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LIVORNO, LA PICCOLA ROMA: NOGARIN TRA INDAGINI, MAL DI PANCIA DELLA BASE E GRANA RIFIUTI

Ottobre 17th, 2016 Riccardo Fucile

SINDACO SOMMERSO DAI PROBLEMI CON UNA GIUNTA PRECARIA E BASE IN RIVOLTA

“Risolvo problemi”. In un’intervista all’Espresso del 18 luglio 2014 Filippo Nogarin si presenta così, citando Mr Wolf di Pulp Fiction. Questo poco dopo essere stato eletto sindaco di Livorno l’8 giugno del 2014 vincendo con il 53% dei voti il ballottaggio contro Marco Ruggeri del Pd.
Un risultato incredibile: basti pensare che a Livorno viene fondato il Partito comunista italiano e nel dopoguerra non c’è mai stato alla guida della città  un sindaco non legato al partitone rosso e ai suoi eredi.
Insomma, un risultato che rievoca il successo clamoroso di Giorgio Guazzaloca a Bologna nel 1999. Il macellaio bolognese, alla guida di una lista civica, sconfisse infatti al secondo turno Silvia Bartolini, candidata della sinistra. Sinistra (prima Pci, poi Pds) che sotto le Due torri regnava da sempre incontrastata. Una vittoria talmente eclatante che vide arrivare a Bologna le tv di tutto il mondo per documentare l’incredibile evento.
Lo stesso si può dire in un certo qual modo di Livorno.
Prima di tutto per la storia e le caratteristiche della città . Centro portuale per eccellenza, il porto di Livorno è il più grande della Toscana e uno dei più importanti d’Italia e del Mare Mediterraneo.
Dopo la liberazione del Paese nel 1945, il Partito comunista domina la politica cittadina grazie anche all’appoggio di una solida base operaia in gran parte impiegata nel porto.
La vittoria del Movimento 5 stelle è quindi clamorosa. Un po’ perchè è la seconda vittoria in un comune importante (prima c’era stata la conquista di Parma). E poi perchè va a prendersi una delle roccaforti rosse che mai, almeno nell’immaginario della sinistra, si pensava potesse cambiare colore.
“Risolvo problemi” dunque e mai frase sembra più profetica. Perchè per Nogarin i problemi non mancano e l’ultimo è arrivato soltanto la scorsa settimana, quando sul suo profilo Facebook ha annunciato di essere indagato per abuso di ufficio
E fin dal suo insediamento le grane che deve affrontare ricordano quelle che ha affrontato la giunta di Roma guidata da Virginia Raggi.
Subito si presenta il nodo della nomina degli assessori che vengono selezionati attraverso un bando e una scrupolosa analisi dei curricula.
Ne arrivano quasi un migliaio, tanto che la squadra di Nogarin non viene presentata tutta insieme il 30 luglio come promesso.
Quel giorno in una conferenza stampa vengono svelati solo due nomi dei sette previsti (alla fine saranno dieci). Sono Alessandro Aurigi all’Urbanistica e Simona Corradini alla Mobilità . Il colpo di scena arriva nemmeno 48 ore dopo: Corradini viene cacciata perchè già  candidata a un’altra tornata elettorale in una lista civica tradendo così uno dei cardini del regolamento dei 5 stelle.
Fosse stato solo per il sindaco, probabilmente Corradini sarebbe ancora al suo posto. Ma sono la base e il gruppo consiliare che sostiene la giunta ad andare su tutte le furie e a far tornare sui propri passi il primo cittadino.
Addirittura l’assessore al Bilancio sarà  nominato solo dopo Ferragosto. È solo la prima puntata delle frizioni tra Nogarin e il il gruppo M5s, che a tratti creano una situazione di assemblearismo permanente che non sempre si sposa con i tempi del governo della città 
Ma oltre ai problemi di poltrone – che si ripresentano tra un rimpasto in giunta e dimissioni o cacciate nel gruppo di maggioranza che diventa sempre più risicata – ci sono anche quelli della città .
Prima di tutto il porto di Livorno, simbolo e prima industria della città  dove il cantautore anarchico Piero Ciampi in una celebre canzone aveva lasciato il cuore. Dopo 60 anni è pronto il piano regolatore. Inizialmente Nogarin non vuole firmarlo e la maggioranza che lo sostiene è con lui.
Poi, “per responsabilità  istituzionale”, la firma arriva con voto in aula del sindaco e del Pd. Contrario il MoVimento 5 stelle.
Non mancano poi i contrasti con il Pd che in regione continua a governare incontrastato con il presidente Enrico Rossi e che comunque per quasi 60 anni (con differenti nomi) è stato nella stanza dei bottoni del palazzo comunale.
Per esempio il no alla costruzione di un nuovo ospedale (266 milioni in project financing). Tra gli altri obiettivi cari ai 5 stelle, la giunta ha consentito la libera balneazione all’interno degli stabilimenti.
Un altro punto importante per Nogarin è il trasporto pubblico gratuito. Un traguardo ambizioso che inizia a essere sperimentato nelle corse serali dell’orario estivo 2016 e che potrebbe essere prorogato anche per la nuova stagione.
Ma il nodo più spinoso che deve affrontare Nogarin è quello della gestione dei rifiuti. Una questione che fa traballare la sedia del sindaco e che lo mette ancora una volta in contrasto con i suoi uomini.
I guai per il sindaco Nogarin iniziano il 7 maggio del 2016, quando il primo cittadino riceve un avviso di garanzia dalla procura di Livorno, nell’ambito dell’inchiesta su Aamps, l’azienda controllata al 100% dal Comune che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti del capoluogo toscano.
Nogarin diventa così il primo sindaco a Cinque Stelle di una grande città  a entrare nel registro degli indagati. Soltanto cinque giorni più tardi, la stessa sorte toccherà  anche a Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, risultato sotto inchiesta della procura di Parma per le nomine al teatro regio. Indagine che poi verrà  archiviata.
Nel pasticcio livornese in cui sprofonda il primo cittadino le colpe risalgono però prevalentemente alla gestione precedente dell’azienda, i cui vertici erano stati nominati dalle amministrazioni di Centrosinistra.
La società  chiude infatti i bilanci 2014, anno dell’insediamento a giugno del sindaco pentastellato, con un rosso pesantissimo di oltre 20 milioni di euro. Abbastanza per gettare un’ombra anche sui conti precedenti, visto che l’esercizio precedente si era chiuso con un utile di 84 mila euro. Cosa è successo in un solo anno per fare sprofondare così i conti?
Nogarin c’entra poco o nulla. O meglio non riesce a riportare in carreggiata un’azienda i cui conti avevano cominciato a sbandare pericolosamente prima del suo arrivo.
Quando si insedia, punta su Marco di Gennaro, ingegnere informatico senza esperienza nel settore, e lo nomina amministratore unico. “Sarà  il nostro Steve Jobs”, assicura il sindaco nell’agosto 2014. Durerà  soltanto sette mesi, declassato prima a membro del nuovo cda per poi essere silurato definitivamente un anno più tardi nel pieno della tempesta sulla municipalizzata.
I conti, si diceva.
I problemi iniziano già  a novembre 2015, quando il collegio dei revisori dà  parere negativo all’approvazione del bilancio 2014, per cui il cda stimava una perdita di 21,3 milioni di euro.
Un quadro definito dai revisori “non veritiero”. Sullo stato di salute finanziario dell’azienda pesano però come un macigno almeno 11 milioni di crediti non riscossi relativi alla ex Tia, ora Tari. In pratica, bollette di rifiuti mai pagate e che l’azienda negli anni non era stata in grado di riscuotere.
Anzichè colmare le perdite di esercizio con nuove risorse fresche, Nogarin a luglio aveva deciso di spalmare sulla nuova Tari quanto non incassato in precedenza, con un aumento per tre anni della tassa sui rifiuti.
Intanto però la situazione precipita. Nogarin dà  il via libera definitivo al Bilancio dell’anno passato dopo essersi scontrato alcune settimane prima con il voto contrario della sua stessa maggioranza e a fine mese, dopo avere prima prospettato l’ipotesi di una maxi ricapitalizzazione, ottiene invece dall’assemblea con un solo voto di vantaggio il via libera a presentarsi all’assemblea dei soci di Aamps con la richiesta di un concordato preventivo in continuità  aziendale..
Una prospettiva che gela i lavoratori i lavoratori della municipalizzata che iniziano così un pesante braccio di ferro con l’amministrazione e che verrà  definitivamente accolta dal tribunale fallimentare nel luglio di quest’anno, con la nomina anche del commercialista Fabio Serini come commissario giudiziale.
Nel frattempo il sindaco autorizza la stabilizzazione di 33 precari all’interno dell’azienda. Sarebbe proprio questo atto al centro delle contestazioni mosse dai magistrati al primo cittadino, che con un post su Facebook ammette pubblicamente di essere stato raggiunto da un avviso di garanzia che configura l’ipotesi di reato, quella per bancarotta fraudolenta.
Secondo il Tirreno però il primo cittadino sarebbe iscritto nel registro degli indagati per altre due ipotesi di reato, Falso in Bilancio e abuso d’ufficio. Reato, questo, per cui effettivamente il sindaco ha dichiarato di essere indagato soltanto la scorsa settimana insieme all’assessore Gianni Lemmetti.
Dai tempi della giustizia, purtroppo non sempre rapidi in Italia, e dai rigidi regolamenti del Movimento 5 stelle, è a questo punto legato il futuro di Nogarin che nella primavera del 2017 arriverà  al giro di boa del suo primo mandato. Forse.

(da “Huffingtonpost”)

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LA DIRETTA AMATORIALE DELLA RAGGI “TROPPO RAGGIANTE” E SUBITO CANCELLATA

Ottobre 16th, 2016 Riccardo Fucile

UNA SCENA IMBARAZZANTE SIMILE ALLE FESTE DEI LICEALI QUANDO IL TASSO ALCOLICO SUPERA IL LIVELLO DI GUARDIA… CRITICHE SUL WEB ANCHE DAI GRILLINI

È una Virginia Raggi assai… “raggiante” quella che nella tarda serata di ieri ha improvvisato una diretta Facebook direttamente dal “conclave” grillino riunito questo weekend in un agriturismo di Anguillara.
La prima cittadina, insieme a dieci assessori e 28 consiglieri comunali pentastellati, ha scelto la località  nei pressi del Lago di Bracciano per «fare squadra» e analizzare i risultati raggiunti
La decisione — neanche troppo originale — della Raggi, aveva suscitato già  nel pomeriggio qualche polemica da parte di esponenti del Partito Democratico, da Giovanni Zannola che aveva utilizzato una metafora calcistica: «Raggi si rifugia per due giorni in campagna con assessori e consiglieri del M5S come una squadra che dopo l’ennesima sconfitta di campionato si chiude in ritiro. I problemi della Capitale infatti, a ormai quattro mesi dall’insediamento, sono ancora lì a dimostrare l’incapacità  di governo», a Stefano Pedica, che aveva invece lamentato la scarsa trasparenza del nuovo corso grillino: «Le riunioni della Raggi e della sua giunta sono sempre più carbonare. Che fine ha fatto il tanto sbandierato streaming dei Cinquestelle?».
Forse per accontentare Pedica, o forse per gioco, lo streaming alla fine è arrivato.
A pubblicarlo in rete, utilizzando la recente funzione di Facebook, è stata proprio Virginia Raggi, che dal suo cellulare ha voluto inviare un saluto al “popolo della rete” e a quei vituperati giornalisti che “pagherebbero oro” per avere le immagini del ritiro grillino.
Il breve filmato ha sfatato decisamente il mito del serioso “conclave” riportandoci indietro nel tempo, a quelle feste da diciottenni dove il tasso alcolico superava i livelli di guardia dalle 21 in poi.
La Raggi si è mostrata allegra e ha incassato il coretto “Virginia! Virginia!” (non previsto) intonato a gran voce dagli altrettanto allegri amministratori riuniti in plenaria per decidere le sorti della Capitale.
È poi scoppiata a ridere tribolando non poco prima di riuscire a chiudere la trasmissione, concludendola con l’emblematico quesito: «La domanda è… Dove si spegne?», a confermare che sia lei che l’On. Di Maio hanno qualche problema con l’utilizzo dei moderni device.
La scena, vagamente imbarazzante, ha incassato diversi commenti ironici e persino le critiche da parte di qualche grillino di stretta osservanza che non ha gradito il clima vacanziero e l’eccesso di giubilo di fronte a una città  afflitta da gravi problemi.
I commentatori più maligni hanno ipotizzato l’abuso di droghe leggere o alcool, qualcun altro ha iniziato a chiedere con quali soldi fosse stata pagata l’allegra “scampagnata”…
Il “popolo della rete” è un po’ così…
Che siano stati questi commenti a suggerire a Virginia Raggi di cancellare il video pochi minuti dopo? Questo non lo sapremo mai.
Ma la rete talvolta è beffarda e quando si pubblica qualcosa bisogna sempre mettere in conto che ci potrebbe essere qualcuno che — per qualche oscuro motivo — è lì che archivia tutto.
È il caso dell’amico Flavio Di Properzio, fotoreporter, che ha registrato la diretta dallo schermo del suo cellulare (vai a capire perchè…), evitando che un “prezioso” documento sulla due giorni grillina andasse perduto.
A lui va un grande ringraziamento e pur non potendolo pagare oro come vorrebbe il sindaco della Capitale d’Italia, una birra se l’è meritata…

Fabio Salamida
(da “glistatigenerali”)

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DI MAIO DA’ BUCA ANCHE AI GIOVANI IMPRENDITORI A CAPRI: DEVE RIFARSI UNA VERGINITA’ DOPO LE FREQUENTAZIONI DELLE LOBBIES

Ottobre 15th, 2016 Riccardo Fucile

DOPO TRILATERAL E LOBBISTI, “LUIGI IL DEMOCRISTIANO” SI MUOVE CON PRUDENZA PER NON INIMICARSI LA BASE GRILLINA

Luigi Di Maio e le imprese sembrano avere un rapporto complicato negli ultimi mesi. Dopo il forfait last minute registrato a Cernobbio poco più di un mese fa, quando il vicepresidente della Camera aveva disertato soltanto pochi giorni prima dell’inizio l’appuntamento sul lago di Como, oggi Di Maio ha fatto il bis.
Come scrive il Corriere della Sera, l’esponente M5s era atteso al convegno di Capri dei giovani imprenditori.
All’ultimo però avrebbe addotto generici “impegni”, che gli avrebbero impedito di essere presente all’incontro a cui sono attesi anche Maria Elena Boschi e Mara Carfagna.
A nulla, spiega il quotidiano di Via Solferino, sarebbero valsi i tentativi degli organizzatori di slittare a una data successiva o a partecipare soltanto in video.
“Ci interessava il confronto, è un’occasione persa”, ha detto Gay al Corriere.
Il vicepresidente della Camera, dopo il doppio forfait Cernobbio-Capri, sembra quindi lanciare il segnale di volersi smarcare dai cosiddetti “poteri forti”, dopo che invece in passato era sembrato proprio Di Maio il volto più dialogante del Movimento con l’establishment.
Alcuni mesi fai l’incontro con 28 ambasciatori Ue, quindi l’incontro all’Ispi insieme a uno dei vertici della Trilateral Commission, iinfine l’incontro a porte chiuse con un gruppo di lobbisti che aveva creato più di qualche malumore e che lo aveva costretto a giustificarsi a posteriori con un post su Facebook.

(da “Huffingtonpost”)

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UN’ALTRA MAIL METTE NEI GUAI DI MAIO: LE FIRME FALSE DEI GRILLINI A PALERMO

Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile

L’ATTIVISTA DELLA DENUNCIA: “ANCHE GRILLO ERA STATO INFORMATO”

C’è un’altra mail che Luigi Di Maio non ha letto o ha sottovalutato, dopo quella firmata Paola Taverna che lo avvisava delle indagini a carico dell’assessora di Roma Paola Muraro e che ha scatenato un putiferio concluso con le sue pubbliche scuse.
È una mail anonima che lo informava della falsificazione di duemila firme avvenuta nel 2012, a Palermo, prima delle elezioni comunali.
Per capire quanto i vertici del M5S sapessero di questa storia che vede sul banco dei sospettati deputati pentastellati e racconta di un’ulteriore faida tra i grillini, bisogna ricostruire la vicenda dalla fine e guardare con attenzione alle date.
È la trasmissione Le Iene, il 3 ottobre, a tornare su una vicenda che sembrava aver avuto il suo epilogo quattro anni fa con l’archiviazione di una prima inchiesta.
Gli autori hanno ricevuto dallo stesso anonimo che lo scorso luglio dice di aver mandato la documentazione a Di Maio, responsabile enti locali per il M5S, fogli contenenti le firme vere raccolte nel 2012 per la presentazione delle liste.
Ma se quelle vere sono in circolazione, cosa è stato consegnato agli uffici elettorali del Comune di Palermo?
Le Iene lo rivelano nella puntata successiva del 9 ottobre: sono fogli che secondo due esperti grafologi contengono duemila firme false.
Di Maio incontra un autore del Le Iene il 26 settembre in un locale di Testaccio. Sembra cadere dalle nuvole.
Ma solo il 3 ottobre, dopo il servizio tv, ammette in un comunicato di aver fatto cercare la mail e di averla effettivamente ricevuta «il 12 settembre all’indirizzo della mia segreteria». Email poi inoltrata ai carabinieri.
Il 10 ottobre la procura di Palermo riapre l’inchiesta e Beppe Grillo dal suo blog ringrazia «Le Iene e le persone che hanno denunciato il fatto» definendo il M5S «parte lesa».
Peccato però che contemporaneamente uno dei deputati coinvolti, Claudia Mannino, tra l’altro segretaria dell’ufficio di presidenza della Camera, abbia annunciato querela verso i denuncianti.
Tra di loro c’è il professor Vincenzo Pintagro che a Le Iene ha raccontato di essere stato testimone oculare della falsificazione a opera della Mannino e Samanta Busalacchi, altra attivista oggi tra i candidati a sindaco di Palermo.
«C’erano loro due all’ingresso – spiega a La Stampa – mentre nella sala interna c’erano Francesco Lupo e Riccardo Ricciardi, fratello e marito della deputata Loredana Lupo».
«Una parentopoli che denuncio da tempo» continua Pintagro.
Sono i big del M5S locale e fanno riferimento a Riccardo Nuti, ex capogruppo alla Camera, ex candidato sindaco nel 2012 con lo pseudonimo accalappia-voti «Il Grillo». Dopo la querela, gli altri deputati, da Di Maio in giù, hanno detto di «fidarsi di loro». Mentre nessuno ha telefonato a Pintagro, nè Di Maio nè Grillo.
Anche se pare che il comico, su tutte le furie, abbia fatto in modo di congelare le «comunarie» di Palermo.
C’è, però, un altro particolare che racconta Pintagro: «Grillo sapeva. Era stato informato durante una cena a Genova con i cento migliori attivisti. Glielo disse Luigi Scarpello, proprietario del locale in cui falsificarono le firme». E cosa fece? «Allargò le braccia. Lo capisco pure: gli rompevano le palle da tutta Italia ».

Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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CORSA AL QUORUM PER IL REGOLAMENTO M5S, ADESSO ARRIVANO MESSAGGINI A RAFFICA

Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile

GLI ISCRITTI SAREBBERO 130.000, OCCORRE ARRIVARE AL 75%, MA TUTTO AVVIENE SENZA CONTROLLO DI AUTORITA’ TERZA

Bip bip. Squillano i cellulari degli attivisti del Movimento 5 Stelle. O meglio, lo fanno quelli di chi non ha ancora votato il nuovo regolamento da associare al non statuto del non partito di Beppe Grillo.
A mandare il messaggio, è il capo politico in persona. Anzi, per lui lo fa un complesso sistema elettronico che conserva i numeri degli iscritti al blog e sa chi – di questi – ha già  votato oppure no. Ma la firma è la sua.
“Belìn! – si legge sul display – Ma non hai ancora votato? Vota subito sull’aggiornamento del Non Statuto e del Regolamento M5s”. Segue link che rimanda alla votazione e “un abbraccio” da parte del leader.
L’obiettivo iniziale di 100mila firme è considerato ora dai grillini non obbligatorio, ma c’è una norma del codice civile secondo cui per modifiche ai regolamenti delle associazioni non riconosciute serve il parere del 75% dell’assemblea (gli iscritti al blog dei 5 stelle, stando all’ultima dichiarazione al riguardo, dovrebbero essere almeno 130mila).
I vertici M5S ora sostengono che “la nostra non è un’assemblea fisica, è on line, e davanti a un giudice sarà  sufficiente dimostrare che abbiamo fatto il massimo per rispettare gli obblighi di legge. Per questo è necessario raccogliere il maggior numero di firme possibile”.
Tesi peraltro discutibile e non confermata.
Da qui la caccia ai ritardatari prima con le e mail mirate, ora con gli sms.
Le nuove regole sono state scritte per cercare di evitare i casi di ricorsi come quelli di alcuni espulsi di Roma e Napoli, che hanno vinto la loro battaglia in tribunale e che il Movimento è stato costretto a riammettere.
E, se non fosse andato via prima, avrebbe aiutato anche a contrastare un eventuale ricorso del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, sospeso da mesi.
In una delle due versioni che si possono scegliere, è prevista la sospensione per uno o due anni, che può tramutarsi in sospensione a vita.
Nell’altra versione ci sono invece le espulsioni. In entrambe, la nascita di un comitato di tre probiviri, un tribunale politico proposto dal garante ed eletto via blog tra i parlamentari che dovrà  decidere le sanzioni da comminare. L’ultima parola resterà  però sempre a Beppe Grillo, che potrà  annullare le punizioni o sottoporle a una decisione online tra gli iscritti.
Ma molti espulsi sono pronti a impugnare anche il nuovo regolamento di fronte al giudice.

(da “La Repubblica“)

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NOGARIN INDAGATO: ORA IL SINDACO E IL M5S DOVREBBERO CHIEDERE SCUSA A “IL TIRRENO”

Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile

A MAGGIO IL QUOTIDIANO SCRISSE CHE IL SINDACO DI LIVORNO ERA INDAGATO ANCHE PER ABUSO D’UFFICIO E I SUOI GIORNALISTI FURONO COPERTI DI INSULTI DA GRILLO E CO. CHE NON SOLO NEGAVANO IL FATTO MA SCRIVEVANO DI “DIFFAMAZIONE DI REGIME”, INVITANDO A BOICOTTARE IL GIORNALE

Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ha comunicato su Facebook di aver “scoperto” di essere indagato anche per abuso d’ufficio nell’inchiesta sull’Aamps, l’azienda municipalizzata per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.
Così, ha detto, ha rispettato le regole del Movimento Cinque Stelle.
In quelle righe Nogarin, forse per distrazione o magari per stanchezza, si è dimenticato di rispettare altre regole.
In quel messaggio, infatti, nessuno ha trovato le scuse al giornale della sua città , il Tirreno, magari anche a nome del Movimento che gli ha dato la possibilità  di indossare la fascia tricolore e del quale è diventato un simbolo a livello nazionale.
E’ stato infatti il Tirreno che, a maggio, ha dato la notizia del fatto che al sindaco fosse contestata non solo la violazione della legge fallimentare (cioè la bancarotta fraudolenta pre-fallimentare), ma anche l’abuso d’ufficio.
Una notizia raccolta da giornalisti, che si sono fidati di fonti evidentemente attendibili. A loro volta i vertici del giornale si sono fidati dei loro cronisti e — legittimamente — quel giorno ci hanno aperto la prima pagina perchè era la notizia più importante di quel giorno in quella città . I giornali funzionano così in tutto il mondo.
Non c’era dietro la Spectre, nè i complotti della finanza mondiale: c’era il lavoro — se si vuole anche banale — che centinaia di giornalisti in tutta Italia fanno tutti i giorni. Un lavoro dal quale poi la politica si abbevera per le sue liti da cortile di campagna. Quando i partiti fanno a gara a chi ha più o meno indagati è perchè ci sono i giornali che scrivono delle inchieste, non perchè i partiti lo scoprono andando a guardare sotto a un cavolo.
All’indomani della pubblicazione della notizia, invece, il blog di Beppe Grillo, a nome del Movimento Cinque Stelle, scrisse che il Tirreno era la riprova del fatto che l’Italia fosse al 77esimo posto nel mondo per libertà  di stampa, che non faceva più giornalismo, che “pubblica falsità ”, che si è ridotto “a gazzetta piddina”, che era la “nuova frontiera” del “ridicolo”, che fa un giornalismo “senza dignità ”, anzi che “non è più giornalismo”, che era “tutto falso”, che era “diffamazione di regime” e che quindi non andava finanziata una tale “disinformazione”.
In un post scriptum si minacciavano “richieste di risarcimento danni” alle altre testate che “senza neanche verificare le fonti hanno pubblicato la notizia come fosse vera”. Tra quelle testate c’era anche ilfattoquotidiano.it che da fonti proprie ricevette alcune vaghezze e alcune conferme.
Le sicurezze presunte del M5s si basavano allora sul fatto che nell’avviso di garanzia ricevuto dal sindaco c’era solo un reato, la bancarotta.
Ma non voleva dire niente, perchè la Procura (se non obbligata dal codice di procedura penale) ha diritto di mettere in un avviso di garanzia qualcosa e qualcos’altro no.
E nel 2016 nemmeno ci si può sorprendere del fatto che i giornali scrivano che qualcuno è indagato molto prima che l’indagato lo sappia ufficialmente perchè è soprattutto su questo che si è consumato il principale scontro tra politica e giornali dell’era berlusconiana e prima ancora del crepuscolo di quella craxiana.
Tra coloro che usarono quell’hashtag, quel giorno, ci fu anche il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin che in sostanza invitò i propri concittadini a non comprare il principale giornale della città , dove lavorano decine di persone che fanno il proprio mestiere
Il Tirreno, come tutti i giornali, può sbagliare. I giornali a volte ingigantiscono quando non dovrebbero, rimpiccioliscono quando non dovrebbero.
Ma ai giornali si possono mandare smentite (quando si è sicuri di ciò che si dice), si possono mandare rettifiche e precisazioni, dei giornali si possono ignorare le domande e i giornali si possono querelare quando hanno scritto (davvero) il falso.
E se c’è una cosa certa, oggi, è che il Tirreno in questo caso non ha sbagliato perchè aveva scritto una cosa vera.
Hanno sbagliato Nogarin a twittare quell’hashtag e il M5s a scrivere quella roba sul blog, che rappresenta tutto il Movimento.
Parole che per un granello contribuiscono — quelle sì — al 77esimo posto nel mondo dell’Italia per libertà  di stampa, che non è dovuto solo a editori impuri, ma anche agli episodi di giornali e cronisti dileggiati, insultati, offesi, molestati della politica (di sinistra, di destra, di sopra, di sotto).
Il sindaco di Livorno non può fare finta di dimenticarsi di aver scritto quelle cose — dopo 5 mesi -, come se non fosse mai accaduto nulla, come se davvero comunicasse una novità  che da 5 mesi è il segreto di Pulcinella.
Non può pretendere che la verità  diventi tale solo quando la dice lui.
Perchè vorrebbe dire essere come “gli altri”, come direbbero i cinquestelle. “Smemorati” come Renzi che sul Ponte sullo Stretto nel giro di pochi anni prima dice una cosa e poi un’altra sperando che nessuno si ricordi. O come Berlusconi che smentiva ogni sua frase due minuti dopo nonostante chilometri di nastri di registrazione.
Se l’indagine sul sindaco sarà  archiviata, Nogarin può stare certo che i giornali lo scriveranno così come hanno scritto delle assoluzioni di Vincenzo De Luca, Roberto Cota, Ignazio Marino.
I giornali scrivono delle inchieste, delle archiviazioni, delle condanne e delle assoluzioni.
Anzi, nel caso di Nogarin, è probabile che il primo a sapere e a scrivere di cosa accadrà  a quell’inchiesta sarà  proprio il Tirreno.

Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“VOTO PILOTATO DALLA CASALEGGIO”: SCOPPIA LA LITE SUL REGOLAMENTO M5S

Ottobre 12th, 2016 Riccardo Fucile

SOTTO ACCUSA LE PRESSIONI VIA MAIL A CHI NON SI E’ ANCORA ESPRESSO: “E’ SCORRETTO, C’E’ UN QUORUM DA RAGGIUNGERE”… MA SOLO LA CASALEGGIO SA CHI SONO E QUANTI SONO GLI ISCRITTI

Alla Casaleggio Associati scuotono la testa: “Non ce la faremo mai”. Ci sono ancora quindici giorni per votare online il nuovo regolamento del Movimento 5 Stelle.
Quello che – sulla carta – dovrebbe consentire al capo politico Beppe Grillo di non incappare ancora nei ricorsi degli espulsi e nelle successive sconfitte in tribunale.
Perchè la votazione sia valida, era scritto nel post che ha dato il via alle votazioni, è necessario che partecipi il 75 per cento degli iscritti.
“È quel che prescrive il codice civile per le associazioni non riconosciute – spiegano i vertici M5S – ma noi puntiamo a far votare più persone possibile, poi, in caso di ricorsi, sarà  il giudice a valutare se è sufficiente”.
Insomma, al quorum si è già  rinunciato. Perchè se si tiene conto di quel che disse Gianroberto Casaleggio a Imola un anno fa, gli attivisti certificati dal blog erano, già  allora, 130mila.
E ponendo che nei successivi due mesi siano rimasti quelli (il voto è aperto a chi si è iscritto entro il 2015) il quorum sarebbe già  di 97.500 persone.
Un obiettivo stratosferico se si pensa che a una delle ultime votazioni importanti, quella per togliere il nome di Beppe Grillo dal simbolo, avevano votato “solo” 40.995 iscritti.
All’interno del Movimento, poi, sono in tantissimi a non aver ancora votato.
“Che noia, non ci ho proprio pensato”, dice Girolamo Pisano chiacchierando con Francesco Cariello a Montecitorio.
“È importante – ribatte il deputato – c’è anche la possibilità  di fare modifiche se si raccolgono 500 firme tra gli iscritti”. “E come le prendi le firme? – risponde ancora Pisano – Tu lo sai chi sono gli iscritti? No, lo sanno solo loro. E ti sembra democratico che sappiano anche chi ha votato e chi no e che mandino email continue a chi non l’ha fatto?”.
È quello che sta succedendo. Non ci sono solo i videoappelli sul blog, l’ultimo – ieri – della sindaca di Roma Virginia Raggi.
Ma lettere che arrivano un giorno sì e uno no sulle caselle di posta degli iscritti intimando: “Non hai ancora votato! È importante! Fallo subito “.
Sulle pagine Facebook molti attivisti parlano – ironicamente – di stalking. E un eletto storico come Vittorio Bertola, ex capogruppo in consiglio comunale a Torino, fa un post per sfogarsi: “Supponiamo che il referendum avesse un quorum e che Renzi – volendo far passare la riforma – decidesse di facilitarne il raggiungimento permettendo di votare da casa e allungando il tempo di votazione a diverse settimane. Scommetto che i sostenitori del NO starebbero già  urlando”.
E ancora: “Supponiamo poi che Renzi, a votazione aperta, tenesse traccia di chi ha votato e chi no, e, soltanto a quelli che non hanno votato, ogni giorno mandasse una mail dicendo: “Allora?”.
Una situazione che scalda i dissidenti storici, che nelle chat private si lamentano: “Sanno chi vota, sanno quando, sanno come. Siamo tutti schedati perchè vogliono che sia così”.
Nel frattempo, ieri a Parma si è consumato l’ultimo strappo. I consiglieri M5S del comune – tutti tranne uno – hanno annunciato il loro addio al Movimento.
Escono anche loro, come il sindaco Federico Pizzarotti. Il nuovo gruppo si chiamerà  “Effetto Parma”. E sarà  il nucleo della lista civica che Pizzarotti presenterà  alle prossime comunali, cercando ganci nel resto del Paese con la rete di quelli che furono i sindaci arancioni.

(da “La Repubblica”)

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APPENDINO, LA SIGNORA DEL NÌ

Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile

I NO PROMESSI AI TORINESI SI SCONTRANO CON LA REALTA’ DI UNA CITTA’ IN CRISI E SI PASSA A LABORIOSE MEDIAZIONI… POCHI RISULTATI MA DIALOGA CON TUTTI ED EVITA DI ESPORSI

A guardarla da lontano la Torino a 5 stelle, nata con la vittoria di Chiara Appendino, sembra vivere su un altro pianeta rispetto al caos, alle polemiche, alle lotte tra correnti, ai veti incrociati che in queste settimane attanagliano la Roma pentastellata guidata da Virginia Raggi.
All’ombra della Mole non esistono le Taverne, o le Lombardi, senatrice la prima, deputata l’altra, potenti e influenti rappresentati romane del Movimento.
Nella Torino di Chiara Appendino i nomi per la Giunta sono stati fatti addirittura durante le campagna elettorale.
“Dovete fare squadra, come a Torino. Vedetevi di più, incontratevi, fate feste”. Ama ripetere Beppe Grillo ai romani litigiosi.
Qualcuno nel mondo grillino si è addirittura spinto oltre, coniando la definizione di “modello Torino”. A oltre 100 giorni dalla cacciata del Pd, però, nella nuova Torino comincia ad aleggiare il sospetto che dietro tutta questa concordia si nasconda un certo immobilismo.
Fino ad ora la decisione più significativa riguarda il piano da 18 milioni per scuole, strade e periferie. “Sono passati tre mesi dal voto – spiega Oscar Serra, giornalista dello Spiffero, sito on line che molto bene segue i fatti politici piemontesi — e per ora poco è stato fatto. Tanta inerzia e pochi fatti veri”.
Eppure la partenza sembrava di tutt’altro tono: la richiesta di dimissioni di Francesco Profumo dalla presidenza della Compagnia di Sanpaolo, simbolo dei poteri da tempo consolidatisi in città  e prima azionista di Intesa San Paolo, aveva dato la sensazione che la rivoluzione fosse davvero cominciata. A distanza di quasi tre mesi restano le parole: a oggi il “diavolo” siede ancora al suo posto.
Il Sindaco ha così da subito fatto i conti con la realtà  dei fatti.
A partire dalla Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità  che dovrebbe collegare Torino a Lione, tema tra i dibattuti durante la campagna elettorale.
Il No alla grande opera era sempre stato chiaro e netto. Un No senza se e ma che nelle settimane successive alla vittoria si è trasformato in No con rassegnazione.
“Un sindaco — aveva detto – non può bloccare la Tav, quello che farò è portare al tavolo le ragioni del No”.
A questo poi si sono aggiunte le prime crepe nei rapporti tra il Movimento e il movimentismo che da tempo si batte contro l’alta velocità  in Val Susa.
Un episodio ha fatto molto rumore: è il 18 luglio e il Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci, convinto No Tav, dichiara solidarietà  alle forze dell’ordine di Chiomonte per gli scontri avvenuti al cantiere della Maddalena. Una posizione che non è piaciuta a molti No Tav. Da quel momento l’argomento è diventato tabù, nessuno tra i 5 stelle di governo ne parla più. Tutto finisce nel dimenticatoio. Mentre i lavori vanno avanti.
Nei primi mesi a 5 stelle ci sono così i No che si scontrano con la realtà  e i No che, nel silenzio generale, diventano dei quasi Sì. Su due temi tanto cari al Movimento, acqua pubblica e infrastrutture, il cambio verso è nei fatti.
Il progetto della nuova amministrazione, scritto nel programma di governo, era la trasformazione della Smat, la società  che gestisce le acque torinesi, in un’azienda di diritto pubblico partecipata dai cittadini.
In sostanza la volontà  era svuotarla dalle logiche privatistiche di una società  per azioni, per trasformarla in qualcosa d’altro. Il risultato, per ora, è che la gestione delle acque, con una mozione è stata riaffidata a Smat, con le stesse identiche caratteristiche del passato.
Sul capitolo infrastrutture il cambio di passo è ancor più evidente.
Il nodo in questione è la costruzione della linea 2 della metropolitana che dovrebbe unire la città  da nord a sud. In campagna elettorale le parole del neo assessore ai trasporti Montanari erano state chiare: “La linea 2 è soltanto un bluff: meglio ripensarla”.
Toni da campagna elettorale appunto, perchè poi una volta al governo della città  la realtà  racconta che il sindaco nelle prossime settimane procederà  all’apertura delle buste per gli appalti e la progettazione dei lavori per cui da Roma sono già  stati stanziati 10 milioni di euro.
Quando non è retromarcia allora può diventare frenata.
Com’è successo per la città  della Salute, il grande polo ospedaliero sul quale il ministero della Salute aveva già  previsto uno stanziamento di 250 milioni di euro: prima il no in campagna elettorale, poi il ni dopo le polemiche con il governo e in particolare il ministro Boschi fino al definitivo sì dopo un incontro chiarificatore con la Regione e con il presidente Sergio Chiamparino che con Appendino coltiva un rapporto, ricambiato, di dialogo e stima.
Unione di intenti che si era già  vista nella gestione della crisi sul Salone del Libro.
A fine giugno l’associazione degli editori saluta e se ne va, scegliendo Milano come nuova location. Appendino resta con il cerino in mano e trova nel “Chiampa” la spalla ideale per battere i pugni con governo ed editori e non perdere del tutto un appuntamento culturale cruciale per la città .
Chiamparino, Appendino. Un tandem per cui è già  stato coniato un nome, Chiappendino, e che secondo molti rappresenterebbe già  un vero e proprio asse tra sindaco presente e sindaco passato che poco piace ai puristi del Movimento i quali vorrebbero maggiore intransigenza nei confronti di chi, come Chiamparino appunto, ha rappresentato il potere sabaudo negli ultimi 20 anni.
Il neo sindaco su questo ha voluto imprimere un cambio di passo rispetto all’archetipo grillino.
Come? Riponendo l’ascia delle polemiche e degli attacchi dei tempi in cui faceva opposizione per far spazio all’arte della mediazione nella sua nuova veste di primo cittadino.
E non solo con la Regione guidata dal “Chiampa” ma anche con il Governo, conscia di come i buoni rapporti con Renzi possano aiutarla ad ottenere i soldi necessari per finanziare i progetti di rilancio della città  promessi in campagna elettorale.
Per capire il cambio di passo basta rileggere le parole concilianti e dialoganti dopo il primo faccia a faccia con Renzi: “L’incontro con il premier? E’ andato bene, abbiamo parlato del patto per Torino”.
Tra alti e bassi, No, Ni e Sì, mediazioni e patti c’è un filo rosso che lega questi primi mesi di amministrazione: il silenzio.
Apparizioni pubbliche selezionate, una sola conferenza stampa in 100 giorni, interviste a giornali e tv ridotte all’osso, forfait a dibattiti e feste.
Il sindaco ha deciso di affidarsi alla comunicazione diretta, senza intermediazioni: ha lanciato il “Parliamoci Tour” per dialogare direttamente con i cittadini, ha deciso di riaprire (lo aveva fatto Chiamparino) due volte al mese la sede del Comune per ascoltare le istanze dei torinesi.
Attivissima sui social, dalle vetrine di Twitter e Facebook mostra la città  che cambia. In un sondaggio pubblicato da La Stampa un torinese su due si dice soddisfatto dell’operato del neo sindaco.
Per non disperdere tutto questo credito Appendino dovrà  affrontare la sfida più grande: bilanciare le promesse fatte con la possibilità  concreta di realizzarle.
Farlo, guidando un Comune con un debito da 2,8 miliardi di euro sul quale la magistratura ha acceso un faro, non sarà  impresa facile.
Vista più da vicino Torino non sembra poi così tanto lontana da Roma.

(da “Huffingtonpost”)

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DI MAIO ANNULLA VIAGGIO NEGLI USA, BASSO PROFILO PER TORNARE LEADER

Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile

DOPO LE BUGIE SULLA MURARO PROVA A RICONQUISTARE LA BASE M5S

Quando Beppe Grillo, nel pieno della crisi di Roma, dopo il mailgate che lo aveva travolto, disse «non capite: se cade Luigi, cadete tutti voi», aveva ben chiaro cosa volesse dire fare a meno di quel giovane proiettato verso Palazzo Chigi.
Luigi Di Maio si è ripreso la leadership del Movimento. Inviso da molti grillini che vedono la sua cavalcata solitaria come uno schiaffo alla democrazia orizzontale, colpito dal fuoco amico al massimo della sua debolezza, dopo le indagini sull’assessora Paola Muraro nascoste ai colleghi, processato in piazza a Nettuno e costretto alle scuse, Di Maio si è rialzato.
Grazie a Grillo e Casaleggio jr che lo hanno riabilitato dal palco di Palermo, ha ripreso la corsa, blindato dai vertici, per diventare il volto del referendum, lo sfidante di Renzi con il mattatore Alessandro Di Battista.
Ma lo ha fatto a costo di qualche sacrificio. «Ha scelto un profilo più basso» spiega un suo collega e amico. Meno tv e più piazze. Ha rinunciato al viaggio negli Usa, in agenda da mesi e previsto per fine settembre. Una tappa nel tour di accreditamento internazionale dopo quella in Israele e Palestina.
Il grillino avrebbe raccontato l’esperienza del M5S nelle università  di Boston e di New York, ma ha rinviato la transoceanica per placare i malumori interni di chi avrebbe visto il viaggio come l’ennesima fuga in avanti di Di Maio, favorita dallo staff della comunicazione.
Così il deputato si toglie anche dall’impaccio di dover rispondere a chi gli avrebbe chiesto, a poche settimane dal voto americano, chi preferisce tra il populista Donald Trump e la democratica Hillary Clinton.
Il “basso profilo” si sostanzia in un lavoro all’interno, dove diplomaticamente Di Maio deve tenere a bada gli avversari.
Negli ultimi giorni l’attivismo di Di Maio si è moltiplicato: ha patrocinato il convegno del M5S sui costi della riforma costituzionale, ha guidato a sorpresa, ieri, la delegazione sui luoghi del sisma, e oggi sarà  ad Acerra, nella Terra dei Fuochi nella fiaccolata contro i roghi tossici. Recupera il movimentismo senza disdegnare i flirt con mondi più vergini per il M5S, incarnazione dei cosiddetti poteri forti che i grillini hanno spesso attaccato.
Dopo i lobbisti e Bloomberg, il 22 ottobre sarà  tra i giovani di Confindustria a Capri.

Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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