti e stragisti che i giudici chiudono per tutelare la salute e la vita a operai e residenti.
E la stampa confindustriale (praticamente tutta) attacca ogni giorno quei giudici, minacciati di cause miliardarie per danni che non basterebbero mille vite per ripagare. La domanda è: e i politici quando pagano?
A quando una bella legge sulla responsabilità  civile di ministri e legislatori che metta sul loro conto i danni incalcolabili dei loro abusi, ruberie, inefficienze, sprechi e leggi sballate?
La Corte di Strasburgo ha appena condannato l’Italia (cioè lo Stato, cioè noi) a pagare i danni alle vittime delle sevizi e alla scuola Diaz durante il G8 di Genova e a due omosessuali perchè i nostri politici inetti — unici in Europa — sono riusciti a non introdurre il delitto di tortura e a non riconoscere i diritti delle coppie gay, così come non fanno nulla sul diritto d’asilo, lo ius soli, l’omofobia e l’Imu agli istituti religiosi con scopo di lucro.
Chi paga? I politici?
A quando una bella legge sulla responsabilità  civile di ministri e legislatori che metta sul loro conto i danni incalcolabili dei loro abusi, ruberie, inefficienze, sprechi e leggi sballate?
Ora vogliono vietarci di registrare i nostri colloqui con terzi per paura che ci vada di mezzo qualche signorino della Casta con la mazzetta in bocca o il mafioso in casa. Altra legge incostituzionale e contraria alla giurisprudenza di Strasburgo, che verrà  presto rasa al suolo.
Chi pagherà ? I politici? No, sempre noi. Contenti noi…

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FRECCIAROSSA, ITALIA

Luglio 28th, 2015 Riccardo Fucile

STORIA DI ORDINARIA FOLLIA

Frecciarossa Milano-Roma, ieri.
Salgo a Firenze alle14.04 con due amici e colleghi. Treno semivuoto, solita temperatura polare (Trenitalia non conosce mezze misure fra +50 e -20 gradi: o caldo equatoriano,quando l’aria condizionata non funziona, o cella frigorifera).
Entro nella toilette e chiudo la porta,o almeno questa è l’impressione che ho.
Ma, proprio mentre inizio a fare le mie cose, la porta si riapre. Non funziona. E vabbè, ordinaria amministrazione. Pigio “Acqua”,ma non viene giù niente.E vabbè, ordinaria amministrazione.
Mi siedo al mio posto e appoggio il giornale sul tavolino. I piedi mi si incollano al pavimento, dove noto tracce mesozoiche di un liquido nero e appiccicoso.E vabbè,ordinaria amministrazione.
Prelevo il giornale, ma anche quello è diventato un tutt’uno col tavolino: stesse tracce preistoriche a presa rapida. E vabbè, ordinaria amministrazione.
Arriva la controllora, molto compresa nella parte.Scruta e riscruta sul display del mio cellulare il codice Pnr del mio biglietto elettronico, e con un certo disappunto non trova nulla da obiettare: quel posto è proprio il mio.
E vabbè,ordinaria amministrazione. Quando però tocca ai miei due amici, scopre con malcelato godimento che il loro biglietto (prenotato, come il mio, due ore prima dalla segreteria del giornale) è sì per il Freccia-rossa Firenze-Roma delle 14.04,ma la data è quella di oggi anzichè di ieri.
Per un errore di digitazione, non si sa se di Trenitalia o della nostra segreteria.
Il poderoso apparato informatico sciorinato dal personale viaggiante consentirebbe di correggere la svista con un clic che riposizioni sul 27 il biglietto che segna 28.Invece no.
L’aspirante kapò si fa scura in volto ed elenca ammende, tariffe, contravvenzioni e supercazzole, per un totale di 189 euro, in aggiunta ai due biglietti già  pagati dai   due colleghi 90 euro (45+45).
I malcapitati guardano la tipa con aria incredula: “Mica siamo dei furbacchioni che salgono senza biglietto, c’è stato un piccolo errore: com’è possibile che ora dobbiamo pagare il triplo?”.
Seguono altre supercazzole a norma di regolamento. Mi intrometto, anch’io poco pratico ma sbalordito. “Ci sarà  una differenza fra i portoghesi che tentano di viaggiare gratis truffando Trenitalia e due persone oneste che hanno regolarmente pagato il biglietto ma sono incappate in un refuso del computer”. Niente.
Obietto che 189 euro per due biglietti da 90 sono una rapina, specie su treni dove non funziona nulla, e da parte di un’azienda che dovrebbe scusarsi per i suoi, di errori.
L’aspirante kapò non sente ragionie tende il palmo della mano in attesa dei soldi.
I colleghi, giustamente, non conciliano e annunciano ricorso. Segue richiesta dei documenti ai due putribondi figuri.
Poi il doppio verbale: la controllora chiama in soccorso un collega maschio, forse perchè due verbali sono troppa fatica per una controllora sola, o forse perchè così vuole il regolamento, non è ben chiaro.
Espletata l’improba missione, la coppia in divisa se ne va.
Ma, prima che la porta (eccezionalmente funzionante) si richiuda alle loro spalle, la gentile signora mi insulta: “Ah quel Travaglio, che figura di merda”.
Non si rende neppure conto — glielo faccio poi notare io—che la figura di merda è quella che la costringe a fare la sua azienda, sempre chè le sue supercazzole fossero a norma di regolamento.
Il treno, naturalmente,arriva a Roma con 10 minuti di ritardo, il che basta e avanza in Spagna per ottenere il rimborso dell’intero biglietto: in Italia invece,per un numeretto errato, il biglietto lo paghi il triplo.
E ringrazi pure l’azienda perchè il treno era “quasi puntuale” (espressione intraducibile in qualunque altra lingua).
Racconto questa storia perchè personalmente non mi riguarda (le vittime sono i miei due amici) e perchè negli occhi della controllora ho letto un sincero stupore dinanzi alle nostre, peraltro civilissime, proteste :evidentemente casi come questo le capitano spesso, e nessuno s iribella mai ai soprusi di un’azienda tanto corriva con i propri errori e disservizi quanto feroce e rapinosa quando a sbagliare, peraltro in buona fede, sono i clienti.
Anche se uno avrebbe diritto al rimborso, parziale si capisce, del biglietto, non prova neppure a chiederlo, tanti sono gli adempimenti burocratici e le code da fare in questo e quell’ufficio.
Lo stesso accade sui treni “ordinari”, i carri bestiame che trasportano pendolari, colpevoli soltanto di lavorare lontano da casa.
Accade sugli aerei Alitalia che, specie d’estate, non riescono mai a decollare una sola volta in orario.
Accade sulle metropolitane, quando arrivano, e sugli autobus, quando passano.
Ci prendono per sfinimento. E noi, spossati e rassegnati, ci lasciamo fare di tutto dai cosiddetti “responsabili ” dei presunti “servizi pubblici”, buttando lì al massimo qualche battuta cinica, tipo: “Vabbè, siamo in Italia…”.
E se Roma affoga nella monnezza, per la gioia dei topi, ormai assurti alle dimensioni dei dinosauri di Jurassic Park, un po’meno dei turisti, siamo tentati di dare ragione ad Alessandro Gassman che, giustamente disperato ed esasperato, invita i cittadini romani ad armarsi di scope e a fare da sè.
E a nessuno viene in mente di rivolgersi all’Ama, cioè all’azienda municipale profumatamente finanziata coi soldi nostri per pulire la città .
Su questo cà mpano i politici (che ci prendono pure in giro con gli annunci sul taglio delle tasse e i tagli alla sanità ): sulla nostra infinita sopportazione che farebbe invidia a Giobbe. Il giorno in cui cominceremo a pretendere che facciano ciò per cui profumatamente li paghiamo, sarà  sempre troppo tardi.
Ma sarà  la loro fine.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TRENI BOLLENTI: ARIA CONDIZIONATA IN TILT E LA RABBIA CORRE SUI BINARI

Luglio 24th, 2015 Riccardo Fucile

DISAGI IN TUTTA ITALIA: MILANO, FIRENZE, ROMA, L’IRA DEGLI UTENTI

Troppo caldo. Aria condizionata in tilt. Treni al collasso.
Sta succedendo in tutta Italia, da Nord a Sud. Pendolari e vacanzieri uniti in un medesimo destino: condannati a stare in carrozze bollenti trasformate in forni. Convogli fermi ore sotto il solleone.
Parliamo indifferentemente di alta velocità , collegamenti regionali e suburbani, linee cittadine e metrò.
Ferrovie dello Stato ha convocato una riunione d’emergenza con tutti i vertici. L’ammistratore delegato Elia ha parlato di «situazione inammissibile», ricordando che ««prima di tutto viene il passeggero».
Insomma: una vera e propria strigliata. Preceduta ddalle scuse ufficiali di Trenord agli utenti lombardi per i ripetuti disservizi, il collasso in Toscana divenuto un’emergenza da protezione civile, le aggressioni ai macchinisti del trenino Roma-Lido (tra l’altro accusati di aver attuato una specie di agitazione «bianca» che ha bloccato le corse a 40°).
Con il corollario – mentre milioni di italiani si apprestano a partire per le ferie – di polemiche, accuse incrociate tra regioni e Trenitalia, rimpallo di responsabilità .
E in un caso – un guasto sul Tgv francese Milano-Parigi – non viene esclusa l’ipotesi sabotaggio.

Alessandro Fulloni
(da “il Corriere della Sera“)

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VIAGGIATORI SENZA BIGLIETTO E REGOLE DI TRENITALIA

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

STORIE DI ORDINARIO RAZZISMO

Mattino, treno regionale 3041 Lucca-Firenze.
Un passeggero, italiano, non ha il biglietto. Ha l’aria strafottente, e si rivolge a male parole alla capotreno che, giustamente, gli fa la multa.
Pomeriggio, regionale 23364 Firenze-Pisa.
Un altro passeggero, senegalese, strafottente anche lui, eÌ€ senza biglietto. Stavolta la capotreno ordina di scendere alla prima stazione. C’eÌ€ anche un poliziotto che lo caccia senza troppi complimenti.
Decido di intervenire. Chiedo alla capotreno perché ha fatto scendere il passeggero: la legge dice che in questi casi bisogna fare la multa, inviandola a casa per posta se l’interessato non paga subito.
Lei mi dice che si è comportata secondo le regole, e io insisto: desidero il riferimento normativo esatto.
Mi chiede le mie generalità e io le mostro un documento, chiedo che prenda nota dei miei dati e che inserisca le mie contestazioni nel verbale.
Lei si siede, respira e mi dice che in effetti la cosa non è prevista dalla legge, ma dai regolamenti interni di Trenitalia.
Le mostro i regolamenti e le faccio notare che dicono il contrario.
Lei telefona ad un responsabile: «ciao, scusa, ho fatto scendere un tizio “di colore” (eÌ€ rilevante il dettaglio? I passeggeri non sono tutti uguali?) e adesso c’eÌ€ un altro passeggero che mi chiede in base a quale legge ho agito».
Dall’altro capo del telefono sento citare le Condizioni generali di Trasporto, art. 7. Riapro l’Ipad, cerco le Condizioni generali di Trasporto, vado all’art. 7 e glielo mostro: parla di multa, non di discesa forzata dal mezzo.
«Ma io sul treno ho un potere discrezionale», prova a difendersi. Regolamenti alla mano, le faccio notare che le cose non stanno cosiÌ€.
Alla fine si arrende: «Faccia una contestazione formale e vediamo cosa le rispondono».
E cosiÌ€ ho fatto: ho chiamato il call center della Regione Toscana e ho chiesto una risposta scritta dell’azienda.
Nel frattempo, un passeggero italiano ha avuto una multa, e uno «di colore» – per usare la terminologia superficiale dell’operatrice – eÌ€ stato cacciato in malo modo dal treno…

Sergio Bontempelli
(da “il Corriere della Sera”)

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FERROVIERE LICENZIATO PERCHE’ NON VOLEVA GUIDARE DA SOLO, IL GIUDICE GLI DA’ RAGIONE

Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile

TRENITALIA AVEVA ELIMINATO LA FIGURA DEL SECONDO MACCHINISTA: SE AVESSE AVUTO UN MALORE NESSUNO POTEVA GUIDARE IL CONVOGLIO… LA LOGICA RENZIANA PRODURRA’ EFFETTI TRAGICI SUI DIRITTI DEI LAVORATORI

Il ferroviere Silvio Lorenzoni non voleva guidare senza il secondo macchinista.
Come migliaia di colleghi temeva che, in caso di emergenza o se si fosse sentito male trovandosi in un tunnel o su un viadotto, un’ambulanza non lo avrebbe mai raggiunto: ci sarebbe stato bisogno di un collega che portasse il treno incontro ai soccorsi.
Per questo Trenitalia lo ha sospeso e licenziato. Ma il Tribunale di Genova gli ha dato ragione.
Il problema del doppio macchinista
Trenitalia, come altre aziende del trasporto ferroviario, dal 2009 ha introdotto l’agente solo per il trasporto viaggiatori e dal 2010 ha progressivamente tagliato i doppi macchinisti a bordo dei treni merci, affiancando a un unico conducente il cosiddetto tecnico polivalente.
Questo, in caso di malore del macchinista, ferma il treno e chiama i soccorsi, ma non è in grado di guidare.
Una misura presa per rendere più efficiente il lavoro, dopo la liberalizzazione del trasporto ferroviario.
“Allora furono 7mila, sui 10mila macchinisti totali che ci sono in Italia, a firmare contro questa misura. Ma in un clima segnato da sospensioni e licenziamenti, in pochi sono stati coerenti e hanno continuato a rifiutarsi di guidare. Uno di questi è Lorenzoni” fa sapere a ilfattoquotidiano.it il ferroviere genovese Antonino Catalano, responsabile del sindacato Cat (Coordinamento autorganizzato trasporti).
Addetto alla Divisione Cargo dell’Area Nord Ovest, Lorenzoni era abituato a guidare su tratte piene di tunnel, come quelle liguri.
Da solo non voleva lavorare: sarebbe stato troppo pericoloso in caso di malore.
Lo aveva messo anche nero su bianco, con una lettera indirizzata alla direzione di Trenitalia il 22 febbraio 2011.
Avvertiva che avrebbe potuto “astenersi dal compiere l’attività  di condotta richiesta in tali condizioni di degrado, a tutela della propria incolumità ”.
E ha mantenuto la promessa.
Nel 2012 era stato sospeso per due volte, perchè, non lavorando, aveva causato ritardi e quindi danni patrimoniali all’azienda.
Nel 2014 lo aveva fatto di nuovo, quattro volte.
Dopo le sanzioni disciplinari (oltre 30 giorni senza lavoro e senza paga), Trenitalia è passata al licenziamento, il 5 settembre 2014.
Una decisione storica che potrebbe cambiare il trasporto ferroviario
A distanza di sei mesi, il tribunale di Genova non si limita ad annullare il licenziamento con un’ordinanza immediatamente esecutiva, ma entra nel merito della questione.
Secondo il giudice Marcello Basilico, l’azienda non può aumentare i rischi per i lavoratori per motivi di “economicità ” ed “efficienza”.
Se lo fa, è da considerarsi responsabile. “Sono più di 200 i macchinisti sanzionati con giorni di sospensione perchè si sono rifiutati di guidare senza un collega pronto a sostituirli in caso di malore; in tribunale hanno perso in primo grado, aspettano l’appello. Ma questa ordinanza potrebbe cambiare tutto” spiega ancora il ferroviere e sindacalista Catalano.
L’ultimo caso due giorni fa, in Sardegna: infarto del conducente
A meno che il treno non si trovi nella Pianura Padana, lontano da gallerie, il conducente rischia grosso se si sente male sul lavoro.
Come è accaduto il 26 marzo sulla linea Iglesias-Cagliari, quando l’uomo alla guida di un regionale ha accusato sintomi di infarto.
Fortuna che tra i passeggeri c’era un collega fuori servizio, che ha portato il treno alla stazione più vicina.
Soccorso dall’ambulanza, il macchinista è giunto in ospedale e operato di urgenza. Se c’è stato un lieto fine, lo si deve solo al caso.

Ilaria Lonigro
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL PIANOFORTE LIBERO CHE INCANTA MILANO

Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

ALLA STAZIONE UNA TASTIERA PER VIRTUOSI, PASSANTI E CLOCHARD

L’idea è semplice: piazzare un pianoforte nella Stazione Centrale, metterlo a disposizione di tutti e vedere, anzi sentire, quel che succede.
Così, sotto le volte assiro-milanesi dell’atrio, proprio accanto all’albero di Natale, è spuntato un verticalino Kawai con il seggiolino lucchettato a una gamba (non si sa mai) e la scritta «Play me, I’m yours». Detto fatto.
In un’ora e mezza l’hanno suonato in quattro: uno che non sapeva farlo, un altro malissimo, una malino e uno splendidamente.
L’idea
Prima di raccontare nei dettagli chi si mette a suonare in stazione (e come), va precisato che l’iniziativa non è nuova.
L’idea è venuta nel 2008 all’artista britannico Luke Jerram e da allora i pianoforti a tocco libero sono apparsi in piazze, parchi, stazioni, aeroporti di tutto il mondo, e perfino alla Camera dei Lord.
In Italia, Grandi Stazioni li aveva già  installati a Venezia Santa Lucia, Firenze Santa Maria Novella e Roma Tiburtina. Assurdo che mancasse proprio Milano Centrale.
Ora, il viaggiatore che si fosse trovato a transitarci intorno alle 13 di ieri avrebbe avuto una sorpresa particolarmente buona.
Infatti sulla tastiera metteva in quel momento le mani uno che sa usarle, benchè abbia soltanto dodici anni.
Si chiama Luca Grianti, è di Segrate, studia musica a Manchester, passava di lì con il papà  e ovviamente non ha resistito. Così gli astanti hanno potuto ascoltare lo studio opera 10 numero 12 in do minore di Chopin, sì, quello famosissimo che in altri e più romantici tempi portava il sottotitolo (del tutto apocrifo) di «La caduta di Varsavia» e un’improvvisazione molto jazzistica e swing (e molto bella) su «Jingle bells».
Poi, a gentile richiesta (mia, in effetti) di un po’ di Bach, anche il primo movimento del Concerto italiano.
Risultato, applausi, complimenti, foto con i telefonini e richieste di bis.
Il pubblico era molto eterogeneo: passeggeri in attesa del treno, ferrovieri in attesa dell’inizio del turno, profughi siriani in attesa di proseguire per il Nord (e intanto smistati e assistiti nel mezzanino), barboni in attesa del nulla.
In ulteriore attesa poi che qualcuno faccia qualcosa per l’educazione musicale, duole constatare che ha ragione Riccardo Muti quando dice che l’Italia, da Paese della musica, sta diventando il Paese della storia della musica.
Quindi la comparsa di un pianoforte e soprattutto di qualcuno che sappia suonarlo fa sensazione, mentre ad altre latitudini è del tutto normale.
In ogni caso, davanti all’entusiasmo generale il baby virtuoso Grianti, imperturbabile e divertito, si è limitato a deplorare che lo strumento fosse un po’ scordato e che lui si fosse scordato i guanti, quindi prima di cominciare a suonare aveva le mani intirizzite.
Alla tastiera
Di certo, la sua performance è stata decisamente superiore delle altre che abbiamo potuto apprezzare, si fa per dire, in Centrale.
Nell’ordine: un barbone di colore, un gruppo di turisti filippini che non andavano oltre le prime tre o quattro battute di qualche atroce canzonetta e una signorina di quelle che una volta si definivano di buona famiglia che ha attaccato «Per Elisa», cioè appunto il brano con il quale generazioni di signorine di buona famiglia hanno rotto l’anima e non solo l’anima ai loro sventurati vicini di casa.
Però il pianoforte ferroviario è un’ottima idea. Fa Natale. Permette di socializzare.
Risolleva il morale a chi arriva in stazione con la metro, quindi scavalcando lavori in corso in atrii muscosi e fori cadenti popolati di venditori abusivi e mendicanti, insomma la versione milanese del Terzo mondo.
E infine fornisce il sottofondo musicale alla lettura delle letterine lasciate dai viaggiatori sull’alberone.
Di regola sono un elenco di banalità  buoniste, ma qualcuna è davvero divertente.
Per esempio, questa: «Caro Babbo Natale, lo so che non fai miracoli, però, almeno in questo periodo, puoi far arrivare i treni in orario?».

Alberto Mattioli

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