Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
DIVERSITA’ DI VEDUTE TRA SIMPATIZZANTI E ATTIVISTI GRILLINI
Il M5s può conquistare Roma? La Capitale è pronta all’invasione pentastellata?
Secondo gli attivisti il clima è cambiato, e la vittoria è imminente.
“Non c’è alternativa, ci auguriamo di fare la fine di Pomezia e Livorno” dicono i cittadini a Dragona, nella periferia romana a pochi chilometri da Ostia, dove i volontari del M5s si sono occupati della pulizia di un parco nella borgata.
E proprio da Ostia che è partito il boom dei 5 stelle a Roma. Oggi hanno una reale chance di vincere e la selezione del candidato diventa cruciale.
“Certo con un Di Battista è fatta, Roma ha bisogno di una faccia nota, senza si rischia”. Molti simpatizzanti farebbero questa scelta al volo. Ma gli attivisti compatti bocciano questa ipotesi. “Non serve un Maradona, ma una squadra” afferma un ragazzo.
Tra gli attivisti la discussione è animata su un altro fronte: chi sceglierà il candidato romano. I giornali parlano di divisioni tra correnti e di un Casaleggio intenzionato a strappare la partita al locale per una votazione online nazionale con la partecipazione dei 100 mila iscritti.
“Non è giusto, cosa ne sa un milanese del territorio di Roma, dovrebbero scegliere gli attivisti romani come a Milano e Torino” dicono alcuni.
“E’ la Capitale, forse è corretto chiedere un parere nazionale” sostengono altri.
Qui a Roma gli attivisti punterebbero di sicuro su uno dei consiglieri uscenti, tra i quali la competizione è forte.
Per Marcello De Vito sono illazione e notizie fantasiose: “Ma quali correnti, il M5s romano è compatissimo, seguiremo le regole di sempre”.
Ma la deputata Roberta Lombardi conferma l’ipotesi in ballo di una votazione nazionale: “Abbiamo letto, è buon suggerimento, valuteremo” dice sorniona.
A Roma un De Vito può farcela o serve un nome blasonato, un big? “Perderemmo l’anima e diventeremmo come il Pd, non ci affidiamo a l’uomo solo al comando, non è nel nostro dna, il M5s è un progetto collettivo” replica la Lombardi.
“Non è più il momento di essere superficiali, votiamo il bel Marchini e poi? La politica marcia di questi anni è il risultato anche di questa logica” risponde un’attivista. E Grillo? Che ruolo deve avere alle prossime elezioni? Il leader di sicuro, dopo il cambio del logo, fa intuire di voler stare più nel retropalco.
“Casaleggio è inquietante e Grillo spaventa, i nostri parlamentari sono apprezzati, ma la gente diffida di loro e le sue bordate terrorizzano.
Senza Grillo il M5s stravince” afferma una signora. “A Grillo dobbiamo tanto, deve continuare a fare il ‘notaio’, è un nostro punto di riferimento” rispondono altri.”
Andrà in tour in quei mesi è evidente il passo indietro, ora tocca a noi” aggiunge un’attivista. “ Non abbiamo paura di conquistare Roma, siamo consapevoli della mission possible che ci aspetta, il M5s deve e può vincere in questa città , dobbiamo fare una campagna elettorale onesta, basta prendere in giro i romani, questa amministrazione va capovolta, Grillo ha ragione” chiosa la Lombardi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
SOLO 38 PARLAMENTARI SU 127 SONO IN REGOLA CON LE RENDICONTAZIONI ONLINE… LA MAGGIOR PARTE, TRA CUI FICO E DI MAIO, NON AGGIORNANO LE LORO POSIZIONI DA MESI… IN MOLTI SPENDONO TUTTI I SOLDI A LORO DISPOSIZIONE, DAI 7.000 AI 10.000 EURO
Fino pochi mesi fa il ritardo nell’aggiornamento delle note spesa poteva costare l’espulsione.
Oggi, solo 38 parlamentari 5 stelle su 127 sono in regola con la rendicontazione. Almeno secondo i dati presenti sul sito tirendiconto.it , la piattaforma online su cui gli eletti sono tenuti – per regolamento interno – a riportare i dettagli dei “costi” di mandato e restituire le eventuali eccedenze.
La maggior parte dei parlamentari, 61, non aggiorna la propria posizione da maggio. Tra loro anche due big membri del “direttorio”: il vice presidente della Camera Luigi Di Maio e il presidente della Commissione vigilanza Rai Roberto Fico.
Un po’ più fresca, invece, è la scheda della deputata Carla Ruocco, che ha presentato le fatture fino al mese di luglio.
Gli unici puntuali tra i “dirigenti” sono Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia, che hanno rendicontato fino a settembre (è il mese più recente consultabile sul sito). Tutti gli altri parlamentari aggiornano in ordine sparso: tre sono fermi addirittura a febbraio, cinque a marzo (tra cui Nicola Morra, Michele Giarrusso e Serenella Fucksia), tre a giugno, cinque a luglio e dodici ad agosto.
E se parte dell’indennità viene puntualmente versata nel fondo di garanzia per il microcredito (quasi 2mila euro a testa), sulla diaria e sugli altri rimborsi si può chiudere un occhio.
Sono in molti a spendere quasi tutti i soldi messi a loro disposizione dalle Camere, più o meno dai 7 ai 10 mila euro al mese cadauno. Ma come viene investito il denaro che ogni mese arriva nelle tasche dei cittadini eletti? Abbiamo preso in esame le ultime rendicontazioni per ogni parlamentare del Movimento 5 stelle.
Un tetto confortevole
Una delle voci di spesa più importanti, ovviamente, è quella per la casa. Un affitto a Roma, si sa, costa molto, soprattutto se vuoi alloggiare vicino al Parlamento. I rappresentanti 5 stelle spendono in media 1.500 euro a testa. Una cifra che tiene conto dello stile austero di Luigi Di Maio, che per alloggio più utenze ha pagato 706 euro a maggio, ma anche dell’approccio meno sobrio di alcuni suoi colleghi.
Sono 22, infatti, i rappresentanti grillini che sborsano (ma i soldi sono dei contribuenti) più di 2mila euro al mese per un tetto nella Capitale. Tra questi, l’onorevole Marta Grande (2.271 euro, dato di maggio) e il senatore Nicola Morra (2.155 euro, dato di marzo). I più spendaccioni sono: il piemontese Carlo Martelli, che a giugno ha rendicontato 2.527 euro e il sardo Roberto Cotti, 2.448 euro sempre a giugno. Cifre che generalmente comprendono sia il canone mensile che il costo per le utenze e le pulizie.
Gli affamati
Ma uno dei dati più interessanti riguarda il cibo. Il vitto, infatti, è rimborsato dal Parlamento e anche sotto questa voce di spesa si registrano atteggiamenti diversi a seconda dell’eletto. C’è chi dichiara 30 euro di spesa al mese e chi invece si abbuffa a dismisura. Il più ingordo di tutti è il deputato campano Salvatore Micillo, che a maggio è riuscito a spendere ben 2.937 euro. E non sotto la voce “pranzi istituzionali” o “cene di rappresentanza”, ma sotto quella “alimentari”. Praticamente i cittadini italiani hanno pagato la spesa al supermercato dell’onorevole. Per molto meno, a Roma, il partito di Grillo ha chiesto le dimissioni dell’ex sindaco Ignazio Marino.
Al secondo posto di questa speciale classifica si piazza il pugliese Francesco Cariello (1.566 euro a maggio) che li ha spesi quasi tutti per “pranzo/cena/bar”. Ma tra i migliori classificati, a sorpresa si piazzano tre volti molto noti del Movimento: la senatrice Serenella Fucksia (1.120 euro a marzo), il capogruppo alla Camera Federico D’Incà (1.013 a settembre) e il suo senatore Michele Giarrusso (994 euro sempre a marzo). In tutto, sono una quindicina i parlamentari in grado di spendere più di 900 euro al mese solo per mangiare.
Consulenze varie e “altre spese”
Poi c’è il capitolo dei soldi destinati a consulenze di varia natura e alle nebulosissime “altre spese”. Per quest’ultima voce non è presente alcuna giustificazione ulteriore, quindi non è dato sapere di che si tratti. Ma almeno sappiamo chi si è guadagnato la pole position assoluta in questa gara: il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia Luigi Gaetti.
Ad agosto, il senatore mantovano ha pagato 3mila euro per “consulenze varie” e 2mila per “altre spese”, 5mila euro in un sol colpo senza specificazioni aggiuntive. Secondo classificato, il capogruppo della Commissione Industria al Senato Gianni Girotto, che a luglio ha speso 3.947 euro, di cui 2.420 in non meglio precisate “consulenze varie”. Dietro di lui, ma solo di un passo, si piazza il deputato lombardo Alberto Zolezzi: 2.474 euro di “consulenze varie” e 1.046 euro di “altre spese” a luglio (a giugno per le stesse voci aveva speso rispettivamente 2.767 e 1.033 euro).
Anche Barbara Lezzi, salita agli onori delle cronache per aver assunto come portaborse la figlia del compagno, si è guadagnata un buon piazzamento coi suoi 3.250 euro spesi a maggio soprattutto per consulenze di natura legale.
E tra coloro che hanno investito cifre importanti spuntano anche Roberta Lombardi (1.352 euro per consulenze informatiche ad agosto), Alessandro Di Battista (1.575 per consulenze legali settembre) e Carlo Sibilia (1.658 “consulenze varie” a settembre). Almeno 22 parlamentari hanno speso più di mille euro.
Eletti in Movimento
Taxi, treni, aerei, rimborsi chilometrici. Gli spostamenti dei parlamentari gravano ovviamente sul bilancio dello Stato. Come, del resto, tutte le attività che organizzano su territori di provenienza.
E i portavoce 5 stelle stanno molto in giro. Roberto Fico, ad esempio, ha ricevuto rimborsi per 3.104 euro rendicontati alla voce “spese logistiche per partecipazione ad eventi”.
Attivissimi sui territori anche Carla Ruocco, che ha speso 2.374 euro a luglio per “missioni non ufficiali” e il senatore Sergio Puglia, 2.637 euro a maggio soprattutto per “stampa di materiale informativo”. Poi c’è chi prende spesso il taxi, come Nunzia Catalfo, che a marzo ha rendicontato 819 euro, e chi chiede i rimborsi chilometrici come Marco Brugnerotto (926 euro a settembre). Luigi Di Maio, quasi sempre francescano, nel mese di maggio per i trasporti ha speso 1.280 euro, tra taxi, carburante, noleggio auto, pedaggi e parcheggi.
La fabbrica degli assistenti.
Un ultimo sguardo lo merita il capitolo “collaboratori”. I parlamentari impiegano somme diverse per pagare i propri aiutanti. Si va dai mille ai 5mila euro, a seconda dei casi. Ma ci sono anche esempi eclatanti.
Il primo gradino del podio spetta senza dubbio al deputato Paolo Romano che a maggio ha speso 8.329 euro. Poco più di quanto ha sborsato Silvia Benedetti che con i suoi 7.833 euro a febbraio si piazza al secondo posto. Sul terzo gradino, infine, sale l’ex capo gruppo alla Camera Alessio Villarosa che a maggio ha pagato 6.316 euro.
Rocco Vazzana
(da “L’Espresso”)
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Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI PARMA VUOLE RICANDIDARSI: SE M5S GLIELO VIETA PRONTA UNA LISTA CIVICA
L’addio tra Federico Pizzarotti e il M5S è una prospettiva sempre più concreta. Funziona un po’ come in quelle relazioni burrascose che non riescono a trovare un equilibrio: tornare ai litigi, dopo un labile periodo di serenità , è il segnale che le cose proprio non vanno.
E se poi ci si mette di mezzo un terzo, che magari si chiama Pd, allora la crisi è pronta a esplodere.
Lui, loro, gli altri. Eppure fino alla fine dell’estate sembrava che Luigi Di Maio avesse trovato la chiave per far tornare nel gruppo dei “ragazzi meravigliosi” il sindaco della città più importante governata dai Cinquestelle.
Il vicepresidente della Camera, che nel Movimento è anche responsabile degli enti territoriali, aveva ottenuto che Casaleggio smettesse di minacciare ogni due settimane Pizzarotti di espulsione per alto tradimento dell’ideale movimentista a causa di quell’inceneritore mai spento, mentre l’altro aveva preso a tenere un profilo basso, lontano dai regolari esercizi di critica ai vertici praticati per molto tempo.
Poi le interviste accigliate del sindaco di Parma sono tornate sui giornali, infastidendo Di Maio tanto da spingerlo a rimproverarlo nell’incontro riservato avuto a Imola, mentre all’autodromo si svolgeva il raduno del M5S.
La tensione è salita ulteriormente quando Pizzarotti è sceso a Roma per presentare un emendamento alla legge di Stabilità che chiedeva fondi al Governo per il festival Verdi.
«È contrario alle regole del Movimento che vietano i provvedimenti localistici e poi l’ha presentato con la senatrice Mussini, una ex-Cinquestelle», hanno tuonato dal Movimento.
Ma a far tracimare la rabbia dei vertici M5S è il sospetto, per la verità fondato, che Pizzarotti stia costruendo per sè un’alternativa politica che gli consenta di restare sindaco per altri cinque anni dopo la scadenza del mandato, nel 2017.
La situazione di Parma è molto particolare; a destra e a sinistra del sindaco non si sono ancora formate delle alternative chiare.
Il centrosinistra, che negli ultimi anni in città ha perso quattro elezioni su quattro, si sarebbe così rivolto al sindaco in carica per capire quali siano i margini di interlocuzione.
Lui avrebbe risposto spiegando di volerle tentare tutte per restare il candidato del Movimento ma di avere già in testa l’idea di una corsa da indipendente con una lista civica.
Prospettiva che, non escludendo apparentamenti, è molto appetibile per i dem e lascia loro sperare in un ritorno in giunta. Di più: il 28 novembre Pizzarotti sarà a Milano per un’iniziativa della scuola di politica dei FutureDem, associazione di giovani del Pd.
Troppo anche per Di Maio che pure aveva scommesso sul recupero di Pizzarotti alla causa. Ieri nel M5S è girata l’ipotesi di scomunicare il sindaco a mezzo post, come ai tempi delle espulsioni dopo processi sommari che i Cinquestelle sembravano essersi messi alle spalle.
Poi s’è deciso di lasciar perdere, ma solo per non ritrovarsi tra le mani il cerino della rottura.
Ora il rapporto è congelato, in attesa che da una delle due parti arrivi un segnale.
La strada perchè Pizzarotti resti è affidata a quel che resta del rapporto con Di Maio e a quanto questi possa accogliere le richieste del sindaco di Parma, che poi sono sempre le stesse da mesi: un riconoscimento del buon lavoro fatto in comune, l’espulsione di quei consiglieri che accusano Pizzarotti di non essere “abbastanza Cinquestelle” votandogli spesso contro in consiglio comunale e un coordinamento continuativo tra i parlamentari e i sindaci.
Il tempo dirà se si tratta di un ultimatum o se ci sono la volontà e lo spazio per l’attività nella quale Luigi Di Maio è più bravo di tutti i suoi colleghi di gruppo: la mediazione.
Francesco Maesano
(da “La Stampa”)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
“IL LEADER DEL M5S E’ IL MOVIMENTO STESSO, NON SONO IMPORTANTI I NOMI, MA I PROGRAMMI E LA PARTECIPAZIONE”
Il nuovo simbolo, con la scomparsa del nome di Beppe Grillo, «è un pit-stop. Noi abbiamo fatto il cambio gomme, gli altri resteranno presto senza benzina».
Quel che sta accadendo con il terrorismo è il «ritorno degli imperi centrali. Abbiamo preteso di tracciare i confini con il righello e ora la storia ci presenta il conto».
In Vaticano «è in corso la notte dei lunghi coltelli». Tra cinque anni si vede a «trascorrere più tempo in famiglia e a curare un bosco abbandonato».
Si dice soddisfatto del sistema di scelta dei candidati alle amministrative, e alla richiesta di un pronostico risponde «miglioreremo ovunque il risultato».
Il capo futuro del Movimento? Nè Di Maio nè Di Battista, perchè «il leader del Movimento Cinque Stelle è il M5S stesso».
Gianroberto Casaleggio è più Casaleggio che mai. Cita Gaber, alla domanda come sta? risponde con decisione «Bene», conferma la sua fede nella rete.
Se Grillo sceglie di fare un passo indietro dalla prima linea mediatica del Movimento, lui ne fa uno avanti, confermando di essere il regista della vita della formazione politica.
Se fossimo al tavolo del casinò (situazione che non gradirebbe), sarebbe il banco. Un banco che dà le carte con le lunghe pause che conosciamo, ma dirige il gioco, e vuol controllare anche la punteggiatura. Tanto che il nostro colloquio – giunto come sempre al termine di lunghe trattative e avvenuto in parte al telefono, in parte per iscritto – inizia con lui che fa le domande all’intervistatore: «Che gliene pare del nuovo logo?».
“E’ normale che se un movimento vuole pensare al lungo periodo si affranchi dal fondatore, no?
Sì, altrimenti si rischia di non sopravvivere. Guardi cosa è successo a Berlusconi».
Perchè questa mossa adesso?
«Sarebbe potuta capitare fra tre mesi. Era nelle cose. Abbiamo fatto un pit-stop per il cambio gomme, mentre gli altri presto rimarranno senza benzina».
Come funziona operativamente il lavoro con Beppe Grillo?
«Ci sentiamo spesso e ci vediamo qualche volta durante il mese, a Milano o a Genova. Non c’è un metodo, se non quello di condividere le idee e quando necessario prendere delle decisioni».
Una volta Bruce Sterling paragonò Beppe Grillo a Garibaldi e lei a Mazzini. Poi aggiunse che il problema del M5S era di non avere un Cavour in parlamento o pronto a governare. Potrebbero essere Luigi Di Maio o Alessandro Di Battista?
«Sterling faceva riferimento a un’altra epoca storica, i suoi accostamenti possono essere interessanti, ma nel M5S non esistono nè Garibaldi, nè Mazzini, nè tantomeno un Cavour. Il leader del M5S è il M5S stesso, non sono importanti i nomi, ma i programmi e la partecipazione. Non è una partita di tennis o di calcio in cui si vince o si perde. Come cantava Gaber Libertà è partecipazione. Il nostro obiettivo è la partecipazione diretta dei cittadini alla cosa pubblica, la democrazia diretta senza leader».
In primavera si vota in alcune città chiave, tra le quali Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna. Dove avete la possibilità di vincere?
«Il mio pronostico è che miglioreremo ovunque il risultato delle precedenti elezioni comunali. Cercheremo di arrivare comunque al ballottaggio e vincere. Sono già state fatte ottime scelte come Chiara Appendino a Torino, Patrizia Bedori a Milano e Massimo Bugani a Bologna. In futuro verrà votato online il candidato sindaco di Roma. Nel 2016 andranno al voto 1283 comuni grandi e piccoli, il Movimento 5 Stelle cercherà di essere presente in ogni comune con una lista».
Appendino è una scelta eccentrica rispetto ad altri vostri profili, no?
«Il Movimento non è fatto solo di persone alternative, è un mito da sfatare. Appendino ha un’estrazione che un tempo si sarebbe detta borghese, ha studiato in Bocconi, ha mostrato di sapere lavorare in azienda. Farà bene».
Pensa ancora che la Rete sia uno strumento efficace per selezionare i candidati?
«Certo, non ho mai cambiato idea. Penso alla Rete come a un’intelligenza collettiva. Oggi sono iscritte al Movimento 5 Stelle circa 130mila persone, in continua crescita. Finora ci sono stati percentualmente pochi casi di candidati, sui 1600 eletti nelle istituzioni, rivelatisi inadatti in seguito alle votazioni on line».
E per decidere le priorità dell’agenda politica?
«Vale lo stesso discorso fatto per i candidati, se possibile rafforzato. I cittadini devono scegliere priorità e metodi di intervento. Non possono essere calati dall’alto dal politico di turno».
Che fine ha fatto Rousseau, il sistema operativo digitale per la gestione del movimento?
«È in ritardo, lo so, ma in arrivo».
Dove si vede tra cinque anni? Ancora alla testa del Movimento (anche se lei preferisce definirsi garante), oppure a dedicare il suo tempo ad altro?
«I miei interessi principali sono la Rete e i cambiamenti che può portare nella realtà quotidiana. Tra cinque anni, come ora, mi occuperò di questo, anche in termini professionali come consulente per le organizzazioni. Passerò più tempo con la mia famiglia e i miei amici. Potrò anche curare un piccolo bosco abbandonato che ho comprato negli anni in Canavese».
Supponiamo le concedano un superpotere per risolvere il problema più urgente di questo Paese. Che farebbe?
«Darei agli italiani la consapevolezza di essere cittadini e di decidere in prima persona della loro vita senza delegare ad altri».
Come si affronta il terrorismo?
«Come abbiamo detto in parlamento. Più spesa per l’intelligence, no agli affari con i paesi collusi come l’Arabia Saudita, no alla possibilità per l’Isis di continuare a vendere il petrolio, con un ricavo annuo di 500 milioni».
Allargando la visuale, secondo lei cosa sta accadendo?
«È il ritorno degli imperi centrali: allora la Germania, oggi l’Europa; l’impero Ottomano, la Russia. Cambiano le alleanze ma il punto vero è che in Medio Oriente abbiamo tracciato i confini con il righello. E ora la storia ci presenta il conto».
Il tema delle migrazioni è un’emergenza globale. Come lo affronterebbe?
«Le migrazioni sono un effetto. Bisogna eliminare le cause. Quindi le guerre, la spoliazione delle materie prime e dello stesso territorio dei Paesi da cui arrivano, bloccare la vendita di armi e incentivare gli investimenti nei Paesi coinvolti. Per i migranti vanno poi accelerate le procedure di riconoscimento, che superano spesso i due anni. Ci dovrebbe essere il riconoscimento dell’asilo entro i 30 giorni dalla presentazione della domanda, con una decisione nei successivi tre giorni su chi è profugo e chi è clandestino, e inoltre bisognerebbe eliminare il regolamento di Dublino che impone al profugo di rimanere nel Paese di prima accoglienza. Ciò gli impedisce di muoversi liberamente nell’area Ue, con il risultato che la maggior parte dei migranti arriva e rimane in Italia e in Grecia».
Nel periodo peggiore della crisi economica lei affermò: «Parliamo sempre di spread e mai di valori, i soli che ci potrebbero aiutare a superarla». Forse la crisi la stiamo archiviando. E i valori?
«La crisi non è per nulla archiviata, bisognerebbe chiederlo alle persone che hanno perso il lavoro, che non riescono più a pagare il mutuo o che per curarsi devono rivolgersi alla sanità privata con costi insostenibili dopo i tagli del governo. Alcuni dati: il tasso di disoccupazione italiano è dell’11,8%, il doppio dell’area Ocse a 6,7%; le famiglie italiane hanno sempre più difficoltà con il pagamento delle spese che riguardano le utenze domestiche, i mutui e gli affitti. Si tratta di ben tre milioni di italiani, vale a dire l’11,7% della popolazione; il rapporto Censis segnala che il 41,7% delle famiglie ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria per i costi troppo salati e le liste d’attesa troppo lunghe. Questo governo ha tagliato la sanità più di qualunque altro. Solo un anno fa il fondo sanitario nazionale era a quota 112 miliardi ed era previsto per il 2016 a 115,4 miliardi di euro. Nel corso del 2015 il Fondo è stato abbassato a 109,7 miliardi di euro e la previsione per il 2016, di conseguenza, a 113,1 miliardi; nella legge di Stabilità 2016 in esame al Senato, il governo ha rincarato la dose. Altri due miliardi di tagli al Fondo sanitario nazionale, che nel 2016 scenderà quindi a 111 miliardi. Quanto ai valori, la solidarietà , la conservazione dell’ambiente, il superamento del totem del denaro e dell’arricchimento a qualunque costo purtroppo non sono presi ancora in considerazione dalla politica».
Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha fatto di recente una proposta molto simile al vostro reddito di cittadinanza. Che ne pensa?
«Lo considero l’ennesimo depistaggio al ribasso, come quello di Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Il M5S ha presentato una proposta di legge sul reddito di cittadinanza che nessun apparato del sistema vuole, dal governo, ai partiti, ai sindacati. Il reddito di cittadinanza ci è stato chiesto dalla Ue da molti anni, in Europa non è presente solo in Italia e in Grecia, consente una vita dignitosa a chi è privo di reddito in attesa di trovare un’occupazione. Non è, come vorrebbe la propaganda governativa, assistenzialismo, ma un aiuto temporaneo a chi è in difficoltà , e si perde se si rifiutano tre proposte di attività . La copertura di circa 15 miliardi per un assegno mensile di 780 euro in assenza di altri redditi, è stata trovata (e certificata) dal M5S con il taglio degli sprechi ed è documentata».
Uno dei pensatori che cita spesso è David Graeber, l’ispiratore del movimento Occupy Wall Street. Ora sostiene che il cancro peggiore della nostra società è la burocrazia. Concorda?
«La burocrazia in sè non è buona o cattiva. Il problema è l’eccesso di burocrazia. La burocrazia inutile va eliminata. È un esercizio difficile perchè la burocrazia si nutre di se stessa e i burocrati non vogliono perdere i loro privilegi. Si moltiplicano uno con l’altro come le amebe. Il problema fondamentale non è la burocrazia, ma la mancanza di onestà , che nel tempo ha corroso e corrotto la nostra società ».
È stato ad Expo?
«No. È un’iniziativa che poteva andare bene all’inizio del secolo scorso. Oggi per accedere all’informazione c’è la Rete. E poi lo slogan “Nutrire il Pianeta” cementificando un milione di metri quadri di terreno agricolo mi sembra una contraddizione. Vogliamo dare il cemento al posto del pane a qualche decina di milioni di affamati? Consiglio a chi voglia farsi un’idea di Expo al netto della propaganda il libro di Gianni Barbacetto: Excelsior, il gran ballo dell’Expo».
Il premier Renzi dice che il ponte sullo Stretto si farà . Che ne pensa?
«Che non è una priorità e nemmeno una necessità . La Sicilia è senz’acqua e ha enormi problemi infrastrutturali. Il ponte può aspettare, anche per i suoi costi che ammonterebbero a 8,5 miliardi di euro».
Lei una volta mi disse che non guardava mai la tv, perchè il concetto di palinsesto lineare era finito. Ma che se ci fosse stato Netflix ci avrebbe ripensato e forse l’avrebbe riaccesa. Ora Netflix è arrivato. Che fa?
«Guarderò Netflix come le avevo anticipato, ma è solo l’inizio. È in atto una rivoluzione che riguarda quella che abbiamo chiamato finora televisione e che più propriamente dovrebbe essere definita “main screen” che si integrerà con il cosiddetto “second screen”, quindi con un qualunque dispositivo mobile come uno smartphone, collegato a Internet, che disponga di applicazioni per interagire sia con il programma televisivo che con i social media degli utenti collegati. Finalmente è la fusione della vecchia tv con la Rete, e siamo solo all’inizio».
Che idea si è fatto dello scandalo Vatileaks?
«In Vaticano è in atto una notte dei lunghi coltelli».
Massimo Russo
(da “La Stampa“)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
SULLA POLITICA ESTERA NON HANNO UNA LINEA
Secondo gli ultimi sondaggi, il Pd vincerebbe le elezioni solo se andasse al ballottaggio col centrodestra, perchè i 5 Stelle rimasti esclusi si dividerebbero tra chi non va a votare e chi vota Renzi come male minore.
Se invece la finalissima se la giocassero Pd e 5 Stelle, vincerebbero questi ultimi, perchè la maggioranza degli elettori di centrodestra che andrebbero alle urne preferirebbero il movimento di Grillo: sia per levarsi la soddisfazione di far perdere il tradizionale avversario,sia perchè il M5S è“nè di destra nè di sinistra”, mentre il Pd incarna pur sempre (se non nei fatti, nell’immaginario forzaleghista) il centro sinistra.
Come reagisce Renzi ai sondaggi?
Sulle prime ha puntato spregiudicatamente su Salvini, eleggendolo a unico avversario col giochino dei “due Matteo”, dal quale uscirà sempre e comunque vincitore, gonfiando il capo della Lega in funzione anti-Grillo con la collaborazione delle tv amiche, anzi serve.
Poi però ha scoperto che l’Operazione Felpa Nord è miseramente fallita: oltre un certo zoccolo duro Salvini non può salire e, anzichè prosciugare l’elettorato grillino,vampirizza quello forzista; e i 5 Stelle, dati prematuramente per morti, godono ottima salute, anzi sono in costante ascesa.
Così ora il premier accentua la sua somiglianza con B., copiandogli il programma e le parole d’ordine: nuova Costituzione dell’uomo solo al comando, più contanti (cioè più nero) per tutti,via le tasse sulla prima casa anche ai ricchi, meno diritti ai lavoratori e più favori alle imprese, mano libera a chi licenzia, polemica con i magistrati più attivi, mordacchie a quel poco che resta di libera stampa, grandi opere a gogò ( Tav Torino-Lione e perfino Ponte sullo Stretto) e via berlusconeggiando.
Ma, così facendo, si scopre a sinistra regalando spazio e voti alla galassia delle sigle progressiste e dei fuorusciti pidini, che all’eventuale ballottaggio Pd-5Stelle voterebbero Grillo pur di fargliela pagare.
E, al contempo, non sfonda nell’elettorato di destra, pietrificato nello schema novecentesco destra-sinistra e ormai più affascinato dal salvinismo (impossibile da inseguire anche per Renzi) che dal berlusconismo.
Inoltre l’emorragia di parlamentari verso sinistra lo costringe a rapporti sempre più stretti e ancillari con l’Ncd-Udc e con i transfughi di FI tenuti insieme dall’impresentabile Denis Verdini, sempre più decisivo per la sopravvivenza del governo, e non certo gratis.
Il che aumenta i mal di pancia degli elettori del Pd, regalandone un bel po’ ai 5Stelle.
E gli impone di garantire a Verdini & C. la rielezione.Come? Non potendo candidarli nelle liste del Pd, dovrà modificare l’Italicum per tornare alla sua versione originaria: quella che assegnava il premio di maggioranza non al primo partito, ma alla prima coalizione.
Così anche una lista Verdini, magari accorpata e camuffata in quel che resta del Centro casinian-alfaniano, potrebbe giocarsi le sue chance alleandosi col Pd.
Così B. potrebbe tenere insieme la sua Armata Brancaleone, presentando FI in alleanza con la Lega (ma non in un listone ben poco digeribile dai rispettivi elettorati).
E così gli unici senza coalizione, per mancanza di alleati, sarebbero i 5 Stelle.
Oggi la somma dei voti forza-leghisti non basterebbe a superare quelli del M5S per accedere al ballottaggio.
Ma sappiamo bene in quali mani sono le televisioni e quanti consensi B. sia in grado di recuperare occupandole militarmente in campagna elettorale.
A quel punto la seconda forza del Paese sarebbe fuori gioco. Bene fanno i 5 Stelle ad aderire ai comitati del No alla riforma elettorale e costituzionale, senza farsi schiacciare sulla difesa dell’Italicum così com’è: chiunque favorisca, la legge elettorale è incostituzionale per l’abnorme premio di maggioranza senza tetto minimo di voti e per i capilista bloccati; si spera che la Consulta, quando sarà chiamata a pronunciarsi, si comporti come nel 2012 con il Porcellum: cioè faccia prevalere le ragioni del diritto su quelle della politica.
In ogni caso, per candidarsi a governare l’Italia, i 5Stelle devono dimostrarsi credibili fin da subito. Anche sul loro punto più debole: la politica estera.
Ripetere, come fanno, che le guerre non si risolvono con le guerre e che l’Isis l’ha creata l’Occidente significa dire due verità , ma insufficienti.
Se c’è uno Stato illegale fra Siria e Iraq, che per giunta arruola kamikaze per fare mattanze in tutto il mondo, bisogna anche rispondere alla domanda sul che fare oggi, a prescindere dalle colpe del passato: che farebbe oggi, di serio e di concreto, un eventuale governo a 5Stelle?
Renzi, pessimo in politica interna, nella gestione del partito e della questione morale (anzi immorale, perchè usata per liquidare i non allineati come Marino e per salvare i potenti e i fedelissimi come De Luca), sul caso guerra-Isis appare più credibile del M5S.
Perchè ha tenuto finora una linea saggia e prudente (rapporti con emiri a parte), e a quella domanda cruciale ha dato risposte ponderate e sensate.
Invece l’altroieri sul blog di Grillo, mentre tutto il mondo parlava degli attentati di Parigi e dell’Isis, c’era un medico che suggeriva “più attività fisica e meno medicine”.
Se i 5Stelle sono a 3-4 punti dal Pd è perchè fanno opposizione, non rubano, non prendono soldi pubblici, anzi li restituiscono, non inciuciano con nessuno e si stanno affrancando dalla grillodipendenza.
Ma, se non riempiono quel buco nel loro programma, al dunque la gente continuerà a scambiare il peggio per il meglio con la scusa del meno peggio.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
M5S E IL TIMORE DI FAR SCOPPIARE LE CONTRADDIZIONI INTERNE: CONTANO PIU’ I VOTI CHE AVERE UN’IDEA
L’apertura del blog di Beppe Grillo dice tutto. Il comunicato numero 56, pezzo più importante
della giornata, propone una consultazione. Che non riguarda il conflitto mondiale in atto. Ma se togliere o meno il nome “Grillo” simbolo dei 5 Stelle. Argomento certamente significativo per quella comunità , ma che indica una certa fuga dal tema del giorno.
Accade questo: continua la caccia ai terroristi sulle strade di Parigi, Putin schiera le navi russe contro l’Isis, l’Europa si interroga sul “come” dare assistenza militare alla Francia e, in questo quadro, l’ultimo post su Parigi, sul blog di Beppe Grillo è datato 14 novembre, alle ore 10,16.
Scarno, asciutto, praticamente un telegramma di cordoglio: “Quanto accaduto a Parigi è scioccante. Siamo vicino alle famiglie delle vittime, alla Francia, a tutto il popolo francese, colpito oggi da un attacco terribile, che deploriamo con fermezza”.
E se, a questo, aggiungiamo il profilo basso di tutti i principali esponenti dei Cinque Stelle sul tema del terrorismo e se aggiungiamo pure la frase di Casaleggio buona per tutte le stagioni (“Non si risponde alla guerra con la guerra, sì al dialogo ma non con l’Isis”) si capisce che la questione è enorme.
E riguarda quello che a microfoni spenti più di un M5S definisce “disagio” e “difficoltà politica” sul tema.
Il Professor Aldo Giannuli non ama essere definito l’ideologo dei Cinque Stelle, anche se da tempo viene identificato in questo ruolo dopo il tramonto del Professor Becchi.
Comunque è un punto di riferimento politico e intellettuale per quel mondo, basta leggere il suo blog, a volte anche severo con quelle che considera posizioni sbagliate di Grillo&Co.
Spiega all’HuffPost: “C’è un imbarazzo di fondo dei Cinque Stelle sull’attuale crisi internazionale. La partecipazione alla guerra sarebbe una sciocchezza e non possono proporla perchè in contrasto con il loro zoccolo duro pacifista. Nè possono essere quelli che vogliono la guerra. Se sono morbidi o troppo anti-guerra passano per amici dell’Isis. E questo li rende prudenti, anche perchè temono i titoli sparati dei giornali. Prima o poi, per runa forza che si candida a governare il paese sarà necessaria una posizione accompagnata da una riflessione forte”.
Ecco, la sfida del governo è una lente che ingigantisce le contraddizioni dei 5Stelle.
È come quando, di fronte allo scandalo di Mafia Capitale e alle dimissioni di Marino, invece di schierare la propria migliore classe dirigente e dirsi pronti a governare, con la scusa delle regole statutarie i 5Stelle spiegarono che è giusto candidare un Carneade perchè, era il leitmotive di quei giorni, “se vinci le amministrative rischi di bruciarti in vista delle politiche”.
Con la guerra rischi di ardere. Stefano Esposito, senatore del Pd ed esponente di punta dell’Antimafia, ad Omnibus, ha sciorinato dati molto interessanti, carte alla mano: “Volete sapere con cosa i 5 Stelle volevano finanziare il reddito di cittadinanza? Con il taglio di 3,5 miliardi alla Difesa”.
Effettivamente è così. L’articolo 20 del disegno di legge S. 1148 “Istituzione del reddito di cittadinanza nonchè delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario” individua la copertura finanziaria di 17 miliardi per il primo anno e 16 a regime.
Alla lettera f si legge il taglio di 3,5 miliardi alla Difesa, mentre alla p la cessazione del personale militare in servizio in ausiliaria.
Difficile, sussurrano i maligni, diventare alfieri della sicurezza su queste premesse. Impossibile non farsi male su una materia dove è stato detto di tutto.
Più di un parlamentare del Pd, in questi giorni, andava nelle trasmissioni televisive con estratti delle posizioni di Di Battista sull’Isis, che scatenarono parecchie polemiche: “Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo a rango di interlocutore”.
Frasi di qualche tempo fa che, in questi giorni, si presterebbero a far male davvero. Chi conosce bene la comunicazione pentastellata dice: “Stanno tenendo il tema basso, per questo non parlano Grillo e Casaleggio perchè rischiano di perdere voti. Un partito che ormai è attorno al 30 per cento posizionandosi sulla guerra scontenta qualcuno. Il grosso della base è pacifista senza se e senza ma, ma un pezzo di elettorato è leghista e vorrebbe la chiusura delle frontiere. Come fai a conciliare Salvini e Gino Strada senza perdere voti?”.
È un problema che alla Casaleggio Associati si sono posti. E l’esito della riflessione è stato, appunto, la prudenza.
Perchè è vero che il grosso della base è pacifista ed è pacifista (e terzomondista) il grosso del gruppo dirigente, a partire da Di Battista fino a Stefano e Sibilia, già fautori in tempi non sospetti della revoca delle sanzioni alla Russia, ma è anche vero che “l’opinione pubblica è appiattita sulle posizioni mainstream, sull’onda dell’effetto emotivo”.
Posizioni in relazione alle quali il pacifismo senza se e senza ma entra in rotta di collisione. Insomma, rischia di cambiare l’aria positiva che accompagna l’irresistibile ascesa verso il governo.
Nei talk televisivi i big dei Cinque Stelle vengono trattati bene, negoziano quasi sempre one to one col conduttore.
I giornali sono poco ostili e non vanno a scavare più di tanto tra i fallimenti delle giunte amministrate.
E loro crescono, senza uno straccio di posizione sul tema su cui discute il mondo intero.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER ANNUNCIA CHE NON PARTECIPERA’ ALLA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE AMMINISTRATIVE: INTERPRETAZIONI DIVERSE TRA GLI ADDETTI AI LAVORI
Via il nome del leader dal logo e niente piazze in vista delle amministrative. Beppe Grillo da
febbraio sarà in tour. Ma non elettorale. Il numero uno dei pentastellati andrà in giro per i teatri di tutta Italia con il suo nuovo spettacolo e si dedicherà molto poco al Movimento che ha creato e che da oggi non avrà più il suo nome nel simbolo, ma solo la scritta ‘www.movimento5stelle.it’.
“Hanno partecipato alla votazione 40.995 iscritti certificati. Hanno votato — si legge sul blog – per il simbolo con l’http://www.movimento5stelle.it 31.343 iscritti, per il simbolo senza http 9.652 iscritti”.
Di fatto gli iscritti non hanno scelto se mantenere o meno il nome di Grillo nel logo, ma semplicemente se utilizzare la scritta “www.movimento5stelle.it”.
E c’è chi fa notare: “Caz.. la scelta l’hai già fatta… Hai tolto il nome . Avevo capito si potesse scegliere fra sì e no — scrive Claudio – mentre dovrei scegliere se metterne un altro oppure lasciarlo in bianco? E cosa me ne frega?”.
La grande svolta di togliere il nome avviene a pochi mesi dall’appuntamento più importante, quello delle comunali di primavera.
Basti pensare che si vota a Roma, Napoli, Milano, Torino e Bologna.
Secondo qualche ‘maligno’, che non apprezza l’atteggiamento defilato di Grillo e che non ha gradito l’arrivo del Direttorio, la decisione dimostra che i vertici del Movimento hanno scelto di non giocare la partita delle amministrative e che preferisco perdere per non “sporcarsi le mani” prima delle elezioni politiche.
Invece, per Roberto Fico, “questo gesto per me è l’ennesimo atto di una persona eccezionale con lo sguardo rivolto sempre al bene generale e all’interesse collettivo”.
I cinque del Direttorio, comunque sia, dovranno camminare sulle loro gambe insieme ai candidati, mentre il leader farà solo qualche apparizione spot al loro fianco.
Ma niente camper e niente show. Gli assetti del Movimento dovrebbero però restare gli stessi. “Sono e resterò sempre il primo degli attivisti”, ha detto Grillo a chi lo ha sentito in queste ore, secondo quanto riporta l’Adnkronos.
“Il Movimento cammina sempre più sulle sue gambe. Se continuate così – aveva scherzato più volte Grillo con chi gli aveva parlato nei giorni scorsi -mi zittiranno nelle piazze: ‘ssssh, fai parlare Di Maio e gli altri. Ma ricordate: io resto l”elevato’”.
L’incertezza tuttavia per una decisione che in molti giudicano troppo affrettata è tanta. In Rete piovono le domande: “Perchè tutto così alla svelta?”.
“Il cambiamento del simbolo non avverrà immediatamente per questioni burocratiche”, spiegherà poi Grillo sul blog.
“Nei prossimi tre mesi — aggiunge – le persone con titolarità di utilizzo del logo del MoVimento 5 Stelle riceveranno istruzioni su come comportarsi. Fino ad allora potranno continuare a utilizzare il simbolo del MoVimento 5 Stelle attuale”.
Di certo, per le elezioni amministrative il nome di Grillo sparirà . E il Movimento è diviso. Molti pensano che sia la scelta giusta, ma altrettanti credono che “senza Grillo si va a sbattere”.
“Quando lo avevamo proposto noi, siamo stati presi a pesci in faccia e tacciati di voler fare fuori Beppe Grillo dal Movimento”. Così l’ex grillino Marco Baldassarre, oggi al Gruppo misto con Alternativa libera, interviene sulla votazione online per togliere il nome del comico genovese dal simbolo M5S.
Più duro un altro ex, Massimo Artini il quale sottolinea che nome o non nome il simbolo rimane nelle mani del leader: “Non cambia niente finchè la proprietà non verrà data a un’associazione diffusa dove regole e decisioni siano collegiali”
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
“FACCIA UN PASSO INDIETRO”…QUANDO IL M5S IN CITTA’ DIFENDEVA LA GIUNTA SCIOLTA PER INFILTRAZIONE MAFIOSA
“Non giudico mai la vita privata degli altri nè le frequentazioni, che non vogliono dire nulla. Certo se l’avessi saputo prima, avrei messo ai voti la sua candidatura. Però ha consegnato, come tutti, il certificato penale e problemi non ce ne sono. Comunque, io sono il garante della legalità per il mio gruppo”.
Tradisce un leggero imbarazzo Angelo Cipriani, militare della Guardia di finanza e candidato sindaco del Movimento 5 Stelle a Sedriano, il primo comune della Lombardia sciolto per mafia.
Che il 15 novembre va al voto, con i ‘grillini’ dati per favoriti.
Ma nella lista spicca un nome che rischia di diventare ingombrante. E’ quello di Gabriele Panetta, classe 1965, calabrese. Al quale il senatore Luigi Gaetti, vicepresidente ‘grillino’ della Commissione Antimafia al Senato, sentito da ilfattoquotidiano.it, chiede di valutare l’opportunità “di un passo indietro a tutela di tutti”
IL CANDIDATO INSIEME AL BOSS ASSASSINATO AL BAR.
Panetta arriva al nord da ragazzo e, dopo qualche anno a Garbagnate Milanese, si trasferisce a Bareggio, dove conosce Rocco Musitano, capo dell’omonima famiglia mafiosa.
Il 23 marzo del 1983 il boss della ‘ndrangheta esce dal bar ‘Jesi’ di via Manzoni, si dirige all’ingresso del vicino Luna Park, saluta Panetta e sale sulla sua A112.
Percorre pochi metri, quando un’auto lo affianca e un uomo gli scarica addosso una raffica di mitra, mentre un altro scende e lo finisce con due colpi alla testa, esplosi da una calibro 38.
Panetta è giovanissimo, ancora non ha compiuto 18 anni. I carabinieri lo interrogano come testimone e non sarà mai indagato. Il suo nome finisce nelle carte dell’inchiesta Nord-Sud, uno dei primi maxiprocessi degli anni Novanta sulla ‘ndrangheta nel milanese, e la sua deposizione permette di ricostruire la dinamica di un omicidio che avviene in Lombardia, ma viene concepito in Calabria.
“Nel contesto della cosiddetta faida Musitano-Marando, che ebbe inizio — si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Milano l’11 giugno del 1997 — con l’uccisione di Luigi Marando, avvenuta a Platì il 19 ottobre 1979 a opera di esponenti della famiglia Musitano per una questione di spartizione di illeciti proventi di una rapina. Il cadavere del Marando fu gettato in una discarica: gesto che provocò un maggior risentimento della famiglia, che decise di sterminare i Musitano”.
GAETTI (M5S): “IN CERTE SITUAZIONI MEGLIO FARSI DA PARTE”.
Ricorda Panetta: “Ero al bar con Rocco quella sera, come altre volte: giocavamo a carte e andavamo alle ‘giostre’. Venivo dalla Calabria e lo avevo conosciuto proprio perchè conterranei, non sapevo fosse mafioso”.
L’omicidio è uno choc per un ragazzo di 17 anni, una brutta storia che potrebbe finire quella notte. E invece no, perchè Panetta non smetterà di avere rapporti con i Musitano, rapporti che ancora conserva.
Secondo alcuni sono di amicizia e frequentazione, secondo lui “solo di conoscenza”. Per il senatore Gaetti “c’è un problema di consapevolezza, al nord, rispetto ai fenomeni mafiosi. Nel Mantovano, la mia zona d’origine, la ‘ndrangheta sponsorizza feste, squadre di calcio e associazioni. Così si conquista la benevolenza sociale e si inserisce nel tessuto di un paese. E nel mio comune, Curtatone, gli amministratori avevano a che fare con costruttori calabresi poi arrestati. Si sono sempre giustificati dicendo di non sapere. Non conosco nei dettagli la questione di Sedriano”, continua il parlamentare M5s in Commissione antimafia, “ma credo che a volte un passo indietro sia la soluzione migliore. Non bastano i certificati penali, c’è una valutazione etica da svolgere, soprattutto per un movimento come il nostro che deve essere più pulito dell’acqua pulita. Un candidato può essere onesto, ma di fronte a certe situazioni gli si può chiedere di farsi da parte per il bene della lista e del suo paese. Non va vissuto come una colpa, ma come una tutela per tutti”.
“MAFIOSI? MI SEMBRANO PERSONE NORMALI”.
La famiglia Musitano, nel corso dei decenni, cambia più volte assetti. Oggi il ‘vecchio’ Bruno sembra essersi ritirato, lasciando campo libero ai figli Francesco detto ‘Ciccio’ (arrestato lo scorso luglio per traffico internazionale di droga) e Rocco. Panetta, che dice di non sapere allora chi fossero i Musitano, adesso lo sa?
“Mi sembrano persone normali, che lavorano. La mafia? Sì, ho letto qualcosa sui giornali. Ma mica vado a dire a uno ‘Tu sei mafioso’, perchè quello potrebbe pure rispondermi: ‘Fatti i cazzi tuoi’, no? I Musitano li conosco, perchè Rocco è quello delle ‘macchinette’ e poi andavo al Garden a comprare le piante”.
NEL COMUNE SCIOLTO EX SINDACO IMPUTATO PER CORRUZIONE.
Per ‘macchinette’ il candidato grillino intende la ‘Game Room’, piccola Las Vegas dell’Altomilanese, passata dai Musitano ai cinesi.
Qui Panetta, che di mestiere è un piccolo imprenditore, non va a giocare, bensì a lavorare. E’ lui a realizzare il restyling del locale fra stucchi e tinteggiature colorate, con tanto di foto pubblicate su Facebook: “Beh, mi hanno pagato, ho anche rilasciato la fattura”, chiarisce.
Per ‘Garden’, invece, si intende il vivaio di Aldo De Lorenzis, imparentato coi Musitano e considerato un prestanome dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano.
Il suo nome (non è comunque indagato) compare nell’ordinanza che l’11 ottobre del 2012 porta agli arresti dell’ex sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste (Pdl).
De Lorenzis, infatti, riceve senza gara dall’amministrazione di centrodestra l’appalto per la manutenzione del verde cittadino, pur avendo un grosso debito nei confronti del comune. Per il Pubblico ministero Giuseppe D’Amico (che ha chiesto la condanna dell’ex sindaco a 3 anni e 6 mesi per corruzione) quell’appalto viene assegnato perchè “Celeste non poteva dire di no ai Musitano”.
QUANDO M5S DIFENDEVA LA GIUNTA “SCIOLTA”: “NON E’ COLLUSA”.
Il Garden è anche altro: qui, in un vivaio con annesso chiosco, il neonato Movimento 5 Stelle di Sedriano tiene le sue prime riunioni.
Per il candidato sindaco Cipriani “ci si sedeva a discutere, si beveva una birra, si pagava il conto e si andava a casa”.
Quando scoppia l’inchiesta sul voto di scambio politico-mafioso in Lombardia e i riflettori si accendono anche sul Garden, i grillini cambiano location. Ma sul tema delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in comune saranno sempre timidi.
Anzi, il candidato sindaco e uno dei fondatori locali del movimento, Davide Rossi (nominato in una commissione dall’ex giunta Pdl), manifestano a più riprese la loro solidarietà all’allora sindaco indagato e poi imputato: “Il Movimento 5 Stelle intende affermare che la giunta non è collusa con le mafie e non ha infangato il paese (…) Il riferimento a personaggi collusi è da orientare verso altre figure note alla cronaca per avere legami diretti con alcuni esponenti di dubbia moralità , che in maniera più che accertata nulla hanno a che vedere con la giunta comunale eletta”.
Questi “esponenti di dubbia moralità ” che non avrebbero “nulla a che fare” con gli eletti in Consiglio sono Eugenio Costantino (ritenuto un boss della ‘ndrangheta, condannato in primo grado a 16 anni per sequestro di persona a fini di estorsione, padre di Teresa, giovane ex consigliere comunale Pdl) e Marco Scalambra (imputato al processo politica-mafia, con richiesta di condanna a 6 anni e 6 mesi, marito di Silvia Fagnani, ex capogruppo Pdl).
LA SOLIDARIETA’ AL SINDACO CELESTE DOPO L’ARRESTO.
E ancora: “Alla giunta di Sedriano, qualora fosse necessario (crediamo non ce ne sia bisogno), intendiamo esprimere la nostra solidarietà e cogliamo l’occasione per augurare buon lavoro”.
Il sindaco indagato ringrazia. E quando scadono gli arresti domiciliari, Celeste si sente al telefono con l’attuale candidato sindaco Cipriani, il quale non manca di commentare il colloquio davanti ai cittadini: “Pochi giorni fa ho sentito Celeste dopo la sua liberazione dai domiciliari. Ci ha fatto gli auguri per questa nostra prima uscita importante”.
E’ il 10 febbraio del 2013. Otto mesi dopo il comune di Sedriano viene sciolto per mafia. Alla manifestazione sulla legalità , in piazza, ci sono tutti i partiti politici. Tranne Forza Italia e il Movimento 5 Stelle.
Ersilio Mattioni
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
CHIARA APPENDINO, MANAGER LAUREATA ALLA BOCCONI, E’ LA CANDIDATA M5S A TORINO
Piero Fassino una volta l’ha definita una “Giovanna D’Arco moralista”, a causa della dura opposizione che gli ha fatto in Consiglio comunale.
“Il Movimento 5 Stelle è l’unica scelta per cambiare. Oggi mi sento di essere la punta di un iceberg, di un sistema di idee, di bisogni e di persone”.
Si presenta così Chiara Appendino, 31 anni, la giovane consigliera comunale che i pentastellati hanno scelto come candidato sindaco di Torino.
Scelta all’unanimità dai 250 grandi elettori del movimento, la sua candidatura è stata presentata al mercato coperto della Falchera, periferia del capoluogo piemontese.
“Non siamo qui per occupare, ma per restituire”, sottolinea la giovane candidata, che lavora nell’azienda di proprietà del marito, dove si occupa di contabilità e amministrazione.
Laurea alla Bocconi, esperta di controllo e gestione, è in dolce attesa, riporta il Fatto Quotidiano: diventerà mamma di Sara a gennaio, in piena campagna elettorale. “Vogliamo costruire un modello di comunità urbana – aggiunge – che unisca questa città . Da settembre i nostri gruppi lavorano sul territorio per il programma”.
“Taglieremo del 30% i costi della politica di Fassino – annuncia l’Appendino – mettendo a disposizione le risorse contro la disoccupazione in città . La colpa più grande di Fassino è quella di non avere il coraggio di raccontare quello che veramente è la nostra città – sottolinea -: c’è una persona su dieci a rischio povertà . Le persone sono sempre più sfiduciate”.
Tuttavia, su di lei arrivano i primi veleni interni. Il capogruppo M5S in Consiglio Vittorio Bertola si aspettava di essere scelto come suo vice.
E invece la Appendino ha fatto sapere che la squadra verrà decisa dopo che sarà pronto il programma. “Mi sarei atteso più trasparenza e democrazia on-line. Temi che il Movimento sta abbandonando, anche per questo mi sento sempre più fuori posto”, ha detto Bertola in un’intervista alla Stampa, dove ha annunciato che non si ricandiderà . I nostri contrasti non sono nuovi. Ma non mi è piaciuto che la scelta sia arrivata da una riunione di partito chiusa, invece che da un’assemblea aperta per lo meno agli iscritti al portale nazionale: forse il risultato sarebbe stato un po’ diverso. I sostenitori di Appendino scrivono un messaggio precotto, con lo stampino, dicendo che mi sono inventato tutto. Ma è solo un modo per nascondersi dietro a un dito, fare muro di gomma. All’assemblea erano cento attivisti, l’apparato – lo so è una brutta parola – appiattito su Appendino, che non ha avuto fiducia in me. C’è chi mi ha sostenuto in privato, ma non ha avuto coraggio davanti a lei. Mi sarei aspettato un grazie e arrivederci, invece ora mi attaccano, ma fanno solo brutta figura”
(da “Huffingtonpost”)
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