Febbraio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
LA VERITA’: IL M5S RISCHIA UNA MULTA PERCHE’ E’ L’UNICO PARTITO A NON AVER PRESENTATO UN BILANCIO CERTIFICATO IN BASE ALLA NORMA SULLA TRASPARENZA
Si sa che quando si parla di finanziamenti pubblici ai partiti gli animi si scaldano in fretta. E infatti da ieri gira una notizia che, se fosse vera, farebbe infuriare chiunque: il Partito Democratico vorrebbe far multare il Movimento 5 Stelle per aver rifiutato i rimborsi elettorali.
A denunciare la truffa è il deputato Danilo Toninelli, che su Facebook lancia l’allarme con preghiera di «massima diffusione».
Tutto ruoterebbe, secondo Toninelli, attorno a un emendamento al Milleproroghe presentato da Ernesto Carbone e Sergio Boccadutri.
Secondo il riassunto fatto da Toninelli su Facebook, l’emendamento direbbe che «chi non si iscrive al Registro dei partiti per avere i finanziamenti pubblici, subisce una multa di 200.000 euro».
Recuperando il testo dell’emendamento, però, si scopre che non è esattamente così. Recita il testo: Al comma 4 dell’articolo 9 della legge 6 luglio 2012, n. 96, aggiungere in fine il seguente periodo: «Ai partiti e ai movimenti politici che non ottemperano all’obbligo di trasmissione degli atti di cui al secondo e al terzo periodo del presente comma, nei termini ivi previsti, o in quelli eventualmente prorogati da norme di legge, la Commissione applica la sanzione amministrativa di euro 200.000».
E cosa dice l’articolo 9 comma 4 della legge 69/2012?
Afferma che i partiti sono tenuti a presentare, entro una data prestabilita, i documenti relativi alla loro rendicontazione, tra cui «la relazione contenente il giudizio espresso sul rendiconto dalla società di revisione».
Obbligo inserito non per ottenere i rimborsi elettorali (non solo, almeno, visto che è una delle condizioni necessarie per accedere ai finanziamenti pubblici) ma per «garantire la trasparenza e la correttezza nella propria gestione contabile e finanziaria».
Se, infatti, come sostiene Toninelli, si volesse punire la scelta del Movimento 5 Stelle di non usufruire dei rimborsi elettorali, si dovrebbe prima intervenire sull’articolo 3 della stessa legge, che al comma 1 specifica cosa debbano fare i partiti e movimenti «che intendono usufruire dei rimborsi per le spese elettorali e dei contributi a titolo di cofinanziamento».
Il punto, quindi, è semplice: il Movimento 5 stelle non è obbligato a chiedere i rimborsi elettorali e non rischia una multa perchè non vuole usufruirne (scelta legittima e, per certi punti di vista, anche lodevole) ma perchè non presenta un bilancio consolidato.
Ed è l’unico a non farlo in Parlamento.
Toninelli, intanto, ha già annunciato di voler presentare degli ulteriori emendamenti per escludere dalla sanzione chi «non si è iscritto al registro dei partiti, cioè quello tramite il quale si ha accesso ai finanziamenti».
Un’inesattezza che è alla base di tutta la vicenda: l’iscrizione al registro è una condizione necessaria per ottenere i rimborso, ma questo deve essere comunque richiesto espressamente ai Presidenti della Camera e del Senato.
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)
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Febbraio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
INFURIA LA POLEMICA SULLA MULTA DI 200.000 EURO AI PARTITI CHE NON PRESENTANO I CONTI CERTIFICATI IN BASE ALLA NORMATIVA VIGENTE
Quella tra M5s e Sergio Boccadutri, titolare della legge che ha prorogato il termine per la certificazione dei bilanci dei partiti e che la scorsa estate è stato contestato in aula dai grillini con tanto di mazzette di banconote, sembra ormai diventata una guerra di trincea.
L’ultima polemica a tenere banco è quella sull’emendamento al Milleproroghe, presentato dall’esponente del Pd, per introdurre una sanzione di 200mila euro al partito o movimento che non assolva all’obbligo di presentare il bilancio certificato.
Un atto in cui il grillino Danilo Toninelli ha visto una volontà del Pd di punire M5S “per aver rifiutato i rimborsi elettorali”.
Al di là della polemica politica, i termini della questione appaiono più complessi di come sono stati posti da Toninelli.
Se di dà uno sguardo alla relazione che la commissione indipendente di garanzia sui bilanci di partito (organo introdotto dalla riforma del finanziamento voluta dal governo Letta) ha pubblicato di recente, non risulterebbe sciolto il nodo del rendiconto di esercizio per l’anno 2013 di M5s.
La legge 96 del 2012 prevede infatti l’obbligo di presentare un bilancio certificato per tutti i partiti o movimenti che si siano presentati alle elezioni, indipendentemente dal fatto che chiedano o meno l’accesso ai rimborsi.
La questione del bilancio 2013 del Movimento è stata, negli ultimi due anni e mezzo, una spina nel fianco per Beppe Grillo, apparso piuttosto reticente in merito.
Una mancanza che la commissione di garanzia aveva segnalato allo stesso Grillo, sottolineando, nel luglio del 2014, che il “movimento cinque stelle-beppegrillo.it” risultava ancora inadempiente.
Un anno dopo, le cose non erano cambiate, poichè in un documento datato luglio 2015 del revisore contabile scelto da Grillo (International audit services) si leggeva che “l’esercizio 2013 non è stato sottoposto a revisione contabile”.
Successivamente a questa fase, come si evince dalla relazione della commissione di garanzia, accade qualcosa di singolare cui, a quanto risulta all’Huffington post, si è accennato recentemente nell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati.
I rilievi al “movimento 5 stelle-beppegrillo.it” vengono “archiviati”, perchè da Genova arriva un nuovo incartamento, che viene sottoposto al vaglio della commissione.
Si tratta però di un bilancio relativo a un soggetto politico formalmente diverso da quello tenuto all’obbligo di certificazione.
Il bilancio esaminato (e giudicato positivamente) è quello del “movimento 5 stelle — comitato promotore elezioni” e si riferisce con ogni probabilità alle sole spese elettorali sostenute dal Movimento.
La legge, però, prevede che l’obbligo di certificazione non si limiti alle spese elettorali, ma a tutto l’esercizio economico.
Inoltre, i due soggetti hanno un codice fiscale differente.
Degli oltre 80 bilanci vagliati dalla commissione, il “cambio in corsa” ha riguardato solamente la lista di Grillo ma evidentemente non è stato comunicato ai parlamentari, visto che, interpellati dall’Huffington post, alcuni deputati, tra cui Riccardo Fraccaro e Vincenzo Caso (ex-tesoriere del gruppo) hanno affermato di non essere a conoscenza della questione, ribadendo però che non si tratta di un caso di rilevo, non avendo il movimento chiesto i rimborsi.
La commissione, da parte sua, a una nostra richiesta di chiarimento, ha rimandato alle tabelle presenti sulla citata relazione, che, allo stato, continuano a non indicare che fine abbia fatto il rendiconto di esercizio del 2013 della lista “movimento 5 stelle — Beppegrillo.it”.
La sola, stando alla legge, tenuta a presentare il bilancio per quell’anno.
E come tale, passibile di multa in caso di inadempienza, qualora venisse approvato l’emendamento Boccadutri.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
DA MILANO A BOLOGNA, DA SALERNO A NAPOLI, DA ROMA A TORINO: INCOMPETENTI E INADEGUATI, NESSUNA TRASPARENZA E TANTA SUPERFICIALITA’
Beh, io resto ogni giorno sempre più perplesso. 
Dopo i miseri e disastrosi risultati sui comuni da loro amministrati, dove incompetenza, inadeguatezza, incapacità di gestire il bene pubblico e di fare politica sono stati il tratto saliente del loro operato, oggi viene fuori che sulla scelta dei candidati sindaci le cose vanno ancora peggio.
Sì, perchè tutta la sceneggiata del “sceglieremo i candidati per via telematica” o “della democrazia partecipata nella selezione dei candidati” si sta lentamente, cosa che in molti già sapevamo, rivelando il più terribile e temibile dei boomerang. Mi vien da dire, l’ennesimo boomerang.
Andiamo per ordine: Milano.
Il Movimento teme uno figuraccia nei consensi e corre ai ripari. Pare che la pentastellata non abbia un grande impatto mediatico, una scarsa candidatura in tutti i sensi se si valutano le campagne dei suoi diretti avversari.
Una presenza a dir poco invisibile fino al punto che il Premio Nobel Dario Fo ha sbottato dichiarando. “La ragazza che è stata scelta mi preoccupa molto, il problema è vedere poi se è in grado di gestire qualcosa di così grande”.
I 5 Stelle sono intervenuti dando una sistemata allo staff della comunicazione ma vista la situazione drammatica l’ipotesi che la Bedori venga “fatta fuori” è già sul tavolo del direttorio. Alla faccia della democrazia interna.
Bologna.
Senza primarie nè consultazioni, anche per le Amministrative 2016 il “candidato naturale” a Palazzo D’Accursio è l’ortodosso Massimo Bugani.
Dunque “primarie” vietate per scongiurare infiltrazioni di dissidenti e traditori. Tutto chiarissimo e sempre alla faccia della democrazia interna.
Saltano le primarie dunque, si impongono una rosa di nominati al consiglio proprio come il Porcellum e con un diktat dall’alto che ovviamente non è andato giù a una buona parte del M5s locale.
Lorenzo Andraghetti, militante storico del Movimento, ha sfidato Bugani chiedendo ufficialmente consultazioni aperte come da non Statuto.
Volete sapere qual è stato il risultato? È stato espulso. Non solo.
Sempre in linea con le regole, ha denunciato all’interno del listino la presenza di due incandidabili: Antonio Landi, professione attore, già candidato nel 2011 nella lista civica vicina al centrodestra Bologna Capitale, e Dario Pataccini, sospeso per sei mesi dall’Ordine dei giornalisti per lo scandalo del pagamento dei servizi televisivi da parte di alcuni consiglieri regionali e già candidato con il M5s nel 2013 ma anche con l’Idv nel 2009. Qualcuno ha gia detto “A Bologna tutto è cominciato e a Bologna tutto finirà “.
Salerno.
“A tutela del MoVimento 5 stelle non verranno certificate liste con persone che hanno corso contro il MoVimento 5 stelle in precedenti elezioni per tutti i capoluoghi di regione e di provincia”, viene precisato sui social senza però fare riferimenti diretti”. Così hanno dichiarato alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle di Salerno, e invece? Il 26enne Dante Santoro, candidandosi cinque anni fa nella lista “Salerno per i giovani” a sostegno dell’allora sindaco Vincenzo De Luca, prese 600 voti, ora si è messo dalla parte del M5s, ed è in pole position come aspirante primo cittadino di Salerno nella lista dei grillini.
La cosa non va giù a nessuno del M5s locale, e nemmeno al direttorio che per ora tace, ma la questione è sulla graticola e la faida è in corso.
Napoli
Situazione ancora più delicata dopo il caso Quarto.
In pole due persone molto vicine: Mario Peluso e Antonio Nocchetti. Il primo voluto da Fico, che dopo l’imposizione della Ciarambino da parte di Di Maio alla presidenza della regione reclama spazio e territorio, il secondo addirittura additato dal Movimento locale come uno vicino a De Magistris, un cavallo di Troia per capirci. In entrambi i casi il Movimento non avrebbe comunque la capacità e la forza di poter presentare candidati alle municipalità , che in un sistema basato sule preferenze sarebbe la morte elettorale.
E potrei andare avanti.
Penso a Roma dove i consiglieri uscenti Marcello De Vito e Virginia Raggi se le stanno già dando di santa ragione e a nulla sono valsi gli inviti di Di Battista, la faida fratricida è in corso e senza esclusione di colpi.
Roma è un banco di prova delicato, e Casaleggio sta seguendo la cosa direttamente. Come potrebbe essere altrimenti, fallire su Roma potrebbe essere la morte dei 5 Stelle. Oppure a Torino, dove il Movimento è staccato addirittura di 15 punti dal sindaco uscente Fassino.
Per capirci. Il sistema 5 Stelle di scelta dei candidati è già saltato.
La presunzione della democrazia dal basso li ha portati a fare i conti con la realtà delle organizzazioni complesse, come quelle dei partiti.
Assemblee dove si dicono di tutto, consiglieri che sbottano, il direttorio che dove può prova a metterci una pezza, la trasparenza nelle scelte andata a farsi friggere, candidati improbabili che in virtù di consenso elettorale scalano il partito, diktat feroci dall’alto, espulsioni, denunce etc etc
Diciamocelo, hanno ereditato i peggiori vizi delle organizzazioni politiche che tanto denunciavano e al posto di migliorare quel difficile percorso che chiamiamo “democrazia interna” lo stanno acuendo in virtù della loro incapacità e dalla loro totale distanza dalla politica.
Mutatis Mutandis.
Tommaso Ederoclite
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 28th, 2016 Riccardo Fucile
“CEDA PROPRIETA’ DEL MARCHIO M5S”
Quella di Grillo? Non è più satira, è propaganda. E il leader dei 5 Stelle ha ceduto alla lusinga del
potere.
E’ quanto scrive sul suo blog Daniele Luttazzi, uno che di satira se ne intende: “Quella che Grillo porterà sul palco non sarà più satira”, scrive riferendosi al ritorno di Grillo a teatro.
“La satira nasce politica con Aristofane: esprime un punto di vista. Un punto di vista è sempre opinabile, ma non per questo pregiudiziale: lo diventa, però, se il comico fa attività partitica. Dal momento in cui il comico decide di compiere questo passo, la sua satira diventa, inevitabilmente, propaganda”.
Scrive Luttazzi:
Il comico che fa propaganda ne ricava vento in poppa: è la lusinga del potere. E prima che gli influencer del PD mi strumentalizzino per l’ennesima volta (non mi illudo, lo faranno comunque), aggiungo questo: il problema riguarda tutti i satirici che pubblicano su giornali di partito; e quelli che, in periodo elettorale, invitano un segretario di partito in un loro programma tv per fargli da spalla comica; e quelli che salgono su palchi identitari senza fare satira sull’identità ospite.
Secondo Luttazzi, “con la scelta di fare attività partitica, Grillo ha ceduto alla lusinga del potere, che è nemico della satira”: questa decisione, benchè ottima per il marketing, ha cambiato la natura della sua comicità per sempre. Grillo adesso vorrebbe tornare quello di prima, dice che si fa da parte. Troppo tardi. Ed è falso: ha forse rinunciato alla proprietà del marchio Movimento 5 Stelle? Ci rinunci, dunque, e potremo giudicare fino a che punto è credibile la sua satira contro Casaleggio, Fico, Di Battista e Di Maio (ooops!).”
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile
CON LA BEDORI IL M5S TEME UNA SECCA SCONFITTA NEI CONSENSI
Un nuovo fronte per i Cinque Stelle, carico di incertezze. La partita stavolta è quella per il candidato sindaco di Milano.
In campo c’è Patrizia Bedori, designata dagli attivisti a novembre (ottenne 74 voti): una scelta che non ha mai convinto del tutto i vertici pentastellati e che ora sembra tornata in discussione.
Secondo indiscrezioni Alessandro Di Battista, nei giorni scorsi, avrebbe proposto al direttorio e ai parlamentari di intervenire per cercare soluzioni: il Movimento, infatti, teme uno scivolone nei consensi in una città giudicata fondamentale per importanza strategica (anche in vista delle Politiche). E corre ai ripari.
Pesa nelle considerazioni di attivisti ed eletti l’impatto mediatico ottenuto dalla pentastellata, giudicato «scarso», specie se paragonato ad aspiranti sindaci in altre città .
A complicare la situazione anche alcune uscite pubbliche – come un evento promosso dai City Angels – in cui la sua presenza è risultata poco visibile rispetto ai suoi concorrenti.
O ancora di più ha inciso il giudizio tagliente di Dario Fo («La ragazza che è stata scelta mi preoccupa molto, il problema è vedere poi se è in grado di gestire qualcosa di così grande»).
I Cinque Stelle sono intervenuti puntellando lo staff della comunicazione, ma – visti i tempi ristretti – si stanno vagliando anche opzioni estreme.
Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un passo indietro della stessa Bedori. Non è un segreto che la candidata avverta una forte pressione su di sè e – sebbene il ritiro sia considerato dal M5S una decisione traumatica anche a livello di immagine – un passo del genere segnerebbe una svolta. E un nuovo round nella partita per Palazzo Marino.
Nel Movimento cinquestelle sulla vicenda c’è massimo riserbo.
Bocche cucite, ma l’impressione è quella che ci possa essere presto una sorpresa.
Una delle idee che circolano da giorni è quella di sottoporre al voto del web gli aspiranti candidati consiglieri comunali. Il più votato potrebbe «affiancare» la candidata durante la campagna elettorale.
Le nubi a Cinque Stelle che al momento si addensano all’ombra della Madonnina, insomma, potrebbero presto rivelare scenari imprevisti.
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
LA “FARAONA” LOMBARDI NEL MIRINO: “HAI SIGLATO LA PAX ROMANA”
«Ragazzi, ci stiamo organizzando. Dateci ancora qualche giorno per favore. Il lavoro che avete fatto
sarà il punto di partenza di un percorso. Nel frattempo, se non lo aveste già fatto, dobbiamo inquadrare quello che vorremmo nel Dup (documento unico di programmazione) preparato da Tronca. Soprattutto per il primo anno sarà la gabbia entro cui dovremo muoverci, purtroppo».
Chi parla così, dando l’ordine che bisogna lavorare con Tronca, non contro, è Roberta Lombardi, di fatto la capa romana del Movimento cinque stelle, in una mail interna del gruppo ristretto di lavoro sull’urbanistica, probabilmente il dossier più importante della partita politica a Roma, anche nell’ottica delle ormai imminenti elezioni amministrative.
Il gruppo di lavoro comunica anche attraverso scambi di mail su Google groups, di cui abbiamo potuto prendere visione.
Vi partecipano i consiglieri Virginia Raggi e Marcello De Vito, l’ex consigliere Daniele Frongia, tre storici militanti romani, e uno studio di architettura, Chiossi, che dà una mano al meet up.
Naturalmente, che la Lombardi inviti a lavorare con Tronca, e dunque a stabilire un dialogo nel quadro del lavoro del commissario prefettizio, ha scatenato una rivolta molto dura all’interno dello stesso gruppo.
Gli interlocutori sono rimasti basiti e si sono scatenati in accuse gravissime che stanno mettendo a soqquadro il già fragile equilibrio di potere romano.
«Se le cose stanno come Roberta fa immaginare», ha attaccato Francesco Sanvitto, militante apprezzato da tutti a Roma, «significa che è partita una seconda pax romana dopo quella di Petroselli ed è un accordo trasversale tra i partiti per sottostare agli interessi degli imprenditori. Allora era una clausola non scritta, ma fermamente rispettata il 30% all’ opposizione ed il 70% a chi governa così erano tutti contenti».
E ancora: «Siamo diventati come il Pd o ci stiamo omologando con i lacchè delle istituzioni».
Oppure: «Pare che alcuni di noi con in testa dei “portavoce” stiano “concordando” con il commissario di Roma e immagino anche con altri gruppi politici cosa mettere dentro il Dup».
Andrea Tardito, sempre alla Lombardi: «Facciamo in modo che non si debba ammettere un giorno che Becchi aveva ragione a dire che siamo la vera stampella di Renzi. Se lo saremo di Tronca il passo sarà molto breve».
Marcello De Vito, personaggio spinto dalla Lombardi, ha preferito tacere.
Molti militanti lo ritengono non abbastanza fermo con gli interessi dei costruttori. E anche nelle mail viene criticato: «Marcello posta le sue proteste per scelte puntuali di Tronca, ma questo non significa che si sia attuata una strategia per bloccare il documento programmatico del Pd che il commissario sta illegittimamente portando a conclusione e, se Roberta non mente, dovremmo inquadrare nel Dup i nostri desiderata… Da cosa deduce Roberta che ci sia permesso di “inquadrare” qualcosa al suo interno? Partecipare anche marginalmente a questa vergogna ha il significato del suo implicito avallo».
In ogni caso, candidato sindaco del M5S al Campidoglio questa volta non sarà De Vito, salvo clamorosi colpi di scena, ma Virginia Raggi, prescelta da Milano e quindi sostenuta da Di Battista, che a Roma viene vissuto come molto vicino alle scelte della Casaleggio.
Il dato certo è che nella pancia del Movimento cominciano a essere convinti che si stia configurando una pax romana, un grande Patto di sistema sull’urbanistica tra il Movimento cinque stelle, il commissario di Roma Francesco Paolo Tronca, il Pd e gli interessi dei costruttori romani: il che spiegherebbe – retrospettivamente – la veemenza con cui il Movimento si unì alla campagna demolitoria di Ignazio Marino.
Critica alle grandi opere (dallo stadio al grattacielo del Torrino) e ai piani di zona, opposizione alle speculazioni dei palazzinari, no ai centri commerciali, alle cubature milionarie, rifiuto degli scempi ambientali e della commistione politica-affari…
Il M5S delle origini chiedeva questo, non di inquadrare le sue idee nel piano Tronca. La Lombardi ha promesso, elusiva: «Dobbiamo assolutamente e in settimana organizzare incontro con referenti tavoli di lavoro».
Ma la chiosa è stata vissuta malissimo: «Appena so qualcosa vi faccio sapere».
Una decisione calata dall’alto, e dalla faraona, su quel che resta della base.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
“COME VENGONO USATI I SOLDI DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO?”
“Il nostro gruppo beneficia di enormi finanziamenti. Come vengono usati questi soldi? Sono stati stipulati contratti onerosissimi a beneficio dei soliti noti. Altro che moralizzazione. Sa, ad esempio, chi teneva i nostri corsi di comunicazione? La fidanzata di Di Maio”.
Serenella Fucksia, in un’intervista rilasciata a Il Giornale, attacca il Movimento 5 Stelle. Dopo la sua espulsione, l’ex grillina si toglie qualche sassolino dalla scarpa e lancia accuse nei confronti dei suoi ex compagni.
Al giornalista che le chiede se ha riportato la vicenda al leader Beppe Grillo, risponde: “Grillo ormai si è allontanato dal movimento. Chi comanda è la Casaleggio Associati Chi non si associa? Viene espulso”. “Oggi la delusione è totale per aver scoperto che M5S è un partito come gli altri. Anzi peggio”.
E perchè mai?
“Perchè ha illuso l’elettorato che lo ha votato in massa, nella certezza che avrebbe fatto una politica diversa”.
E invece?
“Invece è caduto negli stessi vizi della cosiddetta Prima Repubblica. Quella stessa partitocrazia che Grillo aveva promesso di spazzare via”.
Quindi, un grande bluff?
“Un autentico tradimento”
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
GRILLO TRA POLITICA E SPETTACOLO PREPARA IL RITORNO SULLE SCENE
Ormai ne è più che convinto: per sanare questo delirio di massa, l’unica cosa che resta da fare è una grande psicoterapia di gruppo. Ci scherza su, Beppe Grillo. Ma forse nemmeno tanto.
Insomma è sempre lui, l’attore in bilico tra satira e denuncia politica – perchè continua a ritenere importante «impedire che si facciano schifezze» –, il cabarettista che nel 1986, nel bel mezzo di un varietà televisivo, tirò una bordata ai socialisti di Craxi che gli costò l’allontanamento dalla Rai per un paio di anni.
Da qualche tempo ha messo un po’ da parte la sua anima farsesca per concentrarsi di più sulla creatura battezzata Movimento 5 Stelle.
Ora però è venuto il momento di risolvere questo «caso clinico, disperato, tragicomico».
Nel modo che è più congeniale al genovese Beppe: uno spettacolo teatrale, Grillo vs Grillo (quattro date al Linear Ciak di Milano, con partenza il 2 febbraio, e poi repliche dal 16 al Brancaccio di Roma), per ristabilire alcune verità .
Considerazioni, scelte e ragionamenti che Grillo preferisce fare qui, in queste pagine, la sezione del giornale che lui sente più in sintonia con il suo profilo artistico.
Quindi torna sul palcoscenico per dire cosa?
«Guardate che io sono sempre quel comico che avete conosciuto negli anni, è il vostro punto di vista nei miei confronti che è cambiato. In realtà le due personalità di Grillo non ci sono, è la schizofrenia di milioni di persone che hanno identificato in me due ruoli, quello comico e quello politico».
Adesso come si rimedia?
«Con una terapia che faccio agli spettatori. Avevo anche ipotizzato di andare io da un analista, ma avrei dovuto pagare un estraneo. Invece ho pensato che era meglio far venire migliaia di estranei da me facendo pagare loro qualcosa. Mi è sembrata la soluzione più semplice».
E allora come si articolerà lo spettacolo?
«Ci saranno dei robot in scena, degli oggetti su cui proietterò dei filmati, e inoltre ci sarà il mio ologramma che finirà per rappresentare quella schizofrenia di cui sono rimaste vittime le persone. E poi riproporrò le cose che facevo un tempo sul palco: suonerò la chitarra, come all’inizio della mia carriera, e ci saranno momenti di cabaret. In sostanza racconterò in breve la mia storia che poi mi ha condotto alle grandi svolte».
Lei se lo immaginava un Grillo così?
«In fondo io non volevo… Non avrei mai pensato di essere l’artefice di un movimento politico. Ma forse era destino. Probabilmente anche perchè non sono mai stato iscritto a nessuna associazione, nemmeno ai boyscout. Ho fatto il tornitore, il saldatore, il rappresentante di abbigliamento: tutti lavori finiti male. Probabilmente c’era un perchè. E durante lo spettacolo spiego proprio come mi sono trovato a fare certe scelte così importanti. È successo tutto quasi per caso: la gente usciva dai miei show distrutta, ma anche ringraziandomi per le cose che dicevo. Allora mi sono detto: perchè tutte queste esperienze non proviamo a raggrupparle? Ecco, il Movimento è nato più o meno così».
Non l’è mai venuto di pensare: «Ma chi me l’ha fatto fare»?
«Assolutamente no, sono molto orgoglioso di quello che ho fatto. Ripeto, il senso dello spettacolo è proprio questo: ripercorrere le tappe che mi hanno portato fino a qui. Ovviamente non mancheranno le mie “visioni” sul futuro e i mezzi per come raggiungerlo. Qui non funziona più nulla: il lavoro, il reddito, la finanza, l’energia… Siamo costretti ad immaginarci un altro mondo e nel corso della serata io proporrò delle idee. Ma attenzione: io non posso essere la visione del Movimento. Bisogna che persone per bene, che sono libere mentalmente, abbraccino e si rendano partecipi di un pensiero comune che potrebbe essere quello del Movimento 5 Stelle sull’energia o in generale su come vogliamo che sia la vita dei nostri figli, dei nostri nipoti. Se non hai questa visione, di questa politica rimane poca cosa».
Tornerebbe alla sua vita di prima?
«Ma quella c’è sempre stata. Solo che si è creata una confusione di ruoli. Io non sono il leader dei 5 Stelle, e non ci deve essere alcun leader. Le persone hanno identificato in me questa forma di partito-verticistico che di fatto non esiste. Ecco perchè ci sarà sempre più una diffusione dei poteri all’interno del Movimento, lanciato sì grazie alla mia popolarità e alla mia reputazione, ma io non sono a capo di niente. Perchè noi abbiamo scelto di applicare un modello auto-organizzante. E credo che in Europa sia la prima volta che succeda. Io voglio essere solo il garante di certe regole precise: questo è e questo sarà il mio compito».
Però lei ha tolto il suo nome dal logo del Movimento…
«Non mi sto allontanando, diciamo che faccio un passo di fianco. Ma sono sereno perchè ho voglia di riconquistare la mia libertà ».
Di cosa?
«Di dire quello che voglio con la mia solita ironia. Mi sono sempre giocato la carriera per una parola. Sono stato fatto fuori dalla televisione proprio per questi motivi. Un comico è fatto così, si farebbe ammazzare per una battuta».
Riprende allora a fare il comico a tempo pieno?
«Ma la mia vita non l’ho mica gettata tutta in politica. Anche perchè non sono capace di fare interviste come si conviene ad un leader. La mia natura è un’altra, pure quando parlo di cose delicate mi piace descriverle con un po’ di ironia. E invece a volte ho dovuto fingere di essere serio mentre dentro ribollivo».
Sta dicendo che non poteva dare sfogo al suo vero carattere?
«Esatto. Perchè c’era il rischio di perdere due punti di percentuale per una freddura sui vegetariani. Ma che significa tutto questo?».
Se le offrissero un programma in tv, accetterebbe di riaffacciarsi dal piccolo schermo?
«Non saprei, la televisione non è più il mio media. Perchè io posso dire anche cose meravigliose, ma se la regia mi inquadra una caviglia mentre sto parlando, o mi inquadra la mano, o punta la telecamera su un’altra persona in studio che fa una smorfia, la gente che guarda da casa finisce per impastare un po’ tutto e non capisce nulla. In tv ci vado solo se mi garantiscono una conversazione, non una discussione con immagini che spiazzano».
Dopo tanti anni di esperienza sul campo, secondo lei oggi qual è la missione della politica?
«Impedire che si facciano schifezze piuttosto che fare cose meravigliose. La verità è che la politica bisognerebbe analizzarla come una malattia mentale perchè si basa sul niente. Anche i voti ai candidati si fondano sulla popolarità , sulla gestualità , sulla simpatia. È una rappresentazione del nulla. Il nulla che riempie il vuoto».
Rispetto al suo teatro degli esordi, che tipo di responsabilità sente di avere attualmente nei confronti del pubblico?
«Sorprenderlo. Quando facevo spettacoli anni fa la gente che mi veniva a sentire aveva poca informazione e la Rete non era così frequentata. Oggi la situazione è completamente diversa. Se prendo un filmato dal Web, devo fornire agli spettatori una prospettiva che non hanno ancora considerato. Devo anticipare, questa è la mia responsabilità . Prima non c’era questo problema perchè poche persone navigavano in Internet e rimanevano sconvolte nel vedere un video della metropolitana in Cina che si muoveva sospesa in aria; oppure quando gli facevo vedere la macchina a idrogeno; o anche la stampante in 3D. Tutte cose che oggi non impressionano più nessuno».
Che tipo di platea si aspetta al suo nuovo spettacolo?
«Spero che in sala non ci siano solo i grillini. Vorrei che a teatro venissero le persone a cui sono salito sulle scatole perchè mi sono messo a fare politica. Poi giudichino loro se è uno spettacolo divertente, leggero, stupido, pesante. Il mio scopo è di far passare due ore agli spettatori a prescindere dall’appartenenza politica».
Ma lo show prevede che, tra il Grillo comico e il Grillo politico, alla fine uno dei due avrà la meglio sull’altro: e se dovesse spuntarla il primo?
«Non succederà perchè tra i due non c’è mai stata battaglia. Io sono solo una specie di traduttore di deliri. E per me il delirio è una buona cosa».
Pasquale Elia
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
VOTANO UN INQUISITO PRESIDENTE DI COMMISSIONE AL SENATO… LA PENOSA GIUSTIFICAZIONE: “BEH… NON E’ UNO STINCO DI SANTO, MA COSI’ ABBIAMO FATTO UNO SGAMBETTO AL PD”
La doppia morale dei grillini che, per “fare uno sgambetto al Pd”, vengono a patti con quello che
hanno sempre considerato “il diavolo”. Cioè Forza Italia.
Ma più che un patto è proprio una questione di voti, grazie ai quali Altero Matteoli (“non è uno stinco di Santo”, dice il pentastellato Cioffi) è stato confermato presidente della commissione Lavori pubblici del Senato.
Lo stesso Matteoli contro il quale i senatori M5S hanno votato in Giunta per le elezioni e le immunità dando il via libera all’autorizzazione a procedere nell’ambito dell’inchiesta Mose che vede coinvolto l’ex ministro dell’Ambiente e dei Trasporti indagato per corruzione e ora rinviato a giudizio.
L’accusa della procura di Venezia nei confronti di Matteoli è quella di corruzione in atti d’ufficio per aver ricevuto — in due separate situazioni — due tangenti dell’importo di 400.000 e 150.000 euro, da Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita, anche loro coimputati nello stesso procedimento allo scopo di favorire l’assegnazione di appalti al Consorzio Venezia Nuova.
I fatti risalgono al quinquennio 2001-2006, tempo in cui Matteoli ricopriva la carica di ministro dell’Ambiente e al 2008-2011, quando era titolare del ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Quando l’autorizzazione a procedere è arrivata in Aula, è stato lo stesso Matteoli a chiedere di dare l’ok senza votare. IIl 21 dicembre scorso, Matteoli è stato rinviato a giudizio.
Stavolta, dunque, i grillini fanno una deroga alla loro linea di sempre: quella del rigore assoluto e della totale estraneità nei confronti di chi abbia pendenze giudiziarie.
E tanto più, nel caso di Matteoli le pendenze riguardano il Mose su cui i grillini hanno fatto tante battaglie e vantano – come si legge nel blog di Grillo – di essere stati i primi a dire che sarebbe scoppiato lo scandalo.
Guai, adesso, però, a parlare ai grillini di asse con Forza Italia. “Noi assi non ne facciamo con nessuno, nè tantomeno con Forza Italia”, esordisce il senatore pentastellato della commissione Lavori, Andrea Cioffi.
Quindi, in alcuni casi le regole possono venire meno? “L’obiettivo era dare uno sgambetto al Pd e ce l’abbiamo fatta. ”
I tempi del post sul blog di Beppe Grillo, rilanciato da Luigi Di Maio su Facebook, dal titolo “Larghe intese in manette” sembrano lontani.
In quel caso, nel giugno 2014, nel mirino, in particolare, c’erano l’arresto di Giorgio Orsoni, sindaco veneziano del centrosinistra, e quello chiesto per Giancarlo Galan, deputato forzista ed ex governatore del Veneto.
I grillini si domandavano “cos’altro devono fare questi partiti per non meritare più il voto dei cittadini italiani?” e ricordavano che da sempre il Movimento pentastellato si occupa del Mose e ha mostrato “preoccupazioni in merito ad utilità e meccanismi d’appalti”.
Pochi giorni prima Matteoli era stato raggiunto da un avviso di garanzia.
Oggi hanno cambiato idea e, a giudicare dai commenti che girano, hanno commesso un gigantesco autogol.
(da agenzie)
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